Industria farmaceutica italiana prima in Europa.

Luigi Campanella, già Presidente SCI

La recente notizia del superamento da parte dell’Italia del gigante Germania per quanto riguarda la produzione di farmaci – per esattezza 31,2 miliardi contro 30,1-non può che essere al tempo stesso motivo di soddisfazione e di riflessione. La soddisfazione deriva soprattutto dai caratteri di questo sorpasso da ascrivere all’export italiano nel settore cresciuto da 1,3 miliardi nel 1991 agli attuali 24,8 miliardi,di fatto il 55 % dell’export hi tech del Paese:tale dato è indicatore della fiducia che i farmaci prodotti in Italia riscuotono nel mondo. Tale soddisfazione deriva anche dalle statistiche in termini di allungamento della vita media-quasi 10 anni dal 1978 ad oggi – e di ridotta mortalità per le prime 5 cause di decesso (malattie del sistema cardiocircolatorio, tumori, malattie del sistema respiratorio, patologie dell’apparato digestivo, HIV/AIDS). A tale soddisfazione non può però non accompagnarsi una riflessione:come nello stesso Paese tali descritte eccellenze coesistano con zone d’ombra e con situazioni di crisi?

Di recente il dibattito su Industria 4.0 ha messo a fuoco quali siano le innovazioni e le direttrici di questa nuova concezione industriale. Se si va ad esaminarne i contenuti non si può fare a meno di osservare che l’industria farmaceutica è stata quella che più li ha interpretati e realizzati. Molti paradigmi dell’ ìndustria farmaceutica sono mutati dall’anno zero, quello cruciale del 1978, nel quale nacque il Servizio Sanitario Nazionale. Negli ultimi 10 anni grazie all’accelerazione tecnologica supportata dalla rivoluzione digitale e dai Big Data le innovazioni hanno trasformato il mondo dei farmaci, che non sono più solo un prodotto, ma fanno parte di un processo di cura più complesso ed interconnesso a diagnostica di precisione, sensoristica, medical device e kit. Tale innovazione per tornare a vantaggio della filiera richiede che i singoli operatori si integrino a sistema, come appunto industria4.0 sostiene., e un sistema per funzionare deve basarsi su regole certe, stabili e condivise, su modelli nuovi di finanziamento, su partecipazione e comunicazione inside e outside continue ed attive.

Credo che uno dei grandi meriti dell’industria farmaceutica sia proprio nell’avere in parte anticipato i tempi pervenendo alla configurazione anzidetta pure nelle difficoltà correnti.

Due questioni in particolare bene interpretano industria 4.0 con riferimento alla farmaceutica: con la serializzazione, la piena attuazione della direttiva sulle falsificazioni di farmaci e la condivisione con le altre associazioni di categoria della ottimizzazione del trasporto nel pieno rispetto della buona pratica di laboratorio. La serializzazione – volgarmente assimilabile alla tracciabilità – segna nel campo dei farmaci una vera e propria rivoluzione: non si tratta solo di produrre e gestire , ma di attuare un sistema di verifica sull’intero ciclo di vita del prodotto (produzione, trasporto, immagazzinamento, vendita, consumo). Per quanto riguarda il secondo punto, il trasporto, si pensi che quello di farmaci rappresenta l’8% del totale trasportato e che da disfunzioni di esso derivano problemi alla distribuzioni con interruzioni o alterazioni che possono mettere in pericolo la vita di malati. Sono due esempi di come fare sistema comporti avanzamenti nella soluzione di problemi anche gravi. Tornano ancora una volta i capisaldi di Industria 4.0 : sicurezza,comunicazione e partecipazione, digitalizzazione. Chi si adegua prima -seguendo l’esempio della farmaceutica – sopravvive meglio e ha più possibilità di crescere, come la farmaceutica stessa ha dimostrato. Anche la Chimica sta percorrendo la stessa strada:dopo la Chimica 1.0, quella del carbone ,la Chimica 2.0, quella del petrolio, la Chimica 3.0,quella delle specialties, siamo alla Chimica 4.0 quella della digitalizzazione, che rende continuo lo scambio di dati fra utente ed utente, fra utente e macchina, superando la discontinuità di Chimica 3.0. Da questa conoscenza scambiata, da questa partecipazione globale nascono le banche dati ed i Big data ai quali prima si accennava sul piano gestionale e nasce il contributo della Chimica all’economia circolare che sostituisce il modello lineare. La circolarità è una caratteristica che si basa sullo partecipazione ad un anello : si riceve (conoscenza e materia) e si offre lo stesso tipo di merce.

Il processo di progressiva trasformazione dell’industria simbolizzato dalla sigla Industria 4.0 interessa l’economia e la società e richiede la formazione di nuove professionalità. Ecco perché l’università viene coinvolta in misura significativa. Fa piacere quindi osservare che qualcosa si muove nella direzione di una collaborazione fra atenei ed imprenditori. In questa logica si è costituito a Milano il Made, nuovo Centro di Competenza guidato dal Politecnico e nato con l’obbiettivo di fornire alle imprese , in particolare di piccola e media dimensione, tre specifici servizi: orientamento, formazione, supporto a progetti di innovazione. Dispone di 2000 mq e sarà organizzato in isole multifunzionali dove le imprese costituenti il Made mostreranno ad altre imprese cosa sia possibile fare con le nuove tecnologie (realtà aumentata, robotica, tecnologie di Big data e Cybersecurity), gettando le basi per indurre queste ad entrare nel Centro o a divenirne clienti. I partner del Centro sono 39,sia pubblici che privati, fra i quali 4 atenei, l’Inail ed alcune istituzioni di ricerca. Quello della formazione è proprio il punto debole di un altro settore delle attività antropiche, l’agricoltura. Oggi non si può parlare,al contrario dei settori di cui prima si è discusso,di agricoltura 4.0. L’agricoltura italiana conserva ancora per certi aspetti la dimensione artigianale:è in limite di cultura che solo si può superare con una formazione adeguata degli addetti,che li renda in grado di confrontarsi con sensori, algoritmi, GIS. I giovani devono essere incoraggiati su questa strada: siano bene accolti quindi start up e spin off. Ancora una volta l’università è chiamata in causa:risponda presente, è in gioco il futuro del nostro settore più tradizionale

2 pensieri su “Industria farmaceutica italiana prima in Europa.

  1. Dopo aver lasciato che smantellassero le due nostre multinazionali del farmaco Lepetit e Farmitalia Carlo Erba? Mah!

  2. Sull’agricoltura bisognerebbe aprire un dibattito approfondito: da un lato in Italia si installano serre fotovoltaiche e caseifici 4.0 mentre sperimentano trattrici robotizzate e colture idroponiche (chi era ragazzo negli anni ’70 ricorda la serie di fantascienza “Spazio 1999”). Dall’altro l’Italia è percepita come la terra del prodotto tipico, delle colline a vigneto punteggiate da borghi in sasso.
    Piango ogni volta che svolto dalla statale 12 attraversando un deserto di bancali di piastrelle invendute, figlie di industria 4.0. per raggiungere dopo 2 km il borgo medioevale dove la mia famiglia possiede una fattoria vecchia di secoli, con castagni coevi, e un metato (essiccatoio) vecchio di 180 anni che potrei riaccendere domani. Questa è l’italia nell’immaginario collettivo, ma alcuni anni fa, nel cuneese, l’agricoltura globalizzata ha importato castagni cinesi, ma anche il loro parassita (Cinipede) che ha devastato le piante autoctone fino al modenese e oltre. Poi una piccola start-up ha individuato, allevato e diffuso il parassita del parassita (Thorimus).
    L’agricoltura, oltre ad essere il primo presidio per la sicurezza alimentare, dovrebbe essere intesa come presidio del territorio e ai suoi operatori dovrebbe essere garantito un riconoscimento economico degno (quello che chiedono oggi i pastori sardi) che dia loro potere contrattuale contro la grande distribuzione.
    Certamente finchè l’agricoltura sarà così poco remunerativa, non si può pensare che vi si dedichi personale altamente specializzato né che vi si facciano forti investimenti in tecnologie.

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