Sicurezza del lavoro all’Università e nella Scuola.

Claudio Della Volpe

Da quasi 5 anni mi occupo di sicurezza sul lavoro nella mia università; la cosa andò così. Sono sempre stato iscritto ad un sindacato (non vi dico quale, potreste immaginarlo; anche se devo dire che i sindacati non si muovono molto per i docenti universitari, siamo considerati tutto sommato dei privilegiati).

Ad un certo punto il mio sindacato mi contatta e mi chiede di presentarmi come Rappresentante dei lavoratori per la sicurezza. 5 anni fa la cosa non mi impressionò particolarmente; all’epoca vedevo le pur rare richieste da parte dell’ufficio della Sicurezza Prevenzione e Protezione come delle richieste a volte eccessive e comunque molto burocratiche.

Il Rappresentante dei Lavoratori è previsto dalla Legge 81/08 ed è una figura che serve ai lavoratori di qualunque tipo e attività a monitorare, senza obblighi, ma a monitorare cosa succede nel proprio ambiente di lavoro ed eventualmente a fare presenti problemi alla controparte, ossia al Datore di lavoro, oppure nel caso estremo agli organismi esterni di controllo: ispettorati del Lavoro, UO delle ASL e Magistratura del Lavoro.

Attenzione non è che non fossi attento alla sicurezza nel mio laboratorio e nemmeno che fossi contrario, ma mi sentivo sicuro delle mie procedure e dunque poco propenso a perdere altro tempo.

Beh devo dire che questa esperienza mi ha cambiato la vita e mi è servita a rendermi conto che mi sbagliavo.

Prima di 5 anni fa non avevo mai letto la legge 81/08; voi sapete cosa è?

E’ la legge che regola nel nostro paese le questioni relative alla sicurezza sul lavoro. Ha sostituito la precedente 626 che già fu una vera rivoluzione.

Secondo una stima del 2017 della Agenzia per la Salute e la sicurezza sul lavoro europea il costo degli incidenti e delle malattie sul lavoro nell’Europa a 27 è poco meno di 500 miliardi di euro, ossia dell’ordine di 1000 euro a testa all’anno.

(https://osha.europa.eu/en/about-eu-osha/press-room/eu-osha-presents-new-figures-costs-poor-workplace-safety-and-health-world)

che corrispondono a più del 3% del PIL.

Sempre in Europa si stima che il numero di morti sul lavoro (eccettuati quelli avvenuti in itinere, ossia per incidenti stradali legati al lavoro e che sono una percentuale elevata del totale almeno in Italia) sia dovuto come segue:

https://visualisation.osha.europa.eu/osh-costs#!/

In Europa metà di tutti i morti sul lavoro sono legati ad un tumore preso sul posto di lavoro, un quarto a malattie circolatorie ed un altro quarto scarso a malattie muscolo scheletriche anche su base autoimmune e solo il 2% ad incidenti veri e proprii.

Questi dati sono importanti perchè poi quelli che compaiono sui giornali sono solo quel 2%; dunque un enorme numero di morti (ed incidenti e malattie) che hanno a che fare col lavoro non le vediamo quotidianamente.

In quel 2% però non ci sono tutti i morti per incidenti violenti; una parte è mascherata da incidenti stradali per andare al lavoro o tornare a casa.

Infine tenete presente che il numero di morti per cause di lavoro nel mondo è dominato da quelli dovuti alle malattie cardiocircolatorie; in Europa invece il numero dominante è quello dei tumori.

Diciamo subito una cosa; queste statistiche non sono articolate a livello di singolo paese per quanto riguarda le cause di morte; dunque non sono in grado di dirvi se quel 2% vale anche in Italia; supponiamo per un istante che sia vero.

Allora se fosse così in quel 2% ci sarebbero i circa 1000 morti all’anno per motivi di lavoro per INCIDENTE. Se moltiplichiamo il valore per 50 per avere il totale avremmo una stima (ripeto non ho i dati specifici per l’Italia) di quasi 50.000 morti all’anno per motivi legati al lavoro: sarebbero l’8% di tutti i morti di un anno.

Siete sbalorditi? Beh è normale quasi nessuno ci pensa o semplicemente lo sa.

Ma è solo una stima, probabilmente sono di meno. Probabilmente la distribuzione percentuale per l’Italia è diversa, probabilmente le statistiche europee sulla mortalità sono fatte diversamente dalle nostre.

Potete anche criticarmi perchè parto con queste ipotesi di calcolo tutto sommato molto approssimate; ma sono giustificato; in realtà c’è una notevole confusione statistica. Noi chimici ed in genere scienziati della Natura siamo abituati a valori esatti, deviazioni standard valutate con notevole precisione.

Invece in un settore come quello dela sicurezza sul lavoro non potete immaginare quante approssimazioni e mancanze ci siano; a partire dal fatto che i valori ufficiali INAIL riguardano solo gli assicurati INAIL e non tutti i lavoratori lo sono; per legge. A partire dal fatto che i dati non sono aggiornati in tempo reale e vengono cambiati spesso DOPO l’anno considerato; questo perchè le stime sono soggette a conclusioni giuridiche che arrivano in ritardo sui fatti nudi e crudi.

Ecco perchè sono nati molti gruppi di lavoro, siti internet dedicati a questo tema che cercano di denunciare tutti i casi che vengono alla luce, per esempio l’Osservatorio Indipendente di Bologna gestito da un pensionato, Carlo Soricelli.

http://cadutisullavoro.blogspot.com/

Ma torniamo alla questione che da il titolo al post.

L’università.

Bene allora diciamo subito che a norma della legge 81 art 2 comma a è un lavoratore fra l’altro: l’allievo degli istituti di istruzione ed universitari e il partecipante ai corsi di formazione professionale nei quali si faccia uso di laboratori, attrezzature di lavoro in genere, agenti chimici, fisici e biologici, ivi comprese le apparecchiature fornite di videoterminali limitatamente ai periodi in cui l’allievo sia effettivamente applicato alla strumentazioni o ai laboratori in questione;

Questo comporta da parte del Datore di lavoro una serie di obblighi a partire da una formazione generale e specifica della durata di 12 ore almeno.

Questa formazione deve esere somministrata PRIMA dell’accesso ai laboratori o dell’uso delle apparecchiature.

Da voi si fa? Nella mia Università noi RLS ossia rappresentanti dei lavoratori (siamo 6 al momento di cui solo io docente) siamo riusciti a spingere l’Università a iniziare questo percorso. I corsi devono essere somministrati da personale qualificato in classi di non più di 35 persone e seguiti da un test di verifica.

L’Università, come molte altre istituzioni statali (ospedali, forze armate, scuole in genere, carceri, etc ) è prevista esplicitamente nella 81/08 ma vi si dice anche che saranno emanate norme specifiche a causa delle condizioni particolari di svolgimento del lavoro; in realtà a parte un caso (quello dei volontari) tali norme non sono state emanate, lasciando la situazione in colpevole assenza e costringendo molte istituzioni ad arrangiarsi. Si dice che in Italia ci siano troppe leggi; beh qua invece mancano.

Per le Università inoltre esiste una legge specifica, il decreto ministeriale 363/98, che non è mai stata abrogata ma nemmeno aggiornata e dunque rimane valida con ulteriore problema.

Il Datore di Lavoro dell’Università è il Rettore a meno che non abbia delegato ad altri, per esempio ai Direttori di Dipartimento, delega che prevede prima di tutto la possibilità di spendere, di avere autonomia di spesa sul tema. Dunque in genere il Rettore è il responsabile di ultima istanza se si verificano problemi; e sicuramente lo è per la mancata formazione degli studenti ma anche del personale, compresi noi stessi, che pure possiamo essere considerati preposti degli studenti e dei tecnici. Nelle scuole il Datore di Lavoro è il Dirigente scolastico.

Il tema è complesso ma assolutamente urgente; non conosco casi specifici di altre Università a parte il famoso “caso Catania”, che ha avuto l’onore di un film (Col fiato sospeso), e che per quanto mi consta è la punta dell’iceberg. Conoscendo le condizioni di lavoro dellla mia Università so che ci sono molti punti da migliorare o perfino da iniziare ad affrontare: locali interrati non derogati (quanti laboratori sono interrati senza motivi tecnici e opportune metodiche di gestione?), misure antincendio non attuate (le Università sono luoghi a rischio incendio alto a causa del numero dei frequentanti), documenti di valutazione del rischio non realistici o veritieri, e potrei continuare a lungo.

Non aspettiamo un secondo caso Catania, non potremmo sopportarlo di fronte ad una opinione pubblica molto critica con l’università; facciamoci parte dirigente in un processo di aggiornamento e di attuazione delle norme di sicurezza in tutte le Università a partire dai nostri laboratori.

Concludo dicendo che molte scuole tecniche su questo sono anni luce avanti.

4 pensieri su “Sicurezza del lavoro all’Università e nella Scuola.

  1. Quando mancano i finanziamenti e il personale la sicurezza sul lavoro è il primo aspetto che viene messo da parte. A questo si aggiunge una grande ignoranza -anche tra noi che dovremmo essere l’eccellenza della conoscenza- e quell’inconscio senso di superiorità, necessario per sfidare ogni giorno la competizione -e l’arrivismo- tipico del mondo della ricerca.
    Personalmente, quando inizio una nuova attività, mi siedo un attimo alla scrivania valuto i rischi a cui sto andando incontro, modifico la mia scheda di destinazione lavorativa e la trasmetto alla direzione. Segue il nulla.
    Quando ci fu il terremoto dell’Emilia, scivolai sotto la scrivania poi, a scosse finite, mi recai al punto di raduno sicuro: mi trovai da solo.
    Fare sicurezza sul lavoro è un po’ come vivere nella fortezza Bastiani: ci si prepara ad eventi corse non succederanno mai.

  2. Caro “devolvev”,
    mi pare abbiamo percorso vite parallele, ioprima da RLS, poi con incarichi vari sul tema gestione emergenze etc, ora responsabilie di laboratorio e “tenutario” dei corsi di preparazione alla Sicurezza in Laboratorio Chimico per i ns studenti, che oramai da qualche anno la mia università ha reso obbligatori per gli studenti neo-immatricolati pena l’esclusione dai laboratori e quindi con il sostanziale blocco della carriera.

    Son perciò dentro la questione sicurezza dagli anni ’90, e ho visto le andate ed i ritorni sul tema …e ne potrei raccontare di tutti i colori…(eventualmente basta chiedere). Comunque la tua università spero si muova meglio della mia.
    Un rischio (!) è quello di affidare il problema a persone poco competenti nel settore chimico, e con l’ansia da overkill, col risultato di sparare coi cannoni alle mosche mentre gli elefanti devastano, e dilapidando risorse sulle cose improbabili così mancano i soldi per sistemare le necessarie.

    Anche qui potrei scrivere un libro, solo alcuni esempi (esperienze vissute) su cui riflettere sui protocolli delle vs università :
    – il tema dei refillingi di gas criogenici (mi occupo da 28 anni di nmr con criomagneti);
    – il tema dei gas tossici del Regio Decreto del 1927 (da cui Università ed enti di ricerca sono esplicitamente eclusi, ma la mia università ci ha obbligato a sottostare, con esiti comici, se volete vi racconto, e non è ancora finita…).

    Purtroppo in queste cose servirebbe si la preparazione sulla carta (in genere solo giuridica, ovvero le sentenze della Cassazione a memoria) ma anche il buon senso pratico, e questo come il coraggio di don Abbondio chi non lo ha non se lo può dare, o almeno la capacità empirica di ascoltare chi ha un po’ di esperienza e non credere che i software specifici esauriscano la realtà (anche qui con effetti comici se non fosse da piangere).

    Buona fortuna e buon lavoro a tutti i coinvolti…

  3. Zanelli citava la mancanza di finanziamenti tra le cause che portano a trascurare la sicurezza.
    Un altro aspetto, accennato tra le righe da Antoniutti, è l’aberrante rischio di traformare la sicurezza più in una questione formale che sostanziale.
    Vorrei condividere con voi un episodio quasi grottesco ma reale.
    Per la legge 81/2008, nelle scuole il datore di lavoro è il dirigente scolastico. All’epoca del fatto ero solo coordinatore di dipartimento e non ho mai pensato di sostenere il concorso a preside.
    Su consiglio del responsabile dell’ufficio tecnico, la mia dirigente ed il responsabile mi chiesero di produrre e firmare una circolare con cui inviatare gli allievi ad acquistare gli occhiali protettivi.
    Mi rifiutai perchè ero solo coordinatore del dipartimento di chimica non il datore di lavoro, sono stato dirigente scolastico per pochi minuti!
    Dopo il mio rifiuto la dirigente produsse e firmò la circolare.
    Nessun “j’accuse” conto la dirigente, che non era un chimico ma che agì in quel modo solo dopo essere stata pessimamente consigliata.

  4. Ma questa è incomprensione della legge da parte della dirigente; lo studente che va in laboratorio è un lavoratore a tutti gli effetti e non può essere lui a comprare i dispositivi di protezione, è contro la legge, i dispositivi devono essere forniti dal datore di lavoro ossia dalla scuola su fondi pubblici; D.Lgs. n.81/2008, art. 18, comma 1, lettera d), il datore di lavoro deve: “fornire ai lavoratori i necessari e idonei dispositivi di protezione individuale”.

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