Il racconto del 2019.

Claudio Della Volpe

Come sappiamo questo è l’anno dedicato alla Tavola periodica degli elementi; e certo la rubrica che ci siamo inventati sul più alto numero possibile di elementi da commentare facendo riferimento al loro ciclo biogeochimico ed mano è un modo di celebrarlo. Così come gli innumerevoli riferimenti al nostro autore preferito, Primo Levi ed alla sua opera “Il Sistema periodico”, che sembra fatta apposta per questo anno.

Ma c’è un altro racconto, almeno uno, di fantascienza, scritto molti anni fa, nel 1957, che merita di essere citato come racconto dell’anno.

Il racconto di cui di parlo oggi si chiama “Omnilingual” (Onnilinguista) e fu scritto da uno scrittore americano, Henry Beam Piper e pubblicato su una delle più note riviste di FS del mondo, ossia Astounding Science Fiction; il racconto mi è stato segnalato da due soci della sez. TAA della SCI i colleghi Jolanda Filippi e Marino Kofler.

Henry Beam Piper, morto a soli 60 anni nel 1964 fu uno scrittore autodidatta che scrisse varie serie di racconti legati da due temi: lo sviluppo di una futura federazione terrestre, una sorta di storia del futuro umano e storie basate su pianeti alternativi alla Terra.

Omnilingual è un racconto breve scritto nel 1956-57 e publicato nel numero di febbraio 1957 della rivista; il testo inglese è pubblico, ma non so quello italiano che comunque si trova in rete, se aveste problemi a trovarlo chiedetemi;

https://www.gutenberg.org/files/19445/19445-h/19445-h.htm

Quell’anno è stato un anno decisivo nella scienza e tecnologia internazionali. E’ noto per essere stato il primo anno geofisico internazionale che vide una collaborazione vastissima di ricercatori in ambito geofisico ma anche astronomico; era in corso la lotta per la supremazia spaziale e verso la fine di quell’anno il primo satellite artificiale solcò lo spazio attorno alla Terra, lo Sputnik 1, un piccolo dispositivo che rimase in orbita per parecchio tempo.

L’interesse per lo spazio era enorme.

Il racconto si svolge in un futuro prossimo (e per noi passato) nel 1997 e racconta l’esplorazione di Marte e la scoperta di un modo per tradurre la lingua marziana, una ipotetica civiltà fiorita sul pianeta rosso solo 50.000 anni prima. La protagonista è una astroarcheologa che spera di trovare un modo per tradurre la lingua marziana contro le opinioni di tutti i suoi colleghi maschi.

Ma era il massimo a cui arrivava. Era in grado di pronunciare dalle tre alle quattromila parole marziane, ma non era in grado di assegnare un significato a nessuna di esse. Selim von Ohlmhorst era convinto che non ci sarebbe mai riuscita. E lo stesso credeva Tony Lattimer, il quale era assai meno reticente a dirlo. Ed era sicura che anche Sachiko Koremitsu la pensava allo stesso modo. Di tanto in tanto c’erano momenti in cui cominciava ad aver paura che avessero ragione.

Le lettere sulla pagina davanti a lei cominciarono ad agitarsi e a danzare, magre vocali con piccole e grasse consonanti. Adesso lo facevano ogni notte, nei suoi sogni. E c’erano altri sogni nei quali lei le leggeva con la stessa facilità dell’inglese; quando si svegliava, cercava disperatamente, ma invano, di ricordarsene.

Marte è coperto di polvere depositata dalle famose tempeste e le costruzioni dei marziani sono accessibili solo dalle sommità che emergono.

La squadra terrestre esplora ed occupa questi edifici condizionandoli per usarli come propria base e trova anche materiali nuovi che sulla Terra non sono ancora stati inventati.

Già, ma come si fa a tradurre la lingua di una civiltà di un altro pianeta, ormai scomparsa in assenza di una pietra di Rosetta come è servita sulla Terra per le lingue di altre culture di società più primitive tecnologicamente?

E’ una domanda a cui Asimov, che presenta il testo, dichiara di non essere riuscito a rispondere pur essendo un chimico.

Quando lessi per la prima volta questo racconto nel 1957, non riuscii a prevedere in anticipo la soluzione di Beam. Ma questo non mi rese felice. Mi riempì d’un inconsulto rincrescimento. Avrei dovuto. Ancora oggi per me «Onnilinguista» è la storia il cui finale non mi riuscì di prevedere, anche se avrei dovuto.

Oh, be’, se non avete mai letto la storia, forse riuscirete a fare meglio di me.

ma in realtà la risposta è facile e nella sua forma generale è stata anche applicata da noi stessi nei materiali inclusi nelle due sonde inviate nello spazio profondo: il Pioneer e il Voyager.

Una civiltà avanzata, che domina lo spazio e che dunque per forza di cose conosce la scienza ha un riferimento che è comune a qualunque altra intelligenza, ossia la Natura stessa e le sue leggi e secondo alcuni anche la matematica. Sia su Pioneer che su Voyager ci sono delle piastre d’oro con incisi simboli che si sono ritenuti di universale interpretazione.

Alcuni dei simboli fanno riferimento ad aspetti chimico spettroscopici (come la transizione iperfine dell’idrogeno), ma nulla fa riferimento alla Tavola.

Ho qualche dubbio che siano così banali da interpretare, mentre una tavola periodica o perfino alcuni elementi chimici tipo la Heritage Table ma inserendoci quelli radioattivi sarebbe stata a mio parere comprensibile, fornendo la possibilità di associare numeri e costanti universali o altre notizie come le lettere dell’alfabeto e la loro posizione nell’alfabeto.

«Quella non è soltanto la tavola marziana degli elementi: è la tavola degli elementi. È l’unica che ci sia,» esclamò Mort Tranter, quasi sul punto di esplodere. «Guarda, l’idrogeno ha un protone e un elettrone. Se invece avesse più protoni ed elettroni non sarebbe più idrogeno, ma qualcos’altro. E lo stesso vale per il resto degli elementi. E l’idrogeno, su Marte, è uguale a quello sulla Terra, o su Alfa Centauri, o nella galassia più lontana…»

«Basterà che tu metta i numeri in quell’ordine, e qualunque studente del primo anno di chimica potrà dirti che elementi rappresentano,» disse Penrose. «Sempre che voglia essere promosso, s’intende.»

La Tavola Periodica è uno dei più potenti strumenti di comprensione della Natura e rappresenta verosimilmente una costante universale, qualcosa che non cambia in nessun posto dell’Universo conosciuto dove la vita possa svilupparsi. Il suo uso come strumento di comunicazione è un altro aspetto di questa universalità.

Ed è appunto la scoperta di una tavola degli elementi marziana che consentirà alla protagonista di avere la sua Stele di Rosetta; una stele che varebbe per qualunque civiltà dell’Universo conosciuto, sappiamo infatti dalle osservazioni astronomiche, dalla spettroscopia stellare che la materia è la stessa dappertutto con gli stessi atomi, almeno nella sua parte più facile da sperimentare; se dunque trovassimo una civiltà stellare certamente la tavola Periodica sarebbe uno strumento di comunicazione comune.

Voi che ne dite?

Un pensiero su “Il racconto del 2019.

  1. Deliziosa idea, quella della tabella perodica come Stele di Rosetta !
    Non conoscevo quel racconto, pur avendo divorato da giovane molte decine di Urania, racolte etc.
    In effetti, la struttura della tavola è universale, forse con l’unica ambiguità dello scambio orizzontale/verticale …(ma l’avete presente la versione a spirale ?).
    Bravo Devolvev !

    antoniutti

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.