L’etica del lavoro nell’opera di Primo Levi e la sua attualità.

Mauro Icardi

Il grande riconoscimento, o per meglio dire la collocazione di Primo Levi tra gli scrittori, e non solamente tra i memorialisti è certamente meritata. Levi si considerò scrittore a tutti gli effetti solo dopo il pensionamento dalla fabbrica di vernici Siva di Settimo Torinese, dove lavorò per la maggior parte della sua attività. Prima come chimico, e poi Direttore Tecnico, fino al suo ritiro dall’attività lavorativa.

E proprio il lavoro è uno dei temi che Levi sviluppa lungo tutto il dipanarsi della sua opera. Lavoro che avrebbe dovuto renderlo libero, secondo la crudele e beffarda scritta posta all’ingresso del campo di Buna Monowitz, parte dell’immenso sistema concentrazionario di Auschwitz. Lavoro che poi lo scrittore cerca con costanza subito dopo la liberazione dalla prigionia. Le pagine che narrano delle sue esperienze di lavoro sono la struttura del “Sistema periodico”, ma soprattutto de “La chiave a stella”. Ma per i lettori più attenti, si possono trovare molti racconti nei quali il tema e sviluppato. Anche in “Vizio di forma” dove nel racconto “Le nostre belle specificazioni” il lavoro è inserito in una trama narrativa di tipo fantascientifico. Dove lo scrittore torinese immagina una scheda di collaudo di una materia prima molto particolare, cioè dell’essere umano.

Non possiamo dimenticare, che il lavoro è uno dei fattori che contribuisce alla sopravvivenza di Levi durante la prigionia. Dal lavoro di schiavo, al lavoro sempre come essere inferiore, ma nel laboratorio della fabbrica di Buna. Al riparo dalle condizioni più disagevoli, al riparo dal freddo. Condizione questa che anche Liliana Segre ha evidenziato, nel raccontare la propria vicenda di deportata.

Levi si occupa di approfondire il tema del lavoro nel suo primo romanzo d’invenzione cioè “La chiave a stella”. In realtà, ad un’osservazione più approfondita, questo romanzo rappresenta un ibrido, una dualità (altro tema ricorrente nell’opera di Levi, chimico-scrittore, centauro quindi, cioè ibrido tra uomo e cavallo, come amava definirsi, e come si rappresenta in una delle sue sculture di fili di rame).

Infatti il protagonista Tino Faussone, il montatore di tralicci e derrick per l’industria petrolifera, altro non è che una delle due anime di Levi. L’alter ego con cui lo scrittore dialoga nello scorrere dei capitoli del romanzo. Faussone metalmeccanico, e Levi narratore che spiega in cosa consista il lavoro del chimico nei due bellissimi capitoli “Acciughe” uno e due. Dal chimico che assembla le molecole, al chimico che le deve determinare, utilizzando gli strumenti della tecnologia. In entrambi i casi sapendo della loro esistenza, ma senza vederle ad occhio nudo. Credo che queste siano tra le pagine più efficaci per spiegare i fondamenti della sintesi chimica, e della chimica analitica. E anche del percorso che da Democrito, passando per Avogadro e Lavoisier pone le basi della chimica.

Levi non solo ci tiene a raccontare la vita e le esperienze del chimico ma osserva con attenzione l’universo già allora, ma oggi più che mai variegato del mondo del lavoro. Lo descrive in molti racconti “Da zolfo” nel “Sistema periodico” fino a “La sfida della molecola” pubblicato nel volume “Lilit ed altri racconti”.

E questo suo scrivere di lavoro lo aiuta non solo a cancellare il ricordo del lavoro come strumento di annientamento dei deportati in Lager, ma anche darne una visione del tutto diversa rispetto a come viene descritto nella letteratura industriale degli anni 60. Penso a romanzi come “Memoriale” di Paolo Volponi, o l’ormai quasi dimenticato “Tre operai” di Carlo Bernari che ne è forse in qualche modo capostipite e che viene pubblicato nel 1934. Romanzi dove il lavoro non è realizzazione, ma spesso alienazione. Il secondo libro, proprio perché descriveva una classe operaia impossibilitata ad avere una vita dignitosa, venne censurato dal regime fascista.

Levi invece fa pronunciare a Faussone questa frase: “«Io l’anima ce la metto in tutti i lavori. Per me, ogni lavoro che incammino è come un primo amore»

E va oltre, arrivando anche a sconfessare la maledizione lanciata da Dio ad Adamo, che disubbidendo è condannato a perdere l’eden e lavorare con sforzo e sudore. Con questo paragone, credo abbastanza conosciuto tratto sempre da “La chiave a stella”: «Se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può donare, l’amore per il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la miglior approssimazione concreta alla felicità sulla terra: ma questa è una verità che non molti conoscono».

E traccia anche un parallelo con l’idea di libertà: «Il termine libertà ha notoriamente molti sensi, ma forse il tipo di libertà più accessibile, più goduto soggettivamente, e più utile al consorzio umano, coincide con l’essere competenti nel proprio lavoro e quindi nel provare piacere a svolgerlo»

“La chiave a stella esce nel 1978, e Levi è conscio che potrebbe (come in effetti sarà) provocare discussioni e polemiche. E quindi precisa: «So che il mio libro è destinato a provocare qualche polemica anche se non è nato con intento polemico. Certo, al giorno d’oggi il rifiuto del lavoro è addirittura teorizzato da componenti giovanili ma anche senza giungere a queste posizioni estreme esiste in stati piuttosto diffusi una tendenza a sottovalutare la competenza professionale intesa come valore positivo in sé».

Ci si può chiedere se, al giorno d’oggi dove una delle parole più pronunciate e lette è crisi, e la seconda è crescita che viene invocata come fosse una litania, oggi che la sensazione più diffusa sembra essere l’insicurezza. Oggi che il lavoro è profondamente cambiato, si è parcellizzato arrivando a creare la singolare sigla NIL (cioè nuove identità di lavoro). Un termine che vorrebbe ricomprendere i lavori precari, sottopagati, i lavori che sottraggono tempo all’esperienza di vita. Oggi che molte persone con un percorso di istruzione si devono adattare a friggere patatine nei fast food, oppure a fare i fattorini. Oggi che addirittura la ricerca scientifica, ovvero una delle forme più necessarie di lavoro ormai viene snobbata. Oggi che parallelamente al lavoro si tende a denigrare e svilire la preparazione professionale, e lo studio che ne è la base. Oggi che anche il lavoro di insegnanti e docenti è difficile, è legittimo chiedersi se le parole di Levi hanno ancora un senso, riescono ancora a rappresentare la realtà.

Io credo di si. Le pagine di Levi dedicate al lavoro possono essere uno stimolo per la difesa della dignità. Di chi lavora, e di chi un lavoro lo sta cercando. Può sembrare utopico. agli studenti che ho seguito negli stages, che spesso mi confidavano le loro aspettative e le loro incertezze sul futuro, parlavo spesso di come Primo Levi concepiva il lavoro. E qualche volta stampavo per loro questo brano tratto dall’intervista del 1986 con Philiph Roth.

Ad Auschwitz ho notato spesso un fenomeno curioso: il bisogno del lavoro ben fatto è talmente radicato da spingere a far bene anche il lavoro imposto, schiavistico. Il muratore italiano che mi ha salvato la vita, portandomi cibo di nascosto per sei mesi, detestava i tedeschi, il loro cibo, la loro lingua, la loro guerra; ma quando lo mettevano a tirar su muri, li faceva dritti e solidi, non per obbedienza ma per dignità professionale”.

Per Primo Levi il “privilegio di pochi” è riferito a provare la gioia del lavoro ben fatto. E’ auspicabile e doveroso che invece questo privilegio possa essere offerto a più persone. E che le persone vedano tutelata la loro dignità umana, e non solo la loro professionalità. Con gli auspici e i suggerimenti che lo scrittore torinese ci ha indicato.

3 pensieri su “L’etica del lavoro nell’opera di Primo Levi e la sua attualità.

  1. Io ho dato tanto impegno al mio lavoro per molti anni, soffrendo e sentendomi profondamente incompetente. É stata dura.
    Ora faccio lo stesso lavoro con piacere, cercando di colmare la mia incompetenza tecnica, che io avverto sempre come presente nonostante lo studio, con un’offerta delle mie qualità umane (faccio un mestiere di vendita). Credo che poche cose al mondo diano piacere come la consapevolezza di aver fatto bene il proprio lavoro e la consapevolezza di saper farlo bene: siamo al livello dell’amicizia sincera e dell’amore. Ciao

    • Ciao Robo. Concordo in pieno con quanto dici. A volte persi nella frenesia non ci facciamo caso. Ma ho scritto su questo blog quanto siano unici e belli i momenti in cui senti di conoscere il tuo lavoro, di avere un’esperienza. E quanto siano gioiosi i momenti in cui senti di avere imparato qualcosa di nuovo. Con umiltà. E anche con fatica a volte. Ma tutto questo è unico ed appagante come tu dici.

  2. Concordo con gioia con Robo e Mauro: il proprio lavoro è la propria vita, tutti dovrebbero poterlo vivere come lo vivono gli artisti, anche se si tratta di un lavoro non creativo, la soddisfazione di farlo bene dovrebbe bastare, ma si ha bisogno ancxhe del riconoscimento.

    Sempre riconoscere e ringraziare chi (quando lo si trova) fa il proprio lavoro bene, a differenza dei molti che non fanno così, è una delle regole che mi son dato per la vita. Di solito facciamo solo critiche quando questo non si verifica, ma è sbagliato.
    Nella mia vita lavorativa mi sono a volte (poche, spesso lo si da per scontato) trovato questa situazione (il mio buon lavoro riconosciuto), e da la forza di affrontare le difficoltà (nessun lavoro, fatto bene, ne è esente !).

    Che dire invece di quando proprio chi dovrebbe riconoscere ed aiutare il tuo buon lavoro, nella ricerca e nella didattica, a realizzarsi, ed invece fa di tutto per ostacolarti, sottometterti a condizioni di lavoro contrarie a questo fine, di chi ti umilia nei fatti perchè inverte l’ordine causale dell’esistenza della tua organizzazione, mortifica l’impegno e la competenza premiando scientificamente solo il rispetto formale dei “protocolli” e non i risultati ? La carta sulla realtà…
    Nella mia amara in questo esperienza degli ultimi anni questi son sempre più spesso quelli che a livello nazionale, ma spesso locale e pure micro-locale dettano ed impongono regole assurde e controproducenti, al solo scopo di giustificare la propria esistenza. Quando si mette, tramite leggi e regolamenti, in mano a qualcuno il potere di ostacolare il lavoro degli altri questi lo farà, anche solo per giustificare la propria esistenza.
    E nella ns esperienza universitaria questo, negli ultimi 10/15 anni, si è verificato purtroppo spesso. In molti contesti i colleghi riconoscono con me che oramai la prassi è la prevalenza di amministrazione su docenza e tecnici e poi alla fin fine su chi dovrebbe essere il ns vero obbiettivo ideale, ovvero gli studenti e la loro formazione.

    Scusate lo sfogo “politico”.

    stefano antoniutti

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