TRA FRONTIERE E CONFINI. Recensione

Eleonora Aquilini*

Recensione:  di INSEGNARE E APPRENDERE CHIMICA

 

Il libro di Valentina Domenici “Insegnare e apprendere chimica”(Mondadori, 2018, p.XIV-338 euro 23.80), è sicuramente una novità di rilievo per chi si occupa di didattica della chimica.

Mancava, infatti, un testo di riferimento che facesse il punto sulle teorie e le pratiche che costituiscono il panorama della didattica nazionale e internazionale. Uno strumento importante per studenti che affrontano per la prima volta il problema dell’insegnamento della chimica, per insegnanti di scuola in servizio e per insegnanti universitari. Il libro, nella prima parte che consta di tre capitoli, mostra i vari passaggi che ci portano verso l’insegnamento della disciplina prendendo in esame diversi aspetti: la natura della chimica, il suo insegnamento oggi, il suo apprendimento lungo tutto l’arco della vita, le buone pratiche e i casi di studio.

Valentina Domenici

Ognuno di questi aspetti costituisce una parte del libro che viene analizzata in chiave didattica con un’ampia bibliografia, sicuramente preziosa per il lettore. La prima parte individua lo statuto epistemologico della chimica, la sua storia e il ruolo del suo linguaggio nell’insegnamento, dando un quadro dei capisaldi entro i quali muoversi per ragionare di didattica. La seconda parte del libro viene introdotta dal capitolo 4 che prende in esame l’insegnamento della chimica a scuola e all’università; questa è una novità di non poco conto in quanto, solitamente, la didattica viene considerata un mezzo, un modo per trasporre il sapere accademico ufficiale, dato per scontato e che non si discute, al mondo della scuola. Qui si ragiona alla pari, prendendo la didattica della Chimica come problema comune. Sappiamo tutti, infatti, che se vogliamo cambiare il modo d’insegnare usuale, prevalentemente trasmissivo e “autoritario”, come sostiene Kuhn[1], la discussione su come e cosa s’insegna deve nascere anche in ambito accademico. Allora, il capitolo 4 getta proprio un ponte fra scuola e università, disegna un interregno, una proficua zona di confine, promettente per gli sviluppi di tutta la scuola. A questo riguardo, a proposito cioè di quanto può essere efficace la contaminazione fra campi diversi, viene in mente la distinzione fra frontiera e confine che Richard Sennett delinea in L’uomo artigiano. Facendo riferimento alle pareti e alle membrane cellulari che si differenziano per la maggiore possibilità di scambio con l’esterno delle seconde rispetto alle prime, Sennett scrive: “In tutti gli ecosistemi naturali si possono trovare strutture analoghe alla parete e alla membrana cellulari. Gli ecosistemi hanno frontiere, che assomigliano alle pareti della cellula, e hanno confini che assomigliano alla membrana cellulare. Le frontiere possono delimitare un territorio da difendere, come il territorio abitato da un gruppo di leoni o da un branco di lupi, o la zona controllata da una banda e proibita alle altre … Il confine ecologico, invece, è un luogo di scambio, dove gli organismi diventano più attivi. Tale è la linea costiera di un lago: al bordo di acqua e terra gli organismi possono trovare molti altri organismi di cui nutrirsi”[2]. Sennett ricorda poi come, in ambito antropico, le mura delle città medioevali, nate come frontiere, si siano trasformate in confini attivi, quando ai loro bordi, sono nati piccoli mercati clandestini, o si siano popolati di proscritti e altri vagabondi[3]. Secondo Sennett, la sfida di noi esseri umani è trasformare le frontiere in confini, ossia luoghi di scambio, resistenze porose. Seguendo questa singolare chiave di lettura, diversi sono i luoghi di scambio che vengono evidenziati soprattutto nella terza parte del libro di Valentina, quella che è intitolata “L’apprendimento della Chimica lungo l’arco della vita (Lifelong learning)”: la chimica nella vita di ogni giorno, la comunicazione della scienza, l’immagine della chimica, i contesti non formali, i musei scientifici. In questi casi la disciplina viene a patti con altre strutture di pensiero (si pensi all’Etica), con altre organizzazioni (si pensi ai complessi museali), e modifica se stessa, cambia rotta, o chissà, preferisce tacere. Questi sono tutti ambiti in cui la chimica si confronta, si contamina con altre realtà diventando meno formale e forse più fruibile dai cittadini. L’autrice mette poi in luce, nell’ultima parte del libro, le possibilità, offre prospettive, documentando ciò che già esiste e riportando le buone pratiche, le piste di lavoro che sono sperimentazioni attuate nei diversi ordini di scuola e riflessioni su concetti fondanti per la disciplina. È evidente in questa, come nelle altre parti del libro, la passione e la competenza con le quali Valentina affronta le varie tematiche e come sa documentarle. Sicuramente questo è un libro importante per gli studenti che si stanno preparando all’insegnamento e per tutti i docenti, compresi quelli universitari, un riferimento, uno strumento che accompagnerà costantemente il nostro lavoro.

*Eleonora Aquilini, vive a Pisa e insegna Chimica nella scuola secondaria di secondo grado. Dal 1995 svolge attività di ricerca didattica nel “Gruppo di ricerca e sperimentazione didattica in educazione scientifica” del CIDI di Firenze. Attualmente è vicepresidente della divisione didattica della Società Chimica Italiana. È co-autrice del volume Leggere il mondo oltre le apparenze e ha scritto numerosi articoli riguardanti la didattica della Chimica e delle Scienze.

[1] Thomas S. Kuhn, La struttura delle rivoluzioni scientifiche, Einaudi, Torino,1999.

[2] Richard Sennett, L’uomo artigiano, Feltrinelli, Milano, 2009, pag. 217.

[3] Ibidem, pag. 218.

Un pensiero su “TRA FRONTIERE E CONFINI. Recensione

  1. Ho avuto modo di scambiare opinioni con l’autrice del testo, cui sono grato per gli spunti di riflessione che mi ha offerto.
    Ben venga un’opera di questo tipo ma, come ho acccennato all’autrice, la didattica della chimica deve fare molti passi avanti nell’affrontare il problema dell’insegnamento in caso di disturbi specifici d’apprendimento.
    Lungi dal provocare, voglio solo riportare alla ribalta un problema spinoso: quello dell’impostazione di un piano di lavoro efficace in classi frequentate ad esempio da ragazzi autistici o, caso completamente diverso, con deficit cognitivi.
    Se un allievo è muto e non si conosce il linguaggio dei segni, la comunicazione scritta può risolvere parte dei problemi ma in caso di deficit cognitivi o di autismo, come insegnare chimica coinvolgendo anche questi altri allievi e prevenendo loro potenziali emarginazioni?

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