Non è una guerra

 Salvatore Coluccia

Non è una guerra. Pochi resistono a questa tentazione iperbolica. In guerra, e noi siamo generazioni fortunate in questa parte del mondo, puoi essere ucciso da altri uomini e tu stesso puoi trovarti nella necessità di farlo. Qui è diverso, e non basta evocare il “nemico invisibile” per chiamarla guerra. Per quanto possa apparire inessenziale e leziosamente nominalistico, si deve riconoscere che è cosa diversa, altrimenti si rischia di deviare l’attenzione dalla ricerca delle cause e dalla costruzione di percorsi utili a ridurre i danni e, persino, attivare processi virtuosi.

È una epidemia, anzi, per la sua estensione, una pandemia scatenata da un virus che ha fatto un salto di specie passando da animali selvatici all’uomo. Ciò è avvenuto infinite volte. Quasi tutte le epidemie derivano da questi processi da sempre presenti in natura, da prima che apparisse l’uomo, trasferimenti di virus e batteri tra le specie esistenti nelle varie fasi di sviluppo e diversificazione delle forme di vita.

Tutto questo è noto ed è stato descritto molto bene da tanti scienziati e anche da alcuni giornalisti, e non saprei dire di più. E’ confortante la attenzione crescente alle informazioni scientifiche, fatto, finora, purtroppo inconsueto nel nostro Paese.

Voglio soffermarmi solo su alcuni aspetti, che rendono più comprensibile il presente e fanno pensare che il futuro potrebbe essere diverso.

Gli eventi epidemici sono prevedibili, e sono stati previsti, come segnalato infinite volte dai virologi. Non si può prevedere quando e dove, ma si sa che di queste epidemie in questi ultimi decenni ne sono scoppiate molte, con cadenze che tendono a ravvicinarsi. Alcune con sintomi e letalità spaventose, ma non sempre, fortunatamente, con grande capacità di trasmissione.

Proprio per questo l’Organizzazione Mondiale della Sanità e tutte le agenzie nazionali hanno, con regolarità, emesso delle linee guida per indicare alle autorità (Governi in primo luogo) preposte alla salute pubblica come attrezzarsi, indicando quali scorte di presidi sanitari predisporre, i comportamenti sociali e individuali da adottare, l’organizzazione delle strutture sanitarie ospedaliere e territoriali.

Tutto questo non eviterebbe le epidemie, ma ne ridurrebbe l’impatto garantendo reazioni tempestive.

Tutte le raccomandazioni sono state disattese in tutti i Paesi (con pochissime eccezioni), anche in Italia, e ciò si è aggiunto a un progressivo pluridecennale de-finanziamento del sistema della Sanità Pubblica, che tuttavia ancora in queste circostanze si è dimostrato l’unico presidio possibile in emergenze di queste dimensioni.

Così come non credo alla guerra, non credo agli eroi. I nostri operatori ospedalieri e territoriali sono stati “semplicemente” straordinari, così come lo sono stati in tutti questi anni di tagli dissennati, evitando il collasso del sistema e garantendo, nonostante tutto, un diritto universale quale è la Salute.https://sbilanciamoci.info/gli-investimenti-pubblici-nella-sanita-italiana-2000-2017/

Ma se questo è quanto è avvenuto, come può essere il futuro?

Fra i tanti, due aspetti meritano attenzione.

Il primo è un effetto purtroppo certo di questa pandemia: l’aumento delle diseguaglianze. Aumenteranno i disoccupati, i poveri, le differenze a scuola penalizzando chi non ha accesso alle tecnologie digitali e ha nella scuola anche un luogo, magari l’unico, di sicurezza e assistenza.

Il secondo è l’enorme quantità di risorse finanziarie che ora vengono messe in campo per garantire una adeguata capacità di spesa delle famiglie e una possibile ripresa di attività produttive. In altri paesi pare che siano ancora maggiori, ma comunque qui in Italia sono certamente grandi.

Sembra quasi che si stia o si intenda ora riversare nei vari settori e in vari modi quanto negli anni passati era stato sottratto alla Sanità, alla Scuola, alla Sicurezza Sociale, alle Opere Pubbliche per infrastrutture materiali (trasporti, strade, edilizia scolastica e ospedaliera, ecc.) e immateriali (accesso alle reti digitali), protezione del Territorio e Ambiente. Forse finalmente possiamo farci un’idea concreta di quanto ci sono costati quei presunti “risparmi” che, in realtà, altro non erano che alcuni tra gli strumenti di redistribuzione di ricchezza e di sua concentrazione in fasce sempre più ristrette di popolazione. Ricordiamolo, l’Italia è tra i Paesi in cui il divario tra ricchi e poveri è tra i più drammatici ed è crescente.

Non si può fare un corto circuito tra questi due temi, diseguaglianze e destinazione delle risorse? Certamente si può, e già si comincia forzatamente a farlo. L’assunzione di decine di migliaia di medici e infermieri, gli annunciati concorsi per insegnanti nelle scuole sono ottimi segnali. Permetteranno di immettere giovani appena formati e stabilizzare dipendenti che da anni sono in situazioni di demotivante precarietà. E’ questa la strada giusta.

Scuola, Formazione, Università e Ricerca

Salute

Ambiente e Territorio

Infrastrutture Materiali e Digitali

non sono solo Beni Comuni e di Valore Universale, sono anche le grandi occasioni di creazione di posti lavoro, le sole che potranno stabilmente accrescere l’occupazione e contemporaneamente dare concrete motivazioni per una coesione sociale che si è progressivamente smarrita a causa della precarietà delle condizioni di vita, colpevolmente aggravate da scellerate e divisive politiche del lavoro.

Queste sono scelte che si può decidere di adottare.

Ma sono appunto scelte, e come tali non includono tutto. Includono giustizia, solidarietà, parsimonia, sviluppo sostenibile.

Escludono avidità, ma includono un possibile Futuro, quasi certamente l’unico Futuro possibile.

9 pensieri su “Non è una guerra

  1. Caro Totò, mi ha fatto molto piacere leggere il tuo intervento, che condivido pienamente. Aggiungerei che molte risorse per sviluppare una società e un’economia sostenibile sarebbero disponibili se una volta per tutte si riuscisse a ridurre l’evasione fiscale, che potrebbe essere alleggerita da una riforma fiscale semplificatrice e fortemente progressiva.
    I nostri politici, amici degli amici (ricchi), hanno la fissazione di “ridurre le tasse”, ma tutte le proposte vanno esattamente nella direzione opposta non solo a quella degli interessi generali, cioè i tagli proposti, guarda caso, riguardano sempre chi pagandole vivrebbero tranquillamente lo stesso, ma contro i loro stessi interessi elettorali, perché la popolazione che non ha grandi risorse è molto più numerosa di quella dei privilegiati.
    A chi è interessato al problema delle disuguaglianze, suggerisco la lettura di un ponderoso saggio di storia economica, disponibile per ora solo in francese, che fa un’analisi molto “scientifica”, cioè basata su dati reali e non teorie preconcette:
    Thomas Piketty, Capital et idéologie, Éditions du Seuil, Paris, 2019.
    Nel libro sono anche presentate diverse interessanti proposte sulla gestione futura della società, basate su un discorso molto pacato e razionale.

  2. Concordo in tutto con te, Devolvev.
    Anni fa, complici il rettore di Economia (Carraro), il patriarca Scola, e il referendum incombente sulla privatizzazione dei servizi pubblici (si parlava di acque se ben ricordo), fu organizzato nell’auditorium generale un incontro/dibattito su i “Beni Comuni”. Ci andai dopo essermi documentato sul mitico paper “The Tragedy of Commons”. che petaltro fu nell’introduzione al dibattito illustrato e chiosato.
    Uscii con il chiaro concetto, che mai mi ha più abbandonato, che la vera tragedia delle nostre società è di avere dato il potere decisionale alla classe degli economisti, sottoponendo a loro i politici. Dal potere degli economisti (quelli liberisti, che erano allora e sono ancora ben seduti sugli scranni del potere) sono venuti solo sangue, sudore e lacrime (e sempre sarà così e peggio) per le classi subordinate, ed enormi vantaggi per le classi “dirigenti”, sia nel paese nostro che in tutto ikl resto del mondo (pochissime eccezioni).
    IIl problema è : una volta che ti sei sottomesso ad una classe chew detiene e manovra ecomnomia, proprietà e mass media, come si riprende il controllo ?

  3. Provo a dare una risposta parziale e provvisoria: nella storia recente le inversioni di tendenza nella distribuzione della ricchezza e del potere sono generalmente avvenute in vista o come conseguenza di grandi “disastri” come le due guerre mondiali. Per es. in Francia ed Inghilterra per es. le imposte progressive sono state approvate allo scoppio della I guerra mondiale, in tempi in cui il 10% della popolazione possedeva il 90% della ricchezza nazionale e controllava ovviamente anche la politica. Negli Stati Uniti è successo come conseguenza della Grande depressione del ’29. L’esito dei cambiamenti non sempre è stato felice, come la rivoluzione bolscevica, ma dove è prevalsa una politica “solcial-democratica” (in senso molto lato) ha consentito una “pausa” nello strapotere delle classi abbienti accompagnato (guarda caso!) ovunque da uno sviluppo economico mai visto prima. Quando è tornata a prevalere l’ondata neo-liberista promossa dagli economisti “Chicago Boys” che hanno influenzato i politici di allora (Thatcher, Reagan) l’ineguaglianza sociale ed economica è di nuovo aumentata e l’economia ha rallentato la corsa, per entrare in crisi nel 2008 e ristagnare fino ad oggi. Speriamo che la “botta”
    economica del Coronavirus faccia rinsavire la “classe dirigente”, che anche senza di essa ci stava conducendo spediti verso la catastrofe climatica.
    Potremmo approfittare del po’ di credito che è stato restituito agli “scienziati” per insistere, con appelli, iniziative politiche, appoggiando i giovani dei friday for Earth e le “sardine” e tutto quello che ci viene in mente per svegliare la gente.
    Dovremmo farlo comunque, anche se c’è il pericolo di finire come quegli economisti che avevano previsto la crisi del 2008, ma, secondo i nostri grandi luminari Giavazzi e Alesina, hanno avuto il torto di “non insistere abbastanza”, sono rimasti inascoltati e ci hanno pure rimesso la carriera.

  4. Cari Colleghi,
    grazie per le vostre considerazioni, che condivido totalmente.
    Aggiungerei solamente una chiosa riguardo al lavoro, non a caso elemento fondante della nostra Repubblica.
    Forse oggi dovremmo riconsiderare con minor supponenza, anche a sinistra, lo slogan – ormai di molto, troppo tempo fa – per cui si dovesse lavorare meno, ma tutti potessero farlo.
    Più che lavorare meno, direi lavorare meglio: con maggiore soddisfazione, col senso profondo dell’utilità sociale – non solo economica – del proprio ruolo, rovesciando il rapporto fra lavoro e capitale (questo al servizio di quello, non il contrario), in uno stato di effettivo equilibrio fra bisogni materiali e realizzazione delle persone (pensiamo, ad esempio, alla maternità/paternità).
    Il degrado del lavoro è stato sotto gli occhi di tutti fin dai primi anni duemila, ma gli occhi li abbiamo chiusi e non abbiamo difeso lavoro e lavoratori dagli attacchi sempre più accaniti degli ultraliberisti, e dalla sottovalutazione degli economisti compiacenti o ignoranti (la grande maggioranza). Eppure avevamo avuto esempi illuminanti, come quello di Olivetti…
    Forse è il lavoro l’aspetto più importante su cui ri-fondare oggi un nuovo patto politico e sociale

  5. Ottimo intervento Totò. Il grafico sugli investimenti pubblici nella sanità, che non avevo mai visto sui “giornaloni”, spiega tante cose. E’ il solito discorso italiano: spendere meno, poi … vedremo! E’ quello che (non) si fa per prevenire esondazioni, frane, crollo dei ponti, ecc. Lo stesso discorso vale per l’inquinamento (80 mila morti all’anno in Italia) e per il cambiamento climatico che giustamente qualcuno ha definito una pandemia al rallentatore, ma ben più pericolosa di quella dalla quale stiamo emergendo (si veda il bel libro La Giostra del Tempo senza Tempo di Carlo Cacciamani). Sappiamo che la soluzione è smettere di usare i combustibili fossili, ma c’è ENI che, come ha stabilito nel suo piano strategico alcuni giorni fa, continuerà ad accelerare la ricerca di fossili e ad aumentarne la produzione fino al 2026: perché poi l’anidride carbonica potrà essere ricatturata e imprigionata (CCS), cosa a cui nessuno scienziato serio crede. E c’è l’altra disgrazia italiana, Fiat, che ha spostato la sede in Olanda per non pagare le tasse in Italia e che ora vuole un aiuto dal governo italiano per continuare a produrre Jeep. E Berlusconi che, con Salvini, sostiene che la soluzione dei problemi è la tassa piatta, mentre in questo momento sarebbe il caso di mettere una patrimoniale, almeno di solidarietà. Ma, come tu dici, molti non hanno ancora capito che, solidarietà, sobrietà e sostenibilità ecologica e sociale sono la basi per l’unico futuro possibile. C’è questa grande fretta a tornare alle cose che facevamo “ieri”, cioè ad aumentare le disuguaglianze. Per fortuna il governo, col forte sostegno alle energie rinnovabili e il riconoscimento e messa in regola dei migranti clandestini, sembra andare nella direzione giusta.

    • Grazie Vincenzo per i tanti argomenti che introduci. Il merito del grafico sui Finanziamenti alla Sanità va a Claudio della Volpe, che è una vera miniera.

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