Scienza, dissenso ed opinione.

Luigi Campanella, già Presidente SCI

La covid 19 ci ha fatto vivere momenti veramente drammatici, ancora non del tutto superati, ma -come é stato più volte rilevato da più parti – ci ha anche insegnato qualcosa: che si può vivere senza inquinare, che abbiamo rubato troppo alla natura, che l’ambiente migliore ci fa apprezzare di più il fantastico mondo in cui viviamo, che la solidarietà ed il rispetto per gli altri sono basi irrinunciabili del vivere civile, che la messa a comune delle conoscenze consente di ridurre i danni di situazioni drammatiche come quelle attuali. La domanda che mi pongo è ora questa: la covid19 ha cambiato il rapporto del cittadino con la scienza? La salute, l’alimentazione, la sicurezza, la stessa economia sono valori che il cittadino percepisce bene, la scienza lo è parimenti?

Il metodo scientifico è metodo, non contenuto dei risultati delle applicazioni del metodo stesso: questo vuol dire che se il metodo è rispettato i risultati e/o la loro interpretazione possono essere diversi da fonti diverse. Parto da questa affermazione perchè è strettamente legata alla domanda: in genere quando il metodo produce conclusioni diverse da parte di scienziati diversi la scienza per il cittadino cessa di essere un oracolo?

All’inizio della pandemia la paura e l’emergenza hanno stimolato nel cittadini un atteggiamento di grande fiducia nella scienza, una sorta di convinzione della infallibilitá della scienza che ci avrebbe salvato e delle sue capacita a risolvere anche le situazioni più difficili. Quando la paura si è attutita, quando lo spazio concesso alla scienza dai massmedia é cresciuto come mai con.epidemiologi e virologi continuamente presenti sugli schermi-TV e soprattutto quando sono emerse differenze fra le loro comunicazioni questa fiducia é sembrata incrinarsi.

Si é cioè riprodotta nella contingenza la situazione che contraddistingue il rapporto fra scienza e cittadino nella vita di tutti giorni: la scienza è diffusore di verità o soltanto di opinioni?

Viene dimenticato nell’accezione comune che il dissenso fra scienziati non è manifestazione patologica, ma fisiologica del lavoro scientifico, capace anzi di alimentare il pensiero scientifico e stimolare la ricerca di nuove conoscenze.

Ma questo atteggiamento critico rispetto al crollo di una certezza è la palese dimostrazione di un analfabetismo scientifico di cui si soffre e questo ci riporta al tema vecchio, ma irrisolto, relativo al rapporto nella formazione dei giovani fra cultura umanistica e cultura scientifica che non può trovare una giustificazione nel rapporto fra grandi artisti.e grandi scienziati per il nostro Paese. La scuola e l’universitá devono contrastare questo analfabetismo che comporta pregiudizi e sedimentazioni che frenano la comprensione.di cosa realmente significhi metodo scientifico, integrazione fra conoscenza induttiva e conoscenza deduttiva,  fra teoria ed esperienza, ma anche integralità delle conoscenze per divenire cultura e per superare la fase della semplice primitiva informazione, impalpabile ed evanescente.

In assenza di questa formazione passare da un estremo all’altro nei confronti della scienza e degli scienziati diviene comprensibile. Da parte degli scienziati si contribuisce a questo vizio perseguendo atteggiamenti di colonizzazione di alcuni settori da parte di alcune discipline nella logica di una disarticolazione culturale che contribuisce a mantenere quello stato di analfabetismo

4 pensieri su “Scienza, dissenso ed opinione.

  1. quando fisici delle particelle irrompono, dall’alto della loro onniscienza, a fare modelli dell’epidemia e previsioni utilizzando dati del tutto inaffidabili e trascurando “dettagli” come il cambiamento del comportamento individuale con chi te la vuoi prendere? con gli umanisti o non piuttosto con quella yubris che alberga tra noi e che la comunità per una sorta di complesso d’inferiorità rinuncia ad emarginare?

  2. Grazie Luigi, molto lucido. Lo condivido in pieno, non solo nei contenuti, ma anche nelle intenzioni. Lo diffonderò

  3. Modestamente, mi permetto di condividere. Non è abdicare alla scienza, di cui si esprimono i concetti, tenere conto di “variabili” che in buona sostanza sono parte del quadro che si tenta di disegnare. Verranno descritte come variabili, possono far declinare la curva di un grafico in un senso o in un altro. Opinione è cose diversa

  4. Leggo nel sito web de il Sole24 ore del 31 maggio le affermazioni del prof. Zangrillo, direttore della terapia intensiva del San Raffaele di Milano, secondo le quali “Clinicamente il nuovo coronavirus non esiste più”. Al contrario, Franco Locatelli, presidente del Consiglio Superiore di Sanità, dichiara un “assoluto sconcerto per le parole di Zangrillo”, che potrebbero innescare comportamenti poco prudenti nei cittadini, mentre ancora la circolazione del virus non è cessata. Rimando all’articolo de il Sole24 ore per le argomentazioni dei due scienziati suddetti e di altri esperti. Mi auguro che questo dibattito possa servire per accrescere le nostre conoscenze sul covid19, tuttavia, soprattutto nel momento della riapertura dei confini regionali, le affermazioni sulla innocuità del virus dovrebbero essere fondate su studi scientifici condivisi dalla comunità scientifica e validati attraverso osservazioni riproducibili. Purtroppo, mi sembra che attualmente la distinzione fra malati e sani e fra portatori e non portatori di contagio nel caso di questo virus sia fuzzy, ossia piuttosto sfuocata. Anche se le conoscenze scientifiche sono il mezzo migliore di cui disponiamo per orientare le scelte della politica, bisogna ammettere la limitatezza di tali conoscenze rispetto alla complessità della natura.

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