Il pianoforte di Einstein

Claudio Della Volpe

Oggi è il 27 gennaio, il giorno della memoria e di solito abbiamo dedicato il post di questa giornata a ricordare qualcuno che si è immolato o non è tornato dai campi sterminio o dalla lotta partigiana. E di racconti ce ne sarebbero ancora più o meno conosciuti.

Tuttavia oggi vi ricordiamo una storia che non ha a che fare direttamente con la chimica ma con una parte della famiglia di Albert Einstein che viveva in Italia durante la II guerra mondiale e che subì la vendetta dell’esercito nazista. C’è in questa storia una sorta di testimone muto del suo tempo che è un pianoforte che fu regalato da Albert a sua sorella Maja.

Maja Einstein e Albert Einstein.

L’Italia ha sempre costituito un punto di attrazione ed interesse sul piano culturale per tutto il mondo; fu il primo paese a sviluppare i semi del capitalismo (basti ricordare che le cambiali furono inventate da Francesco Datini a Prato e che la prima rivolta sociale di stampo moderno si verificò a Firenze, la rivolta dei Ciompi, i lavoratori salariati appartenenti soprattutto alla pettinatura e alla cardatura della lana; il termine ciompi deriva infatti dal verbo “ciompare”, sinonimo di battere, picchiare, percuotere). Questa modernità si accompagnava col ricco lascito culturale della classicità greco-romana, una miscela che è risultata per secoli di enorme attrattiva.

Firenze in particolar modo ha svolto sempre un ruolo di attrattore in campo artistico e culturale.

Dunque non ci deve meravigliare se la sorella di Einstein, una insegnante con dottorato di filologia romanza, abbia deciso di venire ad abitare vicino Firenze col marito Paul Winteler, cittadino svizzero, avvocato e dilettante pittore.

Il motivo occasionale di questa scelta fu la perdita del suo posto di insegnante in Svizzera. Dovete infatti sapere che all’epoca in Svizzera alle insegnanti donne era prescritto il celibato. In seguito a ciò Maja e Paul rinunciano alle loro professioni e dapprima si stabiliscono a Lucerna, poi nel 1920, con pochissimi mezzi, vengono ad abitare vicino a Firenze.

Sempre con l’aiuto di Einstein i Winteler acquistano a Quinto, sulle pendici del Monte Morello una vecchia casa colonica che chiamano Samos’, perché li fa pensare alla mitica Grecia.

Monte Morello è l’unica altura degna di essere considerata tale nell’ampia conca dove giace la città di Firenze; durante la guerra Monte Morello fu il luogo di una delle più forti e sicure basi partigiane e teatro di numerose azioni di guerra, come la Battaglia della Fonte dei Seppi del 14 luglio 1944. Nei boschi del Monte Morello si svolse anche l’eccidio cosiddetto di radio Cora, una radio clandestina che teneva i contatti tra la resistenza toscana e le truppe alleate (Cora viene da “commissione radio” e fu fondata e gestita dal Partito d’Azione).

Oggi Quinto non è più un comune a se stante ma un sobborgo del comune di Sesto Fiorentino, diviso oggi nelle due zone di Quinto Alto e Quinto Basso. I nomi di queste zone vengono dalla loro distanza dal centro della città di Firenze.In questa mappa tratta da Google Maps vedete tutte le zone di cui parliamo; il Monte Morello è la zona montuosa immediatamente a destra (a Est) del Comune di Sesto Fiorentino.

L’osservatorio di Arcetri invece è sull’altro lato dell’Arno, immediatamente a sud di Firenze, ma i due lati della valle si vedono ovviamente; parecchio più a Est lungo il corso dell’Arno è situata la zona di Rignano sull’Arno che entrerà tragicamente nel nostro racconto.

Qui vediamo Firenze da Arcetri e sullo sfondo il Monte Morello sul lato opposto della valle dell’Arno.
In Germania a Warburg una città a mezza strada fra Colonia ed Hannover, la famiglia di origine ebraica dei Del Banco, originaria di Venezia e che per motivi legati alle persecuzioni antiebraiche così comuni in Europa si è spostata colà e ha preso il nome della città, fondandovi una propria banca, vive la sua vita ricca di soldi e di cultura. Dei due discendenti maschi della famiglia Abraham e Max, il primo appassionato di cultura cede la propria primogenitura al fratello ottenendone in cambio la promessa di appoggiarlo nella sua vita di studio. Entrambi realizzano ciò che volevano. Max diventa capo di un potente istituto finanziario e il fratello invece diventa uno studioso di fama internazionale con forti legami con Firenze (l’istituto Kunst, iniziativa mista dell’Istituto di Storia dell’Arte di Firenze e dell’Istituto Max Planck è frutto della sua attività di allora). La loro casa è frequentata dalla migliore gioventù tedesca fra cui Hans-Joachim Staude, figlio di un ricco commerciante amburghese, appassionato di pittura e Fritz Rougemont anch’egli precocemente interessato all’arte.
Sarà questi a spostarsi a Firenze dove inevitabilmente conosce la sorella di Einstein il cui marito è un pittore; entrambi lo accolgono nella loro casa del Monte Morello. In quella casa il piano forte ha un ruolo determinante costituendo il centro dei piccoli ricevimenti che vi si svolgono.
Presto arriva a Firenze anche Hans-Jo il quale ha comunque avuto il tempo e l’occasione di conoscere Albert Einstein a Lubecca, mentre Albert è già diventato premio Nobel e persona famosa.
Questo incontro, che è raccontato in vario modo ma che si è sicuramente svolto nel 1924, favorisce ovviamente l’amicizia fra Hans-Jo e Maja che prende il ruolo di “mamma” e protettrice di Hans-Jo. L’anno successivo Hans-Jo, dopo un viaggio a Firenze, decide di stabilirsi nella città; con il tempo il suo nome tedesco si italianizzerà in Anzio e così si firmerà anch’egli.
Rougemont torna in Germania dove svolge un ruolo importante nelle costituende iniziative culturali della famiglia Warburg.
Nel 1931 il vecchio pianoforte di Maja tira le cuoia e Albert, ormai genio tedesco riconosciuto in tutto il mondo, le regala un pianoforte nuovo di zecca che serve a continuare la tradizione delle feste in casa Einstein.
Le cose però iniziano ad accelerare; il movimento nazista prende il potere nel 1933, Rougemont , ahimè inizia ad interessarsi del movimento politico che ha preso il potere.
Einstein va in Usa a fine 1932 per una serie di conferenze, ma a questo punto, vista l’evoluzione politica della Germania, decide di non farvi ritorno e viene chiamato a Princeton.
Questo è interpretato dal regime nazista, come effettivamente è, una scelta di campo da parte del grande scienziato che diventa un nemico numero uno.
E qui dobbiamo citare un altro componente della famiglia Einstein che pure era stato attratto dall’Italia e vi si era stabilito, il cugino Robert. Egli prima si stabilisce vicino a Perugia, poi in una villa in campagna a Rignano sull’Arno vicino a Firenze, la villa del Focardo; era cugino di Albert e Maja, e viveva con la moglie Nina Mazzetti, le figlie Luce e Annamaria e le nipoti Lorenza e Paola Mazzetti, figlie orfane del fratello di Nina.
Le leggi razziali e l’inizio della guerra segnano un cambiamento enorme per tutti i nostri personaggi; la famiglia Warburg perde la gestione e la proprietà delle sue strutture finanziarie; il padre fugge in USA dove morirà.

Anzio si sposa con una sua amica d’infanzia e rimane in Italia ma viene richiamato al servizio militare, avrà alterne vicende ma riuscirà a sopravvivere alla guerra e continuare a fare il pittore.

Maja fugge dopo le leggi razziali in Svizzera da dove riesce a raggiungere il fratello in USA; non tornerà mai più in Italia; mentre il marito che è cittadino svizzero non ha il permesso di partire e rimane in Europa. Prima di partire lascia il nuovo pianoforte ricevuto in dono dal fratello ad Anzio e alla sua famiglia, che nel 1939 vivono a Firenze in via delle Campora, non lontano dall’osservatorio di Arcetri.

Fritz Rougemont diventato un convinto nazista muore in guerra.

La famiglia Einstein-Mazzetti.Nina e Robert Einstein

Nel 1944 in piena guerra e durante l’ultimo giorno di permanenza delle truppe tedesche nel territorio di Rignano (il 3 agosto) appena prima della rotta tedesca si scatena la rabbia.

Il cugino di Einstein, Robert, si da alla fuga qualche giorno prima, ma lascia la famiglia che si sente al sicuro essendo di nazionalità italiana, nella villa del Focardo dove vivevano.

I tedeschi avevano occupato la villa già da prima, intervengono ed uccidono tutte le persone con nome Einstein, ossia la moglie e le figlie di Robert. Poi bruciano la villa del Focardo (nel riquadro nero nella immagine seguente).

In un biglietto rinvenuto il giorno dopo la strage nel giardino della villa, si legge che i membri della famiglia erano stati condannati “in quanto rei di tradimento e giudei“. In realtà Cesarina Mazzetti, figlia di un pastore protestante, non era ebrea, e così le due figlie; l’unica loro colpa era di portare il nome Einstein. Lo conferma il fatto che furono risparmiate dal massacro le tre nipoti e le cugine, facenti parte dello stesso nucleo familiare, ma con un diverso cognome.

Era la vendetta contro Einstein.

Einstein fu informato quasi subito dell’evento. Robert si suicidò dopo qualche tempo ed è sepolto insieme alla moglie e alle figlie nel cimitero della Badiuzza.

Ringrazio per questa foto l’amico e collega Luca Pardi, chimico del CNR, che a lungo ha abitato vicino alla villa del Focardo.

Un monumento al cimitero della Badiuzza ricorda la famiglia di Robert Einstein.

Secondo quanto ricostruito dallo storico italiano Carlo Gentile, gli autori del massacro furono i soldati del 104º reggimento Panzergrenadier della Wehrmacht, alcuni tuttora viventi, sui quali la Germania sembra aver avviato le pratiche per indagare sulle responsabilità. L’ipotesi di reato è quella di uccisione di civili aggravata dall’odio razziale.

Lorenza Mazzetti, (divenuta poi artista di livello internazionale) nipote di Robert e Nina, è sopravvissuta alla strage e ne ha raccontato l’orrore in un romanzo autobiografico dal titolo Il cielo cade, pubblicato nel 1961 e da cui fu tratto anche un film, di omonimo titolo ed interpretato da Elisabetta Rossellini.

Il pianoforte dopo molti anni fu cercato dal figlio del matematico Michele Besso, amico di Einstein, che era divenuto erede di Samos, che però non se la sentì di riprenderlo a Anzio ed è rimasto alla sua famiglia dopo la morte di Anzio nel 1973.

Tuttavia il figlio di Anzio ha poi ceduto in comodato il pianoforte all’osservatorio di Arcetri nel 2015.

La foto che vedete in fondo mi è stata fornita dall’amico e collega Gianni Comoretto, astronomo in Arcetri.

Cosa ci insegna questa storia? Tante cose.

Per esempio ci fornisce prima di tutto l’idea dei forti e drammatici sentimenti che si scatenarono a cavallo della II guerra mondiale, dei contrasti che si generarono allora e della violenza che si scatenò. Ma anche del fatto che dopo tutto l’umanità è in grado di superare questi momenti e ritrovare un suo equilibrio. La scienza in un certo senso ci guarda dall’alto dell’osservatorio di Arcetri e ci fornisce il modo di analizzare e comprendere cosa è avvenuto: “e le stelle stanno a guardare”.

Ma è la memoria che ci serve per evitare per quanto possibile di ripetere quei drammatici errori. Einstein ha pagato duramente la sua scelta di campo e questo episodio ce lo mette in una luce che sinceramente non conoscevo, ancora più grande e drammatica. Ci fornisce una chiave interpretativa delle cose; la rabbia dei soldati che alla fine si vendicano contro Einstein ci fa chiedere: cosa sarebbe successo se Einstein non fosse fuggito dalla Germania? E ci fa anche pensare al ruolo decisivo che la scienza ha avuto in quel conflitto.

Se andate ad Arcetri andate a visitare l’osservatorio e soffermatevi davanti al pianoforte e se andate a Rignano sull’Arno portate un fiore sulla tomba della famiglia Einstein.

Un racconto molto dettagliato qui:

http://www.staude.it/biografia-it/il-pianoforte-di-einstein-una-cronologia/

Alcune informazioni sono tratte da wikipedia, la grande enciclopedia pubblica alle voci interessate.

Si veda anche l’inervista a Lorenza Mazzetti: https://www.youtube.com/watch?reload=9&v=gxo3WVR_vok

nella quale fra l’altro la signora Mazzetti dichiara che i rapporti fra lo zio Robert e l’esercito tedesco erano stati buoni fino all’arrivo di due che lo cercavano mentre lui non c’era e che dichiararono che sarebbero tornati; a questo punto la famiglia chiese allo zio di non tornare; ma tornarono i due e fecero quel che fecero.

2 pensieri su “Il pianoforte di Einstein

  1. Grazie Claudio, preziosa storia familiare che aiuta ciascuno di noi a ricostruire la dimensione “granulare” della tragedia del nazifascismo.

  2. Grazie. Farò leggere questa storia anche a mia figlia che ha 10 anni e alla quale, a scuola, hanno appena spiegato il significato del Giorno della Memoria.

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