L’effetto valanga

Mauro Icardi

Capita che a volte le notizie interessanti, o sui cui fare una riflessione, arrivino in maniera del tutto casuale.

Mi è successo recentemente, dopo che un’amica che per lavoro fa l’assistente di laboratorio in un istituto tecnico, mi ha domandato informazioni su un prodotto di uso comune nel trattamento delle acque reflue.

Cioè chi fosse il fornitore di un polimero in emulsione che avevo usato per una dimostrazione mostrando come si utilizzi per addensare i fanghi di depurazione, prima di sottoporli al trattamento di disidratazione, e a cui lei e alcune insegnanti avevano assistito.

Poiché che non mi tornava in mente la sigla commerciale del prodotto, ho telefonato ad un altro amico che conosco da anni e che lavora nell’azienda fornitrice.  E l’ho sentito abbastanza preoccupato e stanco. L‘ho invitato a passare a salutarmi un attimo, cosa che spesso fa vista la decennale conoscenza reciproca, ma ha declinato momentaneamente l’invito dicendomi  era piuttosto impegnato col problema del rialzo dei prezzi delle materie prime.

E,  in effetti ,la sua preoccupazione è decisamente motivata.  Cercando in rete ho scoperto che si sta verificando il fenomeno  della carenza di materie plastiche. Per chi volesse fare una ricerca avviso che il termine usato è shortage, ma per una serie di mie ragioni personali preferisco usare il termine in lingua italiana.

C’è una scarsità di plastica. Non per un ravvedimento green a livello planetario. Anzi, in tempi di pandemia le materie plastiche sono più che mai necessarie. Basterebbe pensare alle siringhe monouso per la vaccinazione anti covid. Ma le imprese oggi faticano ad approvvigionarsi al punto da essere costrette a fermare linee di produzione. 

Il problema è particolarmente critico in Europa. E a partire dal polietilene, quasi tutte le materie prime destinate all’industria di trasformazione della plastica stanno subendo rincari che sono arrivati anche a percentuali molto elevate (per avere un’idea il rincaro di polimeri a bassa densità è arrivato a toccare la percentuale record dell’81% secondo quanto evidenziato dai dati di Standard & Poor’s).

Nel giro di cinque mesi ci sono stati i rialzi di prezzo superiori al 40% anche per il polipropilene (Pp), che oggi costa più di 1.600 euro per tonnellata, e per it Pet delle bottiglie di plastica (polietilene tereftalato), mentre per il polistirene (Pp) il rincaro sfiora il 70%.

Le cause di questa situazione sembrano essere individuate in alcuni casi definiti di forza maggiore. In particolare l’ondata di gelo anomalo che ha colpito il Texas fermando la produzione nelle industrie petrolchimiche. A questo si devono aggiungere i rincari del prezzo del petrolio e dell’energia. Il petrolio in particolare che rispetto allo scorso anno ha subito un incremento di prezzo di oltre il 30%, dovuto ai vincoli imposti all’offerta dall’OPEC e alla domanda in rilancio. Altro problema è quello relativo alla logistica dei trasporti di container.

La disamina di tipo economico finisce qui, non sono un’economista e mi limito a fornire informazioni reperibili. Voglio invece fare qualche riflessione di tipo diverso.

Non è certamente la prima volta che si assiste a un problema simile a questo. Ricordo che nel 2008 si verificò un periodo di scarsità di acetonitrile, solvente tra i più usati per la cromatografia liquida ad alta pressione (HPlC).  L’acetonitrile è il sottoprodotto della sintesi dell’acrilonitrile. Quest’ultimo è un monomero usato per la produzione di vari altri polimeri sintetici, tra cui quelli che si utilizzano nell’industria automobilistica.

Il calo delle vendite di auto finì per ridurre la produzione dell’acrilonitrile, e conseguentemente i rivenditori di prodotti per il laboratorio non riuscivano più a reperire l’acetonitrile destinato ai laboratori chimici.

 Non so ancora se questa situazione “contingente” avrà ripercussioni sul settore del trattamento delle acque.  La preoccupazione del mio amico però mi induce a qualche perplessità. Nel trattamento dei fanghi si fa uso di condizionanti polimerici (polielettoliti).  In caso di carenze di fornitura si prospettano due soluzioni. La prima prevede l’uso di flocculanti di tipo diverso, sostanzialmente calce o cloruro ferrico, che però non otterrebbero lo stesso tipo di efficienza su fanghi  organici come quelli ottenuti dal trattamento delle acque reflue. La seconda opzione è quella più critica. Ridurre gli smaltimenti di fango dagli impianti lavorando con concentrazioni più alte in vasca di ossidazione, situazione che solitamente nel tempo porta ad un peggioramento della qualità delle acque scaricate.

Ovvio che sto facendo solo delle supposizioni. Ma sto riflettendo su almeno due argomenti. Il primo riguarda la chimica propriamente detta. Cioè, per definizione, la scienza che “studia le proprietà, la composizione, l’identificazione, la preparazione e il modo di reagire delle sostanze sia naturali sia artificiali del regno inorganico e di quello organico.”

Parto da questa definizione per toccare un tema spesso trattato in questo blog. Cioè l’avversione alla chimica. Eppure senza la chimica neanche la depurazione potrebbe funzionare correttamente. E la corretta depurazione delle acque ha avuto un impatto fondamentale e spesso non conosciuto sulla decisa riduzione di malattie infettive come il colera. Malattia che è molto legata alle condizioni igienico sanitarie, e che si correla storicamente al degrado sociale. La realizzazione di moderni impianti di trattamento delle acque reflue fu risolutiva per i problemi igienico-ambientali di Londra e Parigi a partire dalla fine del diciannovesimo secolo.

La seconda riflessione è di più ampio respiro. Questa scarsità di monomeri sta preoccupando gli addetti del settore di trasformazione delle materie plastiche per le ricadute immediate, per esempio sull’occupazione e sui tassi di redditività e profitto. Eppure leggendo gli articoli pubblicati che trattano di questa scarsità, non riesco a cogliere collegamenti che ritengo fondamentali.

Il Texas date le dimensioni territoriali ha una notevole variabilità climatica, ma non è certo conosciuto nel nostro immaginario come un paese abituato a tempeste che si potrebbero definire di tipo nord europeo.

Ed è stato messo in ginocchio piuttosto duramente da quest’ anomalia climatica. Passata l’emergenza, rimesse in funzione le linee produttive degli stabilimenti petrolchimici, rientrato il problema del rialzo dei prezzi (che le previsioni degli economisti collocano entro la fine dell’anno) probabilmente tutto sarà dimenticato. In maniera forse inevitabile, o forse colpevole.

Pochi credo riescano a immaginare quale potrebbe essere l’effetto valanga  che si potrebbe innescare, quando le situazioni contingenti  diventeranno a poco a poco stabili e continuative.

Ci sono sfide enormi che ci aspettano. Ma ancora oggi non siamo in grado di prendere decisioni non più rimandabili. Partendo da quelle di base. Che per quanto riguarda il mio orizzonte personale riguardano un nuovo tipo di gestione, un nuovo modo di considerare un impianto di depurazione. La definizione coniata è “bioraffineria”, e su questo blog ne ho scritto. Ma questo tipo di realizzazioni è solo uno dei tanti che occorre implementare. Avremo ancora necessità di polimeri, avremo ancora necessità di trasformare materia. Ma dobbiamo anche modificare profondamente  l’idea di avere a disposizione materie prime come da una fonte inesauribile. Trascurando troppo spesso  una serie di segnali, di diversa origine che ci stanno indicando che stiamo infilandoci  su una strada senza uscita.  E in un prossimo futuro l’effetto valanga potrebbe sorprenderci.  Cosi come narrato in un numero della rivista “Urania”. Forse qualche lettore potrebbe obbiettare che il riferimento ad un romanzo di fantascienza sia poco indicato. Ebbene ci sono centinaia di pubblicazioni più autorevoli che hanno cercato di insegnarci che non è possibile pensare di crescere infinitamente in un pianeta finito e con risorse che vanno gestite con saggezza, primo fra tutti il troppo bistrattato “I limiti dello sviluppo”*.  Ora si tratta di cambiare radicalmente, perché non rimane molto tempo a disposizione.

4 pensieri su “L’effetto valanga

  1. Ciao Mauro. Mi scuso per la possibile ingenuità del commento, ma se un aumento del costo delle materie plastiche petrolchimiche persistesse questo non darebbe un forte impulso al riciclaggio delle stesse e ai filoni di ricerca sui monomeri da biomasse?
    Ciao e grazie

  2. Cari tutti,
    il momento non è solo difficile sanitariamente, ma per tutte quelle variabilità che si sono innestate su questa. E, direi molto, anche per tutte le mosse speculative che ne son conseguite. Per esempio sull’ ascesa stratosferica (e giustificata in gran parte da condizioni di monopolio o di cartello quantomeno delle multinazionali del settore) dei costi di trasporto di gran parte dei beni che oramai vengono dalla nazione che abbiamo scelto di far diventare “l’officina del mondo”, ovvero la Cina.
    La considerazione di Robo mi sembra comunque valida, basterebbe possedere una classe imprenditoriale degna di questo nome per capacità di visione del futuro.
    A margine (mi scuso se sono un pelo out of topic), trovo sempre più sconfortante la sottovalutazione/denigrazione della ns scienza : il motto “meno chimica è meglio” oramai è consustanziale alla politica ed alla “cultura” che appare a tutti i livelli. Gli effetti sarebbero comici se non fossero tragici nelle conseguenze che si perpetueranno proprio con un “effetto valanga” negli anni a venire.
    Per dire : affermazioni sentite con le mie orecchie in questi giorni in radio e tv in programmi di divulgazione scientifica (!) :1. l’acetilene si produce facendo reagire l’acqua con carbonato di calcio; 2. il rosso cinabro è un pigmento, noto già ai romani, costituito da “solfito di mercurio”.

    Ed il guaio è che il “meno chimica è meglio” ha contagiato pure le Università ed i Dipartimenti Scientifici… per fare chimica servono laboratori, spazi, soldi… meglio robe teoriche, no ?

    stefano antoniutti

  3. Una risposta sia a Robo che a Stefano. Per il primo posso ricordare che quando ho iniziato a lavorare nel 1984, sei anni prima di iniziare il trentennale percorso nel settore del trattamento acque, ho lavorato per circa tre anni nel settore della gestione rifiuti. Nella piattaforma dove lavoravo ritiravamo i primi RAEE (rifiuti elettrici ed elettronici). Saremmo stati in grado di recuperare metalli preziosi già allora. Ma li destinavamo se non erro a una discarica estera (allora la Germania Est ritirava parecchio materiale), perché non esisteva un mercato per le materie seconde. Oggi l’American chemical society suggerisce di recuperare metalli preziosi dai fanghi di depurazione! Se ci muoveremo sarà per grattare non più il fondo del barile, ma della latrina, e forse perché non avremo alternative. Mentre prima non abbiamo avuto lungimiranza. Per Stefano: ho trovato in rete un filmato che suggerisce alcuni rimedi cosiddetti della nonna per pulire le pentole. a un certo punto in sovraimpressione ho letto che “si può usare anche la soda, che con LA SUA ACIDITA’ cosi come la coca cola può servire a pulire le incrostazioni dalle pentole…” Che altro dire, l’ennesima “perla” di una collana sterminata…

  4. Se ci preoccupa l’effetto valanga sulla chimica del carbonio che tutto sommato può essere mantenuta abbandonando il petrolio e partendo da materie prime rinnovabili (volumi permettendo) proviamo a pensare cosa succederà quando inizierà lo shortage dei metalli! In tal senso si veda “Critical raw materials for strategic technologies and sectors in the EU, a foresight study” (2020).
    Per calarsi in questo scenario in maniera divertente suggerisco di giocare online, nel pieno rispetto del distanziamento sanitario, o in famiglia su tablet o PC, al gioco “RAWsiko – Materials Aorund Us” gratuitamente sul sito:
    https://arraise.com/rawsiko/

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