Energia per l’Italia sul PNRR (parte prima)

ENERGIAPERLITALIA, coordinatore Vincenzo Balzani

Ospitiamo volentieri i commenti del gruppo Energia per l’Italia coordinato da Vincenzo Balzani

sul Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR); il testo sarà pubblicato in due parti.

Esso è comunque recuperabile integralmente da energiaperlitalia,

Bologna, 4 aprile 2021

Hanno contribuito alla stesura di questo documento: Nicola Armaroli, Vincenzo Balzani, Alessandra Bonoli, Sergio Castellari, Marco Cervino, Vittorio Marletto, Leonardo Setti

Riassunto

Il gruppo Energia per l’Italia (http://www.energiaperlitalia.it/) ha esaminato e commentato alcuni aspetti del PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza), con particolare attenzione ai provvedimenti centrali per una reale transizione energetica e alle azioni efficaci di mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici.

 A nostro parere il Piano non affronta adeguatamente gli obiettivi europei in materia di clima ed energia. Infatti, considerando le proposte di investimenti in nuove azioni in campo climatico (inclusa l’energia), non raggiunge la quota prescritta del 37% del totale dei fondi.

Notiamo che nel Piano manca una exit strategy dai combustibili fossili al 2050, cioè manca uno schema con cui agire concretamente per il passaggio all’energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili quale sole vento e acqua per applicazioni nell’industria, nell’agricoltura, nella climatizzazione degli edifici e ancor più nella mobilità pubblica e privata di persone e merci.

L’aumento di energia rinnovabile proposto nel PNRR (4,5-5 GW) è assolutamente insufficiente. La nuova potenza installata deve essere aumentata di un fattore 5x al 2026 (20-25 GW) e 10x al 2030 (40-50 GW). Con un capacity factor medio del 20% (FV + eolico) 50 GW corrispondono infatti a circa 90 TWh, cioè un quarto della domanda elettrica attuale.

Anche per raggiungere l’obiettivo europeo di -55% emissioni di CO2 al 2030 rispetto al 1990 è necessario nei prossimi 10 anni uno sforzo molte volte superiore rispetto a quello degli ultimi 30 anni, dato che dovremo ridurre le emissioni di almeno 160 milioni di tonnellate di CO2 eq rispetto alle attuali 390 nette.

Per questo è necessario da una parte semplificare ed accelerare molto le procedure di autorizzazione di impianti eolici in mare e in terra e di impianti fv a terra, su aree dismesse o da bonificare, dall’altra sostenere l’autoproduzione di fotovoltaico sui tetti con bonus di almeno il 65% in fattura.

Inutili o dannose invece le proposte PNRR di riportare in Italia la produzione di moduli FV, saldamente in mano alla Cina, o peggio di sostenere il carico di base della rete elettrica con il gas, quando invece la tendenza nel resto dell’occidente è di sfruttare al massimo i pompaggi idrici (oggi largamente inutilizzati) e puntare con decisione all’accumulo in grandi batterie, potenziando la filiera elettrochimica (meccatronica di precisione) in cui l’Italia vanta punte di eccellenza. Vanno abbattuti i costi di realizzazione dei punti di ricarica diffusa dei mezzi elettrici nonché le relative tariffe, mentre l’idrogeno va riservato in via esclusiva a settori specifici come il volo la navigazione e la siderurgia, dato che ogni altra applicazione delineata nel PNRR rasenta la follia energetica (usare 100 W per produrne 10).

Anche il tema cruciale dell’adattamento ai cambiamenti climatici è trattato in modo insufficiente nel Piano, mancando fondi adeguati per le aree urbane, una governance multilivello del tema resilienza che sia partecipata e integrata nell’esistente (es. settore risorse idriche), nonché uno schema di monitoraggio e valutazione delle misure attuate.

Sul tema dell’economia circolare sono scarsi i fondi previsti per gli impianti necessari a rendere autosufficiente ogni regione e provincia italiana per il recupero e riciclo di materie prime seconde. Anche qui le procedure di autorizzazione risultano troppo complesse e lente.

Essenziale puntare su istruzione e ricerca sia per infondere un’adeguata cultura della transizione energetica nella popolazione a partire dai giovani sia per colmare il grande divario che ci separa dagli altri paesi europei (l’Italia investe in ricerca solo 150 Euro annui per ogni cittadino, contro i 250 e i 400 di Francia e Germania, e ha solo 75.000 ricercatori contro i 110.000 della Francia e 160.000 della Germania).

Il gruppo disapprova fermamente l’approccio CCS (Cattura del Carbonio e Stoccaggio) sostenuto nel PNRR, elencando ben 12 ragioni di critica dello stesso tra le quali spicca l’indimostrata applicabilità del metodo alla scala necessaria e la sua efficacia reale, con il rischio di gravi ripercussioni sul territorio. Per gli stessi motivi disapprova sia l’idea di sfruttare il CCS per produrre dal metano il cosiddetto idrogeno blu, sia l’idea ministeriale di considerare imminente l’arrivo di energia illimitata da fusione nucleare, che contrasta con la storia ormai cinquantennale del settore. I fondi attualmente erogati alle fonti fossili vanno invece dirottati su tecnologie perfettamente consolidate come le rinnovabili (sole, vento e acqua) che in pochi mesi dal progetto, se autorizzate, possono produrre l’energia elettrica pulita indispensabile per raggiungere gli obiettivi europei al 2030 e la neutralità climatica al 2050.

Osservazioni su punti specifici del documento

Rivoluzione verde e transizione ecologica (Missione 2)

La transizione ecologica deve basarsi sul concetto di ecologia integrale, ben espresso nel capitolo 4 dell’enciclica “Laudato si’” di papa Francesco: ecologia ambientale, economica, sociale e culturale, per il bene comune e la giustizia tra le generazioni.

Siamo di fronte a un impegno senza precedenti, che appare quasi insormontabile, soprattutto in termini di urgenza. Ma occorre accogliere la sfida e avviare da subito la transizione necessaria.

A nostro parere l’ultima versione del PNRR non affronta in maniera adeguata gli obiettivi in materia di clima e energia delineati nel Quadro 2030 per il clima e l’energia e nel Green Deal Europeo e non considera pienamente i capisaldi delineati nella Guidance Europea (Commission Staff Working Document – Guidance to MS Recovery and Resilience Plans, 17.9.2020). Infatti, considerando le proposte di investimenti in nuove azioni in campo climatico (includendo l’energia), non si raggiunge la quota (come prescritta nelle Guidance Europee) del 37% del totale dei fondi.

Nel PNRR questi fondi sono pianificati principalmente per i seguenti obiettivi: contrasto del dissesto idrogeologico; gestione sostenibile della risorsa idrica; attuazione di un programma di riforestazione; miglioramento della qualità delle acque interne e marine. Sono invece scarsi i fondi assegnati per l’adattamento climatico.

1. Transizione energetica e sviluppo delle rinnovabili

Premessa

La transizione energetica dai fossili alle energie rinnovabili implica il passaggio dai combustibili alla elettricità come energia di uso comune. Produrremo quantità sempre maggiori di energia elettrica con fonti rinnovabili (Sole, vento, acqua). Dovremo estendere l’uso dell’energia elettrica nell’industria, nell’agricoltura, nella climatizzazione degli edifici e ancor più nella mobilità, perché i motori elettrici sono da 3 a 4 volte più efficienti dei motori termici. Dovremo sviluppare prevalentemente trasporti pubblici alimentati dall’elettricità, e quindi usare meno aerei, più treni, tram e autobus elettrici e costruire meno autostrade e più ferrovie. Dovremo smettere di fornire sussidi alle fabbriche di auto, soprattutto se di lusso, con motori a combustione e trasferire alle energie rinnovabili i sussidi di cui ancora oggi godono i combustibili fossili.

Purtroppo, notiamo che nel Piano manca una exit strategy dai combustibili fossili al 2050, cioè manca uno schema con cui agire concretamente.

Fotovoltaico ed eolico oggi sono le due tecnologie che forniscono energia elettrica ai costi più bassi, anche tenendo conto dell’integrazione con sistemi di accumulo. Nel mercato mondiale della nuova potenza elettrica installata hanno raggiunto una quota di circa il 70%, superando nettamente le tecnologie tradizionali basate su carbone, gas e nucleare. Il fotovoltaico converte la luce del Sole in energia elettrica con un’efficienza di circa il 20%, quasi cento volte maggiore dell’efficienza con cui la fotosintesi naturale converte la luce solare in energia chimica.

Sviluppo delle energie rinnovabili

Secondo il PNRR “Gli obiettivi fissati al 2026 sono rappresentati da un aumento di 4,5-5 GW della capacità di rinnovabili installata, al fine di supportare l’obiettivo del PNIEC per il 2025. In combinazione con gli impianti eolici, saranno progettati e installati impianti fotovoltaici galleggianti da 100 MW in un’area ad alto irraggiamento, aumentando così la produzione totale di energia.”

Questo aumento è assolutamente insufficiente. La potenza installata deve essere almeno 5x al 2026 (20-20 GW) e 10x al 2030 (40-50 GW). Con un capacity factor medio del 20% (FV + eolico) 50 GW corrispondono a circa 90 TWh, cioè un quarto della domanda attuale. Questo è il minimo necessario per raggiungere nel 2030 l’obiettivo UE di 2/3 di elettricità rinnovabile sul totale. Bisogna fare, dunque, uno sforzo ciclopico per non rimanere indietro. Il potenziale di eolico in Italia è di 16 GW, 9 dei quali già realizzati per cui ora dobbiamo andare a coprire aree complesse e a bassa accettabilità sociale. Quindi, bisogna sviluppare soprattutto il fotovoltaico. Gli impianti galleggianti per 100 MW previsti dal Piano sono ben poca cosa.

Anche considerando l’obiettivo fissato dall’Unione Europea di abbattere le emissioni del 55% al 2030 si capisce che è necessario un grande sforzo. E’ necessario nei prossimi 10 anni correre 9 volte più veloci di quanto fatto negli ultimi 30 anni nell’abbattimento dei gas climalteranti.

Pertanto bisogna semplificare le procedure per l’approvazione dei progetti di risorse rinnovabili e promuovere e finanziare adeguatamente impianti eolici e fotovoltaici offshore e a terra in aree dismesse o da bonificare (come le ex discariche chiuse e altre aree da riqualificare).

E’ anche necessario promuovere l’autoproduzione domestica e industriale per realizzare una rete capillare di piccoli impianti con benefici per i territori e per le famiglie attraverso la diffusione delle comunità energetiche

Se si considerasse un bonus del 65% sul fotovoltaico domestico, scontato in fattura, non sarebbe difficile rilanciare le installazioni su milioni di tetti, con grande risparmio in bolletta per le famiglie.

Altre osservazioni

–  Il Piano prevede di rilanciare la produzione di moduli fotovoltaici in Italia, una iniziativa inutile poiché il mercato di moduli fotovoltaici è saldamente in mano alla Cina. Questo non significa che tutta la complessa filiera produttiva del FV sia in mano alla Cina, come spesso viene affermato: è una filiera globale e interconnessa, come tutte le grandi filiere industriali (abbiamo visto in questi mesi quanto sia complessa e globale la catena produttiva dei vaccini).

– Nel Piano si parla anche di realizzare sistemi di accumulo termico abbinati a impianti CCGT, cioè turbogas a metano. Questi impianti vengono definiti strategici poiché permettono di avviare le centrali termoelettriche in modo più flessibile, cosa necessaria per sopperire a eventuali buchi di potenza in rete generati dalle rinnovabili. I sistemi di accumulo termico non sono altro, in realtà, che un’altra “invenzione” per mantenere attive le centrali turbogas e chiedere sussidi per garantire la stabilità della rete. A nostro parere il modo più flessibile per gestire questi buchi è quello di usare blocchi di batterie di grande potenza (400 MW), come stanno facendo in California; oppure, tramite pompaggi nelle dighe.

– In tutto il PNRR non c’è neppure un cenno sulla filiera dei sistemi di accumulo in batteria. Tutto il settore elettrochimico è stato trascurato, quando invece potrebbe essere un asse strategico considerato anche che in Italia abbiamo gruppi di ricerca di eccellenza in questo settore. La produzione delle batterie è “meccatronica di precisione” e in questo campo nel nord Italia ci sono eccellenti industrie.

– Sostenere la mobilità elettrica incentivando stazioni di ricarica non è strategico in quanto queste stazioni saranno certamente realizzate anche senza sussidi con l’aumento delle automobili circolanti. Occorre invece incentivare l’allacciamento delle colonnine in modo diffuso. Il 20% del costo di installazione (2500 euro su 14 mila euro, per una colonnina da 22 kW) è dovuto alla richiesta del contatore.

– La strategia sull’idrogeno, di cui si parlerà diffusamente in seguito, deve essere focalizzata soltanto su tre settori: aeronautica, nautica e grandi produzioni industriali. Treni e autoarticolati devono essere alimentati con elettricità implementando la rete di distribuzione per i primi e la rete di ricarica   veloce per i secondi.

– Non è strategico produrre idrogeno verde (con rendimenti non superiori al 30% e l’annesso consumo di acqua) per poi bruciarlo in centrali turbogas in sostituzione del gas metano. Questa è pura “follia” energetica, si avrebbero rendimenti complessivi del solo 10%.

– La produzione di idrogeno è nettamente in contrasto con la “Tutela del territorio e della risorsa idrica” tanto che nel Piano mancano scenari su quello che dovrebbe essere il consumo di suolo legato alla produzione di energia rinnovabile necessaria per produrre l’idrogeno.

2. Mitigazione degli impatti climatici

Il PNRR afferma (pag.13): “La transizione ecologica sarà la base del nuovo modello economico e sociale di sviluppo su scala globale, in linea con l’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite. Per avviarla sarà necessario, in primo luogo, ridurre drasticamente le emissioni di gas clima-alteranti in linea con gli obiettivi dell’Accordo di Parigi e del Green Deal europeo”. Per raggiungere questo obiettivo sarà necessaria una revisione del PNIEC

A pag.76 del PNRR si riportano le cifre della questione: emissioni nazionali di riferimento (1990) 516 MtCO2eq.; riduzione necessaria al 2030: -55%. Quindi al 2030 le emissioni non dovranno superare 516×0.45=232 MtCO2eq. Questo significa che in questi 10 anni occorre tagliare le emissioni di circa 160 MtCO2eq.

Sempre a pag.76 si evidenzia la grande occasione di finanziare un cambiamento di passo significativo: “Gli investimenti in cui si concretizzano le quattro componenti della missione Rivoluzione verde e transizione ecologica sono distribuiti su diverse linee progettuali per un ammontare complessivo di risorse pari a 68,9 miliardi di euro.” A tale proposito il PNRR rimanda a “ulteriori analisi pertinenti alla capacità di raggiungere con efficacia ed efficienza gli obiettivi PNIEC”. Tuttavia, non si parla del metodo con cui misurare la capacità di realizzazione dei “cantieri” che saranno finanziati.

Va dunque individuato e applicato un metodo capace di:

a) fare lo screening dei progetti (Rilevante/Non Rilevante ai fini dell’obiettivo di riduzione delle emissioni).

b) quantificare per i progetti Rilevanti il bilancio delle emissioni climalteranti dalla data di inizio di cantiere (i cantieri aumentano le emissioni rispetto a far nulla) fino al 2030.

Come apparato tecnico per l’individuazione del metodo di analisi e l’applicazione del metodo agli interventi indicati nel Piano possiamo suggerire SNPA

A margine, notiamo che il dimensionamento dei parchi agrisolari appare incongruente: “si punterà ad ottenere entro il 2026 una superficie coperta con pannelli fotovoltaici pari a 13.250 mq, tale da produrre 1.300-1.400 GWh a regime.”

3. Adattamento alla crisi climatica

A nostro parere i fondi pianificati per l’adattamento ai cambiamenti climatici (finalizzato ad accrescere la resilienza climatica del territorio, includendo i vari settori socio-economici, le infrastrutture e gli ecosistemi) sono veramente pochi

In particolare, è stata data poca attenzione al grande e trasversale tema del “climate proofing” con riguardo alla resilienza climatica e al tema della “perdita di biodiversità e degrado degli ecosistemi”.

Questo è evidenziato anche dagli scarsi fondi pianificati per la sostenibilità delle aree urbane – un tema molto complesso per il territorio Italiano che deve tener conto di sfide non solo ambientali, climatiche, energetiche, urbanistiche, ma anche di preservazione di importanti e unici beni culturali.

A nostro parere c’è il rischio di una non continuità nelle azioni proposte e finanziate dai Recovery fund dopo il 2026, in particolare proprio in merito alle tematiche di lotta ai cambiamenti climatici e alla perdita di biodiversità.

Questo rischio potrà essere amplificato dalla mancanza di una definizione nel PNRR di una governance unica finalizzata alla pianificazione e coordinazione dei progetti.

Questa governance dovrebbe:

a) integrarsi nelle strutture settoriali già esistenti (e.g., gestione risorse idriche);

b) applicare le varie modalità più efficienti di processi partecipativi;

c) fare buon uso di uno schema di monitoraggio/valutazione dell’efficacia nella attuazione delle nuove misure mediante consistenti ed efficaci indicatori.

Occorre infine finanziare tecnologie verdi per la resilienza urbana come strumenti indispensabili all’adattamento delle nostre città ai cambiamenti climatici, come viene fatto per tante città europee.

(continua)

Un pensiero su “Energia per l’Italia sul PNRR (parte prima)

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