Vongole di Chioggia e sostanze perfluorurate

Rinaldo Cervellati

Cheryl Hogue e Craig Bettenhausen hanno scritto su C&EN una lunga storia sulla rivendicazione dei brevetti per gli standard analitici dei composti per- e polifluorurati che riguarda anche l’Italia [1]. Per questo motivo mi sembra opportuno parlarne sul blog.

Gli standard analitici di riferimento, composti di purezza e concentrazione note, sono fondamentali per lo studio dell’inquinamento perché consentono ai ricercatori di determinare i livelli di contaminanti in campioni di acqua, suolo o tessuti e normalmente non provocano cause e processi. Di recente, tuttavia, il timore di cause per violazione dei brevetti ha impedito ai ricercatori di quantificare la contaminazione ambientale da parte di una sostanza perfluorurata persistente.

Questa situazione complicata coinvolge un produttore chimico con sede a Bruxelles, una società canadese di standard analitici, l’inquinamento da sostanze per- e polifluoroalchiliche (PFAS) in Italia e le complessità del diritto sui brevetti.

All’inizio di quest’anno, la società Solvay ha imposto alla ditta canadese di standard analitici Wellington Laboratories di cessare di produrre e vendere uno standard per C6O4, una sostanza chimica utilizzata per la produzione di composti PFAS commerciali. Solvay, che produce e utilizza C6O4 in Italia ma non lo vende, è titolare di brevetti sul composto e la sua sintesi in diversi altri Paesi. L’utilizzo di un reclamo per violazione di brevetto al fine di ritirare dal mercato uno standard analitico di riferimento è un fatto nuovo per gli esperti di diritto brevettuale consultati da C&EN. I chimici analitici temono però che questa manovra possa avere un effetto tremendo sugli sforzi per rintracciare le fonti di inquinamento.

C6O4 è il nome commerciale del perfluoro ([5-methoxy-1,3-dioxolan-4-yl]oxy) acetic acid, formula grezza C6HF9O6, la cui struttura è riportata in figura 1.

Figura 1.

Solvay ha registrato C6O4 nel 2011, ai sensi della normativa REACH (Registration, Evaluation, Authorisation, and Restriction of Chemicals) dell’Unione Europea. Nei documenti di registrazione, Solvay identifica la sostanza chimica come una sostanza intermedia di produzione che non è destinata al rilascio nell’ambiente.

L’azienda utilizza il sale di ammonio di C6O4 per produrre fluoropolimeri come il politetrafluoroetilene, che vengono utilizzati come rivestimenti antiaderenti su utensili da cucina e altri articoli a contatto con gli alimenti. Secondo il parere scientifico del 2014 dell’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare (EFSA): “Non vi è alcun problema di sicurezza per il consumatore se la sostanza deve essere utilizzata solo come aiuto alla produzione di polimeri durante la fabbricazione di fluoropolimeri prodotti in condizioni di alta temperatura di almeno 370 °C” [2].

Ma anche se il C6O4 avrebbe dovuto rimanere all’interno delle apparecchiature di lavorazione industriale, i funzionari della regione Veneto nel 2019 hanno trovato il composto nel Po, il fiume più lungo d’Italia. A monte del Veneto, l’area che defluisce nel fiume comprende parte della regione  Piemonte dove è in funzione un impianto di fluoropolimeri Solvay nel comune di Spinetta Marengo, in provincia di Alessandria. Il fiume sfocia nel mare Adriatico nel nord-est dell’Italia.

Solvay non è l’unica azienda che ha registrato C6O4 nell’UE. Anche un’altra impresa in Italia lo ha fatto, la Miteni, il cui stabilimento di Trissino (Vicenza), recuperava i fluoroeteri dai rifiuti industriali. Per anni, lo stabilimento ha lavorato materiali dallo stabilimento Chemours di Dordrecht, (Paesi Bassi). Nel 2017, i funzionari della regione Veneto hanno annunciato di aver trovato il dimero dell’ossido di esafluoropropilene (HFPO-DA), un composto perfluorurato, nei pozzi vicino all’impianto di Miteni. Questa sostanza è il prodotto dell’idrolisi del sostituto del PFOA prodotto da Chemours, un fluoroetere chiamato GenX. Nella carta di Figura 2 sono riportati i siti degli impianti Solvay e Miteni.

Figura 2. Cartina del Nord Italia

Solvay produce e utilizza C6O4 in uno stabilimento di Spinetta Marengo, vicino a un affluente del fiume Po, in Piemonte. Funzionari della regione Veneto, nel nord-est del Paese, hanno trovato la sostanza chimica vicino alla foce del Po. Hanno anche trovato C6O4 e un altro composto fluorurato nelle acque sotterranee vicino a una struttura Miteni a Trissino.

Miteni ha chiuso e un tribunale italiano l’ha dichiarata fallita alla fine del 2018. In quel momento, l’Agenzia Regionale per la Prevenzione e la Protezione Ambientale del Veneto ha appreso che l’impianto accettava rifiuti da Solvay, recuperava C6O4 e rispediva la sostanza a Solvay, afferma Sara Valsecchi, una ricercatrice dell’Istituto per la Ricerca sulle Acque dell’IRSA-CNR . L’agenzia ha anche scoperto C6O4 nelle acque sotterranee vicino alla struttura di Miteni, un’area idrologicamente separata dal fiume Po.

Un gruppo di 17 ricercatori italiani dell’Università di Padova insieme all’IRSA-CNR e all’Associazione Vongole Veraci di Chioggia, ha recentemente riportato uno studio sugli effetti del C604 nella vongola Ruditapes philippinarum esposta a concentrazioni realistiche ambientali della sostanza (0,1 μg/L e 1 μg/L) per 7 e 21 giorni. Inoltre, per capire meglio se il C6O4 è un’alternativa valida e meno pericolosa del PFOA, sono state studiate anche alterazioni microbiche e trascrizionali in vongole esposte a 1 μg/L di PFOA. I risultati indicano che C6O4 può causare perturbazioni significative al microbiota della ghiandola digestiva, determinando probabilmente la compromissione dell’omeostasi fisiologica dell’ospite. Nonostante le analisi chimiche suggeriscano un accumulo potenziale 5 volte inferiore del C604 rispetto al PFOA nei tessuti molli delle vongole, le analisi trascrizionali rivelano diverse alterazioni di profilo di espressione genica. Gran parte delle vie alterate, compresa la risposta immunitaria, la regolazione dell’apoptosi, lo sviluppo del sistema nervoso, il metabolismo dei lipidi e la membrana cellulare sono gli stessi nelle vongole esposte a C6O4 e PFOA [3].

In aggiunta, le vongole esposte al C6O4 hanno mostrato risposte dose-dipendenti, nonché possibili effetti narcotici o neurotossici e ridotta attivazione dei geni coinvolti nel metabolismo xenobiotico. L’articolo conclude infine che i potenziali rischi per l’organismo marino a seguito della contaminazione ambientale non vengono ridotti sostituendo il PFOA con il C6O4. Inoltre, la rilevazione sia di C6O4 che di PFOA nei tessuti delle vongole che abitano la Laguna di Venezia,  dove non ci sono fonti industriali di nessuno dei due composti, mostra una capacità della loro diffusione in tutto l’ambiente acquatico. I risultati suggeriscono l’urgente necessità di rivalutare l’uso di C6O4 in quanto può rappresentare non solo un pericolo ambientale ma anche un potenziale rischio per la salute umana poiché le vongole vengono coltivate commercialmente nel delta del Po (figura 3) e finiscono sulle tavole da pranzo, oltre che nelle uova di uccelli selvatici.

Figura 3. Visione del delta del Po.

Sara Valsecchi, che fa parte del gruppo di ricerca, intervistata da C&EN, a proposito del contenzioso sullo standard analitico del C604, ha affermato: “sicuramente rallenterà o fermerà le nostre indagini,  è un esempio di come i brevetti vengono utilizzati in modo improprio per impedire alle autorità e ai ricercatori di rilevare l’inquinamento e dimostrare il rischio di nuovi PFAS che stanno entrando nell’ambiente”.

Bibliografia

[1] C. Hogue , C. Bettenhausen, A tale of PFAS, pollution, and patent claims., C&EN news, 21 March 27, 2021 Vol. 99, no 11.

[2] AA.VV. Scientific Opinion on the safety assessment of the substance, Perfluoro{acetic acid, 2-[(5-methoxy-1,3-dioxolan-4-yl)oxy]}, ammonium salt, CAS No 1190931-27-1, for use in food contact materials  EFSA Journal 2014, 12, 3718.

[3] I. Bernardini et al., The new PFAS C6O4 and its effects on marine invertebrates: First evidence of transcriptional and microbiota changes in the Manila clam Ruditapes philippinarum.,

Environment International, 2021, DOI: 10.1016/j.envint.2021.106484

2 pensieri su “Vongole di Chioggia e sostanze perfluorurate

  1. Che le autorità di Bruxelles, tanto precise e pignole in troppi aspetti della legislazione non abbiano previsto l’ OBBLIGO di superamento della protezione brevettuale, o, meglio ancora, l’OBBLIGO per i produttori al fine di avere i permessi per portare sul mercato nuove e vecchie sostanze di mettere a disposizione delle autorità di controllo standard analitici certificati da enti terzi per i successivi controlli ambientali di quelle sotanze indica solo il livello incompetenza tecnica (o piuttosto di compromissione immorale) dei funzionari che i regolamenti li scrivono, e l’impreparazione dei politici che i regolamenti poi li votano.

    stefano antoniutti

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.