Biologico e biodinamico.

Luigi Campanella, già Presidente SCI

I due termini biologico e biodinamico, vengono artificiosamente confusi, anche se hanno significati molto diversi e soprattutto fanno parte di due mondi culturali diversi, quello della scienza il biologico, quello della non scienza il biodinamico.

Di fatto la domanda di prodotti agroalimentari ottenuti da un impiego meno intensivo della terra è in continuo aumento ed il biologico rappresenta in questo senso la nuova frontiera, una sorta di ri-orientamento della PAC (politica agricola comunitaria), ma anche un superamento dell’agricoltura industriale in favore di un recupero degli equilibri naturali persi in questi ultimi 50 anni e di una riparazione dell’agroecosistema. Ne guadagnano ambiente, consumatori e produttori. Non è un processo semplice, anzi richiede impegno e disponibilità da parte del produttore che deve mettere in previsione difficoltà organizzative e gestionali, un periodo di transizione a produzione ridotta, una maggiore possibile esposizione delle colture alle avversità parassitarie a causa della rinuncia al ricorso alla chimica di sintesi. Bisogna superare le paure per rese bio inferiori al convenzionale, per rese economiche meno convenienti, per una maggiore vulnerabilità alle malattie vegetali.

In linea con definizioni analoghe in altri settori possiamo parlare di agricoltura 4.0.

Ma l’impegno deve proseguire oltre il cambiamento: saranno necessari monitoraggi sull’adattamento del suolo, sul tasso di produttività, sullo stato di salute. I cambiamenti climatici già causa di tanti danni diventano un ulteriore problema in una fase di transizione. Tutti questi sforzi sono però compensati a regime; quando l’ambiente risulterà più sano, le denunce su alimenti non sicuri, quando non tossici, saranno diminuite, i consumatori dimostrerano con gli acquisti la loro accresciuta fiducia nei prodotti agroalimentari. Fino a qui il biologico.

Diverso il biodinamico che vede crescita delle piante e allevamento di animali come componenti interrelati, combinati insieme da pratiche spirituali e mistiche. In altre parole poca agronomia e molte pseudoscienze varie, che vengono equiparate al metodo scientifico del povero Galileo.

Si vede così preparare il terreno seppellendo in primavera, per rimuoverlo in autunno, un corno di mucca segato e riempito di polvere di quarzo oppure l’intestino tenue di un vitello riempito di fiori così da raccogliere le forze cosmiche. Che poi anche la biodinamica preveda pratiche comuni all’agricoltura biologica, quali la rotazione delle colture e le  colture di superficie, il ricorso a concimi non basati su composti di sintesi, ma  su materiali naturali, come il letame, la difesa della biodiversità è anche vero, ma è proprio da questo che nasce confusione e malinteso sui due termini.

Una curiosità riguarda la storia delle 2 pratiche: mentre la agricoltura biologica è propria del nostro tempo, quella biodinamica è più vecchia e risale ad un secolo fa, essendo nata più come attività filosofica che come pratica agraria, questa è stata vista come un’applicazione.

18 pensieri su “Biologico e biodinamico.

  1. Ottimo il chiarimento, però avrei sperato di non leggere la frase “il ricorso a concimi non basati su composti chimici, ma su materiale naturale, come il letame”… il letame non è basato su composti chimici anch’esso? Questa contrapposizione chimico vs. naturale (che poi è anche alla base di certa pseudoscienza) fatico a tollerarla nelle pubblicità figuriamoci su un blog di chimica…

    • facile sbagliare in un testo scritto in fretta; ho rimediato, ma credo il senso fosse chiaro comunque; è il tipico problema del linguaggio comune; sarebbe bastata anche una coppia di virgolette su chimico; è da ricordare che il letame non è solo un composto chimico sia pur complesso ma una struttura ecologica vera e proprio con microorganismi, batteri e virus incorporati che dipendono dalla sua origine.

  2. No Fabrizio,al di là di quanto giustamente dice Claudio,ti sbagli:c’era scritto “basato su composti chimici”il che vuol dire che la sua composizion è controllata,cosa che non avviene per una sostanza narturale come il letame che è quello che è e non ne puoi cambiare la composizione
    Luigi Campanella

    • A parte che sostanza naturale è ancora un’altra cosa… basato su composti chimici è ancora un’altra, e composizione controllata un’altra ancora. Piaccia o no la chimica è una, quale che sia l’origine di una sostanza…

      • Credo che la questione dipenda sempre dall’uso o meno di termini strettamente tecnici; il nostro blog NON intende essere ultrapreciso perché si pone all’interfaccia con un pubblico non necessariamente specialistico. Detto questo il letame tecnicamente potrebbe non essere definito una sostanza naturale, perché non ha una composizione uniforme, ma una materiale naturale si; è vero per il cotone chessò o per il legno sono materiali naturali ma non “sostanze” naturali; detto questo, che però è una finezza tecnica Fabrizio, mi appare invece sbagliato dire “Piaccia o no la chimica è una, quale che sia l’origine di una sostanza…”; non è del tutto vero la chimica di una certa sostanza non è perfettamente identica ma l’origine può essere tracciata proprio dalla diversa chimica (isotopi, impurezze e vettori nucleari di spin); ho analizzato l’argomento in un recente post. Nel testo Luigi ha già usato il termine materiali naturali (non sostanze naturali) che è preciso.

  3. Chiariamo meglio. il punto non e’ il cornoletame. Quella e’ una pratica che, a mio parere, equivale ( con aggiunte folkloristiche ) alla maturazione del letame che si effettuava ( e si effettua ancora in campagna). Purtroppo per la pratica agricola non basta e ci vogliono i fosfati e nitrati ( in vendita al consorzio agrario) che non presentano , per me nessun pericolo. Il problema e’ che il corno letame dopo la maturazione nel terreno formando “humus” viene poi diluito molte e molte volte ( come nella omeopatia) ritenendo , secondo la filosofia biodinamica e le stesse proprieta’. ( forma del ‘ acqua e baggianate simili).
    Il vero problema e’ che in molte rivendite i biodinamici sono anche una numerosissima serie di prodotti come formaggi vari, prosciutti, tonno etc. La descrizione dice che ” rispetta i cicli naturali” . Che vuole dire ? , Le stagioni ?. Non mi pare proprio. Si trovano tutti i prodotti sempre.

  4. G.mi
    avrei trovato questo link https://www.slowfood.it/scienza-e-biodinamica-nota-della-societa-italiana-di-scienze-biodinamiche/

    con una nota del 22 maggio 202,1che fornisce qualche informazione anche sulla certificazione: omissis” in giurisprudenza che un’azienda in Europa può fregiare sé stessa o i suoi prodotti col termine “biodinamica”, solo se è assoggettata al regime di controllo UE ed è controllata a tal fine dagli organismi terzi riconosciuti dal MIPAAFT, ai sensi dei regolamenti europei sul biologico” omissis
    quindi sembra che al minimo il prodotto biodinamico sia certificato in primis biologico”.
    bene discutere e documentarci.
    saluti
    MM

  5. Pur essendo intitolata a Santa Maria, l’antica frazione di Montebonello (MO) festeggia i santi Pietro e Paolo perché nel XIX secolo a fine giugno una tempesta si abbattè sulla subregione Del Frignano distruggendo le colture, ma salvò i campi di quella frazione. Non a caso sulle campane, non solo in quella frazione, sta inciso “a tempesta liberano s’“. Biodinamico, reminiscenza di quando agricoltura e religione erano tutto, di quando dopo aver fatto l’orto visi piantava in mezzo una croce, di quando per il Corpus Domini si facevano quattro processioni, una per ogni punto cardinale, cercando di raggiungere un altura Da cui benedire tutto il territorio circostante. oggi si selezionano piante resistenti alle malattie, si allevano insetti antagonisti dei parassiti, si dosano i nutrienti con la fertirrigazione è si proteggono i frutteti dalla grandine con i teloni. C’è tanta scenzaa in quello che mangiamo e anche tanti controlli, soprattutto in Italia.

  6. Buongiorno,
    da agrario mi fa piacere vedere che gli echi della penosa prova data dal nostro senato arrivino anche in blog non specialistici, ma vorrei far notare un ‘bias’ di fondo. Facile e ovvio evidenziare le fallacie del biodinamico, ma non mi pare rispondente a realtà accettare e rilanciare in modo acritico la questione della diffusione dell’agricoltura biologica. Non sarei per scontato che “Ne guadagnano ambiente, consumatori e produttori.” o che “Bisogna superare le paure per rese bio inferiori al convenzionale, per rese economiche meno convenienti, per una maggiore vulnerabilità alle malattie vegetali.”.
    Non si tratta di “paure”, ma è assodato che l’agricoltura biologica ha costi di produzione superiori e rese generalmente inferiori all’agricoltura convenzionale. Ne consegue che bisogna essere consci che l’approccio promosso a livello UE, biodinamica a parte, è basato sul presupposto inespresso che noi europei, essendo ricchi e pasciuti, possiamo permetterci di andare in quella direzione. Andrebbe però considerato che questo, a livello mondiale, potrebbe comportare una maggiore difficoltà di accesso al cibo da parte dei paesi poveri e probabilmente una maggiore pressione sull’ambiente in termini di maggiori superfici da mettere a coltura per produrre cibo ‘di qualità’.
    Esiste ampia bibliografia sull’argomento intensificazione vs estensificazione dell’agricoltura e effetti sull’ambiente, con conclusioni forse controintuitive.
    Anche un recente report dell’ USDA dell’anno scorso, da titolo “Economic and Food Security Impacts Green Deal” può essere illuminante sui possibili riflessi globali della futura politica UE.

    Non è infine qui strettamente aderente al discorso e non mi sogno di spiegare a chimici sensibili agli aspetti ambientali come la comunità di questo blog se sia meglio trattare una coltura con 4-6-8 kg di rame per ettaro e per anno (rame che è pilastro della frutticoltura/viticoltura biologica) o con prodotti di sintesi, più mirati e degradabili, ma anche andrebbe messo sul piatto della bilancia.

    Con stima per il lavoro di divulgazione che fate.
    Ivan Sartorato

    • Questa questione del rame è un buon punto di discussione concreta; cominciamo col dire che c’è un limite europeo e nazionale di 4kg/ha che deve essere rispettato nella media degli anni 2019-2025; detto questo e tenuto presente che la effettiva biodisponibiltà del rame dipende dal pH del terreno (maggiore nei terreni acidi) che in media ne contiene GIA’ alcuni mg/kg (o ppm) facciamoci due conti stechiometrici; 4kg di rame per ettaro se consideriamo che lo spessore interessato alle operazioni agricole è dell’ordine dei 40 cm e se usiamo la densità media del terreno 1600kg/m3 corrisponde a meno di 1mg per kg ossia meno di un ppm; i limiti per gl effetti del rame sono lontani ma lo sono ancor più quegli degli effetti sulle specie viventi; tutto ciò è molto più difficile e complesso da stimare per la maggior parte dei pesticidi usati nell’agricoltura tradizionale, in italia si stima si usino 130mila tonnellate di pesticidi corrispondenti secondo i dati ISPRA a 4.9kg di pesticidi per ettaro; quali sono gli effetti di questo uso che in alcune regioni come la mia (trentino) arriva a picchi di oltre 60kg/ha? sono che un terzo delle acque superficiali è inquinato da pesticidi oltre la soglia critica (sempre dati ISPRA) ; per non parlare dell’inquinamento da nitrati e fosfati nei mari circostanti la penisola; è chiaro che la agricoltura biologica è meno produttiva per il mercato per il singolo produttore ma inquina anche di meno , i prezzi sono più alti? ma caspita sono i prezzi agricoli normali ad essere disperatamente bassi e non remunerativi per il produttore, ma casomai solo per la grande distribuzione (basti pensare al pomodoro e alle arance del Sud) e soprattutto altera di meno lo stato dell’ecologia complessiva e dunque è meglio per l’umanità nel suo complesso; non è “la soluzione”, ma un ragionevole tentativo che a mio parere noi chimici DOBBIAMO apprezzare e cercare di far migliorare.Quel che vedo in questi giorni negli articoli che circolano è una diffusa disinformazione sul biologico; per esempio Fuso su Micromega se l’è presa con l’uso del Rotenone scordandosi che il rotenone è proibito da 10 anni in tutta Europa!!! Se questo è il livello della discussione la lotta alle cavolate del biodinamico appare come sparare sulla crocerossa mentre NESSUNO racconta sinceramente al grande pubblico lo sfacelo ambientale ed ecologico prodotto dall’agricoltura intensiva basata su una iperproduzione di carne per uso umano; la massa dei vertebrati terrestri è per il 98% (novantotto per cento ) dovuta a quella dell’uomo e degli animali domestici (tutti i selvatici lupo, orso leone tigre etc sono il 2%!!); ciononostante si spreca a man bassa nei paesi ricchi e ci sono centinaia di milioni di affamati e sottoalimentati non solo nei paesi poveri ma anche in quelli ricchi; basta per dire che l’agricoltura intensiva basata sul mercato è un fallimento? quanto al supporto economico dello stato vorrei sapere se il pubblico sa che TUTTE le agricolture tradizionali del mondo sono supportate dai rispettivi stati la nostra come quella USA e con fior di miliardi, se no gli agricolotori del mondo fallirebbero !! e infatti nei paesi poveri milioni di persone LASCIANO la terra e vanno in città. Insomma più spirito critico e più rispetto della realtà chimica ed economica; il biologico è una tecnologia da arricchire non da affossare, da migliorare non da combattere. Ringrazio Maria Minunni che con la sua segnalazione dimostra che molti comprendono le ragioni profonde del coltivare sostenibile. Bello e ben scritto l’articolo di Barberi.

      • Buongiorno,
        Con il mio contributo pensavo solamente di dare uno spunto di riflessione sull’agricoltura biologica che andasse al di là delle sensazioni immediate. Non mi pareva di aver sferrato un attacco all’agricoltura biologica in se, ma solo di aver indicato una possibile distorsione nella sua percezione da parte dell’autore del post.
        Dopo 22 righe di considerazioni generali ho, purtroppo, aggiunto un esempio del fatto che ‘bio’ non significa quello che tanti pensano, ossia che si faccia agricoltura senza alcun fitofarmaco o senza prodotti di sintesi, ma che le pratiche di difesa sono necessarie e ogni azione ha un impatto che va considerato sia nelle sue implicazioni dirette (‘inquinamento’ maggiore o minore di un intervento alternativo), sia nelle implicazioni generali di tipo ambientale, sociale ed economico. Questo pare aver scatenato una serie di argomentazioni puntuali e risentite del prof. Della Volpe, che pare rispondere a me, ma si infervora per contestare argomenti che non ho posto. Mi limito a far notare che secondo i dati riportati i kg/ha medi di fitofarmaci sarebbero intorno a 10 e non 4.9, se si considera una SAU di circa 13 milioni di ha e, dato che è stato fatto riferimento al bilancio dei nutrienti, che senza letame è molto difficile fare agricoltura bio.
        Tralascio infine un argomento classico del quale non ho mai capito la ratio, cioè quale sia la correlazione fra perdite e sprechi e il tipo di agricoltura praticato, ossia perché se si facesse agricoltura biologica su larga scale sparirebbero le citate distorsioni a livello planetario.
        Ivan Sartorato

      • Guardi ha ragione e la ringrazio dell’intervento; ho cercato di porre oltre alle risposte a lei anche argomenti più generali citati da Fuso o dalla senatrice Cattaneo; non so se poi riuscirò a far pubblicare un mio post sul tema, lo spero, ci vuole spazio per discutere di queste cose. Detto questo il numero che ho citato (4.9 kg(ha) è un dato ISPRA non l’ho calcolato io; se vuole le fornisco la sorgente, ma è facile da trovare in rete; non si può dividere la massa totale per la superficie perché i pesticidi si usano solo su parte della superficie usata, credo. La questione letame, certo il letame non solo serve ma è parte della questione; il letame non è un concime inerte, una massa di minerali è una struttura viva contenente batteri e microrganismi dunque non si può paragonare mediante il contenuto atomico; occorre tener conto di questo quando si parla di concimazione biologica; il letame è concime di riciclo ed è una entità viva che fornisce anche batteri e microrganismi non solo atomi e ioni, l terreno è una struttura ecologca non un supporto minerale. C’è un protocollo della coltivazione biologica che comprende tutti questi aspetti; poi ci sono leggi che limitano giustamente le quantità di letame spargibile sul terreno perché c’è COMUNQUE un limite di riciclo; con i concimi sintetici la questione è proprio questa che l’Umanità fissa altrettanto azoto che la natura tutta ma chi lo ricicla poi? NESSUNO. Idem col fosforo, anzi peggio perché ne scava molto più di quanto la natura ne estragga naturalmente, ma nessuno lo ricicla, i due cicli sono saltati da alcuni decenni. Una impostazione biologica o similare è diversa prima di tutto perchè NON HA COME FINE la carne, ma il cibo nel complesso, ha meno carne sul totale (e dunque spreca di meno per motivi di livello trofico, il famoso rapporto 1:10) e spreca di meno perché non mette sul mercato solo i frutti perfetti; io compro sistematicamente nei mercatini locali (chilometro zero) dove la frutta e la verdura possono essere anche imperfette, macchiate, difettate, ma son buone lo stesso.Non solo ma sono anche varietà LOCALI, spesso introvabiili altrove, ma adattate a quel clima specifico. Comunque ribadisco il biologico è un tentativo di fare diversamente non è con ogni probablità la soluzione, ci sono anche altri aspetti, per esempio l’uso di piante non annuali, come si faceva una volta; i romani coltivavano castagne, olivo e vite ; il grano lo importavano dall’Egitto; segni del loro modo di coltivare sono rimasti nell’agro campano o nocerino-sarnese con la coltivazione a cinque livelli, la vite tesa fra o che si arrampica sugli alberi e sotto gli ortaggi e altri prodotti, compresi gli animali che razzolano; i maiali che mi ricordo io mangiavano castagne o ghiande; capisce che questo modo di coltivare tipico della mia infanzia e del mio paese non è il più produttivo per il mercato ma è estremanente stabile ed evita anche di lavorare la terra ogn anno in profondità.

  7. G.mi
    segnalo l’articolo apparso in data odierna sul quotidiano La stampa al link:

    Fai clic per accedere a 836861826.pdf

    Offre interessanti spunti di riflessione sul tema ed è scritto dal Prof Paolo Barberi della Scuola di Studi Superiori Sant’Anna di Pisa
    Saluti
    MM

  8. Caro prof. Della Volpe,
    nessun problema, da quello che scrive traspare chiaramente un forte interesse per alimentazione e agricoltura e il suo stile di vita pare coerente.
    Per quanto mi riguarda se anche solo un lettore avesse voglia di cercare il tipo di lavori a cui accennavo sul dilemma intensificazione/estensificazione dell’agricoltura e relativi effetti a livello globale ne sarei più che soddisfatto, non sto difendendo un partito.
    Come accennato e come scritto anche da lei, non è questo il luogo per approfondite discussioni tecniche e ci tocca soprassedere, ma mi permetta un chiarimento sui reciproci conteggi. Io ho rapportato le quantità da lei indicate di fitofarmaci distribuiti in Italia, dato che pare corretto, con la Superficie Agraria Utilizzata (SAU), che in Italia ammonta a circa 13 milioni di ha, arrotondando per semplificare. 130 milioni di kg diviso 13 milioni di ha fa appunto circa 10 kg/ha in media, raddoppiando quindi il dato di 4.9 kg/ha che lei riportava, ossia lavoravo per lei! Se poi si dividesse per la superficie effettivamente trattata, dato che su prati e pascoli permanenti e su superfici improduttive in genere non si distribuisce nulla, il dato medio aumenterebbe ancora. Si è già scritto che i dati quantitativi di per sé dicono poco se non pesati per l’effetto ecotossicologico, ma per omogeneità di approccio debbo comunque far notare che 4 kg di rame metallico da lei citati corrispondono a circa 20 kg di prodotto applicato, per cui sono già 20 i kg di poltiglia bordolese da “confrontare” con le quantità di formulati commerciali dei fitofarmaci di sintesi usati in agricoltura convenzionale, meglio se limitando questi ultimi ai soli prodotti antifungini, com’è la poltiglia bordolese.
    Ivan Sartorato

  9. sul numero 4.9 credo che la cosa potrebbe dipendere dalla definizione di pesticidi; le 130mila ton si riferiscono probabilmente a tutti i tipi di sostanza pesticidi, erbicidi e così via; mentre nel rapporto sui pesticidi di ISPRA i pesticidi sono SOLO i pesticidi veri e proprii, dunque per capirci senza erbicidi ; il sito che dice lei non lo conosco ma me lo guardo; il fatto è che pochi hanno idea delle conseguenze ecologiche su scala macroscopica dell’aver sballato i cicli dei principali elementi; il 16% in più di carbonio in atmosfera ad ogni ciclo ci ha dato il GW, con un valore atuale dii accumulo che è 410/280, un eccesso del 46%; il raddoppio della fissazione di azoto e l’eccesso multiplo di P ci ha dato un quantità di dead-zones, zone morte oceaniche ossia zone di ipossia oceanica (ossigeno disciolto a <2 mg/kg acqua) di cui si parla poco ma che sono centinaia e coprono le coste del Baltico, dell';atlantico americano compreso il golfo del Messico e il mar della Cina; il calcolo della produttività agricola dovrebbe considerare questi effetti; non si può come fa il sito da lei citato dire si usa sempre meno superfcie e dunque la si deve usare più intensivamente; si dovrebbe mettere in conto il costo ecologico ed economico dell'uccisione dell'oceano poniamo; non solo quanto viene a costare al singolo agricoltore il prodotto; e quanto viene a costare all'ecosistema? al momento non ci accorgiamo se non indirettamente; ma sta di fatto che in Europa sono morti o scomparsi il 75% degli insetti volanti; quanto ci costa ciò? non si tratta di agricoltura si tratta di sopravvivenza della rete ecologica che è già fortemente compromessa; come nel racconto del lago che si ricopre esponenzialmente se ci si chiede quando sarà ricoperto a metà e ce ne accorgeremo tutti, la risposta è : il penultimo giorno. Allora sarà troppo tardi per fare qualcosa.

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