Afghanistan e i soldi per fare la guerra

Luciano Celi*

Reduce dal “discorso alla nazione” di Joe Biden finito qualche ora fa, e trasmesso in diretta anche alla nostra di nazione, ascolto, basito, la cifra che è costata ai soli Stati Uniti questa guerra ventennale: 300 milioni di dollari al giorno, tutti i giorni, per 20 anni. In un anno sono 109,5 miliardi di dollari che, moltiplicati per 20 anni, fanno 2109 miliardi di dollari o, nell’uso statunitense, 2,1 trilioni di dollari (approssimando per difetto).

Quante altre cose si possono fare con tutti questi soldi, con uno sforzo economico così ingente? Fatico a scegliere, ma essendo diciamo “sensibile” alla questione energetica e quindi alla sua auspicata e auspicabile transizione, per non far bollire noi stessi di effetto serra e per offrire un po’ di giustizia e di equità sociale (che, ce lo dimentichiamo troppo in fretta, passa soprattutto dall’energia – perché le guerre si fanno soprattutto per questo…), scelgo questo: la transizione energetica.

Allora faccio due conti della serva, basandomi sulla mia modesta esperienza personale. Nel 2019 ho installato un impianto fotovoltaico sul tetto di casa mia della potenza (di picco) di 6 kW, con delle batterie (con capacità di accumulo di 7,2 kWh) per essere – a queste latitudini – quasi indipendente dal gestore dei servizi elettrici (GSE) per quasi tutto l’anno (certo: d’inverno, con giornate corte e magari piovose, un po’ di corrente la chiediamo, per carità… ma è proprio poca e le mie bollette in sostanza consistono di fatto in oneri fissi di allaccio alla rete, senza contare quella che in rete ributtiamo e che quasi regaliamo, visto che viene ripagata praticamente nulla).

Da utente finale, grazie agli incentivi che c’erano all’epoca (sostanzialmente fiscali), la detrazione, anziché essere fatta nei 10 anni a venire sulla dichiarazione dei redditi, poteva essere ceduta tutta e subito alla ditta che ha eseguito l’impianto, così per un impianto “chiavi in mano” dal costo nominale di 15mila euro, ne ho spesi esattamente la metà, 7,5 e lo sgravio fiscale che mi sarebbe toccato nei 10 anni successivi l’ho, appunto, ceduto all’azienda (si chiama “cessione del credito”, appunto). Non ho crediti da vantare, ma ho avuto un formidabile sconto subito.

Continuiamo col conto: diciamo quindi, per approssimare e farla semplice, che anziché 7mila e 500 euro ne ho spesi 6mila (magari i costi si sono ulteriormente abbattuti in questi due anni e io sto parlando sempre da utente finale…) e quindi posso fare una equivalenza del tipo mille euro per kW installato, “chiavi in mano” (cioè a impianto funzionante). La ditta inoltre mi garantisce, da contratto a queste latitudini (vale a dire “circa” centro Italia), una produzione annua di 7.200 kWh (per i primi 5 anni, poi ci sarà senz’altro una flessione nel rendimento dei pannelli, ma queste flessioni sono molto contenute). Il cambio euro/dollaro di oggi è 1:1,18 ovvero 1 € = 1,18 $. Compensiamo la stima per difetto di prima (1 kW installato = 1000 € e quindi per installare 1 watt ci vuole 1 €) con quella in eccesso di adesso, dicendo che il dollaro è uguale all’euro, in un rapporto 1:1, così la cifra dei 2,1 trilioni di $ diventa di 2,1 trilioni di €. Ma solo per fare i conti pari e “spannometrici” (e, per carità, teorici: a queste “scale” ovviamente gli investimenti dovrebbero essere strutturali – e i costi si abbasserebbero ulteriormente…).

Insomma con questi soldi la potenza installata potrebbe essere quindi di 2,1 trilioni (2,1 * 10^12) di watt che, ipotizzando Pisa (dove vivo) caput mundi con una produzione annua minima come quella garantitami (7.200 kWh/anno che risulta sicuramente più elevata anche solo spostandosi in sud Italia) significa 2.530.800.000.000.000 (1) (due miliardi e cinquecentotrenta milioni e ottocentomila… miliardi di) Wh, ovvero 2.531 TWh (terawatt/ora – il prefisso “tera” = 10^12) all’anno.

Il bombardamento della raffineria iraniana di Abadan fu tra gli eventi che aprirono la guerra tra Iraq e Iran nel 1980. https://aspeniaonline.it/la-geopolitica-della-transizione-energetica/

Sapete qual è stata la domanda di elettricità nazionale per il 2019 (il 2020 non l’ho preso in considerazione essendo un anno comunque anomalo per il lockdown pandemico)? 316,6 TWh (a questo link la fonte del dato), ovvero un ottavo di quello che – ipotizzando di poter investire tutti i soldi della ventennale guerra in Afghanistan in qualcosa di utile come la messa in opera massiva di pannelli solari – questa potenza installata avrebbe potuto produrre. L’avremmo fatta la transizione energetica in Italia? No, ne avremmo fatte 8!!!

Ma vediamo questo dato per gli Stati Uniti che, sempre nel 2019, ha avuto un consumo di 3.955 miliardi di kWh (a questo link la fonte del dato), quindi 3.955 di TWh. Ecco, qui non ce l’avremmo fatta a coprire il fabbisogno complessivo, visto che 3.955 è superiore a 2.531, ma una bella mano se la sarebbero data pure loro e stiamo pur sempre parlando di una delle prime potenze mondiali (diciamo la prima insieme alla Cina)!

Questo solo per citare la prima cosa che mi è venuta in mente – ma che sarebbe una cosa di vitale importanza per sfuggire alla trappola energetica nella quale ci siamo cacciati, visto che dipendiamo ancora oggi per oltre l’80% da fonti fossili e atmosfera, mari, oceani e terra non ce la fanno più ad assorbire anidride carbonica.

E tutto questo senza contare le vite umane. Perse. Per sempre. Valore? Non monetizzabile, infinito, fuori scala. Siamo veramente animali di una stupidità formidabile!

(1) per ottenere questo numero ho diviso i 2,1 TW per 6 kW – la dimensione del mio impianto – a cui però equivale la “produzione garantita” di 7.200 kWh/anno.

*Luciano Celi , già macchinista di treno, ha conseguito una laurea in Filosofia della Scienza (Università di Pisa) e un master in giornalismo scientifico presso la SISSA di Trieste. Nel 2013 un secondo master di I livello in tecnologie internet. Nel giugno 2019 ha discusso la tesi di dottorato in Ingegneria Energetica con una tesi sull’EROEI delle compagnie petrolifere al DICAM dell’Università di Trento. Oggi collabopra a coordinare la comunicazione scientifica presso l’area della ricerca di Pisa del CNR. E’ anche responsabile di una piccola casa editrice (Lu.Ce. edizioni) che ha pubblicato titoli di notevole interesse.

12 pensieri su “Afghanistan e i soldi per fare la guerra

  1. Caro Luciano, sono contenta di leggere un tuo scritto e vorrei commentare due punti, sperando di non infastidire il nostro moderatore. Il primo è relativo ai costi. Nel 2008 a Trento sul tetto di casa mia ho installato un impianto simile al tuo: costo 20keuro ed alto rendimento del cambio sul posto. Nel 2013 i miei genitori hanno fatto lo stesso: costo 8,5keuro e più basso rendimento del cambio sul posto. Quest’anno sta facendo similmente mio figlio: costo previsto circa 8keuro e nessun rendimento per lo scambio sul posto, tant’è che sta pensando ad una batteria. Quindi i 15keuro citati non mi tornano, ma deve essere una questione tecnica e quand’anche non lo fosse almeno ne beneficerà qualcuno in termini di maggiori stipendi.
    Il secondo punto è relativo alla chiusa del tuo scritto: la chiamata di correo di tutti alla “stupidità” di quelli che hanno gestito per 20 anni la guerra in Afghanistan. Spiegami: io (te e moltissimi altri) mi comporto virtuosamente e devo essere assimilata ad un animale, per di più stupido?
    Capisco che un artificio retorico, ma mi sembra fuori luogo anche perchè non solo offende la mia intelligenza, ma anche quella di chi questa “stupidità” l’ha perpetrata e continuerà a perpetrarla.
    Davvero credi che la mia, la nostra logica, i nostri punti di vista possano essere esattamente quelli di chi, 1% della popolazione, ha bilanci economici che mi è anche difficile stimare e che può controllare le forze militari? Pensi davvero che chi mette su un esercito della consistenza di quello della NATO, lo faccia solo perchè è stupido? In un’eventuale eliminazione/riduzione dell’essere umano, “animale stupido”, chi pensi sopravviverà il virtuoso o lo “stupido”?
    Scusami la lunghezza di questa riflessione scritta d’impulso, ma ormai per me è ineludibile, altrimenti mi sentirei davvero “stupida”.

    • Cara Rosa, che dire?
      La “stupidità” – per come la intendo io (e soprattutto per come la intendo in questa mia riflessione) – è quella cosa collettiva e statistica “alla Trilussa” (hai presente la sua poesia sulla statistica? La trovi qui: https://www.poesiedautore.it/trilussa/la-statistica e dice in sostanza che se uno mangia due polli all’anno e l’altro ero, la media è di un pollo a testa…), quella per la quale cioè, la somma dei comportamenti dei singoli fa abbassare la media generale. Insomma un amico (e “mio” autore per Lu::Ce edizioni), Jacopo Simonetta, ecologo diceva, neppure troppo provocatoriamente, che gli esseri umani spesso manifestano comportamenti contrari alla maggior parte degli insetti, che mostrano tipicamente una forte “intelligenza collettiva” (in alcuni casi si arriva a parlare di “superorganismi”) ma, se presi singolarmente, spesso non sono capaci di fare nulla e muoiono fuori dalla propria colonia. Ecco, noi umani, spesso facciamo il contrario: se presi singolarmente manifestiamo una forma di intelligenza anche notevole in certi casi (in certi altri no…) che sembra svanisca quando siamo all’interno di un gruppo le cui dinamiche sono del tutto differenti – pensa solo a quanta gente muore negli “eventi collettivi” (di qualunque natura: sportiva, religiosa, di svago) in cui si accalcano migliaia di persone…
      Spero di aver chiarito il senso in cui intendevo la stupidità, che è fenomeno diffuso, “medio” e per altro ineludibile (in generale). Poi chiaro: quell’1% di cui parli e coloro che gli eserciti li comandano e li mettono su forse stupidi non sono o forse lo sono comunque se si allarga appena un po’ lo sguardo al di là dell’interesse particolare, perché alla fine violenza porta violenza e non se ne esce (o se ne esce a caro prezzo: gli Stati Uniti ne sono davvero usciti vincitori da questa storia – al netto dei soldi spesi? A me francamente non pare, così come non accadde in Vietnam…). Ovvio che il mio dichiarare stupido il Sapiens non voleva essere lesivo della dignità di nessuno: parlavo in generale (poi ci sono anche molti esempi particolari che si possono fare, per carità…).
      Grazie per l’attenzione.

  2. Questo interessante intervento su come si potrebbero investire meglio i soldi spesi in armamenti, fa pensare a quanto, da questo punto di vista, siamo rosee le prospettive per l’Italia, con un Ministro della cosiddetta transizione ecologica che è stato, sino a poco fa, responsabile tecnologie e innovazione della società del settore difesa e aerospazio Leonardo. Sarebbe molto interessante capire cosa si intende con “difesa e aerospazio”, dato che secondo Il Sole24 Ore, Leonardo è al 12esimo posto nella classifica mondiale dei venditori di armi, con un fatturato (nel 2020) di 11,11 miliardi di dollari, pari al 72% del fatturato globale del gruppo (vedi: Vendite armi senza crisi:Lockheed Martin al top, Leonardo 12esima – Il Sole 24 ORE).
    Forse è una chiave di lettura del perché ad un tale Ministro stiano antipatici gli ambientalisti, sui quali ha recentemente espresso giudizi decisamente poco simpatici durante la “scuola politica” di Italia Viva.

  3. Egregio Dott. Celi,

    Innanzitutto le esprimo i miei complimenti per il suo post che affronta un tema di grande interesse e di notevole attualità.

    Tuttavia, mi permetto garbatamente di rilevare quelli che in base alla mia modesta opinione sembrano essere due errori di fondo, il primo è più squisitamente tecnico, mentre il secondo è più di natura filosofica-economico-sociale:

    1) La prima osservazione che mi è venuta in mente leggendo il suo post è che l’installazione di potenza elettrica mediante pannelli fotovoltaici (per quanto sia un investimento pregevole e apprezzabile) coprirebbe solo la richiesta energetica domestica e al più quella degli uffici e non quella molto più cospicua necessaria per le industrie e per i trasporti che rappresenta la stragrande maggioranza di quei 316,6 TWh che lei ha indicato come fabbisogno energetico per l’Italia nell’anno 2019. Infatti, per azionare apparecchiature industriali, motori, compressori, forni (che quindi dovrebbero funzionare elettricamente), reattori, macchine utensili e così via ciò che conta non è solo la quantità di energia da erogare, ma soprattutto la potenza elettrica e i pannelli fotovoltaici permettono di generare corrente elettrica, ma purtroppo in modo poco efficiente e con bassa potenza. Ad esempio occorrono circa 15 metri quadrati di superficie coperta da pannelli fotovoltaici per generare una potenza elettrica di
    3 KW, che sono sicuramente sufficienti per le utenze domestiche abituali, ma non certo per quelle industriali né per quelle del trasporto ferroviario, automotive, areo o marino. Certamente, si potrebbe progettare per le utenze industriali un complesso e articolato sistema di accumulo di potenza elettrica, che tuttavia richiederebbe l’installazione di una rete capillare di macchine (ad esempio moduli elettrochimici e celle a idrogeno), ma l’investimento economico sarebbe di diversi ordini di grandezza maggiore. Mi perdoni, ma la progettazione delle infrastrutture energetiche di una nazione industrializzata è un compito molto complesso e difficile che non può essere “banalmente” approssimato con pochi conteggi aritmetici …

    2) La seconda obiezione riguarda il concetto di “transizione energetica” perché, da quanto ho capito, essa dovrebbe consistere nel “sostituire” come sorgente di energia alla combustione di idrocarburi (carbone, petrolio, gas naturale, ecc.) lo sfruttamento di fonti di energia rinnovabili come quella eolica o solare e, nel medio periodo, di quelle elettrochimiche basate su batterie ricaricabili e al più su celle a combustibile alimentate da idrogeno. Ebbene questa pur essendo indubbiamente una “transizione energetica” non è una “transizione ecologica” e non ci aiuterebbe a uscire dalla trappola climatica, come lei l’ha giustamente chiamata, nella quale rischiamo fatalmente di cadere. Infatti, i pannelli fotovoltaici, le pale eoliche, così come le batterie ricaricabili e le celle a combustibile richiedono per essere prodotti su larga scala (perché si tratterebbe di fabbricarne una quantità considerevole per sopperire in questo modo all’enorme fabbisogno energetico mondiale) processi di manufacturing complessi, con trattamenti termici ad alta temperatura, estrazione, raffinazione e lavorazione di metalli rari e quindi estremamente costosi (Li, Mn, Ni, Co ed altri). Questi inevitabili processi di produzione hanno purtroppo un considerevole impatto ambientale. Ad esempio è stato stimato che un’automobile elettrica prima ancora di essere stata acquistata e di aver percorso il suo primo chilometro ha inquinato quanto 2 anni di funzionamento di una convenzionale macchina a ciclo Diesel. C’è poi da considerare lo smaltimento e il recupero di questi preziosi materiali dai componenti alla fine del loro ciclo di vita. Poiché metalli come litio, manganese, nichel, cobalto, per non parlare dei catalizzatori a base di platino delle celle a combustibile PEM sono rari e preziosi e sarà necessario recuperarli dai rottami con processi complessi e per nulla ecologici. In sintesi, in Italia, una vera “transizione ecologica” per usare uno slogan non può consistere nel sostituire 30 milioni di automobili a benzina o a ciclo Diesel con 30 milioni di automobili elettriche, ma nell’adottare nuovi stili di vita, nel ripensare completamente il nostro modo di muoverci e di vivere nella società. Ad esempio abbandonando completamente il concetto di auto privata per usare solo i mezzi di trasporto pubblico in città (quelli sì certamente alimentati in modo elettrico) e l’auto a noleggio solo per gli spostamenti extraurbani. In sostanza, a mio modesto avviso, la transizione ecologica non può essere disgiunta da un ripensamento del nostro sistema economico-sociale, basato ancora su paradigmi capitalistici e consumistici di vecchio stampo e sull’assioma dello sviluppo e della produzione a dismisura.

    Cordiali saluti.

    Guido Saccone

  4. Cortese Dr. Saccone,
    sono d’accordissimo con lei, in realtà, su tutto. Il mio “calcolino della serva” aveva il solo scopo di mettere in evidenza – come lei giustamente rileva: sommariamente – quale altra cosa si potrebbe fare con quei soldi. Che è una, ma una fra tante. Se vuole può chiamarlo “esercizio” volto a evidenziare il miglior uso di questi denari (comunque pubblici, dei contribuenti USA). Con tutti quei “fantastiliardi”, per usare un’espressione alla Paperon De’ Paperoni, si possono fare ovviamente molte altre cose e essermi indirizzato verso quel conteggio mi serviva solo a rendere conto dell’ordine di grandezza di cui stiamo parlando.
    Poi so bene che i settori industriali e dei trasporti – tipicamente ferroviari (ho fatto il macchinista 10 anni nelle ferrovie e, mi creda, ho chiare i megawatt in gioco avendole sperimentate di prima mano…) – richiedono potenze ben superiori e soprattutto continuative e non intermittenti – come lo sono tipicamente le risorse rinnovabili. Ma indicare una via non significa necessariamente doverla perseguire fino in fondo e, se per ipotesi, la transizione la si riuscisse a realizzare anche solo parzialmente, quella quota parziale sarebbe comunque sottratta alle fossili (a meno di non cadere nel tranello dell’effetto Jevons (https://it.wikipedia.org/wiki/Paradosso_di_Jevons), per cui l’abbondanza – o sovrabbondanza – energetica rischia di farci consumare in realtà di più).
    Insomma non sono riuscito a far emergere dal mio contributo il fatto che il mondo non lo vedo come “bianco” o “nero” e sono il primo a pensare che il futuro (1) dovrà (meglio: dovrebbe) necessariamente essere costituito da minori consumi procapite proprio a partire dagli USA (sempre seguendo il calcolino fatto, se approssimiamo la loro popolazione a 330 milioni e la nostra a 60 – sempre per fare i conti pari – significa che loro hanno una popolazione che è 5,5 volte la nostra. “Normalizzando” i loro consumi 2019 alla nostra popolazione – 3.955 TWh / 5,5 – otteniamo 719 TWh, che è più del doppio di quello che abbiamo consumato noi sempre nello stesso anno…) e (2) dovrebbe essere costituito sicuramente da un mix energetico fatto da tante fonti.
    Poi, per carità: anche con i pannelli e l’eolico “distruggiamo” il mondo, ma fino ad ora cosa abbiamo fatto? Forse bisogna cambiare strategia. Mi permetto di segnalarle altre riflessioni, un pochino più strutturate, che abbiamo realizzato in due quadernetti che trova qui (uno sulle dinamiche petrolifere mondiali, l’altro proprio sulla mobilità): https://luce-edizioni.it/quaderni-aspo/
    La ringrazio per l’attenzione.

  5. Gentile Dottor Celi,

    La ringrazio molto per la sua cortese risposta e per gli ulteriori e interessanti spunti di riflessione.

    Anch’io concordo pienamente con lei sull’impostazione generale del suo discorso e sempre restando in tema di pannelli fotovoltaici mi permetto anch’io di segnalare un progetto sicuramente complesso e impegnativo, ma tecnicamente fattibile come dimostrato già negli anni ’70 dagli studi pioneristici dell’ingegnere Peter Glaser e probabilmente anche economicamente realizzabile sfruttando quei 2,1 trilioni di dollari dei contribuenti statunitensi, che invece sono stati spesi per sostenere il ventennale sforzo bellico in Afghanistan, ovvero quello delle centrali solari spaziali https://www.esa.int/gsp/ACT/projects/sps/.

    Si tratterebbe in altri termini di mettere in orbita stabile intorno alla Terra un’estesa stazione costituita da pannelli fotovoltaici ad altissima efficienza che illuminati costantemente dai raggi solari non schermati dalla nostra atmosfera potrebbe generare energia anche a potenze dell’ordine delle centinaia di GW e trasmetterla al suolo mediante fasci concentrati di microonde sfruttando un particolare tipo di antenna denominato “rectenna” inventato proprio dall’ingegnere Glaser.

    Come qualsiasi soluzione, anche questa non è priva di problemi tecnici ancora da risolvere. Inoltre, prevede ingenti costi non solo per il lancio, la messa in orbita e l’assemblaggio della stazione, ma per la manutenzione e la sicurezza. Tuttavia potrebbe rappresentare un’alternativa basata su fonti rinnovabili (sappiamo bene che in maniera diretta o indiretta è proprio la nostra stella la sorgente di quasi tutta l’energia disponibile sulla Terra) in grado di erogare grandi quantità di energia e di potenza superando anche il problema della produzione non continuativa dei pannelli solari terrestri da lei giustamente menzionato.

    Ringrazio tutti per la pazienza e per l’attenzione e colgo l’occasione per esprimere i miei complimenti a lei e a tutta la redazione del blog per l’encomiabile iniziativa di curare da anni un sito di divulgazione e promozione della cultura scientifica.

    • Buongiorno, avevo appena postato una specie di addendum alla mia risposta di ieri e ho trovato adesso questa altra sua considerazione, che mi sembra molto calzante per quello che intendevo, nel mio addendum: ma sarei il primo a sottoscrivere una iniziativa del genere! Grazie a lei per il dialogo costruttivo – mi creda: sempre più difficile da realizzare.

  6. Aggiungo solo, alla risposta di ieri, un paio di considerazioni di carattere generale. Viviamo in tempi eccezionali, ma poche persone sembrano rendersene conto. L’eccezionalità dei tempi, al netto di quel che vediamo sul fronte climatico, è data anche da uno degli “argomenti tabù”, che è quello della popolazione. Mio padre, nato nel 1945 ha “visto” alla sua nascita una popolazione mondiale sotto i 2 miliardi e mezzo di persone. Adesso che ha 76 anni la popolazione è sopra i 7 miliardi e mezzo e mai nella storia del mondo una popolazione di mammiferi vertebrati è cresciuta proporzionalmente così tanto e così in fretta (ci sono esempi, anche relativamente famosi, studiati in ecologia, come le renne dell’isola di San Matteo – la storia, a fumetti, la si può leggere qui: https://www.stuartmcmillen.com/it/comic/l-isola-di-st-matthew/ – che documentano crescite esponenziali, ma il finale della storia non è dei migliori…). Proprio perché i tempi sono eccezionali, sarebbe il caso di investire altrimenti i denari pubblici, perché presto il vero “nemico” non sarà una popolazione spersa nel lontano oriente verso la quale esportare democrazia (per avere il diritto di importare materie prime), ma i miliardi di esseri umani che continueranno a “consumare” il pianeta completamente fuori equilibrio con esso. Anche del coronavirus si dice spesso sia l’evento eccezionale e inatteso (mentre non lo è e per convincersene basta leggere “Spillover” di Quammen), ma (al netto delle cause specifiche che hanno diffuso la pandemia) è frutto di quell’evento eccezionale costituito proprio da quella popolazione che “erode” gli spazi fisici di altre specie entrandovi in contatto. La pandemia è stata vista come un’urgenza (e lo è stata a tutti gli effetti) e Homo Sapiens ha saputo mostrare, in questa occasione, quella coesione necessaria ad “affrontare il problema” (a partire da chi si è adoperato a salvare le vite altrui, perdendo magari la propria, a chi ha messo a punto i vaccini, per arrivare al comportamento dei singoli che – nella media – si sono attenuti a quanto veniva loro prescritto). Concludo: se i famosi soldi con cui ho fatto i miei conticini, non fossero idealmente destinati tutti a impianti fotovoltaici, ma solo un ottavo (quello necessario a una “quasi” transizione energetica – e per carità: non ecologica – per un paese come l’Italia) lo si fosse impiegato, mentre i restanti sette ottavi li fosse destinati allo studio di concrete soluzioni per salvaguardare la nostra vita sul pianeta, magari con la stessa “urgenza” con la quale sono state fatte le ricerche per i vaccini, forse avremmo comunque fatto bene lo stesso, non le sembra?

  7. Caro Luciano, la transizione energetica richiede materie prime come litio, cobalto, rame e terre rare che sono abbondanti in Afghanistan. Forse proprio per rifornirci di queste materie prime È stata intrapresa questa assurda guerra. Pare che in quel paese ci siano anche riserve di idrocarburi ancora inesplorate E che sia strategico per portare i combustibili estratti in alcune repubbliche ex sovietiche verso l’India. Litio e cobalto sono indispensabili per la realizzazione delle più moderne batterie, il rame serve a trasportare l’energia elettrica e le terre rare hanno innumerevoli applicazioni nel fotovoltaico, nelle batterie nell’elettronica più evoluta. Una decina di anni fa la rivista Internazionale aveva portato all’opinione pubblica la notizia che le scorte di litio presenti in Afghanistan sono paragonabili a quelle boliviane. Recentemente il Washington Post a pubblicato gli interessi minerari cinesi in quel paese e qualche anno fa la rivista lime s’ aveva pubblicato l’analisi sulle riserve minerali in generale, la loro storia e la posizione strategica che l’Afghanistan riserva nella rete di distribuzione degli idrocarburi. Purtroppo, i calcoli della serva su un impianto domestico si scontrano con la complessità della distribuzione delle risorse, dei sistemi economici e della geopolitica.

    • Che dire? Concordo su tutto! Ho studiato un po’ di dinamiche che riguardano le “vecchie” risorse (il petrolio, ma le virgolette sono d’obbligo, visto che tanto vecchie non sono, dal momento che oltre l’80% del fabbisogno mondiale di energia arriva dalle fossili – carbone, petrolio, gas) e (ri)conosco le dinamiche che lei descrive molto bene. L’esempio voleva avere un carattere generale e, in qualche modo, provocatorio: non è detto che tutti i soldi debbano andare lì, ma se anche solo un pezzetto ci andasse è un pezzetto che ci fa uscire almeno per una certa quota dalla trappola nella quale ci siamo cacciati (cambiamento climatico + uso delle (e dipendenza dalle) fossili).
      Non se ne esce, sono d’accordo, ma proprio perché non se ne esce e tutto questo ha un carattere di urgenza che nessuno (di quelli che contano) sembra riuscire a vedere, allora prendiamo questi “fantastiliardi” (alla Paperon De’ Paperoni) e anziché buttarli in una guerra facciamoci qualcos’altro! Col Covid – la cui minaccia ovviamente era più evidente – siamo stati piuttosto bravi… so che le differenze tra queste due ‘urgenze’ sono enormi, ma questa è la direzione nella quale si sarebbe dovuto procedere: gli USA – che se non sono il primo paese al mondo sono il secondo – avrebbero dovuto dire “ma qual è uno dei problemi che minaccerà il genere umano prossimamente?”. Il cambiamento climatico. Bene. Come lo contrastiamo? Investiamo in ricerca i fantastiliardi che dovremmo usare per fare la guerra a Bin Laden per capire come uscire dall’uso delle fossili senza disintegrare ulteriormente il pianeta!
      Ah… mi scuso, forse stavo sognando e torno alla realtà: dimenticavo che gli USA sono stati tra i primi paesi a uscire dal protocollo di Kyoto e dagli accordi di Parigi… Cari saluti e grazie per le osservazioni molto pertinenti e costruttive.

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