Resistenza batterica agli antibiotici: la prossima pandemia?

Claudio Della Volpe

Come sapete Nature è oggi un brand, non più solo una rivista scientifica; in particolare alcune delle sue iniziative non sono del tutto autonome, ma pur rivendicando libertà editoriale sono “supportate” da marchi altrettanto prestigiosi. Nell’ottobre 2020 Nature ha dedicato un Nature outlook, ossia una sorta di numero speciale alla questione della resistenza antibiotica.

Il numero era supportato da un marchio sconosciuto in Italia ma non nel mondo, un marchio giapponese Shionogi, che non distribuisce col suo nome ancora alcun farmaco in Italia, ma che si sta organizzando per farlo.

Detto questo cosa diceva il numero di Nature outlook?

Beh parecchie cose su questo problema che è uno dei maggiori e che per il suo impatto sulla salute e la società si avvicina molto a quello di una pandemia come la attuale.

L’uso estensivo ED IMPROPRIO di antibiotici sia nella terapia umana che animale, e, ancor meno giustificabile, nell’allevamento del bestiame, dove l’antibiotico sostituisce un allevamento “fatto come si deve”, guidato essenzialmente da ragioni di profitto, ha fatto si che al momento esistano batteri, specie in ambito ospedaliero, che sono resistenti a TUTTI, ripeto tutti gli antibiotici conosciuti. Antibiotici vengono rilasciati in ambiente dai nostri depuratori che non sono spesso in grado di gestirli e il rischio di diffondere specie di batteri comuni ma resistenti a tutti gli antibiotici e portarci dunque in un’era pre-antibiotica è altissimo.

Al momento la resistenza antibiotica fa 700mila vittime all’anno nel mondo secondo i dati dell’ONU e questo numero, se non si fa nulla, potrebbe crescere moltissimo fino ad arrivare a parecchi milioni all’anno nei prossimi decenni; dato che una soluzione non è banale da trovare e la ricerca di nuovi antibiotici è costosa e lunga non è sbagliato porre il problema adesso per il futuro.

Per capire di cosa parliamo nel concreto facciamo qualche esempio dalla pagina

https://labtestsonline.it/articles/batteri-resistenti-agli-antibiotici

Nel 2013 l’ente statunitense CDC ha identificato i 18 microrganismi più pericolosi presenti negli Stati Uniti, classificandoli in 3 categorie: urgenti, seri e preoccupanti. Nelle prime due categorie rientrano i microrganismi per i quali è necessario un monitoraggio ed una prevenzione più stringente, mentre nell’ultima categoria rientrano i microrganismi per i quali è necessario un monitoraggio occasionale, nell’eventualità di epidemie.

Enterobacteriacee resistenti ai carbapenemi (CRE): le infezioni operate da Escherichia coli e Klebsiella stanno aumentando, diffondendosi perlopiù negli ospedali e negli istituti di ricovero e con una resistenza a quasi tutti gli antibiotici disponibili. Per quanto riguarda Klebsiella, la percentuale di resistenza in Italia è del 34%, una delle percentuali più alte in Europa insieme a Grecia e Romania.

Gonorrea farmaco resistente: si tratta di un’infezione sessualmente trasmessa resistente alla cefalosporina, il farmaco di elezione per il trattamento di questa patologia. L’impossibilità di utilizzare la cefalosporina comporta l’inizio di un protocollo terapeutico più complesso e lungo. Negli Stati Uniti, degli 820.000 casi di gonorrea stimati annualmente, 246.000 sono resistenti a tutti gli antibiotici disponibili.

Secondo i dati raccolti dall’Istituto Superiore di Sanità, in Italia, la resistenza agli antibiotici per le specie batteriche sotto sorveglianza, si mantiene tra le più elevate d’Europa ed interessa perlopiù le specie batteriche Escherichia coli e Klebsiella pneumoniae, resistenti a quasi tutti gli antibiotici disponibili, Pseudomonas aeruginosa e Acinetobacter spp, responsabili soprattutto di multiresistenze, Staphylococcus aureus, resistente alla meticillina e, Streptococcus pneumoniae, responsabile di polmoniti e sepsi in pazienti ospedalizzati.

Quali sono i motivi di questa situazione e cosa fare per gestirla?

La descrizione più comune della antibiotico resistenza è quella “microscopica” per così dire focalizzata sui batteri e descritta in questa immagine:

Secondo questa descrizione, peraltro giusta sul suo livello “micro”, la resistenza ad un attacco chimico pertiene al batterio come tale che può selezionarsi od acquisire la resistenza da altri batteri, ed è un comportamento tipico degli esseri viventi non solo dei batteri, virus, ma anche piante o insetti si selezionano e perfino esseri umani; tuttavia una analisi più complessiva, più olistica del problema ne può sottolineare la natura sistemica, descritta invece nella seconda figura, in cui si sottolineano gli aspetti ecologici e sistemici del problema.

L’origine di questa più complessa concezione può essere fatta risalire ad un bell’articolo che lessi molti anni fa sulla EST Mondadori, “L’unificazione microbica del mondo”, pubblicata insieme alla prima versione di “Limits to growth”, al principio degli anni 70.

Fu infatti nel 1973 che Emmanuel Le Roy Ladurie inventò il concetto di malattie della globalizzazione, dovute all’”unificazione microbica del mondo”. In effetti già nel 1347 dodici navi portarono dalla Crimea a Messina grano, topi e appestati portando la peste in Europa. Nel 1493 la caravella Niña, proveniente dal Nuovo Mondo, sbarcava a Lisbona la sifilide che in tre anni portò alla prima unificazione dell’Europa cinquecentesca, quella sessual-treponemica. (https://www.avvenire.it/opinioni/pagine/lironica-rivincita-dei-piccoli-mondi-antichi_200904300815015000000 )

La formidabile spinta economica umana alla crescita globale, alla globalizzazione è alla base della massiccia distruzione di biodiversità non solo fra gli animali superiori, ma anche fra i batteri e i virus. L’articolo de L’avvenire che citavo si intitola: L’ironica rivincita dei piccoli mondi antichi; in definitiva la rete naturale è fortemente glocale, ossia è globale si ma è in realtà l’unione di forti strutture locali in una rete globale che ne mantiene un isolamento relativo. La nostra economia o meglio la nostra attuale forma economica, il capitalismo, porta invece ad una unificazione profonda e dunque al superamento dell’antico isolamento “naturale”; la scelta umana di poche specie di piante ed animali più “utili”, più “produttive” concorre da una parte a ridurre la diversità complessiva e dall’altra accresce il numero di ospiti suscettibili, uomini compresi. Quel che segue è la formazione di “sistemi” resistenti non solo di batteri o virus ma ambienti di ogni tipologia, ospedali, persone, comunità genetiche, batteri singoli e geni resistenti, strutturati come scatole cinesi. Il flusso della resistenza è bidirezionale dal gene alla comunità e dalla comunità al gene.I nativi americani non resistenti alle malattie importate dagli europei morirono come le mosche e il loro potenziale genetico fu distrutto come avviene con la popolazione batterica del nostro intestino quando arrivano antibiotici “ad ampio spettro”. Alla fine l’intero continente americano fu europeizzato quanto a malattie, così come i topi portatori della peste ci asiatizzarono durante le potenti pandemie a partire dal 1300

A differenza dei batteri noi non siamo capaci di scambiarci geni così velocemente e soprattutto lo facciamo solo tramite il sesso, mentre i batteri e i virus lo fanno anche in altri modi tramite scambi diretti di materiale genetico non con riproduzione sessuale.

Inoltre la riproduzione umana viaggia su scale di decenni mentre quella batterica o delle piante o degli insetti può essere molto più veloce, su scala perfino di minuti od ore. Tutto ciò ci aiuta comprendere che  si tratta di fenomeni naturali ma che non comprendiamo ancora completamente e che al momento governano le  nostre attività e preparano per noi situazioni impreviste.

Gli antibiotici come strategia antibatterica non sono unica, si può pensare come minimo ad altre due strategie:

-i batteriofagi, ossia i virus specifici dei batteri, un’idea sviluppata dai Russi a cavallo fra le guerre mondiali (si veda la pagina dell’istituto Eliava di Tbilisi o anche https://it.wikipedia.org/wiki/Terapia_fagica)

-oppure gli inibitori del Quorum -sensing, ossia molecole che interferiscono con le comunicazioni fra batteri specie nelle fasi avanzate di infezione in cui gli antibiotici sono in difficoltà.

Mentre la nostra cultura medica è dominata dagli antibiotici queste alternative iniziano a farsi strada anche da noi e trovano applicazioni in alcuni paesi o casi specifici.

Se ci limitiamo agli antibiotici, e sottolineo ci limitiamo, possiamo notare i fatti seguenti:
– l’elemento determinante è il costo di sviluppo degli antibiotici, calcolato nell’ordine di alcuni miliardi di euro ognuno e il tempo necessario alla loro messa  a punto: 10-15 anni ;

-le conseguenze del costo elevato e del tempo lungo sono a loro volta duplici: da una parte chi sviluppa l’antibiotico  deve rifarsi delle spese e dunque tende a venderlo in ogni dove “ad ampio spettro” come si dice anche quando sarebbe medicalmente logico non farlo e dunque ogni infezione , ma perfino OGNI specie uomo od animale viene curato con quell’antibiotico ed in ogni parte del mondo eventualmente per ridurre le spese di sviluppo con piccole modifiche non cruciali o realmente  innovative, ma solo finalizzate a superare i vincoli brevettuali ed a minimizzare le spese private ed a massimizzare i profitti, senza riguardo alla logica naturale che vorrebbe un uso non globalizzato, da “piccole patrie”, solo nei casi necessari, solo nelle comunità batteriche dove l’efficacia è maggiore.

– questo ha portato al fatto che il numero degli antibiotici in sviluppo si è ridotto fortemente proprio mentre si sviluppano in maniera crescente le resistenze a quelli che possediamo già.

Per superare questi problemi si propone da parte di alcuni di finanziare la ricerca privata (da parte dello stato, da parte di associazioni benefiche o da parte dei futuri utenti (il cosiddetto modello Netflix, in pratica pagare un abbonamento per la terapia antibiotica(sic!)) che ovviamente è una strategia che non risolve affatto il problema di fondo, aiuta le grandi multinazionali ma non l’umanità nel complesso, che necessita invece di strategie culturali nell’uso degli antibiotici che ne riducano la globalizzazione e casomai di tecnologie di analisi ed individuazione rapida dei batteri responsabili di un’infezione specifica; ma al momento serve troppo tempo per fare questo, una coltura batterica è semplice da realizzare ma può arrivare nel concreto a vari giorni e nel frattempo il paziente può andare incontro a gravi complicazioni.

In un altro articolo Nature commenta i recenti metodi per accelerare il processo di analisi batterica: Nature | Vol 596 | 26 August 2021 | 611 ; un metodo molto veloce è quello basato sull’analisi genomica dei batteri che si può attuare in ore; il problema è capire dal gene quale meccanismo di resistenza il batterio possegga o se lo possegga. ; questo implica che il metodo si possa usare in casi specifici; per esempio la Neisseria Gonorreae di cui si diceva prima per individuare i batteri resistenti alla ciprofloxacina, un antibiotico molto maneggevole ed usatissimo nel campo.

Un’altra idea italiana è la seguente: Nel 2013, Giovanni Longo, del Consiglio Nazionale delle Ricerche d'Italia a Roma, e i suoi colleghi hanno scoperto che quando hanno legato l'Escherichia coli patogeno a strutture in miniatura simili a un trampolino chiamate cantilever che sono parte integrante del microscopio a forza atomica, una sorta di punta di giradischi molto piccola, e li hanno esposti ad antibiotici, il cantilever ha oscillato su e giù a causa di piccoli movimenti dei batteri viventi attaccati. I movimenti cessavano se i microbi erano sensibili agli antibiotici. Il movimento era visibile al microscopio a forza atomica in pochi minuti, molto prima che i microbi si replicassero, il che significa che il test può identificare i batteri vivi molto più velocemente di quanto sia possibile con un test.
Il problema è avere il microscopio e saperlo usare, non è un metodo facile da automatizzare anche in un ospedale periferico di una città non grandissima.
Altre idee le trovate nell’articolo.
A me era sembrata eccezionale e semplice l’idea invece di usare la spettroscopia RAMAN per fare il lavoro di individuazione, idea che si era sviluppata anni fa. Si veda per esempio qui.

Rimane che la resistenza batterica non è un problema (solo) tecnico, ma più profondo, ecologico e culturale; fateci caso l’industria chiama i vari tipi di prodotti per l’agricoltura “fitofarmaci”; e i fitofarmaci (o come li chiamano gli ambientalisti “oltranzisti e radical chic”“(la nuova definizione di Cingolani) i pesticidi” (erbicidi inclusi))  sono usati per fare un deserto e chiamarlo agricoltura industriale (o a volte agricoltura razionale, il che mi fa ridere).  Come per i fitofarmaci i farmaci umani o veterinari hanno una logica precisa: usarli per fare un deserto e chiamarlo guarigione.

Tacito aveva capito questo meme raccontando la storia dei rapporti fra Romani e Britanni nel De Agricola: facendo dire a Calgaco, il capo dei valorosi, ma sfortunati, Calédoni: Ubi solitudinem faciunt, pacem appellant.

Occorre studiare meglio il senso del nostro esistere come esseri individuali e contemporaneamente parte di un complesso sistema di relazioni ecologiche ed ambientali (o come si dice un olobionte, un termine che sarei curioso di sapere se Cingolani conosce, ma scommetto di no e la cui invenzione si fa risalire  ad Alexander von Humboldt nel suo famoso viaggio in America, forse durante l’ascesa al Kimborazo): questo non l’abbiamo ancora digerito.

E Cingolani e tutti noi dovremmo ricordare che dopo la vittoria di Agricola nella battaglia di Monte Graupio i romani rinunciarono ad occupare la Caledonia (delimitata dei fiumi Forth e Clyde). La logica del deserto-chiamato-pace non funziona o in altri termini le vittorie degli antibiotici o dei pesticidi sono “vittorie di Pirro”, non durano.

7 pensieri su “Resistenza batterica agli antibiotici: la prossima pandemia?

  1. Un modesto contributo alla salute individuale lo diede tanti anni fa un importante studioso che tutti conoscono. Garattini suggeri l ‘ uso del ” quadernetto” degli antibiotici”. Specie per i bambini.Infatti la creazione di una memoria degli antibiotici usati ( prima quelli piu’ leggeri e poi, solo in caso di necessita, quelli ad ampio spettro) potrebbe essere una educazione antibiotica per le mamme che appena c’e’ un po di febbre li danno ai bambini.Ovviamente cadde nel vuoto come ben spiegato nell’ articolo. Spesso, invece ie medici di famiglia li cambiano spoesso ( gioca l ‘ informazione farmaceutica) creando cosi una resistenza individuale che , in caso di infezioni gravi, richiede l ‘ uso di super antibiotici a cui pure ci si abitua rendendoli meno efficaci e che poi fiiniscono nell ‘ ambiente, E poi c’e ‘il discorso sulle carni. Sono sufficienti le ore che i macelli interpongono tra le ultime dosi date dagli allevatori e il macello per azzerare gli antibiotici specia ai vitrelli?.
    Indsomma un bel lavoro da fare. Grazie per il bell ‘ articolo.

  2. Questo bell’articolo mi fa tornare alla mente i drammatici momenti che vissi anni or sono quando, a seguito di un grave incidente stradale, dopo molte ore di sala operatoria in più sessioni, ormai sulla via della ripresa e dello scampato pericolo di morte, la morte si riaffacciò, prepotente, con un ultimo colpo di coda, grazie a un batterio farmacoresistente, l’Acinetobacter Baumannii.
    Ci volle l’intelligenza di una squadra ben assortita di infettivologi per capire come debellare questo signore (che non fa null’altro che cercare di sopravvivere come tutte le creature – anche se, nella fattispecie, a danno mio) e ci riuscirono, da quel che mi venne raccontato, trattandolo con un antibiotico molto vecchio (degli anni ’60) di cui il batterio non aveva “memoria” (la memoria, nel caso specifico, corrisponde alla lunghezza del codice genetico e, trattandosi di un batterio appunto, ha una “memoria corta”…). La scampai, ma non posso dire che non sia un problema che ho vissuto sulla mia pelle!

  3. Ottimo articolo, ed interessanti commenti.
    Come spesso accade, si rischia però di passare da un estremo all’altro.
    1. Ottima l’idea di Garattini, specialmente per chi, come me, è allergico a quasi tutti i farmaci. Comincerò a lasciare scritto almeno cosa non darmi se non potessi esserrne coscente…
    2. La tendenza dei medici di famiglia a dare antibiotici sempre più potenti è sicuramente sostenuta (eufemismo) da “suggerimenti” delle case farmaceutiche. Un amico medico mi raccontò negli anni ’90 delle pressioni subite da un rappresentante per adopera un nuovo superantibiotico (allora ca 120 000 Lirette a dose giornaliera) “perchè al sud tutti i suoi colleghi oramai lo prescrivono di routine”…Tanto pagava Pantalone…
    3. Ci vorrebbe un po’ di buon senso però : proprio ieri un collega mi raccontava di una doppia estrazione dentaria, con incisione punti etc che poi si è infettata fatta senza terapia preventiva nè successiva, ai sintomi (dolori immaginabili) dopo una settimana il dentista si è rifiutato di dargli un antibiotico piuttosto indicandogli come terapia 4 Tachipirine 1000 e 4 ibuprofen pro die per contrastare dolori ed infiammazione, in attesa che l’infezione si estinguesse da sola…

  4. Grazie.Un articolo su cui riflettere molto.
    Occorrerebbe sensibilizzare al grave problema i ragazzi delle scuole invitando le famiglie ,e quelle universitarie di medicina, farmacia ,biologia incluse le specializzazione e certamente tramite gli Ordini tutti i MG ed gli Ospedalieri. Non ultimo i media dovrebbero periodicamente occuparsi di argomenti come questi invece di pensare sempre alle solite cose salottiere per fare audiance.
    Salvo Barbagallo

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.