Scienza e società

Vincenzo Balzani

(ripreso col permesso dell’autore da Bo7 del 12 settembre 2021)

Quando nel 1088 è stato fondato il più antico ateneo del mondo occidentale, l’Università di Bologna, le conoscenze scientifiche erano molto limitate. Con una battuta ovvia, che però ha un profondo significato, si può dire che a quei tempi gli scienziati sapevano quasi niente di quasi tutto. Essi, infatti, si limitavano a contemplare la Natura, nel tentativo di capirne le leggi. Poi verso il 1600, particolarmente con Galileo e Newton, si capì che, oltre ad osservarne i fenomeni naturali, si può interrogare la Natura mediante esperimenti, costringendola a rivelare i suoi segreti. Ha avuto così origine l’impressionante sviluppo della scienza e, col passare degli anni, il campo del sapere, allargandosi, si è frammentato in discipline diverse. Oggi, per scoprire o inventare qualcosa di nuovo è necessaria un’alta specializzazione, per cui, contrariamente a quanto accadeva un tempo, gli scienziati sanno quasi tutto, ma di quasi niente. E a volte accade che, per parlare di quel quasi niente che conoscono in modo così approfondito, usano parole che quasi nessuno capisce.

L’espandersi della conoscenza ha avuto, ovviamente, conseguenze molto positive, ma ha anche causato problemi. Si sono create fratture fra le varie branche della scienza,perché ogni disciplina è stata costretta a elaborare un proprio linguaggio, rendendo più difficile la collaborazione fra scienziati di ambiti diversi. Si è poi creata una frattura fra cultura scientifica e cultura umanistica, sintetizzabile nella frase dello studioso inglese Charles P. Snow: “Gli umanisti hanno gli occhi rivolti al passato, mentre gli scienziati hanno, per natura, il futuro nel sangue”. È una frattura che deve essere ricomposta perché la complessità del mondo deve essere affrontata con saperi diversi: il progresso, infatti, nasce solo dall’incontro, dal confronto e dalla collaborazione fra diversità.

Un’altra frattura pericolosa che va evitata è quella fra scienza e società, perché se è vero che la società non può fare a meno della scienza, è anche vero che la scienza avulsa dalla società non solo è poco utile, ma può anche diventare pericolosa. C’è una responsabilità che deriva dalla conoscenza: lo scienziato ha il dovere di occuparsi dei problemi della società e deve contribuire a risolverli. Ha molti modi di farlo: con le sue ricerche, l’insegnamento, la divulgazione della scienza e anche partecipando attivamente al governo della sua università, città, o nazione. Questo impegno è oggi più che mai importante, perché viviamo in un momento cruciale della storia, caratterizzato dal manifestarsi di due gravi problemi che rischiano di compromettere la vita delle prossime generazioni: l’insostenibilità ecologica, che ha il suo culmine nella crisi energetico-climatica, e l’insostenibilità sociale, causata dal continuo aumento delle disuguaglianze di reddito economico e di diritti. Come ha scritto il premio Nobel Richard Ernst: “Chi altro, se non gli scienziati, ha la responsabilità di stabilire le linee guida verso un progresso reale, che protegga anche gli interessi delle prossime generazioni?”

2 pensieri su “Scienza e società

  1. Caro Vincenzo, il tuo pezzo è ottimo, come ho avuto modo di dire in redazione. Mi permetto di fare un’altra citazione del Premio Nobel 1991 Richard R. Ernst, riportata in un editoriale di Chimia (2010, 64, 90), riguardante l’abuso degli indici bibliometrici per valutare la produzione scientifica:

    And as an ultimate plea, the personal wish of the author remains to send all bibliometrics and its diligent servants to the darkest omnivoric black hole that is known in the entire universe, in order to liberate academia forever from this pestilence. And there is indeed an alternative: very simply, start reading papers instead of merely rating them by counting citations…

    L’editoriale è di più di dieci anni fa. Fortunatamente ho letto che attualmente l’H-index è fortemente criticato negli USA e che l’Olanda l’ha abolito nei giudizi sui ricercatori.

  2. Ottima sintesi ma aggiungerei un distinguo: quelli che chiamiamo scienziati in realtà sono quasi sempre INGEGNERI. La differenza è non da poco perché sono questi ultimi ad applicare in modo diffuso le conoscenze “pure” degli scienziati, che ormai sono veramente pochi (a fare ricerca pura senza fini tecnico-commerciali-economici intendo). E faccio un esempio. Quando nel progetto sulla mappatura del genoma umano si è visto che gran parte del DNA non era “codificante” nel senso banale del termine, lo si è subito etichettato come “DNA spazzatura”. Per un ingegnere (e tali erano quelli che stavano davanti agli strumenti per elettroforesi ed ai computer) ciò che non rientra nell’immediatamente utile è di scarto. Uno scienziato non avrebbe mai etichettato quei miliardi di basi apparentemente inutili come spazzatura. Sà benissimo che la natura nella sua selezione naturale non si trascina mai dietro pezzi realmente inutili con tutti i costi biochimici conseguenti. Solo dopo si è confermato che in effetti questo DNA silente aveva importantissime funzioni di regolazione del genoma in toto. Ma come ho detto solo lo scienziato lo avrebbe intuito subito, con umiltà e consapevolezza di quello su cui stava lavorando. Persino io nel mio piccolo c’ero arrivato venti anni fa. Ma non sono un Ingegnere.

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