Pipetta da guerra

Mauro Icardi

Nel volume di Primo Levi “ L’ultimo Natale di guerra” spicca, tra i racconti dedicati all’esperienza del lager, quello intitolato “Pipetta da guerra”.

E’ ormai noto che il chimico e scrittore torinese attribuisse la sua sopravvivenza alla deportazione in primo luogo al caso, e alla fortuna di avere superato l’esame di chimica, cosa che gli permise negli ultimi mesi di prigionia di lavorare nel laboratorio chimico di Buna, in un ambiente sicuramente  più confortevole, e senza dover essere sottoposto ai lavori più pesanti.

Nel tempo che trascorre in laboratorio, Levi cerca di trovare qualcosa di piccolo e d’insolito, quindi con un alto valore commerciale nell’economia parallela del lager.

Trova in un cassetto delle pipette; e ne ruba alcune. La sera stessa si reca in infermeria in cerca di un infermiere polacco al quale propone l’insolita refurtiva. Ma il baratto pipette in cambio di pane; non riesce. Ormai è tardi, l’unica cosa che l’infermiere può offrire è un po’ di zuppa.

Levi accetta ma non può fare a meno di pensare:

«Chi poteva aver avanzato mezza scodella di zuppa in quel regno della fame? Quasi certamente un ammalato grave, e, dato il luogo, anche contagioso».

 Nonostante queste considerazioni, nell’ambiente del  Lager era ritenuto inaccettabile avanzare qualcosa di commestibile; e, viste le terribili condizioni, anche fisicamente impossibile.

Levi la sera stessa divide la zuppa con il suo inseparabile amico Alberto. E qui il caso già interviene in maniera evidente nel destino dei due. Si saprà poi che la zuppa era quella che un ammalto di scarlattina aveva avanzato. Alberto aveva già contratto la malattia, Levi no. Il primo era immune, Levi no.

Pochi giorni dopo i sintomi della scarlattina si manifestano. Febbre alta e mal di gola, ma era permesso andare in infermeria solo la sera, al termine del lavoro.

Proprio quel giorno Levi viene incaricato di insegnare un metodo analitico a Frau Drechscel, un’adolescente tedesca , che Levi descrive così.

“La Drechschel era una tedescotta adolescente sgraziate e torva. Per lo più evitava di rivolgere lo sguardo su noi tre chimici-schiavi: quando lo faceva, i suoi occhi smorti esprimevano un’ostilità  vaga, fatta di diffidenza, imbarazzo, repulsione e paura.

Lo scrittore diffida di lei perché sa che è amica del giovanissimo SS incaricato di sorvegliare quel reparto; e prova istintiva antipatia.  L’unica delle persone che lavorano in quel laboratorio che porta appuntato sul camice il distintivo con la croce uncinata.

Per la prima volta nella sua vita, come lui stesso ammette e scrive, commette deliberatamente un’ingiustizia. Mostra alla ragazza come utilizzare la pipetta in una fase dell’analisi; e poi la passa a lei, perché aspiri il liquido, cercando di contagiarla. Quasi una guerra batteriologica personale. Non è fuori luogo essere grati oggi ai nuovi sistemi per l’uso delle pipette, decisamente più igienici.

Primo Levi, per aver contratto la scarlattina, fu ricoverato in Ka-Be; e come tutti gli altri ammalati che non potevano camminare o muoversi fu risparmiato dalla marcia della morte. Così iniziò una convivenza con altri uomini, come lui infermi e con un destino comune. Riuscirono a migliorare le loro condizioni di vita, per quanto possibile, mettendo in uso una stufa, riparando una finestra rotta e mangiando patate bollite. Nonostante vivesse a stretto contatto con dei malati, Levi non avrebbe mai pensato di cambiare camera per ridurre il pericolo di ammalarsi. Forse perché il pensiero di morire a causa di malattie non gli faceva più paura, o forse perché la morte per malattia nel lager non era la peggiore che si potesse immaginare.

Alberto Salmoni che non si era ammalto di scarlattina, non sopravvisse alla medesima marcia. Il caso fortuito scelse: Alberto sommerso, Primo salvato.

2 pensieri su “Pipetta da guerra

  1. Vicenda da brividi… come tutte quelle tristissime di quella realtà inumana.
    Ho letto molto Levi, ma non tutto. Non leggo libri sui lager o sulla Shoa, soffro, il coinvolgimento emotivo è troppo forte. La crudeltà mi sconvolge (neppure leggo Stephen King o simili, se è per questo).

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