Storia dei PFAS come imballaggi alimentari (parte 2)

Rinaldo Cervellati

(la prima parte di questo post è stata pubblicata qui)

Che cosa dicono i produttori

Gli acquirenti chiedono prove, come la certificazione BPI, che i prodotti di carta che acquistano non contengano PFAS aggiunti ma spesso non sanno ancora quali sostanze chimiche o tecnologie rendano questi prodotti resistenti al grasso e all’acqua. Per esempio, la catena di negozi di alimentari Whole Foods Market, che si concentra su alimenti biologici e tutela ambientale, ha appreso nel 2018 che alcuni dei contenitori che ha acquistato sono stati trattati con PFAS. Nel dicembre dello stesso anno, Toxic-Free Future[1] ha pubblicato un rapporto che mostrava che gli imballaggi per alimenti da asporto venduti da diverse catene alimentari, tra cui Whole Foods, probabilmente contenevano PFAS.

Jody Villecoor, consulente per gli standard dell’azienda, afferma:”Attraverso sondaggi sui fornitori e test sui prodotti, abbiamo interrotto o riformulato qualsiasi imballaggio per servizi di ristorazione in cui è stato divulgato o determinato che PFAS potrebbe essere stato aggiunto intenzionalmente. Whole Foods Market lavora con i nostri fornitori di imballaggi e una varietà di organizzazioni no-profit, accademiche e parti interessate del governo per evitare PFAS aggiunti”. E aggiunge: “In alcuni casi, siamo stati in grado di passare da un prodotto trattato con PFAS a un prodotto non trattato con PFAS e già disponibile in commercio. Ma in altri casi, abbiamo dovuto lavorare con i nostri fornitori per riformulare gli imballaggi dei servizi di ristorazione”.

Mentre la catena alimentare sa che gli articoli che sta acquistando ora non hanno PFAS aggiunti, non sa invece cosa viene utilizzato. La divulgazione dei componenti dell’imballaggio non è purtroppo una pratica standard nel settore.

Quindi, C&EN ha contattato un certo numero di aziende che producono o forniscono prodotti di carta per imballaggi alimentari, chiedendo loro di discutere le alternative ai PFAS e la sicurezza di tali additivi. La maggior parte non ha risposto.

Probabilmente perché o stanno proteggendo i segreti commerciali delle aziende che producono alternative ai PFAS per il trattamento di involucri per alimenti, o semplicemente non sanno cosa c’è nei trattamenti che acquistano dai produttori, dicono gli osservatori del settore.

Le aziende che formulano, producono, e forniscono prodotti alternativi ai PFAS sono preoccupate di proteggere le informazioni aziendali riservate, afferma Stacy Glass, direttore esecutivo di ChemFORWARD[2], un’organizzazione no profit che promuove l’uso di sostanze chimiche più sicure:

“Questo spazio è super competitivo. Queste aziende vogliono mantenere segreti i loro ingredienti”.

“Ciò che viene effettivamente utilizzato non è ben noto”, concorda Franjevic, che gestisce GreenScreen for Safer Chemicals di Clean Production Action[3], uno strumento online per le aziende per valutare le sostanze chimiche in base ai loro rischi e assistere nella selezione di sostanze più sicure.

Ad esempio, Georgia-Pacific, produttore di involucri cartacei a marchio Dixie, fornisce articoli per alimenti con il suo marchio Soak-Proof Shield, che il sito Web dell’azienda afferma non contenere PFAS. In una scheda informativa, Clean Production Action e Toxic-Free Future descrivono il materiale come “un rivestimento a base acrilica che non contiene silicone”. Rispondendo a una domanda di C&EN sul materiale, un portavoce di Georgia-Pacific afferma che le informazioni sono “proprietarie e riservate”, rifiutandosi di discutere ulteriormente la questione.

WestRock, che produce contenitori da asporto in cartone, offre prodotti rivestiti con il suo trattamento EnShield, che si dice sia privo di fluorocarburi. WestRock non ha risposto alle richieste di commento di C&EN.

Anche Ahlstrom-Munksjö, un produttore di carta e altri prodotti in fibra con sede a Helsinki, non descriverà nel dettaglio le sue sostituzioni dei PFAS, ma i dirigenti sono disposti a descrivere i contorni generali dello sforzo di sostituzione. L’azienda vende prodotti ai trasformatori di carta che tagliano il materiale in fogli o rotoli più piccoli su misura (figura 3). I clienti includono gastronomie, catene di fast food e altre società di servizi di ristorazione.

Figura 3. Ahlstrom-Munksjö produce carta per alimenti senza aggiunta di sostanze per- e polifluoroalchiliche negli stabilimenti in Francia e in Wisconsin (USA).

Ahlstrom-Munksjö ha molteplici obiettivi di sostenibilità, incluso utilizzare forniture di legno sostenibili di provenienza locale, pratiche di gestione dell’acqua efficienti ed evitare materiali pericolosi.

I funzionari di Ahlstrom-Munksjö affermano di aver osservato i primi segnali di un mercato in crescita per gli imballaggi alimentari realizzati senza PFAS e di aver lanciato i prodotti Grease-Gard FluoroFree nel 2019. La carta è certificata BPI. Zack Leimkuehler, vicepresidente tecnico afferma:

“Parte della soluzione deriva dalla fibra che utilizziamo e dal modo in cui essa viene elaborata.  Anche gli additivi svolgono un ruolo importante, e l’azienda li seleziona tenendo conto della compostabilità”.

Zume, con sede in California, che produce imballaggi per alimenti in fibra modellata, è in controtendenza rivelando la sua tecnologia di sostituzione dei PFAS, che si basa su prodotti realizzati dall’azienda chimica specializzata Solenis. Zume ha iniziato come azienda di torte e pizze ad alta tecnologia, sviluppando apparecchiature robotiche per realizzare prodotti che venivano cotti sui camion delle consegne. Ma le scatole che usava per confezionare gli alimenti hanno influito sulla qualità del prodotto. Quindi Zume si è concentrato sulla creazione di una scatola  migliore. E ci è riuscita, vendendo poi le scatole ad altri fornitori degli stessi prodotti.

Zume ha poi lasciato l’attività di produzione dei pizze e torte nel 2020 per concentrarsi esclusivamente sul packaging alimentare. Ha riorganizzato i suoi robot per creare imballaggi per alimenti a base di fibre per sostituire gli articoli di plastica monouso come il polistirolo.

Zume in precedenza usava PFAS a catena corta per conferire resistenza al grasso alla sua confezione. Ma all’inizio del 2020, Zume e Solenis hanno presentato un nuovo metodo per realizzare piatti e ciotole privi di PFAS che si basa invece su una cera a base biologica e su una nuova tecnologia per la produzione dei contenitori. La cera e altri additivi sono approvati dalla FDA per l’uso come materiali a contatto con gli alimenti.

Preoccupazioni permanenti

Franjevic avverte che la semplice affermazione che un involucro o un contenitore per alimenti è realizzato senza l’aggiunta di PFAS non è all’altezza di ciò che è necessario per la sostenibilità e la sicurezza.

“Stiamo cercando di evitare una deplorevole sostituzione”, afferma Brown-West dell’Environmental Defense Fund[4]. Si riferisce allo scambio di una sostanza chimica che causa problemi di salute o ambientali e all’utilizzo di un’altra sostanza che funziona bene ma può comunque rappresentare un pericolo. Ad esempio, i produttori di carta termica per ricevute hanno smesso di usare il bisfenolo A, un composto ben studiato che imita gli estrogeni, e hanno iniziato a usare il bisfenolo S meno studiato, che si sospetta però abbia effetti negativi sulla salute simili a quelli del bisfenolo A.

Le aziende devono sostenere l’uso di sostanze chimiche per le quali i dati mostrano che sono più sicure delle alternative che svolgono la stessa funzione, afferma Brown-West.

Per sostenere gli sforzi di sostituzione chimica, alcune organizzazioni senza scopo di lucro vogliono aiutare i produttori di articoli alimentari a dare uno sguardo critico alle alternative ai PFAS. Offrono confronti sui rischi o certificazioni di terze parti sulla sicurezza delle sostanze chimiche utilizzate in merci come gli imballaggi alimentari. Questi gruppi proteggono le identità delle sostanze e i dettagli dei dati sui pericoli che potrebbero essere preziosi per i concorrenti.

Apple, Nike e diverse catene di supermercati fanno parte di ChemFORWARD[5]. Stanno cercando informazioni fruibili sugli ingredienti e sulle possibili alternative per i loro prodotti evitando spiacevoli sostituzioni, afferma Glass. ChemFORWARD promuove l’uso di materiali circolari, che possono essere riciclati come materia prima per lo stesso uso o compostati in modo sicuro. Il gruppo è focalizzato su tre settori: packaging, elettronica di consumo e prodotti per la cura della persona. I produttori di sostanze chimiche e i formulatori che producono trattamenti privi di PFAS possono trarre vantaggio dall’elenco dei prodotti e dei dati sulla tossicità nel database di ChemFORWARD, afferma Glass, perché può dimostrare ai potenziali clienti i profili di sicurezza dei loro prodotti.

Come parte della Safe + Circular Materials Collaborative, una partnership tra ChemFORWARD e la Sustainable Packaging Coalition, alcuni prodotti di imballaggio alimentare sono in fase di valutazione per l’inclusione nel database ChemFORWARD, afferma Glass. Ad esempio, secondo un portavoce dell’azienda, Ahlstrom-Munksjö sta producendo i suoi materiali da imballaggio privi di PFAS attraverso questo processo.

Clean Production Action, attraverso il suo programma GreenScreen, sta sviluppando una certificazione di prodotto che riterrà un articolo idoneo solo se privo di PFAS e prodotto utilizzando quelle che l’organizzazione chiama sostanze chimiche “preferite”. Lancerà questa certificazione più avanti nel 2021. GreenScreen certifica già che alcune schiume antincendio sono state testate per essere prive sia di PFAS sia di altre sostanze chimiche di grande preoccupazione per la salute umana e l’ambiente.

E a luglio, un gruppo internazionale di società di servizi alimentari, gruppi di sostegno ed esperti tecnici ha lanciato uno strumento online chiamato Understanding Packaging Scorecard[6] che guarda oltre le sostanze chimiche utilizzate nella produzione e valuta l’intero ciclo di vita dei materiali di imballaggio. Questo strumento è finalizzato a promuovere un’economia circolare, in cui gli oggetti scartati diventano materia prima per produrre nuovi beni. Per i contenitori per alimenti, pesano fattori come l’acqua necessaria per lavare i piatti riutilizzabili, la compostabilità degli articoli in carta o altre fibre e le emissioni di gas serra derivanti dal trasporto, dalla produzione, dallo smistamento e dal riciclaggio dei contenitori di plastica.

Tra i suoi numerosi criteri, la classificazione considera se l’imballaggio contenga ingredienti che l’Agenzia europea per le sostanze chimiche e il Programma per l’ambiente delle Nazioni Unite chiamano “sostanze chimiche preoccupanti”, tra cui una serie di PFAS.

Lo strumento considera due aspetti delle sostanze chimiche preoccupanti negli involucri e negli imballaggi per alimenti, afferma Brown-West dell’Environmental Defense Fund, uno dei gruppi di difesa coinvolti nella classificazione. Uno è se una di queste sostanze viene aggiunta intenzionalmente all’imballaggio alimentare e non è entrata nel prodotto attraverso l’esposizione ambientale. L’altro è la tendenza di una sostanza chimica a migrare dai materiali a contatto con gli alimenti negli alimenti o nelle bevande.

Tutte le classificazioni, i database e altri sviluppi indicano un mercato in espansione per le tecnologie resistenti all’acqua e al grasso prive di PFAS, supportate da dati di sicurezza esaminati da terze parti.

E l’Unione Europea?

Un tweet del 3 settembre scorso [3] ci informa:

L’Unione Europea ha deciso di vietare gradualmente 200 sostanze PFAS, da febbraio 2023. Questa è la prima volta che l’UE ha imposto un divieto contemporaneamente su diverse sostanze chimiche con struttura e proprietà simili, il che si spera apra la strada a ulteriori divieti di gruppo.

La restrizione fa seguito a una proposta dell’Agenzia svedese per le sostanze chimiche (KEMI) e dell’Agenzia tedesca per l’ambiente (UBA) presentata nel 2017.

Sebbene il divieto effettivo riguardi solo sei sostanze chimiche PFAS a catena lunga (dove le molecole consistono tra 9 e 14 atomi di carbonio fluorurato), il numero di PFAS soggetti a restrizioni è 200, poiché possono essere tutte suddivise in una delle sei sostanze vietate.

Anche i PFAS a catena corta dovrebbero essere vietati.

La tossicologa senior di ChemSec[7], dott.ssa Anna Lennquist, è cautamente ottimista, anche se pensa che questo particolare divieto di gruppo lasci molto a desiderare:“Per anni abbiamo sostenuto che anche i PFAS a catena corta sono molto problematici. Mentre quelli lunghi si accumulano negli animali e nell’uomo, quelli corti sono un grosso problema nelle fonti d’acqua, poiché non possono essere eliminati, il che significa che non si può purificare l’acqua dai PFAS a catena corta”.

Il numero stimato di sostanze chimiche PFAS in produzione sembra aumentare costantemente ed è ora ben al di sopra delle 5.000 sostanze con struttura e proprietà simili. Il problema con tutti i PFAS è che si decompongono estremamente lentamente, da qui il soprannome di “prodotti chimici per sempre”. Sono spesso tossici, legati a vari tipi di cancro, infertilità, abbassamento del peso alla nascita ed effetti negativi sul sistema immunitario. Un recente verdetto svedese ha classificato livelli elevati di PFAS come lesioni personali, anche se la persona colpita non si è ancora ammalata.

Bibliografia

[1] A. Ramírez Carnero et al., Presence of Perfluoroalkyl and Polyfluoroalkyl Substances (PFAS) in Food Contact Materials (FCM) and Its Migration to Food.,Foods, 202110, 1443-1459.

DOI: https://doi.org/10.3390/foods10071443

[2] Youn Jeong Choi et al., Perfluoroalkyl Acid Characterization in U.S. Municipal Organic Solid Waste Composts., Environ. Sci. Technol. Lett. 2019, 6, 372–377.

DOI: https://doi.org/10.1021/acs.estlett.9b00280

[3] https://chemsec.org/eu-puts-200-pfas-out-of-business-but-thousands-remain/


[1] Toxic-Free Future sostiene l’uso di prodotti, sostanze chimiche e pratiche più sicure attraverso la ricerca avanzata, la difesa, l’organizzazione di base e l’impegno dei consumatori per garantire un domani più sano.

[2] ChemFORWARD è un’organizzazione senza scopo di lucro, basata sulla scienza, istituita per stabilire una fonte centralizzata e affidabile a livello globale di dati sui rischi di additivi chimici e alternative più sicure.

[3] Clean Production Action fornisce soluzioni pragmatiche per prodotti chimici più sicuri nei prodotti di consumo e nelle catene di approvvigionamento.

[4] Environmental Defense Fund o EDF (prima noto come Environmental Defense) è un gruppo di difesa ambientale senza scopo di lucro con sede negli Stati Uniti. Il gruppo è noto per il suo lavoro su questioni quali il riscaldamento globale, il ripristino dell’ecosistema, gli oceani e la salute umana e sostiene l’uso della scienza, dell’economia e della legge per trovare soluzioni ambientali che funzionino.

[5] ChemFORWARD è un’associazione, senza scopo di lucro e basata sulla scienza, istituita per produrre una fonte centralizzata e affidabile a livello globale di dati sui rischi chimici e alternative più sicure.

[6] L’Understanding Packaging (UP) Scorecard è una nuova risorsa online che misura i prodotti alimentari e di confezionamento alimentare comunemente usati con un unico parametro per offrire alle aziende il primo strumento gratuito e completo per prendere decisioni di acquisto sostenibili.

[7] ChemSec – International Chemical Secretariat – è un’organizzazione indipendente senza scopo di lucro che sostiene la sostituzione delle sostanze chimiche tossiche con alternative più sicure.

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