Chimico e ingegnere.

Danilo Tassi*

 Indubbiamente gli anni passati sui banchi e negli eventuali laboratori all’Università, plasmano gli studenti in modo diverso da Facoltà a Facoltà.

Vi sarà capitato di sentir ripetere spesso da un Avvocato “Dove sta scritto?”, magari parlando del più e del meno. Per un avvocato infatti la verità non è quella che percepisce, ma quella desunta da un Codice o da una sentenza pregressa. Se non è scritto non è dimostrato!

Molto meno spesso avrete sentito pronunciare numeri da un Medico. Generalmente il Medico esprime valutazioni qualitative: “Molto, poco, abbastanza, quanto basta, il tempo necessario e così via”. Pochi numeri e molti pareri.

Al contrario un Ingegnere tende a dare una misura a tutto, a calcolare ogni cosa e magari valutare spesso l’aspetto strutturale.

Mai ad un Ingegnere sareste riusciti a far dichiarare morto il Covid alla vigilia della seconda ondata pandemica. Un Ingegnere ed in genere chi ha solide basi scientifiche, dà molta importanza ai numeri e ai dati di cui dispone. Se non ne ha a sufficienza sceglie di non esprimersi.

Anche non esprimere un parere è di per sé un parere: vuol dire che non si hanno abbastanza dati, e derogare da questo principio rivela scarso rigore scientifico.

Oltre agli Avvocati, i Medici e gli Ingegneri, anche i Geologi o gli Economisti o altri laureati sono distinguibili fra loro dal modo di esprimersi.

E un Chimico come si riconosce? Dal comportamento: basta dargli in mano qualcosa di sconosciuto ed il Chimico, dopo averla guardata, magari anche controluce, se la porterà al naso. Il Chimico cerca di capire cosa c’è dentro. Non è solo questione di farci un’analisi, ma di cercar di capire quel che non si vede da fuori.

È chiaro che questa descrizione quasi caricaturale delle diverse sensibilità dei nostri laureati non è generalizzabile perché esistono Medici che conoscono bene la matematica ed Ingegneri che conoscono la chimica meglio di un Chimico, ma queste conoscenze non nascono solo dall’istruzione universitaria, bensì da approfondimenti successivi alla laurea.

I Professionisti laureati.

Finita l’Università ogni Laureato, con il suo imprinting dato dagli studi che ha fatto, entra in una specie di Corporazione che gli consente di lavorare per quel che ha studiato e che impedisce per legge agli altri di farlo. Un Avvocato compie a volte atti puramente burocratici che quasi tutti potrebbero fare, ma che per legge sono di sua esclusiva competenza; un Perito chimico, che conosce l’Analitica strumentale altrettanto bene di un Dottore in Chimica, non può firmare le analisi; senza essere Farmacista non si possono leggere le ricette e consegnare le relative medicine; un Geometra non può firmare alcune pratiche alla sua portata, ma che sono prerogativa dell’Ingegnere; un Infermiere non può sostituire il medico neppure in operazioni elementari, tant’è  che un Assessore regionale dell’Emilia Romagna, Medico, è stato radiato dal suo Ordine per aver consentito la presenza di soli infermieri nelle ambulanze.

Ogni Corporazione difende i propri aderenti da invasioni di campo aliene, ma questo comportamento rende difficoltosa l’osmosi del “sapere” fra una Corporazione e l’altra cosicché si perdono potenziali sinergie che potrebbero migliorare notevolmente il lavoro di entrambe le parti interessate a tutto vantaggio della Collettività.

Ogni componente di una Corporazione diffida del sapere degli altri professionisti e tende a non confrontarsi con loro, anche perché si sentirebbe o darebbe l’impressione di essere, meno competente.

L’Ingegnere ed il Chimico.

Lasciando da parte gli esempi della Medicina, dove alcuni comportamenti rasentano una vera e propria liturgia e degli altri casi citati, esaminiamo quel che succede fra un Ingegnere ed un Chimico, in particolare un Chimico Industriale.

L’Ingegnere ha dalla sua tutta una legislazione, una prassi ed una solidarietà professionale che ne fanno l’indiscusso dominatore nel campo delle costruzioni ed è un bene che sia così perché solo ad Ingegneria se ne studia ad alti livelli la scienza, ma ci sono culture che possono, anzi devono, esprimersi durante l’attività della progettazione. Per esempio la cultura chimica che gli Ingegneri possiedono in genere molto più marginalmente di un Chimico vero e proprio. Vediamo qualche esempio di vita vissuta fra cantieri e fabbriche.

L’acqua della pampa argentina.

Ero in Argentina, qualche decennio fa, in un paesotto di 20.000 abitanti, nella pampa sconfinatamente piatta: Venado Tuerto. Non ci sono fiumi nella pampa perché, in assenza di pendenze, non saprebbero dove andare. Ci sono solo stagni e laghetti visibili quando piove e che scompaiono man mano che l’acqua viene assorbita dal suolo od evapora.

A Venado Tuerto, come in molta parte della pampa argentina, i pascoli, i campi e tutto ciò che si vede, poggiano su un acquifero costituito da uno strato di sabbia, ghiaia, terriccio spesso quasi 200 metri sotto al quale inizia uno strato di argille impermeabili. La falda acquifera, alimentata dalle piogge, si sposta verso il mare con movimento lentissimo: è praticamente ferma.

Non essendoci pendenze non ci sono fogne perché persino la fogna più piatta ha pur sempre bisogno di una anche minima pendenza per poter funzionare, ma in quella zona della pampa non c’è possibilità di alcuna pendenza ed il fiume più vicino dista 170 chilometri. In pratica, sotto il profilo del bilancio idrico, quel paesotto era un sistema quasi del tutto chiuso. Per risolvere il problema degli scarichi fognari qualche progettista a digiuno di chimica puntò sui pozzi disperdenti. In pratica gli scarichi fognari venivano lasciati percolare nell’acquifero puntando sul fatto che, prima di arrivare alla profondità di emungimento dei pozzi per l’acqua potabile, l’acqua di fogna si sarebbe in qualche modo depurata. Così è successo per decenni e Venado Tuerto alimentava il suo acquedotto con acqua presa a  -150 metri mentre gli scarichi erano praticamente a piano campagna; in quei 150  metri l’acqua di fogna, percolando nall’acquifero, perdeva i solidi sospesi, le sostanze organiche venivano digerite da microorganismi, i solfati ed i fosfati precipitavano a composti insolubili e l’Azoto, prima o poi diventava gassoso. Infatti, come ogni Chimico sa anche “ad orecchio”, i sistemi chimici evolvono spontaneamente verso composti meno solubili, meno dissociati e più volatili. Questo concetto per un Chimico fa parte perfino dell’inconscio perché deriva da dimostrazioni termodinamiche o da esperienze nei laboratori di analitica inculcate da più di un esame.

A differenza dell’Ingegnere un chimico si sarebbe anche chiesto che fine avrebbero fatto i cloruri perché, a parte quelli del primo gruppo in Chimica analitica qualitativa (da escludere per ovvie ragioni), i cloruri sono tutti solubili.

Per quanto attiene la precipitazione dei metalli durante la percolazione nell’acquifero si può fare lo stesso ragionamento: molti vengono insolubilizzati, ma alcuni ed in primo luogo il Sodio, restano in soluzione.

In pratica ad ogni giro l’acqua di Venado Tuerto, che era praticamente sempre quella, si arricchiva di Sodio e di cloruri i quali sono molto reattivi e piano piano ha cominciato a portare in soluzione elementi contenuti nelle rocce dell’acquifero, come l’Arsenico, che l’acqua iniziale non riusciva a sciogliere: all’aumentare della salinità aumentava anche la concentrazione di Arsenico nell’acqua potabile ed i casi di patologie ad esso collegate erano ormai non tollerabili.

Chiamato a suggerire una soluzione, alla mia domanda del perché di una scelta così sciagurata come i pozzi disperdenti l’Ingegnere capo del comune mi rispose che anche le autorità mediche non avevano trovato da eccepire circa la soluzione adottata dall’Ufficio tecnico comunale. Infatti per decenni il sistema ha funzionato: cercavano germi patogeni e controllavano la carica batterica, senza neppur sospettare quel che li aspettava. Evidentemente a Venado Tuerto scarseggiavano i Chimici o erano inascoltati: un loro coinvolgimento avrebbe evitato parecchi guai sia agli ingegneri sia ai medici, ma soprattutto agli abitanti. Bastava considerare l’evoluzione dell’indice di SAR o qualcosa di simile per prevedere quel che sarebbe successo nel tempo alle rocce dell’acquifero, ma nessuno ha avuto la sensibilità scientifica necessaria.

Uno zuccherificio molesto ed una discarica pericolosa.

Un altro esempio di scarsa collaborazione fra il Chimico pratico di industria e l’Ingegnere mi è capitato in Italia, in uno zuccherificio vicino ad una città del nord.

Accanto allo zuccherificio erano stati costruiti una decina di grossi bacini destinati a contenerne gli scarichi idrici prodotti durante i tre mesi della campagna bieticola. Tali scarichi venivano poi per tutto l’anno inviati al depuratore biologico delle acque reflue; in questo modo era sufficiente dimensionare l’impianto di depurazione sulla portata media annuale anziché quella trimestrale: quattro volte più piccolo.

In uno zuccherificio lo zucchero contenuto nelle barbabietole viene estratto con acqua calda e per facilitarne l’estrazione le barbabietole stesse vengono preventivamente ridotte in listarelle. Dopo l’estrazione il sugo zuccherino viene inviato alle lavorazioni successive mentre quel che resta delle listarelle costituisce le cosiddette “polpe”, cioè pezzetti di bietola esausta che venivano una volta impiegate per l’alimentazione del bestiame, ma che, a causa del loro scarso potere nutritivo, sono state progressivamente abbandonate, diventando quindi un rifiuto da smaltire.

Poiché ogni smaltimento ha un costo, il direttore di stabilimento pensò bene di buttare le polpe nelle vasche di polmonazione ancora vuote, contando sul fatto che il sole estivo le avrebbe fatte seccare prima del riempimento con gli scarichi idrici.

Così successe, ma quando si cominciarono ad inviare gli scarichi idrici sopra le polpe essiccate, queste ultime andarono in putrefazione e presero ad emanare un fetore avvertibile a chilometri di distanza. L’aggiunta di calce, che al tempo consigliai, ha tamponato temporaneamente il fenomeno della puzza, ma ormai la frittata era fatta. Anche in questo caso un professionista dotato di un minimo di cultura chimica avrebbe previsto quanto sarebbe successo bagnando le polpe essiccate, ma i chimici nello zuccherificio sono in genere tutti nel laboratorio analisi bietole e le scelte di processo demandate al capofabbrica, in questo caso un Ingegnere meccanico.

In un caso simile mi imbattei quando la Società per la quale allora lavoravo propose di trattare i Rifiuti Solidi Urbani di una grossa città del sud con calce, prima dell’interramento in discarica. Il progettista, in questo caso, ahimè, un Ingegnere chimico, contava sul fatto che questo pretrattamento con calce avrebbe permesso lo smaltimento in discarica, vietato al rifiuto tal quale, e che la sterilizzazione dovuta all’azione della calce, avrebbe reso inerte il rifiuto per sempre. Invano cercai di spiegare che prima o poi la forte alcalinizzazione sarebbe stata neutralizzata e che la CO2  prodotta avrebbe vieppiù consumato calce e risuscitato la putrefazione della sostanza organica. Non fui ascoltato, anzi trattato quasi da saputello menagramo, ma sto aspettando che si verifichi quanto avevo previsto. È solo questione di tempo perché nella “pancia” della discarica è presente un sistema chimico estremamente complesso nel quale avvengono le più disparate reazioni le quali inesorabilmente tendono a smussare le eccessive acidità o alcalinità ed a ripristinare il decorso naturale della decomposizione delle molecole organiche più grandi in sostanze a sempre minor peso molecolare.

Calcestruzzo armato, ma indifeso.

L’ultimo esempio riguarda un’isola del Mediterraneo dove è stato costruito, intorno al 2010, l’impianto di depurazione degli scarichi fognari. Si tratta di un impianto che, sfruttando sempre l’attività dei cosiddetti fanghi attivi, utilizza però un sistema chiamato “biofiltrazione”, una complicazione impiantistica utile più che altro alle grosse ditte costruttrici le quali possono brevettare queste tecniche mettendo fuori gioco la concorrenza.

In quell’isola non facevo più il Chimico, ma ero Amministratore Unico della Società di scopo costituita per l’esecuzione dei lavori in JV con un socio non italiano.

Le strutture dell’impianto erano quasi tutte di calcestruzzo armato, materiale che ho sempre guardato con sospetto. Anche prima del ponte Morandi. Il sospetto deriva dal fatto che, per una ragione o per l’altra, un’opera in c.a. ha sempre qualche difetto perché per una buona riuscita devono essere eseguite alla perfezione troppe operazioni. Oltre ad una buona progettazione si deve utilizzare cemento adatto all’impiego che se ne fa, si devono dosare nella giusta quantità i componenti della malta (il mix design), si deve utilizzare acqua con pochi sali disciolti, si deve usare ferro adatto per le armature le quali devono essere distanziate dalla cassaforma, i ferri devono essere ben legati, il getto vibrato per evitare la formazione dei vespai, ma non troppo per evitare la stratificazione nella malta, dopo il getto si devono evitare temperature troppo rigide o troppo alte, il getto va bagnato per evitare che si surriscaldi . . .: è praticamente impossibile che tutti i 290 muratori impiegati in quel cantiere come subappaltatori non abbiano “velocizzato” qualche operazione, magari d’accordo con il caposquadra-padroncino e che tutti abbiano preso le necessarie precauzioni circa la qualità dell’acqua e del cemento. Neppure una Direzione Lavori poliziesca avrebbe potuto evitarlo completamente.

Fatto sta che dopo qualche tempo dalla posa, una piattaforma di c.a. la quale era destinata ad essere sempre sommersa, mostrava evidenti segni di corrosione. Informato del problema, ho metaforicamente indossato di nuovo il mio vecchio camice ed ho fatto segretamente eseguire un’analisi chimica sul calcestruzzo dalla quale è emerso che era stato usato cemento con pochissimi ossidi di Ferro e di Alluminio. Questi ultimi sono quelli che rendono “idraulico” il cemento, cioè lo rendono più adatto alla presa in presenza di acqua. La quasi totale assenza di Ferro e Alluminio rendeva il cemento usato più simile ad un legante aereo che non ad un legante idraulico e quindi la piattaforma deteriorata non era adatta all’uso sott’acqua. Naturalmente non resi pubblica la cosa perché il subappaltatore che aveva usato cemento inadatto, era di nostra competenza in quanto costruttori delle opere civili, ma evitai comunque di perdere altro tempo a scervellarmi circa l’origine del problema, cosa che non fecero i nostri soci stranieri ai quali, per interesse di parte, non potei essere di alcun aiuto. Sarebbe bastata da parte loro una conoscenza, anche superficiale, dell’esistenza dell’Indice di Idraulicità dei cementi.

Un auspicabile ritorno al passato.

Questi esempi, che fra i tanti ho citato, dimostrano, secondo me, la necessità di avere una professionalità che faccia da cuscinetto fra il Chimico e l’Ingegnere chimico: il primo conosce meglio la Chimica ed il secondo è pur sempre un Ingegnere portato a valutare più l’aspetto strutturale che quello chimico.

Questa esigenza era stata avvertita cento anni fa dall’Ingegner Toso Montanari il quale rese possibile la fondazione a Bologna della Scuola superiore di Chimica Industriale che doveva appunto sfornare tecnici con una preparazione intermedia fra la Chimica e l’Ingegneria chimica, fra la conoscenza scientifica e quella tecnica in campo chimico. Chi usciva da quella Scuola poteva indifferentemente svolgere la professione di Ingegnere o di Chimico perché le materie ingegneristiche, come ha ben relazionato il Ch.mo Prof. Ferruccio Trifirò in occasione del centenario della Scuola, erano lì insegnate agli studenti in modo ben più approfondito di quanto non lo siano ora nella Facoltà di Chimica Industriale.

Purtroppo fra le due anime della Scuola, quella chimica e quella ingegneristica, prevalse quella chimica e così la Facoltà di Chimica Industriale, erede della primigenia Scuola, divenne simile a quella di Chimica a Scienze, magari con una maggior propensione alla Chimica Organica per la quale divenne un punto di riferimento internazionale. Ma non era questo l’auspicio iniziale.

Sono fermamente convinto che sarebbe tempo di riesumare l’intuizione dell’Ing. Toso Montanari e di ripristinare una Facoltà di Chimica Industriale, sulla traccia della centenaria Scuola superiore di Chimica Industriale, nella quale lo studio del Disegno, della Fisica tecnica, di Meccanica e macchine, della Termodinamica industriale e degli Impianti chimici sia più approfondito di adesso.

Il recente cambiamento nell’Ordine professionale dei Chimici che ci ha ridotti ad Operatori Sanitari dipendenti dal Ministero della salute, è vissuto come un’onta da chi, come me, ha passato cinquant’anni a progettare, realizzare e gestire Impianti chimici con grandi soddisfazioni professionali, come dimostrano anche i pochi esempi che ho sopra descritto.

*Danilo Tassi, Chimico industriale.

Nato a Brisighella (1947), laureato nel febbraio 1972 in Chimica Industriale a Bologna discutendo una tesi poi pubblicata, Danilo Tassi è stato prima ricercatore e poi progettista e direttore tecnico di grandi impianti industriali e di depurazione sia nel settore pubblico che privato ed ha anche pubblicato lavori su temi relativi al trattamento delle acque.

3 pensieri su “Chimico e ingegnere.

  1. Da chimico industriale laureato (anche se poi la vita mi ha portato altrove) non posso non sentirmi coinvolto.Sono anch’io convinto che il “chimico industriale” è una di quelle figure di interfaccia con competenze trasversali di cui tanto si parla e si dice siano richieste.
    Di fatto, la mia ex-facoltà (la mia ex-università) come primo passo della progressiva demolizione del settore chimico ha, infatti, per prima cosa procededuto a chiudere (oltre 10 anni fa) il corso di laurea in chimica industriale, puntando su altre “interdisciplinarietà” : mutamenti climatici, materiali, “ingegneria fisica” (bizzarro ibrido fra fisica, informatica, scienza dei materiali : vorrò vedere gli sbocchi lavorativi dei neolaureati…).
    Oltremodo interessanti (mi viene in mente Primo Levi ed “Il sistema periodico”, o “La chiave a stella”) sono le esperienze qui raccontate. Ho sempre pensato che sarebbe stato molto più formativo per i nostri laureati avere sentito molte più di queste “storie” e subire invece qualche elegante dimostrazione fisico-matematica in meno (sposta solo ad un livello più alto l’atto di fede nei risultati consolidati).
    Più concretezza, e meno teorie eccelse, che poi si finisce per dimenticare, a meno che non le si insegni ogni giorno, o si debba fare ricerca proprio in quel campo…

  2. Non posso che confermare quanto detto .
    Ho 80 anni e mi laureai nel lontanissimo 1966 .
    Già allora la Facoltà era ” poco Industriale ” e ” molto Organica ” , forse troppo .
    Qualsiasi Capoturno dell’ ANIC avrebbe potuto tenere i corsi di Impianti 1 & 2 in maniera
    più approfondita .
    Ho lavorato per 4 anni in Canadà e USA .
    Ogni estate studenti di Chimica ed Ingegneria venivano a lavorare in fabbrica , passando a mansioni sempre più impegnative man mano che passavano dal Primo all’ Ultimo anno di Facoltà .
    Trovai questa ” osmosi ” molto interessante e vantaggiosa per Università ed Industria .
    Tornato in Italia , nel 1971 uno studente di Chimica Industriale , Ricci Lucchi di Lugo , fece
    la sua Tesi presso la PBCI di Ravenna dove già lavoravo .
    Nella prefazione , che io scrissi per la sua Tesi , auspicavo una maggiore sinergia tra Università
    ed Industria , tra Conoscenza e Mondo del Lavoro sulla falsa riga delle Università americane .
    Questa mia prefazione fu rifiutata perchè le Tesi fatte nell’ Industria erano ” malviste ” .
    Già mezzo secolo fa la Facoltà di Chimica Industriale era ” out of touch ” .
    E adesso verso quali lidi sta veleggiando ?
    Cristiano G. Zannoni

    • Io (nato e cresciuto a 250 metri dal capannone del Petrolchimico di Marghera) nel 1980 se ben ricordo tentai di farmi prendere in tesi nell’allora Montedison, per laurearmi in Chimica Industriale con un piede nel futuro professionale.
      In quel caso l’ostracismo fu al contrario di quanto da lei, Cristiano, ricordato, con un evidente disprezzo del dirigente industriale con cui ebbi il colloquio per il (i) docente (i) che mi avevano mandato a chiedere la tesi.
      Capii che non era aria, e scelsi una tesi in meccanismi di reazione in chimica organica (!) al prof. Scorrano, una sliding door si era chiusa. Col senno di poi (non avevo capito che per l’industria petrolchimica in Italia era finito il tempo, in una dozzina d’anni mi sarei trovato disoccupato o a far la guardia alle rovine di impianti in quel di Porto Marghera come successe a altri laureati anche successivi) è andata bene così.
      Della “facoltà” di Bologna non so, a Venezia, come ho detto, la laurea di Chimica Ind.le è stata la prima ad essere affossata,ormai una dozzina d’anni fa. Per quella in Chimica non manca molto…ora sono benaltre le mode…

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