Siccità, agricoltura e biodiversità.

Mauro Icardi

Quando riflettiamo sull’acqua troppo spesso ci interessiamo unicamente degli effetti che la scarsità o la qualità compromessa possono avere sulla comunità umana.

I commenti che leggo sugli articoli che affrontano il tema siccità sono di carattere totalmente antropocentrico. Il problema siccità viene commentato con l’idea che saranno le innovazioni tecnologiche a risolvere il problema, quasi che l’attenzione e l’impegno personale passino in secondo piano quando si tratta di avere il necessario rispetto e la dovuta attenzione nell’uso dell’acqua.

Acqua, agricoltura e biodiversità sono temi strettamente legati tra di loro. Gli apicoltori italiani in questa estate del 2022 stanno segnalando la sofferenza delle colonie di api, che faticano a trovare fonti di nettare. La causa è la mancata fioritura o il disseccamento dei prati. Una delle soluzioni provvisorie che vengono adottate per cercare di garantirne la sopravvivenza è quella di alimentare le api con soluzioni zuccherine. Ovviamente non si tratta di una soluzione a lungo termine poiché acqua e zucchero non possono sostituire tutti i nutrimenti presenti nel nettare deifiori. Si tratta dunque di un aiuto temporaneo che possa in parte dare un sostegno a questi animali, soprattutto quando sono sfiniti dal caldo e dall’intensa attività di ricerca del nettare che riescono a procurarsi con sempre maggiore difficoltà.

Il comparto agricolo sta soffrendo per la riduzione dei raccolti e si vede costretto a dover effettuare un triste “triage idrico”, ovvero a dover scegliere quali campi irrigare abbandonando quelli più distanti dai canali di irrigazione. In molte aree del nord ovest, la sommersione delle risaie è ormai un ricordo di tempi passati. Non soffrono la siccità solo i corsi d’acqua principali, ma anche il sistema delle risorgive tipico della campagna lombarda. L’abbassamento delle falde acquifere, provocato dalla mancanza di piogge e dalla scarsità idrica, le sta mettendo in grave crisi. La fascia delle risorgive è una zona di transizione tra l’alta e la bassa pianura che attraversa il territorio lombardo da ovest a est, tra le province di Milano, Pavia, Lodi, Bergamo, Brescia, Cremona e Mantova, dove si distribuiscono gli oltre 800 fontanili ancora attivi.

Oltre a permettere in diverse zone l’irrigazione delle campagne coltivate, i fontanili rappresentano un habitat rifugio per molte specie animali e vegetali.

Queste foto le ho scattate nella primavera del 2011 in occasione di una visita al parco dei fontanili di Capralba (CR). Sono passati undici anni e la situazione attuale leggendo quanto riportato dai giornali locali è estremamente grave. Questo un estratto dal quotidiano “Cremona oggi”.

“Una scena così dalle nostre parti non si era mai vista – racconta Sergio Vismara, cerealicoltore di Cisliano, nel Milanese – Normalmente dalla testa di un fontanile esce un flusso d’acqua di trenta litri al secondo e si forma un laghetto, adesso non arriviamo nemmeno al litro e c’è solo un sottile strato di limo. Le falde si sono abbassate troppo, così è impossibile pescare l’acqua. Questa è una zona ricca di fontanili che vengono usati per irrigare dove non arriva la rete del Villoresi. Adesso su questi stessi campi rischiamo di perdere l’80 per cento del mais seminato”.

I problemi si intrecciano e si rafforzano andando a colpire pesantemente sia la produzione agricola che la biodiversità. Probabilmente se mi recassi oggi in quella zona non potrei scattare le idilliache fotografie di pesci che nuotano nella pura acqua dei fontanili, perché non credo che riuscirei a vederne.

La siccità ha colpito duramente anche gli alpeggi soprattutto in tutta la zona dell’arco alpino e nel nord dell’Appenino. Le mandrie non hanno acqua da bere, e poca erba da brucare. In alcune zone si sono riforniti gli abbeveratoi trasportando l’acqua con gli elicotteri. L’informazione prova ad edulcorare le notizie, forse per cercare di sminuirne l’impatto su chi legge. Il termine che forse è adatto ma che si è restii ad usare dovrebbe essere carestia.

La siccità ha ovviamente effetti molto negativi su pesci e anfibi. Leggiamo notizie di pesci salvati da fiumi ormai in secca totale e trasferiti in altri che conservano una portata ancora sufficiente per permetterne la sopravvivenza. Anche questa operazione si rende necessaria per ragioni di emergenza.  I pesci trasportati in un habitat diverso da quello originario possono avere problemi se si trovano nel loro periodo riproduttivo, soffrendo di uno stress da spostamento.

 La siccità e il cambiamento dei cicli stagionali mettono sotto forte stress gli anfibi, per natura legati alle aree umide: nell’area del Parco del Meisino situato nell’area della città metropolitana di Torino, lo scorso anno la natalità è stata pari a zero. E progetti di ripopolamento, come quello dedicato al pelobate fosco insubrico, noto anche come ‘rospo della vanga’, devono segnare il passo: a causa della scarsità d’acqua la stagione riproduttiva è fortemente ridotta. Si aggrava la moria di pesci: la siccità sta decimando specie autoctone quali lo scazzone, la trota marmorata e la lasca, a vantaggio delle specie esotiche più adattabili, tra le quali il pesce siluro e il cobite asiatico. 

La siccità sta causando sofferenze a piante quali le querce e gli ontani. Muoiono le querce, un fenomeno diffuso in molte zone in Italia che di anno in anno si sta intensificando; patiscono gli ontani neri abituati ad affondare le radici nell’acqua, gli subentrano frassini e altre specie frugali.

La cosa peggiore che potrebbe capitare è che terminata l’estate, con le prime piogge ci si dimentichi di queste situazioni. Invece è necessario comprendere a fondo quanto l’uomo non possa prescindere per la sua stessa sopravvivenza, da interazioni meno impattanti e distruttive con l’ambiente in cui è inserito.  Qualunque tipo di modifica dello stile di vita esageratamente consumistico e dissipativo viene percepito come la privazione di un diritto. Senza capire che noi non siamo i padroni della biosfera. Ne facciamo parte. E dobbiamo capirne e studiarne il funzionamento convincendoci che si deve rispettarla. 

Oggi abbiamo a disposizione molte più risorse di un tempo anche per informarci correttamente, per riprendere in mano i libri scolastici. Non è più possibile rimanere indifferenti. Questa fotografia della differente concezione dell’evoluzione, è tratta da un mio testo scolastico del biennio delle scuole superiori. Su quel libro nell’edizione del 1976  erano già oggetto di studio temi quali l’eutrofizzazione, il cambiamento climatico, l’inquinamento di acqua e aria, la gestione delle risorse idriche. Il volume è ancora (come molti altri testi scolastici) nella mia libreria. Adesso è il momento di agire, di accettare un cambiamento che non può essere rinviato. Impegno che deve trovare spazio nelle agende della politica anche grazie ad un ritrovato senso civico. Nei confronti delle nuove generazioni noi abbiamo un debito enorme, per l’incapacità ostinata a cambiare una direzione sbagliata, nella quale ci siamo mossi fino ad oggi. I segnali di pericolo e gli allarmi risuonano ormai da tempo. E non possono più essere colpevolmente ignorati.

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