La SCI da grande.

Claudio Della Volpe

La Società Chimica Italiana esiste dal 1909; ora poco più di un secolo forse non sono molti anni per una associazione culturale. Altre società scientifiche, come la Royal Chemical Society, esistono da prima, nel caso specifico dal 1841 o perfino la Royal Society esiste dal 1665, oltre tre secoli.

Diciamo che nel complesso la SCI è una “giovane” associazione scientifica.

Ci si potrebbe a ragione chiedere cosa voglia diventare da grande.

Al momento essa raccoglie poco più di 4000 soci che sono in modo dominante di ambiente universitario; sia i soci di provenienza scolastica che industriale sono minoritari; tuttavia occorre dire che la componente scolastica svolge un ruolo importante soprattutto nelle discussioni e nelle iniziative sulla didattica, mentre la componente industriale di fatti domina in altri ambiti, forse più “profondi”; il fatto che la rivista storica abbia come titolo “La Chimica e l’Industria”, dopo tutto non è un caso, nel senso che il grande pubblico identifica la Chimica come la scienza applicata alle massicce produzioni industriali di molti beni.

Lo sviluppo tumultuoso della chimica a partire dall’inizio del 900 ha segnato un periodo con due guerre mondiali e nel secondo dopoguerra un’epoca che alcuni autori chiamano l’epoca della sintesi.

La chimica con le sue rivoluzionarie conquiste, a partire dalla sintesi dell’ammoniaca a quella della gomma sintetica e dei polimeri, ha rivoluzionato una società che era basata su risorse e materiali di origine essenzialmente naturale; in un primo momento questo ha liberato l’umanità da problemi millenari, a partire dalla fame e dalle epidemie; ma le soluzioni prospettate, sebbene continuino ad essere almeno in parte efficaci, han mostrato pian piano il loro aspetto peggiore; un nostro socio napoletano non più in vita diceva che la Natura ha sempre due corni, è contraddittoria.

Dalla metà del secolo scorso la Chimica è diventata una scienza “nemica” del grande pubblico; un ruolo che nemmeno la fisica della bomba atomica aveva svolto; in Italia la crescita dell’industria chimica nel secondo dopoguerra ha concluso un ciclo iniziato nel primo novecento ed ha lasciato dietro di se un numero elevato di siti contaminati, ben 57, scrupolosamente elencati nella legge 152/2006; una fetta di territorio pari al 3% del totale è oggi inquinata in modo tale che la sua ripulitura non è stata ancora effettuata anche per i costi , ma spesso per la mancanza di metodi efficaci. L’ultimo caso è stato in Italia quello del PFAS, i composti perfluorurati usati nell’industria tessile, ma non solo, che hanno inquinato non solo i territori ma anche i corpi di centinaia di migliaia di persone.

E non basta; esistono luoghi inquinati come le spiagge bianche di Rosignano, che in modo inatteso sono diventate perfino una attrazione turistica, nonostante gli strali che alcune associazioni ambientaliste e mediche (non ancora chimiche) han provato a lanciare.

In tutto ciò, tuttavia, c’è una costante; su questi temi la nostra associazione viaggia a traino; non ci sono stati casi, almeno a mia conoscenza, di iniziative di denuncia di inquinamento, di rischio chimico in cui la SCI sia stata alla guida o se volete almeno fra i capofila del movimento di denuncia o delle iniziative di cambiamento. Nei grandi incidenti chimici, chessò l’ultimo che mi viene in mente, l’incendio della Nitrolchimica, nessun pronunciamento; eppure altri, altre società scientifiche lo hanno fatto.

Perfino sul clima, la cui crisi ha una chiara origine “chimica” nel senso che sono i prodotti della combustione dei fossili a fare da gas serra, la SCI ha stentato a dire una parola chiara; tuttavia su questo tema occorre riconoscere che, dopo una iniziale titubanza, c’è stata una tipologia di iniziativa, una commissione che ha redatto una posizione pubblica scritta e priva di ambiguità, una cosa che in ambito scientifico si chiama un “consensus paper”, una presa di posizione pubblica su temi importanti; è certo stata una iniziativa importante e lodevole, che avrebbe potuto dare la stura ad altre iniziative simili sui vari temi che coinvolgono la Chimica preso l’opinione pubblica.

James Hansen climatologo della NASA arrestato nel 2009 per blocco del traffico durante una manifestazione contro la riapertura di una miniera di carbone.

Ma non ce ne sono state e non ce ne sono ancora le premesse.

Certo a livello mondiale abbiamo avuto molti accordi internazionali di argomento chimico: a partire dall’accordo di Stoccolma sui terribili 12, le sostanze di sintesi più inquinanti, gli accordi sui metalli pesanti, l’accordo di Montreal, e la successiva modifica di Kigali, gli accordi di Parigi sul clima, gli accordi per il controllo delle armi chimiche. Ottime iniziative ma sempre avvenute su una base esogena per così dire; certo un altro esempio virtuoso che ha dato la chimica è stato il ruolo dei chimici nella scoperta del “buco dell’ozono” e delle successive misure concordate a Kigali. In quel caso “alcuni” chimici hanno avuto un ruolo determinante.

Oggi abbiamo varie emergenze planetarie ed anche relative al nostro paese: clima, energia e risorse minerarie, produttività agricola con inquinamento da composti di fosforo e azoto, scomparsa di specie viventi catalizzata dall’inquinamento, inquinamento della plastica nei mari e nel suolo, carenza del riciclo.  In tutti questi argomenti ci sono certamente “alcuni” chimici che fanno da battistrada; dimenticandone tanti altri cito Vincenzo Balzani e Nicola  Armaroli fra i nostri iscritti; ma manca appunto quell’afflato di gruppo, quell’impostazione che porterebbe la Società come tale a schierarsi, a prendere posizione, ad abbandonare una impossibile “neutralità” scientifica. La Scienza non può essere neutra, pensare che possa essere neutra è sbagliato, la scienza deve schierarsi sulla base di quello che sa e contribuire a dare dritte sulle scelte sociali, al prezzo di scontentare alcuni. E questo è il compito che aspetta la SCI da grande, scontentare alcuni per accontentare la scienza che studiamo e amiamo e con essa le esigenze della società nel suo complesso non di una sua parte, casomai più potente o più interessata alla Chimica come strumento produttivo.

4 pensieri su “La SCI da grande.

  1. Caro Claudio,
    son daccordo con te che la nostra categoria (quella dei chimici) non fa bella figura nel rapporto con la società.
    La mancanza di “senso sociale” sembra far parte in qualche modo della natura dei chimici italiani, me lo hanno dimostrato anni di vicende universitarie e conoscenze (magari meno numerose, ma emblematiche) nel campo industriale : il chimico, costitutivamente (salvo alcune eccezioni) è incapace di agire se non ottusamente per il proprio interesse personale (o del proprio gruppetto), salvo poi pagare (per quanto ho visto) nei riguardi delle altre categorie e gruppi, la disunità che ne deriva.
    In ambito universitario le vicende della mia facoltà prima, e poi del mio Dipartimento, me lo hanno mostrato in modo chiaro: altri gruppi disciplinari, se anche all’interno hanno fratture, agiscono verso l’esterno in modo unitario, e il più delle volte hanno così successo nel raggiungere i loro obiettivi.
    I chimici che operano (o hanno operato) nelle aziende, il più delle volte appoggiano acriticamente le posizioni “padronali” senza dubbi o riflessioni. Ho sentito ex-dipendenti del Petrolchimico negare l’evidenza dei danni fatti qui a Marghera, la loro azienda mai ha sbagliato…e anche gli incidenti mortali e le malattie professionali…cose quasi inventate..
    Insomma, nel complesso la mia categoria non mi sembra la più dotata di “coscienza sociale”, nè di quella coesione che altri hanno mostrato, nè della capacità di parlare alla politica ed alla società, se non per interessi “di bottega”. Che sia un problema “genetico” o c’è qualcosa di “culturale” ?

  2. Grazie Claudio per queste fondatissime considerazioni. Come in altri settori di attualità in questi momenti, il timore di perdere consensi può produrre la perdita di consensi. Aguri a tutti

  3. Condivido e nell’augurare buon anno auspico 2 cose:
    1) rinnovo dei Giochi della chimica: che diventino più accattivanti e comprendano prove a squadre magari legate alla realtà e alla parte sperimentale, in modo che diventi al più presto una disciplina vissuta e insegnata come utile e abbordabile da tutti o quasi.

    2) un serio dialogo sull’insegnamento della chimica che per forza di cose andava nei licei legata alla biologia e non alla fisica come si fece in seguito all’esperienza dei Brocca. Se la burocrazia scolastica non era pronta non si poteva sperare in un successo, anche se con buone idee. Ora la categoria A 050 rischia di riappianare tutto, mentre invece i chimici sono adatti a spiegare chimica e i biologi non sempre, specie in quei licei scienze applicate che di fatto applicano poco e niente.
    Saluti cordiali e grazie per gli interessanti articoli

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