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Resistenza batterica e farmaci non antibiotici.

In evidenza

Claudio Della Volpe

Su questo blog abbiamo parlato spesso di infezioni batteriche e di resistenza agli antibiotici; per esempio qui.

Negli ultimi giorni un lavoro molto interessante è stato pubblicato su PNAS su questo argomento e vale la pena di rifletterci.

Antidepressants can induce mutation and enhance persistence toward multiple antibiotics

Yue Wang, Zhigang Yuh, Pengbo Ding, +6 , and Jianhua Guo  PNAS 2023 Vol. 120 | No. 5

Guo si è interessato ai possibili contributi dei farmaci non antibiotici alla resistenza agli antibiotici nel 2014, dopo che il lavoro del suo laboratorio ha trovato più geni di resistenza agli antibiotici che circolano nei campioni di acque reflue domestiche che nei campioni di acque reflue degli ospedali, dove l’uso di antibiotici è più alto.

Nell’articolo di commento uscito su Scientific American si dice:

In un lavoro del 2018, il gruppo ha riferito che Escherichia coli è diventato resistente a più antibiotici dopo essere stato esposto alla fluoxetina, che viene comunemente venduta come Prozac.

 L’ultimo studio ha esaminato altri 5 antidepressivi e 13 antibiotici di 6 classi di tali farmaci e ha studiato come si è sviluppata la resistenzain E. coli.

Guo ipotizza che essi provochino “una risposta SOS”, innescando meccanismi di difesa cellulare che, a loro volta, rendono i batteri più capaci di sopravvivere al successivo trattamento antibiotico.

Dicono gli autori:

La resistenza agli antibiotici è una minaccia urgente per la salute globale. Gli antidepressivi sono consumati in grandi quantità, con una quota di mercato farmaceutica simile (4,8%) agli antibiotici (5%). Mentre gli antibiotici sono riconosciuti come il principale motore dell’aumento della resistenza agli antibiotici, poca attenzione è rivolta al contributo degli antidepressivi in questo processo. Qui, dimostriamo che gli antidepressivi a concentrazioni clinicamente rilevanti inducono resistenza a più antibiotici, anche dopo brevi periodi di esposizione. Anche la persistenza degli antibiotici è stata migliorata. Le analisi fenotipiche e genotipiche hanno rivelato che l’aumento della produzione di specie reattive dell’ossigeno dopo l’esposizione agli antidepressivi era direttamente associato ad una maggiore resistenza. Una maggiore risposta alla firma dello stress e la stimolazione dell’espressione della pompa di efflusso sono state anche associate a una maggiore resistenza e persistenza. I modelli matematici hanno anche previsto che gli antidepressivi avrebbero accelerato l’emergere di batteri resistenti agli antibiotici e le cellule persistenti avrebbero contribuito a mantenere la resistenza. Nel complesso, i nostri risultati evidenziano il rischio di resistenza agli antibiotici causato dagli antidepressivi.

Ma quale o quali sarebbero i meccanismi implicati?

Nei batteri cresciuti in condizioni di laboratorio ben ossigenate, gli antidepressivi hanno indotto le cellule a generare specie reattive dell’ossigeno: molecole tossiche che attivavano i meccanismi di difesa del microbo. Soprattutto, questo ha attivato i sistemi di pompaggio di efflusso dei batteri, un sistema di espulsione generale che molti batteri usano per eliminare varie molecole, compresi gli antibiotici. Questo probabilmente spiega come i batteri potrebbero resistere agli antibiotici senza avere specifici geni di resistenza. Ma l’esposizione di E. coli agli antidepressivi ha anche portato ad un aumento del tasso di mutazione del microbo e alla successiva selezione di vari geni di resistenza. Tuttavia, nei batteri cresciuti in condizioni anaerobiche, i livelli di specie reattive dell’ossigeno erano molto più bassi e la resistenza agli antibiotici si sviluppava molto più lentamente.

Certamente questa diventa una nuova frontiera per lo studio e l’abbattimento della resistenza agli antibiotici, vista anche la enorme diffusione dei farmaci antidepressivi.

Sitografia

Nature – How antidepressants help bacteria resist antibiotics A laboratory study unravels ways non-antibiotic drugs can contribute to drug resistance. Liam Drew

doi: https://doi.org/10.1038/d41586-023-00186-y

https://www.scientificamerican.com/article/how-antidepressants-help-bacteria-resist-antibiotics/

Scaldarsi con poco?

In evidenza

Claudio Della Volpe

Giorni fa mi sono imbattuto nella pubblicità di vari tipi di stufe che non appaiono così comuni e mi è venuta spontaneamente la voglia di approfondirne le caratteristiche; dopo tutto siamo in inverno e il riscaldamento degli edifici è uno dei problemi pratici da affrontare per milioni di persone; certo la cosa migliore è di investire in case che non hanno bisogno di riscaldamento oppure che usano energie rinnovabili, per esempio l’accoppiata fotovoltaico-geotermia a bassa temperatura che si avvia a diventare una delle tecniche più interessanti.

Ma diciamo la verità, da una parte la scarsa conoscenza tecnica dall’altra la presenza di un robusto sistema produttivo basato sul bruciare qualche tipo di combustibile e infine i costi relativamente elevati delle tecnologie più nuove fanno si che vengano alla ribalta metodi molto più tradizionali.

Oggi vi farò due esempi, fra di loro alquanto diversi, di questi metodi perché mi hanno colpito e perché dopo tutto sono relativamente diffusi: uno è un metodo di riscaldamento diretto basato sulle stufe ad alcool etilico o come dicono i venditori a “bioetanolo” e l’altro un metodo sostanzialmente di accumulo del calore, le stufe a sabbia, che potrebbe forse essere sfruttato per cose più ambiziose.

C’è un massiccio dispositivo pubblicitario che spinge le cose, specie nel caso delle stufe a bioetanolo e che è basato su una serie di enormi ambiguità.

A cominciare dal nome “bioetanolo”; come al solito il prefisso bio è usato con uno scopo esclusivamente pubblicitario; si sottintende che dato che è di origine naturale, ottenuto per distillazione da componenti vegetali è un prodotto sano e buono di per se; ma le cose sono più complesse di così.

Lavori recenti confermano quel che già si sapeva: la produzione di bioetanolo da piante come la cassava o il mais o la canna da zucchero entra in diretta concorrenza con la produzione di cibo e lo fa specie in paesi poveri, dove quella produzione è preziosa. In secondo luogo se uno fa il conto di quanta energia si ottiene per via netta, scorporando l’energia grigia (ossia quella che serve alla coltivazione distillazione e trasporto ) il conto non torna, i risultati sono spesso al limite o della unità o di un valore critico minimale (EROI 3:1) e solo alcuni autori lo stimano molto alto e comparabile con quello di tecnologia più affermate (per dati affidabili si veda per esempio un lavoro di Hall, che ha inventato il concetto di EROI,  e altri, https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0301421513003856).

Dunque la parolina bio non basta a rendere l’etanolo di origine agricola un prodotto sostenibile; ma c’è molto di più. Il vantaggio che viene stressato da chi vende le stufe a bioteanolo o ad etanolo (dopo tutto il consumatore finale difficilmente è in grado di rendersi conto della effettiva origine del combustibile che compra casomai su Amazon) è che non c’è bisogno per queste stufe di avere un camino.

Alcuni produttori citano a questo riguardo un regolamento europeo del 1993 (dunque ormai trentennale) ma che si riferisce alla denaturazione dell’alcol etilico; mentre in realtà le norme che consentono e regolano le stufe a bioetanolo sono norme UNI o EN, la UNI-11518:2013 poi superata dalla UNI EN 16647 : 2016; come tutte le norme UNI questa non è libera, cioè occorre pagare per poter leggere le norme necessarie a fare le cose, una assurdità tutta italiana e tutta mercantile; d’altronde siamo o no il paese in cui per sapere come pagare le tasse occorre andare da un commercialista o al CAF? Diciamo che questi pagamenti servono agli stipendi di UNI più che a pagare gli esperti che fanno le norme e che non vengono pagati.

Alcune cose si riescono a estrarre comunque.

Ci sono alcuni metodi di riscaldamento a combustione che non necessitano di camino: sia l’etanolo che gli idrocarburi liquidi, il GPL (questi ultimi se bruciati in stufe a catalizzatore) godono di questo privilegio. (ATTENZIONE: le stufe a pellet dette “senza canna fumaria” in realtà necessitano di una canna fumaria, non necessariamente in muratura.)

La differenza fra queste due tipologie sta nel fatto che le stufe a etanolo o a GPL non fanno fumi (o almeno non ne fanno in quantità significative), ma producono invece i prodotti basici della combustione, CO2 ed acqua, più una quantità piccola ma misurabile di altre molecole tipiche delle combustioni, anche in funzione delle condizioni effettive di composizione del combustibile e di combustione (miscelazione, temperatura, etc). La purezza del combustibile è dunque condizione essenziale per evitare la produzione di sostanze tossiche o semplicemente puzzolenti. Non completamente perché secondo il regolamento del 1993 che invece stabilisce la composizione dell’alcol denaturato (che è quello al 96% che si usa in questi casi) una quantità di “impurezze” sono permesse dalla legge; le tecniche di denaturazione dipendono dal paese europeo; in Italia per esempio l’alcool denaturato contiene:

Per ettolitro anidro di alcole puro:
– 125 grammi di tiofene,
– 0,8 grammi di denatonium benzoato,
– 0,4 grammi di C.l., acid red 51 (colorante rosso),

– 2 litri di metiletilchetone.

Nel momento della combustione queste sostanze, specie all’inizio, possono produrre comunque odore sgradevole. Infine piccole quantità di CO (che è tossico, non solo asfissiante come la CO2) si possono produrre specie se il dispositivo funziona male.

Un secondo problema è causato poi dal fatto che l’alcool etilico è infiammabile e questo, specie in fase di riempimento del serbatoio, può dare origine a pericolosi incidenti se non si rispettano regole precise per evitare il contatto con materiali molto caldi; un nutrito set di incidenti a livello internazionale è riportato in letteratura (vedi in fondo) . Per evitare grandi rischi la quantità di alcol che si può usare per ciascuna alimentazione è ridotta, diciamo che in una grande stufa c’è un serbatoio di 4-5 litri ossia, considerando la densità di 0.8 kg/L, qualche chilo.

E arriviamo ad un po’ di stechiometria e chimica fisica; quanto calore e quanta CO2 si producono?

L’entalpia di combustione dell’alcol etilico puro è di 27 MJ/kg (la legna oscilla fra 15 e 17MJ/kg) e la quantità di CO2 prodotta è di 1.9kg/kg (all’incirca 1.8 nel caso del legno).

La differenza sta oltre che nella bassissima produzione di fumi da parte dell’alcol nel ridotto rischio nel maneggiare la legna; mentre far bruciare l’alcol è molto semplice accendere il fuoco con la legna può essere parecchio più difficile.

Una grande stufa ad alcol, diciamo da 3-4 kW di potenza col suo serbatoio di 5 litri (ossia 4kg) potrà bruciare per quanto tempo? La risposta è alcune ore, ma queste sono le dimensioni massime che si possono avere; semplice fare il conto se avete 4kg di alcol potete ottenere poco più di 108MJ  di energia termica; 4 kW sono 4kJ/s e dunque la stufa potrà lavorare per 7-8 ore, consumando circa mezzo litro l’ora. E quanta CO2 produrrà? Quasi 8kg che sono 4mila litri di gas, 4 metri cubi, raggiungendo una concentrazione in un volume poniamo di 300 metri cubi,(consideriamo un appartamento di 100 metri quadri ) superiore all’1%, che è 20-30 volte maggiore della concentrazione naturale (0.04%) ossia arriviamo a 8-10mila ppm mentre il massimo consigliato in ambienti molto vissuti è 2500 ppm per evitare disturbi significativi ; un po’ troppo! Per cui la norma UNI impone di aerare i locali ripetutamente e questo ovviamente contrasta con il mantenimento di una temperatura decente.  Anche perché si genera parecchia acqua (1.2 kg/kg di alcol) e l’umidità ambientale aumenta col rischio di avere condensa e muffe.

Conclusione: sì, potete risparmiare di costruire un camino se non ce l’avete, ma la resa complessiva non sarà ottimale rispetto a quella di avere un camino funzionante e in genere non se ne consiglia l’uso in grandi ambienti : piccole stufe in piccoli ambienti, non il riscaldamento principale insomma, e sempre attenti a rischio incendio e qualità dell’aria.

Certo sono oggetti anche ben fatti ed esteticamente validi, ma questo cosa c’entra col riscaldamento?

Un’ultima considerazione è il costo; al momento è di 3 euro al litro, poco meno di 4 al kilo, mentre la legna costa 1 euro al kilo; la differenza è notevole per unità di calore ottenuta. 

Passiamo alla stufa a sabbia che è invece un oggetto della mia infanzia. mio padre era un convinto utente della stufa a sabbia; ai tempi era elettrica come è anche adesso e dunque un oggetto dai consumi certo non economici; dove è l’utilità?

L’utilità è nella capacità di riscaldare la stufa ad una temperatura anche elevata e consentire il rilascio lento di questo calore nel tempo; di solito è fatta immergendo delle resistenze metalliche nella sabbia; e la sabbia ha una capacità termica che può essere significativa dato che può raggiungere temperature elevate senza alterarsi significativamente, anche varie centinaia di gradi; ovviamente il problema è che non potete toccare la sabbia e il dispositivo deve essere costruito in modo da evitare contatti molto pericolosi, deve riscaldare solo l’aria ambiente.

La capacità termica della sabbia è di 830J/kgK; immaginiamo allora di averne a disposizione 1 kg e di riscaldarlo a 100°C sopra la temperatura ambiente; il calore disponibile sarà di 83000J; supponiamo di averne 100kg, un oggetto parecchio pesante dunque, ma una volta riscaldato avrà accumulato e ci restituirà nel tempo 8.3MJ e se lo riscaldiamo a 200°C  sopra l’ambiente avremo l’accumulo di 16.6MJ che corrispondono a bruciare un kilo di legno.

Non è impossibile isolare bene la massa di sabbia e conservare il calore per parecchie decine di ore o anche più sfruttandolo all’occorrenza.

L’idea, che è venuta ad un gruppo di tecnici finlandesi della Polar Night Energy, è di usare sabbia di quarzo di buona qualità ed in grandi quantità riscaldata a 1000°C usando per esempio eolico o fotovoltaico  nei momenti di eccesso di produzione; in questo modo ogni ton di sabbia di quarzo potrebbe immagazzinare 830MJ/ton e secondo i loro esperimenti e calcoli rappresenta un modo innovativo ma semplice di accumulare energia termica a basso costo (attenzione una ton di idrocarburo produce oltre 40GJ, 50 volte di più).

Attualmente ci stiamo concentrando su due prodotti. Al momento possiamo offrire un sistema di accumulo di calore con potenza di riscaldamento di 2 MW con una capacità di 300 MWh o una potenza di riscaldamento di 10 MWh con una capacità di 1000 MWh. Il nostro sistema di accumulo di calore è scalabile per molti scopi diversi e amplieremo la gamma di prodotti in futuro. I nostri accumulatori sono progettati sulla base di simulazioni che utilizzano il software COMSOL Multiphysics. Progettiamo i nostri sistemi utilizzando modelli di trasporto del calore transitorio 3D e con dati di input e output reali. Abbiamo progettato e costruito il nostro primo accumulo di calore commerciale a base di sabbia a Vatajankoski, un’azienda energetica con sede nella Finlandia occidentale. Fornirà calore per la rete di teleriscaldamento di Vatajankoski a Kankaanpää, in Finlandia. L’accumulo ha una potenza di riscaldamento di 100 kW e una capacità di 8 MWh. L’utilizzo su vasta scala dello stoccaggio inizierà durante l’anno 2022. Abbiamo anche un impianto pilota da 3 MWh a Hiedanranta, Tampere. È collegato a una rete di teleriscaldamento locale e fornisce calore per un paio di edifici. Il progetto pilota consente di testare, convalidare e ottimizzare la soluzione di accumulo di calore. Nel progetto pilota, l’energia proviene in parte da un array di pannelli solari di 100 metri quadrati e in parte dalla rete elettrica.

Il dispositivo è correntemente sul mercato. Ci riscalderemo con queste “batterie a sabbia”?

Materiali consultati oltre quelli citati.

https://www.expoclima.net/camini-a-bioetanolo-la-nuova-norma-uni-11518

https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/HTML/?uri=CELEX:01993R3199-20050814

https://www.treehugger.com/viral-sand-battery-isnt-what-it-seems-5547707

https://sauermanngroup.com/it-IT/insights/misura-della-concentrazione-di-co2-calcolare-il-tasso-di-ricambio-dellaria

anche in Italia si producono “batterie a sabbia”: https://www.magaldigreenenergy.com/en/economy-energia-green-con-le-batterie-di-sabbia

Incidenti con le stufe a bioetanolo:

J Burn Care Res 2011 Mar-Apr;32(2):173-7. doi: 10.1097/BCR.0b013e31820aade7

Burns Volume 42, Issue 1, February 2016, Pages 209-214

https://www.sciencedaily.com/releases/2014/09/140903091728.htm

Ringrazio Gianni Comoretto per gli utili suggerimenti.


 

E’ possibile la vita sulla superficie di Marte?

In evidenza

Diego Tesauro

E’ possibile la vita sulla superficie di Marte? A questa domanda potrebbe rispondere il rover  Rosalind Franklin della missione ExoMars (Figura 1) quando verrà lanciato. La missione, essendo una cooperazione congiunta dell’ Esa con la Roscosmos, a seguito dell’invasione dell’Ucraina, è stata bloccata dovendo partire dal cosmodromo di Baikonur lanciata dal razzo Proton. A questa missione è stata affidato l’esperimento Bottle (Brine Observation Transition To Liquid Experiment). Questo esperimento ha come obiettivo di generare acqua liquida sulla superficie di Marte mediante la deliquescenza, un processo in cui un sale igroscopico assorbendo vapore d’acqua dall’atmosfera, genera una soluzione salina. Inoltre si indagherà l’eventuale abitabilità di queste salamoie. La vita, almeno per come la conosciamo, oltre la presenza di carbonio, idrogeno, azoto, ossigeno, fosforo e zolfo, indicati con l’acronimo CHNOPS, necessita anche di altri oligoelementi e soprattutto dell’acqua liquida e di energia. Ora su Marte, l’energia potrebbe essere fornita dalla luce solare o da processi chimici. Il carbonio è disponibile nella sottile atmosfera sotto forma di biossido di carbonio, gli oligoelementi sono largamente presenti nella regolite, lo strato di polvere fine che ne ricopre la superficie.

Il fattore fortemente limitante è la presenza acqua liquida a causa della bassa pressione atmosferica (da 7 a 4 millibar contro i circa mille millibar terrestri) e delle temperature prevalentemente sotto lo zero Celsius. In queste condizioni, come ben sappiamo fin dai nostri primi studi di Chimica Fisica l’unica possibilità perché l’acqua sia liquida, in base alla legge di Raoult e dell’abbassamento crioscopico, è la presenza in soluzioni ad alta concentrazione salina. Sulla superficie del pianeta rosso sono stati rilevati negli ultimi decenni sali igroscopici in grado di formare salamoie che potrebbero rendere l’acqua liquida, fra cui i perclorati. Queste considerazioni hanno negli ultimi anni spinto la ricerca a trovare dei potenziali microorganismi in grado di vivere in queste condizioni drastiche, che chiaramente presentano varie problematiche. In primo luogo l’elevata salinità, che avrebbe quest’acqua, sarebbe in grado di modificare l’equilibrio osmotico delle cellule. Inoltre i perclorati hanno un effetto caotropico promuovendo la denaturazione delle macromolecole, il danno al DNA e lo stress ossidativo dovuto all’elevato potere ossidante del cloro nello stato di ossidazione +7.

Fra i potenziali microorganismi che potrebbero adattarsi a queste condizioni si annoverano gli archaea alofili (famiglia Halobacteriaceae). Queste specie si sono adattate alla vita agli estremi di salinità sulla Terra, pertanto potrebbero risultare dei buoni candidati per la vita anche su Marte. Molte specie resistono a livelli elevati di radiazioni UV e gamma; una specie è sopravvissuta all’esposizione al vuoto e alle radiazioni durante un volo spaziale; e c’è almeno una specie psicrotollerante (specie che crescono a 0°C, ma hanno un optimum di temperatura di 20-40 °C),. Gli archaea alofili possono sopravvivere per milioni di anni all’interno delle inclusioni di salamoia nei cristalli di sale. Molte specie hanno diverse modalità di metabolismo anaerobico e alcune possono utilizzare la luce come fonte di energia utilizzando la batteriorodopsina della pompa protonica guidata dalla luce. Inoltre la presenza dei caratteristici pigmenti carotenoidi (α-bacterioruberina e derivati) rende le Halobacteriaceae facilmente identificabili mediante spettroscopia Raman [1]. Pertanto, se presenti su Marte, tali organismi possono essere rilevati dalla strumentazione Raman pianificata per l’esplorazione EXoMars.

Per verificare la possibilità di vita sul suolo marziano per alcune specie batteriche metanogene, un gruppo di ricercatori della Technische Universität (TU) di Berlino hanno testato l’attività di tre archaea metanogenici: Methanosarcina mazei, M. barkeri e M. soligelidi (Figura 2)[2]. Le cellule microbiche sono state bagnate in un sistema di deliquescenza chiuso (CDS) costituito da una miscela di substrato essiccato Martian Regolith Analog (MRA) e sali. Il metano prodotto tramite attività metabolica è stato misurato dopo averli esposti a tre diversi substrati MRA utilizzando NaCl o NaClO4 come sale igroscopico. Gli esperimenti hanno mostrato che i M. soligelidi e i M. barkeri producevano metano rispettivamente a 4 °C e a 28 °C mentre i M. mazei non venivano riattivati metabolicamente attraverso la deliquescenza. Nessuna però delle specie produceva metano in presenza di perclorato mentre tutte le specie erano metabolicamente più attive nell’MRA contenente fillosilicati. Questi risultati sottolineano l’importanza del substrato, delle specie microbiche, del sale e della temperatura utilizzati negli esperimenti. Inoltre, quest’esperimento per la prima volta dimostra che l’acqua fornita dalla sola deliquescenza è sufficiente per reidratare gli archei metanogenici e riattivare il loro metabolismo in condizioni approssimativamente analoghe all’ambiente marziano vicino al sottosuolo

Lo stesso gruppo berlinese, più recentemente, ha condotto una prima indagine proteomica sulle risposte allo stress specifiche del perclorato del lievito alotollerante Debaryomyces hansenii e lo ha confrontato con gli adattamenti allo stress salino generalmente noti [3]. Le risposte agli stress indotti da NaCl e NaClO4 condividono molte caratteristiche metaboliche comuni, ad esempio vie di segnalazione, metabolismo energetico elevato o biosintesi degli osmoliti. I risultati di questo studio hanno rivelato risposte allo stress microbico specifiche del perclorato mai descritte prima in questo contesto. Anche se le risposte allo stress indotte in D. hansenii condividono diverse caratteristiche metaboliche, è stata identificata una glicosilazione proteica potenziata, il ripiegamento tramite il ciclo della calnexina e la biosintesi o rimodulazione della parete cellulare come misura contraria allo stress caotropico indotto dal perclorato, che generalmente destabilizza le biomacromolecole. Allo stesso tempo, i processi di traduzione mitocondriale sono sottoregolati sotto stress specifico del perclorato. Lo stress ossidativo indotto specificamente dal perclorato sembra giocare solo un ruolo minore rispetto allo stress caotropico. Una possibile spiegazione di questo fenomeno è che il perclorato è sorprendentemente stabile in soluzione a temperatura ambiente a causa del trasferimento di atomi di ossigeno che limita la velocità di riduzione. Per cui, quando si applicano questi adattamenti fisiologici, le cellule possono aumentare sostanzialmente la loro tolleranza al perclorato rispetto all’esposizione allo shock del sale. Questi risultati rendono probabile che i presunti microrganismi su Marte possano attingere a meccanismi di adattamento simili che consentano la sopravvivenza nelle salamoie del sottosuolo ricche di perclorato.

Lo scopo di questa attività di ricerca consiste quindi nel dimostrare come gli organismi estremofili potrebbero tutt’oggi essere presenti su Marte. Un qualunque esperimento da condurre sulla superficie del pianeta rosso alla ricerca della vita, è suffragato da ipotesi già validate sulla Terra. In astrobiologia infatti sono determinanti, per l’approvazione di missioni spaziali, dei risultati promettenti ottenuti in laboratorio. Questi poi potranno essere quindi verificati quando la missione Exomars potrà avere luogo, sembra comunque non prima del 2028. Inoltre la conoscenza di organismi in grado di vivere in condizioni estreme, che riteniamo improbabili, dimostrano come la vita possa svilupparsi anche in ambienti ostili ed avere eventualmente delle ricadute nello studio di processi biotecnologici.

References

1) J Jehlička, H G M Edwards, A Oren Bacterioruberin and salinixanthin carotenoids of extremely halophilic Archaea and Bacteria: a Raman spectroscopic study Spectrochim Acta A Mol Biomol Spectrosc 2013, 106, 99-103. https://doi.org/10.1016/j.saa.2012.12.081

2) D. Maus, et al. Methanogenic Archaea Can Produce Methane in Deliquescence-Driven Mars Analog Environments. Sci Rep  2020, 10, 6. https://doi.org/10.1038/s41598-019-56267-4

3) J. Heinz et al. Perchlorate-specific proteomic stress responses of Debaryomyces hansenii could enable microbial survival in Martian brines Environ Microbiol. 2022, 24, 5051–5065. https://doi.org/10.1111/1462-2920.16152

Figura 1 Il rover di ExoMars è intitolato a Rosalind Franklin i cui studi di cristallografia a raggi X. Sono stati fondamentali per risolvere la struttura del DNA e del RNA. Esplorerà il Pianeta Rosso. . Copyright: ESA/ATG medialab

Figura 2 Methanosarcina barkeri (sopra) e Methanosarcina soligelidi (sotto). Questi ceppi appartengono agli  euryarchaeotearchaea che producono metano usando tutti I pathways metabolici per la metanogenesi

Energia al metro quadro.

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Luigi Campanella, già Presidente SCI

Che ai combustibili fossili debbono essere progressivamente sostituite alternative più rispettose dell’ambiente è un dato ormai acquisito. La scelta fra le alternative non è semplice ed una risposta equilibrata non è facile. Molti sono gli elementi da considerare: da quelli economici a quelli relativi alla disponibilità delle materie prime. Un recente studio di OurWorldinData ha considerato un nuovo ed insolito, ma importantissimo parametro, cioè il consumo di suolo misurato in mq per megawattora annui, m2/MWhanno. I valori riportati sono 0,7 per il nucleare (circa 30 volte meno del carbone), 1.8 per il gas, 1.9 per il fotovoltaico, 12 per l’idroelettrico,14 per il fotovoltaico a terra, 24 per il carbone e 25 per il solare. A margine di questo studio viene rilevato che i pannelli solari posizionati in terra consumano più suolo di quelli sul tetto e che per i materiali del fotovoltaico il cadmio consuma meno suolo del silicio. Il risultato a favore del nucleare non considera gli aspetti di sicurezza ambientale: meno suolo consumato, ma quali rischi per l’ambiente e quali soluzioni per limitarli?


Il discorso si fa più complesso ma il riconoscimento al nucleare di energia pulita assegnato in questi giorni dall’UE può costituire una forte spinta in favore di questa forma di energia. Sulla quale anche la Chiesa è di recente intervenuta, secondo il pensiero di Papa Francesco che ci ha abituato a questi interventi su tutti gli aspetti della nostra vita, superando i limiti degli argomenti tradizionalmente più vicini alla Chiesa. Di recente così attraverso il proprio Dipartimento/Dicastero di competenza, il Vaticano ha detto la sua in tema di energia a partire dalla Pacem in Terris di Giovanni XXIII e dalla forte spinta ecologica contenuta nella Enciclica Laudato sì. Questa ha contribuito in modo significativo alla presa di coscienza di recuperare il valore della cura al pianeta ammalato. La Santa Sede ha sempre guardato alla tecnologia senza pregiudizi o schemi ideologici, puntando sull’integritá della persona e sul suo sviluppo integrale. Ed ora lo stesso atteggiamento viene applicato al caso del nucleare. Così ne viene condannata l’applicazione a scopi bellici considerandone in questo caso persino immorale il solo possesso. Allo stesso tempo per la Chiesa sul piano. delle applicazioni per scopi civili ne giustifica l’uso fatte salve la sicurezza e l’impatto ambientale zero. Che poi rispetto al parametro tempo la soluzione del problema energetico affidata ad una o più centrali nucleari, la cui costruzione richiede un decennio da trascorrere in carenza di risorse energetiche, sia certamente tardiva e non rispondente al superamento di un’emergenza è un altro discorso. Eolico e Fotovoltaico rappresentano soluzioni tecnologicamente mature e realizzabili in tempi molto più ridotti ed anche meno impattanti per gli aspetti di sicurezza. Papa Francesco sul tema dell’energia è tornato parecchie volte per sollecitare la soluzione a favore dei più deboli, più poveri, più esposti, che non hanno le risorse per trovarla, ma lo  ha fatto sempre con il dubbio dello scienziato aperto a nuove scoperte e nuovi risultati. Questo significa che laddove i dati scientifici da cui si parte non siano esaustivi è richiesta una ulteriore riflessione su benefici e rischi a livello ambientale e sanitario. Transizione ecologica, cambiamenti climatici, pace internazionale vanno affrontati insieme; ogni soluzione locale sarà solo un palliativo che non risolve nulla.  

La SCI da grande.

In evidenza

Claudio Della Volpe

La Società Chimica Italiana esiste dal 1909; ora poco più di un secolo forse non sono molti anni per una associazione culturale. Altre società scientifiche, come la Royal Chemical Society, esistono da prima, nel caso specifico dal 1841 o perfino la Royal Society esiste dal 1665, oltre tre secoli.

Diciamo che nel complesso la SCI è una “giovane” associazione scientifica.

Ci si potrebbe a ragione chiedere cosa voglia diventare da grande.

Al momento essa raccoglie poco più di 4000 soci che sono in modo dominante di ambiente universitario; sia i soci di provenienza scolastica che industriale sono minoritari; tuttavia occorre dire che la componente scolastica svolge un ruolo importante soprattutto nelle discussioni e nelle iniziative sulla didattica, mentre la componente industriale di fatti domina in altri ambiti, forse più “profondi”; il fatto che la rivista storica abbia come titolo “La Chimica e l’Industria”, dopo tutto non è un caso, nel senso che il grande pubblico identifica la Chimica come la scienza applicata alle massicce produzioni industriali di molti beni.

Lo sviluppo tumultuoso della chimica a partire dall’inizio del 900 ha segnato un periodo con due guerre mondiali e nel secondo dopoguerra un’epoca che alcuni autori chiamano l’epoca della sintesi.

La chimica con le sue rivoluzionarie conquiste, a partire dalla sintesi dell’ammoniaca a quella della gomma sintetica e dei polimeri, ha rivoluzionato una società che era basata su risorse e materiali di origine essenzialmente naturale; in un primo momento questo ha liberato l’umanità da problemi millenari, a partire dalla fame e dalle epidemie; ma le soluzioni prospettate, sebbene continuino ad essere almeno in parte efficaci, han mostrato pian piano il loro aspetto peggiore; un nostro socio napoletano non più in vita diceva che la Natura ha sempre due corni, è contraddittoria.

Dalla metà del secolo scorso la Chimica è diventata una scienza “nemica” del grande pubblico; un ruolo che nemmeno la fisica della bomba atomica aveva svolto; in Italia la crescita dell’industria chimica nel secondo dopoguerra ha concluso un ciclo iniziato nel primo novecento ed ha lasciato dietro di se un numero elevato di siti contaminati, ben 57, scrupolosamente elencati nella legge 152/2006; una fetta di territorio pari al 3% del totale è oggi inquinata in modo tale che la sua ripulitura non è stata ancora effettuata anche per i costi , ma spesso per la mancanza di metodi efficaci. L’ultimo caso è stato in Italia quello del PFAS, i composti perfluorurati usati nell’industria tessile, ma non solo, che hanno inquinato non solo i territori ma anche i corpi di centinaia di migliaia di persone.

E non basta; esistono luoghi inquinati come le spiagge bianche di Rosignano, che in modo inatteso sono diventate perfino una attrazione turistica, nonostante gli strali che alcune associazioni ambientaliste e mediche (non ancora chimiche) han provato a lanciare.

In tutto ciò, tuttavia, c’è una costante; su questi temi la nostra associazione viaggia a traino; non ci sono stati casi, almeno a mia conoscenza, di iniziative di denuncia di inquinamento, di rischio chimico in cui la SCI sia stata alla guida o se volete almeno fra i capofila del movimento di denuncia o delle iniziative di cambiamento. Nei grandi incidenti chimici, chessò l’ultimo che mi viene in mente, l’incendio della Nitrolchimica, nessun pronunciamento; eppure altri, altre società scientifiche lo hanno fatto.

Perfino sul clima, la cui crisi ha una chiara origine “chimica” nel senso che sono i prodotti della combustione dei fossili a fare da gas serra, la SCI ha stentato a dire una parola chiara; tuttavia su questo tema occorre riconoscere che, dopo una iniziale titubanza, c’è stata una tipologia di iniziativa, una commissione che ha redatto una posizione pubblica scritta e priva di ambiguità, una cosa che in ambito scientifico si chiama un “consensus paper”, una presa di posizione pubblica su temi importanti; è certo stata una iniziativa importante e lodevole, che avrebbe potuto dare la stura ad altre iniziative simili sui vari temi che coinvolgono la Chimica preso l’opinione pubblica.

James Hansen climatologo della NASA arrestato nel 2009 per blocco del traffico durante una manifestazione contro la riapertura di una miniera di carbone.

Ma non ce ne sono state e non ce ne sono ancora le premesse.

Certo a livello mondiale abbiamo avuto molti accordi internazionali di argomento chimico: a partire dall’accordo di Stoccolma sui terribili 12, le sostanze di sintesi più inquinanti, gli accordi sui metalli pesanti, l’accordo di Montreal, e la successiva modifica di Kigali, gli accordi di Parigi sul clima, gli accordi per il controllo delle armi chimiche. Ottime iniziative ma sempre avvenute su una base esogena per così dire; certo un altro esempio virtuoso che ha dato la chimica è stato il ruolo dei chimici nella scoperta del “buco dell’ozono” e delle successive misure concordate a Kigali. In quel caso “alcuni” chimici hanno avuto un ruolo determinante.

Oggi abbiamo varie emergenze planetarie ed anche relative al nostro paese: clima, energia e risorse minerarie, produttività agricola con inquinamento da composti di fosforo e azoto, scomparsa di specie viventi catalizzata dall’inquinamento, inquinamento della plastica nei mari e nel suolo, carenza del riciclo.  In tutti questi argomenti ci sono certamente “alcuni” chimici che fanno da battistrada; dimenticandone tanti altri cito Vincenzo Balzani e Nicola  Armaroli fra i nostri iscritti; ma manca appunto quell’afflato di gruppo, quell’impostazione che porterebbe la Società come tale a schierarsi, a prendere posizione, ad abbandonare una impossibile “neutralità” scientifica. La Scienza non può essere neutra, pensare che possa essere neutra è sbagliato, la scienza deve schierarsi sulla base di quello che sa e contribuire a dare dritte sulle scelte sociali, al prezzo di scontentare alcuni. E questo è il compito che aspetta la SCI da grande, scontentare alcuni per accontentare la scienza che studiamo e amiamo e con essa le esigenze della società nel suo complesso non di una sua parte, casomai più potente o più interessata alla Chimica come strumento produttivo.

Prima dell’incendio. Ricordi del Museo di Chimica di Liebig.

In evidenza

Roberto Poeti

Ho visitato il Museo di Justus von Liebig a Giessen nel 2012. Fui fortunato, perché quella mattina i visitatori erano quasi assenti e il Prof. Manfred Kroeger, membro del C.d.A. della società Justus Liebig di Giessen, che si trovava lì in quel momento, fu tanto gentile da farmi da guida per l’intero complesso del Museo. Fu una occasione unica per apprezzare la ricchezza del museo che solo un chimico come il Prof. Kroeger sapeva far esaltare. La notizia dell’incendio che è scoppiato nell’ala “nuova” del complesso mi è apparsa in tutta la su tragicità quando è stata pubblicata la prima foto scattata, dopo che l’incendio è stato domato, martedì mattina del  6 dicembre 2022.  

La parte frontale dell’aula magna, dove era collocato il grande bancone per le lezioni dimostrative, gli arredi della parete, nonché parte dei banchi sono andati distrutti. Possiamo avere un’idea del danno se confrontiamo l’immagine con le foto da me scattate durante la visita.

Come possiamo vedere dalla pianta del complesso museale, riportata di seguito, l’aula magna è in comunicazione con il laboratorio di analisi, che a sua volta è messo in comunicazione con il laboratorio farmaceutico, la biblioteca e la sala delle bilance. Questi ambienti, soprattutto il laboratorio di analisi, sono stati danneggiati dalla fuliggine, dalle alte temperature e non da escludere dall’acqua. Se c’è un luogo che rappresenta il cuore di tutto quanto il museo, questo è il laboratorio di analisi. La sua costruzione risale al 1839. Si aggiungeva al vecchio laboratorio dove Liebig lavorava dal 1824. L’Università di San Pietroburgo aveva offerto una cattedra di chimica a Liebig con un salario che era più del doppio di quello percepito a Giessen.  Liebig rimase a Giessen ma ottenne in cambio che venisse ampliato l’istituto con una nuova ala che comprendeva anche il nuovo laboratorio di analisi.    

Il nuovo laboratorio venne costruito secondo le indicazioni di Liebig. Occupava un ampio spazio, era dotato di un sistema di cappe aspiranti e di banchi da laboratorio distribuiti in modo che si potesse svolgere sia un intenso lavoro di analisi, sia quello di insegnamento. Divenne un modello di laboratorio che August Wilhelm von Hofmann, che aveva studiato chimica con Liebig, definì “la madre di tutti gli istituti chimici del mondo intero”. Liebig perfezionò in questo laboratorio un metodo di analisi elementare delle sostanze organiche, inventando l’ingegnoso sistema a cinque bolle per assorbire la CO2, chiamato anche “Kaliapparat”, che oggi è rappresentato nel logo della Società Chimica Americana. L’importanza di questo piccolo apparato può essere compresa da un semplice confronto: Berzelius, che Liebig stesso aveva elogiato come il più abile sperimentatore del tempo, era riuscito ad analizzare 7 sostanze in 18 mesi, usando il vecchio metodo. Liebig analizzò 70 sostanze in 4 mesi. Era come se un pedone cercasse di competere con una automobile molto veloce.

 L’aula magna con il laboratorio adiacente sono ripresi in questo film che ho montato e pubblicato su YouTube:

Veduta interna del laboratorio chimico di Justus Liebig

Il laboratorio chimico di Justus Liebig nell’Università tedesca di Giessen fu uno dei più importanti e famosi di tutto il secolo XIX, divenne così famoso il suo laboratorio che non solo vi fecero pratica chimici di tutta Europa, ma accolse anche chimici dall’America. Il dipinto del 1840, che appartiene alla quadreria del museo, è una delle illustrazioni più famose della chimica classica, mostra in modo efficace l’attività che si svolgeva, era un’immersione in un ambiente internazionale, orientato alla ricerca pura, ma non alieno da applicazioni pratiche.  Vi sono rappresentati in modo realistico diversi chimici: in posa all’estrema sinistra è il messicano Ortigosa, le cui analisi avevano corretto certe ricerche dello stesso Liebig, nella  mano stringe il “Kaliapparat”; in piedi intorno al tavolo di sinistra stanno discutendo W. Keller, poi farmacista a Filadelfia, e Heinrich Will, che sarà il successore di Liebig a Giessen; all’estrema destra E. Boeckmann sta scaldando il fondo di una provetta sotto gli occhi di August Hofmann: il primo diventerà direttore di una fabbrica di coloranti inorganici, il secondo fonderà due scuole di chimica importanti, prima a Londra e poi a Berlino.

Dalla Enciclopedia Treccani ho tratto questo significativo passaggio di Marco Beretta alla voce “L’Ottocento:  Chimica e istituzioni”:

« Una cittadina provinciale [Giessen] di poco più di 5000 abitanti la cui unica risorsa erano gli studenti, per di più situata in uno Stato relativamente periferico nella galassia degli Stati tedeschi, non sembrava promettere un grande avvenire alle ambizioni di Liebig di creare una scuola e un laboratorio di chimica quantomeno dignitosi. Le cose, come è noto, andarono diversamente e in pochi anni il suo laboratorio divenne la capitale della chimica mondiale, sottraendo prestigio e autorità alle più celebri scuole di Berzelius, Gay-Lussac e Davy. Studenti di tutti i paesi e di tutti i continenti furono attratti dalla capacità sperimentale e dai metodi innovativi di insegnamento adottati da Liebig. Vi studiarono infatti i francesi Wurtz, Charles Frédéric Gerhardt e Henri-Victor Regnault, i britannici Alexander W. Williamson, Lyon Playfair e James Muspratt, il messicano J.V. Ortigosa e i tedeschi Wöhler, Kopp, August Wilhelm von Hofmann, Volhard, Friedrich August Kekulé per non  citare che i nomi più noti [  Furono allievi di Liebig anche diversi chimici italiani. Ascanio Sobrero frequentò il laboratorio di Giessen nel 1843 dove isolò allo stato puro il guaiacolo ] . Cosa può aver indotto 194 studenti ‒ tanti furono gli stranieri che a vario titolo frequentarono il laboratorio di Liebig tra il 1830 e il 1850 ‒ a spingersi fino a Giessen quando, standosene a Londra o a Parigi, avrebbero potuto disporre di sedi ben più attrezzate e moderne, lo spiega lo stesso Liebig: gli ingredienti principali del successo erano il rapporto di stretta collaborazione che egli era capace di instaurare con ciascuno studente, e la libertà, sia pur guidata, dei loro programmi di ricerca sperimentale. Per completare il quadro si può aggiungere la totale mancanza di distrazioni che offriva Giessen.»

Come si può vedere dall’immagine, il laboratorio si è conservato integralmente. Non c’era il camice da lavoro, si vestiva in tait, come usava anche Liebig. Non c’è da meravigliarsi se si pensa che in tait operavano all’epoca i chirurghi durante le esercitazione con gli studenti nelle aule anatomiche.

Nel complesso museale si è conservato il vecchio laboratorio, indicato con il n°1 nella pianta, che venne colpito da un bombardamento durante la seconda guerra mondiale, per poi essere ripristinato. Non è stato toccato questa volta dall’incendio. È interessante un confronto tra nuovo (1839) e il vecchio laboratorio (1824) per capire il salto compiuto nella organizzazione del laboratorio chimico da Liebig.

Liebig lavorò in questo laboratorio all’inizio con 9 e più tardi 12 studenti. Qui è dove ha posto le  fondamenta della chimica organica. Nel mezzo della stanza è collocata un forno, ricostruito secondo la vecchia pianta, dotato di apparecchiatura del periodo. Il fuoco nel forno era alimentato con carbone; la fiamma di “spirito”, o alcol, era riservata per i lavori più importanti. Non c’erano cappe aspiranti. Se necessario le finestre e le porte esterne erano aperte per creare ventilazione. Si può immaginare che questo veniva fatto di rado durante l’inverno. Già a quel tempo gli esperimenti erano fatti usando sostanze più o meno pericolose, ma impiegando generalmente una larga quantità di sostanza rispetto a quella che sarebbe necessaria oggi. Una difficoltà aggiuntiva era che a quel tempo i chimici dovevano produrre tutti i necessari reagenti da loro stessi o isolarli da prodotti commerciali disponibili grezzi. Questa procedura, per esempio la distillazione di acidi, era eseguita nel piccolo forno, il quale era equipaggiato da una cappa aperta ai lati. È comprensibile che questa mancanza di condizioni igieniche chimiche erano dannose alla salute dei chimici, molti dei quali soffrivano inevitabilmente di problemi di salute cronici.  Lettere dai chimici in quel periodo confermano che essi stessi consideravano i loro frequenti problemi di salute come “malattie professionali”.

Parlano di malattie della pelle, condizioni asmatiche (Liebig), disturbi di stomaco e altre. Anche il sistema nervoso soffriva. Sono descritte fasi di profonda depressione, e generalmente una irritabilità costante viene documentata, per la quale Wohler conia il nome “isteria dei chimici”.

Con il nuovo laboratorio si sanano molte situazioni igieniche e i disturbi associati all’attività del chimico in gran parte scompaiono. È un altro grande merito di Liebig.

Conclusione

Il Museo di Liebig   è una testimonianza storica, per tutto quello che abbiamo visto, di enorme valore. Non a caso è stato candidato per essere dichiarato Patrimonio dell’umanità. Ci auguriamo che possa essere recuperato e restituito ai chimici, e non solo, di tutto il mondo.

Una medicina senza mercato

In evidenza

Claudio Della Volpe

È vero che questo titolo sembra una rivendicazione di un gruppo radicale?

E invece no.

È il sottotitolo di un recente libro scritto da uno dei più famosi farmacologi italiani; Silvio Garattini, fondatore e Presidente dell’Istituto Mario Negri; col titolo, “Brevettare la salute?”  esso riporta la conversazione di Silvio Garattini con Caterina Visco, giornalista, pubblicista e divulgatrice scientifica.

Garattini è un perito chimico, dunque uno di noi, ma laureato in medicina con all’attivo centinaia di pubblicazioni, un vero e proprio prestigio nazionale alla pari dei migliori di noi, farmacologo riconosciuto in tutto il mondo.

È venuto a Trento a parlare del tema del libro su invito dei colleghi di Giurisprudenza della mia (ex) università ed è stato intervistato dai giornali locali; vi segnalo questa intervista

Pochi forse immaginano che i brevetti non sono sempre esistiti; i brevetti in realtà sono nati in Italia, prima nell’antica Magna Grecia (ma duravano un solo anno) ma poi decisamente si sono sviluppati  con l’avvento del capitalismo nel XV secolo; le “litterae patentes” lettere aperte (patent è una parola inglese, ma poi di fatto viene dal latino, solo che ce lo siamo scordato) sono nate tra il 15° e il 19° secolo; secondo Vincenzo Visco, nostro ex-ministro delle finanze (in un articolo del 2021 su Il Sole-24 ore) avevano lo scopo di promuovere la ricerca, gli investimenti, e l’impegno personale, cioè al fine di creare valore per l’intera economia, ma negli ultimi decenni tale logica è stata stravolta.

La prima legislazione europea sul brevetto è contenuta in una parte del Senato veneziano del 19 marzo 1474 (Archivio di Stato di Venezia, Senato terra, registro 7, carta 32):3

«L’andarà parte che per auctorità de questo Conseio, chadaun che farà in questa Cità algun nuovo et ingegnoso artificio, non facto per avanti nel dominio nostro, reducto chel sarà a perfection, siche el se possi usar, et exercitar, sia tegnudo darlo in nota al officio di nostri provveditori de Comun. Siando prohibito a chadaun altro in alguna terra e luogo nostro, far algun altro artificio, ad immagine et similitudine di quello, senza consentimento et licentia del auctor, fino ad anni 9.»

Con la seconda metà del XIX secolo e poi con il XX il brevetto è diventato una base dell’accumulazione di ricchezza, mercificando una gran parte della genialità umana, con la scusa che così se ne sarebbe generata di più; le regole del GATT del 1994 hanno poi santificato un approccio ormai reazionario e che è schierato a difesa della proprietà privata delle idee e delle invenzioni, come meccanismo di generazione del profitto; ma le cose non stanno proprio così.

Nella sua intervista il giovane rivoluzionario Garattini (in fondo ha solo 94 anni) dice con chiarezza che ci sono cose non brevettabili:

“Partiamo da un presupposto: in Italia il brevetto in campo farmaceutico fu introdotto dalla Corte costituzionale nel 1978 per favorire la ricerca e quindi il miglioramento della salute pubblica in accordo con l’articolo 32 della Costituzione. Nel momento in cui, come avvenuto durante la pandemia, esso diventa un ostacolo al benessere generale perde la sua giustificazione giuridica”

Questo è parlare!

C’è chi dice che senza brevetti non c’è stimolo alla ricerca
«Personalmente non ci credo. Va detto che già oggi l’industria farmaceutica non fa più il lavoro di una volta. Io sono abbastanza vecchio da ricordarmeli i centri di ricerca privata di tanti anni fa. Ora non è più così. Il lavoro principale delle aziende adesso è quello di andare a caccia di start-up in tutto il mondo. Molti dei più importanti farmaci sviluppati negli ultimi anni sono nati così. Acquistando il frutto del lavoro di piccoli gruppi di ricerca. Il costo di queste aste viene poi riversato anche sulla sanità pubblica».

Nell’intervista rilasciata a Trento Garattini illustra come, durante la pandemia, l’industria farmaceutica abbia mostrato il suo lato peggiore
«Il Covid ha esposto in maniera forte questo tema. Già a dicembre del 2020 avevamo dei vaccini efficaci che però non abbiamo avuto a disposizione perché protetti dai brevetti. Questo non è stato un problema solo per i paesi in via di sviluppo, ma anche per l’Europa e l’Italia dove le dosi sono arrivate in numeri importanti solo a partire da marzo con quattro mesi di ritardo. Sento che abbiamo sulla coscienza tutte le morti di quei 120 giorni che si potevano prevenire. Dobbiamo evitare che questo si ripeta».

PUBLIC CITIZEN How to Make Enough Vaccine report written by Dr. Zoltán Kis and Zain Rizvi. edited by Peter Maybarduk, Rhoda Feng and Josephine Fonger at Public Citizen. Questo articolo illustra come si sarebbero potuti produrre subito miliardi di vaccini in più evitando molti milioni di morti.

Chiede la giornalista: Tra l’altro quei vaccini furono realizzati grazie anche a un importante investimento pubblico?
«Esatto, e così il pubblico si è trovato a pagare due volte mentre il privato registrava profitti record. Senza contare che le industrie hanno anche beneficiato, gratuitamente, della ricerca che era stata fatta sull’RNA messaggero»

Altro che i novax; l’unica critica seria da fare al comportamento del nostro come di altri governi durante il periodo del Covid è che grazie al meccanismo brevettuale difeso da quasi tutti i governi ed ovviamente dai detentori abbiamo dato al Covid la possibilità di sviluppare nuove versioni e di uccidere altri milioni di persone e lo abbiamo ancora sul groppone.

Abbiamo scritto altre volte di brevetti, per esempio citando come sono stati usati quelli sui PFAS per impedire  a chi ne analizzava gli effetti di prodursi delle soluzioni di riferimento analitico (leggete qui un post di Rinaldo Cervellati). E ci sono molti aspetti specifici per i quali vi rimando ai riferimenti del post (ricerca pubblica, prevenzione, malattie rare, tendenza alla privatizzazione)

Mi rendo conto che per la maggior parte dei lettori di questo blog accettare l’idea che i brevetti (almeno nella loro forma attuale) siano ormai un peso per l’umanità possa suonare come una affermazione scandalosa, ma non mi asterrò dal ripeterlo; nella maggior parte dei casi il brevetto, la detenzione della proprietà di un’idea o di un processo per un periodo multidecennale è ormai un limite alla sopravvivenza ed alla crescita civile dell’umanità, e favorisce sempre e solo chi se lo può permettere, la parte più abbiente dell’umanità.

In modo simile l’accesso ai risultati della ricerca; gli articoli scientifici sono coperti da diritto di proprietà per 70 anni ma di fatti il periodo viene prolungato dai meccanismi della messa a disposizione, per esempio gli articoli di Einstein non sono liberi di essere scaricati nonostante Einstein li abbia pubblicati quasi tutti ben oltre 70 anni fa; ma vi pare serio? E’ il motivo per cui credo che Alexandra Elbakyan, la fondatrice di Sci-Hub sia una vera eroina della nostra specie.

Le attuali regole brevettuali devono essere abolite o completamente riviste, studiando soluzioni etiche, socialmente sostenibili come i brevetti a tempo, la limitazione merceologica della brevettabilità, l’open science. E questo non solo nella medicina, ma anche nelle tecnologie di sicurezza alimentare ed ambientale che rappresentano un mezzo di garanzia e di salvezza per l’umanità: una scienza senza mercato!

La presentazione del libro da parte dell’autore : https://www.youtube.com/watch?v=ZBye-bBJU_U

L’intervista su T: https://www.iltquotidiano.it/articoli/la-sanita-di-garattini-basta-brevetti-le-cure-siano-di-tutti/

Un recentissimo articolo di Nature sul medesimo tema:

Rischio batterico e chimica.

In evidenza

Claudio Della Volpe

Ne abbiamo già parlato per esempio qui (vi consiglio di rileggere il post) e qui; ma facciamo ancora il punto.

Cominciamo con una osservazione laterale da usare come riferimento. Secondo i dati ufficiali del Ministero della Salute e dell’OMS riportati nella pagina del Ministero le statistiche essenziali del Covid-19 sono

-nel mondo dall’inizio della pandemia 633.601.048 casi confermati  e 6.596.542 morti (1.04% degli infetti, è il tasso di letalità, ossia la percentuale di morti sul totale degli infetti; ricordate invece che il tasso di mortalità è la percentuale dei morti rispetto ai potenziali soggetti esposti)

-in Europa 264.175.987 casi confermati   2.132.478 morti (0.8%)

– in Italia 24.260.660  casi confermati   181.009 morti  (0.7%).

Come si vede dunque dopo 3 anni di pandemia i morti sono attorno all’1% degli ammalati (e comunque contrariamente alle ridicole dichiarazioni del nostro nuovo governo meno in Italia che in Europa), ossia circa un ordine di grandezza più della comune influenza che nel nostro paese ha fatto cose come 5-6 milioni di casi con 8mila morti (0.13-0.16%) in media ogni anno. Il Covid non è stata dunque una influenza e l’Italia non è stata peggio dell’Europa. Ma non vorrei parlarvi di questo, ma di un pericolo maggiore del Covid e che però non viene percepito con la sufficiente attenzione.

Parliamo dei batteri e in particolare di batteri resistenti agli antibiotici, ma non solo.

Un recente articolo su The Lancet ha analizzato il problema per l’anno 2019.

Published online November 21, 2022 https://doi.org/10.1016/S0140-6736(22)02185-7

L’articolo è uno studio con un amplissimo numero di autori che ha raccolto tutte le evidenze sperimentali relative ai casi di morti per malattie infettive nel mondo ed è stato finanziato dalla Fondazione Bill e Melinda Gates. Tale numero è assommato nel 2019 a quasi 14 milioni di persone. Teniamo presente che ogni anno muoiono circa 140 milioni di persone e che dunque stiamo parlando del 10% circa della mortalità totale.

Nel grafico seguente vediamo a quali batteri sono attribuibili i casi infettivi ed i decessi; come potete vedere a 5 batteri sono attribuibili la gran maggioranza di tutti i decessi per infezione batterica:

Dice il testo:

Nel 2019, ci sono stati circa 13,7 milioni (95% UI 10,9-17·1) di decessi correlati all’infezione a livello globale, con 7,7 milioni (5,7-10,2) di decessi associati ai 33 patogeni batterici che abbiamo studiato. Questi batteri sono stati complessivamente associati al 13,6% (10,2-18,1) di tutti i decessi globali nel 2019 e al 56,2% (52,1-60,1) di tutti i decessi correlati all’infezione per quell’anno. Il tasso di mortalità per tutte le età è stato di 99,6 decessi (74,2-132) per 100000 abitanti collettivamente per questi patogeni. Solo un organismo, Staphylococcus aureus, è stato associato a più di 1 milione di decessi nel 2019 (1 105 000 decessi [816 000-1 470 000]; tabella). Quattro agenti patogeni aggiuntivi sono stati associati a oltre 500 000 decessi ciascuno nel 2019; questi erano Escherichia coli, S pneumoniae, Klebsiella pneumoniae e Pseudomonas aeruginosa (tabella, figura 1A). Questi cinque principali patogeni erano associati al 30,9% (28,6-33,1) di tutti i decessi correlati all’infezione ed erano responsabili del 54,9% (52,9-56,9) di tutti i decessi tra i batteri studiati.

Si tratta di batteri (solo in parte antibiotico-resistenti) e dunque la questione di cui parliamo oggi non è solo la resistenza agli antibiotici ma in genere tutto ciò che riguarda la prevenzione, la individuazione e la terapia delle infezioni batteriche.

Dai numeri stimati dal lavoro potete notare come il numero di medio morti annuali per Covid-19 è stato nettamente superiore a quello anche del più temibile batterio, nel nostro caso S. Aureus, l’unico a fare più di un milione di morti all’anno contro una media di almeno due milioni per il Covid; ma attenzione S. Aureus fa (SOLO) 40 milioni di casi e più di un milione di morti ossia il 2.5% (ancora tasso di letalità) circa, dunque ben peggio del Covid-19; fortunatamente non si diffonde con la medesima rapidità, se no sarebbe 2.5 volte peggiore. Ma perfino l’innocuo E. Coli, il prototipo dei batteri amichevoli, fa 30 milioni di casi e 900mila morti, ossia una letalità ancora maggiore il 3%.

La questione dei batteri resistenti agli antibiotici era stata affrontata dal medesimo gruppone di ricerca in un precedente lavoro indicato qui sotto con risultati sempre molto significativi.

Scrivono gli autori: La resistenza antimicrobica (AMR) rappresenta una grave minaccia per la salute umana in tutto il mondo. Pubblicazioni precedenti hanno stimato l’effetto della resistenza antimicrobica sull’incidenza, sui decessi, sulla durata della degenza ospedaliera e sui costi sanitari per specifiche combinazioni patogeno-farmaco in luoghi selezionati. A nostra conoscenza, questo studio presenta le stime più complete dell’onere della resistenza antimicrobica fino ad oggi…..

Sulla base dei nostri modelli statistici predittivi, ci sono stati circa 4,95 milioni (3,62-6,57) di decessi associati a AMR batterica nel 2019, inclusi 1,27 milioni (95% UI 0,911-1·71)di  decessi attribuibili a AMR batterica. A livello regionale, abbiamo stimato che il tasso di mortalità per tutte le età attribuibile alla resistenza sia più alto nell’Africa subsahariana occidentale, a 27,3 morti per 100 000 (20,9-35,3), e più basso in Australasia, a 6,5 decessi (4,3-9,4) per 100 000.

Le infezioni delle basse vie respiratorie hanno rappresentato oltre 1,5 milioni di decessi associati alla resistenza nel 2019, rendendola la sindrome infettiva più gravosa. I sei principali patogeni per decessi associati alla resistenza (Escherichia coli, seguito da Staphylococcus aureus, Klebsiella pneumoniae, Streptococcus pneumoniae, Acinetobacter baumannii e Pseudomonas aeruginosa) sono stati responsabili di 929 000 (660 000-1 270 000) decessi attribuibili alla resistenza antimicrobica e di 3,57 milioni (2,62-4,78) decessi associati alla resistenza antimicrobica nel 2019. Una combinazione patogeno-farmaco, S aureus resistente alla meticillina, ha causato più di 100000 decessi attribuibili alla resistenza antimicrobica nel 2019, mentre altri sei hanno causato ciascuno 50000-100000 decessi: batteri multiresistenti (esclusa la tubercolosi ampiamente resistente ai farmaci), E coli resistente alle cefalosporine di terza generazione, A. baumannii resistente ai carbapenemi, E coli resistente ai fluorochinoloni, K pneumoniae resistente ai carbapenemi e K pneumoniae resistente alle cefalosporine di terza generazione.

Come si vede il ruolo dei batteri resistenti è alto ma non è l’unico problema; per esempio solo 1/6 circa dei morti per E. Coli è dovuto ai batteri resistenti nelle varie modalità. (notate la differenza fra associati alla resistenza ed attribuibili alla resistenza)

Gli altri problemi sono essenzialmente legati alla difficoltà e al tempo di individuare il batterio responsabile dell’infezione, alla eventuale scarsezza di mezzi clinici, etc. Non si tratta perciò di vincere solo la battaglia dell’uso sconsiderato e troppo ampio degli antibiotici, legato a sua volta all’uso veterinario e dunque al modello produttivo dell’agricoltura intensiva e del consumo assurdo di carne, ma anche alle tecniche per individuare i batteri responsabili di un caso specifico.

In queste due cose almeno la Chimica può e deve dare una mano:

  1.  far ripartire, mentre si riorganizza la catena produttiva del cibo in modo più sostenibile, la ricerca per nuove classi di antibiotici attive sui batteri resistenti a quelli attuali ma usandoli con estremo giudizio e rigore; gridare alla società che usarli male è come non averli!!!
  2. e poi anche mettere a punto metodi veloci di determinazione dei batteri presenti in un caso specifico di infezione, per esempi usando le tecniche Raman (la microspettroscopia Raman in particolare) per classificare i batteri: qui serve lo sviluppo di un esteso database; od altri metodi come quelli proposti nel post indicato all’inizio.

Anche superare il punto di vista dell’antibioticoterapia e anche qui la Chimica è molto importante, ovviamente in un lavoro di tipo collaborativo.

Gli antibiotici come strategia antibatterica non sono unici, si può pensare come minimo ad altre due strategie:

-i batteriofagi, ossia i virus specifici dei batteri, un’idea sviluppata dai Russi a cavallo fra le guerre mondiali (si veda la pagina dell’istituto Eliava di Tbilisi o anche https://it.wikipedia.org/wiki/Terapia_fagica)

-oppure gli inibitori del Quorum -sensing, ossia molecole che interferiscono con le comunicazioni fra batteri specie nelle fasi avanzate di infezione in cui gli antibiotici sono in difficoltà.(si veda la pagina seguente: https://www.microbiologiaitalia.it/didattica/quorum-sensing/)

Sarebbe bello che chi si occupa di queste cose ci aiutasse a capire meglio il ruolo della chimica in questo gioco così complesso che certo non si può esprimere con la semplice distruzione dei batteri con gli antibiotici durante le malattie infettive: ricordiamo che dentro ognuno di noi c’è circa un chilo di batteri (l’1% del nostro peso corporeo, essenzialmente nell’intestino, ma anche sulla pelle); il 99% di questi batteri appartiene a sole 30-40 specie, a causa delle loro minuscole dimensioni cellulari il numero di tali batteri è SUPERIORE a quello delle cellule del nostro corpo, dunque siamo fatti di più cellule batteriche procariote che di cellule umane eucariote; ed infine ultima curiosità E. coli che abbiamo visto così pericoloso in potenza alberga nel nostro corpo con una massa dell’ordine di varie decine di grammi. Pensateci.

Gli antibiotici e la strategia antibiotica, la pallottola magica, una delle glorie della nostra tradizione culturale come chimici si avvia ad un punto morto o comunque critico, non può essere la soluzione finale delle malattie infettive.

Pensare in termini di pallottola magica e basta rischia di portarci fuori strada.

Recensione. Un mondo in crisi

In evidenza

Claudio Della Volpe

Nicola Armaroli – Un mondo in crisi. Gas, Nucleare, Rinnovabili e Clima: è ora di cambiare.

Ed. Dedalo, p. 152 euro 17

Un mondo in crisi. Gas, nucleare, rinnovabili, clima: è ora di cambiare. Otto anni di Sapere - Nicola Armaroli - copertina

Un libro che è in realtà una raccolta di 51 articoli, essenzialmente “editoriali”, che Nicola Armaroli ha scritto negli ultimi anni quale direttore di Sapere, la prima rivista di divulgazione scientifica italiana, fondata nel 1935.

È questo il motivo per cui il libro, pur essendo di dimensioni limitate, è molto denso e riesce ad occuparsi di molti argomenti.

È diviso in 5 gruppi di argomenti ed una introduzione: clima, energia, ricerca, sostenibilità e economia; in ciascun gruppo poi i testi sono posti in ordine storico, coprendo un intervallo di anni dal 2014 ai giorni nostri.

Uno dei motivi per cui ammiro Nicola è proprio perché, come pochi altri in realtà, non ritiene che un chimico, uno scienziato sia obbligato ad essere “neutro” sui temi che hanno una ricaduta sociale; al contrario come pochi altri (e lo dico con rammarico) si espone, prende posizione su quei temi. E questo è in parole povere il pregio basico di questo libro.

Un libro che prende posizione.

Vi faccio un esempio che riguarda proprio la ricerca; in un pezzo intitolato “Fuori dalla torre” (aprile 2018) l’autore descrive il suo rapporto col barbiere, che gli chiede ogni volta cosa ha scoperto di nuovo; Nicola rimane ovviamente imbarazzato da queste richieste che mostrano poi l’aspetto totalmente mercificato  e spettacolarizzato che la scienza ha oggi e che si manifesta anche attraverso la richiesta in tutti i progetti di fare disseminazione, una attività che spesso viene considerata con sospetto:

“…molti scienziati sono diffidenti. Alcune istituzioni accademiche consigliano ai propri dipendenti di non esprimersi in blog e conferenze pubbliche. In pratica: produci articoli a raffica, guardati l’ombelico e taci.

Eppure il tempo per esporsi è arrivato. Dobbiamo uscire dai nostri laboratori ed investire parte del nostro tempo per parlare alla società, anche quando sembra una battaglia persa. C’è bisogno soprattutto di scienziati che parlino in modo chiaro e autorevole dei numerosi problemi che rischiamo di schiacciare la nostra civiltà: clima, acqua energia, pandemie, disponibilità di cibo, disuguaglianze, rischio nucleare, pirateria informatica.

Se non lo facciamo noi, chi lo farà?”

Penso che la redazione del nostro blog condivida completamente il sentimento che questa domanda esprime.

Un altro aspetto positivo è che, se pure ripete testi già pubblicati, li raccoglie e consente di notare l’evoluzione o se volete l’andamento del pensiero dell’autore su un certo tema.

Guardate che non si tratta solo di “chimica”; spesso la chimica è l’occasione per prendere posizione su temi generali, perfino politici; perché la questione basica è proprio questa; che oggi lo scienziato deve prendere parte, “parteggiare”, il che non vuol dire difendere uno specifico partito ma avere una posizione politica, avere una posizione più spesso contro che a favore, dato che poi le “forze politiche” rivelano altarini tragici anche quando si presentano con le migliori intenzioni.

A dimostrazione di quel che dico il libro ha una prefazione di un ministro, anzi un ex ministro dato che il governo di cui faceva parte è arrivato alla fine naturale della legislatura e le nuove elezioni han dato risultati “quasi” opposti (quasi perché c’è chi fa parte di entrambi i governi, quello vecchio e quello nuovo a dimostrazione che nella politica attuale vale il principio di galleggiabilità universale: il potere la vince sui principi e l’importante è rimanere al potere).

Ma anche se il libro ha una prefazione ministeriale dico subito che dubito che il governo Draghi, di cui l’autore della prefazione, Enrico Giovannini, è stato ministro approverebbe tutte le posizioni di Nicola.

Per esempio Nicola è contrario all’uso di gas naturale per risolvere la crisi energetica attuale per i motivi che abbiamo descritto anche su questo blog molte volte: effetto climatico micidiale delle perdite che sono significativamente maggiori di quanto descritto finora da molti commentatori interessati, resa energetica netta in discesa a causa della maggiore richiesta di gas liquefatto che è la conseguenza di cambiare paese esportatore, e così via. Il governo Draghi si è viceversa battuto per costruire nuovi rigassificatori e ha avuto come obiettivo il semplice cambio di fornitore; lo stesso piano del 110% è stato presentato e poi smontato, mentre la strategia di quel tipo ha avuto effetti fiscali molto positivi e inoltre cambia in modo irreversibile i consumi energetici perché li RIDUCE, non cambia fornitore.

Potreste chiedermi se ho qualche critica da fare al libro; beh qualcosa potrei dire anche in questo senso; in genere non è un libro facile da leggere, ti mette in crisi anche perché trattando tanti temi ti obbliga spesso a confrontarti con la tua personale ignoranza.

Ed infine dopo averlo letto un paio di volte e alcuni pezzi anche di più concludo che l’autore ha fiducia che le cose possano cambiare in positivo, che l’umanità possa farcela; personalmente ho qualche dubbio in questo senso, credo sia sempre da considerare l’opzione collasso.

Nicola racconta con fierezza il suo passaggio ad una casa senza gas, senza fossili e conosco altre persone che perseguono questo scopo con continuità ed orgoglio; sono pochi e di solito sono come lui intellettuali di alto livello; ma potrà la maggior parte dell’umanità che vive parecchio lontano dai livelli di reddito europei avere il medesimo obiettivo?

Credo che la questione chiave sia qui; e l’autore d’altronde lo riconosce in vari capitoli, ma a volte (solo a volte) lo mette in secondo piano; non basta cambiare fonte energetica, occorre cambiare paradigma economico, mettendo al centro l’aspetto collettivo dei processi produttivi.

Come dice la pagina di copertina “E’ giunto il momento di sfruttare gli immensi flussi rinnovabili che la natura ci mette a disposizione”; ma contemporaneamente è anche giunto il momento di ribaltare certe idee che sembrano universali ma non lo sono e che dominano i nostri paradigmi economici.

Nicola dedica a questo aspetto alcuni interventi, come quello contro il PIL, considerato ancora oggi l’elemento chiave della valutazione economica. Ma forse il testo in cui mostra la maggiore consapevolezza di questo problema è Vincitori e vinti del 2019 in cui critica duramente il processo di globalizzazione e la crescita di potere delle multinazionali in tutti i settori e il varo del multimiliardario come leader politico.

Insomma un libro che raccoglie le idee di uno di noi, un intellettuale e ricercatore a tutto tondo, il cui merito principale è che prende posizione anche fuori dalla chimica.

Colture da riscoprire per una agricoltura più sostenibile?

In evidenza

Angela Rosa Piergiovanni*

I nostri lontani antenati cacciatori-raccoglitori possedevano la capacità di sfruttare al meglio tutto ciò che la natura metteva a loro disposizione. Erano in grado di riconoscere ed utilizzare nel modo più vantaggioso una vastissima gamma di specie vegetali spontanee. Ad ogni specie era associato uno o più usi dal cibo a forme molto arcaiche di terapia, dalla estrazione delle fibre a quella dei pigmenti per il corpo o le prime forme di pittura e via dicendo. Nel corso dei millenni ma soprattutto con la nascita dell’agricoltura, circa 10.000 anni fa, e il conseguente sviluppo di contesti sociali sempre più complessi e evoluti tali conoscenze sono andate progressivamente perdute. Attualmente solo piccolissimi gruppi umani continuano a mantenere con la natura un approccio simile a quello dei cacciatori-raccoglitori mentre la gran parte di noi è incapace di riconoscere in contesti naturali le varie specie vegetali presenti e, a maggior ragione, di individuarne le potenzialità. Non è un mistero che la maggior parte della popolazione mondiale soddisfa i propri bisogni alimentari e non utilizzando un ristrettissimo numero di specie vegetali.

Le attuali sfide ambientali e la ricerca di nuove fonti “green” per le materie prime stanno riportando all’attenzione specie in passato coltivate per svariati utilizzi rivedendone però l’uso in chiave attuale. Una di queste specie è la camelina [Camelina sativa (L.) Crantz], una pianta erbacea sconosciuta ai più ma ben nota ai nostri antenati. Si tratta di una specie appartenente alla famiglia delle Brassicaceae la cui coltivazione (domesticazione è il termine tecnico) è iniziata nell’Asia centrale circa 4000 anni fa. Studi di archeobotanica hanno trovato evidenze della diffusione della sua coltivazione in una vasta area dall’Asia centrale all’Europa. Semi di camelina conservati in varie tipologie di contenitori sono stati riportati alla luce in contesti abitativi di epoche arcaiche durante scavi di antichi villaggi che localizzati dall’odierna Turchia sino ai paesi scandinavi. La coltivazione della camelina è stata praticata per un lungo arco temporale sino ai nostri giorni ma la superficie coltivata si è progressivamente ridotta fino a scomparire del tutto in molti paesi. La pianta ha un ciclo colturale breve (circa 100 giorni), non richiede particolari cure e negli ambienti italiani si presta alla semina sia autunnale che primaverile. L’importanza dei piccolissimi semi di camelina (1000 di essi pesano tra 1.0 e 1.8 g), è legato all’alto contenuto in olio tra il 35 e 45% del peso a seconda della varietà, dell’ambiente e dell’epoca di coltivazione. Proprietà questa particolarmente apprezzata dall’uomo come sembra suggerire il suo nome comune in inglese “gold of pleasure”.

Ovviamente l’alto contenuto in olio dei semi può avere una valenza limitata se si pensa a quante sono le specie erbacee attualmente coltivate nel mondo per produrre olio (girasole, colza, cartamo, ricino, crambe, ecc.). L’olio di camelina ha però dalla sua una composizione molto interessante essendo caratterizzato da un tenore in acidi grassi polinsaturi (PUFA, polyunsatured fatty acids) decisamente elevato, più del 50% dell’olio. Ancor più interessante è il profilo degli acidi grassi tra i quali prevale nettamente l’acido alfa-linolenico (32-40 % del totale) seguito dagli acidi linoleico e oleico. Come è noto, tutti questi acidi grassi insaturi hanno un’alta valenza nutrizionale. A tutto ciò va aggiunto per l’olio è estratto a freddo dai semi un altrettanto interessante contenuto in tocoferoli (400-800 mg kg-1). In realtà l’utilizzo dei semi di camelina non è limitato all’estrazione dell’olio, ma il panello residuale, essendo particolarmente ricco in proteine di buona qualità nutrizionale, può essere impiegato in zootecnia come parziale sostituto della soia nella formulazione dei mangimi. Sfortunatamente l’apporto di panello di camelina non può superare certe soglie a causa dei glucosinolati presenti in quantità non del tutto trascurabile. Tali composti, se presenti in quantità eccessiva nel mangime, gli conferirebbero un sapore sgradevole per gli animali. Positive sono invece le evidenze sperimentali raccolte in vari progetti pilota. Si è osservato come l’inclusione in quantità appropriate del panello di camelina nei regimi dietetici di varie specie animali (dal pollame ai pesci) produca una positiva modifica del profilo nutrizionale dei prodotti derivati ottenuti da questi animali. Ad esempio, è stato riscontrato un apprezzabile incremento degli omega-3 nelle uova di pollame nutrito con mangimi contenenti panello di camelina senza che ciò inficiasse lo stato di salute degli animali.

Al di là dell’uso per produrre biodiesel di seconda generazione l’olio di camelina può quindi essere impiegato come fonte di omega-3, in campo cosmetico, o come precursore di varie molecole in vari processi industriali. Altrettanto si può dire per il panello proteico un sottoprodotto utilizzabile sia in zootecnia, in parziale sostituzione della soia, che come fonte di molecole base per vari derivati industriali (ad es.: adesivi con diverse proprietà). La camelina offre quindi un ricco spettro di possibili applicazioni che varrebbe la pena di portare da una scala sperimentale a quella industriale.

Bibliografia

Lolli S. et al. Animals 2020, 10(8), 1396; https://doi.org/10.3390/ani10081396

Mondor M., Hernández-Álvarez A.J. Eur. J. Lipid Sci. Technol. 2022, 124, 2100035

Riaz et al. Animals 2022, 12, 1082. https://doi.org/10.3390/ani12091082

Si ringrazia la dr.ssa I. Galasso per le foto.

*Angela Rosa Piergiovanni, chimica è Ricercatore CNR dal 1990, dal 2010 in servizio presso l’Istituto di Bioscienze e Biorisorse (IBBR-CNR) di Bari con la qualifica di primo
ricercatore. Responsabile scientifico di unità di ricerca sui temi delle risorse genetiche, germoplasma e biochimica.

Angela R. Piergiovanni Istituto di Bioscienze e Biorisorse (CNR-IBBR) via Amendola 165/a 70126 Bari  e-mail angelarosa.piergiovanni at ibbr.cnr.it