Informazioni su devoldev

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Qualcuno può aiutarmi a spiegare un fenomeno?

In evidenza

Maurizio D’Auria*

Da qualche tempo sto cercando di ricostruire le vicende che hanno permesso la nascita e la sedimentazione nella cultura scientifica italiana degli studi in ambito fotochimico. In questo ambito per molto tempo si è pensato che lo scoppio della I Guerra Mondiale sia coinciso con un periodo di lungo oblio della disciplina. Questo convincimento si è probabilmente diffuso per il fatto che Ciamician a Bologna dopo il 1914 non pubblicherà più nulla in termini di ricerche sperimentali in ambito fotochimico, e che anche Paternò a Roma sostanzialmente fece la stessa cosa.

Abbiamo altrove cercato di dimostrare che questo non è stato proprio vero. Allievi di Ciamician e di Paternò continuarono a sviluppare la disciplina, talvolta ottenendo anche risultati molto interessanti. Maurizio Padoa a Bologna tentò, per esempio, nel 1911 di effettuare una sintesi asimmetrica utilizzando luce circolarmente polarizzata. La reazione studiata da Padoa (Gazz. Chim. Ital. 1911, 41(I),469) fu la bromurazione dell’acido angelico e, ovviamente, non ebbe successo. L’insuccesso era dovuto al fatto che la luce interveniva nel processo solo per generare l’atomo di bromo per scissione omolitica del bromo, ma poi non aveva nessun ruolo nella successiva addizione di bromo all’acido angelico.

acido angelico

Fin qui nulla di strano quindi. Qualche giorno fa mi imbatto, però, in un articolo che mi ha messo in difficoltà. Mario Betti , successore di Ciamician sulla cattedra di Chimica Generale dell’Università di Bologna, nel 1942, pubblica una nota sui Rendiconti dell’Accademia delle Scienze dell’Istituto di Bologna (vol IX, pp. 203-214). In questo articolo viene descritta l’addizione di cloro (quindi sostanzialmente la stessa reazione esaminata da Padoa) al doppio legame del propene in fase gassosa sotto l’azione di luce polarizzata. Il processo è formalmente identico a quello visto precedentemente e quindi non c’era ragioni di attendersi una qualche catalisi asimmetrica. Invece, Betti dichiara di trovare una certa asimmetria. Arriva a determinare valori di a fino a 0.22. Se consideriamo che il (-)-1,2-dicloropropano liquido mostra una rotazione ottica di -4.33, il risultato indica una relativamente buona (ottima per l’epoca) induzione asimmetrica.

propene

Ma come si spiega tutto ciò? qualcuno è in grado di spiegarmi come è possibile che in questo caso si osservi una reazione chirale mentre nel caso precedente no?

*http://cla.unibas.it/contents/instance3/files/document/1001004D’Auria.pdf

L’ossigeno molecolare nello spazio

In evidenza

Diego Tesauro

Mentre stiamo leggendo questa pagina web stiamo immettendo nei nostri polmoni dell’aria che contiene per quasi il 21% della sua composizione la molecola di ossigeno. La molecola di ossigeno è la seconda componente dell’atmosfera terrestre e riveste un ruolo fondamentale per le forme di vita superiori. Questo dato ci spinge a porre una domanda. La molecola di ossigeno è presente ugualmente nel sistema solare e poi in altri sistemi planetari o nel gas interstellare?

L’ossigeno è il terzo componente dell’universo dopo l’idrogeno ed elio. Si è formato a seguito di processi di fusione nucleare di elio nei nuclei delle giganti rosse, stelle nella loro fase evolutiva avanzata quando nel nucleo della stella si raggiungono temperature di centinaia di milioni di gradi. Questa osservazione e le nostre conoscenze chimiche, per cui due atomi di ossigeno per raggiungere uno stato energeticamente più basso mettono in compartecipazione i loro elettroni, ci dovrebbero far concludere che la molecola di ossigeno sia ubiquitaria nell’universo. E così pensavano anche gli astronomi fino ad una ventina di anni fa quando cominciarono ad indagare le nubi interstellare diffuse in tutti i domini dello spettro elettromagnetico alla ricerca dell’ossigeno molecolare mediante osservatori posti al di fuori dell’atmosfera terrestre (la quale ovviamente interferisce con simili ricerche). Sorprendermente fino al 2006 non si aveva traccia della molecola di ossigeno nelle nubi interstellari fredde a 10-50 K in quanto nei grani di polvere non si rilevava l’ossigeno molecolare solido, ma solo combinato ad altri elementi.

L’osservatorio svedese Odin che operava nel dominio delle onde radio a 118,75 GHz, ritrovò la molecola di ossigeno, dopo una lunga analisi degli spettri per rimuovere i rumori di fondo, a una distanza di circa 500 anni luce nella nebulosa rho Oph A nella costellazione dell’Ofiuco, un luogo dove sono in formazione stelle (1) . L’abbondanza di O2 era però mille volte inferiore a quanto atteso. Il secondo rilevamento avvenne nel 2011 quando Herschel un osservatorio dell’ESA nel dominio del lontano infrarosso a tre frequenze legate a transizioni rotazionali della molecola di ossigeno 487 GHz, 774 GHz, e 1121 GHz individuò la molecola nella famosissima nebulosa M42 della costellazione di Orione, che possiamo facilmente osservare a occhio nudo nel rapporto di un milionesimo rispetto all’idrogeno molecolare. Ma se la scoperta della molecola era un evento raro, l’ossigeno era ben presente come previsto ma era per la maggior parte combinato con l’idrogeno nella molecola d’acqua e nel radicale ossidrile o con il carbonio nel monossido di carbonio (2). L’ossigeno aderendo alle polveri presenti nelle nebulosa si genera solo a temperature superiori ai 100-150 K mediante interazione con la radiazione elettromagnetica che ne permette, attraverso ben conosciuti meccanismi, l’estrazione dall’acqua. Pertanto bisognava concludere che l’ossigeno molecolare non era così abbondante nell’universo, ma era presente in quantità cospicua sulla Terra soltanto a seguito di generazione biocatalitica. Si sarebbe potuto quindi riscontrare abbondantemente in presenza di fenomeni vitali ed essere quindi un marcatore della vita nell’osservazione degli oggetti celesti.

La scarsa presenza di ossigeno molecolare nelle nebulose di gas interstellare era confermato dalla mancata rilevazione nelle chiome e nelle code delle comete che rappresentano gli oggetti che meglio conservano le caratteristiche delle nebulose primordiali dalle quali si formano tutti gli oggetti stellari. Questa conclusione veniva smentita nel 2015 dalla sonda Rosetta che rilevava nella chioma della cometa 67P Churyumov-Gerasimenko oltre l’acqua, il monossido e il biossido di carbonio, per la prima volta una grande quantità di ossigeno molecolare mediante lo spettrometro di massa ROSINA-DFMS (3). A questo punto essendo l’ossigeno molecolare volatile da dove proveniva? L’analisi dei gas della chioma della cometa presentava un rapporto di O2/H2O nell’arco dei nove mesi di osservazione costante. Questa osservazione permetteva di escludere la diretta radiolisi o fotolisi in quanto la quantità di radiazione che investiva la cometa non era costante. Un’analisi isotopica consentiva di avanzare l’ipotesi, non essendo certamente presenti organismi che svolgevano funzioni catalitiche ossidative dell’acqua, che l’ossigeno fosse intrappolato all’interno nel nucleo che progressivamente andava sciogliendosi per effetto della radiazione solare. Quindi la nebulosa, dalla quale si era formato il sistema solare, doveva essere molto più calda di quanto si supponesse per giustificarne un’origine abiotica. Recentemente un modello studiato da un ingegnere dei materiali, pubblicato su Nature Communications, mette in discussione tale ipotesi fornendo prove della formazione della molecola di ossigeno da acqua ionizzata in presenza di silicati ed ossidi di ferro presenti sulla superficie della cometa secondo il meccanismo di reazione di Eley–Rideal (4). La reazione procede a seguito di estrazione di un atomo di ossigeno dalla superficie cometaria da parte di H2O+ generando uno stato eccitato che a seguito della dissociazione i due atomi di idrogeno produce O2

Pertanto l’ossigeno si verrebbe formando in loco avanzando quindi una nuova possibile spiegazione per la formazione della molecola in condizioni abiotiche diverse da quelle ipotizzate in precedenti studi che la confinavano ad fenomeni di fotolisi a temperature intorno a 150 K. Il dibattito è ovviamente ancora aperto ed lontano da una definitiva conclusione.

  • Larsson, B. et al. Molecular oxygen in the r Ophiuchi cloud. Astrophys. 466, 999–1003 (2007).
  • Goldsmith, P. F. et al. Herschel measurements of molecular oxygen in Orion . J. 737, 96 (2011).
  • Bieler, A. et al. Abundant molecular oxygen in the coma of comet 67P/Churyumov-Gerasimenko. Nature 526, 678–681 (2015).
  • Y Yao and K.P. Giapis Nature Commun. 8, article number 15298 (2017) doi 10/1038. .
  • La nebulosa rho Oph A (foto di Alex Mellinger).

Young Stars in the Rho Ophiuchi Cloud Credit: NASA JPL-Caltech, Harvard-Smithsonian CfA

 

M42 posa di 30 s , a 800 ISO ripreso con Celestron CG 11 dall’osservatorio di Capodimonte (foto UAN)

OSIRIS wide-angle camera image acquired on 22 November 2014 from a distance of 30 km from Comet 67P/C-G. The image resolution is 2.8 m/pixel. Credits: ESA/Rosetta/MPS for OSIRIS Team MPS/UPD/LAM/IAA/SSO/INTA/UPM/DASP/IDA

Recensione. Energia per l’astronave Terra. 3 ed.

In evidenza

Claudio Della Volpe

Energia per l’astronave Terra. Nicola Armaroli e Vincenzo Balzani. Terza edizione. Zanichelli maggio 2017 296 pag. 13.90euro

 

La prima cosa da dire su un testo che in 10 anni ha già visto un’altra riedizione e numerose ristampe è che è un testo di successo; e lo è a ragion veduta.

Scritto in modo leggibilissimo, semplice, ma nel contempo rigoroso, completo ed aggiornato; se analizzate con un minimo di sguardo critico le edizioni vedrete che si è passati dalle 217 pagine della prima alle quasi 300 della terza; il corredo delle citazioni e dei documenti è diventato amplissimo, il che presuppone un intenso lavoro di aggiornamento personale e professionale, ma anche una passione travolgente. Nel 2009 ha vinto il premio Galileo per la divulgazione scientifica.

Il titolo è rimasto immutato, ma il sottotitolo ha segnato quell’aggiornamento di prospettiva che gli autori giustificano pienamente nell’introduzione alla terza edizione.

Si è passati da un testo essenzialmente illustrativo della situazione ad un approfondimento delle prospettive italiane e infine con questa terza edizione a quelle mondiali; come giustamente dicono gli autori:

…”le cose cominciano a cambiare e a dirlo sono i numeri. Da qualche anno il contributo relativo dei combustibili fossili alla domanda energetica mondiale ha iniziato a diminuire…….Nel 2016 la potenza da eolico e fotovoltaico ha sfiorato 800GW, coprendo il 5% della domanda elettrica globale.”

Dunque la transizione è iniziata, “è un processo inevitabile e ormai irreversibile”.

Gli autori sono anche convinti di una cosa basilare che avevano già espresso altrove:

Per fissare la barra verso l’unico futuro possibile occorrono anche buon senso, sobrietà, collaborazione e responsabilità”.

In altri termini non è questione solo di tecnologia, ma di cambiamenti sociali per realizzare quell’era delle rinnovabili che fa da sottotitolo all’ultima edizione.

Il libro è diviso in 10 capitoli ed è arricchito da un paragrafo sulle fonti dei dati, da uno intitolato “15 miti da sfatare” e concluso da una serie di informazioni puntuali ma non così ben conosciute; infine c’è un indice analitico che potrebbe risultare utile in un uso didattico del testo.

1 edizione pag. 217 Agosto 2008

2 ediz. pag. 288 Ottobre 2011

 

 

 

Quali sono i punti principali?

La prima parte introduce il concetto di energia e fa una stima molto accurata della situazione attuale dei consumi e delle risorse, come dei limiti nella stima dei combustibili fossili.

Segue un capitolo dedicato all’analisi dei danni climatici ed ambientali dovuti a questo uso ed al fallimento mondiale ormai acclarato del settore nucleare.

Dal 6 capitolo si affronta il tema delle energie rinnovabili e delle loro caratteristiche e dei loro limiti mentre negli ultimi due si affronta invece il tema della transizione energetica e dei problemi tecnici e sociali che tale transizione pone sul tappeto.

Alcuni punti che mi hanno colpito e vi riporto qui alcune frasi chiave:

State leggendo un libro; chiudete gli occhi e rimanete immobili per qualche secondo. Forse, penserete, in queste condizioni non si consuma energia. Non è vero:…..”

 

“Quanti candidati mettono al primo punto dei loro programmi elettorali la creazione di piste ciclabili sicure? Sarebbe un investimento straordinario per la qualità della vita e le casse pubbliche (ma non per il PIL) : meno inquinamento, meno obesità, meno strade rotte, meno costi per il sistema sanitario nazionale”.

 

“La transizione energetica richiede un cambiamento parziale dei nostri stili di vita, ma questo non significa che vivremo peggio: semplicemente vivremo in modo diverso. I cambiamenti maggiori riguarderanno probabilmente l’alimentazione e il nostro modo di muoverci e di viaggiare. Per intenderci: meno carne, meno frutta fuori stagione e più trasporti pubblici.”

 

“A livello internazionale le disuguaglianze , le guerre per le risorse e i cambiamenti climtici stanno causando migrazioni epocali. La nostra è la prima generazione che si rende conto di questa situazione di crisi e quindi è anche la prima – qualcuno dice che potrebbe essere l’ultima- che può e deve cercare rimedi.”

 

“E sembra quasi che la Natura si diverta a far dipendere le tecnologie energetiche più avanzate da risorse poco abbondanti, in particolare metalli rari ……Occorre perciò un cambiamento radicale del paradigma economico e industriale: infatti i “rifiuti” devono diventare preziose “risorse secondarie”.

 

“…la transizione non può essere guidata soltanto dal mercato e dallo sviluppo tecnologico: servono anche scelte politiche illuminate e tecnicamente fondate, che stanno faticosamente iniziando a emergere.”

 

Ovviamente nessun libro è perfetto; tutto è perfezionabile, ma diciamo che dopo due update questo testo mantiene e migliora le proprie qualità: chiarezza, completezza, semplicità, difficile trovare di meglio.

Come altri libri questo è un testo che considero contemporaneamente scientifico e militante. Non vi sembri questo un ossimoro, una contraddizione.

Oggi la scienza è in campo: deve schierarsi, anche socialmente, se vuole mantenere la propria coerenza e la propria immagine di strumento di liberazione umana. Se le scienze naturali arrivano a conclusioni che sono conflittuali con alcuni dei più frequenti luoghi comuni della ideologia economica, se le scienze naturali falsificano le ideologie della crescita continua e del libero mercato, che farebbe ricchi tutti, le loro conclusioni acquistano un dirompente significato sociale.

E questo è uno dei più importanti risultati di questo libro.

Il caso elio.

In evidenza

Claudio Della Volpe

A partire dal 2012 e a più riprese i giornali internazionali (molto meno i nostri quotidiani alquanto provincialotti) hanno lanciato l’allarme per i problemi che subiva l’approvvigionamento dell’elio; l’helium shortage, ha avuto l’onore delle cronache[1]. L’allarme è stato rilanciato varie volte[2], ma di cosa si tratta e come mai esiste questo problema?

L’elio è il secondo elemento come abbondanza nell’Universo, ma è molto raro sulla Terra, dove viene prodotto dal decadimento degli elementi radioattivi nell’interno del pianeta ed è presente in atmosfera con una percentuale dello 0.00052%, cosi’ raro che estrarlo dall’atmosfera è privo di senso economico; così raro che fu scoperto prima di tutto nello spettro solare da Jansenn nel 1868; fu Luigi Palmieri, un mio conterraneo, a individuarlo, sempre spettroscopicamente, per primo sul nostro pianeta nelle lave vesuviane nel 1882; ma la scoperta ufficiale arrivò solo nel 1892 da parte di Cleve e Langlet che ne individuarono nel minerale cleveite e ne misurarono il peso atomico.

Infine solo nel 1903 ne furono individuate significative quantità nel gas naturale degli USA; e da allora fino ad oggi gli Usa ne sono stati il principale produttore. Da quel gas viene separato attraverso la distillazione frazionata e la filtrazione, sfruttando le sue proprietà fisiche, bassissimo peso atomico e punto di ebollizione. Nel gas naturale delle grandi pianure di alcuni stati americani ce n’era una percentuale dell’ordine del 2-4%; col tempo ne sono state individuate altre fonti ma non molto numerose nel mondo e comunque con percentuali di molto inferiori; oggi viene considerato sfruttabile un giacimento che ne contenga almeno lo 0.15%.

I giacimenti sono mostrati in rosso nella figura acclusa estratta da un volantino della Messer, che è uno dei grandi produttori mondiali.

L’andamento della produzione mondiale, tratto dai dati della USGS è invece mostrato nel grafico qui sotto, in cui si riportano sia la produzione annua (in rosso) che quella totale estratta (in blù). Se guardate il grafico vi rendete conto che la guerra e poi soprattutto la conquista dello spazio sono stati due momenti importanti per lo sviluppo del consumo di elio. Gli USA che fin dalla prima guerra mondiale avevano “nazionalizzato” l’elio costruendo un deposito sotterraneo di gas ad Amarillo (Cliffside Reserve), cui partecipavano tutti gli estrattori privati, sono stati sempre un player dominante del mercato mondiale.

Questa politica ha avuto un grande costo economico per lo stato ed ha attraversato dei momenti di crisi, il primo con la fine del sogno dei dirigibili (tutti conoscono il dramma Hindenburg, molti meno quello dei due dirigibili ad elio USA fra le due guerre); poi con la fine dell’esplorazione dello spazio e della guerra fredda[3]. Il debito accumulato dallo stato nei confronti dei privati è stato tale da costringerlo a rinunciare a questa attività; e la decisione ha sballato il mercato mondiale dell’elio. Certo negli anni si erano sviluppati degli altri players, ma nessuno ha a disposizione giacimenti così ricchi e ampi come quelli americani e tutti stentano a decollare.

La bibbia di tutti coloro che si occupano di risorse minerarie è certamente il sito dell’US Geological Survey dove troviamo uno speciale report[4] sull’elio che è stato considerato negli USA un materiale strategico fino dall’origine, dal principio del XX secolo, quando si resero disponibili sorgenti minerarie di elio. Il report dell’USGS ci conferma che non mancano per il momento depositi naturali di gas contenente elio, ci si aspettano riserve+risorse per oltre 50 miliardi m3 (>9Mton), di cui un 40% in USA e sole riserve (quelle già accertate e tecnicamente possibili) per almeno 7 miliardi, contro un consumo annuo di 0.2 miliardi. Ma, attenzione se pure prendiamo per buone queste cifre, che comunque ci dicono che l’elio non è infinito (ne abbiamo di sicuro solo per grossolanamente 35 anni, se non teniamo conto della concentrazione decrescente), è chiaro che i costi sono in netto aumento, costi energetici ed economici. Il deposito di Cliffside-Amarillo ne contiene 0.7 miliardi e le sorgenti USA in attività meno di 4 miliardi stimati. Tutti i depositi “tradizionali” scoperti in giro per il mondo hanno una qualità ed una abbondanza nettamente inferiori. Insomma una situazione complessa e nell’immediato foriera di forti aumenti di prezzo: scordatevi i palloncini! L’elio serve nell’industria (saldature, fibre ottiche) e nei servizi (magneti molto forti). L’elio, come il fosforo non è “fungibile”, è unico come gas.

Con questi precedenti non è più strano che nei mesi recenti la stampa mondiale abbia gridato al miracolo per la scoperta di un grande giacimento di elio ritrovato in Tanzania; A new approach to gas exploration has discovered a huge helium gas field, which could address the increasingly critical shortage of this vital yet rare element ha titolato sul suo sito l’Università di Oxford ricopiata dai grandi giornali di tutto il mondo.

Ma guardandola bene questa è una storia che fa capire come la stampa ma anche i tecnici non conoscano a fondo il problema risorse e non siano dunque in grado di valutare con calma e ragionevolezza la situazione contribuendo di fatto ad aggravare, mediante falsi miti, una situazione delle risorse minerarie che è sempre più grave.

[5]

Certamente il metodo usato per la scoperta è interessante, trattandosi di una collaborazione fra l’Università di Oxford e il gruppo HeliumOne che hanno applicato nuovi metodi di ricerca mostrando che l’attività vulcanica fornisce l’intenso calore necessario a far rilasciare il gas dalle antiche rocce che lo intrappolano. Nella Rift Valley i vulcani hanno rilasciato elio dalle antiche rocce profonde intrappolandolo in depositi di gas più superficiali.

La combinazione della conoscenza geochimica e delle tecniche di ricerca basate sulle onde sismiche hanno consentito di ricostruire la forma, la posizione e l’importanza del giacimento; i ricercatori tuttavia non sono stati ancora in grado di dire quanto facilmente si potrà liberare l’elio da altri gas (che è poi il problema delle risorse di elio e un pò di tutta l’attività mineraria).

Come si vede dai dati del primo grafico il consumo mondiale annuo viaggia sotto le 30.000ton (180Mm3); le riserve accertate ed estraibili di Elio assommano secondo la USGS a 7-8 Gm3, mentre le risorse, ossia le quantità scoperte ma di cui non si sa esattamente la effettiva resa, assommano a 20.6 Gm3, in USA e 31.3 Gm3 fuori dagli USA.

Si può guardare alla situazione da un punto di vista diverso usando la teoria di Hubbert (lo scopritore del picco del petrolio); secondo il suo approccio formale una risorsa finita ed usata nel modo tradizionale va incontro ad un picco di produzione e poi ad una lenta decrescita; in particolare se si riporta il rapporto P/Q, produzione annua su estrazione totale nel tempo contro Q si ottiene un comportamento lineare discendente a zero da cui si può estrapolare la durata della risorsa. Il mercato dell’elio si adatta male a questo approccio date le sue peculiarità ma è comunque interessante verificare.

Come si vede la riduzione lineare (che corrisponde ad un picco attorno al 1970 che vedete nel primo grafico) si è verificata fino a quando la produzione americana ha dominato le cose mondiali; con la scoperta ed entrata sul mercato di altre risorse (che come dicevamo sono però meno ricche comunque) le cose sono cambiate; l’andamento P/Q vs Q è in leggera discesa ma il fittaggio non è chiaro, non è in grado di darci una estrapolazione significativa.

Cosa cambia con la scoperta tanzaniana? Lo scopritore prof. Ballentine del Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università di Oxford dice:

By combining our understanding of helium geochemistry with seismic images of gas trapping structures, independent experts have calculated a probable resource of 54 Billion Cubic Feet in just one part of the rift valley.

Dato che un metro cubo è oltre 35 piedi cubi stiamo parlando di poco più di un miliardo e mezzo di metri cubi, ossia un incremento “probabile” delle risorse pari a meno del 3% (in termini di riserve medie sarebbe ancora più piccolo di circa 7 volte); certamente è possibile che ci siano altre scoperte di questo tipo con la nuova metodica, ma quali saranno le effettive percentuali di passaggio da risorse a riserve vere e proprie? Se usiamo il rapporto attuale di circa 7 il giacimento trovato potrebbe soddisfare i consumi mondiali solo per poco più di un anno (220Mm3). Possiamo concludere che non è cambiato granchè e ce ne sarebbero molti altri di giacimenti di questo tipo da scoprire per “risolvere” il problema di una risorsa mineraria importante ma le cui disponibilità sono e rimangono limitate e il cui prezzo tende a crescere da molto tempo.

L’unico modo saggio è quello di prevenire il problema eliminando gli sprechi ed introducendo meccanismi di recupero e di riciclo in tutte le applicazioni chiave dell’elio a partire da quelle nel campo della sanità e della ricerca (nei grandi NMR per esempio).

Economia circolare è la risposta ai problemi delle risorse, non nuove scoperte “epocali”, ma che lasciano sostanzialmente immutata la situazione, e casomai costituiscono una occasione per ulteriore distruzione della Natura, una fonte di arricchimento per una esigua minoranza e una dimostrazione di incompetenza per i giornali anche tecnici.

[1] Popular Mechanics 25 June 2012: Why Is There a Helium Shortage?

[2] The independent 5/1/2013: A ballooning problem: the great helium shortage

https://www.wired.com/2015/07/feds-created-helium-problem-thats-screwing-science/

[3]W. J. Nuttall, R. H. Clarke, B. A. Glowack- The Future of Helium As a Natural Resource, Routledge 2012

[4]http://minerals.usgs.gov/minerals/pubs/commodity/helium/mcs-2012-heliu.pdf

[5]http://www.airproducts.com/~/media/files/pdf/industries/metals-helium-recovery-recycling-good-business-sense.pdf

 

La serendipità della camola.

In evidenza

Claudio Della Volpe

La “camola” del miele è un tipico verme da pescatore e dato che ogni tanto mi dedico alla pesca conosco questo tipo di esca viva, anche se di solito uso il “cucchiaino”, ossia un pezzo di metallo brillante opportunamente sagomato e che nasconde l’amo.

Galleria Mellonella da Wikipedia

La camola è comodissima come esca viva, si compra in contenitori e si conserva in frigorifero per un pò (la camola usata per scopi alieutici è trattata opportunamente con un breve riscaldamento che ne impedisce l’imbozzolamento e forse ne modifica il set enzimatico); il suo ciclo di vita la qualifica come un parassita delle api, dato che si nutre dei prodotti dell’alveare e la sua forma finale è una farfallina, la tarma maggiore della cera, tecnicamente Galleria mellonella.

La camola è usata per pescare grazie al suo sapore dolce; è uno degli insetti che ho anche provato a mangiare, dato che viene proposto come alternativa alla carne comune in molte ricette basate su insetti, e vi assicuro che è molto buona.

La camola è al centro di una scoperta che rischia di rivoluzionare il nostro modo di gestire il riciclo della plastica comune; il grosso della plastica, dei polimeri prodotti dal petrolio è difficile da riciclare sostanzialmente per il medesimo motivo per cui la usiamo: la sua durabilità, legata alla stabilità del legame C-C che è difficilmente attaccato in natura (solo a certe condizioni).

Si conosce un batterio i cui enzimi sono in grado di degradare il PET, scoperto solo l’anno scorso in Giappone in un discarica di immondizia; la scoperta del batterio, denominato Ideonella sakaiensis 201-F6, è stata pubblicata su Science (A bacterium that degrades and assimilates poly(ethylene terephthalate) Shosuke Yoshida et al. Science 351, 1196 (2016).

Quando cresciuto sul PET questo particolare strain batterico produce due enzimi capaci di idrolizzare il PET e l’intermedio di rezione l’acido mono(2-idrossietil)tereftalico. Entrambi gli enzimi sono richiesti per convertire efficientemente PET in due monomeri molto più amichevoli dal punto di vista ambientale, l’acido tereftalico e l’etilen-glicole.

Shosuke Yoshida et al. Science 351, 1196 (2016)

La velocità digestiva del batterio è di una frazione di mg di PET per ogni cm2 di superficie attaccata e il PET è un poliestere, dunque con una struttura, mostrata in figura, molto più semplice da degradare (i legami sono O-C-O).

Altre specie viventi sono in grado di attaccare invece il legame C-C e sono riportate in letteratura (Penicillium simplicissimum, Nocardia asteroides, il verme Plodia interpunctella, e i due batteri, Bacillus sp. YP1 and Enterobacter asburiae YT1 che vivono dentro di lui), ma la velocità di aggressione è sempre estremamente bassa.

Ora, come si dice, il caso aiuta la mente preparata. E questo è avvenuto con Federica Bertocchini, che si occupa di biologia dello sviluppo.

Federica Bertocchini(da Repubblica del 25 aprile 2017)

La ricercatrice italiana Federica Bertocchini affiliata al Cnr spagnolo e oggi all’Istituto di biomedicina di Cantabria, a Santander. racconta a Repubblica “Io in realtà mi occupo di biologia dello sviluppo: studio gli embrioni. La scoperta del bruco mangiaplastica è avvenuta per caso. Ho l’hobby dell’apicoltura, e l’abitudine – in inverno – di tenere gli alveari vuoti in casa. Nel tirarli fuori per la primavera, l’anno scorso mi sono accorta che erano pieni di questi bachi. Così li ho ripuliti, raccogliendo i bachi in una borsa di plastica. Qualche ora dopo era già piena di buchi e le larve libere”

Federica non si è fatta pregare, ha subito capito che aveva trovato una miniera d’oro in quelle camole. E questa è serendipità, il caso aiuta la mente preparata.

Il risultato di una indagine più approfondita è stato pubblicato su Current Biology (Current Biology 27, R283–R293, April 24, 2017)

Come si vede la velocità di aggressione del bruco nei confronti della plastica del sacchetto è di ordini di grandezza superiore rispetto a quello di altri organismi trovati in natura (un bruco in 12 ore mangia quasi 1mg di PE). La camola sembra essere capace non solo di aggredire meccanicamente ma di digerire il PE; questo è stato provato analizzando lo spettro IR del materiale dopo digestione; si è trovata la presenza di etilenglicole; si pensa quindi che un sistema enzimatico del bruco sia in grado di fare una reazione simile a quella del batterio giapponese ma ad una velocità molto più elevata.

Tuttavia ci sentiamo di chiosare la scoperta indicandone anche i limiti: da una parte le camole sono nemiche delle api, dunque attenzione ai possibili effetti collaterali di una diffusione delle camole, come mangiatori diretti della plastica; meglio sarebbe individuare ed usare l’enzima o il sistema enzimatico; e comunque anche questo non dovrebbe essere una scusa per tornare indietro lungo la strada del riciclo dei materiali, ma anzi dovrebbe essere usato proprio per riciclare a partire dai prodotti di degradazione.

Altri studi saranno necessari per comprendere l’esatto meccanismo del processo digestivo della umile camola, (o casomai di qualcuno dei suoi ospiti batterici) un vermetto da pescatore pieno di segreti incredibili (notate che nessun giornale quotidiano o la TV ha capito di cosa si tratta, parlano tutti di un bruco, un verme e casomai qualche giornalista pescatore l’avrà anche usato, ma solo Le Scienze cita la camola).

Non c’è che dire la vita è la reazione chimica meglio riuscita! E un brava a Federica, una biologa dello sviluppo dotata di serendipità.

Library Everywhere: una biblioteca per tutti

In evidenza

Alfredo Di Nola*

Un progetto di volontariato a cui tutti possono partecipare

Sviluppato da Alfredo Di Nola, Nico Sanna e Gianluca Sbardella

http://www.libraryeverywhere.com

Nei paesi in via di sviluppo, ma non solo, molte scuole e molte piccole comunità, che in realtà rappresentano una gran parte della popolazione mondiale, non hanno una biblioteca e non potranno mai averne una. Questo perché una biblioteca tradizionale, anche piccola, è molto costosa. Richiede una stanza abbastanza grande, attrezzata con scaffali, tavoli e sedie.

Inoltre ha bisogno di condizioni climatiche (quali umidità, temperatura e altro) controllate per fare in modo che i libri non si deteriorino nel tempo.

E ancora, va continuamente aggiornata e ha bisogno di un bibliotecario, più o meno esperto, cioè di una persona che sia in grado di acquistare i libri, catalogarli e gestire il prestito.

Si può calcolare che una biblioteca di 3-4000 libri, in cui già ci siano le mura può costare circa 15.000 euro, considerando che ci sono comunque dei lavori da fare all’interno e l’arredamento da procurare.

I libri sono per noi una cosa molto comune, ma per queste comunità sono spesso una cosa molto rara perché magari il paese più vicino, dove poter andare per prendere un libro, dista parecchi chilometri o perché le strade sono difficilmente accessibili.

Oggi, con la possibilità di avere i libri digitali, le cose possono essere molto più semplici e per questo abbiamo pensato di creare una biblioteca di libri digitali, che offre molti vantaggi rispetto a una biblioteca cartacea.

Caratteristica di questa biblioteca è quella di essere contenuta in una pen-drive. Può essere facilmente installata in uno o più pc, dove si troveranno il catalogo e ovviamente i libri. Può essere liberamente duplicata: in pratica è pensata per essere virale.

I libri si potranno leggere sia sullo schermo del pc, sia su un lettore di libri digitali, chiamato e-reader. Nel catalogo sono inoltre incluse informazioni sui singoli autori e sui libri.

Il costo di tutti questi oggetti è circa il seguente: un pc che possa contenere il catalogo e i libri può costare intorno ai 250 euro e un lettore di libri digitali intorno ai 70-80 euro, anche meno, e quindi con 500 euro si ha già a disposizione un sistema funzionante. La pen-drive viene fornita gratuitamente.

C’è da considerare che in molti casi le scuole o le comunità già possiedono uno o più pc per cui, almeno all’inizio, potranno non spendere nulla.

Questa biblioteca non richiede alcuna connessione a internet; questo può sembrare un controsenso, trattandosi di una biblioteca digitale, ma occorre tener presente che circa il 50% della popolazione mondiale non ha accesso diretto a internet e spesso, quando lo ha, è molto ballerino, anche perché la fornitura di energia elettrica è discontinua e solo per poche ore al giorno. A questo inconveniente si può sopperire con un piccolo pannello solare (ormai se ne trovano portatili e a un costo relativamente basso) e/o un piccolo accumulatore. Inoltre gli e-reader hanno un’autonomia che può arrivare fino ad alcune settimane.

La nostra biblioteca verrà costantemente implementata con l’aggiunta di libri e può essere aggiornata collegandosi al nostro server.

Per questa operazione serve ovviamente il collegamento a internet e potrà essere fatta andando in un internet point, se non si possiede già un collegamento autonomo.

Come abbiamo già detto, il catalogo, l’aggiornamento e la classificazione dei libri saranno fatti da noi e pertanto non sarà necessario un bibliotecario esperto.

Attualmente abbiamo estratto dalla rete libri in inglese esenti dal diritto d’autore.

Purtroppo i libri esenti dal diritto d’autore arrivano fino ai primi del novecento. Ne abbiamo selezionati circa 1000 e abbiamo creato il catalogo. Questi sono adatti a tutti i gusti: si va dalle favole dei fratelli Grimm o di Perrault, ai libri della Austen, Alcott, London, Conrad, Dumas, Verne, Conan Doyle, Balzac, Dickens, Stevenson, Defoe, Twain, Tolstoj, Dostoevskij, Proust ecc.

Noi speriamo che editori di libri in inglese vogliano aiutarci regalandoci un po’ di classici più recenti.

Oltre ai libri di letteratura abbiamo anche un corso scolastico completo dalla prima alla dodicesima classe, per un totale di oltre 200 libri.

Nel 2016 abbiamo provato il funzionamento della biblioteca in due scuole in Kerala ed è stato un buon successo. Abbiamo quindi perfezionato il tutto e da pochi mesi ci stiamo occupando della diffusione dell’iniziativa.

In realtà questa biblioteca può essere utile anche nelle scuole del cosiddetto mondo sviluppato. Ad esempio può essere molto utile nelle scuole come supporto a corsi di lingua inglese, sia in Italia che nel resto d’Europa. Quasi tutte le scuole hanno ormai un’aula di informatica; si può gratuitamente installare la Library Everywhere nei loro pc e gli studenti potranno sia copiarla tutta sul loro pc, sia scegliere un libro dal catalogo e leggerlo su uno smartphone, un e-reader o sul loro pc o tablet.

 

Come contribuire

 

Chiunque può ottenere la pen-drive contenente la biblioteca con i programmi per installarla e aggiornarla. In alternativa può scaricarla dal nostro server.

La Library Everywhere è pensata per essere virale, cioè può essere liberamente installata e duplicata.

Si può contribuire alla sua diffusione in molti modi, quali ad esempio:

  • Diffusione del progetto presso associazioni (ONLUS, enti, parrocchie ecc.), che siano interessate a installare la biblioteca in scuole e comunità nei Paesi in via di sviluppo.
  • Diffusione del progetto attraverso articoli su giornali e interviste televisive.
  • Diffusione attraverso contatti diretti con enti governativi italiani o stranieri.
  • Contatti diretti con comunità o scuole ubicate nei Paesi in via di sviluppo.
  • Installazione della biblioteca in scuole europee come supporto ai corsi di lingua inglese.
  • Richieste a editori di libri in inglese di contribuire donando e-book esenti dal diritto d’autore, almeno per la parte digitale.
  • …..

Le limitazioni sono le seguenti:

  1. Il catalogo della Library Everywhere richiede il sistema operativo Windows (da 7 in poi)
  2. Non può essere modificata in nessun modo e va diffusa con il suo nome e facendo riferimento al nostro sito.
  3. Non può essere usata per fini commerciali.
  4. Non è necessaria nessuna autorizzazione preventiva per la sua diffusione, ma noi apprezzeremo molto se ogni nuova installazione sarà comunicata via mail a alfredo@dinola.it indicando i nomi e i recapiti dei proponenti e dei gestori.

 

Un dubbio

Questo si può considerare colonialismo culturale?

Rispondo con un mio scritto a proposito degli aiuti all’Africa sub-sahariana.

Perché aiutare l’Africa?

Chiunque sia andato in Africa è rimasto commosso nel vedere che gli Africani spesso dormono distesi per terra su una stuoia o nel vedere le donne che compiono lunghi percorsi per approvvigionarsi di acqua, anche là dove per trovarla (come nella foresta equatoriale) sarebbe sufficiente scavare un pozzo di una quindicina di metri.

L’istinto sarebbe di fornire loro i letti e di scavare i pozzi. Ma dovremmo prima domandarci se ciò sia giusto.

La costruzione di un letto non è molto difficile, come pure scavare un pozzo non troppo profondo. Gli Africani lo sanno e se non lo fanno ciò dipende dalla loro cultura. Infatti, l’Africano tende a vivere in equilibrio con la natura e a differenza di noi non tende a modificarla. Per questo non ha costruito edifici memorabili, come le nostre cattedrali e non ha costruito strade come hanno fatto gli antichi Romani o costruito dighe o acquedotti.

Questo aspetto della loro civiltà ha dei vantaggi: ad esempio non distrugge l’habitat e non porta il mondo alla rovina per la produzione di anidride carbonica o di altri veleni. Se il mondo rischia la catastrofe ecologica, questo lo deve a noi occidentali.

Quindi alla domanda se dobbiamo essere noi a costruire letti, strade, acquedotti dovremmo rispondere di no.

Un’altra cosa che incute orrore sono le bidonville, che circondano le grandi città, con il loro carico di dolore. Ma se ci pensiamo un attimo dobbiamo concludere che le bidonville le abbiamo portate noi. Nell’Africa sub-sahariana non esistevano grandi città e quindi le bidonville. Queste sono il frutto della interazione col nostro mondo.
Anche questo aspetto dovrebbe farci riflettere sulla presunta superiorità della civiltà occidentale.

Potremmo concludere che non dobbiamo costruire nulla, ma almeno aiutarli a curare le malattie che li affliggono come malaria, tubercolosi e aids. Sappiamo che la mortalità infantile è molto alta e che la vita media è incomparabilmente più bassa della nostra.

Anche in questo caso dobbiamo prima riflettere. Sappiamo che una donna africana arriva anche ad avere dieci gravidanze nella sua vita e che solo tre o quattro figli raggiungono l’età adulta. Se avessimo la bacchetta magica e potessimo debellare in un colpo tutte le loro malattie, la conseguenza sarebbe un’esplosione demografica in assenza di lavoro per tutti e di cibo. Dobbiamo quindi concludere che anche in questo caso gli Africani hanno raggiunto un equilibrio con la natura e che sarebbe bene non fare nulla.

Ma è proprio così?

Se l’Africa fosse un sistema chiuso e isolato forse sarebbe opportuno lasciarla nel suo equilibrio.

Tuttavia l’Africa da sempre è stata in contatto con le altre civiltà, in particolare con la nostra, che, a differenza della loro, tende a sopraffare le altre, come è accaduto ad esempio con i nativi americani. Al contatto col nostro mondo l’Africano non ha difese da opporre né culturali, né fisiche e ciò è fonte da sempre di enormi catastrofi.

In conclusione è giusto aiutare l’Africa e in questo caso cosa dovremmo fare?

La mia risposta è che, poiché non è un sistema isolato, dobbiamo cercare di aiutarla e che il problema è soprattutto culturale. Quindi dobbiamo aiutare l’Africano ad avere gli strumenti culturali per affrontare e risolvere i suoi problemi.

Questo vuol dire che non dobbiamo cercare di debellare le malattie?
Anche in questo caso occorre agire contemporaneamente su più fronti: ad esempio diminuire la mortalità, ma anche permettere uno sviluppo demografico sostenibile. Questo ultimo si ottiene solo attraverso una diffusione della cultura.

Credo di aver chiarito che la diffusione della cultura sia, secondo la mia opinione, una condizione irrinunciabile per lo sviluppo dell’Africa.

Ma sorge subito un’altra domanda: cosa dobbiamo insegnare?

Dobbiamo parlare di Aristotele? Dobbiamo parlare delle guerre napoleoniche? Dobbiamo portare la nostra cultura e trasformarli in tanti piccoli lord?

La mia risposta è no. Portare la cultura non è così semplice come si potrebbe pensare. Per non trasformare gli Africani in occidentali dobbiamo certamente far loro conoscere la nostra cultura, ma lo scopo deve essere quello di aiutarli a sviluppare la loro. Questo è, secondo me, l’aspetto più difficile, che va affrontato con estrema cautela.

*Alfredo Di Nola, alfredo@dinola.it

Alfredo Di Nola è nato a Roma ed è laureato in Fisica.

Ordinario di Chimica Fisica,  presso il Dipartimento di Chimica della Sapienza-Roma. Attualmente è in pensione. La sua attività di ricerca è stata principalmente focalizzata nell’ambito della Chimica-Fisica teorica e computazionale, mediante simulazioni di dinamica molecolare classica e quantistica. Dal 2004 si occupa di volontariato nell’ambito della diffusione della cultura.

 

Inquinamento ed estrazione mineraria.

In evidenza

Claudio Della Volpe

Due notizie di questi giorni mettono al centro uno dei problemi più importanti nella gestione delle risorse minerarie ed in genere delle risorse, ossia il crescente inquinamento prodotto da un approccio che privilegia il profitto e non la gestione razionale, che danneggia dunque noi tutti come passeggeri di una nave cosmica che non ha zattere di salvataggio o sostituti.

In parte questi problemi sono dovuti al fatto che le risorse minerarie non sono infinite e che dunque certi problemi sono inevitabili: i costi crescono a causa del crescente impoverimento dei giacimenti; il problema è che chi estrae cerca di scaricarli sempre più sulla comunità con comportamenti che privilegiano l’attività privata e non il bene pubblico.

Da una parte la Regione Basilicata ha sospeso l’attività del Centro Oli di Viggiano dell’ENI, poichè l’ENI non ha rispettato le norme anti-inquinamento ed i prodotti dell’attività estrattiva si sono riversati ripetutamente nell’aria, nella terra e forse nel fiume Agri; dall’altra El Salvador il più piccolo stato centro-americano, affacciato sul Pacifico ha approvato una legge che vieta quasi completamente l’attività mineraria che ha portato finora (insieme principalmente all’agricoltura estensiva) all’inquinamento del 90% delle acque superficiali; e questo dopo una lotta legale e politica contro i giganti economici multinazionali che estraggono soprattutto oro.

Vi racconto le due storie, che mi sembrano per molti aspetti simili, brevemente.

El Salvador , 21000 kmq di foreste affacciate sul Pacifico, è stato anche teatro di una lunghissima guerra civile. Finalmente nel 1992 c’è stato un accordo fra le due fazioni politiche e nel 2009 le sinistre hanno vinto le elezioni.

Geograficamente El Salvador è caratterizzato da un territorio esposto al clima oceanico con una densità di popolazione di circa 300 ab/kmq (50% più dell’Italia); molti giacimenti minerari e agricoltura estensiva. Il fiume principale è il Lempa, navigabile per molte miglia ed intensamente sfruttato; diverse dighe lungo il suo percorso consentono l’irrigazione e la produzione di rilevanti quantità di energia idroelettrica. A sud del suo bacino, si è sviluppata la coltivazione di agave sisalana, pianta utile alla fabbricazione di corde, spago, cappelli e tappeti ed altri manufatti. Le attività industriali e agricole nel bacino del Lempa ne hanno però fortemente inquinate le acque, ormai per gran parte non potabili, a causa dell’uso massiccio di prodotti chimici. (da wikipedia)

(ovviamente per chimici wikipedia intende di sintesi).

La goccia che ha fatto traboccare il vaso, creando un vero e proprio movimento sociale, è stata la cava progettata dalla Pac Rim Cayman. La società, controllata della canadese-australiana OceanaGold, aveva ottenuto una licenza per aprire una miniera d’oro nella provincia settentrionale di Cabañas, licenza respinta nel 2005 per non aver soddisfatto tutti i requisiti di legge.

Con la crescita dell’opposizione al progetto, sono aumentati anche gli scontri intorno alla miniera, causando la morte di diversi attivisti. La questione si è risolta lo scorso anno attraverso un arbitrato commerciale internazionale. Il tribunale ha dato ragione al governo salvadoregno, respingendo tutte le richieste della società. La OceaneaGold è stata condannata a pagare un risarcimento di 8 milioni di dollari a cui si aggiunge un ulteriore, multa per (NON) aver ancora versato la somma.

http://www.rinnovabili.it/ambiente/el-salvador-bandire-miniere-di-metalli-666/

L’arbitrato è durato anni ed è costato moltissimo allo stato di El Salvador; è un esempio delle procedure previste da accordi come TTIP (che noi finora ci siamo scansati) e che prevedono che una multinazionale, a determinate condizioni, possa chiamare in giudizio uno stato che fa leggi che impediscono di realizzare profitti; nel caso specifico ripeto siamo dovuti arrivare ad un inquinamento del 90% delle acque per far bloccare ulteriori inquinamenti.

Stranamente in queste regole non è previsto il contrario, ossia che se una multinazionale inquina poi non solo paga, ma se per questo deve interrompere la sua attività, dovrebbe comunque continuare a pagare le royalties promesse al momento iniziale e su cui i bilanci pubblici si sono basati. E di questo vediamo le conseguenze in Basilicata.

http://www.internazionale.it/notizie/2017/01/31/salvador-pace-anniversario

I difensori della nuova legge dimostrano la propria soddisfazione davanti al Parlamento. (Marvin Recinos / AFP)

La situazione della Basilicata in parte la conoscete se avete seguito le vicende del referendum contro le trivellazioni; in quel periodo tutti i giornali erano anche pieni della questione Guidi – Gemelli; per quella indagine su una conversazione fra i due relativa al fatto che il Governo stava per approvare un investimento che avrebbe facilitato la vita di Gemelli, compagno della Guidi e procacciatore d’affari per Total, la Guidi si dimise e Gemelli è stato indagato insieme ad altri. Pochi giorni fa l’indagine si è chiusa con un nulla di fatto sulla questione per quanto riguarda lo stralcio di indagine riguardante Gemelli (Total, Tempa Rossa); (la conversazione c’è stata ma non si può provare la corruzione o l’interesse privato); ma la questione non si è chiusa sul fronte inquinamento (ENI, COVA).

Sono due i filoni principali delle indagini : il primo sul Centro Oli in Val d’Agri a Viggiano dell’Eni, (COVA) , l’altro sull’impianto estrattivo della Total a Tempa Rossa. La questione Guidi riguardava i permessi e la gestione di Tempa Rossa, mentre l’inquinamento riguarda il Centro Oli ed ENI (COVA). Per maggiori informazioni leggete qui:

https://oggiscienza.it/2016/04/01/petrolio-basilicata-eni-inchiesta/

https://oggiscienza.it/2016/07/27/centro-oli-viggiano-inchiesta/

Per l’inquinamento dovuto all’attività estattiva furono condannati in vario modo 6 dei 60 imputati. La questione è complessa e ingarbugliata e soprattutto l’attenzione mediatica alle vicende Guidi-Gemelli ha rischiato di far passare in secondo ordine quelle ben più serie dell’inquinamento dovuto ad errori di gestione od a vere e proprie truffe agite da alcuni e per le quali alcuni funzionari dell’Eni erano stati arrestati (cambio dei codici dei rifiuti, inquinamento dell’acqua e del suolo per scarico di ammine e di sotto prodotti gassosi del raffinamento del gas e del petrolio).

Ad agosto scorso il COVA, che era stato sequestrato, fu dissequestrato per permettere all’Eni di eseguire le modifiche impiantistiche che avrebbero dovuto risolvere l’inquinamento. Una delle conseguenze del sequestro (ma sarebbe giusto dire degli errori dell’ENI) è stata l’interruzione delle attività e la conseguente riduzione delle royalties pagate alla Regione e ai Comuni interessati, cosa che ha mandato in crisi i bilanci regionali e comunali; ma di questo non possono essere considerati responsabili gli ambientalisti e i comitati che si oppongono all’inquinamento, ma solo i responsabili dell’inquinamento e chi non ha rispettato le leggi.

Cosa sta succedendo adesso?

Nulla di nuovo; a seguito di recenti controlli dell’ARPAB, si sono trovati ferro, manganese e IPA (idrocarburi policiclici aromatici) nell’area del COVA adiacente al fiume Agri col rischio di inquinamento del fiume stesso e dell’acquedotto del Pertusillo. L’ENI ha chiuso nuovamente il COVA su ordine della Regione.

Così si esprime un giornale locale riassumendo la vicenda che dura ormai da più di un anno:

Il 19 aprile scorso, dopo la conferma del sequestro da parte del Tribunale del Riesame, cui l’Eni aveva presentato ricorso, e del blocco dell’attività, vi fu un ricorso in Cassazione e l’Eni, promise di individuare alcune soluzioni e così lo scorso agosto venne dissequestrato l’impianto, ma con diverse problematiche anche su altre zone e per diversi dipendenti, mentre ad oggi si sostiene che tale contaminazione è andata oltre e dopo la notizia diramata nei giorni scorsi dalla Giunta Regionale della Basilicata per il blocco delle estrazioni petrolifere, alle ore 14.30, di oggi, martedì 18 aprile, a Potenza, il presidente della Regione Basilicata, Marcello Pittella, subito dopo le vacanze di Pasqua, terrà una conferenza stampa per fare il punto della situazione e incontrerà i giornalisti nella Sala Verrastro, al primo piano di viale Vincenzo Verrastro 4. Mentre giunge anche un’appello dall’Ing. Alberti all’Eni e al sindaco di Viggiano, Amedeo Cicala, di realizzare urgentemente una profonda trincea lungo il fiume Agri, prima che il petrolio lo contamini e con esso anche il Pertusillo.

(per i risultati di questo incontro si veda qui).

Mi chiedo come mai non esista un equivalente della clausola che negli accordi internazionali garantisce i profitti, ma dal punto di vista del bene pubblico; se io investitore per mia manchevolezza tecnica non solo inquino ma, una volta scoperto, sono costretto a sospendere l’attività e di conseguenza non pago più royalties, come mai non sono stavolta obbligato a pagare alla collettività le royalties promesse e su cui si basano i bilanci pubblici? (oltre ad eliminare le cause dell’inquinamento)

Questa è la domanda che rivolgo ai giornali di parte padronale come il Sole 24 ore che si lamentano dei mancati profitti e ridono delle mancate royalties riproponendo il ricatto fra lavoro e inquinamento.

Caro Sole 24 ore oil&gas non è strangolato dai nimby, come mal raccontano i vostri titoli, ma dalla sete di guadagno che non si ferma nemmeno davanti alla distruzione dei beni pubblici. Si vergognino gli inquinatori, non chi difende l’ambiente.

Costituzione Italiana:

Articolo 41

L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.

Per approfondire:

http://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2017/04/18/inchiesta-sul-petrolio-in-basilicata-57-rinvii-a-giudizio_6e4db091-b8a5-4950-97d8-dd7aa3623588.html

https://www.theguardian.com/global-development/2016/oct/14/el-salvador-world-bank-tribunal-dismisses-oceanagold-mining-firm-250m-claim

http://www.lastampa.it/2017/04/15/economia/eni-inadempiente-basilicata-chiude-il-centro-oli-di-viggiano-c03t34XOEHYwjymS3zNYMN/pagina.html

https://it.wikipedia.org/wiki/El_Salvador#Il_XX_secolo_e_la_guerra_civile