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W la CO2. Possiamo trasformare il piombo in oro? Recensione

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Claudio Della Volpe

W la CO2. Possiamo trasformare il piombo in oro?

Ed. Il Mulino, pag. 208 15 euro – 2021

Il libro di Gianfranco Pacchioni che commento qui oggi potrebbe dare adito ad una ambiguità. Il motivo è che in giro si trovano numerosi “difensori” della CO2; anzi che l’aumento di questo gas serra sia da considerare un vantaggio è uno degli argomenti del peggiore negazionismo; purtroppo anche in Italia abbiamo avuto un libro con questo taglio e scritto da due ingegneri che non nomino per non fargli pubblicità.

Diciamo subito che il libro di Pacchioni NON si situa in questa classe di libri; al contrario è frutto dello sforzo complesso e non banale di un chimico che riflette da chimico di razza su questi temi.

Già il sottotitolo, d’altra parte, chiarisce che la CO2 è “il piombo”, insomma una specie chimica che può giocare un ruolo negativo (ricordiamoci che tutto può giocare un ruolo negativo, come diceva il mio mentore Guido Barone, ogni cosa ha due corni o se volete il mondo, la natura è dialettica, contraddittoria).

La prima parte del libro è dedicata a ricostruire la figura chimica della CO2 nei suoi innumerevoli ruoli.

Una cosa da sottolineare è la riscoperta, almeno per l’Italia, di Ebelmen, uno scienziato francese oggi dimenticato che fu il primo scopritore del meccanismo basilare del ciclo del carbonio geologico, il weathering dei silicati, la reazione mediante la quale l’acqua satura di CO2 degrada le rocce silicee assimilandosi come carbonato. Ebelmen scoprì questo processo nel 1845, ma il suo lavoro fu dimenticato e riscoperto solo dopo molti decenni e ancora oggi non è ben assimilato sebbene alcune delle sue conclusioni siano state riscoperte; ma per esempio Arrhenius non lesse mai quel lavoro. E se è per questo si riscopre anche il ruolo di una donna americana, una scienziata poco conosciuta che probabilmente anticipò varie idee sulla CO2 e il clima (ma vedrete voi stessi).

Nei primi tre capitoli il libro racconta la storia della CO2 come molecola. Chi l’ha scoperta, da dove viene, ossia quali processi geologici possono giustificarne l’esistenza, quali processi biologici o chimici la producono e così via. Nel far questo l’autore è costretto a raccontare (e lo fa con grande abilità) la storia geologica del nostro pianeta, che è un argomento affascinante.

Nei capitoli successivi esplora invece la fotosintesi e la storia della sua delucidazione scientifica. Questa parte è molto completa e mi sembra veramente un lavoro ben fatto.

Ovviamente a questo punto l’autore introduce la scoperta e l’approfondimento del global warming e presenta alcune delle numerose prove chimiche che si possono trovare in letteratura. Anche qui la trattazione sebbene non tecnica è completa e piacevole da leggere.

Infine presenta il quadro di cosa si possa fare per affrontare il problema a partire dalle tecnologie rinnovabili ma anche da quelle legate all’assorbimento della CO2 con reazioni “naturali” come la reazione di Sabatier.

Trovo che questa parte avrebbe dovuto essere più attenta alle questioni che nascono dalla applicazione massiva di tecnologie di assorbimento della CO2 dunque per esempio spiegare o introdurre almeno i concetti di EROEI (energy return on energy investment) o di LCA (Life cycle analysis) perché al momento i punti deboli delle rinnovabili e delle tecnologie di assorbimento sono proprio legati non alla loro possibilità, ma alla loro applicabilità estesa, industriale.

Comunque il testo di Pacchioni rimane un ottimo esercizio di lettura per lo studente di chimica o di ingegneria ambientale che volesse informarsi su questi temi, ma anche per il lettore evoluto che non si ferma alla prima difficoltà.

Fra l’altro i limiti generali dei vari approcci sono ben spiegati.

Il compendio di note, immagini e citazioni è sufficiente a fornire una base del tutto sufficiente non solo al lettore evoluto, ma generico, ma anche al lettore che sia specialista di altri settori e voglia farsi un’idea di questi problemi.

Ho avuto modo di partecipare in qualche modo alla formulazione del testo, fornendo dei consigli che l’autore ha, bontà sua, accettato ma questo non mi rende di parte nella valutazione, anche perché l’accettazione è stata parziale e l’autore conserva i suoi punti di vista originali.

Nelle conclusioni l’autore, in modo per me inaspettato scrive delle cose, relative alla storia umana (il ruolo ipotizzabile della grande eruzione di Toba nella storia della nostra specie) che personalmente mi trovano molto d’accordo e che anzi avevo riassunto in un testo che circolò più di dieci anni fa per qualche tempo in ambienti politicamente impegnati della mia zona e nell’associazione ASPO Italia di cui in quel momento facevo parte.

In conclusione trovo il libro di Gianfranco Pacchioni molto ben scritto e interessante e ve ne consiglio caldamente la lettura.

Il nostro blog ha recensito un altro bel libro di Pacchioni.

Qualche considerazione sui cosidetti “termovalorizzatori”.1.

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Claudio Della Volpe

Premetto che questo non è un trattato sul tema ma un breve post e dunque non potrà essere esaustivo ma solo indicare alcuni punti. Eventualmente continuerò ad occuparmi del tema in altri post.

Le parole sono pietre e spesso la scelta di un termine implica tutta una serie di contenuti che però non appaiono subito chiari.

A me questo appare il caso del termovalorizzatore, ossia un impianto di incenerimento dei rifiuti a carattere “organico” in senso chimico, ossia basati su scheletri di carbonio. Ci sono due categorie di rifiuti di questo tipo, quelli propriamente organici, biologici insomma e quelli di plastica che ne rappresentano la assoluta maggioranza.

I tipici termovalorizzatori sono alimentati non tanto con combustibile “secco” generico quanto con il cosiddetto CDR, combustibile-derivato-da-rifiuto, ossia un tipo di rifiuto solido ottimizzato per la combustione in termovalorizzatore e in cui la componente di eteroatomi come cloro o fluoro è ridotta ed anche quella puramente biologica. La riduzione degli eteroatomi serve a ridurre la formazione di acidi inorganici aggressivi che renderebbero molto più impegnativa e costosa la combustione e le operazioni di filtraggio di fumi e polvere.

Il Combustibile derivato dai rifiuti (CDR) è un combustibile ottenuto dal trattamento chimico-fisico dei rifiuti solidi urbani che consente di ottenere energia dai rifiuti. Il combustibile derivato dai rifiuti è conosciuto anche con la sigla inglese RDF (Refuse Derived Fuel). Il CDR è composto essenzialmente da materie derivate dal petrolio (plastica, gomma, ecc.). Si ottiene eliminando le frazioni organiche e gli elementi non combustibili dai rifiuti. Al termine del trattamento il CDR viene sistemato in blocchi cilindrici, denominati ecoballe, e consegnato per l’incenerimento finale ai termovalorizzatori.

Questo tipo di cernita (che ha a sua volta un costo energetico) va considerata nel quadro del bilancio complessivo di energia.

La produzione della plastica dal petrolio è una operazione energeticamente intensiva; da un “compito in classe” di uno studente di Stanford (ma si possono trovare altre fonti di letteratura) ricaviamo che una tipica plastica come il PET costa in termini produttivi (petrolio ed operazioni conseguenti incluso il trasporto) qualcosa come 100MJ per chilogrammo; a fronte di questo costo sta il contenuto entalpico, ossia ottenibile dalla mera combustione del materiale, che è espressa nella tabella seguente:

La differenza fra i due dati mostra che la pretesa termovalorizzazione è un imbroglio dal punto di vista termodinamico, in quanto la plastica che bruciamo ci è costata per la sua produzione più del doppio dell’energia che ne ricaveremo, (come vedete nessuna produce più di 46.5 MJ/kg); in questo senso la sua combustione è un ben misero risultato anche perché, come sappiamo bene dalla termodinamica la trasformazione del calore in energia elettrica anche nelle migliori condizioni ottenibili è dell’ordine della metà; se ne conclude che con la “termovalorizzazione” recuperiamo la metà della metà, circa ¼ (un quarto) dell’energia che abbiamo speso per produrre la plastica dal petrolio.

Aggiungiamo un altro dato, sia pure approssimato: per quanto tempo l’abbiamo usata questa benedetta plastica? In genere se si escludono appunto prodotti come il PVC che sono a lunga vita (una finestra in PVC dura molti decenni) ma non sono bruciabili almeno non in un comune inceneritore a causa della estesa formazione di HCl, la vita media di un oggetto in plastica è breve; non sono stato in grado di trovare stime affidabili e complete, ma la stima corrente è inferiore all’anno.

Ne segue che di fatto la combustione della plastica è una sorta di combustione di petrolio “differita”  ed a bassissima efficienza che non è esente dai problemi generali della combustione di petrolio, ossia da quelli climatici su cui torneremo fra un momento.

Analizziamo il momento della combustione vera e propria. E’ un processo che noi uomini usiamo da oltre un milione di anni (lo usavano già i nostri progenitori della specie Homo, noi lo facciamo da quando esistiamo, circa 200mila anni) e che è stato profondamente ottimizzato.

Su questa fase dobbiamo dare torto al senso comune: è possibile con opportuni accorgimenti, a partire dalla cernita delle ecoballe (e quindi escludendo una parte dei rifiuti pur bruciabili) e dalla costanza della loro composizione come da tutti i metodi di filtraggio e di abbattimento, ottenere dagli impianti migliori, come quello di Acerra per esempio, emissioni ben al di sotto dei limiti di legge e dunque esenti da problemi ambientali.

Esistono numerosi lavori nel merito, per Acerra c’è un corposo libretto del CNR che ha studiato l’impianto già nel 2016, per esempio.

Ma su questo ho una prova inoppugnabile che è nel mio caso “di famiglia”, per così dire. Ho un cugino che ha fatto il veterinario della ASL Na2Nord; e che dopo la pensione essendo un appassionato di api da sempre ed un esperto da molti anni di api è stato coinvolto in uno studio che è stato poi pubblicato (dalla Regione Campania, nella rivista della ASLNa2Nord 2020); Patrizio Catalano ha allevato un bel po’ di api nel recinto del termovalorizzatore; le api sono libere di muoversi in tutto il territorio circostante e di ricavarne il loro miele, la cera e tutti i prodotti tipici della loro attività; questi prodotti sono stati studiati e analizzati per parecchio tempo da enti terzi, insieme alle api defunte e NON MOSTRANO alcuna criticità; ne segue che per quanto concerne gli effetti diretti dell’impianto sull’ambiente circostante un indicatore sensibile come le api, che sono un classico della bioanalisi ambientale, provano che non ci sono emissioni nocive.

Oggi il termovalorizzatore regala il miele prodotto da queste api ai visitatori, come anche il pepe rosa che nasce e cresce nel cortile interno dell’impianto, arricchendolo col suo forte profumo.

Insomma se si usano i migliori sistemi di combustione e di controllo delle emissioni bruciare le ecoballe si può senza inquinare l’aria. Per converso il territorio su cui si è bruciato liberamente e si è inquinato terribilmente (la cosiddetta “terra dei fuochi”, che non è così lontana da Acerra) la situazione si rovescia, lì l’inquinamento e gli effetti sulle api sono palesi.

Conclusione il termovalorizzatore se condotto bene può non inquinare l’aria.

Procediamo ancora; la combustione produce non solo fumi e gas ma anche ceneri; in questo caso la massa delle ceneri varia fra il 20 e il 30% della massa del combustibile usato; non è una percentuale trascurabile; a causa della sua composizione tuttavia il suo VOLUME è parecchio inferiore (le ceneri sono costituite da ossidi di metalli residui essenzialmente a partire da sodio e potassio a finire agli eventuali metalli pesanti presenti nella plastica e dunque hanno una densità molto più alta dei rifiuti); inoltre questo tipo di ceneri che costituisce a sua volta un rifiuto non è stoccabile nelle medesime condizioni del rifiuto di partenza, ma solo in condizioni molto più difficili da ottenere (almeno pro quota) e in parecchie regioni NON CI SONO depositi di rifiuti adeguati alla bisogna. Ne segue dunque che una volta bruciate le ecoballe occorre trasferire una massa che va da un quinto ad un terzo delle ecoballe in appositi depositi (anche questo, come la raccolta e la cernita delle ecoballe ha un costo energetico); si sta cercando di riusare queste ceneri essenzialmente vetrificandole e trasformandole in materiale da costruzione, ma la cosa non è ancora un fatto commerciale.

Dunque è pur vero che le emissioni gassose di un termovalorizzatore ben gestito sono trascurabili in termini di inquinamento atmosferico, ma ricordiamoci che ci sono le ceneri che occorre come le ecoballe, trasferire per molti chilometri in apposite discariche, almeno al momento.

Ed arriviamo qui alle dolenti note climatiche.

Il termovalorizzatore sia pur depurato delle sue emissioni più nocive in termini di fumi e gas emetterà comunque molte tonnellate di gas serra; essenzialmente acqua ed anidride carbonica.

Come sappiamo fra i due il vero gas serra che può alterare il bilancio serra del pianeta è l’anidride carbonica. Per ogni chilo di rifiuto avremo circa tre chili di gas serra.

Questo è un dato inoppugnabile e di solito trascurato; ma non si può farlo; un caso recente ce lo fa capire bene:

Il famoso inceneritore di Copenhagen, quello su cui si può sciare, è diventato a livello mondiale il simbolo della termovalorizzazione pulita, ma…..

C’è un ma; anche quell’impianto esemplare manca di un modo di bloccare le emissioni climalteranti; certo si può, si potrebbe costruire un impianto di assorbimento della CO2 prodotta, anche se poi si dovrebbe stoccarla e metodi sicuri e certi per questo stoccaggio non ci sono, a parte i costi di trasporto; ma il costo di questa parte del dispositivo è molto alto; la comunità danese si è rifiutata di farlo;

https://europa.today.it/ambiente/copenaghen-emissioni-zero-termovalorizzatore.html

La conclusione è che anche l’impianto da sogno su cui si può sciare non è una soluzione perché non può bloccare le emissioni climalteranti e se si applicasse questo metodo a tutti i rifiuti possibili l’effetto sarebbe tragico per il clima.

L’Europa almeno formalmente ha scritto già nel 2018 che i termovalorizzatori non sono la soluzione per i rifiuti proprio per questo motivo.

https://www.pressenza.com/it/2018/01/leuropa-dice-no-agli-inceneritori-aumentano-leffetto-serra/

Un ultimo punto che non è di tipo scientifico ma che fa capire come poi l’inceneritore reagisce con la nostra struttura sociale.

Ma come ha fatto l’inceneritore di Copenaghen a continuare a bruciare tanti rifiuti quando poi la Danimarca è effettivamente all’avanguardia nel riciclo? Semplice; per far si che l’impianto non fosse in perdita la Danimarca ha IMPORTATO la monnezza o meglio i CDR di altri paesi in modo da poter continuare a bruciare.

Mentre in origine l’impianto era stato costruito per bruciare solo i rifiuti di parte della città di Copenaghen, dopo qualche anno per non rinunciare ai profitti ed andare in perdita la regola è stata “superata” e si è andati verso la crescita inarrestabile sia della quantità dei rifiuti trattati (quasi 600mila tonnellate all’anno), sia all’espansione dell’impianto per bruciare anche rifiuti di tipo vegetale.

Ma ovviamente questo non ha fatto proprio piacere ai cittadini danesi. Il governo dopo opportuna riflessione ha deciso di cambiare strada.

Dunque la conclusione è che mentre in Europa si abbandona la strada dell’incenerimento qui da noi si continua a puntare su una tecnologia che è ritenuta SUPERATA dai fatti climatici; i costruendi inceneritori di Roma, di Trento-Rovereto e l’espansione di Acerra rimangono un sogno tecnologico ma insostenibile; i rifiuti si devono ridurre, riducendo la produzione di manufatti e riciclando e riusando gli oggetti e i materiali.

Ma questo confligge con la natura sempre crescente dell’economia capitalistica; per cui o lei o noi, l’economia capitalistica del Pil sempre crescente è insostenibile per noi e per il pianeta e deve passare anch’essa in qualche tipo di pattumiera.

(continua)

Come rimediare alla diminuzione del gas russo

In evidenza

Vincenzo Balzani, professore emerito UniBo

Per far fronte alla diminuzione del gas russo, il governo, sotto la spinta delle compagnie petrolifere, ha adottato soluzioni, in parte giustificate dalla necessità di intervenire con urgenza, che ci legheranno all’uso dei combustibili fossili per 10-15 anni e rallenteranno lo sviluppo delle energie rinnovabili.

Aumentare l’utilizzo delle centrali a carbone è una proposta inammissibile non solo perché non abbiamo carbone, ma anche perché è il più dannoso fra combustibili fossili.

Riprendere le trivellazioni di gas in Italia è una soluzione illusoria perché al massimo saremmo in grado di coprire appena un anno e mezzo della domanda nazionale di gas. La ricerca spasmodica di fonti fossili in Africa ci mette nella condizione di dipendere da paesi politicamente instabili, caratterizzati da un basso grado di democrazia.

I rigassificatori per usare gas liquefatto proveniente dagli USA o dal Medioriente sono costosi e pericolosi e ci incateneranno all’utilizzo del metano ancora per molti anni.

La produzione di biocombustibili da colture dedicate non è una soluzione; se si considera l’energia usata per seminare, raccogliere, trasportare e convertire i raccolti in biocombustibili, in molti casi il bilancio energetico è negativo. L’ impatto ambientale dei biocombustibili può essere addirittura maggiore di quello dei combustibili fossili. Si crea inoltre una competizione fra l’uso del terreno per produrre cibo e quello per ottenere energia; il “pieno” di bioetanolo per un SUV utilizza il mais sufficiente a nutrire una persona per un anno. Infine, i biocombustibili ostacolano la transizione dai motori a combustione ai motori elettrici, che sono 3-4 volte più efficienti e non producono gas inquinanti e clima alteranti. L’efficienza di conversione dei fotoni del Sole in energia meccanica delle ruote di un’automobile (sun-to-wheels efficiency) è più di 100 volte superiore per la filiera che dal fotovoltaico porta alle auto elettriche rispetto alla filiera che dalle biomasse porta alle auto alimentate da biocombustibili

I biocombustibili sono anche i protagonisti delle campagne pubblicitarie e delle operazioni di greenwashing delle compagnie petrolifere. L’Autorità Antitrust ha multato ENI con una sanzione di 5 milioni di euro per aver pubblicizzato come green il suo Diesel+composto per l’85% di diesel fossile e 15% di Hydrotreated Vegetable Oil prodotto da olio di palma.

La soluzione vera e strutturale del problema energia sta nello sviluppo delle energie rinnovabili: impianti fotovoltaici ed eolici per la produzione di energia elettrica, reti per la sua distribuzione e batterie e pompaggi per accumularla. Lo sfruttamento delle energie rinnovabili è sostenibile non solo in termini climatici e sanitari, ma anche in termini economici perché i costi riguardano solo la costruzione, l’ammortamento e la manutenzione. L’energia che ci forniscono Sole e vento è gratuita e, a differenza dei combustibili fossili, sicura e inesauribile. Un’accelerazione spinta sulle rinnovabili avrebbe effetti occupazionali molto positivi.

Articolo già pubblicato su Bo7 del 4 settembre 2022

Mineralizzare i PFAS.

In evidenza

Claudio Della Volpe

L’inquinamento da PFAS, da perfluoroalchili e derivati (si tratta di parecchie molecole alcune non ancora bene individuate) è un argomento che abbiamo affrontato in vari post che sono elencati alla fine di questo. E’ un problema di dimensione internazionale e che non si riferisce solo al nostro paese, dove appare localizzato in certe regioni, per esempio in Veneto (ma anche in Piemonte). La regione Veneto sta seguendo un piano di sorveglianza dal quale si evince che nella popolazione interessata la quota sierica di PFAS sta lentamente diminuendo, più velocemente nelle femmine che nei maschi. Parliamo, in totale, di centinaia di migliaia di persone esposte, anche se le analisi sono state accettate solo da una piccola quota.

https://www.regione.veneto.it/documents/10793/12935055/Bollettino+PFAS+Febbraio_2022_DEF.pdf/eb985d55-7096-4f84-838d-87b624f867d8

Che il problema sia globale si evince da un recente lavoro comparso su Environmental Science Technology di cui riportiamo sotto l’abstract.

Nell’abstract di questo lavoro si  scrive:

Si ipotizza che la contaminazione ambientale per sostanze per- e polifluoroalchiliche (PFAS) definisce un separato confine planetario e che questo confine è stato superato. Questa ipotesi viene testata confrontando i livelli di quattro acidi perfluoroalchilici selezionati (PFAA) (cioè perfluoroottanosolfonici) acido (PFOS), acido perfluoroottanoico (PFOA), perfluoroesano- acido solfonico (PFHxS) e acido perfluorononanoico (PFNA)) in vari media ambientali globali (ad esempio, acqua piovana, suoli e acque superficiali) con livelli orientativi recentemente proposti. Sulla base dei quattro PFAA considerati, si conclude che (1) livelli di PFOA e PFOS nell’acqua piovana spesso superano di gran lunga il livello indicato da EPA per l’uso umano per tutta la vita. I livelli di Water Health Advisory e la somma dei suddetti quattro PFAA (Σ4 PFAS) nell’acqua piovana sono spesso superiori ai valori limite danesi per l’acqua potabile basati anche su Σ4 PFAS; (2) i livelli di PFOS nelle acque piovane sono spesso superiori allo standard di qualità ambientale per le acque superficiali interne dell’Unione europea; e (3) la deposizione atmosferica porta anche a contaminare i suoli globali in modo ubiquitario e ad essere spesso al di sopra dei valori delle linee guida olandesi proposte. Si conclude, pertanto, che la diffusione globale di questi quattro PFAA nell’atmosfera ha portato al superamento del confine planetario per l’inquinamento chimico. I livelli di PFAA nella deposizione atmosferica sono particolarmente scarsamente reversibili a causa dell’elevata persistenza dei PFAA e della loro capacità di ciclo continuo nell’idrosfera, compresi gli aerosol di spruzzo marino emessi dagli oceani. A causa della scarsa reversibilità dell’esposizione ambientale ai PFAS e dei loro effetti associati, è di vitale importanza che gli usi e le emissioni di PFAS siano rapidamente limitati.

Vista la natura globale del problema, nei cui confronti non ci sono al momento azioni internazionali paragonabili a quelle che si sono avute in altri casi con l’accordo di Stoccolma per i terribili 12 o con l’accordo di Montreal-Kigali per il buco dell’ozono è importante notare cosa fa la comunità chimica a riguardo e le ricerche ci sono, di alcune abbiamo già dato conto (si veda per esempio il post del 2019 elencato sotto, un enzima che può degradare i PFAS).

L’articolo di Cousins ha avuto grande risonanza mondiale.

Sebbene alcuni PFAS siano stati gradualmente eliminati dai principali produttori già decenni fa, le misurazioni ambientali mostrano che i livelli non sono in notevole diminuzione. Gli autori spiegano che i PFAS sono molto persistenti e circoleranno continuamente attraverso diversi media ambientali e in tutto il mondo senza rompersi. Cousins et al. hanno inoltre sottolineato che con la pubblicazione di nuovi dati tossicologici, i valori delle linee guida per i PFAS nell’acqua potabile sono diminuiti drasticamente negli ultimi 22 anni man mano che vengono alla luce nuove informazioni sugli effetti dei PFAS. Negli Stati Uniti, le linee guida per il PFOA sono diminuite di 37,5 milioni di volte.

Gli autori hanno sottolineato di aver considerato solo alcune delle molte migliaia di PFAS, la maggior parte dei quali ha rischi ancora sconosciuti. Pertanto è probabile che i problemi associati ai PFAS siano molto più alti di quelli valutati nell’articolo. Martin Scheringer, uno dei co-autori del documento, ha sottolineato che “ora, a causa della diffusione globale di PFAS, i media ambientali ovunque supereranno le linee guida sulla qualità ambientale progettate per proteggere la salute umana e possiamo fare molto poco per ridurre la contaminazione da PFAS. In altre parole, ha senso definire un confine planetario specifico per i PFAS e, come concludiamo nel documento, questo limite è stato ora superato”.

Un confine planetario viene superato quando qualcosa è onnipresente, non facilmente reversibile e sconvolge i sistemi vitali della Terra. L’inquinamento chimico è uno dei nove confini planetari originariamente proposti che è stato successivamente rinominato in confine “nuove entità” (NE). Le “nuove entità” includono prodotti chimici industriali e sostanze chimiche nei prodotti di consumo (FPF riportato). Cousins e co-autori hanno descritto nel loro articolo che il confine dei NE “può essere pensato come un segnaposto per più confini planetari per i NE che possono emergere” e sostengono che i PFAS sono solo uno di questi confini.

In un altro articolo open access pubblicato su Expo Health (2022). https://doi.org/10.1007/s12403-022-00496-y da Obsekov, V., Kahn, L.G. & Trasande, L. dal titolo Leveraging Systematic Reviews to Explore Disease Burden and Costs of Per- and Polyfluoroalkyl Substance Exposures in the United States gli autori valutano i costi dell’inquinamento da PFAS.

Prove sempre crescenti confermano il contributo delle sostanze per- e polifluoroalchiliche (PFAS) al carico di malattia e alla disabilità nell’arco della vita. Dato che i responsabili delle politiche sollevano gli alti costi di bonifica e di sostituzione dei PFAS con alternative più sicure nei prodotti di consumo come barriere per affrontare gli esiti avversi sulla salute associati all’esposizione ai PFAS, è importante documentare i costi dell’inazione anche in presenza di incertezza. Abbiamo quindi quantificato i carichi di malattia e i relativi costi economici dovuti all’esposizione ai PFAS negli Stati Uniti nel 2018. Abbiamo fatto leva su revisioni sistematiche e utilizzato input meta-analitici quando possibile, identificato relazioni esposizione-risposta precedentemente pubblicate e calcolato gli aumenti attribuibili a PFOA e PFOS in 13 condizioni. Questi incrementi sono stati poi applicati ai dati del censimento per determinare i casi annuali totali di malattia attribuibili a PFOA e PFOS, da cui abbiamo calcolato i costi economici dovuti alle cure mediche e alla perdita di produttività utilizzando i dati sul costo della malattia precedentemente pubblicati. Abbiamo identificato i costi delle malattie attribuibili ai PFAS negli Stati Uniti, pari a 5,52 miliardi di dollari per cinque endpoint di malattie primarie che le meta-analisi hanno dimostrato essere associate all’esposizione ai PFAS. Questa stima rappresenta il limite inferiore, con analisi di sensibilità che rivelano costi complessivi fino a 62,6 miliardi di dollari. Sebbene sia necessario un ulteriore lavoro per valutare la probabilità di causalità e stabilire con maggiore certezza gli effetti della più ampia categoria di PFAS, i risultati confermano ulteriormente la necessità di interventi politici e di salute pubblica per ridurre l’esposizione a PFOA e PFOS e i loro effetti di interferenza endocrina. Questo studio dimostra le grandi implicazioni economiche potenziali dell’inazione normativa.

Un lavoro recentissimo che appare degno di menzione è dedicato ad un metodo poco costoso e da realizzare in condizioni non drastiche per la mineralizzazione di questi composti pubblicato su Science.

Trang et al., Science 377, 839–845 (2022)  19 August 2022

Nell’abstract gli autori scrivono:

Le sostanze per- e polifluoroalchiliche (PFAS) sono inquinanti persistenti e bioaccumulabili presenti nelle risorse idriche in concentrazioni dannose per la salute umana. Mentre le attuali strategie di distruzione dei PFAS utilizzano meccanismi di distruzione non selettivi, abbiamo scoperto che gli acidi perfluoroalchilici carbossilici (PFCA) possono essere mineralizzati attraverso un percorso di defluorurazione mediato da idrossido di sodio. La decarbossilazione dei PFCA in solventi polari aprotici ha prodotto intermedi reattivi di ioni perfluoroalchilici che si sono degradati in ioni fluoruro (dal 78 al ~100%) entro 24 ore. Gli intermedi e i prodotti contenenti carbonio non sono coerenti con i meccanismi di accorciamento a catena monocarbonica spesso proposti, e abbiamo invece identificato computazionalmente percorsi coerenti con molti esperimenti. La degradazione è stata osservata anche per gli acidi carbossilici perfluoroalchilici ramificati e potrebbe essere estesa per degradare altre classi di PFAS man mano che vengono identificati i metodi per attivare i loro gruppi di testa polari.

Uno schema semplificato delle reazioni trovate è riportato nella seguente immagine; il vantaggio basico è di usare solventi poco costosi e condizioni non drastiche di reazione che corrispondono a minori costi.

Rimane tuttavia dolorosamente vero che ancora una volta la chimica è stata usata per fare enormi profitti ed introdurre beni e processi che, seppure parzialmente utili, possono avere conseguenze disastrose per l’ambiente  e dunque per noi stessi; in questo caso specifico abbiamo introdotto in grandi quantità un legame, C-F, che è pochissimo presente in natura e dunque per il quale la rete della biosfera non ha strumenti di controllo e di difesa; questo legame deve essere scartato, eliminato dalle produzioni industriali, ma deve essere ancora presente nella nostra ricerca per individuare metodi di eliminazione e di depurazione poco costosi ed efficaci.

Avevo trattato questo argomento in un articolo del luglio 2020 su C&I:

Inoltre sempre su questo argomento deve valere la regola che non ci possono essere brevetti, argomenti usabili a difesa di diritti privati e che impediscano di approfondire gli studi a riguardo (rileggetevi a questo proposito il post del 2021 sulle vongole di Chioggia)

Se la Chimica ed i chimici vogliono riguadagnare prestigio agli occhi della pubblica opinione questo è un caso utile, ma anche senza appello; se proseguiremo nella politica degli occhi bendati nei riguardi delle malefatte del profitto applicato alla chimica la nostra reputazione è destinata ad un continuo peggioramento.

Mai stato contro la ricerca o il progresso, ma sempre per una applicazione delle novità che portassero vantaggi alla collettività non a singoli e che evitassero danni inaccettabili all’ambiente. La ricerca deve essere libera ma non l’applicazione delle nuove scoperte, quella deve sottostare a regole rigide basate PRIMA DI TUTTO NON SU UNA VALUTAZIONE ECONOMICA MA sull’evitare danni alla biosfera in cui viviamo e a noi stessi. E’ anche per questo che i brevetti sono un povero e superato metodo di controllo, basato su una concezione sociale ormai insostenibile.

Lista dei post dedicati in passato all’inquinamento da perfluoroalchili.

Decalogo energetico, climatico, sociale.

In evidenza

Vincenzo Balzani

DECALOGO per le elezioni del 25 settembre 2022

Il gruppo di ricercatori “Energia per l’Italia” (http://www.energiaperlitalia.it/), coordinato dal prof. Vincenzo Balzani, si rivolge alle elettrici e agli elettori, chiamati al voto in un momento critico per il futuro del Paese.
Siamo in una “tempesta perfetta” nella quale le difficoltà sociali ed economiche della pandemia non ancora risolta si sommano all’emergenza climatica e alla crisi energetica, resa ancor più drammatica dalla guerra scatenata dalla Russia nel cuore dell’Europa. In questo momento nel quale le italiane e gli italiani sono ancora preoccupati per la propria salute fisica, ma ancor più per le bollette di gas e luce e per i rincari del cibo, nel quale gli agricoltori vedono sparire i raccolti e le aziende energivore sono costrette a fermare gli impianti, nel quale i giovani vedono sfumare il loro futuro, siamo chiamati a votare avendo ben chiari i programmi dei partiti che si candidano a governare.

La voce dei ricercatori invita pertanto elettori e politica a ragionare su un Decalogo di azioni e proposte.

Quando andrai a votare, considera questi dieci punti

1 TRANSIZIONE ENERGETICA, DALLE FONTI FOSSILI ALL’EFFICIENZA E ALLE FONTI RINNOVABILI

Secondo l’Agenzia Europea dell’Ambiente dal 1980 al 2019, a causa degli eventi estremi dovuti alla crisi climatica, l’Italia ha subito perdite economiche stimate in 72,5 miliardi di euro. L’inquinamento è responsabile in Italia di 60mila morti ogni anno. La dipendenza dalle importazioni di gas e petrolio ci espone ai rischi della speculazione dei mercati e ci rende soggetti ai ricatti di regimi autocratici e antidemocratici. La crisi idrica che sta colpendo il Paese mette a rischio dal 30 al 50% della produzione agricola nazionale, penalizza la filiera agroalimentare, a causa dell’aumento generalizzato dei prezzi ed aumenta quindi le diseguaglianze sociali e di genere. È necessario accelerare la transizione dalle fonti fossili ed inquinanti ad un sistema basato sul risparmio energetico, l’efficienza e le fonti rinnovabili. Con queste scelte, dipenderemo meno dalle importazioni di gas e petrolio, avremo rapidamente bollette più basse, benefici ambientali e climatici, e anche una crescita virtuosa degli investimenti e dell’occupazione.

2 DEMOCRAZIA ENERGETICA, ENERGIA COME BENE COMUNE

Il Sole è il più grande “reattore a fusione nucleare” già disponibile per la produzione di energia rinnovabile e fornisce ogni anno 15mila volte l’energia di cui l’umanità necessita. La ricerca scientifica ha sviluppato le tecnologie necessarie a catturare l’energia solare come il fotovoltaico, il solare termico e l’eolico, così come quelle per conservare l’energia in maniera molto efficiente, ad esempio con le batterie al litio e i pompaggi idroelettrici. È necessario che ognuno di noi sia messo nelle condizioni di produrre energia pulita e soprattutto di condividere e scambiare l’energia prodotta attraverso la rete elettrica e il relativo mercato, che devono essere riorganizzati per gestire il 100% di energia elettrica rinnovabile. L’energia deve diventare un bene comune, staccandosi dalla logica dei sistemi centralizzati in cui pochi producono/distribuiscono e tutti consumano la risorsa, se hanno la possibilità di acquistarla. La democrazia energetica si può realizzare attraverso un’economia di condivisione del vettore energetico che alimenta le nostre società e una rete che supporta l’autoconsumo collettivo, attraverso l’indispensabile evoluzione delle comunità energetiche.

3 BASTA CON I SUSSIDI ALLE FONTI FOSSILI

In Italia ogni anno ben 35,5 miliardi di euro di denaro pubblico vanno a sostenere la produzione e l’impiego di fonti fossili. Secondo l’OCSE, questi sussidi gravano in modo importante sui conti pubblici e sulle tasche dei contribuenti, sono dannosi per l’ambiente, socialmente iniqui e inefficienti; l’onere che ne deriva grava sulla fiscalità generale e sottrae risorse che potrebbero essere destinate ad altri finanziamenti di pubblica utilità. Un tale fardello ambientalmente dannoso e socialmente iniquo va rimosso e le risorse economiche così liberate devono essere utilizzate per sostenere la transizione ecologica.

4 L’ENERGIA NUCLEARE NON È LA RISPOSTA GIUSTA ALLA CRISI

Un ritorno al nucleare per supportare la transizione ecologica e combattere il cambiamento climatico, come alcuni politici stanno affermando, è totalmente sbagliato per vari motivi. Non si tratta di una fonte energetica verde perché, se è vero che nelle centrali nucleari viene prodotta elettricità senza generare CO2, a monte se ne genera moltissima per processare il combustibile, per costruire e infine smantellare la centrale; l’uranio non è una fonte energetica rinnovabile e le scorte di combustibile sono limitate; il problema delle scorie non ha ancora una soluzione e sussiste il pericolo di gravi incidenti alle centrali, come Chernobyl e Fukushima dimostrano; la costruzione di una centrale nucleare richiede grandi investimenti e almeno 15 anni per completare i lavori; la dismissione di una centrale è un’impresa ancora più costosa della sua costruzione e produce altre scorie che non sappiamo dove mettere. Nel caso specifico dell’Italia, poi, c’è da considerare che il nostro paese non è adatto al nucleare, essendo un territorio densamente popolato e sismico, che non ha riserve di uranio e, ormai, non ha neanche più le competenze per costruire e gestire una centrale nucleare, cosa che ci renderebbe dipendenti da altre nazioni che hanno uranio e tecnologia.

5 EDIFICI E TRASPORTI EFFICIENTI, SOSTENIBILI E NON INQUINANTI

Gli edifici italiani costruiti durante il boom economico del dopoguerra mostrano gravissimi limiti dal punto di vista energetico, generando alti costi energetici e forti emissioni di CO2 per il riscaldamento e il raffrescamento. Si deve assolutamente rimettere mano alla coibentazione e al miglioramento energetico di tutti gli edifici pubblici e privati

puntando alla sostituzione delle caldaie a gas con efficienti termopompe elettriche, alimentate da fonti rinnovabili. Occorre inoltre un piano straordinario per l’installazione di pannelli solari termici per la produzione di acqua calda sanitaria.

I trasporti in Italia generano il 25% di tutte le emissioni di gas serra, un fortissimo inquinamento dell’aria e sono quasi del tutto dipendenti dalle importazioni di petrolio. È necessario potenziare i trasporti pubblici locali a trazione elettrica, trasferire quote rilevanti delle merci su treno e vietare la vendita di nuovi motori termici entro una data ravvicinata. È necessario istituire prezzi politici per gli abbonamenti mensili o annuali sull’intera rete del trasporto pubblico, utilizzare solo motori elettrici, estendere i treni veloci sull’intera rete, costruire una rete ciclabile nazionale molto capillare.

6 ATTIVARE SUBITO IL PIANO NAZIONALE DI ADATTAMENTO AL NUOVO CLIMA

Il cambiamento climatico è già in atto e sta creando impatti notevoli su popolazione ed ecosistemi. Bisogna assolutamente ridurre le emissioni di gas serra e quindi l’uso dei combustibili fossili (mitigazione) e allo stesso tempo bisogna agire sugli effetti del nuovo clima con azioni di adattamento, per ridurre i rischi già presenti e quelli futuri, anche maggiori e più frequenti. In Italia esiste una Strategia di Adattamento Nazionale da dieci anni, ma non c’è ancora un Piano Nazionale di Adattamento che selezioni le azioni prioritarie e le metta in atto, al contrario di quanto avviene in tutti i Paesi Europei. È tempo che l’Italia si allinei; siamo già in clamoroso ritardo!

7 FORMAZIONE PER UNA CITTADINANZA CONSAPEVOLE E RICERCA FINALIZZATA A RISOLVERE LE CRISI

Il Paese deve investire in formazione e ricerca, a maggior ragione in un momento di crisi. La formazione è necessaria per avere cittadini e politici consapevoli delle grandi sfide che li attendono, mentre la ricerca è fondamentale per lo sviluppo. Formazione significa fornire agli studenti una preparazione inter- e trans-disciplinare creando lo spirito critico, necessario per muoversi nel mare delle informazioni oggi disponibili, e affrontare il problema della sostenibilità nelle sue tre dimensioni, ambientale, economica e sociale, facendo riferimento all’Agenda 2030. Ricerca significa investire il denaro pubblico avendo sempre in mente il bene sociale. Poiché i finanziamenti, per quanto cospicui, sono sempre limitati, occorre definire le linee di ricerca da potenziare; dovranno essere privilegiate quelle tematiche che ci permettono di trovare possibili soluzioni ai gravi problemi sanitari, ambientali, economici e sociali che caratterizzano la nostra epoca.

8 AGRICOLTURA SOSTENIBILE, CONSERVAZIONE DEL SUOLO E PROTEZIONE DELLE FORESTE

Il clima è cambiato e cambierà ancora; è dunque essenziale un adattamento del sistema agricolo italiano al nuovo clima: diminuzione e compatibilità ambientale delle produzioni animali, oggi eccessive e sostanzialmente insostenibili; potenziamento del settore biologico e delle produzioni locali; drastico abbattimento dei danni arrecati dall’agricoltura industriale ai suoli, alle acque e alla biodiversità; massima integrazione con l’ambiente e le risorse naturali disponibili. Le foreste non vanno tagliate ma protette e devono continuare a crescere e assorbire CO2. Serve un serio impegno per fermare il consumo irreversibile di suolo che si riflette sul dissesto idrogeologico, sul ciclo dell’acqua e indirettamente sul clima. I soldi pubblici che vanno alle imprese agroalimentari devono essere condizionati all’effettivo miglioramento sul fronte ambientale.

9 PROTEGGERE LA SALUTE DALL’INQUINAMENTO DELL’ARIA

La protezione dell’atmosfera deve agire sia sulle emissioni di gas serra, per limitarne gli impatti sul clima, sia sulle emissioni di inquinanti primari e secondari, per minimizzare le concentrazioni di composti insalubri nell’aria che respiriamo. Esempi di inquinanti sono il black carbon e l’ozono a bassa quota, che hanno effetti sulla salute e sul riscaldamento a breve termine del pianeta. In generale, come afferma l’Organizzazione Mondiale della Sanità nel suo rapporto 2021, gli sforzi per migliorare la qualità dell’aria possono ridurre i cambiamenti climatici e gli sforzi per la mitigazione dei cambiamenti climatici possono, a loro volta, migliorare la qualità dell’aria. Diminuendo cioè l’uso dei combustibili fossili si crea un circolo virtuoso che impedisce in Italia e nel mondo milioni di morti premature dovute sia alla cattiva qualità dell’aria che alle conseguenze del cambiamento climatico.

10 PIÙ EQUITÀ SOCIALE IN ITALIA E NEGOZIARE PER LA PACE IN EUROPA

I dati Istat informano che nel 2022 la povertà assoluta ha raggiunto il massimo storico in Italia, con circa 5,6 milioni di poveri. La pandemia COVID-19 e il cambiamento climatico hanno aumentato le disuguaglianze, esacerbando le difficoltà sociali e sanitarie. Per ridurre le disuguaglianze occorre, da un alto, redistribuire il reddito mediante tassazione progressiva più spinta, tetti agli stipendi più elevati, alte tasse di successione e tasse sui patrimoni elevati e, dall’altro, sviluppare e potenziare i servizi e i beni pubblici: sanità, scuola, trasporti, strutture sportive, parchi.

L’invasione dell’Ucraina da parte della Russia ha riportato la guerra nel cuore dell’Europa, ha fatto decine di migliaia di vittime ed è già un conflitto di lunga durata con drammatiche conseguenze. Questa guerra va fermata subito e va cercata una soluzione negoziale; con le principali reti pacifiste e organizzazioni della società civile del nostro paese, raccolte nel cartello Europe for Peace, chiediamo che l’Italia si impegni affinché riprendano i negoziati per un immediato cessate il fuoco.

Ti invitiamo a votare, perché solo così sarai l’artefice del tuo futuro e di quello dei tuoi figli

Tossicità inattese e dialettica della natura.

In evidenza

Claudio Della Volpe

Può una pianta comune, che serve addirittura da cibo per uomini ed animali, diventare mortale?

Il caso delle 50 mucche morte per aver mangiato il sorgo piantato per loro dall’allevatore in Piemonte è un esempio molto interessante della complessità ed ambivalenza dei fenomeni naturali; proviamo ad approfondirlo.

https://torino.corriere.it/cronaca/22_agosto_08/sommariva-bosco-50-mucche-muoiono-pochi-minuti-avvelenate-sorgo-8c9498da-16ed-11ed-b75e-23db5ddc9f20.shtml?refresh_ce

Il sorgo è un cereale tradizionale che ha molte interessanti proprietà, fra le altre una ottima resistenza alla siccità, che probabilmente le deriva dall’essere una pianta C4 (vedi nota), dunque la sua coltivazione potrebbe aiutarci ad affrontare i problemi di adattamento del riscaldamento globale; in modo abbastanza inatteso però delle 160 mucche dell’allevatore cuneese ben 50 sono morte poco dopo aver iniziato a brucare il cereale.

La sostanza responsabile della loro morte è il cianuro, CN, prodotta nei loro stomaci a partire dalla durrina, una molecola che è presente nel sorgo Sorghum bicolor (ed anche in altri vegetali come le mandorle amare o la cassava), un cereale ampiamente usato nell’alimentazione umane ed animale, il quinto in termini di peso consumato nel mondo.

Molecole analoghe potenzialmente mortali sono usate come strumenti di autodifesa da migliaia di tipi di piante. In questo caso le molecole che contengono la funzione -CN sono presenti in speciali comparti a doppia sede insieme al sistema enzimatico che serve a liberare il cianuro:

Questo complesso armamentario serve perché il cianuro è tossico prima di tutto per la pianta stessa, che d’altronde usa quest’arma a difesa dei propri semi, un po’ come un’orsa che difenda i propri cuccioli, ma anche delle foglie. Comunque tutti i tessuti del sorgo sono cianogenici eccetto il seme alla fine della parabola maturativa; teniamo presente questo fatto importante.

Secondo un interessante ma datato articolo (Michael Wink, Special Nitrogen Metabolism, Plant Biochemistry 1997)

L’HCN è altamente tossico per animali o microrganismi a causa della sua inibizione degli enzimi della catena respiratoria (cioè le citocromo ossidasi) e del suo legame ad altri enzimi contenenti ioni di metalli pesanti. La dose letale di HCN nell’uomo è di 0,5-3,5 mg/kg dopo applicazione orale e la morte dell’uomo o degli animali è stata riportata dopo il consumo di piante con glicosidi cianogenici, le cui concentrazioni possono essere fino a 500 mg di HCN/100 g di semi. Normalmente sono stati registrati 50-100 mg di HCN/100 g di semi e 30-200 mg di HCN/100 g di foglie (Teuscher & Lindequist, 1994). Gli alimenti che contengono cianogeni, come il manihot (Cassava esculenta), hanno ripetutamente causato intossicazioni e persino morti nell’uomo e negli animali. Gli animali hanno sviluppato delle contromosse; infatti alcuni si possono disintossicare rapidamente da piccole quantità di HCN tramite la rodanasi, uno zolfoenzima

Come si vede le stesse piante hanno meccanismi di difesa per il semplice motivo che, essendo l’azoto un elemento non banale da assumere dall’ambiente, i glicosidi in questione sono anche serbatoi di azoto utile, che può essere rimosso un po’ alla volta dal serbatoio “armi” ed usato per altri scopi al momento opportuno. Ma questo tipo di contromisura perde di efficacia negli animali se le quantità sono grandi.

Nel caso del sorgo occorre chiarire che (C. Blomsteldt et al Plant Biotechnology Journal (2012) 10, pp. 54–66 ):

La produzione di durrina nelle popolazioni di controllo del sorgo è elevata durante la germinazione iniziale e la crescita della piantina e poi diminuisce man mano che la pianta matura (Loyd e Gray, 1970; Wheeler et al., 1990; Busk e Møller, 2002; Møller e Conn, 1980) che lo rende adatto come coltura foraggera altamente nutriente. Tuttavia, i fattori ambientali, come la siccità e l’alto contenuto di azoto, sono problematici in quanto possono aumentare il contenuto di durrina nelle piante di sorgo adulto a livelli tossici (Loyd e Gray, 1970; Wheeler et al., 1990).

CN è mortale a 3-5mg/kg di peso corporeo in un mammifero. Facciamo due conti. Uno ione di CN viene prodotto da una molecola di durrina, e dunque per una mole di ioni cianuro ci vuole una mole di durrina: 311 grammi di durrina per 26 di cianuro. Una mucca di 400kg muore con 1-2g di cianuro ed un uomo con 400mg, pari rispettivamente a circa 12-24g e 4-5 grammi di durrina, contenuta in genere in un rapporto che può arrivare fino a 1000ppm nel tessuto della pianta.

Un uomo però mangerebbe solo i semi della pianta mentre una mucca mangia anche le foglie. Un uomo dovrebbe mangiare da mezzo chilo ad alcuni chili di semi di sorgo (non maturi completamente) per morire, mentre una mucca potrebbe suicidarsi con una adeguata quantità, alcuni kg, della pianta intera (a tutti gli stadi della crescita) le cui foglie, specie in condizioni di stress idrico possono essere molto più ricche di durrina.

A Sommariva Bosco, teatro dell’episodio, la quantità di durrina assommava allo 0.1% o alla millesima parte del peso della pianta; dunque bastavano una decina di chilogrammi di sorgo per uccidere una mucca, il che si è puntualmente verificato.

Per i tempi del fatto occorre considerare anche che i sintomi dell’intossicazione da cianuro compaiono subito in caso di inalazione mentre, se il cianuro è stato ingerito, compaiono nel giro di alcune decine di minuti o più (in funzione dello stato di riempimento dello stomaco). L’intervallo è molto più lungo se il composto tossico è di tipo organico. Inoltre i ruminanti possiedono come si sa più stomaci e solo l’ultimo, l’abomaso possiede quella acidità simile al nostro che potrebbe facilitare l’azione del veleno, facilitandone l’assorbimento nel flusso sanguigno, tramite la formazione di HCN.

Gli allevatori conoscono il problema, ma forse non hanno valutato sia che il sorgo era capace di crescere anche in condizioni di fortissimo stress idrico, come quello che si è verificato in questo periodo (che in se è una cosa buona), sia che in quelle condizioni la concentrazione relativa di durrina poteva essere maggiore e che le mucche avrebbero mangiato più sorgo per calmare l’appetito, sia che negli stati iniziali della crescita e in terreni ben concimati la durrina può aumentare notevolmente.

Fatto sta che nei loro tessuti gli organi preposti hanno trovato centinaia di ppm di cianuro, una quantità enorme.

La conclusione che ne ricaviamo è che da una parte il riscaldamento globale, responsabile primario della crisi idrica, ci mette di fronte a situazioni limite in tutti i campi e che per resistere dobbiamo ricorrere alle migliori conoscenze che abbiamo; dall’altra cresce in noi la consapevolezza di ciò che ho spesso citato su questo blog; una massima che ripeteva sempre Guido Barone: Ogni cosa nel mondo ha due corni, o se volete la consapevolezza della natura contraddittoria e complessa della realtà.

Le semplificazioni basate su una concezione lineare e meccanica non bastano certo in un mondo ricco e dialettico come quello in cui viviamo e nel quale i sistemi che abbiamo sviluppato sono proprio basati su meccanismi di controllo retroazionati, ossia contraddittori.

Noi chiamiamo retroazione un meccanismo che la filosofia dell’ottocento aveva chiamato dialettica.

Concludo considerando che oggi, grazie alla genetica conosciamo anche i meccanismi grazie ai quali la pianta sintetizza la durrina, illustrati nella figura qua sotto, tratta da wikipedia:

La sintesi parte da un amminoacido, la tirosina ed è controllata da alcuni sistemi enzimatici che possono essere esclusi geneticamente o per lo meno controllati, per eventualmente ridurre i problemi di intossicazione; però questo indebolisce la pianta, la quale si difende anche dagli insetti con questo meccanismo e quindi ancora una volta ponendoci di fronte a situazioni paradossali: se facciamo un sorgo geneticamente più sicuro lo rendiamo il cibo preferito degli insetti che possono attaccarlo.

https://it.wikipedia.org/wiki/Sorghum_vulgare#Alimentazione_animale

https://en.wikipedia.org/wiki/Sorghum_bicolor

https://en.wikipedia.org/wiki/Dhurrin#Regulation_in_Sorghum_bicolor

Nota.Per approfondire la differenza C3-C4, che ci porterebbe troppo lontano, potete leggere questa pagina:

https://followingcancun.com/it/differenza-tra-c3-c4-e-cam/

che spiegano con alcuni particolari le differenze fra piante C3-C4 (e CAM).

L’ignoranza scientifica.

In evidenza

Danilo Tassi

Sbagliare humanus est” disse l’allenatore a mio figlio che aveva appena fallito un gol a porta vuota durante una partita fra “pulcini” del calcio. Il lodevole intento consolatorio non cancellò il massacro alla nostra bella lingua madre.

Se un qualsivoglia giornalista di infimo ordine fosse incorso in un infortunio del genere, anche se pubblicato dopo i necrologi del più scalcinato giornale, avrebbe dovuto cambiar mestiere perché nessuno gli avrebbe più concesso la fiducia di accettare un suo articolo.

Lo stesso metro non è però usato per le castronerie scientifiche perché evidentemente per cultura si intende solo quella umanistica, mentre la scientifica è considerata opzionale e non indispensabile.

Non è affatto così. Inventare termini latini o non trattare col neutro un verbo all’infinito, come ha fatto il buon allenatore, provoca effetti che si limitano ad un leggero fastidio a chi ha fatto il “classico” o forse nemmeno quello, ma mescolare, per esempio, la varechina con l’acido muriatico può provocare danni ingentissimi alla salute. È successo alla mia amica Grazia, del tutto ignara della chimica, che dopo aver passato lo straccio per terra con un po’ di varechina, allo scopo di migliorare pulizia e igiene del pavimento, pensò bene di aggiungere al secchio anche una certa quantità di acido muriatico. Pur non sapendo che si stava sviluppando Cloro ha immediatamente scaricato il secchio nella tazza del water, ma quel po’ che ha inalato le ha lasciato danni permanenti alla respirazione.

Ciononostante in una rubrica di curiosità scientifiche di una nota rivista di enigmistica si è recentemente raccomandato di non mescolare varechina e ammoniaca perché la cosa è molto pericolosa, senza specificare che è invece l’acido muriatico quello ben più pericoloso se mescolato alla varechina. Secondo me il curatore della rubrica ha confuso ammoniaca e acido muriatico, ma è meglio non fare di questi errori nella realtà.

Passando ad altri episodi è ormai cosa normale trovare scritto il Cobalto sui giornali mentre si intende scrivere ossido di Carbonio: Co invece di CO. Questo genere di errore non provoca soverchi danni poiché la gente in casa non è normalmente in grado di far reagire il Cobalto con qualcos’altro e chi lo può fare generalmente la chimica la conosce. È comunque un errore innocuo come il  neutro mancato dell’allenatore, ma che, a differenza di quello, non ha alcuna ripercussione sulla reputazione del giornalista. Anche una firma quotata nel mondo della divulgazione scientifica come Luca Mercalli in un recente articolo ha scritto varie volte della Co2 intendendo l’anidride carbonica. L’errore è sicuramente della dattilografa o del correttore, ma il fatto che nessuno si curi di correggerlo, mentre si continua a sbagliare, sta a significare che non gli si dà troppa importanza.

Un altro svarione frequentissimo è l’utilizzo di “quantizzare” intendendo dire “quantificare”. Chi ha studiato, anche solo superficialmente, un po’ di fisica sa cosa sono i quanti e cos’è la quantizzazione dell’energia, ma i nostri forbitissimi giornalisti sanno di greco e di latino, e questo è un bene, ma ignorano completamente nozioni elementari anche di fisica.

Ma la materia di gran lunga più bistrattata è senza dubbio la matematica a proposito della quale si leggono cose ben più gravi dell’errore commesso dal nostro allenatore. Per scrivere dell’assedio russo all’acciaieria di Mariupol in Ukraina, al fine di sottolinearne l’enorme estensione, molti giornalisti hanno scritto e anche detto in televisione che l’area interessata copriva un’estensione di dodicimila metri quadrati anziché dei dodici chilometri quadrati della realtà. Dodicimila fa più impressione di dodici e pertanto gli astuti giornalisti hanno trasformato i chilometri in metri ottenendo un numero mille volte più grande (questo lo sanno tutti) e quindi più in grado di impressionare il lettore. Peccato però che i chilometri ed i metri fossero al quadrato e che l’equivalenza non fosse di un millesimo, ma di un milionesimo. Le equivalenze una volta si studiavano in quarta elementare e adesso forse un po’ prima o un po’ dopo, ma certamente non all’Università e neppure nelle medie superiori. Forse varrebbe la pena che la cultura di chi scrive sui giornali venisse valutata un po’ più approfonditamente anche sotto il profilo scientifico, anche se scomodare la scienza per delle equivalenze è come sparare ai passeri con un cannone.

Sedicenti scienziati, digiuni di matematica e di fisica che non compaiono nel piano di studi della loro laurea (per cui non si capisce quale concetto di scienza abbiano), nei giorni in cui crescevano i malati di Covid, hanno parlato di aumento esponenziale dei contagi. I più forbiti hanno parlato di aumento “addirittura” logaritmico, probabilmente senza rendersi conto che è la stessa cosa perché il logaritmo è anch’esso un esponente. Comunque sia, se i contagi passano da cento a duecento in una data zona, non si può parlare di aumento logaritmico o esponenziale: è un forte aumento, un aumento tragico, enorme, ma non esponenziale.  Cento è dieci alla seconda potenza; i cento per arrivare a duecento devono crescere di cento, ma se aumenta solo di uno (non di cento) l’esponente il totale arriva a mille perché è dieci alla terza. Sono concetti banali ai quali si arriva senza equazioni differenziali o integrali tripli, basta la matematica delle medie inferiori.

Molti di questi “scienziati” sono a capo di gruppi di scienziati veri che studiano con modelli matematici il diffondersi delle epidemie o sperimentano nuovi sistemi diagnostici basati su concetti fisici e chimici a loro completamente sconosciuti. Mi è capitato di chiedere, per pura curiosità scientifica, ad un Primario di Radiologia che tipo di raggi usassero nelle radioterapie oncologiche; mi ha guardato come se gli avessi chiesto qualcosa che poi non sarei stato in grado di capire e poi mi ha risposto, con la sicurezza di chi sa di sapere quel che gli altri non sanno:” Onde fotoniche.

L’ignoranza scientifica è alla base del guazzabuglio di pareri contrastanti che abbiamo sentito e letto durante gli anni del Covid e questo mi persuade che sarebbe ora di modernizzare la laurea in Medicina facendone una Facoltà scientifica a tutti gli effetti e non pseudo umanistica come l’attuale.  Si sentirebbero sicuramente meno incompetenti a concionare di malattie ed epidemie. La selezione non la farebbero più i quiz delle prove d’ingresso, ma gli esami del biennio, a tutto vantaggio della preparazione dei medici e della salute degli ammalati.

Anche in politica si percepisce l’ignoranza scientifica dei commentatori quando dicono che “le forze politiche stanno cercando il minimo comun denominatore” intendendo dire che cercano invece il massimo comun denominatore, cioè tutti quegli argomenti sui quali tutti ci si possa trovare d’accordo. Il minimo comun denominatore è il numero 1, cioè il più piccolo dei numeri che dividono i numeratori di ogni frazione. Il minimo comune denominatore fra le idee potrebbe essere voler bene alla mamma. Siamo sicuri che tutti sono concordi in questo, ma non è quel che il commentatore politico voleva dire perché non è una ragione sufficiente a formare un’alleanza politica.

Per tornare alla chimica, è capitato di leggere di persone intossicate dentro una vasca sotterranea dai vapori di acido solforico derivato dalla fermentazione delle sostanze organiche.

Chiunque abbia frequentato anche per poche ore un laboratorio chimico sa bene che l’acido solforico non ha odori a temperatura ambiente; quasi tutti gli altri acidi hanno odore, ma il solforico proprio no e quindi non può esalare alcunché a meno che non sia portato a 290 gradi centigradi perché si decompone e 290 gradi centigradi sono troppi per una vasca interrata.

 Evidentemente l’esistenza dell’acido solfidrico non è stata neppur sospettata dal giornalista, ma se qualcuno lo fa presente passa per un saccentino che va a cercare il pelo nell’uovo.

È capitato a me di scrivere dell’odore che si spande allorquando il maniscalco posa il ferro incandescente sull’unghia di un cavallo al fine di farlo ben aderire. Raccontando di mio padre, che praticava l’arte della mascalcia, ho precisato che lo stesso odore si sviluppa bruciando capelli o penne perché è lo stesso componente a bruciare: la cheratina. Mi è venuto spontaneo scriverlo, anche perché quasi nessuno sospetta che capelli, penne, corna e unghie abbiano questa proteina in comune e mi sembrava interessante sottolinearlo, ma la precisazione è stata cassata d’ufficio con la scusa che non avrebbe interessato nessuno.

Come se invece il detto latino fosse ben più interessante!

Brisighella 8 Agosto 2022.

Danilo Tassi

eunike.tassi@libero.it

il-progresso-non-coincide-con-la-crescita

In evidenza

Vincenzo Balzani

Pubblicato il 4 agosto u.s. su Il Manifesto

https://ilmanifesto.it/il-progresso-non-coincide-con-la-crescita

“Per il bene del Paese è importante che la politica ascolti la scienza”. A dirlo è Vincenzo Balzani, professore emerito dell’Università di Bologna, socio dell’Accademia nazionale dei Lincei, in lizza per il Nobel per la Chimica nel 2006.

Professore, il manifesto del gruppo “Energia per l’Italia”, che lei coordina, è stato firmato da numerosi scienziati. Ha aderito anche il premio Nobel per la Fisica Giorgio Parisi. Avete ricevuto risposte dal governo? Il ministro Cingolani lo ha letto?

Il documento non aveva come finalità ottenere risposte immediate ma spingere le forze politiche al ripensamento delle scelte compiute in merito alla crisi del gas seguita all’aggressione russa all’Ucraina. Questo ripensamento non c’è stato: l’azione di governo è schiacciata su una dimensione emergenziale ma la crisi energetica è strutturale. Manca una vera strategia climatica, ambientale e industriale, la sola che possa mettere in sicurezza il Paese.Non sappiamo se il ministro Cingolani abbia letto il nostro manifesto. Se ci sarà richiesto, ci renderemo disponibili ad illustrarlo. In vista delle elezioni, stiamo lavorando alla stesura di un “Decalogo” che verrà presentato e discusso con le forze politiche che vorranno ascoltarci, senza pregiudiziale alcuna.

L’indipendenza dalla Russia sembrerebbe possibile entro il prossimo inverno. Si passerà dalla dipendenza russa ad altre dipendenze. Ancora combustibili fossili. Cambiano gli scenari, ma la sostanza resta. Siamo affetti da gattopardismo?

Più che di gattopardismo parlerei di incapacità, di mancanza di una memoria storica condivisa e di una chiara visione strategica. Dal ‘73, anno della guerra del Kippur a cui seguì l’embargo petrolifero dei paesi Opec, abbiamo attraversato diverse crisi energetiche dovute all’instabilità delle aree in cui sono concentrate le principali riserve di gas e petrolio. Ciò nonostante abbiamo continuato a dipendere dalle fonti fossili: una scelta dannosa dal punto di vista climatico ed energetico che ha accresciuto la vulnerabilità del nostro Paese esposto al ricatto di regimi autoritari ed autocratici. Il governo dimissionario si è impegnato nel ricercare nuove fonti di approvvigionamento soprattutto in Africa, ottenendo in un colpo solo due risultati nefasti: incoraggiare lo sfruttamento di paesi poveri, anziché aiutarli ad investire nello sviluppo di energie rinnovabili, e mantenere il sistema energetico nazionale ancorato alle fonti fossili.

Con la crisi politica e le imminenti elezioni, c’è la possibilità che il Paese sia governato dai cosiddetti negazionisti climatici. Cosa manca ai nostri politici per compiere le scelte giuste?

Manca spesso la capacità di vedere nel futuro. Alcide De Gasperi diceva: “La differenza tra un politico e uno statista sta nel fatto che il politico pensa alle prossime elezioni, lo statista alle prossime generazioni”. In Italia abbondano i politici e scarseggiano i veri statisti. Molti non si sono ancora resi conto che il cambiamento climatico potrebbe portare gravi danni: estensione delle zone desertiche, diminuzione della produttività agricola, perdita di biodiversità, probabile diffusione di virus, aumento del livello del mare, inondazioni, siccità e riduzione del manto nevoso con conseguenti problemi per turismo estivo e invernale. Ancora più importante, l’aumento delle temperature e l’estensione di zone desertiche nella vicina Africa causerebbero un forte aumento dei migranti climatici. Altri politici, invece, sono preoccupati che l’attività di certi settori industriali, specie quelli estrattivi, subiranno un drastico ridimensionamento.

Voi escludete il ricorso al nucleare, ma qualche giorno fa il Parlamento europeo ha confermato la volontà di includerlo – insieme al gas – nella tassonomia green. Basterà un nome a cambiarne gli effetti?

Lo sviluppo del nucleare per combattere la crisi climatica non ha senso per molti motivi. Non è una fonte energetica rinnovabile, le scorte di combustibile sono limitate; non emettono CO2 mentre funzionano, ma ne generano moltissima per processare il combustibile e costruire la centrale. Ci sono poi ragioni di tempo, di costi e di sicurezza. Ad esempio la centrale di Olkiluoto 3 costruita dai francesi in Finlandia, progettata nel 2000, i cui lavori sono iniziati nel 2005, è entrata in funzione nel 2022, con un costo finale di circa 9 miliardi di euro contro i 3,2 stimati inizialmente; in Francia in questi mesi è stato necessario chiudere 12 reattori a causa di impreviste corrosioni; il problema delle scorie non ha soluzioni; la siccità rende problematico il raffreddamento dei reattori; gli incidenti di Chernobyl e Fukushima hanno dimostrato la pericolosità intrinseca degli impianti nucleari, che sono anche punti sensibili in caso di guerra. C’è poi una stretta connessione fra nucleare civile e armi nucleari.

In merito all’efficientamento energetico, proponete la coibentazione delle case. Con il decreto Rilancio è già stato approvato un super bonus del 110%. Ma è molto osteggiato. Secondo lei va eliminato o è efficace?

Il settore edile è fra i principali responsabili delle emissioni di gas serra e dei consumi energetici. Molto si può fare nell’efficientamento delle nostre case e di tutti gli edifici, pubblici e privati. Le nuove tecniche edilizie, i nuovi materiali e le tecnologie oggi ci danno l’opportunità di ottenere edifici a consumo energetico zero, migliorando il confort abitativo.  Il super bonus del 110% in linea di principio ha considerato il tema e ha, in parte, contribuito a quanto detto. Tuttavia, è stato gestito in modo inefficace, lasciando spazio a speculazioni e a comportamenti non corretti.

In merito ai trasporti, la Germania di recente ha promosso i mezzi pubblici con un abbonamento mensile di 9 euro. Potrebbe essere questa la scelta vincente anche nel nostro Paese?

Le tecnologie rinnovabili permettono di produrre energia elettrica in grande quantità. Parallelamente bisogna ridurre i consumi, prediligendo i mezzi pubblici alle automobili. Favorire stili di vita più sobri richiede però molto tempo e società ben organizzate. Il risultato dell’abbonamento mensile a 9 euro potrebbe essere vincente per aiutare le famiglie che fanno già uso dei mezzi pubblici. Il rincaro sui carburanti ha già spinto gli italiani ad utilizzare mezzi pubblici. L’Agi stima che già 16,3 milioni di italiani utilizzano ogni giorno un mezzo pubblico. Non abbiamo nulla da invidiare con i nostri 24,94 barili di petrolio, consumati ogni 1000 abitanti al giorno, ad altri Paesi che sono noti per una maggior organizzazione dei trasporti pubblici come la Germania che ne consuma 30,69 o la Norvegia o i Paesi Bassi rispettivamente 47,01 e 60,32.

Si attende che il ministro Cingolani firmi il decreto sulle comunità energetiche rinnovabili (Cer) e poi occorrerà l’ok del dicastero delle Politiche agricole e della Cultura in merito ai vincoli paesaggistici. Cosa pensa del modello di autoconsumo collettivo?

Le comunità energetiche sono lo strumento necessario per la gestione dell’energia rinnovabile prodotta e consumata nella rete di bassa tensione a cui sono collegati il 97% di tutte le utenze nazionali (famiglie, imprese, attività commerciali). Da sempre gli utenti che immettono energia elettrica dai loro impianti fotovoltaici la scambiano con gli utenti più prossimi così come definito dalla legge n. 8/2020 sulle comunità energetiche. Il 70% dell’energia che consumiamo è ubicato nelle nostre famiglie per cui se ogni famiglia producesse e consumasse la propria energia, allora cittadini e imprese elettrificandosi e producendo energia da fonte rinnovabile su scala locale potrebbero affrancarsi dai combustibili fossili. In questo momento è necessario che il 30% di rinnovabili centralizzate, parchi eolici, impianti fotovoltaici, idroelettrico e in piccola parte biomasse, venga realizzato quanto prima. Il restante 70% avrà certamente tempi più lunghi.

Ondate di calore anomale, incendi, siccità, inondazioni. La crisi climatica è sotto gli occhi di tutti. Secondo Greenpeace però se ne parla ancora poco in tv: i media italiani sarebbero condizionati dall’industria estrattiva. Cosa ne pensa?

Di clima si parla e si scrive troppo poco, abusando di termini non appropriati. Per “emergenza”, ad esempio, si intende una circostanza non prevista né prevedibile; ciò che invece sta accadendo è diretta conseguenza delle emissioni di gas climalteranti causate dalle attività antropiche, documentate dall’Ipcc già dall’88. I media si stanno occupando della crisi idrica e della siccità che sta mettendo a rischio fino al 30% della produzione agricola nazionale ma spesso non mettono in evidenza la relazione tra causa (utilizzo gas, petrolio e carbone) ed effetto (emissioni di CO2, surriscaldamento del pianeta, siccità e povertà alimentare). Ovviamente non si può generalizzare ma certi titoli negazionisti sono frutto dell’incultura scientifica e, pertanto, inaccettabili.

Il 28 luglio – secondo Global Footprint Network – ha segnato la fine delle risorse naturali per il 2022. L’overshoot day per l’Italia è arrivato ancora prima, il 15 maggio. Siamo in debito ecologico col Pianeta di 19 anni. I dati scientifici aumentano ma poco attecchiscano sulla politica. Come mai persiste questo scollamento?

Sono trascorsi più di  40 anni dalla pubblicazione del rapporto Charney sugli effetti delle attività umane sul clima. Da tempo gli scienziati hanno lanciato il grido d’allarme sul depauperamento, l’esaurimento e lo spreco delle risorse naturali. Purtroppo, sempre inascoltati. Molti studiosi, scienziati, filosofi hanno proposto modelli di sviluppo disaccoppiati dai consumi, proponendo la necessità e l’urgenza di un’accresciuta sobrietà, si tratta della sufficiency, la sufficienza, indicata come l’unica strada per un futuro sostenibile. Dobbiamo prevedere di utilizzare solo la quantità di risorse realmente sufficiente per garantire una qualità di vita dignitosa a tutti. La politica invece continua a mantenere un modello che noi definiamo vecchio e sorpassato: quello secondo cui lo sviluppo e il progresso devono coincidere con la crescita economica, l’aumento del Pil, la crescita dei consumi. Sappiamo che è sbagliato.

(Vincenzo Balzani, insignito del Premio Unesco-Russia Mendeleev 2021 e vincitore quest’anno del riconoscimento Ssf Molecular Machinery e del premio internazionale Cervia Ambiente).

Attenzione: acqua in stratosfera!

In evidenza

Claudio Della Volpe

Abbiamo parlato spesso di acqua nei post più recenti a causa della ricorrente siccità che sta causando enormi problemi a noi ed all’ambiente. Eppure ci sono zone del pianeta dove le cose sono molto diverse e in modo insospettabile. Il 15 gennaio di quest’anno il vulcano sottomarino Hunga Tonga-Hunga Ha’apai situato poche decine di chilometri a sud dell’isola di Tonga nel Pacifico del sud, ha eruttato con una enorme esplosione che ha scosso tutta l’atmosfera terrestre e la cui foto vedete nella seconda figura.

Hunga Tonga e Hunga Ha’apai erano due isole a sud di Tonga distrutte quasi completamente dalla eruzione del 15 gennaio.

L’eruzione dell’ Hunga Tonga-Hunga Ha’apai non ha precedenti nella storia recente per vari motivi; anzitutto per la potenza dell’eruzione che ha avuto effetti immediati in tutta l’atmosfera terrestre sia sonori che di pressione: l’esplosione è stata equivalente a quella di 30 milioni di tonnellate di tritolo, dunque da centinaia a migliaia di volte maggiore della bomba di Hiroshima; il terremoto corrispondente ha avuto una energia misurata sulla scala Richter di 7.4; infine l’esplosione ha generato onde di maremoto che hanno fatto il giro del globo e onde di pressione atmosferica che hanno fatto per 4 volte il giro del globo.
Già queste sarebbero misure al di là del conosciuto; ma c’è un altro effetto di cui vi parlo oggi e che ha superato qualunque altra cosa conoscessimo.
Essendo un vulcano sottomarino Hunga Tonga – Hunga Ha’apai ha sollevato una enorme colonna di acqua oltre a ceneri e polveri solforose che producono aerosol di solfato. Queste ultime hanno, come sappiamo, un effetto di raffreddamento, nel senso che le particelle di solfato riflettono le radiazioni solari (0.2-0.8W/m2) e riducono il corrispondente effetto serra; ma cosa succede all’acqua immessa in atmosfera?
Di solito nulla o meglio poco, come abbiamo spiegato in un recente post; ma stavolta la potenza eruttiva è stata sottomarina e inoltre è stata enorme e questo ha portato l’acqua in stratosfera dove di solito ce n’è molto poca.
Si stima che in tutta la stratosfera ci siano 1.4 miliardi di tonnellate di vapor d’acqua; facciamo due conti.
Il peso dell’atmosfera è di circa 5milioni di miliardi di tonnellate; di queste l’80% è troposfera e si stima che di queste circa 100.000 miliardi di tonnellate siano di vapor d’acqua. Mentre come si diceva prima nella stratosfera ci sono solo circa 1.4 miliardi di tonnellate di vapore d’acqua. L’eruzione ha portato dentro la stratosfera ad un’altezza di oltre 50km oltre 140 milioni di tonnellate di nuova acqua; quale sarà l’effetto di questa aggiunta?
Un recente lavoro pubblicato il 2 giugno scorso su Geophysical Research Letters,
Millán, L., Santee, M. L., Lambert, A., Livesey, N. J., Werner, F., Schwartz,
M. J., et al. (2022). The Hunga Tonga-Hunga Ha’apai Hydration of the Stratosphere. Geophysical Research Letters, 49, e2022GL099381. https://doi. org/10.1029/2022GL099381 ha usato i dati del satellite AURA della NASA, che è in grado di misurare la composizione della stratosfera per via spettroscopica, per calcolare questo numero e ne ha poi modellato l’effetto per gli anni a venire.
I risultati non sono confortanti per noi.
Anzitutto i ricercatori hanno stimato le quantità, come si diceva prima 140 milioni di tonnellate, sono il 10% dell’acqua già presente ed anche il più massiccio apporto di acqua mai misurato finora, come appare dalla figura seguente tratta dal lavoro citato.

Tale apporto supera di gran lunga quello che gli altri fenomeni studiati finora sono stati in grado di fornire: la super-convezione, le tempeste indotte da forti incendi e altre eruzioni vulcaniche. La seguente immagine in falsi colori ci fa capire la natura assolutamente straordinaria dell’evento, visibile all’estrema destra del grafico a colori.
Il riscaldamento indotto dall’acqua in stratosfera, a differenza di quella in troposfera di cui abbiamo parlato in passato non è un effetto di retroazione del GW, ma deve essere considerata una vera e propria forzante climatica, che in questo caso comporterà effetti per almeno 10 anni.

I ricercatori concludono che:
In sintesi, le misurazioni MLS indicano che una quantità eccezionale di H2O è stata iniettata direttamente nella stratosfera dall’eruzione HT-HH. Stimiamo che l’entità dell’iniezione costituisse almeno il 10% del carico stratosferico totale di H2O. Il giorno dell’eruzione, il pennacchio H2O ha raggiunto ∼53 km di altitudine…………. e potrebbe alterare la chimica e la dinamica stratosferica mentre il pennacchio H2O di lunga durata si propaga attraverso la stratosfera ……..
A differenza delle precedenti forti eruzioni nell’era satellitare, HT-HH potrebbe avere un impatto sul clima non attraverso il raffreddamento superficiale a causa di aerosol di solfato, ma piuttosto attraverso il riscaldamento superficiale dovuto all’eccesso di forzante stratosferico H2O. Date le potenziali conseguenze ad alto impatto dell’iniezione di HT-HH H2O, è fondamentale continuare a monitorare i gas vulcanici di questa eruzione e quelli futuri per quantificare meglio i loro diversi ruoli nel clima.

Decisamente il 2022 è uno dei peggiori anni della nostra vita.

La ricerca della Verità.

In evidenza

Vincenzo Balzani,

  

Il campo della scienza si estende dalle cose più semplici a quelle più complesse e i vari gradi di complessità richiedono categorie interpretative diverse. Sappiamo tutto sulle molecole, ma questo non ci permette di spiegare le proprietà dell’uomo, che pure è fatto di molecole. È impossibile, almeno per ora, dare una base scientifica alle manifestazioni più elevate che caratterizzano l’uomo, quali la mente, i sentimenti, la coscienza. Inoltre, la scienza può spiegare “come”, ma non “perché” avvengono i fenomeni naturali. Ad esempio, sappiamo che c’ è la forza di gravità e conosciamo le sue leggi, ma non sappiamo perché essa ci sia. La scienza, poi, non può dare risposte alle domande che sorgono nell’intimo di ogni uomo: che senso ha la vita? esiste Dio? perché c’è il male? Le risposte a queste domande vanno cercate nella filosofia e la religione. Scienza, filosofia e religione sono tre branche del sapere distinte; sono tutte e tre molto importanti per l’uomo, per cui non possono essere separate da nette linee di demarcazione. Questo però non autorizza sconfinamenti ingiustificati.

Un esempio di sconfinamento della scienza nei campi della filosofia e della religione è fornito dal famoso libro di Stephen Hawking La Teoria del Tutto – Origine e Destino dell’Universo, nel quale l’autore considera la possibilità di unificare tutte le teorie della fisica e conclude che se saremo abbastanza intelligenti per scoprire questa teoria unificata saremo in grado di capire perché l’universo esiste e, quindi, di conoscere il pensiero stesso di Dio. Hawking afferma anche che, mentre la scienza è in continuo sviluppo, la filosofia è in declino. Ma ha senso paragonare lo sviluppo della scienza con quello della filosofia?

Ludwig Wittgestein, il filosofo più illustre del XX secolo, è famoso per aver detto: ”Di ciò di cui non si può parlare, è meglio tacere”. Mi sembra una posizione molto saggia, che però gli scienziati talvolta abbandonano per cimentarsi in ragionamenti che esulano dalla scienza. Infatti, tornando all’esempio di prima, anche se la fisica giungerà a scoprire una teoria del tutto, che sarà una formula matematica più o meno complessa, non vedo come si potrà capire perché l’universo esiste e conoscere il pensiero stesso di Dio. Rimarranno, comunque, molte cose da spiegare: perché i fenomeni fisici che accadono nell’universo sono interpretati proprio da quella teoria e non da altre, quale è il senso di quella teoria, quale è la sua relazione con l’origine e la presenza della vita sulla Terra, perché l’evoluzione ha portato all’uomo, perché la nostra mente può comprendere l’origine e il destino dell’universo.

La scienza ci insegna che dietro ad ogni come si nasconde un perché che essa non è in grado di svelare. Per cui, davanti a ciascuna scoperta scientifica, si deve scegliere fra “mi basta” e “non mi basta”; nel secondo caso si aspira a qualcosa che va oltre il sapere scientifico. Tornano allora alla mente le parole di Martin Buber nei racconti dei Chassidim: “Se hai acquistato conoscenza, allora soltanto sai cosa ti manca”. Parole che esprimono il desiderio dell’uomo di continuare a cercare, nel mistero, la Verità ultima della sua vita.

(pubblicato suBo7 24 luglio)