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La svolta del 1872: Kekulè teorizza la “delocalizzazione”

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Roberto Poeti

Kekulè nel 1865 pubblicò il suo articolo fondamentale “Sulla costituzione delle sostanze aromatiche”, nel quale sono contenute per la prima volta i principi su cui si fonda la struttura del nucleo del benzene. La teoria guadagnò prima lentamente poi in un crescendo rapido l’attenzione e il consenso di molta parte della comunità dei chimici. Vennero sintetizzate centinaia di derivati del benzene e studiate in generale le sostanze aromatiche. Accanto alle adesioni nacquero anche le critiche che si risolsero nella produzione di una serie di strutture del benzene alternative a quella concepita da Kekulè. I postulati su cui si fondava la teoria erano i seguenti (da ”Sulla costituzione del benzene” nella rivista Berichte der Deutschen Chemischen Gesellschaft 1869)

1) Tutte le sostanze aromatiche hanno in comune un nucleo che è costituito da sei atomi di carbonio.

2) Questi sei atomi di carbonio sono legati tra loro in modo che ancora rimangono sei legami da completare.

3) I carboni possono stabilire relazioni con questi legami con altri elementi, che a loro volta possono introdurne altri nel composto, così vengono create le sostanze aromatiche.

4) I numerosi casi di isomeria tra i derivati del benzene si spiegano con la diversa posizione relativa degli atomi che si legano al nucleo dei carboni.

5) Si può pensare al tipo di legame tra i sei atomi di carbonio nel nucleo esavalente del benzene, cioè la struttura di questo nucleo, supponendo che i sei atomi di carbonio siano combinati alternativamente con uno e due legami per formare una catena chiusa a forma di anello.

Il punto su cui si focalizzarono maggiormente le critiche era il quinto. L’alternanza del legame semplice e doppio tra gli atomi di carbonio presupponeva un numero di isomeri diverso rispetto a quelli trovati sperimentalmente. Le formule proposte in alternativa si ponevano l’obbiettivo di eliminare i doppi legami, conservando in generale la geometria esagonale.

Sia nel primo articolo, sia nei successivi lavori di Kekulè, pubblicati in diverse riviste scientifiche, che avevano come oggetto il benzene e le sostanze aromatiche, non compare mai in modo esplicito un esagono regolare con i carboni ai vertici e la struttura cicloesatrienica fino all’anno 1869, ben quattro anni dopo la pubblicazione della sua teoria. In quell’anno Kekulè rompe il lungo silenzio con un breve articolo” Sulla costituzione del benzene” nella rivista Berichte der Deutschen Chemischen Gesellschaft dove riassume lo stato dell’arte sulla costituzione del nucleo benzenico. Ritiene che il quinto punto della sua teoria sia quello più problematico:

«I primi quattro punti sono stati a lungo accettati da quasi tutti i chimici; al momento della loro formulazione, hanno seguito direttamente i fatti noti all’epoca e trovarono ulteriore sostegno in tutte le osservazioni fatte da allora. Il quinto punto è più ipotetico degli altri; sembra difficilmente in grado di essere confermato dall’esperimento; è stato oggetto di discussione per molto tempo. Non ho alcun bisogno di assicurare che io stesso non ho mai considerato l’ipotesi dimostrata, e che sono molto consapevole che in un gruppo esavalente composto da sei atomi di carbonio, gli atomi possono essere legati anche in altri modi»

Nel presentare e commentare brevemente le strutture che ritiene più probabili, ammette che:

«Innanzi tutto, confesso che anch’io sono stato particolarmente attratto per molto tempo dalla struttura numero 3 e che in seguito, anche se da un altro punto di vista rispetto a Ladenburg, ho trovato molte cose interessante nella numero 5. Ma devo spiegare che, per il momento, la struttura 1 mi sembra ancora la più probabile»

Alla luce di quanto afferma sui dubbi che ha nutrito sul suo nucleo esagonale a legami semplici e doppi alternati, si comprende come la struttura cicloesatrienica non sia mai comparsa nei suoi lavori precedenti, un fatto che apparirebbe altrimenti inspiegabile. Questa immagine che è divenuta un’icona della chimica appare invece, nello stesso periodo che consideriamo, 1865-1869, negli articoli dei suoi assistenti, collaboratori o sostenitori della sua teoria. Il tratto saliente con cui Kekulè si esprime nell’articolo del 1869 è un atteggiamento prudente, quasi modesto.

Kekulè presentò un altro articolo nel 1872 “Considerazioni teoriche e note storiche sulla costituzione del benzene” in Annalen der Chemie und Pharmacie nel quale metteva nuovamente a confronto ma in modo circostanziato il suo modello di benzene con quelli presentati da altri chimici e alla fine, dopo aver introdotto una sorta di “delocalizzazione” del doppio legame, scioglieva ogni riserva e affermava la preminenza della sua proposta di struttura.

L’articolo del 1872 è per chiarezza espositiva, sintesi e larghezza di vedute un saggio scientifico molto bello. La prudenza e la modestia dell’articolo del 1869 sono sostituite da un pacato ma fermo convincimento. Kekulè confuta in modo argomentativo e incalzante le proposte alternative. Non espongo qui le ragioni che porta a sostegno della sua struttura, accompagnate da puntuali critiche alle strutture alternative, perché si può leggere il suo articolo completo che ho tradotto dal tedesco al seguente indirizzo:

https://www.robertopoetichimica.it/11324/

La novità assoluta contenuta nell’articolo è l’introduzione di un concetto del tutto nuovo che sintetizzo così: “delocalizzazione del legame chimico”. Il tentativo di Kekulè è superare il problema della presenza di legami semplici e alternati nella struttura cicloesatrienica del benzene. Leonello Paoloni e Roald Hoffmann (premio Nobel nel 1981) spendono poche righe sul tentativo che fa Kekulè. Qualche commento in più gli dedica Colin Archibald Russell in History of Valency. Nel suo Corso di Storia delle Scienze Sperimentali del 2011-2012 il prof. Luigi Cerruti dà invece rilievo al tentativo di Kekulè:

«La formula proposta con i doppi legami ‘fissi’ poneva dei problemi, in particolare lasciava prevedere una diversa reattività per i composti orto, a seconda che fra i due atomi con l’idrogeno sostituito ci fosse un legame singolo o un legame doppio. Kekulé risolse in modo magistrale il problema [N.d.A. la sottolineatura è mia], proponendo un modello dinamico per la molecola del benzene, in cui gli atomi di carbonio formano un doppio legame in una certa unità di tempo quando hanno una maggiore frequenza d’urto, per poi subito dopo, nella successiva unità di tempo, formare un legame semplice quando la frequenza d’urto diminuisce…»

Anche a me sembra che il tentativo di Kekulè meriti più attenzione. Vediamo, tradotto dal tedesco, la parte del suo articolo che è centrale nella sua ipotesi:

«Nei sistemi che chiamiamo Molecola, gli atomi devono essere considerati in costante movimento. Questa visione è stata espressa molte volte da fisici e chimici ed è già stata discussa ripetutamente nella prima parte del mio trattato. Per quanto ne so, nessuno ha ancora commentato la forma dei movimenti atomici intramolecolari. In ogni caso, la chimica dovrà ora esigere che tale ipotesi meccanica tenga conto della legge del concatenamento degli atomi che essa ha riconosciuto. Pertanto non è permesso un movimento planetario degli atomi; in ogni caso, il movimento deve essere tale che tutti gli atomi del sistema rimangano nella stessa disposizione relativa, cioè ritornino sempre in una posizione di equilibrio centrale. Se tra le numerose ipotesi che potremmo formulare, si seleziona quella che tiene più conto dei requisiti chimici e segue più da vicino l’idea che la fisica di oggi si è formata sul tipo di movimento della molecola, allora il seguente presupposto può essere considerato il più probabile. I singoli atomi del sistema rimbalzano uno sull’altro in un movimento sostanzialmente rettilineo per allontanarsi l’uno dall’altro come un corpo elastico. Ciò che è noto in chimica per valenza (o atomicità) sta ora acquisendo un significato più meccanico: la valenza è il numero relativo di urti che un atomo subisce nell’unità di tempo da parte di altri atomi. Nello stesso tempo in cui gli atomi monovalenti di una molecola biatomica si scontrano una volta, alla stessa temperatura, gli atomi bivalenti di una molecola biatomica allo stesso modo si scontrano due volte. Nelle stesse condizioni, nell’unità di tempo, per una molecola composta da due atomi monovalenti e un atomo bivalente, il numero di collisioni per l’atomo bivalente è 2, per ciascuno degli atomi monovalenti è 1. Due atomi di carbonio tetravalenti si urtano quando sono legati da un unico legame in un certo intervallo di tempo, nel momento in cui tre idrogeni monovalenti si muovono   nella loro traiettoria verso ciascun carbonio nello stesso intervallo di tempo. Gli atomi di carbonio che sono legati da un doppio legame si urtano due volte nello stesso intervallo di tempo, mentre sono urtati due volte dagli altri atomi, sempre nello stesso intervallo di tempo. Se uno applica questa visione al benzene, la formula del benzene che propongo appare come espressione della seguente idea: ogni atomo di carbonio si scontra tre volte nell’unità di tempo con altri carboni, vale a dire con altri due atomi di carbonio contemporaneamente, una volta con uno e due volte con l’altro. Nello stesso tempo urta anche l’idrogeno, che copre il suo percorso una volta nello stesso tempo. Se ora si rappresenta il benzene usando la nota formula esagonale e prendiamo in considerazione uno qualsiasi dei sei atomi di carbonio, ad esempio quello etichettato 1:

gli urti che sperimenta nella prima unità di tempo possono essere espressi da:

  • 2,6, h,2,

dove h significa idrogeno.

Nella seconda unità di tempo, lo stesso atomo di carbonio, che viene da 2, si muove verso il carbonio 6. I suoi urti nella seconda unità di tempo sono:

  • 2,6, h,6,

Mentre gli urti della prima unità di tempo sono espressi dalla formula precedente, gli urti della seconda unità di tempo sono espressi dalla formula seguente:

 

Lo stesso atomo di carbonio è quindi nella prima unità di tempo legato con doppio legame con uno dei due atomi di carbonio adiacenti, mentre nella seconda unità di tempo il legame è doppio con l’altro atomo di carbonio. La media più semplice di tutte le collisioni di un atomo di carbonio è la somma delle collisioni delle prime due unità temporali, che poi si ripetono periodicamente:

                                                               2, 6, h, 2, 6, 2, h, 6,

e quindi si vede che ogni atomo di carbonio urta con gli altri due atomi di carbonio adiacenti lo stesso numero di volte, vale a dire che ha la stessa relazione con i carboni adiacenti. La solita formula del benzene esprime naturalmente solo le collisioni che si verificano in una unità di tempo, vale a dire una fase, e quindi si è portati a pensare che i derivati del benzene 1,2 e 1,6 debbano necessariamente essere diversi. Se l’idea appena espressa è considerata corretta, ne consegue che questa differenza è solo apparente, ma non reale. Per quanto verosimile possa sembrare la formula del benzene, da me inizialmente proposta, dopo tutte queste considerazioni, non si può ignorare che una soluzione finale alla questione della costituzione interna del benzene difficilmente può essere ottenuta se non per via sperimentale. Ad un esame superficiale potrebbe sembrare che una questione del genere non sia affatto accessibile all’esperimento. Uno sguardo più attento mostra, tuttavia, che la soluzione non è impossibile».

In genere nei libri di testo viene sottovalutata o presentata in modo non corretto la sua proposta. Si afferma che egli immagina il benzene come due strutture distinte ma in equilibrio chimico che si convertono rapidamente in una forma e nell’altra. L’idea di un equilibrio chimico attribuita a Kekulè appare impropria, fuori contesto storico. Il benzene di Kekulè è una sola molecola, nella quale la valenza, intesa come legame tra due atomi, si modifica nel tempo, oscillando tra valenza semplice e doppia. Poiché la valenza è intesa come frequenza di collisioni tra due atomi, ciò che si ridistribuisce sono le collisioni tra coppie di atomi adiacenti. La soluzione che propone Kekulè fa venire alla mente il modello proposto dalla teoria della risonanza. La sua proposta si fonda su basi scientifiche non corrette, ma è geniale la sua soluzione se pensiamo che ciò di cui dispone Kekulè è il solo concetto di atomo, ancora malfermo nella comunità scientifica, e di una visione della struttura molecolare, ancora dibattuta nella stessa comunità. Egli utilizza in modo coraggioso e originale il modello cinetico mutuato dai fisici e lo adatta alle condizioni della chimica. Se gli elettroni sono al di là da venire, tuttavia tenta una interpretazione del legame chimico e del significato di valenza. Il risultato è un legame non localizzato.

Nella tabella ho elencato le corrispondenti caratteristiche tra il modello di legame di Kekulè e come viene interpretato oggi.Kekulè precorre il suo tempo, mettendo in discussione una concezione del rapporto reciproco tra atomi che è testimoniata dalla posizione critica espressa da Ladenburg nel suo articolo “Sulla costituzione del benzene“ nello stesso anno, 1872, in Berichte der Deutchen Chemischen Gesellschaft zu Berlin:«È un modo essenzialmente nuovo di vedere le cose che Kekulé introduce. Kekulé consente di applicare due formule allo stesso composto, anche se solo in un caso speciale in cui vi è una grande somiglianza tra le due formule… Ma poi la questione della costituzione di un corpo assume un aspetto completamente nuovo: la visione della stabilità del rapporto reciproco degli atomi, un dogma a nostro avviso, viene abbandonata».Bibliografia

  • A.Kekulè Bulletin de la Société Chimique de Paris, 1865, vol.3, 98
  • A.Kekulè Bulletin de l’Accademie Royale des Sciences, Ser.2: t.19, 1865, 551
  • A.Kekulè Berichte der Deutschen Chemischen Gesellschaft,1869, Volume 2, 362
  • A.Kekulè Annalen der Chemie und Pharmacie,1866, Vol. CXXXVII, 129
  • A.Kekulè ZEITSCHRIFT FÜR CHEMIE,1867, Vol.10,214
  • A.Kekulè Lehrbuch der Organischen Chemie, Vol.2, 493
  • A.Kekulè Chemie der Benzolderivate oder der aromatischen Substanzen,1967, Volume 1, 180, 252
  • Leonello Paoloni “Stereochemical Models of Benzene, 1869-1875”, Bulletin for the History of Chemistry, number 12, 1992
  • Leonello Paoloni “I contesti della scoperta della struttura molecolare. Un caso esemplare: la rappresentazione del benzene 1865-1932”. La Chimica nella Scuola, 2007
  • Roald Hoffmann, “Le molte forme di aromaticità “, American Scientist, 2015

11.Luigi Cerruti, Corso di storia delle scienza sperimentali, Università di Torino, 2011-2012

  • Colin Archibald Russell, “The History of Valence”, Humanities Press, 1971

Spillover, antropocene e mascherine.

In evidenza

Claudio Della Volpe

La grande paura del contagio rende tutti noi poco capaci di riflettere sui tempi lunghi e sulle cause lontane dei fenomeni che stiamo vivendo.

E invece dobbiamo sforzarci di riflettere proprio su questo; non si tratta di un “cigno nero” un fenomeno non prevedibile e misterioso. Al contrario!
Questa pandemia era stata prevista ampiamente; ho letto in questi giorni un libro scritto da un grande giornalista scientifico, David Quammen: Spillover, (grazie a Oca Sapiens del suggerimento) che scriveva nel 2012 proprio che un coronavirus era uno dei più probabili candidati al “Big One” un salto di specie in grado di infettare l’intera umanità con una infezione potenzialmente dannosa.

L’avevo citato in un post precedente , ma non l’avevo ancora letto tutto; l’ho fatto e vi dico che vale la pena che tutti noi lo leggiamo; è la storia dei numerosi spillover, ossia salti di specie, che hanno caratterizzato buona parte dell’Antropocene, del periodo che non sappiamo bene quando inizia ma che ci vede protagonisti.

Qui sotto vedete quel che ragionevolmente è accaduto per la SARS-COV-2.covid1

I virus, in particolare quelli a RNA, ma non solo, sono una entità che abbiamo scoperto da poco più di cento anni; infatti fu solo nel 1892 che Dmitri Iosifovich Ivanovski, un botanico russo ne ipotizzò l’esistenza (il virus del mosaico del tabacco). Ma si rintracciano fin quasi all’origine della vita.

I virus si riproducono con fantastica velocità sfruttando i meccanismi delle cellule batteriche ed animali; nel fare questo, come i batteri, sono in grado di mutare velocemente; nella maggior parte dei casi le mutazioni, ossia gli errori che sopravvivono al controllo enzimatico, non sono granchè utili, ma a volte lo sono. Si stabilisce una storia dunque di mutazioni e reciproci adattamenti fra i virus e le cellule, le cui leggi non sono banali affatto.

Noi uomini siamo un ottimo terreno di coltura virale, devono solo stare attenti a non ammazzarci troppo velocemente; se lo facessero non riuscirebbero a diffondersi bene; un esempio è la rabbia, una zoonosi che uccide il 100% degli infettati umani se non curata in tempo; malattia pericolosa ma di poco successo come pandemia. (ovvio non ci sono progetti virali è solo casualità).

covid2David Quammen, Spillover Adelphi, 11.90 o ebook 5.90

Siamo l’unico animale vertebrato che è stato in grado, sulle terre emerse, di raggiungere il numero strabiliante di quasi 8 miliardi di esemplari; la nostra biomassa è ormai (insieme a quella dei nostri animali) la più appetibile sorgente di cellule da riproduzione virale.

Il nostro outbreak, ossia la nostra esplosiva crescita che in poche decine di mila anni ci ha portati dai mille individui all’epoca dell’esplosione catastrofica di Toba ad 8 miliardi, ci ha anche reso un ottimo terreno di coltura per i virus.

Come abbiamo scritto altrove la massa nostra e dei nostri animali copre il 98% (il novantotto per cento) della massa dei vertebrati terrestri; da quando ci siamo noi Sapiens Sapiens (sapienti al quadrato, ma saggi affatto, la sapienza non è saggezza!) la biomassa terrestre complessiva si è dimezzata.

Se fossimo un insetto sarebbe una invasione, una piaga biblica, ma dato che siamo “i padroni del creato” nessuno o quasi si lamenta.

Ora attenzione non è che gli spillover non ci siano stati in passato; ce ne sono stati sicuro anche preistorici, ce ne sono stati che ci hanno lasciato ricordini che sono ancora in corso (molte importanti malattie moderne come il morbillo ci sono venute per salto di specie dagli animali e casomai alcune si sono adattate a noi, senza conservare alcun serbatoio di riserva, il vaiolo che abbiamo appena eliminato proprio e solo per questo); ogni tanto qualche virus o batterio fa il salto e se gli offriamo le condizioni opportune il salto riesce e diventa epidemia o pandemia.

Negli ultimi 100 anni per esempio il salto è avvenuto per il virus dell’immunodeficienza degli scimpanze (SID) che si è trasformato in uno dei virus dell’AIDS, l’HIV-1, questo salto è avvenuto nel 1908, ma solo grazie ai mutamenti del nostro modo di vivere si è poi trasformato in una pandemia globale ed inarrestabile, risalendo da una sconosciuta valle africana verso Leopoldville e poi aiutata dalle pratiche scorrette delle prime vaccinazioni (che venivano fatte senza sterilizzare gli aghi) fino ad esplodere in Centro Africa e di lì al resto del mondo.

Quammen elenca tutti gli ultimi casi importanti in un crescendo formidabile; e nell’elenco non ci sono solo paesi lontani come il centro Africa e le residue foreste dell’Asia, ma anche i moderni capannoni per l’allevamento delle capre in Olanda (Brabante) (il caso della C. Burnetii, la febbre Q, 2007, un particolare batterio) o gli allevamenti di cavalli in Australia (virus Hendra, dai pipistrelli ai cavalli e agli uomini).

Noi uomini invadiamo senza sosta ogni lembo di Natura incontaminata, per esempio entriamo a centinaia nelle caverne occupate dai grandi pipistrelli  africani, sapete il turismo è una “necessità” e la conseguenza di un contatto con feci contaminate sono febbri incurabili; oppure raccogliamo senza alcun tipo di controllo igienico la linfa delle palme di cui sono ghiotti sempre alcuni giganteschi pipistrelli o altri animali, o ancora alleviamo in uno strato di deiezioni le caprette anche nei paesi più “moderni” e la conseguenza è un infezione batterica che dalla placenta secca delle caprette si trasmette per via aerea in zone tecnologicamente avanzate d’Europa.

Oh! perché i pipistrelli?  i pipistrelli sono mammiferi come noi, chirotteri antichi che volano anche per decine di chilometri, ricercati come cibo se abbastanza grandi; sono il secondo più numeroso gruppo di specie nell’ambito dei mammiferi dopo i roditori; dunque non è che ci sia alcuna maledizione se sono un comune e ottimo serbatoio di lancio per i virus verso altri mammiferi.

Ora non sempre la situazione è così drammatica come il SARS-COV-2, ma che i virus ad RNA (singolo filamento, dotati della maggiore velocità di mutazione) fossero i candidati perfetti ad uno spillover tragico era nelle cose; dopo tutto questa è la terza ondata di SARS, mica la prima.

Concludendo il libro merita e apre la mente.

SARS-CoV-2  è il settimo coronavirus capace di infettare esseri umani; SARS-CoV, MERS- CoV and SARS-CoV-2 possono causare malattie severe, mentre HKU1, NL63, OC43 and 229E sono associate con sintomi lievi.

Ma la storia del coronavirus ha altri addentellati interessanti.

Le scelte iperefficienti di un modo di produrre in cui tutto è merce diventano tombe: le mascherine le fanno solo alcuni paesi, (sapete è il just in time) dunque adesso ci servono ma non le abbiamo, le fanno altrove non più qua; oppure la maledetta sanità pubblica, così costosa che molti paesi ne fanno a meno proprio; è così “efficiente” la sanità privata con i suoi posti letto ridotti al minimo indispensabile per ridurre i costi di quegli scialacquatori di medici ed infermieri e dei troppi vecchiotti che si ammalano. Lei è assicurato signore? No e allora mi spiace i tamponi costano, sa e se no il PIL non cresce e il deficit pubblico cresce. E adesso siamo senza terapie di urgenza.

Non basta.

Le mascherine, i guanti, le sovrascarpe, le tute sono tutte di plastica (odiata plastica!) e per giunta usa-e-getta e per noi tutti reduci da una stagione di lotta all’usa e getta sembra questa un vendetta di Montezuma della plastica!

L’usa e getta non è sostenibile, lo abbiamo scritto e ripetuto, ma In tempi di emergenza come questi l’usa e getta è indispensabile; pensare di riciclare le mascherine disinfettandole in forno o in alcool è una pia illusione; in forno il trattamento superficiale che rende così efficace il tessuto-non tessuto del filtro si danneggia irreparabilmente, perché l’adsorbimento non è una questione meccanica ma di forze di adesione di cui abbiamo parlato di recente. Ci ho lavorato parecchio sulle superfici dei materiali e vi assicuro che se andate sopra la Tg del polimero (di solito PET o PBT) il suo trattamento superficiale va a farsi friggere.

E’ vero che alcuni filtri (ma sono i meno performanti) sono basati su un meccanismo “elettretico”, ossia su un materiale polimerico in cui sono “congelati” al momento della produzione dei blocchi dipolari che rendono la superficie del materiale una sorta di condensatore; in questo caso il materiale è fatto di PES-BaTiO3, dove il titanato di bario ha una elevatissima costante dielettrica o di stearato. Ma anche qui occorre capire che “ripulire” il filtro non è banale e probabilmente non si può fare adeguatamente anche se la carenza di mascherine stimola l’ingegno (e le fregature).

La vendetta dell’usa e getta dicevo; ma è come per altri settori; non ci sono soluzioni tecniche e basta che conservino un modo di produrre insensato.covid3

https://www.nature.com/articles/s41591-020-0820-9.pdf   

Faccio un parallelo: dobbiamo passare alle rinnovabili certo, alla mobilità elettrica, è ovvio; ma non possiamo conservare i livelli di spreco attuali; un miliardo o più di auto elettriche PRIVATE è solo poco meno devastante che un miliardo di auto fossili PRIVATE, altera altri cicli degli elementi finora quasi intatti.

Così come pensare che dato che abbiamo la tecnologia degli antibiotici o degli antivirali, possiamo non preoccuparci: non ci salvaguardano dagli spillover o dalle malattie infettive resistenti.

La tecnologia da sola non può vincere; la Scienza lo può, ma solo nel senso che essa riconosce alla Natura che siamo una sua costola, non i suoi dominatori, che non si tratta di “vincere” ma di adattarsi.

L’arma del sapone, uno dei primi prodotti di sintesi di massa rivela in queste circostanze tutto il suo enorme potenziale igienico di civiltà; sapone comune ottenuto dalle nostre nonne dal grasso di maiale e dalla lisciva delle ceneri del legno; ovvio che poi sono venuti decine di altri prodotti chimici di sintesi o meno che sono potentissimi disinfettanti: alcol etilico, ipoclorito di sodio, sali di alchilammonio, acqua ossigenata (robe che i chemofobi odiano, ma senza di essi oggi non si vive).

Senza l’apporto della Chimica la medicina è oggi ridotta all’osso: distanziamento sociale stare da soli, violare la nostra natura profonda di esseri sociali, che diventa l’unica arma disponibile in attesa di un vaccino. Si capisce allora la ricerca spasmodica di una nuova pallottola magica, un antivirale che consenta di controllare le conseguenze più drammatiche del virus.

Questa pallottola arriverà certamente nelle prossime settimane grazie al lavoro combinato (e sottolineo combinato) di chimici, fisici, biologi e medici.

Ma ricordiamo che la questione base è quella che possiamo esprimere come “one health”; la salute dell’uomo dipende dal vivere in ambienti sani, che siano in equilibrio, un uomo in reciproco adattamento con gli ambienti naturali e che dunque si minimizzino gli effetti dell’evoluzione virale, dei salti di specie, l’opposto dell’attuale continua aggressione ad ogni foresta, ogni lembo di natura, ogni selvatico, sulla terra e sul mare. L’opposto anche della continua crescita di velocità in ogni contatto, ritrovare la lentezza che è tipica dell’adattamento; i tempi umani e i tempi biologici devono ritrovarsi. Ricordiamo l’ammonimento di Enzo Tiezzi.

Mentre con lo schiudersi del nuovo millennio la scienza celebra i fasti di risultati fino a ieri semplicemente inimmaginabili, è nello stesso tempo davanti agli occhi di tutti una crisi radicale nel nostro rapporto con la natura. C’è il rischio concreto di un abbassamento della qualità della vita, di una distruzione irreversibile di fondamentali risorse naturali, di una crescita economica e tecnologica che produce disoccupazione e disadattamento»(Tempi storici e tempi biologici, Donzelli editore, 1987!!! lo trovate solo usato; guardate questa è quasi preveggenza, certo è saggezza)

La Natura non è estranea a noi che pensiamo di dominarla, noi siamo parte della Natura stessa e dobbiamo comprenderla e salvaguardarla NON assoggettarla a meccanismi economici insensati: crescere SEMPRE, la crescita infinita di popolazione e ricchezze è IMPOSSIBILE in un mondo finito, la nostra piccola astronave Terra, come l’hanno chiamata Vincenzo Balzani e Nicola Armaroli.

Le nostre discariche atmosferiche di gas da combustione sono sature e ci hanno portato al global warming; abbiamo violato ogni ciclo presesistente (carbonio, azoto, fosforo, zolfo) e, per rimediare, ci avviamo a fare lo stesso con gli altri elementi della tavola periodica (le tecnologie rinnovabili usano molti elementi mai usati prima, dunque il riciclo spinto è indispensabile, ma è sufficiente?); ma anche la Natura violata ed “affettata” delle grandi foreste tropicali ai margini di enormi città da milioni di uomini, per il fatto stesso di avere dimensioni ridotte diventa un appoggio, una interfaccia per ogni salto di specie virale o batterico: ricordate che i virus non rimarranno rispettosamente confinati nel “loro” fazzoletto di foresta.  A questo danno una mano

-la caccia ai residui animali selvatici (il 2%) che spesso nei paesi poveri è l’unico modo di procurarsi proteine o soldi vendendo peni di prede vietate a qualche ricco impotente,

-l’allevamento intensivo condotto in modo inumano dappertutto, il consumo di carne che deve crescere ogni anno e che ingloba sempre nuove specie, sulla terra e nel mare;

-il commercio dei wet market, i negozi della tradizione asiatica dove animali, piante e persone si ammassano in modo insensato, scambiandosi ogni tipo di tessuti, fluidi e (ovviamente) virus e batteri.

– la distruzione del tessuto forestale che secondo le associazioni ambientaliste viaggia a centinaia o migliaia di metri quadri al secondo

Ci sono limiti da non superare. Ma la nostra hubris non ha tema. Noi siamo i dominatori del mondo, crescete e moltiplicatevi.  OK, andava bene 5-6000 anni fa ma al momento non c’è più spazio.

Ovviamente sono importanti e vanno bene le tecnologie delle rinnovabili e del riciclo, ma, ATTENZIONE, non sono un toccasana; lo sono sempre e SOLO se condite e accompagnate dal rispetto; servono se riconoscono il nostro far parte di una rete naturale di cui siamo uno dei nodi non l’unico né il dominante. Non sono garanzia di crescita ulteriore. Servono solo se sono lo strumento di una vita più SOBRIA!

La Natura è l’unica a sapere il fatto suo e l’intelligenza dopo tutto non è che UNA delle strategie naturali e invece di esser un punto di arrivo potrebbe non essere quella vincente (specie se condita di mercato), potrebbe essere un vicolo cieco

 

da leggere:

https://ilmanifesto.it/david-quammen-questo-virus-e-piu-pericoloso-di-ebola-e-sars/

ENI e dintorni

In evidenza

Vincenzo Balzani, Nicola Armaroli e Claudio Della Volpe

Un amico ci ha segnalato l’articolo intitolato ENI e il boomerang delle rinnovabili per l’Italia, pubblicato il 2 gennaio scorso su ilSussidiario.net. L’articolo inizia criticando chi sostiene che il modello di business di ENI, basato su esplorazione e sviluppo di pozzi di gas e petrolio, sia ormai sorpassato. Poi aggiunge che, se ENI abbandonasse la propria storia (fossile) per dedicarsi alle energie rinnovabili, sarebbe un suicidio non solo per l’industria nazionale, ma per il sistema Paese. Noi sosteniamo esattamente il contrario: se ENI non cambia radicalmente il proprio modello di business e non si converte alle energie rinnovabili si autocondanna al fallimento, purtroppo con conseguenze molto gravi per i suoi azionisti e per l’intera economia italiana.

ilSussidiario.net ha come obiettivo “tenere costantemente legati tra loro fatti e approfondimenti: le notizie, che danno un resoconto dei fatti accaduti, sono il punto di partenza per gli approfondimenti che, viceversa, non possono essere slegati dalle cose che accadono“. Siamo perfettamente d’accordo con questa “filosofia” giornalistica. Non ci pare, però, che l’articolo e, più in generale, il modo in cui ENI comunica con gli italiani attraverso le sue numerose e costosissime campagne pubblicitarie espongano e approfondiscano i fatti correttamente.

L’articolo non è corretto perché non parte da fatti, numeri e circostanze, ma da pregiudizi e luoghi comuni privi di fondamento tecnico ed economico. Ci limitiamo a segnalarne alcuni. L’autore scrive: “Facciamo finta di non sapere che gli italiani pagano più di 10 miliardi di euro all’anno per incentivi alle rinnovabili che rimangono più costose di quelle tradizionali.” Evidentemente non ha letto il Piano Nazionale Integrato per Energia e Clima (PNIEC) pubblicato dal governo il 31 dicembre 2018, nel quale viene riportato (pagina 209) che un’indagine del Ministero dell’Ambiente ha individuato 57 sussidi vigenti nel settore energetico che hanno un impatto complessivo di 30,6 miliardi di €. Di questi, 16,9 miliardi sono costituiti da sovvenzioni ai combustibili fossili, mentre i sussidi per fonti a basso impatto ambientale ammontano a 13,7 miliardi (ibidem, p. 215). Dunque, l’uso dei combustibili fossili, responsabili del cambiamento climatico e di pesanti danni alla salute umana, è ancora oggi incentivato in Italia più delle energie rinnovabili, che possono invece salvarci da queste sciagure. Giova ricordare che ENI ha sempre esercitato una fortissima influenza nella definizione della politica energetica italiana e forse non è un caso che gran parte del PNIEC sembra scritto sotto dettatura di portatori di interesse del settore Oil & Gas. Vale anche la pena di ricordare che ENI è, dopo tutto, dal 1992 un’azienda privata, quotata in borsa sul mercato internazionale, e che il 30% delle azioni è detenuto dalla Cassa Depositi e Prestiti con una clausola denominata “golden” che dovrebbe permettere di controllare le operazioni della società.

L’articolo continua con una serie di banalità: “Gli eventi atmosferici estremi e inusuali non sono ben tollerati dalle pale eoliche perché venti troppo forti obbligano il loro spegnimento”. Avrebbe dovuto premettere che gli eventi atmosferici estremi, che (rarissimamente) costringono il blocco di pale eoliche, sono spesso causati dal cambiamento climatico derivante primariamente dall’uso dei combustibili fossili. L’autore prosegue dicendo che il tabù che bisognerebbe rompere è quello del nucleare, che produce energia pulita e facilmente scalabile. “Peccato”, aggiunge “che nessuno vuol sentire parlare di nucleare, tanto più se vicino a casa o nella propria regione”. Farebbe bene a chiedersi perché la Svizzera ha avviato la chiusura definitiva dei suoi impianti due mesi fa e ha deciso di abbandonare per sempre questa opzione. L’autore scrive inoltre che “lo stato dell’arte attuale delle rinnovabili non è neanche lontanamente compatibile con le esigenze di un sistema industriale”. Forse non sa che la fabbrica di batterie della Tesla in Nevada utilizza in gran parte energie rinnovabili e che la gigantesca sede della Apple in California usa l’energia dei pannelli fotovoltaici che ne ricoprono i tetti. L’autore scade nell’imbarazzante quando si scaglia contro il fotovoltaico affermando che “Il problema dello smaltimento di vecchi pannelli solari e vecchie batterie oggi è “risolto” con navi dirette verso l’Africa e caricate di roba che verrà sotterrata senza che il consumatore europeo venga disturbato”. Forse non sa che per questo tipo di rifiuti vale la cosiddetta “responsabilità estesa del produttore” per cui, al termine della loro lunghissima vita, dovranno essere presi in carico dai fabbricanti stessi. Giova poi rimarcare che i pannelli fotovoltaici possono essere quasi totalmente riciclati, così come le batterie agli ioni di litio. Alla fine insiste: “Le rinnovabili non sono una soluzione dell’oggi e nemmeno del domani, soprattutto senza nucleare”. Forse bisognerebbe informarlo che nel 2019 gli impianti fotovoltaici ed eolici nel mondo hanno prodotto una quantità di elettricità pari a quella di 300 centrali nucleari da 1000 MW, che Germania, Svizzera, Belgio e la stessa Francia stanno pianificando l’uscita dal nucleare e che una delle ragioni principali del fallimento del nucleare civile è proprio la difficoltà (o, meglio, l’impossibilità) di mettere in sicurezza le scorie nucleari. Ricordiamo anche che i danni economici del disastro di Fukushima ammontano attualmente ad almeno 300 miliardi di dollari, una cifra che implicherebbe il fallimento economico di quasi tutte le nazioni del mondo. Non vi è nessuno stato democratico che possa assumersi un rischio di questo tipo in caso di incidente ad un solo impianto industriale. Di fatto, il nucleare giapponese è in liquidazione.

L’autore dell’articolo parla anche della “storica e luminosa storia di ENI”. Aspettiamo che in un prossimo articolo ci racconti non la storia, ma l’attualità di ENI. In particolare, la campagna pubblicitaria di ENI che spesso è incomprensibile e a volte ingannevole e come tale condannata e multata dall’Antitrust.

Pubblicità ingannevole per Eni Diesel +, i Consumatori: no al greenwashing

Nei messaggi pubblicitari ENI ha utilizzato in maniera suggestiva la denominazione “Green Diesel”, le qualifiche “componente green” e “componente rinnovabile”, e altri slogan di tutela dell’ambiente (“aiuta a proteggere l’ambiente; “usandolo lo fai anche tu, grazie a una significativa riduzione delle emissioni”), per un gasolio per autotrazione che per sua natura è altamente inquinante e non può essere considerato “green”, verde.

La martellante pubblicità di ENI sui giornali e anche in TV continua a meravigliare, non credo solo noi. Dopo averci assicurato che il carburante in Italia si otterrà anche dalle bucce delle mele (Corriere della Sera, 13 maggio 2017), ENI ci informa che ”trasforma gli oli esausti di frittura in componente per produrre biocarburanti avanzati” (La Repubblica, 22 ottobre 2019). Aspettiamo di sapere quante mele dovremo sbucciare e quanti pesci dovremo friggere. Poi ENI (La Repubblica, 16 novembre 2019) ha puntato sull’Idrogeno, ”… il tutto fare di un futuro più sostenibile. Anche se è presente in abbondanza in natura, l’idrogeno è sempre combinato con altre sostanze (a meno di andare a prenderlo sul Sole o sulle stelle). Per utilizzarlo occorre quindi estrarlo da qualcos’altro, dall’acqua o dal metano, dai residui organici o dall’aria”. Parole testuali. In attesa di sapere da ENI come ottenere idrogeno dall’aria, dove è presente con percentuale di 0.5 ppmv, vorremmo sottolineare che ottenere idrogeno dall’acqua per elettrolisi usando energia elettrica rinnovabile (pannelli fotovoltaici, pale eoliche) non è affatto la stessa cosa che ottenerlo dal metano. Ma forse quello che interessa a ENI è proprio estrarre idrogeno dal metano, un’opzione tecnicamente obsoleta e ecologicamente insostenibile.

Dopo i consensi raccolti fra i giovani da Greta Thunberg, ENI è scesa in campo anche in questa direzione. Ed ecco pagine e pagine pubblicitarie dove compaiono belle figure di giovani: mentre ENI “trasforma gli oli esausti di frittura in componente per produrre biocarburanti avanzati”, “Chiara, usa l’auto il meno possibile (La Repubblica, 28 luglio 2019), e mentre “Silvia è sempre attenta a non sprecare acqua” (La Repubblica, 25 luglio 2019), “ENI vuole trasformare il moto ondoso in energia elettrica”. Quest’ultima iniziativa è interessante da approfondire; si tratta di un brevetto sviluppato insieme a polito denominato ISWEC, un dispositivo galleggiante che trasforma il moto alternativo ed oscillante dell’onda in una rotazione; l’efficienza è bassa ma anche la manutenzione; fin qui tutto bene; tuttavia ENI lo usa o vorrebbe usarlo per fornire energia alle zone di estrazione marina per il metano; ossia usare le rinnovabili per estrarre più fossili! Che cosa è questo se non green washing?

Un’altra lunga serie delle pubblicità ENI esalta i benefici della sua presenza in Pakistan (La Repubblica, 13 agosto 2017), Congo (La Repubblica, 10 settembre 2017), Angola (La Repubblica, 8 giugno 2019), Nigeria (La Repubblica, 22 giugno 2019), Mozambico (La Repubblica, 21 settembre 2019), e Ghana (La Repubblica, 4 gennaio 2020). In tutti questi paesi ENI continua a trivellare pozzi di petrolio e di gas e allo stesso tempo si vanta di aiutare la popolazione costruendo strade e scuole. Ma la realtà dei fatti sembra purtroppo molto diversa dalle belle parole presenti sul suo sito. l’ENI è stata più volte accusata dalla comunità nigeriana per aver contribuito all’inquinamento nel Delta del Niger, ma è riuscita a uscire quasi sempre indenne anche grazie agli accordi con il personale amministrativo del Paese. Dal verbale dell’Assemblea Ordinaria del 14 maggio 2019, risulta che dirigenti di ENI siano stati accusati da alcuni azionisti di corruzione e transazioni poco chiare, di società fittizie e compravendite di maxi giacimenti in varie parti dell’Africa, in particolare in Nigeria e in Congo-Brazzaville.

Una intera pagina di pubblicità apparsa sui giornali il 18 gennaio scorso (ad esempio, La Repubblica) intitolata “Le strade della ricostruzione” riporta questo testo: “Due cicloni di enorme potenza hanno colpito il Mozambico in meno di due mesi, seguiti da settimane di pioggia torrenziale. Un bilancio incalcolabile in vite umane, migliaia di case abbattute, infrastrutture distrutte in 7 diverse province, oltre 700.000 ettari di coltivazioni danneggiate. La strada costiera, che dall’aeroporto di Pemba porta al centro della città e al porto, era totalmente distrutta, racconta uno degli Operations manager di ENI, che a Pemba ha una base logistica. Un danno che bloccava l’economia della cittadina, rendeva difficile la vita quotidiana dei suoi abitanti e impossibile ogni attività portuale e commerciale […]”.

E, come accade in tutte le pagine pubblicitarie di ENI, il discorso è interrotto con […] e c’è l’esplicito invito ad andare sul sito eniday.com per legger la continuazione, per saperne di più. Ma che bisogno c’è di saperne di più? La descrizione che ENI ha pubblicato sui giornali e che abbiamo riportato integralmente sopra è esattamente quello che sta succedendo e che succederà sempre più a causa dell’uso e abuso di quei combustibili fossili che ENI si ostina a cercare, anche nello stesso Mozambico. Secondo gli scienziati le emissioni totali di CO2 dal 2011 al 2050 non devono superare 1100 Gt. Questo equivale a dire che devono rimanere sottoterra, inutilizzate (stranded), il 30% delle riserve di petrolio, metà di quelle di gas e l’80% di quelle di carbone.

Quindi ENI si comporta in modo difforme dagli accordi di Parigi, non facilita i deboli tentativi del governo di mettere in atto la transizione dai combustibili fossili alle energie rinnovabili, non si preoccupa dell’amara costatazione del segretario dell’ONU (il mondo è fuori rotta) e dei severi moniti degli scienziati riguardo il cambiamento climatico. È proprio vero quello che ha scritto la Stampa il 25 novembre 2019: Energia: il nuovo è già presente, ma il passato non vuole passare”.

Ma c’è anche una buona notizia che forse l’autore dell’articolo su ilsussidiario.net non conosce: BlackRock, il fund manager più grande del mondo (7 mila miliardi di dollari), avendo perso 90 miliardi negli ultimi 10 anni in investimenti sulle fonti fossili, si è unito a Climate Action 100+, il gruppo di oltre 370 investitori globali che attrae investimenti nel settore delle tecnologie energetiche rinnovabili. Non sarà che chi investe nei fossili incomincia a sentire odore di bruciato? In Italia vogliamo davvero continuare a far finta di nulla?

Coronavirus e limiti della crescita

In evidenza

Claudio Della Volpe

(ringrazio tutti gli amici di Climalteranti, di Risorse Globali e della redazione di questo blog con cui ho discusso di questo post (non sempre in armonia); ringrazio in particolare Sylvie Coyaud (Oca Sapiens) per gli utili suggerimenti)

Parlare di coronavirus su questo blog sembra fuori tema, ma vedremo che non è così. Inoltre trattandosi di un argomento non strettamente chimico, qualche dettaglio potrebbe essere impreciso; me ne scuso con gli specialisti.

Il SARS-Cov-2 è un virus ad RNA responsabile della Covid-19, una EID (Emerging infectious disease) a volte definita anche come zoonosi (meno correttamente).

Il termine zoonosi si usa correttamente solo per malattie trasmesse da uomo ad animale e viceversa; qua stiamo parlando di malattie che invece sono presenti nelle specie umane ed animali e si pensa abbiano fatto il cosiddetto “salto di specie”. In sostanza hanno come serbatoio un animale ma possono essere trasmesse tramite fluidi corporei vari (sangue, muco, feci) anche all’uomo e in alcuni casi diventano capaci di trasmettersi direttamente da uomo a uomo.

Covid-19 è l’ultima di una lunga serie di malattie che abbiamo ricevuto in dono dagli animali negli ultimi 50 anni: AIDS dagli scimpanzé, SARS dallo zibetto (civet-cat), MERS dai cammelli, Ebola dai pipistrelli come Covid-19, probabilmente attraverso un ospite intermedio. Senza dimenticare altri nomi che non sono assurti a fama globale: Virus del Nilo Occidentale (zanzare come vettori ed uccelli come serbatoio), Nipah Virus, virus di Marburg ed altre.

3888–3892 | PNAS | February 25, 2020 | vol. 117 | no. 8 http://www.pnas.org/cgi/doi/10.1073/pnas.2001655117

Non è che questo tipo di malattie (le zoonosi o le EIDs) fossero prima sconosciute; in realtà morbillo, vaiolo, influenza, difterite, peste bubbonica, tubercolosi sono considerate comunemente tutte malattie “zoonotiche” in origine e poi diventate umane. Ma esse hanno origini molto più lontane e sono in qualche modo parte della nostra storia millenaria di contatto ed invasione della natura, parte della nostra storia di cacciatori-raccoglitori e poi agricoltori.

E’ pur vero che oggi abbiamo i mezzi per rivelare casi che una volta sarebbero passati sottosilenzio, ma negli ultimi anni mi pare che il loro numero si sia incrementato ed è sempre più frequente trovarci di fronte a virus o microorganismi “nuovi” con cui non eravamo ancora entrati a contatto e che proprio per questo non trovano difese nel nostro patrimonio immunitario. In questi casi può svilupparsi una pandemia, ossia una potente epidemia che interessa tutta l’umanità prima o poi. Ogni evento locale di “spillover” (termine con cui i microbiologi indicano il passaggio di un patogeno da una specie ospite all’altra) catalizzato, è vero, dalla normale evoluzione dei virus ma anche dall’espansione senza soste della presenza nostra e dei nostri animali domestici, rischia di diventare globale.

(Lo spillover decisivo del SARS-Cov-2 si sarebbe verificato a fine novembre scorso.)

L’umanità primitiva che viveva in gruppi piccoli e sparsi, in un rapporto limitato al proprio habitat aveva scarse probabilità di incontrare microrganismi nuovi; era relativamente ben adattata al proprio territorio o agli habitat in cui si muoveva e gli scambi di agenti patogeni fra i vari gruppi erano probabilmente meno frequenti (anche se non si possono escudere spillover preistorici). L’umanità attuale che vive in un mondo che ha raggiunto quella che è stata definita “l’unificazione microbica” (e anche virale) è soggetta frequentemente a questi incontri man mano che sistematicamente continua a distruggere ed invadere i residui di foreste ed ecoambienti rimasti finora relativamente isolati e a cacciare nella maggior parte dei casi INUTILMENTE gli animali selvatici; man mano che la pressione agricola e di allevamento cresce, che gli ambienti naturali vengono aggrediti, gli ospiti naturali degli animali di quelle zone hanno la possibilità di scambiarsi con altre specie; dopo tutto la loro capacità di mutazione è enorme data la loro altissima velocità di riproduzione. Possono adattarsi, mutare e moltiplicarsi ovunque viviamo noi.

Quando si viene in contatto con nuove malattie che non fanno parte del nostro patrimonio immunitario l’effetto è devastante; dopo la cosiddetta “scoperta dell’America” (ossia lo sbarco di Colombo) lo scambio colombiano di cui abbiamo parlato altrove fornì all’Europa la sifilide (per maggiori informazioni si veda anche la teoria di Crosby), ma all’America tante di quelle malattie “da bambini” (come il morbillo) ma anche il vaiolo, da decimarne la popolazione con effetti terribili e perfino con una ricaduta climatica poderosa (ed opposta a quella attuale: riduzione di CO2 in atmosfera).

Un esempio di zoonosi locali indotte dalle variazioni dell’agricoltura di montagna è l’espansione delle malattie da zecca; queste sono vere e proprie zoonosi, nel senso non si trasmettono di solito da uomo a uomo. La zecca è un abitante della media montagna, di una media montagna tradizionalmente antropizzata, probabilmente in relativo equilibrio. Fin quando la media montagna è stata un ambiente regolarmente coltivato e le stagioni invernali sono state sufficientemente rigide le zecche erano in numero limitato e gli ospiti delle zecche erano al massimo pericolosi per gli animali domestici come i cani- Oggi, con la montagna abbandonata, qualunque ignaro turista si avventuri nella media montagna rimboschita, rinselvatichita e senza nemmeno la conoscenza del rischio zecca (si è persa la nozione di come si tolgono le zecche senza pericoli, come facevano i nostri vecchi) può rimanere vittima delle malattie trasmesse dalle zecche in buona parte delle nostre Alpi.

Frontiers in Microbiology | http://www.frontiersin.org 1 April 2018 | Volume 9 | Article 702

Le zoonosi e/o EID che si stanno sviluppando negli ultimi anni vengono tutte da zone cosiddette in “via di sviluppo”: Africa, Cina, Malaysia, India, zone dove la rapida espansione della popolazione e l’introduzione di metodi produttivi nuovi soprattutto in agricoltura distrugge equilibri ecologici millenari. (anche perché la sanità pubblica e l’educazione  all’igiene possono esservi più carenti)

Nelle zone di espansione gli animali selvatici e quelli addomesticati e, tramite loro, gli umani entrano in esteso contatto; gli animali più comuni o che si muovono più facilmente (specie se dotati di ali come gli uccelli, i pipistrelli che sono pure mammiferi, non dimentichiamolo, e dunque non tanto dissimili da noi) diventano il serbatoio per lo scambio di virus e microorganismi, casomai tramite ospiti per noi importanti come i maiali o le galline. Il risultato è reciprocamente svantaggioso: per loro è la distruzione dell’habitat e per noi l’acquisizione di nuovi ed indesiderati ospiti. Ci sono anche effetti ulteriori: dopo la SARS del 2002 gli zibetti sono stati decimati nella zona interessata, come se fosse colpa loro.

Dunque ecco che il coronavirus ci appare non come un caso, ma come un effetto necessario dell’invasione che operiamo costantemente degli ultimi ambienti ecologicamente indipendenti, delle reti naturali che strappiamo più o meno inconsapevolmente. Dei limiti insuperabili che tentiamo di superare con una crescita “infinita” (ed anche di una caccia diventata nella maggior parte dei casi gioco crudele).

Una nota finale è sui farmaci antivirali che sono in studio oltre al vaccino; mentre per il vaccino si parla di mesi (ma più ragionevolmente di anni) per il suo ottenimento ci sono alcuni farmaci che potrebbero rivelarsi utili secondo alcuni.

il fosfato di clorochina o la clorochina

imbrevettabile e ultra-collaudato contro la malaria. Da solo o combinato con il ritonavir avrebbe un effetto inibitorio sul Covid-19. I due farmaci, somministrati insieme potrebbero bloccare alcune proteine che non permettono al farmaco di penetrare nei tessuti. La clorochina ha ucciso il Sars-CoV-2 in vitro. Le ricerche più importanti sulla clorochina – iniziate con il coronavirus della SARS – sono quelle di Andrea Savarino all’ISS di Roma.

https://hivforum.info/forum/viewtopic.php?t=2786&start=120

Fare ricerca su questo tipo di farmaci imbrevettabili e collaudati potrebbe essere meglio che cercarne altri che costano troppo per i sistemi sanitari (quando esistono) dei paesi poveri (le trattative per abbassare i prezzi durano anni e intanto la gente muore, i volontari per primi)

Il ritonavir (ABT-538) è un farmaco antiretrovirale appartenente alla classe degli inibitori della proteasi, utilizzato nel trattamento della infezione del virus HIV.

Fra gli altri farmaci antivirali che sono in studio il remdesivir, GS-5734

che funziona ingannando la polimerasi virale dell’RNA; il farmaco ha trovato già resistenze, ma queste resistenze sono prodotte solo attraverso un indebolimento del meccanismo di replicazione del virus e dunque non sono stabili; in pratica il suo uso potrebbe essere comunque vantaggioso.

Anche se è da dire che è stato il meno efficace dei tre provati contro Ebola. I risultati erano positivi solo nei topi.

https://clinicaltrials.gov/ct2/show/NCT03719586

Queste difficoltà fanno capire che la lotta alle zoonosi non può passare solo attraverso lo sviluppo di sempre più potenti antivirali, che inseguano le zoonosi e le loro resistenze, ma prima di tutto attraverso un diverso rapporto fra noi e la Natura che ci circonda.

Ovviamente non possiamo fare a meno dei vaccini, di medici esperti, di eroici volontari (anche i rapporti tra umani fanno parte della Natura).

Ma per non imitare la corsa, sempre in bilico, fra antibiotici e batteri, la Natura deve essere rispettata, non violentata. Dobbiamo smettere di distruggerla, fermare la crescita della popolazione, raggiungere un equilibrio con essa. Insieme con l’equilibrio climatico dobbiamo assolutamente raggiungere un equilibrio alimentare (e ovviamente degli altri nostri bisogni di specie.) con il resto della biosfera, un problema complessivo da cui dipende il nostro futuro.

Una umanità sana può essere e rimanere tale solo in un ambiente sano; è il concetto di “one health” ossia della necessità di preservare gli equilibri e la “salute” dell’ambiente per preservare la nostra salute come specie (il che non vuol dire eliminare le zoonosi, ma certo limitarle).

Non siamo indipendenti dalla Natura.

La gara costante a sopravanzare virus e batteri tramite la chimica di sintesi non può essere l’unica strategia del futuro. Gli antivirali e gli antibiotici vanno usati con saggezza, principalmente per avere il tempo di adattarci ad un diverso modo di convivere con la Natura.

Le quattro leggi ecologiche di Barry Commoner:

  • Ogni cosa è connessa con qualsiasi altra.“L’ambiente costituisce una macchina vivente, immensa ed estremamente complessa, che forma un sottile strato dinamico sulla superficie terrestre. Ogni specie vivente è collegata con molte altre. Questi legami stupiscono per la loro varietà e per le loro sottili interrelazioni.” Questa legge indica la interconnessione tra tutte le specie viventi, in natura non esistono rifiuti:es. ciò che l’uomo produce come rifiuto ossia l’anidride carbonica è utilizzata dalle piante come risorsa. L’uomo col suo inquinamento altera ogni giorno il ciclo naturale degli eventi. 

2) Ogni cosa deve finire da qualche parte. “In ogni sistema naturale, ciò che viene eliminato da un organismo, come rifiuto, viene utilizzato da un altro come cibo.” Niente scompare. Si ha semplicemente un trasferimento della sostanza da un luogo all’altro, una variazione di forma molecolare che agisce sui processi vitali dell’organismo del quale viene a fare parte per un certo tempo. 

3) La natura è l’unica a sapere il fatto suo. “Sono quasi sicuro che questo principio incontrerà notevole resistenza, poiché sembra contraddire la fede universale nella competenza assoluta del genere umano.” Questo indica esplicitamente l’uomo a non essere così pieno di sé e a usare la natura come se potesse renderla a suo indiscriminato servizio. Se la natura si ribella l’uomo crolla. 

4) Non si distribuiscono pasti gratuiti.“In ecologia, come in economia, non c’è guadagno che possa essere ottenuto senza un certo costo. In pratica, questa quarta legge non fa che sintetizzare le tre precedenti. Non si può evitare il pagamento di questo prezzo, lo si può solo rimandare nel tempo. Ogni cosa che l’uomo sottrae a questo sistema deve essere restituita. L’attuale crisi ambientale ci ammonisce che abbiamo rimandato troppo a lungo.”

Barry Commoner – Il cerchio da chiudere.

Da leggere: https://www.who.int/zoonoses/en/

https://www.nejm.org/doi/full/10.1056/NEJMp2002106?query=TOC

As the late Nobel laureate Joshua Lederberg famously lamented about emerging infectious diseases, “It’s our wits versus their genes.” Right now, their genes are outwitting us by adapting to infectivity in humans and to sometimes silent spread, without — so far — revealing all their secrets.

per il merito dell’infezione si veda qui:

https://www.fnovi.it/node/48433

“Spillover”, il magnifico libro di David Quammen, è esaurito, il consiglio è di farselo prestare… e di restituirlo. In alternativa: Genesis.

Spillover: Animal Infections and the Next Human Pandemic

https://www.adelphi.it/libro/9788845929298

 

(D. Quammen 2014. Spillover. Ed. Adelphi ) “la dove si abbattono gli alberi e si uccide la fauna, i germi del posto si trovano a volare in giro come polvere che si alza dalle macerie… i virus, soprattutto quelli di un certo tipo, il cui genoma consiste in RNA (e non DNA) si adattano bene e velocemente alle nuove condizioni create dall’uomo”

SI veda anche: https://d24qi7hsckwe9l.cloudfront.net/downloads/dossier_foreste.pdf

In ecosistemi vitali, poco disturbati, è infatti più facile che un patogeno, come un virus o un batterio, non disturbi il proprio ospite. Ma qualunque squilibrio o alterazione può essere interpretato come un’ottima occasione per percorrere nuove strade, magari di successo, proprio come la diffusione dell’HIV.In definitiva malattie pericolose, come alcune zoonosi, possono diffondersi con maggior probabilità in ecosistemi minacciati e frammentati rispetto ad altri intatti e pieni di biodiversità (Ostfeld R. Et Al. 2008, Infectious disease ecology: the effects of ecosystems on disease and of disease on ecosystems, Princeton University Press).Questo significa che certi cambiamenti dell’equilibrio ecologico – proprio come la deforestazione o il degrado delle foreste – possono far uscire allo scoperto malattie, vecchie e nuove, creando dei veri disastri sanitari nelle comunità umane.Ecco quindi che ancora una volta il fattore deforestazione si trasforma in un micidiale ingrediente dei disastri che impattano sulla salute e sul benessere umano, come nel caso del virus HIV uscito dalla giungla africana per uccidere ad oggi 30 milioni di persone e contaminarne un numero assai più grande, oppure di Ebola che ha recentemente sconvolto il mondo per il suo micidiale outbreak. Le nuove malattie – le cosiddette malattie emergenti – come Ebola, AIDS, SARS, influenza aviaria e influenza suina e altre meno note – non sono catastrofi naturali e accadimenti del tutto casuali, sono la conseguenza del nostro intervento maldestro sugli ecosistemi.

https://www.corriere.it/salute/malattie_infettive/20_marzo_04/dai-pipistrelli-all-uomo-origini-coronavirus-e80e2708-5e0d-11ea-8e26-25d9a5210d01.shtml

 

 

Il vero compito etico della Chimica

In evidenza

Giovanni Villani

Il vero compito etico della chimica:

dare le conoscenze e le competenze per proteggere l’astronave Terra

L’ambientalismo inteso in senso lato non è più un vezzo intellettuale, ma un’esigenza ineludibile.

Nel giro di poco tempo, alcuni nodi sono venuti al pettine. Il riscaldamento globale, la febbre del pianeta Terra, è uscito dalle discussioni accademiche, è uscito dalle riunione dei tecnici che affiancano i politici in consensi internazionali, per diventare concreto e visibile a tutti. Un grafico, uno delle migliaia che si potrebbero mostrare, dimostra chiaramente il problema e il suo trend.

Che fare? La risposta “politica” è la sola possibile. Problemi globali non possono avere risposte individuali.

Questo esime noi ricercatori scientifici dall’avere un ruolo attivo?

Possiamo tranquillamente occuparci solamente delle nostre ricerche specialistiche e, al massimo, da cittadini pretendere certe priorità politiche?

Io non credo.

Penso che noi tutti possiamo condividere l’idea che dietro la politica, la buona politica, non può non esserci una conoscenza scientifica della situazione reale dei problemi e dei suoi trend futuri. Io credo che ci debba essere anche, molto più profonda e nascosta, un’idea etica del mondo, un’idea di come “dovrebbero andare le cose, per andar bene”.

Compito della scienza, della chimica più delle altre discipline, è fornire una descrizione “attendibile” della realtà materiale e dei suoi possibili sviluppi. Questo ruolo la scienza se l’è assunto da tempo e credo che nessuno lo contesti.

Sull’idea etica del mondo, invece, sono tanti a parlare e tutti ritengono di avere “conoscenze e competenze da vendere”. Io credo, invece, che l’idea etica del mondo non possa essere completamente distinta dalla conoscenza del mondo e che essa sia in buona parte già insita nell’approccio scientifico ai problemi. Non può esistere una conoscenza asettica dei problemi e poi un qualcuno, non in grado di capirne l’analisi e le soluzioni proposte, che la utilizzi. Questo non significa che non esistono problemi “politici” e che le uniche risposte ai problemi sono “tecniche”. Nessuno vuole e può delegare ai “tecnici”, e domani ad una intelligenza artificiale, le scelte politiche, ma ogni scelta razionale prevede di aver capito il problema e di avere chiaro che cosa implicano le possibili soluzioni.

Veniamo alla chimica e alle problematiche ambientali. La chimica, più della fisica e della stessa biologia, dà una chiave di lettura del mondo materiale e di come ci si possa ad esso rapportare. Scartata l’idea baconiana della scienza classica in cui la scienza e la sua ancella tecnologia servivano a realizzare il dominio dell’uomo sulla natura, idea che ha pervaso per troppo tempo la cultura scientifica portando ai problemi attuali, l’idea scientifica moderna è incentrata sul concetto di “interazione”, sul rapporto tra osservatore e osservato. In quest’ottica moderna non è possibile neppure separare completamente questi due ambiti, porsi domande di una realtà in maniera diversa che dall’interagire con essa. È chiaro che l’interazione modifica sempre i due termini del problema, osservatore e osservato, ma, e da questo viene fuori il problema ambientale, non è possibile non considerare i risultati di questa interazione sia per l’osservatore sia per l’osservato.

Io nel titolo di questo articolo ho usato la bella metafora di Nicola Armaroli e Vincenzo Balzani che identifica il pianeta Terra con un’astronave che si muove nello spazio.

La bellezza e l’immediatezza di questa immagine ci dice, infatti, subito alcune cose. Per prima cosa caratterizza lo spazio fisico su cui ci troviamo come piccolo, delicato e sostanzialmente chiuso. Piccolo, perché gli alcuni miliardi di persone con cui l’abbiamo riempito rappresentano quasi sicuramente il suo limite. Delicato, perché basta poco, a volte basta anche il non fare, per far perdere la rotta all’astronave. Chiuso, perché non solo non sappiamo dove scappare se il tutto volgesse al peggio, ma perché le sue risorse materiali sono limitate, l’illusione della crescita infinita è solo un’illusione e il contributo entropico va tenuto sempre sotto controllo, anche nell’ipotesi ottimistica che l’energia che ci arriva (il sistema è chiuso non isolato) fosse sufficiente. La metafora ci dice tanto anche sui passeggeri e l’equipaggio di questa astronave e sui loro comportamenti possibili, ma su questo problema “politico” al momento soprassediamo e concentriamoci sul primo problema, dove la chimica non può non essere in primo piano.

La chimica è in primo piano nell’individuazione e nella modifica della risorse materiali del pianeta Terra. Per i chimici questo punto è scontato, ma quando andiamo a parlare fuori dal nostro ambito, quando andiamo ad interagire con gli altri, non dobbiamo mai dimenticarci che l’immagine chimica del mondo non può essere data per assodata. Le conoscenze chimiche del cittadino sono spesso così confuse e ridotte che non possiamo essere sicuri che sia nota e dettagliata l’immagine che la chimica offre del mondo materiale, visto come un insieme complesso, non facilmente separabile, di moltissime specie chimiche in interazione. La conoscenza chimica ci consente di sapere come agiscono gruppi di tali sostanze spazialmente localizzati e di prevedere, entro un ragionevole errore, come un loro insieme specifico potrebbe comportarsi. Le competenze chimiche, inoltre, ci consentono di interagire in maniera corretta con porzioni specifiche di questo mondo complesso e con l’insieme completo.

Se questa è la situazione, dare le basi della conoscenza chimica a tutti e dare le giuste competenze per poter vivere e interagire sull’astronave Terra, senza far correre eccessivi rischi a sé e agli altri passeggeri, diviene non solo importante, ma il vero compito etico della chimica. L’alternativa è, da un lato, un nozionismo chimico inutile, una serie di informazioni senza un fine e un contesto, e dall’altro, un ambientalismo ideologico, un ambientalismo senza conoscenze e competenze scientifiche, un mitico ritorno all’Arcadia o all’Eden che, in un mondo complesso e sovrappopolato come il nostro, non possiamo permettersi.

Un caso concreto di riciclo: il brevetto ROMEO dell’ENEA.

In evidenza

Claudio Della Volpe

Vorrei usare l’occasione di una comunicazione dell’ENEA sulla realizzazione di un impianto pilota basato su un brevetto relativo al riciclo del materiale elettronico per discutere con voi dell’economia circolare.

ROMEO corrisponde all’acronimo: Recovery Of MEtals by hydrOmetallurgy, ed è un metodo idrometallurgico ossia basato su reazioni in fase liquida per recuperare metalli da circuiti elettronici; l’altro metodo alternativo è la pirometallurgia, ossia riscaldare ad alta temperatura.

L’impianto è situato presso il Centro Ricerche Casaccia, a nord di Roma, ed utilizza un innovativo processo idrometallurgico brevettato ENEA (che risale al 2015 brevetto RM2015A000064 del 12 febbraio 2015, strettamente collegato ad un precedente brevetto (p. a. RM2013A000549), relativo al recupero di materiali quali oro, argento, rame, etc. attraverso un processo chimico e per il quale è stata anche depositata domanda di internazionalizzazione PCTIB2014065131). Il metodo idrometallurgico (che comunque non è esclusivo di ENEA) promette una drastica riduzione dei costi energetici rispetto alle tecniche pirometallurgiche ad alta temperatura perché non prevede processi di pretrattamento e triturazione delle schede elettroniche ed avviene a “temperatura ambiente”, mentre le emissioni gassose prodotte durante i vari passaggi sono trattate e trasformate in reagenti da impiegare nuovamente nel processo stesso.

I rifiuti interessati a questa procedura sono i RAEE, ossia i Rifiuti da Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche. (anche WEEE, Waste electronic and electric equipment)

Quanti metalli ci sono in una scheda? Ovviamente la risposta non è univoca e dipende dalla specifica scheda e anche dal fatto che l’evoluzione tecnologica ha condotto a schede con integrazione sempre più avanzata; diciamo che dai dati disponibili in letteratura il numero varia dal 20 al 40% della massa totale della scheda; le schede sono denominate genericamente PCB ossia printed circuit board, e sono costituite oltre che dai metalli usati da Vetronite (o vetro epossidico o Fiberglass) che è un materiale composito a base di fibre di vetro disposte ortogonalmente fra due strati in una matrice di resina epossidica.

Quale è la percentuale di recupero possibile di ROMEO? Non ho trovato dati precisi o dichiarazioni virgolettate dei ricercatori (a cui avevo scritto ma non ho avuto risposta); alcuni degli articoli giornalistici parlano del 95% ma la cosa non è confermata.

D’altronde nei vecchi articoli giornalistici del 2014 si diceva:

I dati finora ottenuti indicano che da una tonnellata di schede elettroniche si dovrebbero poter estrarre circa 260 Kg di rame, 29 di piombo, 33 di stagno, 0,240 di oro e 0,66 d’argento.

https://www.researchitaly.it/successi/romeo-un-brevetto-dell-enea-per-recuperare-oro-e-argento-da-vecchi-apparecchi-elettronici/In quelli attuali si dice:

L’impianto pilota del sistema, che si trova presso il centro ricerche Casaccia, a Nord della Capitale, che riesce a estrarre da computer e smartphone in disuso il 95% di oro, argento, platino, palladio, rame, stagno e piombo. Dal trattamento di una tonnellata di schede elettroniche è in questo modo possibile ricavare 129 kg di rame, 43 di stagno, 15 di piombo, 0,35 di argento e 0,24 kg di oro, per un controvalore vicino ai 10mila euro.

https://www.corrierecomunicazioni.it/tech-zone/estrarre-oro-dai-rifiuti-elettronici-enea-battezza-romeo/

Vedete voi stessi che i conti sono molto diversi. Non sono in grado dunque di dire se il 95% sia un dato credibile o meno.

I dati che si trovano in letteratura sulla composizione li potete cercare per esempio qui: Materials 2014, 7, 4555-4566; doi:10.3390/ma7064555

E come dicevo (Tab. 3 dell’articolo) vanno dal 20 al 40% per il materiale di partenza con un recupero finale mostrato in altri lavori (per esempio qui, Front. Environ. Sci. Eng. 2017, 11(5): 8 DOI 10.1007/s11783-017-0995-6 ) molto elevato per la idrometallurgia dell’ordine anche del 100% per oro e platino ma usando i cianuri. Dati diversi sono riportati in altre review (Manivannan Sethurajan, et al. (2019) Recent advances on hydrometallurgical recovery of critical and precious elements from end of life electronic wastes – a review, Critical Reviews in Environmental Science and Technology, 49:3, 212-275, DOI: 10.1080/10643389.2018.1540760) Tuttavia sembra che percentuali dell’ordine del 90% non siano impossibili almeno in laboratorio.

I metodi pirometallurgici sono invece basati su una fase meccanica che sminuzza e separa i pezzi in vari modi e poi brucia la plastica e fonde quelli metallici; mentre gli idrometallurgici su una fase di attacco con un acido forte, nel caso di Romeo se ho ben capito è acido nitrico concentrato con recupero dei vapori. Si evita dunque la fase meccanica e inoltre non si usa il calore ma ovviamente l’acido nitrico (ed altri sali usati per le precipitazioni) non è regalato e occorrerebbe fare una LCA per confrontare i due metodi.

Cosa concludere?

Abbiamo bisogno di studiarci parecchio e sviluppare questi metodi per tutto; ricordiamo comunque alcune considerazioni che abbiamo fatto anche altrove.

Non si tratta solo di avere percentuali di recupero alte ma di avere anche durate di vita dei prodotti elevate; al momento la logica è opposta, è quella della obsolescenza programmata, ossia dell’invecchiamento programmato ed accelerato dei prodotti specie elettronici una pratica per cui sono state condannate la grandi aziende dell’elettronica. Un cellulare quanti anni dura in media? E un computer? Il mio portatile da cui vi scrivo ha oltre 10 anni ma combatto quotidianamente contro il problema dei software che non sono più adeguati e del conflitto fra i due e fra poco sarò obbligato a cambiarlo. Il mio cellulare è durato 5 anni e poi l’ho dovuto sostituire. Ma personalmente sono molto testardo e contrario ad acquistare prodotti nuovi; compro sempre usato se posso.

La media dei dispositivi durano di meno; un cellulare dura 18 mesi; e d’altronde io compro usato da persone che spesso hanno acquistato il cellulare 6 mesi prima!!!!! (e ci faccio l’affare perchè lo svendono).

Supponiamo che un dispositivo duri 3 anni e poi vada al macero; cosa succederà in 30 anni? Avremo dieci cicli; allora compariamo il consumo di beni totale dopo 30 anni con varie percentuali di recupero e supponendo di avere bisogno sempre della medesima quantità unitaria di materiale (mercato stazionario).

Senza riciclo      con 50%               con 70%                  con 90%

1+9=10 unità     1+4.5=5.5 unità   1+2.7=3.7 unità       1+0.9=1.9 unità

é chiaro che il riciclo conviene, e anche parecchio ma non risolve la questione delle nuove risorse, ne riduce solo l’importanza, sposta il problema più avanti, in molti casi l’umanità è già la principale player dei cicli biogeochimici degli elementi e dunque anche la più elevata percentuale di riciclo prevede comunque un aumento della pressione umana sulle risorse.

Se invece le nostre richieste fossero più sobrie, se l’obiettivo non fosse vendere sempre cose nuove e in maggiore quantità, ma cose utili e durature nella quantità necessaria, la situazione cambierebbe; non basta accrescere la tecnologia (ossia le percentuali di riciclo) e lasciare costante la volontà accrescitiva di profitti e consumi. Occorre rallentare l’aggiornamento tecnologico NON STRETTAMENTE INDISPENSABILE a fini comuni (spesso tale aggiornamento non ha fini comuni ma privati, serve a rendere vecchie le cose anche se sono ancora utili per espandere “il mercato”, il dio recente dell’umanità) e ridurre le esigenze di profitto che sono di una parte ridottissima dell’umanità, gli altri hanno bisogno di acqua, cibo e salute, casa, istruzione, pace, per se ed i proprii figli e nipoti non di un cellulare che vada più veloce.

Ho capito sono uno stupido idealista; vabbè me ne farò una ragione.

Postilla.

Paul Lafargue il genero di Marx che morì suicida scrisse questo:

«tutti i nostri prodotti sono adulterati per facilitarne il logoramento e abbreviarne l’esistenza. La nostra epoca sarà chiamata l’età della falsificazione, proprio come le prime epoche dell’umanità sono state chiamate età della pietra, età del bronzo, dal carattere della loro produzione. C’è chi accusa di frode i nostri pii industriali, quando in realtà l’intento che li anima è di dare lavoro agli operai, che non sanno rassegnarsi a vivere con le braccia incrociate. Queste falsificazioni, che hanno come unico movente un sentimento umanitario ma procurano superbi profitti agli imprenditori che le praticano, se sono disastrose per la qualità delle merci, se sono una fonte inesauribile di spreco del lavoro umano, testimoniano la filantropica ingegnosità dei borghesi e l’orribile perversione degli operai che, per appagare il loro vizio del lavoro, obbligano gli industriali a soffocare le proteste della loro coscienza e perfino a violare le leggi dell’onestà commerciale.»
(Paul Lafargue, Il diritto alla pigrizia, III. Che cosa segue alla sovrapproduzione 1880)

Più recentemente uno scrittore americano, certo non estremista, scrisse negli anni 60 del secolo scorso un libro che denunciava la pratica dell’obsolescenza programmata e del consumismo spinto: The waste makers (I costruttori di immondizia).

La sua descrizione di quella che giustamente considerava una utopia negativa nell’introduzione del libro è la seguente:

The people of the United States are in a sense becoming a nation on a tiger. They must learn to consume more and more or, they are warned, their magnificent economic machine may turn and devour them. They must be induced to step up their individual consumption higher and higher, whether they have any pressing need for the goods or not. Their ever-expanding economy demands it.

If modifications are forced upon the private-enterprise system of the United States in the future, it will be because that system did too good a job of filling many of the needs of the people. Defeat on such terms, we should all agree, would be saddening.

Man throughout recorded history has struggled—often against appalling odds—to cope with material scarcity. Today, there has been a massive break-through. The great challenge in the United States—and soon in Western Europe—is to cope with a threatened overabundance of the staples and amenities and frills of life.

……..

When I refer to the waste makers at large in the land, I refer primarily to those who are seeking to make their fellow citizens more prodigal in their daily lives. In a broader sense, however, it could be asserted that most Americans are becoming waste makers. If I can help it, there will be no villains in this book. A charge of rape cannot be sustained by any adult when consent or co-operation has been given. Prodigality is the spirit of the era. Historians, I suspect, may allude to this as the Throwaway Age.

Il popolo degli Stati Uniti sta in un certo senso diventando una nazione a cavallo di una tigre. Devono imparare a consumare sempre di più o, sono avvertiti, la loro magnifica macchina economica può girare e divorarli. Devono essere indotti a intensificare sempre più il loro consumo individuale, indipendentemente dal fatto che abbiano o meno necessità urgenti di beni. La loro economia in continua espansione lo richiede. Se in futuro ci saranno modifiche forzate sul sistema di impresa privata degli Stati Uniti, sarà perché quel sistema ha fatto un lavoro troppo buono per soddisfare molte delle esigenze delle persone. La sconfitta a tali condizioni, dovremmo essere tutti d’accordo, sarebbe triste. L’uomo nel corso della storia conosciuta ha lottato, spesso contro difficoltà spaventose, per far fronte alla scarsità materiale. Oggi c’è stata una grande svolta. La grande sfida negli Stati Uniti – e presto nell’Europa occidentale – è far fronte a una minacciata sovrabbondanza di graffette, servizi e fronzoli della vita. …… .. Quando mi riferisco ai produttori di rifiuti in generale sulla Terra, mi riferisco principalmente a coloro che stanno cercando di rendere i loro concittadini più spreconi nella loro vita quotidiana. In un senso più ampio, tuttavia, si potrebbe affermare che la maggior parte degli americani stanno diventando produttori di rifiuti. Non ci saranno cattivi in questo libro. L’accusa di stupro non può essere sostenuta da nessun adulto quando sia stato dato il consenso o la cooperazione. Lo spreco è lo spirito dell’epoca. Gli storici, ho il sospetto, potranno alludere a questo periodo come l’era dello spreco.