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Prodotti di ieri e di oggi. 2. Formitrol.

In evidenza

Claudio Della Volpe

Questa settimana sono stato a casa con l’influenza; anche un po’ arrabbiato perchè ho fatto il vaccino, ma non è bastato; in realtà in molte regioni non si è usato il quadrivalente consigliato dall’ISS. Ma non in tutte. Nella mia si è usato.

Il fatto è che può succedere anche ai vaccinati di ammalarsi; perchè? Beh ne abbiamo parlato qualche mese fa: la sieroconversione è parziale e quella del vaccino antinfluenzale non supera il 70% nel migliore dei casi e dunque quello che avviene è che si riduce la probabilità, ma non c’è alcuna sicurezza; inoltre ci sono ceppi non coperti.

“La diffusione dell’influenza è superiore alle attese” avverte il presidente dell’Istituto Superiore di Sanità, Walter Ricciardi.

Influnet registra 3 milioni 883 mila contagi da inizio stagione, che cosa significa?

“Vuol dire che il virus sta circolando tantissimo, la peggiore epidemia influenzale degli ultimi 14 anni, a fine stagione ci saranno più allettati di quanto previsto”.

Le regioni dovevano somministrare vaccino quadrivalente. Hanno tirato al risparmio? 

“È una constatazione, senza spirito polemico. Che sia germe, microbo, virus o batterio, è nostro dovere garantire la maggiore copertura. Per il costo, questi vaccini derivano da investimenti importanti, da qui il prezzo”.

Quindi questa alta diffusione dei contagi a livello nazionale come si spiega?

“Le coperture vaccinali sono state modeste negli anziani, negli italiani in generale. E il vaccino quadrivalente, che fornisce copertura anche contro il ceppo, Yamagata di tipo B, è stato somministrato solo nel 40% dei casi. Il 60% dei vaccini era trivalente e copriva solo tre ceppi A-H1N1, A-H3N2 e un solo tipo di virus B”.

Ci sono poi le mutazioni, le forme influenzali particolarmente insidiose.

“Fortunatamente non abbiamo avuto la variante inglese, ancora più pericolosa. Loro hanno chiuso tutti gli ospedali, rinviato gli interventi chirurgici. Ma i virus non hanno confini, dobbiamo stare in guardia. Sono d’accordo per questo con le osservazioni di Cricelli della Simg e con Bernabei di Italia Longeva, tutelare e prevenire, con un occhio di riguardo verso bambini, anziani e fragilità”.

(https://www.quotidiano.net/cronaca/influenza-2018-1.3672810)

Insomma il mio mal di gola accompagnato da mal di testa, malessere generale durato una settimana mi ha obbligato ad usare dei farmaci sintomatici, come avviene per milioni di altre persone.

E così ho cominciato a ricordare che da ragazzo ne ho sofferto veramente parecchio; ogni anno avevo un mal di gola con febbre alta, fino a 14 anni, quando fu deciso che sarei stato operato, un intervento che si faceva senza alcuna anestesia, durava un po’ e aveva l’unico aspetto positivo che dopo, per un paio di settimane ricevevi, oltre ad indegne pappette morbide, tanti gelati e soprattutto NON andavi a scuola!!!!

Beh comunque sia per anni ho usato farmaci sintomatici contro il mal di gola (gli antibiotici arrivavano solo dopo un po’ e nei primi anni 60 erano cari e anche pochi). E quale era il farmaco preferito da tutti i ragazzi della mia età?

Il FORMITROL!!!

Era il più comune antisettico orale e uno tra i prodotti di punta dei laboratori Dr. Wander di Milano, che produceva anche l’Ovomaltina e il Cioccovo; ma sinceramente gli ultimi due li conoscevo per pubblicità ma non li ho mai mangiati (a casa mia in periferia di Napoli erano più comuni le uova fresche: quasi tutti avevano in casa una gallina o anche più, ovviamente sul terrazzo o sul balcone; ci credete?).

L’alternativa era il clorato di potassio, puro. Ma a me piaceva di più il Formitrol.

Dentro c’erano alcune cosette molto particolari:

http://vecchiestampe.blogspot.it/2013/11/formitrol-1957.html

La composizione la trovate nella foto sopra:1g di pastiglia: 10mg di formaldeide, 1 di mentolo e il resto: zucchero, acido citrico ed essenze non identificate che attiravano i bambini.

La formaldeide o aldeide formica fu sintetizzata per la prima volta nel 1867 da August Wilhelm von Hofmann, facendo reagire i vapori dell’alcol metilico su una lamina di platino molto calda.

Si tratta dell’aldeide più semplice e anche più piccola, che è un antibatterico potentissimo, ma viene anche impiegata nella produzione di vaccini (basati su microorganismi uccisi), nella conservazione dei campioni istologici, nell’imbalsamazione, nella produzione della bachelite, nelle schiume isolanti, come additivo alimentare nei prodotti affumicati (E240), nelle colle e in tantissimi altri modi (produzione mondiale oltre 20 Mton/anno)

Tuttavia nel 2004 lo IARC (Agenzia Internazionale di Ricerca sul Cancro) ha deciso di includerla nell’elenco delle sostanze cancerogene per la specie umana: classe 1.

La sua molecola è planare; l’atomo di carbonio ha ibridazione sp2 ed è al centro di un triangolo circa equilatero ai cui vertici si trovano i due atomi di idrogeno e quello di ossigeno.

paraformaldeide (1,3,5-triossano)

Gassosa a temperatura ambiente, si trova generalmente in due forme: come soluzione acquosa al 37% o come paraformaldeide in forma di 1,3,5-triossano, molecola ciclica formata dall’unione di tre molecole di formaldeide. La ciclizzazione è una reazione reversibile, la paraformaldeide può essere riconvertita in formaldeide.

In soluzione acquosa, la formaldeide è in equilibrio con la sua forma idrata, il glicole metilenico (o “metandiolo”, CH2(OH)2 CAS. 463-57-0 EINECS 207-339-5). Tale equilibrio a temperatura ambiente è quasi completamente spostato a destra (K > 1000); pertanto una “soluzione acquosa di formaldeide” è di fatto una soluzione acquosa di glicole metilenico.[3]

(da Wikipedia)

L’Unione Europea ha messo al bando la formaldeide eliminandola dai prodotti finiti, ed imponendo una soglia molto severa in tutti gli altri casi.

Anche il Formitrol ha dovuto cambiare composizone:

Oggi abbiamo il Formitrol e il Neoformitrol, la cui composizione vedete qui sotto:

NEO-Formitrol : Cetilpiridinio cloruro mg 1. Gli altri componenti sono: aroma di limone speziato (12689), saccarina, paraffina liquida,polivinilpirrolidone, polivinilpirrolidone vinilacetato, talco, saccarosio per compressione.

Il cetilpiridinio è un tensioattivo cationico, dotato di capacità disinfettanti, disgrega le membrane cellulari batteriche, e presente anche in molti dentrifici e collutori (colluttorio è SBAGLIATO!!).

Simile alle molecole di membrana, ma con cariche opposte ha una potente azione disgregatrice.

Formitrol: Ogni pastiglia contiene 8,75 mg di flurbiprofene Eccipienti con effetti noti Isomalto 2160 mg/pastiglia Maltitolo 383 mg/pastiglia Idrossianisolo butilato (E320) 0,013 mg/pastiglia

Il flurbiprofene è un’ antinfiammatorio potente, ma anche potenzialmente tossico, con vari effetti collaterali.

Molecola otticamente attiva, usata in miscela, è un classico dei FANS, antinfiammatori non steroidei, di cui condivide il meccanismo di azione (inibizione della sintesi di prostanglandine e quindi blocco della cascata infiammatoria).

Dubito che possano anche solo pallidamente bissare il successo del Formitrol presso i bambini della mia epoca. Pensateci, un agente cancerogeno conclamato venduto per anni come antisettico e consigliato a tutti i bambini (anche d’estate). Di sapore era buono, direi……pungente! E dopo tutto siamo una delle generazioni più longeve.

Voi che ne dite?

Standard, norme e certificazioni.1. Cosa sono e perché ne abbiamo bisogno?

In evidenza

Marino Melissano

L’importanza della standardizzazione e della normazione

Cos’è una norma? Ce lo dice la Direttiva Europea 98/34/CE del 22 giugno 1998: “norma” è la specifica tecnica approvata da un organismo riconosciuto a svolgere attività normativa per applicazione ripetuta o continua, la cui osservanza non sia obbligatoria.

Infatti:

  • le norme sono volontarie: costituiscono un riferimento che le parti interessate si impongono spontaneamente;
  • sono basate sul consenso e sulla trasparenza: devono essere approvate con il consenso di tutti coloro che hanno partecipato ai lavori e l’iter di approvazione è pubblicato e messo a disposizione degli interessati;
  • sono democratiche: tutte le parti interessate possono partecipare ai lavori e formulare osservazioni;
  • ogni cinque anni vengono sottoposte a riesame.

Quindi, le norme sono documenti che definiscono le caratteristiche di un prodotto, di un processo, di un servizio (dimensionali, prestazionali, ambientali, di qualità, di sicurezza, di organizzazione), secondo lo stato dell’arte e sono il risultato del lavoro di migliaia di esperti in Italia e nel mondo.

E ancora: «possiamo affermare che oltre a creare vantaggio per la comunità dei produttori e per la società economica nel suo complesso, le norme salvaguardano gli interessi del consumatore e della collettività.» Una norma è un documento che prescrive come fare bene le cose, garantendo sicurezza, rispetto per l’ambiente e prestazioni certe. (www.uni.com)

Norme e standard sono la stessa cosa?

 Spesso le due voci sono usate indifferentemente, considerato però che gli standard sono norme tecniche.

Alla voce “standard” dell’enciclopedia Treccani on line troviamo:

«Modello o tipo di un determinato prodotto, o insieme di norme fissate allo scopo di ottenere l’unificazione delle caratteristiche (standardizzazione) del prodotto medesimo, da chiunque e comunque fabbricato. Anche, insieme degli elementi che individuano le caratteristiche di un determinato processo tecnico

Tale concetto non è riferibile esclusivamente all’ambito tecnologico, ma in generale a tutto l’ambito della produzione manifatturiera e industriale. Si coglie quanto la possibilità di fare affidamento su uno standard generalmente riconosciuto e le cui caratteristiche siano pubbliche, agevoli la produzione industriale in due direzioni:

  • per chi progetta e produce, poiché, conoscendo tali informazioni, può evitare un dispendio di risorse e ha maggiori possibilità che il suo prodotto sia accolto dal mercato;
  • per i consumatori, poiché, ricevendo prodotti ideati sulla base di standard condivisi, avranno maggiori garanzie che tali prodotti possano funzionare tra di loro.

Ciò trova conferma in un passaggio del libro intitolato emblematicamente “Le regole del gioco”, prodotto da UNI (ente di standardizzazione italiano) con lo scopo di fare informazione e divulgazione in materia di normazione:

«applicare uno standard è: promuovere la sicurezza, la qualità della vita e la conservazione dell’ambiente, regolamentando prodotti, processi e servizi; migliorare l’efficacia ed efficienza del sistema economico, unificando prodotti, livelli prestazionali, metodi di prova e di controllo; promuovere il commercio internazionale, armonizzando norme e controlli di prodotti e servizi; facilitare la comunicazione, unificando terminologia, simboli, codici ed interfacce; salvaguardare gli interessi del consumatore e della collettività

Pari interesse desta la definizione più succinta presente nella sezione “Frequently asked questions” del sito web dell’ISO (autorevole ente di normazione a livello mondiale):

«[A standard is] a documented agreement containing technical specifications or other precise criteria to be used consistently as rules, guidelines, or definitions of characteristics to ensure that materials, products, processes and services are fit for their purpose.»

Come la precedente, anche questa definizione sembra dare per acquisito che l’idea di standard e di norma siano pressoché coincidenti. Si noti infatti l’accento posto sul concetto di “accordo documentato” contenente le specifiche tecniche o altri criteri per lo sviluppo di materiali, prodotti, processi e servizi.

Gli standard normativi servono ad assicurare la qualità e la sicurezza del contenuto o del trattamento di un’informazione o di un servizio.

Quando si tratta di documenti elettronici, la standardizzazione è cruciale, perché condiziona la diffusione e garantisce un accesso realmente aperto alle informazioni.

Standard de jure e de facto

Si parla di standard de jure quando lo standard è frutto di un regolare processo di analisi tecnica e di definizione, gestito da apposite organizzazioni, e quando è stato formalizzato e descritto in uno specifico documento chiamato comunemente “norma tecnica”, o anche più semplicemente “norma”; di conseguenza gli enti preposti a questo tipo di attività vengono denominati enti di formazione (o anche più genericamente di standardizzazione).

Le norme vengono formalizzate attraverso un complesso meccanismo di consultazione e analisi (Comitati di progetto, CP) che vede il coinvolgimento, da parte dell’ente di normazione, di esperti del settore industriale implicato (Comitati Tecnici, CT) e dei cosiddetti stakeholders, ovvero i soggetti potenzialmente interessati allo standard nascente, tra cui i rappresentanti dei consumatori. Ovviamente l’autorevolezza di una norma dipende anche (anzi, soprattutto) dalla presenza del maggior numero di tecnici, di stakeholders coinvolti nel processo e dalla loro autorevolezza. Una norma deve basarsi su comprovati risultati scientifici, tecnologici e sperimentali.

Ci sono modelli di riferimento che, solo per la loro elevata diffusione, vengono comunemente considerati standard, ma in realtà non sono mai stati riconosciuti come tali da apposite organizzazioni attraverso un regolare processo di standardizzazione: si parla in questo caso di standard de facto.

 

Norme e certificazioni

Fare norme non significa fare certificazione. Queste vengono effettuate da appositi enti accreditati: In base al Reg. CE 765/2008 (eur-lex.europa.eu) è Accredia, che garantisce la certificazione, in conformità alle norme UNI.

Norme tecniche e leggi

Tra normazione tecnica e legislazione esiste un rapporto stretto, ma anche complesso. Se infatti l’applicazione delle norme tecniche è volontaria, quando queste vengono richiamate nei provvedimenti legislativi può intervenire un livello di cogenza, delimitato pur sempre dal contesto di riferimento. La sinergia più corretta è quella della co-regolamentazione: il legislatore affida alla normazione la definizione degli elementi sufficienti al raggiungimento degli obiettivi di legge.
Sono infatti numerosi i provvedimenti di legge che fanno riferimento – genericamente o con preciso dettaglio – alle norme tecniche, a volte obbligatoriamente, altre solo preferenzialmente.

Uno dei casi più emblematici di sinergia tra norme e leggi è dato dalle direttive europee, cosiddette “Nuovo approccio” (GU dell’UE del 26.07.2016), che definiscono i requisiti essenziali di salute e sicurezza dei prodotti. La legislazione deve fissare solo i requisiti essenziali di sicurezza e non le specifiche tecniche della produzione. La stesura delle specifiche tecniche è demandata agli organismi di normazione europei.

I produttori possono liberamente scegliere come rispettare tali requisiti obbligatori, ma se lo fanno utilizzando le norme tecniche europee “armonizzate” (cioè norme elaborate dal CEN su richiesta della Commissione Europea e citate dalla Gazzetta Ufficiale) i prodotti beneficiano automaticamente della presunzione di conformità e possono dunque liberamente circolare nel mercato europeo.

In una economia di libero scambio, la normazione volontaria è la chiave di volta della governance del mercato unico: rappresenta una regolamentazione indispensabile per riequilibrare i rapporti di forza tra gli operatori, tutelare gli interessi dei consumatori e supportare le azioni regolamentative.

Uno dei grandi valori della normazione sta, dunque, nella sua funzione di supporto alla legislazione.

Le prescrizioni di legge possono trovare la loro concreta declinazione nelle norme tecniche, che semplificano il sistema e rendono più veloce e automatico l’aggiornamento del corpus legislativo.

Alcuni esempi più recenti e significativi del rapporto virtuoso tra norme e leggi:

  • Edifici scolastici: norme di prevenzione incendi
  • Acquisti sostenibili e criteri ambientali minimi
  • Verso la green economy: la legge 221/2015 cita le norme UNI
  • Direttiva EN-71: la sicurezza dei giocattoli
  • Salute e sicurezza sul lavoro: richiamo delle norme UNI nelle leggi del settore
  • UNI EN 1811:2011: norma armonizzata ai sensi del Reg. 1907/2006, conosciuto come regolamento REACH (Registration, Evaluation and Authorization of Chemicals). La norma specifica un metodo per simulare il rilascio di Ni, utilizzato per determinare la conformità degli articoli sottoposti al test all’allegato XVII, punto 27, del REACH.

Si cita, a questo proposito, la sentenza di primo grado sul caso Thyssen (Trib. Torino, Corte d’Assise, 15 aprile 2011), che, di fronte alle argomentazioni della difesa che lamentava le difficoltà legate al dare adempimento all’obbligo previsto dall’articolo 2087 c.c.( “il datore, per tutelare l’integrità psico-fisica del prestatore, ha l’obbligo di predisporre le cautele necessarie secondo la particolarità del lavoro, l’esperienza e la tecnica): dapprima premette che “la Corte non ignora una ipotizzabile difficoltà, per il datore di lavoro, di conoscere effettivamente come comportarsi […] a fronte di un dovere generale di solidarietà e di una espressione di ampio contenuto quale quella di cui all’art. 2087 c.c. […].” 

Ma poi aggiunge che “il dovere generale di tutela, derivante dalla Costituzione e dall’art. 2087 c.c., funge da – elementare, ma altrettanto fondamentale – criterio interpretativo per tutta la legislazione in materia di sicurezza e di salute dei lavoratori, a cominciare dal D.Lgs 626/94 (ora D.Lgs. 81/08), passando per i decreti ministeriali, per giungere alle norme “tecniche”, le quali ultime, riproducendo lo “stato dell’arte” (nel nostro caso, relativo alla materia di prevenzione antincendio), costituiscono il “contenuto” preciso del rinvio alla “tecnica” ed alle “conoscenze acquisite in base al progresso tecnico” come indicate all’art. 2087 c.c. all’art. 3 D.Lgs 626/94.” [Ora art. 15 c. 1 lett c).D.Lgs. 81/08.]

 

Dunque – secondo la sentenza torinese – le norme tecniche, riproducendo lo “stato dell’arte”, costituiscono il “contenuto” preciso del rinvio alla “tecnica”, operato dall’articolo 2087 del codice civile, ed anche del rinvio che l’attuale art. 15 del D.Lgs.81/08 (“misure generali di tutela”) fa alle “conoscenze acquisite in base al progresso tecnico”.

Direttiva EN-71: la sicurezza dei giocattoli

Le norme tecniche UNI EN 71, adottate e pubblicate in Italia dall’UNI (www.uni.com), stabiliscono i requisiti di sicurezza e i metodi di prova sui giocattoli destinati ai bambini fino ai 14 anni di età.

Dette norme sono rientrate nella DIR CE 2009/48, recepita in Italia dal Dlgs 54 dell’11.04.2011 e quindi sono diventate cogenti.

Molti giocattoli sono però di importazione cinese.

E’ obbligatorio rispettare gli standard EN 71 quando si importano giocattoli dalla Cina?

Sì. Non vi è alcuna differenza tra il realizzare il prodotto in Europa o l’importarlo da un altro paese: bisogna comunque rispettare gli standard EN 71. Il problema è che a volte è difficile capire se un dato prodotto sia da considerarsi un “giocattolo” o meno ai sensi della direttiva EN 71. La definizione più comune è la seguente: se un prodotto può venir usato per giocare ed è destinato ai minori di 14 anni, allora deve essere conforme alla direttiva EN 71. Sembra che solo il 12% dei fornitori di giocattoli presenti su portali commerciali dichiari di poter produrre giocattoli conformi alla direttiva EN 71.

Come se non bastasse, molti fornitori cinesi tendono a mentire sui certificati in modo da assicurarsi il maggior numero possibile di clienti europei o americani. Quindi, siccome sappiamo per esperienza che buona parte dei certificati dichiarati sono falsi o scaduti, ci sentiamo di affermare che solo il 3-5% dei fornitori cinesi di giocattoli sia qualificato per esportare in Europa.

D’altronde, è l’importatore ad essere legalmente responsabile – sia a livello civile che penale – per il rispetto delle direttive europee, non certo il fornitore cinese. (https://cinaimportazioni.it)

Chi si occupa di standardizzazione

La standardizzazione è effettuata a livello internazionale dall′International Organization for Standardization (ISO), mentre a livello europeo è effettuata dal Comitato Europeo di Normazione (CEN) ed a livello italiano dall’Ente nazionale italiano di unificazione (UNI), mentre negli USA l’ente di standardizzazione è l′American National Standards Institute (ANSI), membro dell’ISO. La CEI è un’associazione di normazione tecnica in campo elettrotecnico ed elettronico, che partecipa, su mandato dello Stato italiano, ai lavori del CENELEC e dello IEC. In base alla L 186/1968, tutti i materiali, le apparecchiature, i macchinari, le installazioni e gli impianti elettrici ed elettronici, devono essere realizzati e costruiti a regola d’arte, e quelli prodotti secondo le norme CEI si considerano costruiti a regola d’arte.

L’UNI è un’associazione privata senza scopo di lucro, che partecipa, in rappresentanza dell’Italia, all’attività normativa degli organismi internazionali di normazione ISO. Riconosciuto dal Reg. 1025/2012 UE (art. 27), nel 2016 ha pubblicato 1.702 norme. L’attività di normazione è svolta da una struttura multilivello, articolata in circa 1.100 organi tecnici (OT) e 7 organizzazioni esterne indipendenti (Enti federati), sotto la supervisione della Commissione Centrale Tecnica (CCT), che coordina i lavori di normazione e approva, su proposta dell’OT competente, il recepimento delle norme ISO.

In ambito alimentare è da citare anche il Codex Alimentarius, insieme di regole e normative adottate da 181 Paesi ed elaborate dalla Commissione del Codex, istituita nel 1963 dalla FAO e dall’OMS. Gli standard del Codex si basano su dati e considerazioni oggettive, confortate da acquisizioni scientifiche, provenienti da organismi di ricerca indipendenti e/o su consultazioni internazionali ad hoc, organizzate dalla FAO e dall’OMS. Pur se costituiscono solo raccomandazioni, gli standard del Codex sono spesso usati come base per le legislazioni sanitarie, tecniche e commerciali dei vari Paesi.

Occorre qui citare anche l’ANEC, (European consumer voice in standardization), che difende gli interessi dei consumatori nei processi di standardizzazione e certificazione, collaborando in tal senso con la CE, nella stesura e nell’implementazione delle norme.

Le sigle che caratterizzano le norme

Le norme, oltre che da numeri, sono indicate da sigle. Dalla sigla si può risalire a chi l’ha elaborata e alla sua validità.

Le principali sigle che caratterizzano una norma sono:

  • UNI: contraddistingue tutte le norme italiane e, se è l’unica sigla presente, significa che la norma è stata elaborata direttamente dalle commissioni UNI o dagli enti federati;
  • EN: identifica le norme elaborate dal CEN (Comité Européen de Normalisation). Le norme EN devono essere obbligatoriamente recepite dai Paesi Membri. La loro sigla di riferimento diventa, nel caso dell’Italia, UNI EN. Queste norme servono ad uniformare la normativa tecnica in tutta Europa;
  • ISO: individua le norme elaborate dall’ISO, che sono un riferimento applicabile in tutto il mondo. Ogni Paese può decidere se rafforzarne il ruolo adottandole come proprie norme nazionali; in questo caso, in Italia, la sigla diventa UNI ISO o UNI EN ISO, se la norma è stata adottata anche a livello europeo.

ALCUNI ESEMPI

Per percepire quanto questa tematica influisca sulla vita di tutti noi (pur inconsapevoli), basta avanzare alcuni esempi:

  • i fogli A4 su cui uffici pubblici, aziende, professionisti e privati stampano i loro documenti rispondono ad un preciso standard dimensionale di 210 per 297 millimetri: da ciò deriva che se utilizziamo quel tipo di carta, siamo pressoché certi che riusciremo ad inserirla in qualsiasi modello di stampante, di fotocopiatrice, di rilegatrice presenti sul mercato;
  • la tastiera alfanumerica comunemente detta “QWERTY” dalle prime lettere in essa presenti (da sinistra in alto), è il tipo di tastiera ormai universalmente utilizzato, da noi, su computer, palmari, smartphone, macchine da scrivere e altri dispositivi simili. Molte persone sono ormai così avvezze alla posizione delle lettere che possono digitare ampie porzioni di testo senza nemmeno guardare direttamente la tastiera; e questo indipendentemente dal tipo di dispositivo che si sta utilizzando. Si provi a immaginare il disorientamento e il disagio in cui ci troveremmo se ciascun produttore di dispositivi elettronici utilizzasse un proprio diverso ordine nella disposizione delle lettere.

Insegnare la chimica in inglese?

In evidenza

Enrico Prenesti*

Insegnare la chimica in inglese? La deriva anglofila dell’università e le sue conseguenze per docenti, studenti e cittadini italiani

Introduzione

Il momento storico-sociale nel quale ci troviamo è particolare – soprattutto per la velocità di cambiamento cui le persone sono sottoposte sul lavoro come nella vita privata – ma alcuni fenomeni che sembrano legati alla novità della globalizzazione si sono già visti nel corso della storia e ora, semplicemente, si ripresentano attualizzati rispetto ai mezzi impiegati per sostenerli e propagarli. Per quanto d’interesse specifico per l’area accademica, la globalizzazione include il fenomeno dell’anglicizzazione dell’università, con ossequio reverenziale ingravescente per la lingua e la cultura del mondo britannico o statunitense. Dopo aver minato la qualità della didattica con il passaggio da corsi di laurea a orientamento disciplinare a corsi di laurea a orientamento tematico, dopo aver frazionato i corsi di laurea in due cicli (salvo casi di lauree a ciclo unico) dilaga ora l’orientamento esterofilo dei corsi di laurea erogati in lingua inglese. Ormai da alcuni anni gli atenei italiani si sono organizzati per erogare interi corsi di laurea in lingua inglese, con l’aggravante che i docenti sono, nella stragrande maggioranza, madrelingua italiani con conoscenza della lingua inglese perlopiù autoreferenziale. Un’eccezione, in tal senso, è rappresentata da qualche raro docente madrelingua inglese, al quale è offerta una docenza temporanea a contratto, oppure da qualche individuo che rientra dall’estero dopo qualche esperienza tipicamente di ricerca scientifica. Dato lo sfinimento/svilimento finanziario degli atenei italiani, il fine dell’operazione menzionata è meramente mercantile, ovvero aumentare le iscrizioni – agendo su un bacino di utenza più ampio – e, quindi, le entrate.

L’anglofilia si manifesta in Italia in tantissimi ambiti e l’uso della terminologia inglese caratterizza svariate tipologie di ambienti. Purtroppo, gli italiani sono inguaribili esterofili, in tanti casi anche solo per adesione acritica a delle mode. Imitare è più comodo che impegnarsi per creare il proprio prodotto, il proprio prototipo di qualcosa da esibire con orgoglio e fierezza al mondo. Eppure, i riscontri mondiali della valentia italiana sono numerosi e distribuiti in tanti campi, incluso quello dell’istruzione, che vanta un’antica tradizione di eccellenza ancora oggi riconosciuta in tutto il mondo. Cesare Marchi (scrittore, giornalista e autore del libro “Impariamo l’italiano” [1]) rilevava che esterofilia e nazionalismo autarchico sono «le facce della stessa medaglia: l’inguaribile provincialismo. Il provinciale è un insicuro, che dubita della propria identità e si arrocca nella fortezza del nazionalismo xenofobo, oppure spalanca le porte a tutto ciò che viene da fuori». A quale fine dire (o scrivere) match per incontro, reporter per giornalista, team per squadra, step per passo, target per bersaglio, corner per angolo, ticket per biglietto, partner per compagno, endorsement per approvazione, commitment per impegno, performance per prestazione, ecc.? Per non parlare dei tanti anglismi (o anglicismi o inglesismi [2]) quali, implementare, settare, testare, monitorare, plottare, chattare, mixare, loggare, performante e via scrivendo. Per proseguire, infine, con gli sconclusionati connubi tra italiano e inglese: ne è un esempio il nome dato al sito web Verybello.it per promuovere gli eventi culturali italiani nel periodo dell’Expo2015. Qual è il vantaggio psicologico che le persone raggiungono con un tale comportamento linguistico? Il bisogno di distinguersi dagli altri? Il bisogno di ostentare cultura (o presunta tale)? Il bisogno di sentirsi cittadini del mondo? Il bisogno di allearsi con il più forte? Eppure, il mondo anglosassone ci deride: un articolo di Tom Kington, apparso su The Times il 19 ottobre 2016, era emblematicamente intitolato “Reinassance for the Italian language… everywhere but Italy”. In un articolo apparso su The New York Times, Beppe Severgnini [3] affronta l’interessante questione del turpiloquio e, nel contempo, dibatte sull’invasione di termini inglesi nella lingua italiana degli ultimi 30 anni. Giacomo Leopardi (linguista, oltre che poeta) già metteva in guardia dai barbarismi linguistici, ammettendo, tuttavia, l’uso di un vocabolo straniero quando non esisteva il corrispettivo italiano. L’autarchia lessicale è insensata tanto quanto l’esterofilia lessicale: entrambe le posizioni ostacolano lo scambio pacifico di idee imponendo spostamenti eccessivi di baricentro linguistico. Da un lato è ben noto che le lingue sono oggetti fluidi e mutevoli e risentono di diversi influssi e del cambiamento che caratterizza inevitabilmente l’umanità in evoluzione, dall’altro un risveglio di vigilanza sull’imposizione egemonica dell’inglese mi pare indispensabile. L’imposizione di una lingua diversa da quella in uso in un dato territorio è un atto di soggiogamento, perché sovverte la stabilità dei vinti imponendo la visione del mondo dei vincitori. Preservare il proprio patrimonio culturale e linguistico è opporsi con fierezza al pensiero unico omologante [4]: l’inglese, infatti, è una lingua di conquista, di dominio, parlata da un popolo esperto e consumato colonizzatore. Secondo Claude Hagège (linguista francese): «Una lingua non si sviluppa mai grazie alla ricchezza del suo vocabolario o alla complessità della sua grammatica, ma perché lo Stato che la utilizza è potente militarmente» e «Soltanto le persone poco informate pensano che una lingua serva unicamente a comunicare. Una lingua costituisce e rafforza una certa visione del mondo. L’imposizione dell’inglese è funzionale non solo a fini coloniali, ma equivale a imporre i propri valori». Dell’importanza rivestita dal fattore linguistico in una strategia di dominio politico era ben consapevole lo stesso Sir Winston Churchill, il quale dichiarò senza sottintesi (6 settembre 1943): «Il potere di dominare la lingua di un popolo offre guadagni di gran lunga superiori che non togliergli province e territori o schiacciarlo con lo sfruttamento. Gli imperi del futuro sono quelli della mente». Tale affermazione mostra competenza socio- e geopolitica entro la prospettiva storica, oltre a lucida e irriducibile spregiudicatezza. La lingua latina si diffuse in tutto l’impero romano: man mano che i Romani conquistavano nuove terre imponevano agli abitanti delle nazioni vinte l’uso del latino. Ancora, basta pensare allo spagnolo (pur nelle sue varianti) e al portoghese in Sud America, imposti dai conquistadores durante la colonizzazione delle Americhe dal XVI secolo.

Torre di Babele, dipinto di Pieter Bruegel del 1563

Forzare l’introduzione di una lingua straniera in settori chiave di un paese, quale è l’istruzione con i suoi corsi, significa agevolare l’intromissione di culture e poteri estranei alla tipicità e alla sovranità nazionale, rinunciando a diventare, invece, esportatori di cultura e di prodotti che sono espressione della creatività tipicamente italiana, riconosciuta e apprezzata in tutto il mondo. Si tratta, in sintesi, di un’operazione di svendita del Paese.

Lingua, diritti, istruzione e apprendimento

Non è solo questione di lingua, ma di cultura in generale. Tutte le lingue sono portatrici di cultura specifica, la lingua di istruzione non è mai neutra rispetto alla scelta dei contenuti. «Appare dunque evidente che nessuna lingua, per quanto eletta veicolo di comunicazione internazionale, può essere appresa al pari di un sistema segnaletico o di un codice artificiale, come quello della navigazione, ma deve essere insegnata secondo un approccio che ponga al centro del rapporto comunicativo e didattico tanto la vitalità della lingua quanto le peculiarità e le esigenze affettive e umane del soggetto in formazione» [5]. Nel 1999 la Conferenza generale dell’Unesco ha istituito per il 21 febbraio la Giornata internazionale della lingua madre, con «l’auspicio di una politica linguistica mondiale basata sul multilinguismo e garantita dall’accesso universale alle tecnologie informatiche» [6]; nel 2007 la Giornata internazionale della lingua madre è stata riconosciuta dall’Assemblea Generale dell’ONU.

Come la Confindustria vede la scuola e usa l’inglese.

Con la sigla L1 si indica la lingua nativa (o madre o materna o di acquisizione) dell’apprendente, qualunque altra lingua è generalmente indicata con la sigla L2. Secondo Heidi Dulay, Marina Burt e Stephen Krashen [7], con L2 si intende ogni lingua appresa in aggiunta alla propria lingua materna e usata come mezzo di comunicazione nel Paese in cui viene acquisita; una lingua appresa, di solito in un contesto scolastico, in un Paese in cui non serve come normale mezzo di comunicazione non è da considerarsi L2 ma lingua straniera. Il concetto stesso di lingua madre, e i diritti umani ad essa connessi, sono ancora oggetto di studio [8]. La modalità di apprendimento di una lingua diversa da quella nativa (diciamo, in generale, L2) è oggetto di molti studi. Un bambino, infatti, non incomincia mai ad apprendere la lingua materna studiando alfabeto o grammatica: tali procedure caratterizzano, invece, le prime fasi di apprendimento di L2. Mentre lo sviluppo di L1 ha inizio con l’uso libero e spontaneo del discorso, e culmina nella realizzazione consapevole delle forme linguistiche, in L2 lo sviluppo ha inizio con una realizzazione consapevole della lingua e culmina poi nel discorso. L’appropriazione di L1 avviene in modo inconsapevole e senza mediazione dell’intenzione e dell’impegno (quindi, senza sforzo), mentre l’apprendimento di L2 (salvo casi di crescita in contesto bilingue) richiede la mobilitazione di risorse cognitive e affettive che fanno capo allo sforzo guidato dalla motivazione. Pertanto: L1 è acquisita, L2 è appresa.

È centrale il fatto che l’apprendimento è strettamente connesso alla capacità di concettualizzazione e di astrazione che passano per pensiero e linguaggio [9]. In linguistica, l’ipotesi di Sapir-Whorf – altresì conosciuta come ipotesi della relatività linguistica – afferma che lo sviluppo cognitivo di ciascun essere umano è influenzato dalla lingua che parla. Siamo esseri linguistici, ovvero articolazione ontologica nel linguaggio. Secondo Rafael Echeverrìa (sociologo e filosofo cileno, fondatore dell’ontologia del linguaggio), il linguaggio è in se stesso azione: «Gli individui hanno la possibilità di creare se stessi attraverso il linguaggio. Nessuno è in una forma di essere data e immutabile che non permetta infinite modificazioni» [10]. Quindi, i migliori risultati di apprendimento delle discipline si ottengono con la lezione in L1. Erogando corsi in una lingua diversa da quella nativa, l’apprendimento disciplinare è a rischio, con conseguente diminuzione della qualità della didattica e, quindi, delle prospettive lavorative. Gli studenti che cadranno nella trappola dei curricula di studi in inglese (attratti da miraggi millantati da abili persuasori):

  • avranno minori possibilità di apprendere la chimica in modo approfondito (rispetto ai compagni che studiano in italiano) e, inoltre, individueranno con maggiori difficoltà i collegamenti esistenti tra i vari ambiti della scienza perché le lezioni, molto probabilmente erogate da docenti madrelingua italiani, perderanno di nitidezza e di profondità a scapito della scorrevolezza, dell’efficacia e dell’ampiezza di vedute resa possibile da una lezione fluida, appassionata, che esplora con accattivante destrezza gli stretti dintorni del tema in esposizione/dibattito;
  • incontreranno difficoltà ad argomentare la chimica in italiano e, quindi, porteranno un ridotto valore professionale in Italia;
  • perderanno l’opportunità di potenziare le loro competenze linguistiche di italiano e, quindi, di evolvere interiormente (sia per l’apprendimento disciplinare che per la capacità riflessiva e inferenziale che permette l’accesso allo sviluppo personale [9, 10]) e comunicativamente.

In seguito a un siffatto percorso di studi, gli studenti svilupperanno un modello mentale della chimica incompleto (comunque peggiore dell’attuale, già scadente rispetto a quello che ci si poteva formare con la laurea quinquennale) e saranno poco capaci di costruirsi modelli mentali plastici (scientifici o di altri ambiti) con i quali operare per affrontare e risolvere problematiche tecniche e sfide esistenziali [11]. In ogni caso, si può riconoscere un valore educativo al multilinguismo, ma l’adozione di una lingua straniera come veicolo linguistico unico nell’ambito dell’istruzione di un dato paese può solo produrre intralcio all’apprendimento con disorientamento degli studenti, appesantimento del lavoro dei docenti (con sollecito di abilità impreviste dalle condizioni di assunzione e dalla remunerazione) e disgregazione sociale e dovrebbe essere configurata tout court come vilipendio alla Repubblica. Certamente, si tratta di un’eccellente idea per chi volesse strumentalmente colpire l’istruzione italiana per promuovere l’ignoranza, con tutti i vantaggi di governabilità che ne possono derivare.

Comunicazione vs istruzione: università e lingua

La polarizzazione degli interessi delle università verso la ricerca scientifica (inclusa la valutazione dei docenti – anche in sede di reclutamento e avanzamento – basata quasi esclusivamente sulla produzione scientifica e i suoi dintorni stretti) sta conducendo a trascurare il diverso ruolo del linguaggio nei suoi campi d’azione. È innegabile che la lingua inglese abbia saputo imporsi nel mondo come lingua franca (o lingua veicolare), cioè come lingua passe-partout che permette la comunicazione tra parlanti di diversa nazionalità. Impiegare l’inglese come lingua di istruzione unica tra studenti e docenti madrelingua italiani, però, significa ignorare i concetti di linguistica, neuroscienze, antropologia, psicopedagogia e pedagogia interculturale che riferiscono dell’importanza della lingua materna nel processo educativo e di apprendimento delle discipline. Insegnare una disciplina in una lingua diversa dalla propria nel proprio Paese non è un cambiamento di prassi didattica ma è il sovvertimento di un paradigma e rappresenta un inganno per gli studenti italiani, poiché comporta una deriva al ribasso dell’apprendimento disciplinare e culturale in genere, tanto più in un momento in cui si è abbassata la competenza linguistica sull’italiano. Sostiene l’uso dell’inglese nell’istruzione chi ignora le relazioni esistenti tra lingua e apprendimento e, in generale, i fondamenti della psicopedagogia.

L’impegno linguistico è diverso se si considera la comunicazione tra pari che impiegano una lingua veicolare (come è nel caso dell’uso dell’inglese su riviste scientifiche o nei congressi internazionali) oppure il processo di insegnamento-apprendimento, nel quale il discente è sollecitato all’uso di risorse cognitive e affettive che risultano potenziate dalla lingua materna e depotenziate da altri linguaggi. Una cosa è parlare tra esperti per condividere un concetto, un’altra è spiegare a dei novizi per guidare l’apprendimento di un concetto. Il miglior metodo didattico è quello che mira a riprodurre e assecondare i percorsi di apprendimento spontanei; in tal senso, è noto dalla letteratura biologica [12] e psicopedagogica che la competenza linguistica può realizzarsi pienamente solo se l’apprendimento di una data lingua abbia luogo prima della pubertà: ciò implica che l’inglese – se gli si vuole riconoscere il ruolo di lingua passe-partout nell’istruzione italiana – va appreso entro la scuola dell’obbligo. Chi arriva a studiare all’università l’inglese lo deve già conoscere e padroneggiare, mentre la lingua di istruzione nei corsi di insegnamento accademici italiani deve essere l’italiano.

Agevolare lo scambio di idee e di persone a livello mondiale può essere un obiettivo condivisibile, nondimeno l’operazione che porta a identificare l’internazionalizzazione degli atenei con l’erogazione in inglese dei relativi corsi di insegnamento è frutto di un’interpretazione discutibile e animata da preconcetti estranei all’equazione dell’apprendimento. Da capire se la radice di tale interpretazione sta:

  • nell’assenza di volontà di procurarsi la documentazione bibliografica di linguistica, psicopedagogia e neuroscienze, di studiarla, di capirla e di usarla per assumere decisioni fondate (con quello che costa l’attuale mastodontica produzione scientifica, qualcosa di pertinente si potrebbe anche leggere (e capire), prima di imporre modifiche epocali (e nocive) di impostazione);
  • nell’imitazione acritica di comportamenti adottati da altri e ritenuti non già utili ma inevitabili;
  • nella necessità di aumentare le iscrizioni di studenti – con un’offerta formativa appetibile anche per studenti stranieri – per il bene delle finanze e, quindi, dei bilanci.

In generale, quindi, si tratta di capire se si lavora per l’apprendimento delle discipline o per l’aumento del numero di immatricolazioni (al quale può essere connessa la sopravvivenza di un’istituzione nel momento in cui si lasci mano libera al liberismo economico a tutto tondo, con annullamento progressivo della funzione super partes dell’istituzione pubblica). Docenti madrelingua italiani che insegnano le più disparate materie in inglese a studenti italiani e/o a studenti stranieri (di diversa madrelingua nella stessa aula) rappresentano il prodotto di chi si presta al proposito degli atenei di far cassa esibendo una facciata di apertura multiculturale verso il mondo.

Aspetti giuridici

Dal tempo della legge 240/2010 (c.d. legge Gelmini) sul riordino del comparto universitario, controversie legali sul tema dell’inglese in università infiammano questo scenario conflittuale, con coinvolgimento di TAR nel 2013 («È una soluzione che marginalizza l’italiano. Obbligare studenti e docenti a cambiare lingua è lesivo della loro libertà») [13], del Consiglio di Stato («L’attivazione generalizzata ed esclusiva di corsi in lingua straniera, non appare manifestamente congruente, innanzitutto, con l’articolo 33 della Costituzione») [14] e della Corte costituzionale nel 2017 («L’obiettivo dell’internazionalizzazione […] deve essere soddisfatto […] senza pregiudicare i principî costituzionali del primato della lingua italiana, della parità nell’accesso all’istruzione universitaria e della libertà d’insegnamento») [15]. Scontri di opinioni stanno animando tribunali, articoli di giornali e riviste, libri [16], convegni e petizioni. La sentenza definitiva del Consiglio di Stato del 2018 ha confermato la sentenza del Tar Lombardia n. 1348/2013 [13] e ha bocciato la decisione del Politecnico di Milano (promotore, dal maggio 2012, dell’internazionalizzazione degli atenei attraverso i corsi universitari erogati solo in inglese) di organizzare, nella sola lingua inglese, interi corsi di laurea magistrale e di dottorato di ricerca. Sono ora ammessi i corsi in inglese solo se affiancati dai corrispondenti in italiano. In ogni caso, occorre vigilare e procedere con riflessioni e azioni, poiché il fenomeno dell’intromissione della lingua inglese nell’istruzione italiana è oncogeno e metastatico: negli ultimi concorsi per insegnanti, dalla scuola materna alla superiore, è richiesta la certificazione B2 di inglese e questo è un segnale di degrado del tessuto linguistico e culturale in genere di questo Paese (per quanto esista una visione costruttiva e innocente di questa richiesta, se la si pensa in chiave di generale potenziamento culturale dei futuri docenti operanti in una società liquida [17] e ad alta mobilità). Inoltre, a livello universitario molti libri sono scritti in inglese senza un valido corrispettivo in italiano, questo anche perché scrivere libri di testo è un’attività didattica e l’impegno speso su tale fronte non è conteggiato per la valutazione dei docenti universitari italiani, e questo polarizza il loro impegno sul versante della ricerca scientifica (progettualità, reperimento fondi e, soprattutto, redazione di articoli scientifici per accrescere il proprio archivio di pubblicazioni, vera moneta della sopravvivenza accademica odierna) [18].

Atenei e internazionalità

L’inglese che si parla nel mondo ha poco a che spartire con quello delle élite londinesi, è un inglese di comodo, semplificato, che qualcuno denomina, non a caso, globish (dalla fusione delle parole globe e english): questo circola principalmente nelle aule universitarie italiane, non l’inglese. Per gli studenti stranieri che si vogliono istruire in Italia, poi, ci sono le università per stranieri (con varie sedi). Inoltre, uno studente straniero che scegliesse di frequentare l’università in Italia dovrebbe comunque apprendere l’italiano per integrarsi nel Paese; se non lo facesse si ritroverebbe socialmente isolato fuori dalle aule universitarie e, soprattutto, perderebbe gran parte dell’esperienza di crescita psicosociale e socioculturale connessa alla sua scelta di studi. Inoltre, non è scontato che uno studente straniero non madrelingua inglese preferisca una lezione in inglese (ovvero in globish, da un docente madrelingua italiano) a una in italiano: francofoni e ispanofoni, per esempio, potrebbero di gran lunga preferire l’italiano.

L’obiettivo dell’internazionalità è perseguito dagli atenei italiani ormai da vari anni, secondo modi improvvisati – didatticamente e pedagogicamente infondati – e scopi sociopolitici discutibili. Si rende oggi indispensabile lavorare per addivenire a un modello ecologico di internazionalizzazione degli atenei che preservi il primato della lingua italiana evitando l’operazione che porta a identificare l’internazionalizzazione degli atenei con l’erogazione in inglese dei relativi corsi di insegnamento. L’internazionalizzazione potrà essere declinata con esperienze di studio all’estero, che hanno il vantaggio di aprire le menti al cosmopolitismo, all’incontro, all’accoglienza delle diversità; se, però, resta centrale l’acquisizione della lingua inglese, coerenza vuole che solo i Paesi anglofoni siano considerati idonei a tale scopo, diversamente l’apprendimento soffrirà di un medium linguistico scadente.

L’insegnamento accademico si sta riducendo a un mero atto di trasferimento di informazioni e di tecnicismi (soprattutto nelle lauree di primo livello, fondate su un modello operazionale del sapere), con predilezione per gli aspetti procedurali a svantaggio di quelli concettuali; aggiungere a ciò l’introduzione dell’inglese nelle lezioni implica velocizzare il processo di scadimento di qualità della didattica a svantaggio degli studenti e di tutta la società entro la quale agiranno come laureati. Erogare insegnamenti universitari in inglese per aiutare i giovani a trovare lavoro all’estero (tale formula è molto usata dalla propaganda dei vertici accademici italiani), poi, implica aver rinunciato a risanare il mercato italiano del lavoro e condannare all’emigrazione i costosi e, talora, qualificati prodotti dell’istruzione pubblica italiana. Si tratta di un programma di smantellamento, svuotamento e impoverimento del Paese: entro un tale sciagurato paradigma, infatti, basato sullo sciupio degli investimenti e delle risorse umane, chi ha studiato in Italia a spese dei contribuenti italiani renderà i suoi servigi lavorativi in paesi stranieri, che ne usufruiranno e beneficeranno a costo zero, e questo è semplicemente autolesionistico.

Conclusioni

È innegabile che la lingua inglese abbia saputo imporsi nel mondo come lingua franca. Livellare nella lingua, però, non è favorire scambi di merci e circolazione di persone, non è agire per il bene del globo ma per accrescere l’appiattimento e l’asservimento nella gleba con il fine di semplificare le metodologie di detenzione del potere su scala mondiale, a fronte di tecnologie che agevolano la circolazione di informazioni nel mondo che minano la tenuta dei regimi dominanti. È pressoché impossibile dimenticare che l’inglese è lingua egemone per ragioni politiche e ci si mostrerebbe decisamente ingenui a ignorarlo come dato di fatto. Tuttavia, come ha scritto Claudio Magris, «La proposta di rendere obbligatorio l’insegnamento universitario in inglese rivela una mentalità servile, un complesso di servi che considerano degno di stima solo lo stile dei padroni» [19]. Ora, anche alla luce del recentissimo orientamento giuridico espresso dal Consiglio di Stato, mi auguro (ma già le dichiarazione del rettore del Politecnico di Milano, Ferruccio Resta, sono nel segno opposto) che le conventicole di potere ai vertici degli atenei italiani siano capaci di rivedere le loro decisioni in materia di istruzione e lingua e, soprattutto, di revisionare i pilastri della loro mentalità servile, gregaria e antipatriottica la quale, agita su larga scala, assoggetta il Paese a poteri forti e lo espone alla predazione e al disfacimento.

Il fondamento di una civiltà non è la scienza, è l’educazione, [20-22] e dall’educazione muove l’istruzione, che è veicolata dal linguaggio, vettore della storia e dell’identità di una comunità nazionale. La lingua è il fondamento di una civiltà, è il collante che tiene insieme un popolo, è la prima arma che si sfodera in un conflitto, preservarla e promuoverla con orgoglio è un dovere di tutti, dei docenti universitari di più.

Infine – partendo dai tanti reati impuniti che sono commessi di prepotenza nelle pieghe delle leggi e con l’ignavia, la distrazione o l’ignoranza della maggior parte dei soggetti coinvolti -, ricordo che:

  • il Regio Decreto 31 agosto 1933, n. 15924 (Testo Unico delle leggi sull’istruzione superiore), art. 271 (Capo I – Disposizioni Generali, al Titolo IV – Disposizioni generali, finali, speciali e transitorie), recita: «La lingua italiana è la lingua ufficiale dell’insegnamento e degli esami in tutti gli stabilimenti universitari» (nota: il decreto del Rettore del Politecnico di Milano del 2011, ordinava l’avvio in inglese di tutti i corsi locali di laurea magistrale in piena inottemperanza della legge);
  • l’articolo 33, 1º comma, della Costituzione Italiana sancisce che: «L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento» (nota: nessuno può costringere un docente italiano a tenere una lezione in una lingua che non è la sua nativa);
  • la legge 15 dicembre 1999, n. 482 (“Norme in materia di tutela delle minoranze linguistiche storiche”) stabilisce (art. 1): 1. «La lingua ufficiale della Repubblica è l’italiano. 2. La Repubblica, che valorizza il patrimonio linguistico e culturale della lingua italiana, promuove altresì la valorizzazione delle lingue e delle culture tutelate dalla presente legge»;
  • il riconoscimento esplicito dell’italiano come lingua ufficiale della Repubblica non è sancito dalla Costituzione ma è comunque espresso nello Statuto del Trentino-Alto Adige (art. 99: «Nella regione la lingua tedesca è parificata a quella italiana che è la lingua ufficiale dello Stato. La lingua italiana fa testo negli atti aventi carattere legislativo e nei casi nei quali dal presente Statuto è prevista la redazione bilingue») che, formalmente, è una legge costituzionale dello Stato Italiano.

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*Enrico Prenesti si è laureato in chimica nel 1991 e ha conseguito il Dottorato di ricerca in Scienze Chimiche presso l’Università degli Studi di Torino, dove ricopre oggi il ruolo di professore associato di Chimica dell’ambiente e dei beni culturali. Tiene diversi insegnamenti relativi al suo settore, alla chimica degli alimenti e alla qualità. I temi di ricerca scientifica riguardano lo sviluppo di modelli di simulazione relativi agli equilibri chimici in soluzione, ai biomateriali funzionalizzati nonché alla chimica clinica e bromatologica. Si occupa, inoltre, di qualità, di didattica, di divulgazione scientifica e di sviluppo personale.

Bibliografia

[1] Cesare Marchi, “Impariamo l’italiano”, Biblioteca Universale Rizzoli, 1990

[2] Tullio De Mauro, “È irresistibile l’ascesa degli anglismi?”, Internazionale, luglio 2016

[3] Beppe Severgnini, “Swearing, Italian Style”, The New York Times, 15 febbraio 2017

[4] Robert Phillipson, “Myths and realities of ‘global’ English”, Lang Policy, 2016

[5] Patrizia Mazzotta, “Sulla questione dell’inglese come lingua franca”, Scuola e Lingue Moderne, Garzanti Scuola, 5, 2001, pp. 12-16

[6] http://www.unric.org/it/attualita/15143

[7] Heidi C. Dulay, Marina K. Burt, Stephen D. Krashen, “Language two”, Oxford University Press, 1982

[8] Tove Skutnabb-Kangas, “Linguistic Genocide in Education – or Worldwide Diversity and Human Rights?”, Taylor & Francis, 2000

[9] Lev S. Vygotskij, “Pensiero e linguaggio”, Laterza, 2008

[10] Rafael Echeverrìa, “Ontología del Lenguaje”, J. C. Saez Editor, 2003

[11] Jeremy Holmes, “La teoria dell’attaccamento. John Bowlby e la sua scuola”. Raffaello Cortina Editore, 2017

[12] Eric Lenneberg, “Fondamenti biologici del linguaggio”, Bollati Boringhieri, 1982

[13] TAR Lombardia, sentenza del 23/05/2013 n. 1348/2013

[14] Ordinanza del Consiglio di Stato del 22/01/2015

[15] Sentenza n. 42 del 2017 della Corte Costituzionale (depositata in Cancelleria il 24/02/2017)

[16] Maria Luisa Villa, “L’inglese non basta. Una lingua per la società”, Mondadori Bruno editore, 2013

[17] Zygmunt Bauman, “Liquid modernity, Cambridge (UK), 2000

[18] Enrico Prenesti, “Le distorsioni della ricerca scientifica attuale: variabili, conseguenze, responsabilità e rimedi”, La chimica e l’industria Web, 3(1), gennaio 2016

[19] Claudio Magris, “L’università in inglese pericolo per l’italiano” (L’uso delle lingue straniere va promosso ma senza rinunciare alla nostra identità), Corriere della sera, luglio 2012

[20] Avram Noam Chomsky, Heinz Dieterich, “La società globale. Educazione, mercato e democrazia”, La Piccola editore, 1997

[21] Avram Noam Chomsky, “Democrazia e istruzione. Non c’è libertà senza l’educazione”, EdUP editore, 2005

[22] Enrico Prenesti, “Sapere per essere. Dizionario di crescita personale”, Aracne editore, 2017

La vita, l’entropia e la rottura della simmetria.

In evidenza

Claudio Della Volpe

Accolgo l’invito di Luigi Campanellla (e le osservazioni di Alfredo Tifi) che pur non essendo un termodinamico ha sentito l’esigenza di introdurre questo argomento nel blog.

Oggi vorrei parlarvi della vita e di come la termodinamica può interpretarla e per fare questo vorrei discutere con voi l’argomento dell’entropia del corpo umano.

Il corpo umano non è un sistema all’equilibrio e dunque non è banalmente soggetto alla lettera delle regole che valgono per i sistemi approssimabili come di equilibrio; inoltre la seconda legge è scritta classicamente per un sistema isolato mentre il corpo umano è un sistema aperto, scambia materia ed energia con l’ambiente che lo circonda e nel fare questo attraversa un complesso insieme di stati che gli consente di nascere, crescere e svilupparsi; dopodichè, dopo un percorso che temporalmente dura circa 100 anni, nei casi più fortunati (o sfortunati, dipende dalle circostanze), ossia all’incirca 3×109 sec, il corpo umano va incontro ad una fase che si avvicina moltissimo a quello che definiamo equilibrio; comunemente, nell’inesatto linguaggio comune, tale fase prende anche il nome di morte.

Per parafrasare una antica poesia egiziana:

La morte non è che l’inizio, ma della fase di equlibrio.

– Antica Preghiera Egizia –

(XXV sec. a.C.)

La morte non è che la soglia di una nuova vita…
oggi noi viviamo, e così sarà ancora…
sotto molte forme noi torneremo.

http://www.miezewau.it/anonimo_egiziano.htm

Una prima osservazione che possiamo fare è che la massa di atomi che costituisce un corpo umano non è poi molto grande, circa 70-80kg di carbonio, idrogeno, ossigeno, azoto, zolfo, calcio, sodio, fosforo ed alcuni metalli; lo stato di massima simmetria (ed anche il più probabile) di tale insieme di atomi non è certo un corpo umano; piuttosto sarebbe quella di un gas di tali atomi completamente ed uniformemente mescolati.

Se dispersi nello spazio, lontano da qualunque sorgente di gravità e di calore esso costituirebbe uno stato simmetrico e verosimilmente di equilibrio; in ogni direzione un tale gas avrebbe le medesime proprietà e rimarrebbe così mescolato per un tempo indefinito se lo isolassimo in un contenitore senza che nulla potesse interagire con esso.

Di tutti i possibili stati che tale sistema di atomi potrebbe occupare, il corpo umano (e se è per questo quello di qualunque altro organismo vivente) rappresenta uno stato la cui probabilità di esistenza spontanea è sostanzialmente nulla. Di più, nonostante nel linguaggio comune si tenda ad attribuire a tale corpo una notevole simmetria e bellezza, di fatto, a stare alle definizioni correnti della fisica, e rispetto a quello stato di mescolamento ipotetico, il corpo umano di simmetrie ne avrebbe perse molte; tecnicamente il confronto del sistema di atomi del corpo nell’ipotetico stato gassoso mescolato e in quello ordinario porta a concludere che nella trasformazione (gasà corpo umano) si sarebbe ottenuta una “rottura di simmetria” del medesimo tipo di quella che si ottiene in una transizione di fase fra un gas ed il solido o liquido corrispondente; anche in quel caso la simmetria del gas viene ridotta passando ad un cristallo, certamente più bello ai nostri occhi ma dotato di un numero nettamente inferiore di elementi di simmetria, ossia di operazioni di traslazione di vario tipo nello spazio/tempo rispetto alle quali esso mostrasse invarianza.

In soldoni, l’ordine del corpo umano che spesso si beatifica è sostanzialmente il corrispondente di una grossa perdita di simmetria, di una conservazione ridotta dell’elevata simmetria corrispondente ai medesimi atomi casualmente mescolati; l’uomo di Vitruvio è bello (e forse per molti una donna di Vitruvio sarebbe il massimo) ma tecnicamente è meno simmetrico del corrispondente gassoso. La vita può essere vista come un fenomeno di rottura di simmetria se paragonata al materiale di partenza.

Per fare questa trasformazione di fase serve usare una enorme quantità di informazione che è contenuta in una lunghissima molecola polimerica costituita da un ristretto numero di monomeri (4) e che prende il nome di DNA, scoperta da meno di 100 anni, meno dunque della vita di un uomo ed una copia della quale è immagazzinata in ciascuna cellula del corpo umano.

Casualmente il numero di basi monomeriche necessarie, che è di circa tre miliardi, eguaglia la durata della vita media umana in secondi: si tratta di una combinazione del tutto casuale, ma sono certo che un poeta potrebbe scriverci qualche verso. Noto di passaggio che ogni base è appaiata in una struttura accoppiata (sono 6 miliardi di basi appaiate a due a due).

Dunque una transizione di fase, una rottura di simmetria estremamente improbabile e che necessita per essere portata a termine di un complesso sistema di reazioni chimiche autocatalitiche, in base alle quali coppie di esseri umani analoghi ma non identici (indicati di solito come maschio e femmina) reagiscono fra di loro e si riproducono, in quella che costituisce una delle più complesse reazioni autocatalitiche che conosciamo: il sesso, anche detto amore (ma solo nelle sue manifestazioni più estreme).

Si incomincia ad intravedere la possibilità di eliminare questa serie così primitiva di reazioni, mai innovata negli ultimi milioni di anni, per affidare la generazione umana a sistemi altamente automatici. Sfortunatamente non si conoscono al momento le conseguenze dell’eliminazione dell’amore come ambiente di reazione.

L’idea di stimare l’informazione contenuta in un messaggio venne nel 1948 a Claude Shannon che ci scrisse un libro, “Teoria matematica dell’informazione”. Claude Shannnon racconta:

« La mia più grande preoccupazione era come chiamarla. Pensavo di chiamarla informazione, ma la parola era fin troppo usata, così decisi di chiamarla incertezza. Quando discussi della cosa con John Von Neumann, lui ebbe un’idea migliore. Mi disse che avrei dovuto chiamarla entropia, per due motivi: “Innanzitutto, la tua funzione d’incertezza è già nota nella meccanica statistica con quel nome. In secondo luogo, e più significativamente, nessuno sa cosa sia con certezza l’entropia, così in una discussione sarai sempre in vantaggio »

 

Shannon definisce l’informazione come I=-log2P, dove P è la probabilità che si verifichi un dato evento; tale equazione permette di ottenere un valore misurato in bit. 1 bit equivale ad esempio all’informazione ottenibile dal lancio di una moneta (P = 0,5).

Usando l’equazione S= log2P si ottiene invece la entropia del medesimo sistema; ne segue che I=-S. In pratica a un aumento di entropia corrisponde una perdita di informazione su un dato sistema, e viceversa

Per il DNA umano nel quale ogni lettera può avere 4 valori (ossia 2 bit in quanto 22=4) si può calcolare che il contenuto informativo è dell’ordine di 6 Gbit, ossia circa 750Mbytes, fate il paragone con il contenuto informativo del vostro hard disk attuale o con quello di un CD musicale o un DVD.

Ma al di là delle quantità di informazione in gioco la questione è come un corpo umano o un altro organismo opera per realizzare l’informazione contenuta nel DNA; o meglio se la vita del corpo umano e di altri organismi è un processo spontaneo come esso può realizzarsi in apparente contrasto con la tendenza dei sistemi isolati ad un massimo di entropia e dunque di disordine, di minima informazione?

La risposta è che il corpo umano NON è un sistema isolato ma è un sistema aperto che scambia energia e materia con l’ambiente esterno; tale apertura, tale scambio consente di resistere attivamente alla tendenza espressa dalla seconda legge della termodinamica e che a rigore è valida solo per sistemi isolati.

Il problema di come misurare l’entropia del corpo umano appare veramente complesso ed in realtà potrebbe anche non avere senso dato che un corpo umano non è all’equilibrio, ma è anzi lontanissimo dall’equilibrio (almeno fino al momento della morte).

Si può invece stimare, anche se con qualche difficoltà, il flusso entropico del sistema costituito dal corpo umano, dunque non misurare il valore assoluto dell’entropia del sistema uomo, ma il valore della sua variazione, ossia del flusso entropico in entrata ed in uscita da esso.

Si tratta di un calcolo non particolarmente complesso eppure pubblicato solo in tempi recenti.

In particolare dobbiamo la forma comunemente accettata di tale calcolo ad Aoki.

Usando i dati sperimentali ottenuti in uno speciale calorimetro da Hardy e Dubois nel 1938, Aoki calcolò il flusso entropico dei corpi sottoposti agli esperimenti di Hardy e Dubois. Il risultato è espresso in questo grafico, in cui abbiamo a destra l’input di entropia e a sinistra l’output.

Come si interpreta questo grafico?

Semplice.

Anzitutto è stato ottenuto sulla base di dati sperimentali raccolti mettendo in uno speciale calorimetro il corpo del volontario e misurando poi gli scambi termici fra corpo del volontario e calorimetro.

Dallo schema si vede che i tre flussi di calore e dunque i tre flussi di entropia maggiori sono:

  • quello radiante dal calorimetro al volontario 3.16 J/sec K; ottenuto usando l’equazione dell’entropia della radiazione ( dove β è la costante di Stefan Boltzmann, V il volume del corpo del volontario e T la sua temperatura assoluta (273.15+27.4); l’equazione è stata riadattata al sistema in cui c’è una superficie di scambio e il flusso entropico è per unità di superficie; la superficie tipica del corpo umano è fra 1.5 e 2metri quadri.
  • quello radiante in uscita dal corpo del volontario che ammonta a 3.34 J/sec K, calcolato nel medesimo modo;
  • la produzione metabolica di calore di 0.26 J/sec K; se vi fate due conti un uomo che si nutra con 1800 grandi calorie al giorno, ossia circa 7-8Mjoule, negli 86400 secondi di una giornata dissipa come una lampadina da 80-90W; dividete questo valore per la temperatura corporea in kelvin ed otterrete un valore molto simile (80/310=0.26).

Ci sono poi gli scambi di entropia dovuti alla respirazione ed alla evaporazione di acqua, e agli scambi di materia, ma sono minimi. In totale il flusso netto abbassa l’entropia corporea del volontario, ossia il corpo del volontario si “ordina” per circa 0.32 J/sec K, emette un flusso netto di 0.32 J/sec K, abbassando la propria entropia e lottando disperatamente per conservare la propria struttura interna.

Come si vede gli scambi sono dominati dal flusso radiante di energia, non dallo scambio diretto di calore per conduzione; la convezione sarebbe più efficace, ma è impedita poi dai nostri vestiti; tuttavia è da dire che la pelle è un buon isolante termico e che i vestiti sono una invenzione relativamente recente. A conferma dell’importanza della radiazione nella nostra vita, una cosa che molti non sospettano nemmeno, stanno le copertine isotermiche metallizzate usate dalla protezione civile, basate sul fatto che uno strato metallico anche sottile intercetta le radiazioni infrarosse efficacemente (potete provare a isolare termicamente la parete dietro un termosifone mettendoci un sottile strato di alluminio da cucina) .

Dunque grazie a questo scambio entropico con l’esterno la struttura unica ed improbabile del corpo umano ordinata sul comando del DNA (ma vale lo stesso per qualunque altro essere vivente) combatte la sua battaglia quotidiana contro il secondo principio; è una battaglia che in una forma biologica o in un’altra, dura da circa 4 miliardi di anni su questo pianeta e che ha visto milioni di miliardi di caduti ma ci ha dato come risultato la biosfera e la coscienza come le conosciamo.

Da questo particolare punto di vista la necessaria e certa sconfitta di ciascuno di noi esseri viventi, la resa incondizionata all’equilibrio, che chiamiamo volgarmente morte, corrisponde alla vittoria di un processo che trova la sua origine nel Sole come sorgente di calore e di energia libera sotto forma di energia radiante e trova come assorbitore finale di questa radiazione l’infinito vuoto dello spazio esterno pieno solo della radiazione di fondo, che assicurò il Nobel a Wilson e Pentzias.

Ognuno di noi arrendendosi all’equilibrio, passa la bandiera ai suoi simili e grida la vittoria della coscienza contro “la materia stupida, neghittosamente nemica come è nemica la stupidità umana, e come quella forte della sua ottusità passiva.”(Primo Levi).

La radiazione, i fotoni hanno potenziale chimico nullo e la loro trasformazione da radiazione centrata sul visibile, a 0.5 micron quando emessa dal Sole a radiazione riemessa dalla Terra nell’infrarosso e centrata attorno a 10 micron non fa che aumentare esponenzialmente il numero di fotoni ma lascia intatta l’energia totale (il potenziale chimico è nullo proprio per questo dU/dN=0). Di fatto è questo il senso dell’equilibrio radiativo del pianeta.

Analogamente si può stimare il flusso entropico della Terra e della biosfera, ma sarà l’oggetto di un prossimo post in cui racconterò come fa la biosfera ad ordinarsi dissipando la propria entropia a spese del flusso di energia solare.

I chimici non si tirano indietro. Ricordo di Gianfranco Mattei.

In evidenza

Claudio Della Volpe

Lo so che domani 27 gennaio non è il 25 aprile, ma d’altronde la persona di cui parliamo oggi morì a febbraio; 19 febbraio per la precisione: morì impiccandosi. Ma non fu un suicidio inteso come fuga, al contrario un sucidio del fare, qualcosa di simile alla scelta di altri chimici di cui abbiamo parlato in queste pagine. Un suicidio che aiutava altri a fare.

A non essere catturati. A continuare una lotta molto dura.

Stiamo parlando di Gianfranco Mattei.

Nella soffitta in via Giulia c’e’ un viavai:
strane visite notturne a Gianfranco Mattei…
“…metti nella sporta il barattolo, è libero, vai!”
ed un ponte salterà al chilometro sei.
Gianfranco Mattei,
la tua scienza è andata troppo in là:
Gianfranco Mattei,
sulla cattedra non tornerai.
Anche se inganni i tedeschi e la polizia,
per finire in via Tasso ti basta una spia,
e se per di più sei un comunista ed un ebreo,
dalle mani dei nazisti ti salvi il tuo Dio!
Gianfranco Mattei,
la tua scienza è andata troppo in là:
Gianfranco Mattei,
sulla cattedra non tornerai.
Toglie il respiro il nitrile nei corridoi,
mentre marciano in divisa baroni plebei:
vanno in processione col camice, il regolo, i quiz
la superbia, l’ignoranza e la routine.
Gianfranco Mattei,
la tua cattedra è rimasta là:
Gianfranco Mattei,
la lezione non si perderà.

 Gianfranco Mattei, Stormy Six, (1975)

Nato l’11 dicembre 1916 a Firenze da una famiglia di cultura mista ebraico cristiana (il padre si era convertito per sposare la madre di Gianfranco) si laureò con lode in Chimica nel 1938 con una tesi dal titolo “Preparazione di acetato di acile da aldeide acetica e alcolati di alluminio secondo la reazione di Tischenko”, sotto la guida di Adolfo Quilico; fu professore incaricato di Chimica Analitica presso UniMi, collaborò con il gruppo di Natta fino al 1943.

Respirò l’antifascismo da piccolo, dato che il padre era dichiaratamente tale e incontrò vari problemi per questo.

I suoi principali temi di ricerca sui quali pubblicò 17 lavori e un paio di brevetti nei pochissimi anni di attività furono le ammine alifatiche e le reazioni in film monomolecolari.

Persona attiva in vari campi, aveva amici che saranno tutti antifascisti o comunisti; sua sorella fu espulsa dalla scuola per aver dichiarato la propria avversione alle leggi razziali (Teresita Mattei, diverrà deputata costituente dopo la guerra).

Appena dopo il 25 luglio 1943 insieme a pochi altri docenti del Politecnico fu tra i firmatari di un documento nel quale si chiedeva l’abrogazione di “ogni discriminazione religiosa, politica e razziale” e si auspicava la riammissione delle università italiane nel novero delle università dei Paesi civili in quel momento di “alba di libertà e dignità risorgenti

Le speranze del 25 luglio furono bruciate in pochi mesi dalla incapacità della classe dirigente italiana e dalla pochezza della casa regnante.

Dopo l’8 settembre Gianfranco abbandonò la carriera universitaria e partì col padre e Teresa in ottobre alla volta di Roma, dove fece una scelta estrema. Pur essendo un giovane intellettuale, non si accontentò di contribuire alla stampa clandestina ma preferì dedicarsi ad un’attività più pericolosa, entrando come artificiere nei GAP centrali, collegati a Giorgio Amendola, rappresentante del Partito comunista nella giunta militare del CLN. Con Giorgio Labò, studente di architettura del Politecnico di Milano, giunto a Roma per il servizio militare come geniere dell’esercito, si dedicò alla preparazione di esplosivi e micce

Fino ai mesi di dicembre e di gennaio lo sbarco di Anzio suscitò speranze destinate ad essere deluse; l’attività dei GAP romani si intensificò con vari attacchi tutti riusciti contro i tedeschi; ma a febbraio Mattei e Labò furono denunciati da una spia ed arrestati.

Entrambi morirono; il primo fu ucciso, Gianfranco fu torturato e temendo di non riuscire a resistere (gli strapparono le unghie) pur di non rivelare i nomi dei compagni si impiccò.

Lasciò un biglietto scritto sul retro di un assegno.

Per più di un anno i Mattei cercarono di avere notizie della salma che, come ulteriore crudele atto, era risultata con gran cura nascosta, finché nell’agosto del 1945 si rintracciò all’obitorio di Prima Porta la seguente indicazione “sconosciuto, età apparente di anni 32, provenienza via Tasso. Entrato il 4.2.1944, uscito per essere inumato il 19.2.1944. Causa della morte: asfissia da impiccagione” … Per non rischiare di parlare e mettere in difficoltà l’organizzazione e gli stessi compagni Gianfranco si era tolto la vita. Era sepolto nel cimitero dei poveri, quello dalle piccole croci di legno ma la salma venne riconosciuta dal fratello Camillo, da Lucio Lombardo Radice e dalla padrona di casa che ospitava Gianfranco in clandestinità. Venne riconosciuta dai capelli, dai denti e da un piccolo lembo di vestito. Aveva le unghie strappate …..

Il ricordo di Gianfranco è tangibile in molte università, ci sono lapidi che forse non avete guardato finora e articoli elencati qui sotto che non avete letto; fatelo adesso (le citazioni in corsivo sono tratte dall’articolo del 2009 uscito su C&I).

E beato il popolo che non ha bisogno di eroi.

Riferimenti

https://www.antiwarsongs.org/canzone.php?id=751&lang=it

https://it.wikipedia.org/wiki/Gianfranco_Mattei

http://www.scienze-ricerche.it/?p=3288

https://ilblogdellasci.wordpress.com/2016/05/01/il-25-aprile-e-la-chimica-2a-parte/

http://www.anpi.it/donne-e-uomini/236/gianfranco-mattei

https://www.google.it/search?q=55-59_Isernia&ie=utf-8&oe=utf-8&gws_rd=cr&dcr=0&ei=VEBmWp7rIc-RkwXRg5WwBQ

https://www.soc.chim.it/sites/default/files/chimind/pdf/2009_2_110_ca.pdf

Scienziate che avrebbero dovuto vincere il Premio Nobel: Kathleen Londsdale (1903-1971)

In evidenza

Rinaldo Cervellati

Nella sessione “Ladies in Waiting for Nobel Prizes” tenutasi al già citato meeting nazionale dell’American Chemical Society in agosto dell’anno scorso, Magdolna Hargittai[1] e altre scienziate hanno steso un elenco ragionato delle donne che a loro avviso avrebbero dovuto ricevere il Premio Nobel per la chimica. Di alcune di esse abbiamo già parlato in precedenza, in questo post ci soffermeremo su una scienziata delle cui fondamentali scoperte si ricordano forse solo i cristallografi: (Dame) Kathleen Londsdale.

Lonsdale (nata Yardley) nacque a Newbridge (Irlanda), il 28 gennaio 1903, la minore dei dieci figli di Harry Frederick Yardley, direttore del locale ufficio postale, e da Jessie Cameron. Nel 1908 la madre di Kathleen, cresciuta a nord di Londra, decise di lasciare l’Irlanda con la famiglia a causa della crescente incertezza politica e della separazione dal marito, uomo intelligente ma forte bevitore. Si trasferirono in Inghilterra, a Seven Kings nell’Essex. Kathleen frequentò la scuola elementare Downshall dal 1908 al 1914, e poi vinse una borsa di studio all’Ilford County High School for Girls che frequentò dal 1914 al 1919 (però negli ultimi due anni seguì corsi di fisica, chimica e matematica superiore alla County High School for Boys, unica ragazza a farlo a quei tempi). All’età di sedici anni vinse un posto al Redford College FOR Women a Londra. Al College cambiò argomento, dalla matematica alla fisica, perché gli aspetti sperimentali della fisica la interessavano di più e intendeva dedicarsi al lavoro sperimentale piuttosto che all’insegnamento. Ottenne il B.Sc. nel 1922 risultando al primo posto in graduatoria. Pertanto le fu offerta una borsa di ricerca all’University College di Londra, da W. H. Bragg[2] che era stato uno degli esaminatori per il suo diploma.

Nel 1923, insieme a W.T. Astbury, e altri, seguì Bragg e il suo gruppo di ricerca cristallografica quando si trasferì alla Royal Institution di Londra.

La sua prima pubblicazione, sulla struttura cristallina dell’anidride, dell’acido succinico e della succinimmide è del 1924 [1]. Questo lavoro le valse il M.Sc. in Fisica dall’University College. Nello stesso anno pubblicò, insieme a Astbury, un’importante tabella di dati cristallografici per 230 gruppi spaziali [2].

Nel 1927 Kathleen sposò Thomas Jackson Lonsdale, che aveva incontrato durante i suoi studi post-diploma all’University College. Si trasferirono a Leeds, dove il marito aveva un posto nella Silk Research Association con sede nel dipartimento tessile della Leeds University. A Leeds Kathleen lavorò sulla struttura dei cristalli di esametilbenzene, dimostrando che gli atomi di carbonio nell’anello benzenico sono complanari e disposti in modo esagonale [3]. Questa è stata la prima evidenza sperimentale sulla struttura esagonale dell’anello del benzene e derivati e anche la prima struttura di un composto aromatico la cui configurazione tridimensionale è stata determinata mediante diffrattometria a raggi X[3]. La scoperta fu fatta indipendentemente dal lavoro dei suoi colleghi a Londra, e fu sostenuta da Bragg, anche se contraddiceva la sua teoria che il composto avesse una forma “piegata”.

Tornati a Londra nel 1929, dopo la nascita della loro prima figlia, Kathleen Lonsdale si dedicò per qualche anno alla famiglia[4], lavorando da casa allo sviluppo di formule per le tabelle dei fattori strutturali. Tuttavia nel 1931 pubblicò un articolo sulla struttura a raggi X dell’esaclorobenzene usando l’analisi di Fourier [4].

Nel 1934 Lonsdale tornò alla Royal Institution, dove rimase con Bragg fino alla morte di questi[5], nel 1942. All’inizio, dopo la deludente notizia che non erano disponibili apparecchiature a raggi X, utilizzò un elettromagnete vecchio e ingombrante riuscendo comunque a fornire un altro importante contributo scientifico. Poiché le suscettibilità diamagnetiche dei composti aromatici sono maggiori perpendicolarmente all’anello benzenico che nello stesso piano, fu in grado di dimostrare che i legami σ hanno dimensioni atomiche mentre quelli π hanno dimensioni molecolari, in accordo con la teoria degli orbitali molecolari [5].

Un anno prima Lonsdale aveva terminato e pubblicato una nuova versione ampliata delle Tabelle dei fattori strutturali e delle densità elettroniche per i 230 gruppi spaziali [6]. Per i suoi studi sui derivati dell’etano [7], riproposti nelle Tabelle, le fu conferito il prestigioso titolo di D.Sc.[6]

Essa rivolse quindi le sue attenzioni al campo delle vibrazioni termiche, trovando che fasci di raggi X divergenti potevano essere usati per misurare la distanza tra gli atomi di carbonio. Anche i diamanti hanno riflessi diffusi, che la condussero a intraprendere uno studio diffrattometrico sui diamanti naturali e artificiali [8].

Nel 1946 tornò all’University College di Londra, costituendo un proprio gruppo di ricerca. Nel 1945 fu eletta membro della Royal Society (F.R.S); nel 1949 fu nominata full professor of chemistry e direttore del dipartimento di cristallografia del College. Questo fu il suo primo incarico accademico stipendiato dopo anni trascorsi fra borse di ricerca e contratti a termine.

Insime a Judith Crenville-Wells Milledge, una studentessa proveniente dal Sud Africa continuò le ricerche sui diamanti come pure su minerali ad alte pressioni e temperature e sul meccanismo delle reazioni in fase solida. Uno fra i più importanti risultati di queste ricerche è stato il rilevamento dei patterns di diffrazione dei raggi X dei prodotti intermedi nella conversione del foto-ossido di antracene in cristalli misti di antracene e antrachinone [9].

Dopo aver osservato una raccolta di “calcoli” di fegato, rene, vescica, ecc., Kathleen Lonsdale decise di intraprendere una vasta indagine chimica e demografica sulla formazione di queste “pietre”. June Sutor, una post doc proveniente dall’università di Cambridge, lavorò con lei a questo progetto e infine lo continuò [10].

Nella dettagliata biografia in memoria per la Royal Society, Dorothy Hodgkin[7] [11] annota:

“[Kathleen] sembrava possedere tutta la cristallografia dei suoi tempi. Amava molto il lavoro di laboratorio quotidiano, conducendo personalmente esperimenti e calcoli quando gli impegni lo consentivano, riconoscendo i contributi dei tecnici condividendo con loro la paternità di molti lavori pubblicati”

Molto interessata anche alla didattica della cristallografia a livello di college, pubblicò un lungo articolo sui contenuti e i metodi utilizzati al London University College [12].

Kathleen Lonsdale è stata capo redattore dei tre volumi delle International X-Rays Tables (1952, 1959, 1962).

Nel 1956 è stata nominata DBE (Dame of the British Empire, titolo onorifico che viene concesso alle donne britanniche che si sono distinte in vari campi culturali)

Kathleen era stata educata come battista fondamentalista, ciò le è sempre sembrato in contrasto con il suo atteggiamento mentale scettico e interrogativo. I Lonsdales divennero quaccheri per convincimento nel 1935 e Kathleen ha considerato la sua vita di scienziata, quacchera e madre come inestricabilmente legate. Nella Conferenza Eddington nel 1964 affermò che la pratica della scienza, della religione e dell’educazione dei figli dovrebbe essere fondata sullo scetticismo e la conoscenza acquisita personalmente. Era d’accordo con Eddington[8] sul fatto che il quaccherismo aiuta lo scienziato perché non asserisce dogmi specifici, suggerendo piuttosto di fare affidamento su proprie esperienze. Kathleen sentiva che fede e scienza avevano molto in comune: per lei, la fede proveniva da esperienze personali non da testi religiosi, e la conoscenza scientifica trova il suo fondamento negli esperimenti. Affermò di ritenere che le attuali conoscenze scientifiche fossero probabilmente “vere”, ma teneva la mente aperta riguardo a nuove e migliori teorie. Come quacchero, Kathleen credeva nel pacifismo assoluto e che tutte le guerre fossero moralmente sbagliate. Riteneva che nessuna nazione armata in modo permanente potesse essere libera e che il completo disarmo mondiale fosse l’unica soluzione ai problemi internazionali. Credeva fermamente nella resistenza nonviolenta di Gandhi e nella disobbedienza civile. Durante la seconda guerra mondiale rifiutò di registrarsi alla difesa civile e a causa del successivo rifiuto di pagare la conseguente multa, scontò un mese di prigione. Le sembrava importante dimostrare la profondità della sua obiezione di coscienza. Dopo la guerra divenne vicepresidente dell’Atomic Scientists Association e fu anche presidente della sezione britannica della Women’s International League for Peace and Freedom, originariamente formata a L’Aia durante la prima guerra mondiale. Partecipò alle riunioni del movimento Pugwash, il gruppo antinucleare degli scienziati, ed era anche membro del comitato est-ovest della Society of Friends. Kathleen fu una delle prime due donne a essere eletta membro della Royal Society (l’altra era Marjory Stephenson). Nell’articolo “Le donne nella scienza: reminiscenze e riflessioni” [13] attribuì la scarsità delle donne nei ranghi più alti della scienza alla mancanza di modelli femminili in questo ruolo. Sosteneva con forza che scuola e famiglia dovessero impegnarsi di più a incoraggiare le ragazze a intraprendere studi scientifici e tecnologici.

Dorothy Hodgkin [11] sostiene che quanto Kathleen scrisse riguardo alle donne nella scienza, in realtà stava raccontando la propria vita e la sua “ricetta” per il successo scientifico. Kathleen pensava che le donne abbiano il diritto di avere una vita famigliare felice oltre a una carriera appagante. Per quanto riguarda la carriera, per essere uno scienziato di prima classe, una donna dovrebbe sapere organizzarsi molto bene, lavorare due volte le solite ore e imparare a concentrarsi in qualsiasi momento disponibile.

Kathleen Lonsdale ha lavorato duramente per tutta la sua vita; viaggiò molto (Europa, Stati Uniti, India, Unione Sovietica e Repubblica Popolare Cinese) sia in relazione alla sua attività scientifica sia a quella di pacifista.

Gravemente ammalata, morì all’University Hospital di Londra, l’1 aprile 1971.

Note. Kathleen Lonsdale è stata una ricercatrice prolifica, qui ho citato i lavori più importanti. Una bibliografia praticamente completa si trova nella biografia in memoria scritta da Dorothy Hodgkin [11], scaricabile gratis da internet

http://rsbm.royalsocietypublishing.org/content/roybiogmem/21/447

Tutti i lavori citati nei Proc. R. Soc. Lond. e nelle Phil. Trans. R. Soc. Lond. sono accessibili gratis dai rispettivi siti archive delle due riviste.

Oltre alla dettagliata biografia di Hodgkin, altre notizie biografiche si trovano in:

http://www.encyclopedia.com/people/history/historians-miscellaneous-biographies/kathleen-lonsdale#1-1G2:3404703959-full

http://www.chemistryexplained.com/Kr-Ma/Lonsdale-Kathleen.html

Bibliografia

[1] K. Yardley, The crystalline structure of succinic acid, succinic anhydride and succinimide., Proc. R. Soc. Lond. A, 1924, 105, 451-460.

[2] W.T. Astbury, K. Yardley, Tabulated Data for the Examination o f the 230 Space-Groups by Homogeneous X-Rays., Phil. Trans. R. Soc. Lond. A, 1924, 224, 221-257.

[3] K. Lonsdale, The structure of the benzene ring in C6(CH3)6., Proc. R. Soc. Lond. A, 1924, 123, 494-515.

[4] K. Lonsdale, An X-ray analysis of the structure of hexachlorobenzene using the Fourier method., Proc. R. Soc. Lond. A, 1931, 133, 536-552.

[5] K. Lonsdale, Magnetic Anisotropy and Electronic Structure of Aromatic Molecules. Proc. R. Soc. Lond. A, 1937, 159, 149-161.

[6] K. Lonsdale, Simplified structure factor and electron density formulae for the 230 space-groups of mathematical crystallography (181 pages). G. Bell & Sons, London, 1936 per conto della Royal Institution.

[7] K. Lonsdale, An X-ray study of some simple derivatives of ethane. Part I. Proc. R. Soc. Lond. A, 1928, 118, 449-484. Part II, Proc. R. Soc. Lond. A, 1928, 118, 485-497.

[8] K. Lonsdale, Extra Reflections from Two Types of Diamonds., Proc. R. Soc. Lond. A, 1942, 179, 315-320.

[9] Dame K. Lonsdale, E. Nave, J. F. Stephens, Phil. Trans. R. Soc. London, 1966, 261, 1-30.

[10] K. Lonsdale, D.J. Suton, S. Wooley, Composition of urinary calculi by X-ray diffraction. Collected data from various localities. British Journal of Urology, 1968, 40, 33-36.

[11] D.M.C. Hodgkin, Kathleen Lonsdale, 28 January 1903 – 1 April 1971, Biogr. Mems Fell. R. Soc., 1975, 21, 447-484.

[12] K. Lonsdale, Crystal Structure Analysis for Undergraduates., J. Chem. Educ., 1928, 41, 240-4.

[13] K. Lonsdale, Women in science: reminiscences and reflections., Impact of science on society, 1970, XX, 45-49.

[1] Magdolna Hargittai (1945- ), ungherese, professore ricercatore del Department of Inorganic and Analytical Chemistry, University of Technology and Economics di Budapest, si interessa di strutturistica sperimentale e computazionale e di storia della chimica, è autrice di più di 200 articoli scientifici. Ha scritto diversi libri, fra i quali: Women Scientists. Reflections, Challenges and Breaking Boundaries, Oxford University Press, 2015.

Un resoconto del Meeting dell’ACS si trova in: https://cen.acs.org/articles/95/i36/female-scientists-should-won-Nobel.html?utm_source=NonMember&utm_medium=Newsletter&utm_campaign=CEN

[2] William Henry Bragg (1862-1942), fisico, chimico e matematico britannico. Vincitore, insieme al figlio William Laurence Bragg del Premio Nobel per la Fisica 1915 per le loro ricerche sull’analisi della struttura cristallina mediante i raggi X.

[3] Lonsdale era consapevole dell’importanza della sua scoperta infatti spedì una nota preliminare alla rivista Nature (K. Lonsdale, The structure of the Benzene Ring, Nature, 1928, 122(3082), 810.

[4] I Lonsdale ebbero, fra il 1930 e il 1934 altri due figli, un’altra femmina e un maschio. Per poter tornare a lavorare Kathleen dovette ricorrere all’aiuto di una bambinaia-casalinga.

[5] Nelle sue memorie K. Lonsdale riguardo a W.H. Bragg ha scritto: “Mi ha ispirato con il suo amore per la scienza pura e con il suo spirito entusiasta di indagine e allo stesso tempo mi ha lasciata completamente libera di seguire la mia linea di ricerca”.

[6] D.Sc (Doctor of Science) è un titolo di ricerca accademico rilasciato in numerosi paesi in tutto il mondo. In alcuni paesi, D.Sc. è il titolo usato per il dottorato nelle scienze; altrove è un “dottorato superiore” conferito in riconoscimento di un contributo sostanziale alle conoscenze scientifiche in aggiunta a quello richiesto per il Ph.D. Può anche essere assegnato come titolo onorario.

[7] Dorothy Crowfoot Hodgkin (1910-1994) chimico inglese ha effettuato fondamentali ricerche sulla struttura di molecole biologiche, proteine, ormoni e vitamine con la diffrattometria a raggi X e analisi di Fourier. Premio Nobel per la chimica 1964 per la sua determinazione, attraverso l’utilizzo di tecniche a raggi X, delle strutture di importanti sostanze biochimiche. Una delle 4 donne Premi Nobel per la Chimica su più di 180 assegnati.

[8] Sir Arthur Stanley Eddington (1882-1944) astrofisico inglese è stato uno dei più importanti astrofisici della prima metà del XX secolo. Giovanissimo divenne direttore dell’Osservatorio Astronomico di Cambridge. E’ soprattutto noto per la conferma della teoria della relatività generale di Einstein. Quacchero e di conseguenza pacifista senza se e senza ma, rifiutò di arruolarsi per la I Guerra Mondiale, grazie all’intervento di amici riuscì a evitare le gravi conseguenze che il suo gesto avrebbe comportato. Interessante il film Einstein and Eddington di P. Martin, 2008 (titolo edizione italiana: Il mio amico Einstein)

Gli idrocarburi policiclici aromatici (IPA) nello spazio. Qual è la loro origine?

In evidenza

Diego Tesauro

Gli IPA sulla Terra costituiscono una classe di composti altamente tossica per i loro effetti sugli esseri viventi essendo la maggior parte di essi classificati come agenti cancerogeni per l’uomo. Si formano dalla combustione in difetto di ossigeno della sostanza organica per cui sono particolarmente diffusi nelle matrici ambientali dove le attività antropiche si servono dei combustili fossili. Ma la loro origine non è legata solo alle attività della società industriale, anzi probabilmente sono stati una delle fonti della materia organica sulla Terra. Non possiamo però considerarli un inquinante dello spazio, come abbiamo già riscontrato in altri post di questo blog per altre molecole, anche gli IPA possono ben rappresentare un esempio della dualità della chimica. Infatti accanto al ruolo dannoso che rivestono in questo caso per l’uomo, ma in generale per tutte le forme viventi attuali, hanno giocato un ruolo importante nelle fasi iniziali della vita sul nostro pianeta.

Infatti gli IPA sono giunti in grande quantità sulla Terra primordiale durante la fase di bombardamento meteorico nelle prime fasi di formazione del sistema solare potrebbero avere svolto un ruolo prebiotico, ad esempio, come elementi di trasduzione energetica ed essere incorporati in doppi strati di vescicole [1] In particolare, l’inserimento di derivati ossidati di IPA come ad esempio l’1-idrossipirene e l’acido 9-antracencarbossilico avrebbe prodotto una diminuzione fino a 4 volte della permeabilità delle vescicole nei confronti di piccoli soluti, suggerendo un potenziale comportamento simile a quello svolto attualmente dal colesterolo nelle protocellule primordiali.[1]

acido 9-antracencarbossilico

1-idrossipirene

Gli IPA quindi erano presenti nella nube interstellare molecolare dove ha avuto inizio il processo di formazione del sistema solare. Nelle nubi interstellari molte piccole molecole organiche in fase gassosa si trovano nelle parti scure protette dalla radiazione ultravioletta (UV), ma queste molecole si scindono negli strati esterni della nube esposte alle radiazioni stellari. Queste regioni irradiate sono popolate dai grandi IPA con caratteristiche emissione di radiazione infrarossa compresa tra i 3 e i 20 mm osservata sia nella nostra galassia [2] che nelle altre compatibile con le caratteristiche vibrazionali del legame C-C aromatico e C-H. L’osservazione di questa radiazione ha permesso oltre trenta anni fa di attribuire a questa classe di composti circa il 10% di tutto il carbonio presente nella materia interstellare [3]. Pur avendo individuato l’intera classe, non è mai stato possibile identificare la struttura molecolare di nessun composto nelle nebulose.

Ma qual è l’origine di queste molecole? Sebbene gli IPA siano grandi molecole, sono considerati dagli astronomi particelle di polvere molto piccole. Pertanto, si ritiene generalmente che si formino negli ambienti densi e caldi degli involucri delle stelle evolute,. Più recentemente, è stata avanzata la possibilità di formazione degli IPA a temperature molto basse nella parte oscura delle nubi interstellari [4] dopo che è stato dimostrato che la reazione CCH + C4H6 , che porta alla formazione di benzene (C6H6) non ha un’elevata energia di attivazione e quindi è efficiente a bassa temperatura [5].
Nella chimica in fase gassosa sia calda che fredda, i derivati del benzene – come C6H4 e C6H5 – possono portare ad un’ulteriore crescita della massa verso specie aromatiche più grandi. Pertanto per avere delle prove sul meccanismo di formazione l’interesse della comunità scientifica si è spostato verso l’osservazione di specie di tipo benzenico fondamentali per avvalorare questi modelli chimici.
Il benzene, tuttavia, è difficile da rilevare perché non ha un momento di dipolo permanente che ne non permette una ricerca per via radioastronomica e può essere rilevato solo attraverso le transizioni di assorbimento IR in presenza di una forte fonte di rumore fondo, per cui ci si è posti alla ricerca di altre specie collegate al benzene. In un articolo pubblicato da Science [6] la scorsa settimana gli autori usando le tecniche radioastronomiche mediante il radiotelescopio Robert C. Byrd Green Bank hanno rilevato, da una ben nota nube di gas interstellare nella costellazione del Toro, le transizioni rotazionali del benzonitrile. Questo composto, avendo un gruppo sostituente come il nitrile, ha un notevole momento di dipolo che facilita il suo rilevamento.

Il benzonitrile si forma probabilmente nella reazione della specie neutra CN con il benzene pertanto la rilevanza della sua presenza permette di stimare l’abbondanza del benzene stesso. Benzonitrile.

McGuire et al., Science 359, 202–205 (2018) 12 January 2018, pag 3

Le abbondanze di benzonitrile calcolate da un modello chimico che include diverse reazioni in fase gassosa a bassa temperatura sono inferiori di quelle osservate di un fattore di quattro. per cui vengono suggeriti dei meccanismi alternativi che coinvolgono la chimica indotta dalla radiazione proveniente dei raggi cosmici sulla superficie dei grani di polvere cosmica che produrrebbero il benzonitrile mancante. La discrepanza tra osservazioni e modelli mostra che, nonostante la bassa abbondanza osservata di benzonitrile, la sua rilevazione rimane importante.

La Taurus Molecular Cloud (TMC1) dove è stata rilevata la presenza del Benzonitrile

Esiste qualche relazione tra la rilevazione del primo anello aromatico in nubi scure interne e la presenza di IPA, che generano le bande di emissione IR, nelle regioni esterne irradiate dalla radiazioni UV delle nubi?

Oltre alle reazioni chimiche in fase gassosa menzionate, gli IPA e specie affini, come il fullerene C60, potrebbero essere prodotti attraverso l’irraggiamento UV dei granelli di polvere [7]. Sono stati anche proposti altri scenari. Ad esempio, idrocarburi di grandi dimensioni, compresi gli IPA, potrebbero essere formati da processi chimici sulla superficie di grani di carburo di silicio, un meccanismo che potrebbe essere efficiente negli involucri di stelle giganti rosse ricche di carbonio.

Non è chiaro quanti degli IPA e dei loro precursori siano sintetizzati nei densi e caldi involucri delle stelle evolute e quanti siano derivati ​​dalla chimica foto- o radiativa negli ambienti interstellari. La scoperta di un derivato del benzene in una nuvola molecolare fredda indica comunque che può formarsi anche a temperature molto basse e senza radiazioni UV.

Esempi di strutture molecolari di IPA

Il percorso quindi che spieghi pienamente la chimica degli IPA e delle specie correlate nello spazio è ancora lungo, ma le conoscenze aumenteranno combinando i dati provenienti dalle onde radio e infrarosse con il James Webb Space Telescope, che verrà lanciato nel 2019.

[1] J. Groen et al. Orig Life Evol Biosph. 2012, 42, 295.

[2] F.J. Low et al. Astrophys 1984, 278, L19.

[3] J.E. Chiar et al. Astrophys 2013, 770,78.

[4] R.I. Kaiser et al. Annu Rev Phys Chem 2015, 66, 43

[5] B.M. Jones et al. Proc.Nat Acad USA 2011, 208, 452.

[6] B.A. McGuire et al, Science 2018, 359, 202.

[7] P. Pilleri et al Astron. Astrophys 2015 577 A16.