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Ascoltare la Scienza: l’incidente di Bologna e la transizione energetica

In evidenza

Autori vari.

Riceviamo da Vincenzo Balzani e volentieri pubblichiamo.

L’energia è la risorsa più importante. L’ambiente, la Terra, la nostra “casa comune” è il luogo dove dobbiamo vivere. Energia e ambiente sono quindi strettamente connessi. Oggi al mondo, ogni secondo, consumiamo 250 tonnellate di carbone, 1000 barili di petrolio e 105.000 metri cubi di gas. Sappiamo da tempo che i combustibili fossili sono una risorsa non rinnovabile e che il loro uso danneggia la salute dell’uomo. Sappiamo anche che si tratta di sostanze con alto contenuto di energia, pericolose da trattare e da trasportare: il grave incidente del 6 agosto a Bologna non è che l’ultimo di una serie di disastri che hanno coinvolto petroliere, oleodotti, gasdotti, raffinerie, depositi. La scienza negli ultimi decenni ha scoperto che l’anidride carbonica prodotta dall’uso di questa sterminata quantità di combustibili fossili e immessa nell’atmosfera (36 miliardi di tonnellate all’anno) provoca il cambiamento climatico. Nella Conferenza COP 21 di Parigi, le delegazioni di 197 nazioni hanno concordemente riconosciuto che il cambiamento climatico è la minaccia più grave per l’umanità. L’unica soluzione per uscire dalla crisi energetico-climatica è smettere di usare i combustibili fossili. Purtroppo, come scrive il papa nell’enciclica Laudato sì, “La politica e l’industria rispondono con lentezza, lontane dall’essere all’altezza delle sfide”. La transizione energetica è ineluttabile, è già iniziata, ma è fortemente ostacolata dai giganteschi interessi economici della lobby del petrolio, che insiste nel definire immature e non affidabili le energie rinnovabili del sole, del vento e della pioggia, che producono energia elettrica. La scienza dimostra invece che la transizione dai combustibili fossili alla elettricità prodotta dalle rinnovabili è tecnicamente possibile e economicamente conveniente.

Alla nostra Scuola della Pace di Sovere, proprio nel giorno dell’incidente di Bologna, stavamo discutendo di questo problema. In particolare, abbiamo approfondito il piano WWS (water, wind, sun) proposto da scienziati delle Università di Berkeley, Stanford e Berlino. Il piano esamina in dettaglio la situazione di 139 stati del mondo. Per ciascun paese analizza i consumi energetici e la disponibilità di risorse rinnovabili per generare elettricità e propone per ogni paese un piano specifico, tenendo conto della disponibilità di sole, vento, acqua, suolo, tetti, materie prime e situazioni particolari. Per l’Italia, l’analisi dettagliata dello studio WWS si può riassumere con i seguenti dati.

Se decideremo di accelerare la transizione, nel 2050 useremo solo energia elettrica generata da fotovoltaico (56,7%); eolico (26,3%); solare a concentrazione (11,3%); idroelettrico (4,9%); geotermico (0.6%). Dal punto di vista economico, si avrà un risparmio di 382 $/persona/anno sul costo dell’elettricità e un risparmio sui costi dei danni causati da inquinamento e cambiamento climatico per una media di 7.700 $/persona/anno. Si eviterà la morte prematura per inquinamento, in media, di circa 20.000 persone all’anno. Verranno perduti circa 160.000 posti di lavoro nei settori dei combustibili fossili, ma si creeranno circa 300.000 nuovi posti di lavoro permanenti per attività di costruzione e 350.000 per attività di gestione delle energie rinnovabili con un saldo positivo di circa 500.000 posti. Un altro vantaggio è che l’energia viaggerà su fili e non sulle autostrade. Lo studio conclude dicendo che la transizione energetica, pur essendo tecnicamente possibile ed economicamente conveniente, troverà ostacoli di tipo sociale e politico. Si tratta infatti, come dice papa Francesco, di una “rivoluzione culturale” per la quale non siamo ancora preparati.

Ecco: chiediamo che l’incidente di Bologna sia almeno occasione per diffondere conoscenza e consapevolezza, sia a livello politico che fra i cittadini, sulla necessità di promuovere la transizione energetica.

Questa, fra tante di cui si parla in questi giorni, è veramente la “Grande Opera” di cui il Paese ha più bisogno.

A nome dei partecipanti alla scuola della pace organizzata dalle parrocchie della Dozza (Bologna) e Sammartini (Crevalcore). don Giovanni Nicolini, don Giancarlo Giuseppe Scimè, don Francesco Scimè

Le Olimpiadi della Chimica, qualche commento.

In evidenza

Claudio Della Volpe

In questi giorni si sono concluse le 50esime olimpiadi della Chimica, nella stessa città che ne vide i natali 50 anni fa, Praga, associata con Bratislava; 50 anni fa la Cecoslovacchia era un solo paese, mentre oggi è divisa nei due paesi Repubblica Ceca (capitale Praga) e Slovacchia (capitale Bratislava).

Non ho ancora i risultati finali se non la (consentitemi un commento: un po’ enfatica) comunicazione interna della SCI di pochi giorni fa:

Cari Soci il capo delegazione alle Olimpiadi Internazionali della Chimica, il Past-President Raffaele Riccio mi ha appena comunicato i risultati della nostra squadra e sono lusinghieri in quanto TUTTI i nostri studenti hanno vinto una medaglia!

Daniele Furlanetto  (Veneto), Giovanni Pellegrino (Puglia) e Luca Spagnoletti (Liguria) si sono aggiudicati la Medaglia di Bronzo, mentre Filippo Bigi (Emilia Romagna) ha ripetuto l’impresa dello scorso anno vincendo per la seconda volta la Medaglia d’Argento!

Devo dire che le Olimpiadi della Chimica non mi hanno mai molto entusiasmato per motivi che vi dirò in questo post. Ma prima vorrei con voi riepilogare le regole e i risultati di questa iniziativa che si svolge ormai da così tanto tempo e per la quale converrebbe forse fare una riflessione più approfondita.

Si tratta di una competizione internazionale, proposta inizialmente da 3 paesi al di là della cosiddetta Cortina di Ferro, e che si è estesa nel tempo e alla quale partecipano studenti di molti paesi del mondo, ma mai più della metà dei paesi (i paesi della Terra sono 196 e i partecipanti sono stati al massimo una novantina); ci sono delle selezioni preliminari in tutti i paesi partecipanti che coincidono di fatto con i Giochi della Chimica e le squadre prescelte partecipano poi ad una serie di prove teoriche e pratiche nel paese prescelto; i punteggi sono individuali e sono ripartiti fra risultati nelle prove pratiche e teoriche con un massimo di 100.

I premi vengono assegnati con i seguenti criteri:

http://www.ichosc.org/documents-of-the-icho/regulations

(1)        The best 10% to 12% of all competitors receive gold, the next 20% to 22% silver, and the following 30% to 32% bronze medals.

(2)        An honorable mention is received by non-medalists who are in the best 70 to 71% of all competitors.

(3)        The exact number of recipients for each award is determined automatically to yield the largest possible difference in the marks of students receiving different honors. In the case of identical differences, the one resulting in more medals will be selected.

(4)        Each medalist must receive the medal and a corresponding certificate from the organizer.

(5)        In addition to the medals other prizes may be awarded.

(6)        Each competitor receives a certificate of participation.

(7)        In the awarding ceremony, the non-medalists are called alphabetically.

(8)        Team classification is not made.

(9)        The organizer must provide a complete list of results as a part of the final report.

Di fatto dunque circa il 66% dei partecipanti riceve COMUNQUE una medaglia, 2 su 3, comunque vadano le cose vengono premiati; su 100 partecipanti di una ipotetica competizione 66 verrebbero premiati; i primi 10-12 riceverebbero una medaglia d’oro, dal 13esimo fino al 32esimo classificato una d’argento e da lì al 66esimo una di bronzo.

Sono regole discutibili ma queste sono. Non so quali altre tipologie di gare abbiano regole che assicurano una medaglia ai 2/3 dei partecipanti, ma ripeto così è. I partecipanti vinceranno statisticamente nel 66% dei casi una medaglia.

Quali sono stati i risultati nel tempo?

Non è banale recuperarli completamente perchè le graduatorie complete con i punteggi divisi fra teoria e pratica sono solo sui siti dei paesi che le hanno indette mentre sul sito internazionale si trovano dei riassunti parziali; capita quindi, per esempio, che i risultati dettagliati dello scorso anno in Thailandia non siano al momento disponibili.

Tuttavia possiamo usare i riassunti di ICHO che è la organizzazione internazionale interessata.

Alcuni risultati complessivi degli ultimi 49 anni li trovate elencati qui:

Italia  Gold medal: 7. Silver medal: 30. Bronze medal: 57. Honorable mention: 12

Germania (riporto separatamente le due germanie di cui una quella democratica non esiste più dal 1989)

Gold medal: 43. Silver medal: 67. Bronze medal: 49. Honorable mention: 9

Gold medal: 9. Silver medal: 12. Bronze medal: 20. Honorable mention: 7

 

Francia  Gold medal: 6. Silver medal: 42. Bronze medal: 68. Honorable mention: 5

 USA Gold medal: 36. Silver medal: 63. Bronze medal: 33. Honorable mention: 1

Paesi bassi  Gold medal: 7. Silver medal: 18. Bronze medal: 78. Honorable mention: 9

Austria   Gold medal: 23. Silver medal: 58. Bronze medal: 59. Honorable mention: 4

UK   Gold medal: 9. Silver medal: 56. Bronze medal: 65. Honorable mention: 1

 Cina   Gold medal: 89. Silver medal: 27. Bronze medal: 4. Honorable mention: 0

 Come vedete i nostri risultati non sono eccezionali anche se occorre dire che partecipiamo dal 1980, dunque ci siamo persi 12 anni di gare. Quattro partecipanti italiani alla volta per un totale di 136 partecipanti hanno meritato in totale 94 medaglie (alcuni anni non abbiamo partecipato), il che ci dice che le nostre performances totali sono 94/136=0.69, poco al di sopra della casualità (0.66 in media se siamo bravi nella media) , come risultati totali.

Ancor più facciamo un esempio dettagliato: anche nel 2016 tutti e quattro gli studenti si sono piazzati, ma l’ordine di arrivo è stato: 63esimo e 70esimo (med. Argento), 151esimo bronzo, e 178esimo, menzione.

Volete un confronto impietoso?

La Germania “Federale” ha mandato in totale 160 studenti e ha avuto 159 medaglie, praticamente tutti gli studenti hanno vinto una medaglia.

La Cina partecipa dal 1987, ha mandato 128 studenti che in 120 casi hanno vinto una medaglia, ossia nel 94% dei casi.

La Cina ha vinto solo una volta il Nobel in Chimica come noi, ma le sue vittorie alle Olimpiadi fanno ben sperare per il futuro.

I risultati dettagliati non  sono esaltanti né rispetto a paesi di dimensioni comparabili come Inghilterra o Francia, ma nemmeno a paesi più grandi e con enorme interesse industriale nella Chimica come Germania, Usa e Cina, ma non lo sono nemmeno rispetto a paesi nostri immediati vicini come l’Austria che sono ben più piccoli di noi come popolazione (ma che vantano però 6 Premi Nobel in Chimica rispetto alla nostra singola vittoria). L’Austria ha mandato 156 studenti e ha vinto 140 medaglie, 9 studenti su 10 hanno vinto.

Diciamo che i risultati di quest’anno con tutti gli studenti italiani che hanno vinto una medaglia sono quello che altri paesi fanno dal primo momento. Bene, molto bene, ma era anche ora.

Anche perchè la nostra ultima medaglia d’oro risale al 1999, quindi ad ormai 19 anni fa.

Attenzione il grafico sotto è indicativo; i singoli punti sono esatti, mentre le zone individuate lo sono “a senso”, i confini fra le zone medaglie sono imprecisi.

Il grafico mostra quel che dicevo prima: incremento del numero di partecipanti mondiali con espansione delle posizioni possibili nel tempo,  medaglie d’oro italiane azzerate da 20 anni, argenti e bronzi si sono consolidati ma con notevoli alternanze e le nostre posizioni attuali tipiche in graduatoria sono fra la 50esima e la 200esima posizione assoluta. Per arrivare sotto la 50esima dobbiamo tornare indietro di quasi 10 anni. Mentre per vincere un oro occorre arrivare sotto la 30esima. Questi i nudi numeri.

Ora dopo 50 anni è da chiedersi: queste gare che senso hanno, a che servono, che indicazioni danno?

Anzitutto sono importanti perchè in qualche modo mostrano l’interesse crescente nei confronti della Chimica, quindi ben vengano; anche la partecipazione dei giovani in quanto tale è importante, sono l’avanguardia di una massa di altri studenti che rappresentano la Chimica nei loro paesi. Tuttavia diciamo anche che mancano molti paesi; tutti i paesi poveri non ci sono ancora; paesi dell’Africa o dell’America Latina sono assenti e non c’è stato interesse finora  a superare questo gap.

Inoltre c’è la questione di come si fanno le gare, di come ci si prepara alle gare; alcuni amici che insegnano dicono che di fatto c’è una situazione di “drogaggio” degli studenti; chi partecipa viene seguito da noi e ancor più in altri paesi moltissimo sulla Chimica a cui dedica tantissime energie, ma trascurando le altre cose, dunque è una preparazione non standard, ma finalizzata alla partecipazione alle olimpiadi; fra l’altro questo cambia anche i contenuti che divengono anno per anno più specialistici, secondo alcuni perfino nozionistici, a volte da ricerca vera e propria. Che significa questo? Chi ne trae vantaggio? Quegli studenti? Gli altri? La scuola tutta?

Non credo; diventa come in altri campi una competizione fine a se stessa, che non misura lo stato della situazione media dei giovani e nemmeno dei più bravi fra di loro, ma è solo una  misura delle risorse umane ed economiche spese nella competizione, invece che nella didattica e nella divulgazione della Chimica. Ma allora se le cose stessero così veramente ci sarebbe da cambiare l’organizzazione delle Olimpiadi della Chimica. (E anche di altre materie credo). Non abbiamo bisogno di fare altre graduatorie per farci belli dei risultati (basati peraltro su uno scalino economico) ma di portare avanti quanti più giovani possiamo e rendere la chimica veramente di tutti, per tutti, in tutti i paesi del mondo. Se no ripeto a che servono le Olimpiadi della Chimica?

E’ un augurio che faccio e lo faccio ringraziando chi si impegna e anche i giovani che hanno ottenuto i risultati, ma sottolineando che occorre cambiare impostazione.

L’anno prossimo sarà l’anno internazionale della tavola periodica; quale migliore occasione di fare diversamente le olimpiadi della Chimica?

Siti.

http://www.icho-official.org/results/organizers.php

Amminoacidi ferroviari.

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Ilaria D’Acquarica*

Qualche giorno fa mi trovavo sul treno “Italo” diretto a Verona Porta Nuova e, per la prima volta, ho cominciato a sfogliare, per la verità un po’ annoiata, la rivista distribuita gratuitamente ai viaggiatori, che la Società fa trovare già alla partenza del treno nella tasca della poltrona del passeggero davanti. Mi imbatto per caso nel messaggio promozionale di un integratore alimentare, dove campeggia la frase “SINTESI NETTA AMINOACIDOICA AL 99% IN SOLI 23 MINUTI”.
L’espressione “sintesi aminoacidoica” mi comincia a girare per la testa e non riesco a smettere di pensarci. Leggo tutto l’articolo, dal quale apprendo che si tratta di compresse contenenti otto amminoacidi essenziali, indicate nei casi di ridotto apporto o di aumento del loro fabbisogno. Nulla da eccepire, ovviamente, sulla composizione chimica e sull’effetto che le compresse esplicano, specialmente se confrontati con altre formule amminoacidiche già in commercio. Quello che proprio non riesco a digerire è quell’aggettivo (aminoacidoica) che non ho davvero mai sentito o letto in nessun libro. E comunque, affermare che gli amminoacidi essenziali facilitano la sintesi amminoacidica mi lascia un po’ perplessa, semmai possono avere effetti sulla sintesi proteica.
Allora decido di contattare immediatamente la ditta produttrice dell’integratore, dal treno su cui mi trovo; se aspettassi di arrivare a destinazione, di sicuro mi dimenticherei di tutta questa storia. Con lo smartphone scrivo una e-mail a una casella di posta elettronica riportata sul sito web della ditta, segnalando che, molto probabilmente, quel termine “aminoacidoica” non è corretto e che, forse, intendevano “amminoacidica” (tra l’altro, con due emme, come dovrebbe essere sempre riportato in italiano, anche se in inglese il termine corrispondente è “amino”).
Appena premo “invia” sulla tastiera dello smartphone mi pento di quello che ho fatto. Forse sono stata troppo precipitosa, sarebbe stato meglio lasciare perdere, tanto ormai la rivista è stata stampata e distribuita su tutti i treni di Italo. E poi, mi potrei sbagliare.
Il tempo di arrivare da Roma a Verona e ricevo una e-mail di risposta dalla ditta produttrice dell’integratore con le testuali parole: “Buongiorno. Lei ha perfettamente ragione. La ringraziamo immensamente per la segnalazione e speriamo che non ci succeda più”.
Sono rimasta senza parole. Avrei preferito che mi rispondessero che il termine, seppure obsoleto, è comunque corretto o che c’è stato un refuso editoriale di cui si scusavano. La constatazione “ha perfettamente ragione” non me l’aspettavo. Perché, se è così, mi chiedo come sia possibile che nessun chimico, di tutto lo staff, non se ne sia accorto prima della pubblicazione. E, soprattutto, mi chiedo il motivo della leggerezza che sempre più spesso mi capita di constatare nella presentazione e promozione di integratori alimentari o similari.
Se adesso ci si collega al sito web della ditta produttrice si legge che le stesse compresse, che prima garantivano una “SINTESI NETTA AMINOACIDOICA AL 99% IN SOLI 23 MINUTI”, adesso esplicano il seguente effetto: “ASSORBIMENTO E SINTESI NETTA PROTEICA AL 99%”. Che sia partito tutto dal mio ignaro smartphone?

* Ilaria D’Acquarica, prof. Associato di Chimica organica Dipartimento di Chimica e Tecnologie del Farmaco , Università di Roma “La Sapienza” – Si occupa di fasi e sostanze chirali e riconoscimento enantioselettivo in fase gassosa.

Naso e lingua sono stereoselettivi.

In evidenza

Claudio Della Volpe.

Non è una novità dirlo o sentirlo, ma se si approfondisce la cosa allora questa abilità dei nostri sensi e di quelli degli animali, primi fra tutti gli insetti, ma anche tanti animali superiori, appare in tutta la sua meraviglia.

Due molecole enantiomere sono di fatto due diverse molecole, non sovrapponibili ma specularmente simmetriche e dunque il fatto che si possa in qualche modo distinguere fra di esse non è scioccante per un chimico; ma che lo possano fare in piena autonomia tessuti e recettori biologici ha profonde implicazioni non ancora completamente comprese.

Non è l’unico caso di molecole la cui distinzione è “sottile”; tempo fa parlammo degli effetti legati allo stato di spin del nucleo.

La scoperta della stereoselettività dei recettori biologici è tutta italiana e risale ad un momento in cui il concetto stesso di recettore biologico non esisteva; e la scoperta contribuì al suo sviluppo.

Nel 1886, Arnaldo Piutti (Cividale del Friuli, 23 gennaio 1857 – Conegliano, 19 ottobre 1928) un chimico italiano trovò che mentre la D-asparagina ha un sapore dolce la L-asparagina è insipida, senza sapore (Una nuova specie di asparagina, in Gazzetta chimica italiana, XVI (1886), a proposito ma quando avremo la Gazzetta online?). L’asparagina è un amminoacido polare e non essenziale.

D- asparagina

L-asparagina

Aveva ottenuto 100 g di D-asparagina da 6500 kg di vecce (Vicia sativa) attraverso un ingegnoso metodo estrattivo (per cristallizzazione frazionata dalle acque madri di estrazione della L-asparagina) e stabilì che la D- non discendeva dalla racemizzazione della L- durante l’estrazione. Fu la prima volta che si trovò un esempio così chiaro di stereoselettività biologica, circa 15 anni prima che il concetto stesso di recettore venisse pienamente compreso. Si trattò di una vera e propria pietra miliare che destò l’interesse dei più importanti chimici del mondo come Louis Pasteur e Arthur Cushny.

Piutti è stato sostanzialmente dimenticato, ma aveva avuto una carriera piena e di ottimo livello e la comunità degli sterochimici oggi dovrebbe rivalutarne maggiormente la figura.

Dopo essersi laureato in chimica presso l’Università di Torino nel 1879, fu per un anno assistente di fisiologia diretto da Angelo Mosso e successivamente in quello di chimica farmaceutica diretto da Icilio Guareschi. Aiuto di Ugo Schiff a Firenze fra il 1881 ed il 1886, vinse la cattedra di chimica farmaceutica all’Università di Sassari. Nel 1888 passò alla medesima cattedra della Università di Napoli dove fondò l’Istituto di chimica farmaceutica. Il 22 agosto 1890 venne affiliato in Massoneria col grado di Maestro nella Loggia La vittoria di Napoli. Socio nazionale dei Lincei dal 1922.

Durante le ricerche per stabilire la posizione del gruppo amminico nell’asparagina (1886) riuscì ad effettuare la composizione di un composto aromatico (trimesitato trietilico) partendo da sostanze alifatiche. Ci riuscì studiando la sintesi dell’acido aspartico per riduzione con amalgama di sodio dell’ossima dell’etere ossalacetico.

Ottenne, inoltre, per azione dell’ammoniaca su uno dei due aspartati monoetilici che aveva preparato, i due antipodi di un’asparagina identica a quella naturale (1887). Sintetizzò anche l’asparagina da anidride maleica ed ammonica e dall’anidride citraconica la glutammina.

Nel 1913 riuscì a dimostrare che il lupino produce sia la destro che la levo-asparagina e che la prima è più favorita con una germinazione al buio, per poi scomparire col progredire della germinazione. Dedicò studi anche ai gas nobili ed alla radioattività dei minerali del terreno vesuviano. (da Wikipedia)

Sebbene ci siano variazioni individuali oggi è accettato che ci siano differenze chiare di sapore fra gli enantiomeri di vari composti. Per esempio:

N-L-R-aspartil-L-fenilalanina (o aspartame) ha un sapore dolce molto spiccato; mentre l’enantiomero DD è amaro.

L-glutamato monosodico, MSG, ha un caratteristico sapore “umami” (saporito), mentre l’enantiomero D non lo ha.

Ancora più intrigante la situazione nell’ambito dell’olfatto.

Probabilmente molti lettori conoscono il caso del carvone.(R)-5-Isopropenil-2-metil-2-cicloesenone

Il carvone esiste come due enantiomeri: l’R-(–)-carvone, che profuma come foglie di menta, e la sua immagine speculare S-(+)-carvone, il quale odora di semi di cumino. Il fatto che i due enantiomeri vengano percepiti in modo diverso è prova che nel sistema olfattivo ci sono dei recettori “chirali”, ossia che permettono una risposta diversa a seconda dell’enantiomero che percepiscono, cosa che non accade comunque per tutte le coppie di enantiomeri presenti in natura.

A questo proposito un altro esempio veramente intrigante è quello dell’alfa pinene.

L’alfa-pinene è un terpene con un anello a quattro membri e dunque tensionato e molto reattivo; queste molecole si trovano in varie piante in diverse combinazioni e dominanze e sono uno dei tre casi in cui il nostro naso riesce a ben discriminare fra le due varianti secondo un classico lavoro di Laska e Teubner. In quel medesimo lavoro si trovarono altri due casi di molecole enantiomere fra le quali il nostro naso riesce a discriminare efficacemente che sono il limonene e il carvone di cui abbiamo già parlato.

Chi è interessato a maggiori dettagli può fare riferimento alla letteratura citata sotto; la domanda importante è: come fa il nostro organismo e in generale come fanno i recettori biologici a discriminare in modo così fine fra molecole enantiomere?

Non c’è una risposta semplice, a parte l’ovvia idea data dal concetto chiave-serratura, tipico delle interazioni enzimatiche.

La conclusione di Laska e Teubner è che la discriminazione non sia generale ma dipenda nei fatti dal caso specifico preso in considerazione e dunque da uno specifico recettore, probabilmente con finalità a loro volta specifiche.

L’effetto sul recettore nasale non è disgiunto da altri effetti fisiologici; per esempio l’ anfetamina (1-metil- 2-feniletilammina) o amfetamina, che coinvolge un atomo di azoto attaccato al centro chirale: l’ (R)-(-) enantiomero mostrato qui sotto ha un odore di ammuffito

mentre l’ (S)-(+) enantiomero mostra un odore fecale ed è molto più efficace sul sistema nervoso centrale L’anfetamina è dunque enantioselettiva sia rispetto alla fisiologia che all’odore. In questo caso questa differenza di odore era conosciuta ben prima della sua analisi scientifica ma fu ritenuta non significativa.

Nella review qui sotto citata di Bentley ci sono moltissimi esempi di differenze di percezione in altri animali diversi dall’uomo dedotte dagli effetti fisiologici dell’odore della sostanza, sia per gli insetti che per le specie superiori; in realtà il campo degli odori e dei sapori e del ruolo relativo della enantiomeria è ancora da approfondire.

Al momento la cosa generale sembra che diverse specie abbiano in genere capacità diverse e specifiche di discriminazione enantiomerica e che questa diversa percezione possa presentarsi come effetti diversi dei due enantiomeri ma anche semplicemente come effetti validi solo per uno degli enantiomeri; ancora più complesso il caso di molecole con più centri chirali e anche delle interazioni fra specie chirali diverse mescolate in rapporti diversi dal racemo, con effetti di inibizione a volte anche per piccole aggiunte il che spiega l’importanza della purezza. Ci sarebero molte altre cose da dire per esempio le tecniche di analisi cromatografica che consentono di distinguere fra gli enantiomeri, ma avremo tempo in futuro a meno che qualche volenteroso collega più esperto di me non voglia contribuire.

Concludo lamentandomi di non conoscere il polacco perchè a senso mi pare che l’articolo in polacco contenga molti esempi interessanti.

Riferimenti.

Chem. Rev. 2006, 106, 4099−4112 Ronald Bentley The Nose as a Stereochemist. Enantiomers and Odor

cHeMik 2014, 68, 2, 83–90 in polacco

CHIRALITY 24:959–976 (2012) JOSEPH GAL The Discovery of Stereoselectivity at Biological Receptors: Arnaldo Piutti and the Taste of the Asparagine Enantiomers—History and Analysis on the 125th Anniversary

Voce Chirality di Meyers – Encyclopedia of Molecular Cell Biology and Molecular Medicine 16 volumes(2006, Wiley) 2 vol pag. 579 e sgg

Chem. Senses 24: 161–170, 1999 Olfactory Discrimination Ability of Human Subjects for Ten Pairs of Enantiomers, Matthias Laska and Peter Teubner

La Cina prosegue sulla strada dello sviluppo incontrollato.

In evidenza

Claudio Della Volpe

La Cina è la principale produttrice di sostanze chimiche di sintesi al mondo (40% del fatturato mondiale); prova ne sia che anche i nostri marchi si rivolgono a quelli cinesi.

Federchimica chiama pudicamente “outsourcing” la tendenza a delegare alla Cina (e ad altri paesi) dove le regole sono poche nell’ambiente e nel lavoro la produzione di sostanze chimiche di sintesi.

“Dagli anni Duemila l’occupazione chimica è tendenzialmente diminuita, in parte per effetto dell’outsourcing di attività prima svolte all’interno delle imprese chimiche con conseguente miglioramento dell’efficienza.”

Da L’industria chimica in cifre 2017 di Federchimica.

Si guadagna di più (pudicamente “miglioramento dell’efficienza”). Non mi dilungo se no mi arrabbio.

Questi non sono fenomeni naturali, sono scelte di politica economica; che conseguenze hanno?

Pochi giorni fa c’è stato il caso dell’AIFA che ha segnalato che in un farmaco prodotto in Cina per aziende di tutto il mondo comprese aziende italiane (valsartan, un sartano sintetico, antagonista del recettore dell’angiotensina II) da un marchio da noi sconosciuto, ma che di fatto è una delle più grandi aziende cinesi, leader nel settore dei pril-products, ossia gli ACE-inibitori (economicamente concorrenti dei sartani, ossia captopril, enalapril, lisinopril), Zhejiang Huahai Pharmaceuticals, si erano trovati residui di N-nitrosodimetilammina, che è una sostanza sospetta cancerogena.

La cosa non mi meraviglia, poteva succedere anche dalle nostre parti probabilmente; ma tanto più facilmente succede in Cina dove le regole spesso esistono ma non vengono rispettate (cosa che succede anche da noi ed è successa tanto in passato), ma anche non esistono affatto ed è per noi difficile sapere come stanno le cose dato il regime di controllo esasperato delle informazioni di quel grandissimo paese.

Ma ci sono altre storie e sono legate fra di loro.

Il pomeriggio di giovedì 12 luglio scorso alle 18.30 una esplosione ha squarciato il cielo del Sechuan, sopra l’impianto chimico della Yibin Hengda Technology, uno dei principali produttori chimici cinesi; un testimone ha dichiarato di aver sentito 7 esplosioni in 10 minuti; la fabbrica produceva 300 ton di acido benzoico all’anno, usato nella conservazione del cibo e 200 ton/anno di acido 5-nitroisoftalico, per medicine e coloranti.Le cause dell’esplosione sono al momento sconosciute, ma l’esplosione ha provocato 19 morti e 12 feriti.

https://news.abs-cbn.com/list/tag/yibin-hengda-technology

Se sarà possibile vi terrò informati sul prosieguo. Il motivo è che ritengo che nel momento in cui la Cina è diventato il principale produttore chimico del mondo, i chimici di tutto il mondo e i cittadini del mondo debbano fare attenzione ai problemi che questo genera; non meno di quando avviene più vicino a noi.

(abbiamo reso sempre ragione degli incidenti chimici avvenuti in Europa e in Italia su questo blog: qui, qui, qui e qualche altro post mi sfugge certamente).

Lo abbiamo fatto anche per quelli cinesi. Tre anni fa di questi tempi vi raccontavo e discutevamo del grande incidente cinese di Tianjin una esplosione seguita incendio che durò giorni e che fece oltre 160 morti (qui); ipotizzammo che fosse stata probabilmente una esplosione innescata da un uso improprio dell’acqua in un deposito troppo grande di carburo di calcio, nitrato di potassio e nitrato di ammonio. Ma le cose stavano diversamente (anche se alcuni come il collega Paccati nel corso della discussione, avevano fatto l’ipotesi poi rivelatasi quella vera o comunque condivisa dai giudici).

il sito di Tianjin dopo l’esplosione.

Una corte cinese ha condannato 49 persone per non aver fatto il proprio dovere, preso tangenti e abusato del proprio potere ed ha invece ricostruito la situazione così:

https://www.dw.com/en/china-convicts-dozens-for-last-years-giant-explosions-in-tianjin/a-36324321

Yu Xuewei, il dirigente della compagnia Rui Hai International Logistics, che era il proprietario del deposito è stato condannato a morte, ma la pena è stata poi sospesa; aveva pagato tangenti per avere il permesso di stoccare più di 49.000 ton di cianuro di sodio ed altri prodotti chimici tossici fra il 2013 e il 2015. Questo grazie alla compiacenza interessata di decine di responsabili della Rui Hai e di altre compagnie e sulla base di certificati falsi

Le investigazioni dei giudici hanno rivelato che l’esplosione è avvenuta quando un deposito di nitrocellulosa , usata come agente adesivo in farmaci e vernici si è incendiato a causa del caldo eccessivo di agosto 2015. Le fiamme hanno raggiunto il deposito illegale del fertilizzante nitrato di ammonio scatenandone l’esplosione. Nell’esplosione sono morti 99 poliziotti e 11 vigili del fuoco che non sapevano della presenza del materiale esplosivo . I danni fisici hanno coinvolto oltre 800 persone ed una parte del porto di Tianjiin è stato distrutto e danneggiato, mentre l’inquinamento da cianuro ha perfino superato i confini nazionali.

Cosa è cambiato da allora in Cina?

Non lo so, è difficile anche avere informazioni sulle leggi e i regolamenti; un amico che lavora in Cina per una ditta multinazionale, intervistato telefonicamente il 13 luglio sull’incidente in Sechuan mi ha detto: “non ne so nulla, qua le notizie sono rigidamente controllate; e comunque mentre l’inquinamento dell’ambiente è al momento altamente considerato le regole sulla sicurezza del lavoro lo sono molto meno”.

La Cina è un grande paese, con un enorme ed incontrollato sviluppo industriale che sta purtroppo seguendo (forse anche peggiorando) il cattivo esempio che noi occidentali abbiamo dato in passato in questo campo e nell’uso della chimica.

Ma il loro sviluppo e la nostra situazione non sono scorrelati; noi siamo loro clienti ed è molto probabile che ci sia qualcuno dalle nostre parti che si frega le mani per aver esportato la produzione di sostanze che da noi ormai risulta troppo rigidamente regolamentata per risultare “efficiente”: dunque esternalizzare, outsourcing. Anche il caso del valsartan ci obbliga a chiederci: perchè i controlli sulla composizione fatti dai nostri furbi acquirenti nazionali non sono più frequenti e ampi?

E’ veramente più efficiente far produrre in Cina queste sostanze? O è solo un affare economico dato che fino ad ora là ci sono meno regole (ossia lacci e lacciuoli, come li chiamano i giornali di lorsignori). Ma noi europei o cinesi semplici cittadini cosa ci guadagnamo oltre a veder scendere l’occupazione e ricever ogni tanto schifezze al posto di medicine, morire sul lavoro o di inquinamento?

Pensateci, pensiamoci.

Due lettere a LaRepubblica

In evidenza

Vincenzo Balzani

Con il permesso del’autore riproduciamo qui due lettere inviate recentemente a La Repubblica da Vincenzo Balzani; gli argomenti sono quelli tipici del nostro blog: energia, ambiente, il nostro rapporto con queste cose, il ruolo della Chimica. Non sono state pubblicate e così rimediamo noi nel nostro piccolo.

Eni e noi, abitanti della Terra

Caro Direttore,

ho letto su Repubblica del 16 giugno l’appello sulla Rivoluzione Energetica dell’A.D. di ENI Claudio Descalzi. Quanto è scritto nella prima parte dell’articolo è completamente condivisibile: “Clima ed energia sono i fattori su cui si gioca il futuro, …. la transizione energetica deve essere guidata dalla protezione dell’ambiente, … siamo lontani dal contenere l’aumento delle temperature al di sotto del limite dei 2°C fissato dalla Cop21 di Parigi”.

Da queste premesse si dovrebbe trarre, come scrive papa Francesco nell’enciclica Laudato si’, la conclusione che “I combustibili fossili devono essere sostituiti senza indugio …”. Descalzi si guarda bene dal dirlo, confermando così quanto affermato dal papa stesso: ”… ma la politica e l’industria rispondono con lentezza, lontane dall’essere all’altezza delle sfide” (165)”.

Descalzi informa che Eni ha abbattuto la componente carbonica della sua attività, ma non dice che si tratta di una goccia nel mare di CO2 che Eni direttamente o indirettamente genera con i quasi due milioni di barili di petrolio prodotti al giorno! Qua e là Descalzi cita le energie rinnovabili, ma come ha affermato in molte altre occasioni reputa che non siano “mature” e sostiene che l’unica via per salvare il clima è utilizzare il metano come fonte energetica “ponte”. In realtà l’energia elettrica prodotta dalle energie rinnovabili è già oggi competitiva sul piano economico, anche senza considerare i problemi sanitari e climatici creati dai combustibili fossili. Le energie rinnovabili, insomma, sono già disponibili e pronte all’uso: quello che manca è la volontà di utilizzarle, a causa degli enormi interessi economici e di potere che ne verrebbero colpiti.

Non serve ricorrere al metano come energia “ponte”, anche perché il metano non è affatto innocente riguardo i cambiamenti clmatici. Descalzi dovrebbe saperlo, ma non lo dice. E’ vero, infatti, che a parità di energia prodotta la quantità di CO2 generata dal metano è inferiore di circa il 25% di quella generata dal petrolio, ma è anche vero che il metano rilasciato in atmosfera è un gas serra 72 volte più potente di CO2 quando l’effetto è misurato su un arco di 20 anni (25 volte più potente quando misurato su 100 anni). Poiché nella lunga filiera del metano si stima ci siano perdite di almeno il 3% rispetto alla quantità di gas usato, è chiaro che estendendo l’uso del metano non si combatte affatto il cambiamento climatico.

Nel campo dei trasporti, oltre che sul metano Eni fa molto affidamento sui biocombustibili, in netta contraddizione con la realtà dei fatti. Studi scientifici dimostrano che l’efficienza di conversione dei fotoni del sole in energia meccanica delle ruote di un’automobile (sun-to-wheels efficiency) è almeno 50 volte superiore per la filiera che dal fotovoltaico porta alle auto elettriche rispetto alla filiera che dalle biomasse porta alle auto alimentate da biocombusibili. In effetti, quello che gli esperti prevedono non è una sostituzione significativa dei combustibili fossili con biocombustibili, ma una rapida, dirompente diffusione delle auto elettriche. La cosa non meraviglia perché i motori elettrici non inquinano, non producono CO2, sono quattro volte più efficienti dei motori a combustione interna e sono molto più facili da riparare e da mantenere.

In Italia, quindi, non servono altre bioraffinerie alimentate da olio di palma proveniente dalla Malesia, ma fabbriche di pannelli fotovoltaici, batterie, auto elettriche e colonnine per la ricarica.

Infine, Descalzi lega lo sviluppo dell’Africa, oltre che all’enorme potenziale di energia solare ed eolica, anche alla presenza, in quel continente, di enormi riserve di combustibili fossili, molte delle quali scoperte da Eni, che ha anche l’obiettivo di scoprire altri 2 miliardi di barili di combustibili fossili perforando 115 pozzi in 25 paesi. In base all’accordo di Parigi, però, la maggior parte delle riserve di combustibili fossili già note dovrà rimanere nel sottosuolo. Se quell’accordo sarà osservato, Eni avrà problemi economici. Se invece la politica permetterà di usare tutte le riserve, i problemi, purtroppo, li avremo noi, abitanti della Terra.

Vincenzo Balzani, Professore Emerito, Università di Bologna

 

Lettera a Repubblica 26 giugno 2018

Egregio direttore Calabresi,

Apprendo da Repubblica di oggi che nel “pacchetto formazione” concesso agli operai della Lamborghini in orario di lavoro retribuito sono state inserite Lezioni sulla Costituzione. E’ certamente un’ottima iniziativa.

Credo però che sarebbe necessario ricordare a tutti, cominciando dai politici che hanno salutato con entusiasmo la produzione del nuovo SUV Urus come straordinario esempio di innovazione che:

  • nei motori a scoppio, usati da più di un secolo, non c’é più nulla da innovare; se si vuol fare

innovazione nel campo delle automobili, oggi la si può fare solo sulle auto elettriche.

  • con la sua mostruosa potenza di 600 CV e gli alti consumi di combustibili fossili, il SUV Lamborghini è un emblema del consumismo dal quale le vere innovazioni dovrebbero farci uscire;
  • col suo prezzo di 250.000 euro, Urus è l’icona delle disuguaglianze che, a parole, tutti dicono di voler abbattere.

Non sarebbe male, allora, inserire nel “pacchetto formazione” anche, un paio di frasi dell’enclica di Papa Francesco:

  • Il ritmo di consumo, di spreco e di alterazione dell’ambiente ha superato le capacità del pianeta; lo stile di vita attuale, essendo insostenibile, può sfociare solamente in catastrofi”.
  • Ci dovrebbero indignare le enormi disuguaglianze che esistono tra di Non ci accorgiamo più che alcuni si trascinano in una miseria degradante, mentre altri non sanno nemmeno che farsene di ciò che possiedono”.

Cordiali saluti,

Vincenzo Balzani, Professore emerito, Università di Bologna

 

Scienziate che avrebbero potuto vincere il Premio Nobel: Lina Solomonovna Stern (1878-1968)

In evidenza

Rinaldo Cervellati

Lina Solomonovna Stern (talvolta Shtern), ebraico-russo-sovietica, biochimico, fisiologo chimico e neurofsiologo, è particolarmente nota per i suoi pionieristici studi sulla barriera emato-encefalica.

Nacque il 26 agosto 1878 a Libava (allora Impero Russo, oggi Repubblica baltica di Lettonia) in una famiglia ebraica. Suo padre era un commerciante esportatore di pane che passava la maggior parte del tempo in Germania per lavoro. Sua madre, una casalinga, ha allevato sette figli, di cui Lina era la maggiore. Compì gli studi fino al diploma liceale nella città natale, poi nel 1898 fu ammessa alla Facoltà di Medicina dell’Università di Ginevra. Stern scrisse il suo primo lavoro scientifico, Study of the So-called Internal Secretion of the Kidneys, quando era ancora una studentessa, nel 1902. Due anni dopo si laureò discutendo la tesi Physiological Study of Ureter Contractions.

La giovane Lina Stern

Successivamente, su proposta del Professor J. Prevost[1], diventò assistente nel Dipartimento di Fisiologia. Qui, insieme a Frederico Batelli, iniziò la ricerca nel campo dell’ossidazione biologica, ricerca che ha portato alla scoperta dell’enzima polifenolossidasi. Particolare importanza rivestono le ricerche di Batelli e Stern sulla sequenza succinato-fumarato-malato e l’identificazione della fumarasi,l’enzima che induce la trasformazione del fumarato in malato. I risultati di questi studi trovarono la loro collocazione nel ciclo di Krebs, venti anni dopo [1].

Negli anni 1917-1925 conseguì il titolo di professore e divenne direttore del Dipartimento di Chimica Fisiologica[2] dell’università svizzera. E’ stata la prima donna professore ordinario all’Università di Ginevra.

Lina Stern nel suo laboratorio di Ginevra

Nulla sembrava prefigurare cambiamenti drastici nella sua vita e nella sua carriera scientifica. Ma, come scrive nella sua autobiografia [1,2][3], datata 19 aprile 1954:

Vivendo in Svizzera, conobbi un certo numero di emigrati politici…ma non presi parte alla vita politica…Ero completamente presa dal lavoro scientifico. La guerra imperialista con le sue conseguenze mi fece riflettere sul problema, scatenando un’avversione per il sistema capitalista e accrescendo di conseguenza le mie simpatie per il movimento rivoluzionario russo.

Dopo la rivoluzione di ottobre, Stern iniziò a considerare uno spostamento in Unione Sovietica. Convinta che sarebbe stato creato un nuovo sistema e una nuova società che avrebbe protetto il mondo dagli orrori della guerra e dall’ingiustizia [2], nel 1924, ricevette, da parte di Alexei N. Bach[4] la proposta di occupare la posizione vacante di capo del Dipartimento di Fisiologia nella Seconda Università statale di Mosca. Lina accettò senza esitazione, anche perché aveva sempre desiderato continuare gli studi in patria ma, come successe a molti altri studenti della sua etnia, ai tempi dello Zar era molto difficile ottenere l’ammissione a una università russa, mentre la Svizzera, in particolare l’Università di Ginevra era nota per il suo atteggiamento liberale verso gli stranieri [1,3].

Lina Stern aveva una perfetta conoscenza delle lingue francese, tedesco, inglese e italiano. Quando arrivò in Unione Sovietica, era già un’eminente scienziata internazionalmente riconosciuta, durante la sua permanenza all’Università di Ginevra aveva pubblicato centocinquanta lavori scientifici.

Fu subito inviata come delegata al Dodicesimo Congresso Internazionale di Fisiologia a Stoccolma nel 1926.

Lo studio della barriera emato-encefalica e della barriera del tessuto sanguigno (BBB, BTB), il lavoro più importante nella vita professionale di Stern, iniziò mentre era a Ginevra, in collaborazione con E. Rotlin e R. Gaultier. Nel suo rapporto alla Geneva Medical Society del 21 aprile 1921, “Il liquido cerebrospinale e la sua interazione con il sangue e gli elementi nervosi del tronco cerebrale”, avanzò la seguente ipotesi: “… tra sangue, da un lato, e liquido cerebrospinale dall’altra c’è un apparato o meccanismo speciale, in grado di eseguire un tipo di screening di sostanze che sono normalmente presenti nel sangue o che vi sono entrate accidentalmente. Proponiamo di chiamare questo meccanismo ipotetico, che lascia passare alcune sostanze mentre rallenta o blocca completamente altre, Blood-Brain Barrier (BBB)[barriera emato-encefalica]”.

Lisa Stern

                            Schema BBB di Stern e immagine reale

Secondo Stern, il fluido cerebrospinale è l’ambiente nutrizionale a diretto contatto del cervello, la fonte che fornisce alle cellule cerebrali le sostanze necessarie per il normale funzionamento. La barriera emato-encefalica è, quindi, un meccanismo protettivo del sistema nervoso centrale.

Questa ricerca proseguì con successo a Mosca, nell’Istituto di Fisiologia fondato da Stern. Qui, lo studio si concentrò sulla funzione regolatoria del BBB, sul suo ruolo durante la somministrazione diretta di sostanze nei ventricoli del cervello, sugli effetti di acetilcolina, adrenalina e insulina sul sistema nervoso centrale, sull’importanza della barriera emato-encefalica nella pratica clinica, in particolare per il trattamento di malattie infettive del cervello e dello shock traumatico. Con una serie di esperimenti studiò il diverso effetto sui centri nervosi a seconda che le sostanze fossero introdotte nel sangue o direttamente nel liquido cerebrospinale o nel cervello o nel midollo spinale [1].

Lina Stern fin dal 1923 si era domandata se il meccanismo BBB esistesse solo per il sistema nervoso o se vi fossero meccanismi analoghi per tutte le funzioni del corpo, destinati a regolare/mantenere la relativa costanza di composizione e di proprietà dell’ambiente a diretto contatto con tutti gli organi, tessuti e cellule.

Nella sua lecture alla Conferenza sulla Permeabilità nel 1936, Stern sviluppò il concetto di Blood Tissue Barrier (BTB): “La barriera del tessuto sanguigno non è solo un concetto morfologico. È un’unità funzionale, o, per essere più precisi, un meccanismo, che ha il suo fondamento anatomico nelle pareti dei capillari. Dobbiamo ricordare che è un meccanismo complesso, e la penetrazione di sostanze attraverso una parete capillare è solo la prima fase, solo una parte nel complesso processo del passaggio di sostanze dal flusso sanguigno alle cellule parenchimatiche dell’organo.”

Gli studi successivi sulla regolazione di composizione, proprietà fisiologiche e fisico-chimiche dell’ambiente circostante di organi, tessuti e cellule, condotti da Stern e dalla sua scuola, non sono solo fondamentali nella teoria, comportano anche una decisiva applicazione pratica. In particolare, sono importanti per il trattamento di gravi malattie del sistema nervoso centrale come la sifilide del cervello, il tetano, le encefaliti e la meningite tubercolare.

In effetti, il BBB, che normalmente fornisce protezione vitale per il sistema nervoso centrale dall’effetto dannoso di sostanze che accidentalmente entrano nel flusso sanguigno o sono create nel processo di scambio, può, in certe condizioni patologiche, avere un effetto negativo.

Molti farmaci (inclusi antibiotici e sieri di trattamento) non penetrano nel sistema nervoso perché il BBB li tiene nel sangue. Al fine di superare l’impermeabilità delle barriere, Stern propose un metodo di somministrazione di farmaci direttamente nei ventricoli del cervello (metodo suboccipitale), che ha dimostrato qualche efficacia nel trattamento delle malattie sopra elencate.

Leon A. Orbeli[5], accademico-segretario del Dipartimento di Scienze Biologiche dell’Accademia delle Scienze dell’URSS, ha parlato molto delle ricerche di Stern. Nel suo rapporto al Presidium dell’Accademia delle Scienze dell’URSS il 16 gennaio 1945, delineò la teoria delle barriere sviluppate da Stern e ne enfatizzò il grande significato teorico e pratico. Le applicazioni in campo medico delle ricerche di Stern hanno salvato migliaia di vite sui fronti della seconda guerra mondiale.

Nonostante il riconoscimento dei suoi colleghi, sia all’estero che in URSS, e premi governativi (nel 1943 le fu assegnato il Premio Stalin, nei due anni successivi fu insignita rispettivamente dell’Ordine della Bandiera Rossa del Lavoro e dell’Ordine della Stella Rossa), Stern non sfuggì all’ondata di repressioni staliniste antiebraiche degli ultimi anni ‘40-inizio anni ’50.

Durante la seconda guerra mondiale, Lina Stern era stata membro del Comitato Antifascista Ebraico organizzato su iniziativa dell’Unione Sovietica per mobilitare il sostegno ebraico mondiale agli sforzi bellici dell’URSS contro la Germania nazista. Composto da personalità e intellettuali ebrei, il Comitato fu sciolto dopo la fine della guerra. I suoi membri furono accusati di attività sioniste antisovietiche da parte dell’ala più intransigente degli stalinisti. Stern fu esautorata dai suoi incarichi nel 1948, arrestata nel 1949 e condannata all’esilio in Kazakhistan, dove rimase fino alla morte di Stalin, nel 1953.

Nella sua autobiografia [1,2], Stern scrive molto poco su questo periodo della sua vita: Nel 1949 fui arrestata dal MGB[6], e nell’agosto del 1952 esiliata a Jambl. Nel 1953, fui liberata e tornai a Mosca. Convocata al Ministero degli Affari Interni ho ripetuto che ero stata arrestata ingiustamente.

Con il decreto del Presidium dell’Accademia delle Scienze dell’URSS del 1° settembre 1953, Lina Solomonovna fu reintegrata nell’Accademia come membro a pieno titolo [2].

Con il suo tipico vigore, Stern si rimise al lavoro: in qualità di capo del Laboratorio di Fisiologia dell’Istituto di Biofisica, ottenne strutture, attrezzature e personale adeguato. I risultati delle sue nuove ricerche ebbero un importante significato teorico e pratico in medicina e in agricoltura, fornendo una soluzione ai problemi legati all’invecchiamento e alla crescita maligna delle cellule. Furono la base dei rapporti che Stern presentò all’8° Congresso dei Fisiologi dell’URSS (1955) e alla Conferenza tecnico-scientifica di tutti i Soviet (1957). Il titolo del primo rapporto era “Il significato dell’ ambiente nutrizionale a diretto contatto degli organi e il ruolo delle barriere dei tessuti sanguigni, in particolare, il BBB, nella regolazione neuro-umorale e nel coordinamento delle funzioni corporee”; il secondo rapporto era intitolato “L’effetto delle radiazioni ionizzanti sui fattori che determinano la composizione e le proprietà dell’ambiente biologico a diretto contatto con gli organi e i tessuti del corpo animale” [2]. I risultati esposti nella seconda conferenza sono serviti a chiarire la patogenesi della malattia da radiazioni.

Il curriculum vitae di Stern nella Russia sovietica è la testimonianza del suo vigore, della sua incredibile energia e della sua immensa capacità lavorativa. Dal 1926 al 1928 diresse il Dipartimento di Biochimica presso l’Istituto Mechnikov di Malattie Infettive; nel 1929 e nel 1930 è stata a capo del Dipartimento di Fisiologia e Biochimica presso l’Istituto Biomedico; dal 1930 al 1936 è stata a capo del Dipartimento di Fisiologia dell’Età Infantile presso l’Istituto di assistenza materna e dell’infanzia; e dal 1935 al 1938, capo del Dipartimento di Chimica Fisiologica presso l’Union Institute of Experimental Medicine.

Nel 1939 fu eletta membro a pieno titolo dell’Accademia delle Scienze dell’URSS. Diresse l’istituto di Fisiologia fino al 1948. Dopo l’interruzione forzata di cinque anni nel lavoro scientifico a causa dell’arresto e dell’esilio, Stern diresse il Laboratorio di Fisiologia dell’Istituto di Biofisica dell’Accademia delle scienze dell’URSS dal 1954 al 1968.

Negli anni ’30, Stern fu il redattore capo della rivista The Bulletin of Experimental Physiology and Medicine, membro del Presidium della Società di Fisiologi, Biochimici e Farmacologi, vicepresidente della Società dei Fisiologi di Mosca, membro del Consiglio accademico medico del Commissariato della Salute del Popolo e membro dell’ufficio del Consiglio accademico dell’Istituto di Neurochirurgia. Nel 1934, per celebrare trent’anni della sua attività scientifica, educativa e sociale, le fu conferito il titolo di “Operaio onorario della scienza”. Nel 1944 fu eletta membro a pieno titolo dell’Accademia delle Scienze Mediche dell’URSS.

Lina Solomonovna Stern è morta il 7 marzo 1968, le sue spoglie sono sepolte nel Novodevichy Cemetery, il cimitero monumentale di Mosca. Sarà ricordata per le sue ricerche innovative in biochimica e neurofisiologia. Sebbene sia stata umiliata dopo la guerra, non ha mai interrotto i suoi studi scientifici e ha mantenuto gli ideali della sua giovinezza fino alla fine dei suoi giorni.

Per chi fosse interessato, una biografia di Lina Solomonovna Stern si trova anche nel libro European Woman in Chemistry [4], i suoi lavori più importanti sono citati in [1,3].

 

Bibliografia

[1] A. Vein, Science and Fate: Lina Stern (1878–1968), A Neurophysiologist and Biochemist., Journal of the History of the Neurosciences, 2008, 17, 195–206.

[2] Nora A. Grigorian, Lina Solomonovna Stern (Shtern) 1878 – 1968

https://jwa.org/encyclopedia/article/stern-shtern-lina-solomonova

[3] L. Sarikcioglu, Lina Stern (1878–1968): an outstanding scientist of her time., Childs Nervous System, 2017, 33,1027–1029.

[4] A.B. Vogt, Lina Solomonovna Stern (also Shtern, Schtern) (1878-1968), in: J. Apotheker, L.S. Sarkadi (Eds.), European Women in Chemistry, Wiley-WCH, 2011, pp. 59-63.

 

[1] Jean-Louis Prévost (1838 – 1927) fisiologo e neurologo svizzero, professore a Ginevra, autore di più di 60 fra articoli e libri, è considerato il primo ad aver introdotto in Svizzera le moderne pratiche della fisiologia.

[2] La Chimica fisiologica faceva parte della Fisiologia, ma non era ancora considerata come un campo di studio indipendente. Stern fece aggiungere questa disciplina al curriculum della Facoltà di Medicina e, nel 1918, fu istituito il nuovo Dipartimento di Chimica Fisiologica all’Università di Ginevra [1].

[3] Nel rif [1] l’autore fa riferimento all’autobiografia contenuta in Arkhiv Rossiskoi Academii Nauk (Archivio Dell’Accademia Russa delle Scienze); l’autrice di [2] fa riferimento alla data precisa di stesura dell’autobiografia. I brani riportati dai due autori sono comunque praticamente identici.

[4] Alexei Nikolaievich Bach (1857-1946), chimico e rivoluzionario russo è considerato il fondatore della biochimica nell’Unione Sovietica. Membro dell’Accademia delle Scienze dell’URSS, è stato membro anziano del Soviet Supremo.

[5] Leon Abgarovich Orbeli (1882-1958) fisiologo russo-armeno, ha avuto un ruolo importante nello sviluppo della fisiologia evoluzionista con più di 200 lavori sperimentali e teorici. Membro dell’Accademia delle Scienze dell’URSS, fu amico di Lina Stern sia prima sia dopo l’esilio, quando anche lui non era più nelle grazie delle autorità sovietiche.

[6] Acronimo per Ministero della Sicurezza dello Stato con funzione di servizi segreti, attivo in URSS dal 1946 al 1953. Seguito poi dal KGB, la più nota agenzia segreta della Russia sovietica, attiva dal 1954 al 1991. Oggi i compiti di sicurezza sono svolti dal FSB, i servizi della Federazione Russa.