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La falsa petizione “contro le eco-bufale” del Prof. Zichichi e Il Giornale

In evidenza

Ospitiamo volentieri questo post degli amici di Climalteranti sul tema del clima e di come certi scienziati e giornali ne parlano in modo del tutto improprio e soprattutto costruendo un inesistente consenso alle loro posizioni; il testo del post è opera collettiva e compare oggi su vari siti e blog; è interessante notare che su Il Giornale è stata pubblicata una risposta alle “zichicche” da parte del Comitato Scientifico del WWF Italia.

Il 5 luglio è apparso su “Il Giornale” un articolo in cui il Prof. Antonino Zichichi ha ribadito le sue posizioni estreme sulla questione climatica, parlando di “eco-bufale”, di “terrorismo” e criticando in modo radicale la modellistica climatica; l’articolo è stato presentato da un titolo (si presume della redazione) in cui si definivano “ciarlatani” gli scienziati che ritengono che le attività umane stiano modificando il clima del pianeta.

Climalteranti ha già spiegato in un precedente post lo scarso spessore scientifico di questa ulteriore raffica di “zichicche”, nonché la stranezza della sezione intitolata “Appello della Scienza contro le eco-bufale” dove “La Scienza” sembrava rappresentata, oltre che dal prof. Zichichi in persona, dalle firme di venti scienziati.

Ora, questa cosa è parecchio strana per vari motivi. Il primo è che dei venti firmatari non ce n’è uno, che sia uno, che si occupi di clima. Sono quasi tutti fisici delle particelle o fisici teorici. La seconda stranezza è che non si capisce bene dall’articolo de “Il Giornale” che cosa queste persone abbiano firmato. Di quali “eco-bufale” si tratta, esattamente?

Così, abbiamo pensato di contattare direttamente i firmatari, chiedendo loro gentilmente se potevano darci qualche delucidazione su cosa avessero firmato e se fossero d’accordo con le idee di Zichichi. La lettera è stata firmata da 37 studiosi che in diverso modo lavorano nel settore dei cambiamenti climatici.

I risultati sono stati interessanti. Dei venti firmatari, cinque ci hanno risposto esplicitamente che non hanno firmato niente del genere e che NON sono assolutamente d’accordo con le opinioni di Zichichi e nemmeno con l’idea di chiamare “ciarlatani” e “terroristi” quelli che si occupano di clima. Degli altri 15, nessuno ha confermato che ha firmato sapendo cosa firmava e che è d’accordo con Zichichi.

Ad esempio:

– Isabell Melzer-Pellmann ci ha scritto: “sono molto dispiaciuta che il mio nome sia stato citato nel giornale con l’articolo del Prof. Zichichi, di cui non condivido le opinioni”;

– Michael Duff ci ha scritto: “potrei aver firmato una richiesta di sanzioni più dure contro l’inquinamento, ma è un peccato se la mia firma e l’articolo del professor Zichichi hanno creato l’impressione che io sia uno scettico sul clima, perché non lo sono”;

– Peter Jenni ci ha scritto: “è vero che ho firmato un testo in inglese con quattro punti, pensando (forse non abbastanza) che fossero ragionevoli. In nessun modo ho pensato che avrebbero implicato il contenuto o lo stile / le accuse riportato nell’articolo de Il Giornale firmato dal Prof. Zichichi”.

In sostanza, dalle risposte ricevute, ci sembra di capire che in una recente scuola di fisica tenuta a Erice sia circolata una breve petizione (“cinque righe in inglese”) in cui si parlava di agire con più forza contro l’inquinamento atmosferico, ma non si diceva niente delle particolari opinioni del Prof. Zichichi sulla scienza e sugli scienziati del clima.

Alla fine dei conti, sembra chiaro che qualcuno abbia sfruttato la buona fede di perlomeno alcuni (e forse molti) dei firmatari della “petizione” per una delle solite operazioni politiche dove si cerca di screditare la scienza del clima.

In conclusione, l’appello dei 20 scienziati contro le eco-bufale semplicemente non esiste: ci sono solo le tesi senza fondamento di un fisico delle particelle, a cui – e questa è la cosa più grave –, un quotidiano nazionale continua a dare credito. In spregio non tanto alle regole basilari della deontologia professionale che imporrebbero di controllare le fonti (su questo ci siamo abituati, non chiediamo tanto a Il Giornale), ma al buon senso.

Ecco il testo della lettera ai 20 scienziati presunti firmatari dell’appello pubblicato da “Il Giornale”:

Dear colleague,

You may be aware that your name and academic affiliation have been included in a list of signatories of an appeal related to climate change recently published in a National Italian newspaper (Il Giornale, 05-07-2017).

From the article as it has been published, it is difficult to understand what is exactly the text of the “appeal.” However, the title says that the signatories are against unspecified “climate hoaxes” and against “environmental terrorism.” The appeal seems to consist of (or at least to be in agreement with) a series of statements by Professor Antonino Zichichi which appear in the same pages. As scientists directly and indirectly involved in climate science, we find hard to follow the logic of Prof. Zichichi’s arguments and surely we don’t agree with his interpretation of climate science. We note also that the text includes branding as “charlatans” those who maintain that greenhouse gases can modify the earth’s climate.

We are, of course, open to discuss different interpretations of climate than the currently accepted ones. But we find hard to believe that a group of scientists who don’t seem to have qualifications and/or experience in climate science agreed to sign a document in which their colleagues engaged in climate science research are defined as charlatans and terrorists.

We therefore wonder whether you are aware of what exactly you signed and of how your signature has been presented and used in Italian media. On this point, we hope that you can provide us with a clarification.

For your information, we include a scan of the article that was published on “Il Giornale.” We also thought you might be interested in a list of the scientific organizations – which include many thousands of working scientists – which agree on the fact that climate change is the result of human activities. https://www.opr.ca.gov/s_listoforganizations.php.

Signed by the following scientists

Vincenzo Artale, ENEA, Roma

Carlo Barbante, Università di Venezia

Ugo Bardi, Università di Firenze

Alessio Bellucci, Centro EuroMediterraneo sui Cambiamenti Climatici, Bologna

Daniele Bocchiola, Politecnico di Milano

Giorgio Budillon, Università Parthenope, Naples

Carlo Cacciamani, Arpae-Simc, Bologna

Simone Casadei, Fuels Department, Innovhub-SSI

Stefano Caserini, Politecnico Milano

Claudio Cassardo, Università di Torino

Sergio Castellari, Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia

Claudio Della Volpe, Università di Trento

Sara Falsini, Università di Firenze

Davide Faranda, LSCE-IPSL, Université Paris-Saclay

Paolo Gabrielli, The Ohio State University

Antonio Garcia-Olivares, Institute of Marine Sciences, Barcelona

Emilio García-Ladona, Institute of Marine Sciences, Barcelona

Mario Grosso, Politecnico di Milano

Klaus Hubacek, University of Maryland

Christian Kerschner, Masaryk University, Brno, Czech Republiic

Piero Lionello , Università del Salento

Luca Lombroso, Università di Modena

Vittorio Marletto, ARPAE Emilia-Romagna

Simona Masina, Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici, CMCC

Maurizio Maugeri, Università di Milano

Luca Mercalli, The Italian Meteorological Society

Gabriele Messori, Stockholms Universitet

Daveide Natalini, Global Sustainability Institute, Anglia Ruskin University, Cambridge

Elisa Palazzi, Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima (ISAC-CNR)

Antonello Pasini, CNR, and Università di Roma 3.

Ilaria Perissi, INSTM, University of Florence

Lulin Radulov, BSERC, Technical University of Sofia

Jordi Sole Olle, Institute of Marine Science, Barcelona

Stefano Tibaldi, Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici

Antonio Turiel, Institute of Marine Sciences, Barcelona

Marina Vitullo. National Institute for Environmental Protection and Research, ISPRA

Dino Zardi, Università di Trento

Testo del Comitato Scientifico di Climalteranti e di Antonello Pasini

Eni è prima. Ma anche ultima.

In evidenza

Claudio Della Volpe

Come promesso, Trump ha riaperto alle trivellazioni petrolifere i territori artici dell’Alaska. Si tratta di una tragica scelta che contribuirà alla distruzione di uno degli ambienti ancora relativamente inviolati del pianeta Terra per prolungare la vita dei colossi petroliferi di qualche anno; la cosa dovrebbe preoccuparci ed indignarci.

Ma ancor più come italiano mi fa indignare che la prima azienda che ha battuto tutte le altre sul filo dei lana nel chiedere permessi sia la nostra ENI , quella che si fa pubblicità sostenendo di essere verde e di difendere l’ambiente. Ne abbiamo parlato altrove (https://ilblogdellasci.wordpress.com/2017/06/16/la-pubblicita-di-eni-2-quanto-e-verde-la-chimica-verde/).

Allora vediamo cosa ha ottenuto e cosa reclama di poter fare il cane a 6 zampe.

La filiale americana dell’azienda (l’Eni Us Operating Co. Inc.) ha ottenuto il via libera dal Boem (Bureau of Ocean Energy Management) per la trivellazione di quattro pozzi in Alaska, nel mare di Beaufort, ma solo a scopo di esplorazione. I lavori dovrebbero iniziare a dicembre di quest’anno, per andare avanti fino al 2019, esclusivamente in inverno quando in zona ci sono meno balene e orsi polari. (La Repubblica del 17 luglio)

Bontà loro.

In effetti nel dicembre del 2016, alla fine del suo mandato Obama con un atto che aveva vigore di legge (che si rifaceva ad una legge del 1953 che consente di bloccare anche le future estrazioni, quindi più difficile da ribaltare e da sospendere) aveva bloccato le estrazioni e le esplorazioni in una parte del Mare dei Ciukci, che mette in comunicazione il mare di Bering con l’Oceano Artico, e la maggior parte del mare di Beaufort :”off limits a tempo indeterminato per future concessioni per le trivellazioni petrolifere e del gas”. “Queste azioni, e quelle parallele del Canada, vogliono proteggere un ecosistema unico e fragile“, aveva dichiarato Obama, sottolineando che anche con massimi standard di sicurezza i rischi di fuoriuscita di petrolio in un ambiente così remoto sarebbero troppo alti.

Tuttavia teniamo presente che (sempre Repubblica 21 dicembre 2016):

La mossa, comunque, non avrà effetti sulle licenze già concesse ed esclude un’area vicino alla costa del mare di Beaufort. Si ritiene che avrà un effetto minimo sull’industria petrolifera americana che ha un’attività molto limitata nella regione dove gli investimenti infrastrutturali sono molto costosi. Appena lo 0,1% della produzione offshore del greggio Usa è arrivata dalla regione lo scorso anno.

Proprio nel mare di Beaufort ENI ha dal 2007 un suo giacimento operativo: Nikaitchuq; questo non è stato toccato dall’ordine del Presidente Obama.

Il giacimento in questione posto a bassa profondità (3m) (http://www.offshore-technology.com/projects/nikaitchuqoilfieldal/) con un contenuto stimato di 220 Mboe, ha cominciato a produrre nel 2011. La spesa per farlo partire assommava già allora a oltre 1.5Geuro. Il giacimento produce circa 28000 bd e ne ha prodotti fino al 2016 22 Mboe.

Il permesso accordato ad ENI da Trump per il momento riguarda non nuovi pozzi estrattivi, ma nuovi pozzi esplorativi. Con questi nuovi pozzi ENI probabilmente pensa di estendere la portata del giacimento. Altre notizie sul giacimento e il suo futuro si trovano qui e risalgono a qualche mese fa, dove si vede che il rapporto con il nuovo governo era già attivo (http://www.petroleumnews.com/pntruncate/385547015.shtml).

Le nuove esplorazioni saranno condotte da pontoni appositamente attrezzati per questo ambiente estremo, probabilmente uno di questo tipo, Doyon rig 15.

Per capire il ruolo di questi giacimenti e valutarne la portata economica tenete presente che quando i prezzi sono scesi nel 2015 sotto i 40-45 dollari ENI ha sospeso le estrazioni volontariamente; possiamo quindi capire che quel tipo di estrazioni ha un costo più alto della media degli altri pozzi, come è logico, date le difficoltà.

ENI sostiene che ha l’esperienza per condurre in porto la ricerca dato che è sua un’altra base di estrazione posta nel mare Artico, la gigantesca Goliat; si tratta di una base estrattiva, una FPSO (Floating Production Storage and Offsloading) costruita in Corea e trasportata nel Nord della Norvegia dove è in funzione da più di un anno (sia pure con due anni di ritardo sul previsto). Il giacimento in questione in territorio norvegese non è sfruttato dalla Norvegia, ma la Norvegia lo concede ad altri controllando le modalità di estrazione attraverso un apposito ente e da questo nascono, come vedremo, parecchie polemiche.

Viene dunque naturale informarsi su cosa faccia Goliat al largo della Norvegia, nel mare di Barents 65km dalla costa; eccovi serviti.

Goliat è una nave cilindrica da 64000 ton di stazza e un diametro di oltre 100 metri, ben alta sul pelo dell’acqua; è stata trasportata dal luogo di costruzione in Sud Corea fino al mare di Barents.

Il giacimento norvegese è in produzione dal marzo 2016 ma con vari problemi, che possono darci un’idea di cosa potrebbe succedere nelle analoghe condizioni del Mare di Beaufort.

La Stampa del 6 settembre 2016 scriveva:

L’avviamento del campo Goliat nel Mare di Barents , a 65 km di distanza dalle coste settentrionali della Norvegia, è stato salutato come un grande successo tecnologico. Tuttavia, la suggestiva pagina del sito Eni che ci racconta di questo mirabile bidone in mezzo ai ghiacci omette qualche recente novità che pare interessante.

Lo scorso 1 settembre il Ministro del Lavoro e dell’Inclusione Sociale Anniken Hauglie ha infatti convocato la potentissima e indipendente Autorità norvegese per la sicurezza delle attività petrolifere, la Petroleum Safety Autority (PSA) “dopo oltre una dozzina di incidenti che hanno coinvolto quest’anno il campo Goliat”.

Eni è da tempo ai ferri corti con i sindacati norvegesi per questioni legate alla sicurezza a bordo di Goliat. Critiche che, tra l’altro, non risparmiano nemmeno SAIPEM, che opera nel campo Goliat con la piattaforma da trivellazione Scarabeo 8. L’incidente più grave di cui abbiamo notizia è accaduto lo scorso 25 giugno quando un operatore della Apply Sorco (una ditta subcontraente di Eni) è stato ferito alla testa durante la consegna di macchinari a bordo della piattaforma. Le condizioni dell’operatore sono state definite gravi, ma per fortuna non è mai stato in pericolo di vita.

Dai media norvegesi si apprende inoltre che a luglio alcuni Rappresentanti per la Sicurezza avrebbero scritto una lettera al management di Eni chiedendo di fermare l’impianto per le opportune verifiche: fino ad allora la PSA aveva già ricevuto in cinque mesi di attività dell’impianto “non meno di sei notifiche di perdite di gas o di rilevamenti di gas sulla piattaforma”. Oltre a questi: fumo in un generatore, dispersione di un fluido idraulico e altro ancora, compreso l’incidente al subcontractor di cui sopra. Le stesse fonti ci informano che sono ancora in corso indagini su emissioni di sostanze chimiche da Goliat e sulla caduta in mare di un lavoratore, lo scorso febbraio, dalla piattaforma di trivellazione Scarabeo 8.

Insomma, ai sindacati che chiedevano lo stop di una o due settimane di Goliat per le necessarie verifiche/migliorie, Eni avrebbe risposto che “Eni Norvegia ha preparato piani per aumentare l’efficienza operativa e la manutenzione senza alcun bisogno di fermare a lungo l’impianto”. Una risposta che non ha di certo soddisfatto i sindacati, che hanno lamentato la presenza di alcuni manager Eni “senza alcuna competenza della cultura e del regime lavorativo” norvegese.

Ma anche la PSA non deve aver dormito sonni tranquilli e così, dopo che lo scorso 27 agosto si è verificato un black out al sistema elettrico di Goliat, l’Autorità – il 29 agosto – ha chiesto a Eni di interrompere le operazioni fino al 5 settembre, ordinandogli nel frattempo “di identificare e applicare misure necessarie, dopo l’incidente del 27 agosto 2016, per giungere a conformità rispetto alla legislazione sulla salute, la sicurezza e l’ambiente”. Un piano che Eni è chiamata a presentare in queste ore, con le scadenze vincolanti per la sua applicazione.

Ma se il Ministro del Lavoro convoca la PSA, evidentemente ci dev’essere dell’altro. L’impressione è che ci sia una latente sfiducia (tra i sindacati e i politici) verso Eni o, per essere esatti, verso gli standard applicati nella costruzione di piattaforme petrolifere che, si sostiene per risparmiare, invece che in Norvegia sono costruite altrove. Ad esempio in Corea del Sud, dove (a Ulsan) è stata costruita Goliat.

Per avere notizie più aggiornate occorre però rivolgersi ai giornali stranieri o perfino a quelli norvegesi:

Sul The independent Barents observer del febbraio 2017 in un articolo intitolato efficacemente Goliat oil: On-off-on-off-on-off si scrive (https://thebarentsobserver.com/en/industry-and-energy/2017/02/goliat-oil):

Since production at Goliat, the world’s northernmost offshore oil platform, officially started in March last year, oil pumping has been on-off-on-off several times.

Head of Communication with ENI Norge, Andreas Wulff, says to Teknisk Ukeblad the reason is a failure in a valve. Wulff estimates production to be online again within some few days. In August last year, the Goliat platform lost all power and personnel was brought to land.

Quindi l’incidente di agosto è stato così grave da dover riportare tutto il personale a terra, cosa non menzionata da La Stampa.

After the shut-down in Christmas, Norway’s Petroleum watchdog wrote a notice of order expressing concern about the Italian oil company. «Eni has revealed a limited ability to implement existing plans,» the Petroleum Safety Authority stated.

Questa l’opinione dei norvegesi sulle capacità dell’ENI; non sappiamo se gli americani ne siano a conoscenza.

Dovremmo però noi italiani farci portavoce della situazione verso la nostra opinione pubblica; la ricerca e l’estrazione del petrolio diventano sempre più costose, ha senso spendere tanti soldi per cercare tutto sommato limitate quantità di nuovi idrocarburi in zone del pianeta così difficili da esplorare e così delicate dal punto di vista ambientale invece di investire sulle nuove energie rinnovabili? Noi non abbiamo una filiera italiana del FV, non abbiamo una filiera italiana dell’accumulo elettrochimico, l’ENI non è coinvolta seriamente in nessuno dei tentativi di costruirle come le piccole startup che si occupano di celle al litio (come la Lithops S.r.l. di Torino), di riciclo delle terre rare, di produzione di silicio per FV (ex MEMC di Merano); in compenso ammantandosi di immeritata verginità ambientale per l’uso del metano e per altre ragioni che potete trovare nella diffusa pubblicità, ENI si rifiuta di cambiare la sua politica che tanti guasti ha prodotto in Nigeria (https://ilblogdellasci.wordpress.com/2017/06/09/la-pubblicita-di-eni-il-metano-ci-da-una-mano-o-no/) e adesso nell’Artico.

ENI è prima a reclamare nuove trivellazioni nell’Artico, ma ultima sulla strada di una nuova e necessaria politica energetica. La nuova SEN in discussione adesso dovrebbe sancirlo.( https://ilblogdellasci.wordpress.com/2017/06/12/alcune-considerazioni-sulla-strategia-energetica-nazionale-2017/)

Il calorico è solo un inutile idea del passato. O no?

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Claudio Della Volpe

Forse vi scandalizzerò, ma il mio primo approccio con la termodinamica è stato di delusione. Delusione per non tener fede al suo nome: termodinamica; dinamica del calore; ma dove è la dinamica in una situazione in cui l’oggetto dello studio sono gli equilibri, anzi l’equilibrio, una situazione fisica del tutto ipotetica e che si realizza solo parzialmente in particolari condizioni. E la dinamica che fine ha fatto? Questo mi sono chiesto per un po’.

E badate non sono il solo ad essersi posto questo problema apparentemente metafisico; me ne sono reso conto mentre studiavo per l’esame di Chimica Fisica. Nella Napoli del 1971, studente del terzo anno, avevo come insegnante il mitico Vincenzo Vitagliano (con cui ho poi collaborato per qualche anno da ricercatore); Vincenzo è un ricercatore in gamba, ma consentitemi di confessare che come insegnante era difficile da seguire. Io preferivo leggere i libri da solo e spulciando spulciando mi ero guardato il testo consigliato da lui “Lewis e Randall”(Lewis and Randall, Thermodynamics, nella revisione di Pitzer e Brewer ed. Wiley 1970), un testo ormai datato, ampio, classico, discorsivo che spesso sui punti chiave mi sembrava nicchiasse. Bello ampio, pieno di informazioni, ma dispersivo, e a volte anche vago, non mi era piaciuto. C’erano molti esercizi, questo si, ma mi sembrava fosse sfuggente in certe cose; so che non tutti saranno d’accordo.

Ho già trattato il tema dell’insegnamento della termodinamica. In particolare in un precedente gruppo di post (cercate nel blog “quanto è chimico il potenziale chimico” *) ho affrontato il tema di come presentare il potenziale chimico. Il potenziale chimico insieme con l’entropia si presenta come il concetto più astratto e difficile da presentare a tutti i livelli.

L’entropia è un classico dell’astrazione e della difficoltà formale; allo studente universitario che ha da poco superato l’apprendimento del calcolo differenziale ed integrale si apre uno scenario ancora più complesso con l’introduzione dei differenziali incompleti o non esatti, le famigerate (ma come vedremo non troppo) grandezze di processo, calore e lavoro; nella maggior parte dei casi questo concetto rimarrà un punto oscuro.

Ma è necessario un così astratto trattamento dell’entropia?

Ci sono varie soluzioni al problema:

1) l’approccio di Callen; è un approccio ancora molto formale, ma nel quale almeno la parte matematica viene chiarita e formalmente strutturata; le proprietà matematiche delle funzioni vengono introdotte usando essenzialmente il calcolo differenziale tradizionale; alcuni aspetti, come l’importanza della proprietà di omogeneità del primo ordine** (in pratica il modo matematico di introdurre le grandezze estensive (omogenee del primo ordine) e di differenziarle da quelle intensive (omogenee di ordine zero)) che non sono assolutamente presenti nel trattamento storico vengono introdotti e ben fondati, così come la relazione formale fra le varie funzioni (le funzioni tradizionali, entalpia, energia libera, etc. introdotte come trasformate di Legendre dell’energia o dell’entropia, dunque sostituendo ad una o più variabili estensive alcune variabili intensive, come hamiltoniano e laplaciano in meccanica). Il libro è molto ben scritto, anche se denso e compatto, analizza le questioni della stabilità dei sistemi e nella sua seconda edizione si estende alle proprietà di simmetria, al teorema di Noether perfino, ma anche per esempio ad argomenti tabù in certi settori di ricerca come il criterio endoreversibile per le macchine termiche, un approccio che tenta di superare ancora una volta l’astrattezza del teorema di Carnot sull’efficienza usando una geniale idea: la irreversibilità nei processi termomeccanici è essenzialmente concentrata nei salti termici, non nel dispositivo meccanico che, specie quando usato alla massima potenza, può essere assimilato ad un dispositivo ideale. In questo modo ed applicando un semplice criterio di linearità nello scambio di calore fra sorgente e macchina termica, i valori effettivi di efficienza delle macchine termiche diventano calcolabili senza modellazioni sofisticate e complesse. In fisica tecnica la cosa non ha avuto successo, ma non me ne meraviglio, gli ingegneri sono (in genere) sostanzialmente conservatori, più attenti alle applicazioni che ai principi. Herbert Callen, Termodinamica, pubblicato negli anni 60 è diventato con lenta sicurezza un classico.

Il libro aveva un sottotitolo: “an introduction to the physical theories of equilibrium thermostatics and irreversible thermodynamics”.

Questa cosa mi predispose bene; era un libro scritto da uno che si era posto il mio stesso problema!

(un breve riassunto del Callen lo trovate in J. Non-Newtonian Fluid Mech. 96 (2001) 5–17 Equilibrium thermodynamics — Callen’s postulational approach Robert J.J. Jongschaap, Hans Christian Öttinger)

2) l’approccio di Prigogine; qua si va verso lo scandalo; Prigogine introduce il tempo fin dall’inizio, non ci sono grandezze di stato e di processo, i differenziali sono tutti esatti; il calore o il lavoro corrispondono semplicemente all’energia termica o meccanica trasferita nell’unità di tempo; e dunque la legge del trasferimento termico o la potenza meccanica vengono usate per esprimere queste grandezze; la differenza fra reversibilità ed irreversibilità è chiarita secondo me in modo trasparente; il libro originale di Prigogine e Kondepudi (MODERN THERMODYNAMICS From Heat Engines to Dissipative Structures, Wiley 1988)e anche la seconda edizione (INTRODUCTION TO MODERN THERMODYNAMICS, Kondepudi, 2008 ed Wiley) scritta dal solo Kondepudi (che è l’autore fra l’altro di un bel lavoro sulla rottura di simmetria nei sistemi chimici, con l’esempio di come la semplice agitazione in un sistema sovrasaturo di clorato di sodio può catalizzare la formazione di cristalli di un solo tipo chirale, Kondepudi, D. K., Kaufman, R. J. & Singh, N. (1990). “Chiral Symmetry Breaking in Sodium Chlorate Crystallization”. Science 250: 975-976), tuttavia presentano un elevato numero di errori di stampa che ne indeboliscono e rendono difficoltoso l’uso (i segni sbagliati possono essere micidiali) ; ma se corretti (e spero lo siano stati nelle ristampe successive) comunque questi libri sono molto utili nel superare la assurda dicotomia fra processi di equilibrio e di non equilibrio.

3)La terza soluzione è la più recente e per me anche la più stimolante; si tratta della scuola tedesca, Hermann e Fuchs in particolare; teniamo presente che i tedeschi hanno conservato una tradizione incredibile nella quale la didattica della fisica è non solo studiata come disciplina a parte, ma è basata su centri di eccellenza e gruppi di ricerca che ne fanno una disciplina viva; i fisici hanno questa tradizione in tutto il mondo, ma in certi paesi più che in altri; noi chimici dovremmo imparare da loro e non considerare chi studia la didattica uno studioso di serie b: al contrario insegnare bene le cose necessita non solo di averle ben capite ma anche di riuscire a comprendere come insegnarle: scienza e pedagogia. Nel caso della termodinamica stiamo parlando di libri come quello recente di Hans U. Fuchs. The dynamics of heat (sottotitolo: A unified approach to thermodynamics and heat transfer) ed. Springer, 2010.

Qua si parte dall’idea di dare una visione unificata della meccanica, dell’elettricità e della termodinamica basata sulle “grandezze che fluiscono”, la quantità di moto, la carica, il calore; si dimostra che da questo punto di vista le varie discipline fisiche usano il medesimo approccio concettuale e arrivano perfino a scrivere le stesse relazioni matematiche.

La scuola tedesca in questo caso arriva ad una conclusione importante: la entropia di oggi non è altro che il calorico di due secoli fa.

Mentre il libro di Fuchs è massiccio, quasi 700 pagine, vi consiglio, se volete entrare in questo punto di vista un articoletto tutto sommato datato (G. Falk, Entropy, a resurrection of caloric, Eur. J. Phys (1985)108-115).

L’idea che il vecchio calorico fosse in realtà una concezione sbagliata del calore ma una molto precisa dell’entropia non è nuova.

Nel 1911 H.L. Callendar (padre del Guy Callendar che per primo rese quantitativa l’dea del ruolo serra del diossido di carbonio antropogenico e di altri gas) nella cerimonia con cui accettava la prestigiosa carica di presidente della società inglese di Fisica (Proc. Phys. Soc London, 23, 153-189) arrivò essenzialmente alla medesima conclusione, che Carnot cioè avesse sviluppato in realtà sulla base del calorico una visione moderna ed aggiornata, solo che stava chiamando calorico l’entropia. Analogamente K. Schreber, che tradusse in tedesco nel 1926 il lavoro di Clapeyron del 1834 con cui illustrava per la prima volta i risultati del defunto Carnot (Clapeyron E. 1834, J. de l’Ecole polytechnique 14) scriveva (Ostwalds Klassiker 216, 41) che gli sarebbe sembrato meglio usare il termine entropia invece che calorico nella presentazione del lavoro di Carnot e che questo avrebbe ridotto le differenze fra le idee di Carnot e quelle moderne nell’analisi dei processi termici.

Occorre sostituire il calore non con un differenziale inesatto, ma con il corrispondente flusso entropico.

Carnot non aveva l’idea dell’energia; non a caso il suo libro più famoso si chiama: Riflessioni sulla potenza motrice del fuoco, il termine energia non compare nelle sue riflessioni. Fu solo dopo il 1840 che la scoperta di Mayers e Joule della conservazione dell’energia cambiò le cose. Il calorico non si conservava se non a metà, poteva essere prodotto ma non poteva essere distrutto, solo scambiato. Lavorando in condizioni adiabatiche si può dimostrare che esso viene prodotto, ma non può essere distrutto. Gli esperimenti a riguardo sono suggestivi e quella linea di ricerca è stata poi completamente cambiata dall’uso del concetto di energia. Chi ricorda più oggi il tentativo di Davy (On Heat, Light and Combinations of Light,” 1799) di dimostrare che strisciando due pezzi di ghiaccio fra di loro a zero gradi si ottiene fusione del ghiaccio? Chi ricorda più la lampada pneumatica? Ossia la accensione di un pezzo di stoffa ottenuto in un cilindro trasparente di vetro tramite la compressione dell’aria contenuta con un pistone scorrevole? Si tenga infine presente che il calorico era a sua volta diviso in due tipologie: libero, legato alla temperatura e legato, connesso ad altre transizioni.

La questione fondamentale può esser posta così: nell’approccio di Carnot il calorico è una forma di energia?

Noi oggi diciamo che la variazione di energia interna di un corpo è data dalla somma di calore più lavoro; e dunque anche se lo consideriamo una grandezza di processo diamo al calore le stesse unità di misura dell’energia.

Ma ragioniamo con un approccio da calorico, consideriamo questo fluido immaginario, ma non più della carica elettrica o della quantità di moto.

Paragoniamo tre processi: accelerare una pietra, caricarla elettricamente e riscaldarla; nel primo cediamo quantità di moto alla pietra ed essa viene accelerata; nel secondo ancora più chiaramente se carichiamo elettricamente la pietra, la sua energia aumenta ma noi le abbiamo introdotto della carica elettrica che ovviamente non è energia.

Se cediamo calorico alla pietra essa si riscalda; in tutti i casi la sua energia aumenta, ma nel primo abbiamo ceduto momento e nel secondo carica, nel terzo calorico e come il momento o la carica elettrica non sono energia così non lo è il calorico.

Un altro modo di comprendere la cosa è paragonare il flusso di massa in un salto di potenziale e quello di calorico nel produrre energia; nel primo caso l’energia è proporzionale al potenziale gravitazionale gh secondo la massa, W= m(gh1-gh2); nel caso del calorico il fluido o la grandezza estensiva è il calorico stesso e il potenziale la differenza di temperatura: W=q*(T1-T2); ma questa equazione equivale a considerare che le dimensioni del calorico q* siano q/T, ossia un’entropia (si veda anche Eur. J. Phys. 30 (2009) 713–728 -Carnot to Clausius: caloric to entropy, Ronald Newburgh).

Il fluido che Carnot avrebbe immaginato di cedere alla pietra è nient’altro che l’odierna entropia.

Insomma una unica intuizione, una unica descrizione concettuale per proprietà meccaniche, termiche od elettriche aiuta a meglio comprendere il comportamento dei sistemi e chiarisce che il vecchio calorico non era un modello sbagliato di calore ma un modello, sia pur primitivo, e certamente originale ed avanzato per i suoi tempi, di entropia.

Qualcuno oggi tenta di riutilizzare a scopo didattico questo modello concettuale. Pensiamoci.

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* https://ilblogdellasci.wordpress.com/2013/10/10/quanto-e-chimico-il-potenziale-chimico-1-parte/

https://ilblogdellasci.wordpress.com/2013/10/17/quanto-e-chimico-il-potenziale-chimico-2-parte/

https://ilblogdellasci.wordpress.com/2013/10/25/quanto-e-chimico-il-potenziale-chimico-3-parte/

https://ilblogdellasci.wordpress.com/2014/04/28/quanto-e-chimico-il-potenziale-chimico-iv/

https://ilblogdellasci.wordpress.com/2014/06/17/quanto-e-chimico-il-potenziale-chimico-v/

**omogeneità del primo ordine equivale a dire che se in una funzione U(S,V,N) moltiplico per una costante a ciascuna variabile indipendente allora tutta la funzione U viene moltiplicata per la medesima variabile, a1; aU= U(aS,aV,aN), U è estensiva; il primo ordine è l’esponente della a; ordine zero vuol dire che se faccio lo stesso per una funzione poniamo T(S,V,N), allora la funzione rimane moltiplicata per a0 e dunque non cambia valore, T è intensiva. T=T(aS,aV,aN).

 

Cronache dell’ISPRA.

In evidenza

 

All’ISPRA si sta sviluppando una dura lotta sindacale che non può non coinvolgere tutti coloro che abbiano a cuore sia la situazione della ricerca che dell’ambiente in Italia; abbiamo chiesto al collega Nicola Lugeri, fisico, di raccontarcene la storia.

Nicola Lugeri

 

Ogni programma elettorale di una forza politica o di una coalizione che punti al governo del Paese non trascura di promettere di investire sull’ambiente e sulla ricerca. Salvo poi dimenticarsi delle promesse o al massimo concentrare i finanziamenti alla sola componente privata della ricerca e sviluppo.

La vertenza attuale dell’ISPRA si innesta in entrambe queste tematiche, in quanto Ente Pubblico di Ricerca ambientale. L’ISPRA, Istituto per la Protezione e Ricerca Ambientale, nasce nel 2008 dalla fusione di due istituti di ricerca (l’ICRAM sul mare e l’INFS sulla fauna selvatica) e dell’Agenzia per la Protezione dell’Ambiente e per i Servizi Tecnici (APAT, a sua volta già derivante dall’accorpamento dell’ANPA e dei Servizi Geologico e Idrografico del Dipartimento per i Servizi Tecnici Nazionali). L’ISPRA è un Ente Pubblico di Ricerca “vigilato” dal MATTM, in pratica il suo “braccio tecnico”. È il principale ente pubblico di riferimento per le tematiche ambientali nel nostro Paese e svolge anche attività di ricerca funzionale all’implementazione dei numerosi compiti attribuitigli per legge , garantendo il supporto tecnico-scientifico alle istituzioni. Un Ente cosiddetto “strumentale” alle azioni del Ministero in tema di politiche ambientali. Ci sarebbe da aspettarsi, pertanto, un’attenzione particolare del Ministro di riferimento Galletti e del governo; invece, i fatti dicono altro: dal 2008 ad oggi, meno 13 milioni di euro (da 93 a 80, dati non rivalutati) al contributo ordinario per l’Ente da parte dello Stato; meno 43% registrato per i fondi esterni (da circa 23 a circa 13 M€) principalmente causato da una governance che ha emarginato le attività di ricerca; un disavanzo di bilancio, ormai strutturale di 6,3 milioni di euro, ed una contrazione delle unità di personale scese dalle 1650 del 2008 alle attuali 1200, compresi i precari, a fronte di sempre più numerosi e gravosi compiti attribuiti per legge, ultima delle quali quella istitutiva del Sistema Nazionale a rete per la Protezione dell’ambiente (SNPA, L.132/2016). Tutto ciò mentre il Ministero finanzia lautamente una società in-house, la SoGeSid, le cui procedure assunzionali e manageriali non seguono le rigide regole della Pubblica Amministrazione.

Le conseguenze immediate saranno il blocco di numerose attività, già ora asfittiche per mancanza di fondi e il licenziamento di circa 90 precari storici. Infatti, tutte le attività in capo all’Ente subiscono da anni forti ripercussioni, ora acuite dalla fine dei risparmi degli esercizi precedenti e dalla vacanza degli organi di vertice dell’Istituto (dal primo giugno l’ISPRA è senza Presidente e CdA e con l’attuale DG in attesa di ratifica della propria nomina a Presidente).

Oltre alle enormi difficoltà di portare avanti -fra l’altro- la realizzazione della Carta Geologica e della Carta degli Habitat (entrambe alla scala 1:50.000, su tutto il territorio nazionale), visto il risibile budget per i rilievi in campo, vogliamo focalizzare questo intervento in particolare sulle strutture laboratoristiche, che dovrebbero essere il fiore all’occhiello dell’Istituto e costituire riferimento a livello nazionale per le analisi e le misure in campo ambientale.

I laboratori del Servizio di Metrologia Ambientale assicurano la confrontabilità e l’accuratezza dei dati analitici derivanti dalle attività di monitoraggio/controllo ambientale attraverso la produzione di Materiali di Riferimento, l’organizzazione di Confronti Interlaboratorio e la predisposizione di manuali, linee guida e metodi validati. Per quanto riguarda la qualità dell’aria, l’ISPRA elabora, a livello nazionale, i principali indicatori e pubblica rapporti tecnici ed è anche National Reference Centre per la qualità dell’aria nell’ambito della rete Eionet dell’Agenzia Europea per l’Ambiente. L’Istituto approfondisce a livello tecnico scientifico il tema dell’inquinamento generato dalle sorgenti naturali (es. materiale particolato di origine sahariana). L’Istituto sviluppa modelli empirici e conduce ricerche relative alla valutazione della variabilità spaziale e temporale delle particelle ultrafini in ambito urbano. Per le polveri sottili, il laboratorio di riferimento dell’ISPRA è risultato il miglior laboratorio sulle misure di PM10 e PM2,5 al confronto interlaboratorio europeo.

Eccellenza mondiale per il monitoraggio della radioattività in aria, le attrezzature e le procedure adottate dal Laboratorio ISPRA per le rilevazioni radiometriche rappresentano lo stato più avanzato della tecnologia attualmente disponibile a livello internazionale. Il Laboratorio è una delle 16 strutture mondiali operanti nel Sistema Internazionale di Monitoraggio (IMS).

Tra le attività svolte da ISPRA a tutela della salute pubblica e della qualità ambientale vanno poi segnalate quelle relative all’impatto dei fitosanitari di sintesi sulla qualità delle acque, gli habitat naturali e le aree e specie protette. Sullo Stato delle acque periodicamente viene pubblicato il Rapporto Nazionale Pesticidi nelle Acque, che indica regolarmente una notevole diffusione di sostanze tossiche negli ambiti acquatici.

Il laboratorio di Genetica della conservazione di Ozzano è il riferimento nazionale per la fauna sulle analisi CITES (Convention on International Trade in Endangered Species of Wild Fauna and Flora) e si occupa inoltre di genetica forense e dei monitoraggi su scala nazionale delle principali specie di interesse conservazionistico in particolare di carnivori e non solo.

Esperienza pluridecennale vantano anche i laboratori che si occupano dell’ambiente marino e che monitorano la qualità dell’acqua, dei sedimenti, la biodiversità e gli impatti delle attività antropiche e le emergenze in mare. Proprio in ambito marino, recentemente l’Istituto ha promosso e coordinato attività di formazione su scala nazionale relativamente ai monitoraggi previsti dalla Direttiva Europea 2008/56 “Marine Strategy”. Centinaia di operatori delle ARPA e non solo hanno avuto la possibilità sia di effettuare training on-line su decine di differenti tematiche che attività pratiche,nel polo laboratoristico di Castel Romano e sul vascello oceanografico di proprietà dell’Ente.

Anche il Servizio Geologico d’Italia si avvale di laboratori ubicati nella sede di Castel Romano, dove vengono realizzate prove geotecniche, analisi sedimentologiche e preparati per lo studio degli aspetti paleontologici, mineralogici e petrografici delle rocce.

A quasi dieci anni di distanza dall’istituzione dell’ISPRA, non è stato ancora perfezionato il coordinamento dei laboratori ed è capitato che, pur essendo dotati di sofisticati macchinari per analisi chimiche, si è dovuto ricorrere a forniture esterne di servizi. La crisi attuale, con la scadenza dei contratti di numerosi addetti che l’Amministrazione non intende stabilizzare ed i limiti di budget già espressi, che non permetteranno l’acquisto dei consumabili e dei servizi di manutenzione e di certificazione, rischia di rappresentare il colpo di grazia ad una situazione già critica, fatta di difficoltà nell’effettuare acquisti, procedure di gara ed affidamenti interminabili per via della normativa eccessivamente restrittiva e degli ostacoli burocratici che invece di semplificare e snellire, appesantiscono e dilatano le tempistiche anche per la più semplice procedura.

Per questi (e non solo questi) problemi, ricercatori, tecnologi, tecnici e personale amministrativo dell’ISPRA, organizzati dall’Unione Sindacale di Base, sono al quarantaseiesimo giorno di occupazione. La base dell’occupazione è nella sala conferenze dell’ISPRA nella sede di Via Brancati 48, dalla quale il personale si organizza per una serie di iniziative “lampo”. L’ultima in ordine temporale è stata quella organizzata sul tetto del polo laboratoristico dell’ISPRA a Castel Romano venerdì 30 giugno (vedi tg3 h.19 del 1/7). Essa voleva rappresentare ciò che potrebbe accadere ai laboratori se non matureranno le condizioni per garantire la continuità lavorativa di quei colleghi precari che in essa operano e che scadranno alla spicciolata da qui a dicembre.

I primi 35 contratti sono scaduti il 30 giugno scorso e nonostante si tratti di personale specializzato che opera da decenni nell’Ente, con tutti i requisiti per rientrare nei processi di stabilizzazione previsti dal “Nuovo Testo Unico” del pubblico impiego (DLgs 75/2017) ed essere pertanto mantenuto in servizio, solo 14 hanno visto il proprio contratto prorogato. Tutti gli altri sono fuori per diversi cavilli, e partecipano attivamente alla lotta, per forzare lo sviluppo degli eventi verso una soluzione favorevole per sé e per l’Istituto.

È necessario che la Politica capisca che non si può abbandonare il comparto degli Enti Pubblici di Ricerca, di cui l’ISPRA è parte, ad una “sopravvivenza” senza prospettive. Devono essere assolutamente inseriti nuovi finanziamenti stabili da parte della finanza pubblica (basterebbe l’1% di quanto stanziato per “salvare” le banche delle recenti crisi) per stabilizzare i 10.000 precari storici e rilanciare gli Enti con una governance superiore a quella dei singoli ministeri vigilanti. Questa è la piattaforma che l’USB sta portando avanti in tutte le sedi competenti, rafforzata dalla lotta del personale.

Il mare, le schiume, le alghe e gli zucchini S.Pasquale

In evidenza

Raffaele Attardi*

Secondo il mito, Venere sarebbe nata dalla schiuma del mare, è quindi è noto da tantissimi anni che nel mare si formano delle schiume , ovvero un aggregato instabile di bolle d’aria in acqua .

Nel Golfo di Napoli , e non solo lì , da alcuni anni le schiume si formano sempre più frequentemente , vagano spinte dalla corrente  ed è facilissimo incontrale . Le foto seguenti, disponibili su internet,   documentano, la formazione di schiume di eccezionali dimensione , che talvolta si formano.

Figura 1 Sorrento Località Capo di Sorrento

 

Figura 2 Sorrento località Marina Grande

Purtroppo nessuno più crede nel mito di Venere anzi le schiume destano preoccupazione, perché molti ipotizzano che siano dovute a scarichi abusivi di varia natura e viene attribuito alternativamente a carenze nel sistema fognario, o a sversamenti dovuti alle navi da crociera e\o allo sversamento di scarichi abusivi provenienti da abitazioni e alberghi che affacciano sul mare. E c’è anche chi ritiene che la presenza di schiume sia dovuta al fatto che in taluni periodi la popolazione residente aumenta in maniera esponenziale e quindi si scaricano a mare tonnellate di detersivi provenienti da strutture ricettive e ristoranti.

Per smentire queste ipotesi allarmanti sono venute più volte rassicurazioni dalle Autorità, che hanno precisato che queste schiume sono dovute a fenomeni naturali, e che non costituiscono un pericolo, ma ci sono pochi riferimenti a studi fatti per approfondire lo studio delle cause di questo fenomeno, e ancor meno le ipotesi di lavoro per determinare le misure più idonee per contrastarlo .

Eppure questo aspetto è di grande rilevanza perchè , fare il bagno nella schiuma , consente forse di uscire più puliti dall’acqua, ma non è cero gratificante .

Sorrento con le sue terrazze affacciate sul mare, offre un osservatorio privilegiato per studiare questo fenomeno, perché talvolta , invece di chiudersi in laboratorio e mettersi al microscopio, le cose si vedono meglio guardandole dall’alto.

La prima evidenza che si può trarre studiando l’evoluzione del fenomeno è che si tratta di un fenomeno stagionale : inizia pressappoco con la prima luna di primavera, aumenta durante tutta la primavera, raggiunge il breack even point in estate e finisce poi con lo ridursi in autunno , per poi scomparire durante l’inverno.

La seconda evidenza è che la comparsa delle schiume non è casuale: le schiume si generano durante le giornate con elevato modo ondoso, quando le onde sbattono contro gli scogli , o nella scia degli aliscafi Gli aliscafi infatti sono spinti nella quasi totalità dei casi da idrogetti , ovvero da turbine che producono forti getti d’aria e determinano la formazione di bolle d’aria: le schiume cioè si formano a mare né più ne meno come quando si sbatte una saponata in una vaschetta o si avvia la vasca idromassaggio . Le foto che seguono danno evidenza in modo chiaro come si forma la schiuma .

Figura 3 schiume formate dal moto ondoso

Figura 4 schiume formate dagli idrogetti

Ma dove derivano le sostanze tensioattive che si trovano a mare e determinano l’abbassano della tensione superficiale, consentendo la formazione della schiuma?

Il fatto che la presenza di schiume sia stagionale e non direttamente legata al variare delle presenze turistiche sembra contraddire che possano derivare dai detersivi scaricati direttamente a mare. E c’è anche anche una considerazione stechiometrica che mi porta a questa conclusione : per produrre cambiamenti significativi nella formazione di schiume, tali da giustificare la variabilità delle fenomeno delle schiume, in un recettore così grande, come è il mare profondo della penisola sorrentina occorrerebbero variazioni consistenti e repentine della concentrazione dei detersivi nel mare , cosa che comporterebbe variazioni altrettanti consistenti e repentine nella quantità di detersivi scaricati a mare, incompatibili con la pur elevata variazione dovuta ai flussi turistici

Si deve perciò presumere che le sostanze tensioattive che si trovano in mare siano di origine naturale, prodotte cioè dal microalghe costituenti il fitoplancton .

Questa ipotesi trova conferma nel fatto che non solo la presenza di schiume è variabile con le stagioni, ma anche con le fasi lunari. In più occasioni si verifica infatti che la scia lasciata dallo stesso aliscafo, sia più o meno consistente a seconda della fase lunare . Il fitoplancton sembra cioè comportarsi come una specie vegetale diffusamente coltivata in penisola sorrentina, lo zucchino S. Pasquale , che ha un periodo di produzione che inizia in primavera e finisce ad estate in inoltrata, e che cresce vista d’occhio durante la luna crescente. Le immagini seguenti evidenziano la diversa formazione di schiume, a parità di condizioni, a seconda della fase lunare. E l’ipotesi che i tensioattivi siano prodotti dalle alghe spiegherebbe anche perché si verificano nella stessa stagione variazioni così significative – Le microalghe del microplancton non crescono in maniera lineare, ma seguono una legge esponenziale , si raddoppiano di volte in volta : impiegano un certo tempo per occupare la metà di un bacino idrico , poi però, raddoppiandosi ancora una volta , solo un attimo per colonizzarlo completamente.

E si verifica repentinamente anche il fenomeno inverso: una volta terminato il loro periodo di crescita, muoiono tutte insieme e cadono sul fondo, come le foglie degli alberi in autunno . Finiscono così con il soffocare tutte le specie che vivono sul fondo, causando l’impoverimento dei fondali. E quando questq gelatina viene gonfiata dai gas di putrefazione , sale a galla , dando origine alla mucillagine. Questo fenomeno non si evidenzia molto nel Golfo di Sorrento, a causa della tipologia dei fondali, ma basta andare in giro con una maschera per notare come in certi periodi, una specie di lanugine copra il fondale e le poseidonie .

Nelle immagini sottostanti si evidenzia come lo stesso in periodi diversi la scia lasciata dallo stesso aliscafo sia completamente diversa, fenomeno che dimostra come sia repentina la variazione di concentrazione dei tensioattivi contenuti nelle acque

Conclusioni

Le considerazioni semiempiriche esposte in precedenza devono trovare conferma in studi sulla natura chimica delle schiume e sulla natura delle microalghe che producono i tensioattivi naturali e sui fenomeni che ne regolamentano la crescita.

Ma nel frattempo che il Chimico ed i tanti professionisti coinvolti in questa tematica studiano, bisogna evitare che il malato muoia .

Quando si parla del mare l’attenzione dell’opinione pubblica e quella dei media è largamente concentrata su di un solo indicatore: la balneabilità o meno dello specchio d’acqua. Ma la balneabilità dipende prevalentemente solo dalla presenza o meno di batteri patogeni nelle acque. E per di ottenere la balneabilità si fa largamente ricorso alle condotte sottomarine, che consentono di allontanare i liquami dalla costa .

Ma questa soluzione equivale a scopare e mettere i rifiuti sotto il tappeto: si ottiene il risultato di diluire e distruggere i batteri , ma tutto il carico chimico e biologico presente nei liquami viene scaricato a mare ed alimenta il fitoplancton. E’ del tutto evidente che questo fatto sta contribuendo, insieme alle mutate condizioni climatiche ad un grave rottura degli equilibri naturali .

Pochi pongono attenzione alla formazione sempre delle schiume e un numero ancora minore di persone cerca di risalire alle cause di questo fenomeno e a spingere per fare in modo che vengano attuate le azioni correttive necessarie per rimuoverle .

In penisola sorrentina è nato un movimento Facebook ‘La Grande Onda’ che sta cercando di fare proprio questo . E pur rimanendo aperto il dibattito sulle cause di questo fenomeno e più in generale , sulle cause dell’inquinamento del mare, continuamente sposta l’attenzione sulle azioni che bisogna fare per ridurre l’impatto dell’inquinamento .

E ha ottenuto, senza marce, senza flash mobing, senza manifestazioni eclatanti, ma stimolando attraverso una lunga e continua ‘ chiacchierata ‘ via internet , che ha coinvolto più di 10.000 persone , che si mantenesse concentrata l’attenzione sul completamento di un’opera l’impianto di depurazione di Punta Gradelle, che oggi dopo 40 anni di attesa è stato finalmente avviato. Questo impianto separa oltre 1000kg al giorno di solidi sospesi che prima finivano a mare ( e guardano la tipologia dei rifiuti separati , nella foto sottostante, ci sarebbe tanto da dire su quanto contribuiscono le fogne a far crescere le isole di plastica e la concetrazione di microplastiche nel mare ) e che tratta tutti i liquami dei comuni della penisola, abbattendo drasticamente il carico chimico biologico scaricato a mare .

Si tratta solo il primo del primo passo a cui devono far seguito, parlando solo dei fatti nostri, analoghi interventi nel Golfo di Napoli, e nell’area Sarnese Vesuviana .

La ‘chiacchierata’ sta continuando e sta mettendo in evidenza come in altre zone non solo ci siano impianti di depurazione non ancora completati, ma che ci siano situazioni ancor più gravi, conosciute da anni, ma non sufficientemente portate all’attenzione dell’opinione pubblica e che accanto a poche situazioni di eccellenza ci sia un vero e propri museo degli orrori in cui è possibile trovare Città di decine di migliaia di abitanti senza fogne, e dove i liquami vengono scaricati in canali che scorrono fra le case a cielo aperto , opere idrauliche realizzate dai Borboni per risanare paludi e favorire lo sviluppo agricolo e industriale, trasformate in collettori fognari largamente fuori controllo, taluni senza sbocco, luoghi in cui si utilizzano invasi naturali per scaricarvi le fogne, e perfino Città, che pur avendo sul proprio territori impianti di depurazione non lo utilizzano per mancanza di collettori di collegamento e scaricano le acque fognarie direttamente nel fiume .

Bisogna rimuovere le cause di questo disastro e ognuno può collaborare a questo risultato ,il mondo scientifico che non può limitarsi a sollecitare nuovi studi, ma che deve contribuire ad una corretta divulgazione scientifica,   gli organi di informazione che devono porre costantemente all’attenzione questo problema e diffondere corrette informazioni sui procedimenti in corso per risolverli . Bisogna far crescere il coinvolgimento dei Cittadini e sono i Cittadini che devono impegnarsi in prima persona e costantemente sollecitare Città per città i loro Amministratori provvedimenti da adottare. L’inquinamento è un mostro dai mille tentacoli , ci vogliono mille braccia per combatterlo. Ognuno deve mettere a disposizione le sue.

Bisogna smetterla di sollecitare grandi progetti e pensare che tutto si risolva costruendo impianti di depurazione : non si può disinquinare un fiume in cui ci finisce di tutto alla foce .

Per risolvere questo problema bisogna costruire una visione comune : neanche una goccia di liquame non trattato deve finire in invasi naturali , canali , fiume o a mare .

Unitevi a noi nel gruppo Facebook ‘ La grande Onda ‘ per portare un vostro contributo e continuare questa chiacchierata.

*Raffaele Attardi, chimico, iscritto all’Ordine dei Chimici di Napoli, fondatore del gruppo FaceBook La Grande Onda

O.T. Cosa è l’immunità di gregge: un punto di vista algebrico.

In evidenza

Claudio Della Volpe

Può sembrare strano che il nostro blog si occupi di questo argomento; ma se ci pensate la vita è la reazione chimica meglio riuscita e il diffondersi di una epidemia è semplicemente una reazione indesiderata da controllare; dunque OT ma fino ad un certo punto. Visto che l’argomento è caldo discuterne non fa male.

Cosa è l’immunità di gregge: un punto di vista algebrico. Perchè è importante vaccinarsi.

La parola immune viene dal latino immunis formato da in- e munus ; in ha qui senso negativo e munus cioè “obbligo, servizio, imposta“; significa quindi “esente da obblighi”. Si riferiva allora all’esenzione dal servire qualcuno contro qualcun altro.

Al momento immune si riferisce al fatto di essere libero dalla possibilità di ammalarsi di una certa infezione; si può divenire immuni o perchè si è avuta la malattia o perchè si è stati vaccinati.

Supponete di avere un gregge di n pecore e di volerlo rendere immune ad una delle numerose malattie di cui le pecore soffrono. Vaccinare gli animali non è semplice; supponete di averle vaccinate tutte meno una e di chiedervi a che prò dobbiate fare questo ultimo sforzo. Dopo tutto anche se quest’ultima pecora si ammalasse dato che le altre n-1 sono state tutte vaccinate la malattia non si potrebbe diffondere oltre. In fondo ragionando così il gregge che avete vaccinato tutto meno una pecora (n-1) sarebbe immune a parte quella pecora particolare.

Se avete un gregge abbastanza grande potreste fare il medesimo ragionamento anche fermandovi ad n-2. Dovreste essere proprio sfortunati se giusto di quelle due pecore non vaccinate una si ammalasse e venissero in contatto proprio loro in quella massa enorme.

In effetti questo ragionamento se avete un gregge grandissimo potreste estenderlo anche ad un 10% di pecore lasciandole senza protezione e così via.

Ora supponete che parta una epidemia; supponete che voi abbiate un gregge totalmente non protetto; ogni pecora ne infetterebbe un certo numero; se l’epidemia parte questo vuol dire che il numero R0 di pecore che si infettano dopo che la prima si è ammalata deve essere >1; se R0 >1 allora l’epidemia si estende

Ma cosa succederebbe nel caso del vostro gregge parzialmente protetto? Quanti casi secondari ci sarebbero?

Possiamo chiamare questo numero Rp, dove p sta per protetto. Questo nuovo numero è uguale ad R0 moltiplicato la probabilità di incontro con una pecora suscettibile all’infezione. Supponiamo di avere un vaccino perfetto che funziona bene e di avere un mescolamento casuale perfetto del gregge: il nuovo numero sarà uguale ad

Rp = R0 × (1-Vc)

dove Vc è semplicemente la frazione di pecore vaccinate.


La domanda che viene naturale è: quale percentuale del gregge dovete vaccinare per prevenire una epidemia? Dato che l’epidemia parte se il numero di casi secondari è maggiore di 1, allora il limite sarà: Rp < 1. Ossia 
 
1 > R0 × (1- Vc) 
 
o usando ancora l’algebra:

Vc > 1-1/ R0

Così il gregge è protetto a condizione che voi abbiate vaccinato almeno la proporzione

Vc > 1-1/R0. Come vedete Rp è scomparso ma R0 è rimasto.

Per esempio se R0 per una certa malattia in una data comunità è 2 allora la copertura sufficiente a bloccare il contagio epidemico è il 50%.

Se invece R0 è 10, allora è necessario il 90% e se è 20 è il 95%.

Conclusione: potete eradicare una malattia vaccinando anche meno della intera popolazione; tuttavia questo è vero a condizione che voi abbiate vaccini perfetti, che convertono sierologicamente tutti i vaccinati e che i contatti siano ben controllati (ossia che il vostro sistema non preveda immissioni dall’esterno).

Qui sotto trovate le percentuali di copertura necessarie secondo questo semplice modello (abbastanza limitato) a tenere sotto controllo l’infezione; prendiamo un caso semplice; la rosolia, e pensiamo di vaccinare solo le ragazze sulla base del fatto che tanto il problema è solo per le donne in gravidanza; questo, a parte che tecnicamente non è vero perchè le complicanze della rosolia colpiscono anche gli uomini, sarebbe in conflitto con l’esigenza di coprire una fetta di popolazione superiore all’80% dato un R0 di 6. Dunque anche questo semplice modello ha un uso pratico.

Il modello è basato su due ipotesi: (1) vaccino perfetto (ipotesi non realistica, la sieroconversione avviene in un numero di casi ridotto (poniamo 90%)) e inoltre (2) sistema in studio non chiuso, capace di scambi con le altre popolazioni. Dato che le due condizioni non sono banali da controllare o modificare, l’unico modo di ottenere una efficace immunità di gregge è di avere una percentuale di vaccinazione molto alta, la più alta possibile, vicina al 100%. Per le malattie ad alta infettività come il morbillo, per il quale R0 è prossimo a 20, il 90-95% sarebbe comunque necessario. In altri casi potrebbe bastare di meno, ma averne la sicurezza non è banale; è più facile aumentare la percentuale di vaccinati.

Esiste tuttavia anche un altro aspetto che occorre considerare: cosa succede se la percentuale di sieroconversione è inferiore a quella teorica? Per esempio, alcuni vaccini vengono ripetuti perché la efficacia di sieroconversione è E=90%; dunque la prima volta avremo un successo del 90%; poi ripeteremo la vaccinazione e verosimilmente adesso raggiungeremo un valore maggiore perché anche chi la prima volta non aveva reagito reagirà; e dunque arriveremo poniamo al 99%. Ha senso ripetere la vaccinazione?

Rimaniamo al caso del 90%; la equazione di Vc diventerà Vc > (1-1/R0) /E; adesso se E è troppo bassa potremmo avere l’impossibilità di rispettare la condizione; Vc non può superare 1 mentre se supponiamo R0 =20 e E=0.9, cioè una malattia molto infettiva ed un vaccino efficace solo al 90%, avremo che Vc dovrebbe superare il 100%, il che è impossibile! In questo caso, con una malattia che produce 20 casi secondari, occorre un vaccino efficace almeno al 95%. Con il morbillo che sembra dia fra 12 e 18 casi secondari l’efficacia E dovrebbe essere molto simile nel caso peggiore mentre potrebbe scendere al 92% nel caso migliore.

Per comprendere bene l’importanza di questo parametro E considerate che anche se R0 è solo 2 il vaccino non può essere meno efficace del 50% altrimenti anche tutta la popolazione vaccinata non servirà a nulla.

Dunque per affrontare l’epidemia ci vogliono vaccini efficaci oppure nel caso ciò non sia possibile nemmeno ripetendo il vaccino occorre disporre l’isolamento dei malati per ridurre Rp. Questo dipende dall’organizzazione sanitaria o da un controllo poliziesco o alternativamente e meglio dalla cosciente collaborazione della popolazione, che a sua volta si può ottenere o sotto la spinta della paura nell’immediatezza dei fatti (pensate all’epidemia di Ebola per esempio dove un vaccino non c’era e che è stata fermata abbassando Rp), o della conoscenza e della trasparenza in qualunque momento. A voi la scelta.

PS Noto di passaggio che degli oltre 3000 casi di morbillo avvenuti in Italia nei primi 6 mesi dell’anno il 96% si è avuto fra persone non vaccinate o vaccinate una volta sola; questo conferma l’efficacia della strategia della doppia vaccinazione; ma ben 237 fra operatori sanitari. A quando l’obbligo di vaccino EFFETTIVO per gli operatori sanitari?

Ringrazio per gli utili commenti Marco Pagani e Paolo Marani.

Libera traduzione ed adattamento di Claudio Della Volpe dal sito: http://www.mathepi.com/maindir/herd.html.

Per approfondire:

https://en.wikipedia.org/wiki/Herd_immunity

https://en.wikipedia.org/wiki/Mathematical_modelling_of_infectious_disease

http://www.maa.org/press/periodicals/loci/joma/the-sir-model-for-spread-of-disease-introduction

VACCINES d CID 2011:52 (1 April) d 911 https://academic.oup.com/cid/article/52/7/911/299077

 

“Tutto è chimica!”, breve intervista a Cristiana Capotondi.

In evidenza

La redazione del blog.

Abbiamo intervistato via mail Cristiana Capotondi, la brava e giovane interprete della fiction televisiva “Di padre in figlia”, cui avevamo già accennato in un breve post; Cristiana ha acconsentito a rispondere brevemente a qualche domanda in esclusiva per noi. La ringraziamo insieme alla signora Cristiana Mainardi che ha fatto da tramite.

 D. Signora Capotondi si è resa conto di questi aspetti almeno in parte contraddittori con alcuni “memi” attuali:
la chimica positiva, la scienza di “tutto è chimica” mentre oggi l’aggettivo chimico corrisponde spesso a sporco, inquinante, o comunque non è positivo, è contrapposto a naturale?  Lei personalmente cosa pensa di questo contrasto? Se ci fosse un seguito di questa fiction in tempi più vicini a noi lei crede che il personaggio che lei ha interpretato avrebbe dei ripensamenti? Avrebbe ancora il seggio di Galileo come punto focale della sua vita?

R. Credo che si debba informare la gente su ciò che significhi chimica. Ricerca, nuove possibilità e scienza senza la quale moriremo anche solo per una semplice influenza.

D.: Pensa lei che oggi la laurea e in particolare in una materia scientifica sia ancora uno strumento di emancipazione femminile? O che l’emancipazione passi altrove? un padre proibirebbe ancora alla figlia di studiare la chimica? Lei che rapporto ha avuto con la Chimica come materia di studio? Ha mai pensato di svolgere un lavoro di questo tipo?

R.:Le materie scientifiche sono la parte esposta di un lavoro umanistico ancora più profondo, ovvero rispondere alle urgenze della popolazione che sono sempre in divenire. Quindi, si mi piacerebbe lavorare in questa direzione e credo che lo studio delle materie scientifiche aperto alle donne sia una conquista.

D.: parlare bene di chimica in una fiction e non parlarne mai o quasi nelle trasmissioni più culturali o di servizio come report poniamo: lei crede che questa sia una scelta condivisibile del mezzo pubblico? Tutto sommato lei ha detto quella frase Tutto è chimica con splendido accento veneto (anche se è romana de roma) davanti a vari milioni di persone: quella scena l’avete fatta una volta o più volte? le è venuto naturale o no? le è sembrato “forzato”? la figura della chimica e non poniamo della fisica o della matematica, da dove è venuta fuori? ci può raccontare?
Cosa interpreterà prossimamente? Ancora figure da scienziata/ricercatrice e da donna in carriera o da donna tout court?

R.:Tutto è chimica, così funziona la vita. Con azioni e reazioni che ci cambiano a livello molecolare. È utile ragionare su queste tematiche anche per raccontare come l’uomo psichicamente incida sulla sua fisicità. È utile per rilanciare laicamente il concetto di uomo come sinolo storico.
Qualunque palco è adatto, che sia informazione o fiction.
L’idea della chimica nasce dalla sua utilità nel mondo della distillazione.
Lavorerò al nuovo film di Marco Tullio Giordana dal titolo Nome di donne.