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Si fa presto a dire ricicliamo…… 1. Premessa.

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Claudio Della Volpe.

Riciclare è l’imperativo categorico diventato addirittura una direttiva europea (DIRETTIVA (UE) 2018/851 DEL PARLAMENTO EUROPEO E DEL CONSIGLIO del 30 maggio 2018 che modifica la direttiva 2008/98/CE relativa ai rifiuti). Ma riciclare è di fatto una attività che l’industria porta avanti da più di cento anni in qualche settore, si pensi all’industria siderurgica che ricicla il ferro: una parte significativa della produzione siderurgica si fa nei forni elettrici e il tondino del calcestruzzo è ferro riciclato, usato per fare le nostre case e i nostri manufatti stradali.

Dunque ricicliamo già, e anche parecchio, ma non basta. Abbiamo già fatto notare questa contraddizione in una serie di articoli pubblicati 6 anni fa da Giorgio Nebbia (https://ilblogdellasci.wordpress.com/2016/01/11/noterelle-di-economia-circolare/ e nei successivi di analogo titolo).

Riciclare è una necessità sempre maggiore; lo facciamo già e non in piccola quota ma dovremo farne di più e soprattutto diversamente; ma cosa distingue allora il riciclo che dovremo sviluppare da quello che già facciamo? quanto ne facciamo e quanto dovremo farne? Cosa distingue il semplice riciclo che già si fa dall’economia circolare?

Non sono domande facili. In questo post e nei successivi analizzeremo la situazione in qualche dettaglio e soprattutto cercheremo di mettere dei numeri in questo discorso.

Due o tre osservazioni basilari da fare.

La prima è che il riciclo o ricircolo è una caratteristica base dei reattori chimici che si insegna in tutti i corsi di principi di ingegneria chimica: in un impianto chimico tradizionale un riciclo è rappresentato da un “ciclo chiuso” di correnti materiali, che può passare attraverso una o più apparecchiature chimiche.

Il rapporto di riciclo è dato dal rapporto tra la portata della corrente riciclata e la portata della corrente principale prima del punto di reimmissione del riciclo. Lo scopo del riciclo è quello di aumentare la resa complessiva del processo e riciclare in un reattore è una necessità produttiva indiscutibile. Se la trasformazione è parziale il riciclo fa aumentare la resa. Dunque la chimica ha il riciclo nel proprio DNA.

Non solo, ma in qualunque azienda moderna si riciclano, almeno pro quota, gli sfridi di lavorazione; pensate all’alluminio; gli sfridi dei lingotti ottenuti vengono rimessi nei forni subito; insomma molte aziende di fatto costituiscono già dei sistemi di riciclo molto efficienti al proprio interno. In questo caso il riciclo corrisponde al risparmio. La questione nasce quando esternalizzando i problemi, diventa più economico per l’azienda lasciare all’”esterno” di occuparsi del riciclo: al mare, all’aria o alla terra. E questo non è un problema tecnico, ma di forma della proprietà; se il bene inquinato è “comune”, non privato perché l’azienda privata dovrebbe riciclare? Non altera i suoi conti, altera solo quelli “comuni”. E dunque non è interessata a meno che una legge e una serie di severi controlli non la obblighino. E’ la cosiddetta “tragedy of commons” analizzata dal famoso articolo di Garret Hardin.La seconda osservazione è che riciclare di solito si fa parzialmente, mentre l’economia circolare è un cosa diversa, è chiusa corrisponde ad un riciclo del 100%; di solito si prendono come esempio dell’economia circolare i cicli naturali degli elementi, C, N, P, S etc; e si dice in natura non ci sono discariche.

Già, ma i cicli naturali sono molto lunghi, in genere durano milioni di anni e da qualche parte occorre stoccare le cose; anche la Natura deve farlo; pensiamo al petrolio e in genere ai combustibili fossili, frutto della degradazione degli organismi a partire dal Carbonifero; noi stiamo estraendo questi intermedi di riciclo del carbonio in gran parte nascosti sotto il suolo e li stiamo rimettendo in circolo anzitempo accelerandone la trasformazione in CO2. In un certo senso stiamo solo accelerandone il riciclo. Già, ma il risultato è stato il riscaldamento globale.

E’ un tema del famoso libro: Tempi storici e tempi biologici del compianto Enzo Tiezzi. (Enzo come ci manchi.)

Aggiungiamo che anche i perfetti cicli naturali possono essere alterati; ricordiamo che l’ossigeno che respiriamo e che oggi costituisce la base della vita come la intendiamo, solo un paio di miliardi di anni fa era il prodotto di discarica della reazione di fotosintesi che, accumulandosi in atmosfera come oggi i gas serra, ne cambiò irreversibilmente la composizione. Questo costrinse gli allora dominatori del pianeta, i batteri anaerobi, a rifugiarsi nel sottosuolo, nel fondo del mare, negli intestini degli animali.

Volete un altro esempio? Beh parliamo ancora di ciclo dell’azoto e del fosforo, ma in realtà questi due cicli sono stati completamente alterati dalla nostra azione in quanto oggi produciamo noi uomini la gran parte del fosfato che va in mare e dell’azoto assorbito dall’atmosfera, ma non abbiamo inserito alcun controllo dalla parte del recupero, mandando in tilt il ciclo naturale originario. Dunque cicli naturali sono perfetti ma lunghi e delicati.

Facciamo qualche conto per far capire un’altra differenza fra riciclo naturale e artificiale. Poniamo di avere un materiale che abbia un ciclo di vita di 10 anni, chessò l’oro dei contatti elettronici e supponiamo di riciclarlo al 95%.

Cosa succede dopo 100 anni? Avremo fatto 10 ricicli e quanto dell’oro originale ci sarà rimasto? 0.9510=0.60; avremo comunque perso negli sfridi il 40% e avremo dovuto estrarre altro materiale vergine, in grande quantità. Detto fra di noi nessun materiale è riciclato dalla nostra tecnologia attuale a questo livello, ossia con meno del 5% di spreco. Tutti gli altri stanno peggio.

Ecco, fatte queste riflessioni siamo pronti a partire per una analisi più dettagliata della situazione.

(continua)

Le molecole della pubblicità: l’acqua micellare.

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Claudio Della Volpe

(per i precedenti articoli di questa serie vedi in fondo)

L’”acqua micellare” è uno dei prodotti di maggior successo pubblicitario degli ultimi tempi; il suo mercato dominante sono le donne che se si truccano poi si struccano ( a questo serve l’acqua micellare, a ripulire la pelle), una attività che in realtà risale a tempi immemorabili; certo la pubblicità e il mercato hanno spinto sul filone della bellezza femminile e non, ma il trucco femminile e anche maschile è una tradizione culturale che risale alle origini della nostra specie e si coniuga con aspetti sociali e sessuali, ma anche religiosi. La caverna di Blombos in sud Africa che testimonia attività di tipo chimico di Homo Sapiens e di cui abbiamo parlato in uno dei primi post pubblicati su questo blog, risale a 100.000 anni fa e vi si producevano, guarda un po’, polveri colorate per scopi analoghi.

Dunque non mi scandalizzo affatto che esistano prodotti del genere; qua si tratta solo di capire di cosa stiamo parlando esattamente. Ha senso questa definizione e a cosa si riferisce esattamente? Cosa è l’acqua micellare?

L’acqua micellare si presenta come una soluzione limpida ma contenente sia componenti acquose che idrofobiche, come l’olio di ricino (si veda più avanti per la formula completa di uno dei tanti prodotti commerciali); ne segue che abbiamo qui qualcosa di simile ad una emulsione, ma a differenza delle normali emulsioni tipo acqua-sapone ed eventualmente olio che sono opache o tendono comunque a diffondere la luce, questa non la diffonde.

Come mai?

Sembra che il primo prodotto di questa classe sia stato fatto in casa ed usato come detergente della lana dalle donne australiane fin dall’inizio del XIX secolo; se mescolate nelle giuste proporzioni acqua/olio di eucalipto/sapone in scaglie e una miscela del cosiddetto spirito bianco, un distillato del petrolio ottenete una emulsione di questo medesimo genere, stabile e trasparente; analogamente la ricetta di Bosisto per lavare la lana è costituita da

scaglie di sapone 300g/spirito metilato (ossia 95% di alcool etilico e 5% di metilico) 200ml agitare bene; miscelare con 50ml di olio di Eucalipto; conservare la pasta che viene fuori e aggiungere poca acqua calda quanto basta al momento del lavaggio; poi aggiungete all’acqua di lavaggio totale.

Dopo avere strizzato i panni avvolti in un tessuto fateli asciugare senza esporli alla luce.

Cosa avete ottenuto con quella miscela e perché il prodotto finale è trasparente e stabile?

Si tratta delle cosiddette microemulsioni, scoperte ufficialmente solo nel 1943 da Hoar and Schulman mescolando una soluzione lattescente con esanolo per produrre una soluzione uniforme, una fase singola e non conduttiva.

Come potete leggere nel testo il fenomeno, dicono gli autori, era già ben conosciuto. La prima applicazione commerciale   delle microemulsioni o delle “idromicelle oleopatiche”, fu infatti costituita dalle cosiddette cere liquide , brevettate da Rodawald nel 1928.

da Microemulsions Theory and Practice a cura di Leon Prince

Nella tabella sottostante vedete le differenze fra i due tipi di emulsioni:

Una rappresentazione più grafica delle differenze in cui è introdotto anche il caso intermedio della nanoemulsioni, (non fatevi confondere dal nome, le nanoemulsioni sono a micelle più grandi della microemulsioni, scherzi della lingua).

Si tratta dunque di micelle, gocce di diametro piccolo di una fase circondate da uno strato di molecole di tensioattivo ben orientate più piccole delle altre; la fase esterna o interna può essere acquosa mentre l’altra è oleosa e viceversa. Il diametro così piccolo delle microemulsioni è dovuto alla particolare geometria dei tensioattivi usati e dei co-tensioattivi, ossia le altre molecole, alcooli per esempio, che consentono di creare una forte curvatura e di rafforzarla, rendendole stabili nel tempo.

Questo giustifica la trasparenza, poichè il diametro delle micelle non consente la diffusione laterale della luce e anche il fatto che le soluzioni ottenute siano stabili, mentre sia le emulsioni normali che le cosiddette nanoemulsioni non lo sono.

Come si spiegano quantitativamente le differenze di comportamento fra i vari tipi di emulsioni? La teoria base fu sviluppata da Eli Ruckenstein negli anni 70 ed è esemplificata dal seguente grafico che vado a commentare, tratto da un classico della letteratura della termodinamica superficiale (J. Chem. Soc., Faraday Trans. 2, 1975,71, 1690-1707); Ruckenstein è stato uno dei maggiori teorici delle soluzioni e delle interfacce e forse è poco ricordato, ma molte teorie affascinanti sono dovute a lui; l’ho conosciuto di persona nel 2000 a Princeton, in un congresso dove presentavo una serie di misure che supportavano una delle sue teorie sul fenomeno della rottura dei film superficiali, fenomeno che poi ha trovato applicazione nell’industria dei detergenti (avete notato che quando lavate l’auto alla pompa usate due detergenti diversi? Uno è il solito anionico per togliere lo sporco, l’altro è un cationico che serve invece a togliere via l’acqua di lavaggio, è un rinsing aid in inglese; la teoria sui rinsing aids è di Ruckenstein). Ruckenstein era seduto in prima fila e mi fece anche una domanda; la cosa mi emozionò parecchio.

In questo grafico si confrontano le energie libere superficiali delle micelle contro la loro dimensione per alcuni casi chiave, ottenuti sommando i contributi delle varie componenti :formazione della microemulsione, aumento dell’area totale, interazione fra le micelle, adsorbimento del tensioattivo ed entropia legata alla dispersione dellla fase oleosa nelle micelle. Questi 5 termini variano al variare del diametro della micella e dunque la somma complessiva.

Per i casi C e D l’energia libera è sempre positiva per cui si possono formare solo emulsioni che non sono termodinamicamente stabili. Nel caso C che mostra un massimo relativo si possono ottenere emulsioni cineticamente stabili, ossia che si possono destabilizzare se in qualche modo il sistema può superare la barriera di energia potenziale (per esempio aumentando la temperatura) ma che rimangono stabili solo se la barrriera è sufficientemente grande. Per i casi A e B invece la energia libera è negativa in certi valori del raggio o anche sempre. Questo vuol dire che una dispersione di micelle aventi un raggio in questo intervallo è stabile rispetto alla separazione di fase e dunque si formerà una microemulsione stabile; ovviamente per il raggio R* la microemulsione presenterà la situazione di massima stabilità.

Giusto per fare un esempio di separazione di fase si pensi all’impazzimento della maionese; quello è un esempio di separazione di fase, mentre la maionese ben riuscita è una emulsione stabile (cineticamente , non è una microemulsione).

Qui sotto la composizione di una specifica acqua micellare:

Acqua micellare Venus

aqua; poloxamer 184; disodium phosphate; hexylene glycol; hamamelis virginiana water; phenoxyethanol; benzyl alcohol; disodium cocoamphodiacetate; potassium phosphate; sodium chloride; parfum; peg-40; hydrogenated castor oil (olio di ricino); limonene;

Il poloxamer 184 è il tensioattivo non ionico, coadiuvato dal glicole, dall’alcol benzilico e dal cocoamfodiacetato, che aiutano a forzare il raggio delle micelle; l’olio di ricino è la componente oleosa che aiuta invece a eliminare il trucco. Gli altri componenti servono essenzialmente a proprietà estetiche come il profumo, ma notate che possono questi avere anche proprietà allergizzanti.

Aggiungo che le microemulsioni hanno molte applicazioni in campo medico e biologico. Ma ne parleremo un’altra volta.

Venus è un marchio della Kelemata-Perlier, una azienda Italiana, fondata nel 1919 dalla famiglia Giraudi, con un fatturato attale di circa 80 milioni di euro e proprietaria di parecchi marchi. Nel 2013 aveva poco più di 200 dipendenti.

Colgate-Palmolive invece è una grandissima multinazionale americana fondata nel 1953 che ha un fatturato di 20 miliardi di dollari e 37000 dipendenti.

La storia dei brevetti su questo tema è troppo intricata per farne una sia pur breve lista; Kelemata non appare detenere brevetti specifici, dunque probabilmente produce su licenza (mi farebbe piacere saperlo).

Esistono molti altri prodotti analoghi in commercio; ho riportato l’esempio anche perchè questo mi appare uno dei pochi produttori italiani di microemulsioni cosmetiche; è da dire che esistono molte altre applicazioni nel campo della detergenza, basate su microemulsioni formulate anche da piccole aziende.

Riferimenti.

J.H. Schulman, W. Stoeckenius, L.M. Prince,

Mechanism of formation and structure of micro emulsions by electron microscopy, J. Phys. Chem. 63 (1959) 1677–1680

HOAR, T. P., & SCHULMAN, J. H. (1943). Transparent Water-in-Oil Dispersions: the Oleopathic Hydro-Micelle. Nature, 152(3847), 102–103. doi:10.1038/152102a0

Microemulsion vs. nanoemulsion Devesh Kumar Jain – SlideShare

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Lettera aperta alla SAIPEM.

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Con il permesso dell’autore pubblichiamo qui una lettera inviata al Corriere e non pubblicata.

Vincenzo Balzani

Bologna, 22 agosto 2018

SAIPEM: mai sentito parlare dell’Accordo di Parigi?

Caro Direttore,

Leggo sul Corriere di oggi a p. 37 l’articolo di Marco Sabella che annuncia con entusiasmo il rialzo del titolo Saipem in seguito a contratti relativi alla estrazione di petrolio e metano in varie zone del globo, fra le quali Congo, Uganda e Nigeria.

Non un cenno al fatto che il governo Italiano è fra i 195 firmatari dell’Accordo sul clima di Parigi, che prevede di ridurre l’uso dei combustibili fossili e lo sviluppo delle energie rinnovabili per salvare il pianeta dai cambiamenti climatici. E’ un’ulteriore conferma di quanto ha scritto papa Francesco nell’Enciclica Laudato si’: “I combustibili fossili devono essere sostituiti senza indugioma la politica e l’industria rispondono con lentezza, lontane dall’essere all’altezza delle sfide”.

L’Africa ha un enorme potenziale di energia solare ed eolica, ed è nello sviluppo di queste energie che dovrebbe essere aiutata.

Secondo gli esperti, In base all’Accordo di Parigi la maggior parte delle riserve di combustibili fossili già note dovrà rimanere nel sottosuolo. Quindi, se l’Accordo di Parigi sarà osservato, Saipem avrà problemi economici perché parte delle sue attività saranno bloccate; forse chi ha acquistato le azioni Saipem non ha tenuto conto di questa eventualità. Se invece la politica permetterà alle aziende petrolifere di usare tutte le riserve, i problemi, purtroppo, li avremo noi,  abitanti della Terra.

Vincenzo Balzani

Professore Emerito, Università di Bologna

Inedito su medicina e omeopatia.

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Vincenzo Balzani

Con il consenso dell’autore pubblichiamo un capitolo inedito riguardante la medicina e l’omeopatia.

I confini della Scienza

 

  1. La medicina

La medicina è una delle branche più importanti della scienza, per cui merita una discussione specifica. Si tratta di una scienza un po’ particolare perchè deve agire sull’uomo, che è fatto di corpo e di spirito. Mi limito a discutere il problema dei farmaci tradizionali e dei farmaci omeopatici.

12.1 il nostro corpo

Dal punto di vista puramente materiale (sottolineo: puramente materiale), il nostro corpo è un insieme molto complicato di reazioni chimiche. Addirittura in passato c’era la tendenza a paragonarlo ad una macchina: alimentazione mediante un combustibile, cabina di guida, produzione di energia, lavoro meccanico, scarico dei prodotti di scarto. Come in una macchina, può succedere che un componente non funzioni e allora si sostituisce il pezzo guasto, con un ricambio “originale” (un trapianto) o “non originale” (una protesi).

Abbiamo già visto che il nostro corpo è fatto di scompartimenti, le cellule, che sono molto piccoli, ma che a loro volta contengono tante cose ancor più piccole. Le ricerche di biologia molecolare hanno chiarito infatti che nelle cellule c’è un numero molto grande di dispositivi, congegni, macchine piccolissime, a livello molecolare (cioè, di dimensioni nanometriche) che funzionano mediante reazioni chimiche. Queste reazioni producono movimenti e generano segnali attraverso lo scambio di molecole e ioni. Così, ad esempio, i movimenti macroscopici dei nostri muscoli sono originati da movimenti su scala molecolare di proteine chiamate miosina e kinesina. Queste proteine si muovono sfruttando una reazione chimica, la trasformazione dell’ATP (adenosintrifosfato) in ADP (adenosindifosfato) e Pi (fosfato inorganico). I movimenti molecolari si possono mettere in evidenza con delle tecniche speciali escogitate di recente. L’ATP, che è un po’ il carburante di tutti i muscoli, a sua volta è prodotto da un altra “macchina”, un motore rotante, l’ATP synthase.

12.2 La medicina tradizionale

Vediamo adesso come si può schematizzare, nel modo più semplice possibile, il modo di agire di una medicina (un farmaco). Chiedo ai medici e a chi conosce un po’ questi problemi di scusarmi per le grossolane semplificazioni e approssimazioni, ma il mio scopo è semplicemente quello di mettere in evidenza alcuni aspetti della medicina tradizionale e di quella omeopatica.

I congegni e macchine molecolari che sono all’interno delle cellule hanno bisogno, per funzionare, di certe sostanze chimiche, ad esempio lo ione potassio (K+). Le cellule però sono delimitate da una membrana, una specie di muro che impedisce ai componenti della cellula di disperdersi e impedisce anche che nella cellula entrino componenti indesiderati. Il potassio può entrare solo attraverso opportuni canali molecolari (“porte” molto selettive) che attraversano la membrana. Supponiamo che una cellula sia “ammalata”, cioè funzioni male perché non contiene abbastanza potassio. Dico “supponiamo” perchè non sarà facile capirlo, ma supponiamo che sia vero, che lo si possa stabilire con certezza. Per “guarirla” dovrò farvi entrare più potassio. Vado dal medico che mi dice di mangiare cibi che contengono potassio e poi, sapendo che ben difficilmente cambierò le mie abitudini alimentari, mi prescrive il Polase, un farmaco a base di potassio. Prendo una bustina di Polase al giorno, e dopo una settimana supponiamo che io sia guarito (dico “supponiamo” perché a volte non si guarisce, o almeno non si guarisce subito). Dunque, se sono guarito la spiegazione sembra semplice: 1) sono guarito perché ho preso il Polase che contiene potassio; prendendo il Polase ho fatto entrare più potassio nelle mie cellule, che si sono rimesse a funzionare bene. Questa è la risposta più ovvia. Ma è proprio così? Se non avessi preso il Polase, non sarei guarito? O sarei guarito ugualmente, o addirittura sarei guarito prima? Sono proprio sicuro che nelle cellule non c’era abbastanza potassio perché ne mangiavo poco? Poteva anche essere successo che il canale attraverso cui può entrare il potassio, che è una struttura chimica complicatissima e sensibile ad un gran numero di fattori, si fosse un po’ stretto; in questa ipotesi la guarigione potrebbe essere avvenuta perché, ad un certo punto, a causa di altri fattori sconosciuti, il canale si è allargato nuovamente. In tal caso l’aver ingerito del Polase non mi avrebbe aiutato. Potrebbe anche essere successo che lo ione aspartato (o un altra sostanza secondaria presente nel Polase) abbia agito sulle proteine che costituiscono il canale attraverso cui entra il potassio impedendo al canale, che spontaneamente cercava di riallargarsi, di farlo più in fretta. In questa ipotesi, sarei guarito prima se non avessi preso il Polase; ma anche questo non posso dimostrarlo. C’è, infine, un’altra possibilità. L’uomo è fatto di carne (cioè di materia, di reazioni chimiche), ma anche di psiche: pensieri, immaginazioni, convincimenti e aspettative. Sappiamo tutti che una buona notizia ci fa star bene e che una cattiva notizia ci fa star male, attraverso meccanismi anch’essi basati su reazioni chimiche, ma complessi e del tutto insondabili. Dunque, come quarta ipotesi potrebbe essere successo questo: sono andato dal medico, che mi ha detto che la mia malattia era dovuta alla scarsità di potassio e che prendendo del potassio sarei guarito; mi ha prescritto un farmaco contenente potassio; io, ubbidiente, l’ho preso e sono guarito, ma sono guarito mediante un meccanismo psicologico, perché ho fiducia nel mio medico e so che mi prescrive sempre la medicina giusta. Se è così, sarei guarito anche se nelle bustine del Polase, anziché il potassio, ci fosse stato dello zucchero, o della farina, o qualsiasi altra cosa. E’ quello che in medicina si chiama “effetto placebo””: si crede di prendere la medicina giusta e si guarisce anche se, in realtà, non la si prende. Infatti (e anche qui schematizzo) per capire se un farmaco è efficace, si scelgono cento persone ammalate della stessa malattia e si dà a tutte una pillola uguale nell’aspetto e nel sapore; cinquanta pillole, però, contengono il farmaco, il principio attivo che cura la malattia, mentre le altre cinquanta non lo contengono. Solo il medico sa quali sono i cinquanta pazienti che hanno avuto la pillola “vera” e i cinquanta che hanno avuto la pillola “falsa” (placebo); i pazienti non lo sanno. In questi tipi di esperimenti si trova sempre che guarisce anche un certo numero dei pazienti che hanno preso la pillola “falsa”; guariscono perché il corpo umano in molti casi rimedia da solo, magari aiutato in modo misterioso dall’aspettativa e dalla volontà di guarire. Secondo studi recenti, per i problemi di depressione il placebo ha effetto positivo nell’80% dei casi.

12.3 La medicina omeopatica

Queste considerazioni si collegano direttamente alle cure omeopatiche. I principi fondamentali delle cure omeopatiche sono: 1) il simile cura il simile; 2) maggiore è la diluizione e più efficace è il trattamento; 3) la “succussione” (agitazione violenta) è essenziale per l’efficacia del trattamento. Torniamo all’esempio precedente. In caso di mancanza di potassio, il medico tradizionale prescrive il Polase: in ogni bustina ci sono, come c’è scritto sopra, 450 mg (poco meno di mezzo grammo) di aspartato di potassio. Se vado dall’omeopata, mi prescrive una cura omeopatica di potassio, cioè (anche qui schematizzo), mi fa bere una bottiglina al giorno di acqua contenente, mi dice, piccolissime quantità di potassio. Per curiosità, mi informo su quanto potassio contiene ogni bottiglina. Mi ha detto che ne contiene poco: ma quanto? Nel Polase c’è poco meno di mezzo grammo di aspartato di potassio in ogni bustina, e nella bottiglina della cura omeopatica? C’è scritto 30C. Cosa vuol dire? Vuol dire (ancora schematizzando, ma senza travisare il senso) che chi l’ha preparata ha preso mezzo grammo di aspartato di potassio (l’equivalente di una bustina di Polase) e l’ha sciolto in un litro d’acqua. In questo litro d’acqua c’è mezzo grammo di aspartato di potassio che a conti fatti significa 1022 molecole, cioè diecimila miliardi di miliardi di molecole (“molecola” nel caso dell’ aspartato di potassio non è un termine scientifico del tutto esatto, ma in questo contesto può essere usato per semplicità senza che il significato di quello che voglio dire venga modificato). Poi il preparatore della medicina omeopatica ha cominciato a diluire e a agitare la soluzione. Diluire vuol dire tenere una parte e buttare il resto. Nel caso delle preparazioni omeopatiche si opera con diluizioni 1:100, cioè si butta via 99/100 della soluzione e al rimanente 1/100 viene aggiunto solvente puro, di solito acqua. Dopo la prima diluizione 1:100, la quantità di aspartato di potassio nella bottiglia si è ridotta a 5 mg, e il numero di molecole a 1020, cioè cento miliardi di miliardi. Alla sesta diluizione c’è rimasto ben poco: 5 decimillesimi di miliardesimo di grammo, una cosa invisibile, meno di un millesimo di granellino di Polase, anche se il numero di molecole è ancora alto (10 miliardi). Ecco, alcuni preparati omeopatici hanno queste diluizioni (6C) e si fa fatica a concepire che possano avere un qualche effetto terapeutico. Ma il bello deve ancora venire, perché i preparati omeopatici considerati più potenti sono quelli che si ottengono non diluendo sei volte, ma trenta volte. A questo punto seguiamo come cala non più in numero di grammi, che giunge a frazioni incredibilmente basse, ma il numero di molecole, che all’inizio erano tante. Ebbene, alla decima diluizione rimangono 100 molecole, e all’undicesima ne rimane 1. Se a questo si effettua una ulteriore diluizione 1:100, è molto probabile che la soluzione non contenga più alcuna molecola. Se fossi stato così “fortunato” (1/100 di probabilità) di pescare nella diluizione l’unica molecola di aspartato di potassio ancora presente, questa “fortuna” non potrà continuare nella tredicesima, quattordicesima,….per cui c’è la “certezza” che giunti alla trentesima diluizione nella bottiglia non c’è più neanche una molecola di aspartato di potassio. In conclusione, nella “cura” prescritta dal medico omeopata, di potassio non ce n’è neppure l’ombra. La boccettina contiene solo acqua sbattuta, cioè acqua, acqua schietta. Quindi, quando compro una medicina omeopatica compro acqua pura, che non può avere nessun effetto chimico sul mio organismo. Eppure qualcuno guarisce. Nel caso della cura omeopatica si può certamente escludere quella che era stata la prima e più solida ipotesi della guarigione ottenuta con i metodi tradizionali (ingresso nella cellula di una maggior quantità di potassio) e anche un ipotetico effetto collaterale negativo della cura. Rimangono due casi: sarei guarito lo stesso (la più probabile) oppure sono guarito perché ho creduto nel medico e nella cura che mi ha dato. Di certo, non sono guarito per l’effetto di quella boccetta d’acqua pura sul mio organismo.

“L’efficacia” (quando c’è) delle cure omeopatiche e “l’effetto placebo” dimostrano quanto sia complicato l’organismo umano; dimostrano, se ce ne fosse bisogno, che non siamo solo “carne” e che la medicina non è una scienza “esatta”.

Samuel Hahnemann 1755-1843

12.4 La “memoria” dell’acqua

L’omeopatia va presa così com’è: dal punto di vista chimico e fisico, non ha alcun senso; se va bene, può avere un effetto psicologico. Ma i sostenitori dell’omeopatia, e in particolare quelli che producono e vendono medicine omeopatiche, giurano che queste medicine hanno un’effettiva azione scientifica, “chimica”. Secondo loro c’è proprio a livello scientifico, e non psicologico, una differenza fra l’acqua pura e le loro complicate preparazioni, che come abbiamo visto finiscono per arrivare all’acqua pura ugualmente. Se non ci fosse un fondamento scientifico, come si potrebbero far pagare tanto i farmaci omeopatici? Quindi, risultati scientifici in favore della omeopatia sono necessari per far aumentare il giro di affare.

Ecco che allora di tanto in tanto saltano fuori pubblicazioni (“lavori”) che vorrebbero dare una base scientifica all’omeopatia. Abbiamo già visto che se un lavoro scientifico viene pubblicato su una rivista poco qualificata nessuno lo legge e nessuno se ne cura; abbiamo anche visto che ci sono riviste scientifiche molto serie, che prima di pubblicare un lavoro chiedono il giudizio di esperti. I lavori scientifici che appaiono su queste riviste fanno colpo ed in effetti fece colpo, nel 1988, un lavoro di autori francesi, apparso sulla rivista scientifica più prestigiosa, Nature (volume 333, p. 816), che sostanzialmente dava credito scientifico alle cure omeopatiche.

Questi ricercatori francesi riportarono dei risultati, un po’ complicati da illustrare, che sostanzialmente dimostravano che l’acqua ha “memoria”. Sostenevano, cioè, che se un composto chimico (nell’esempio di prima, l’aspartato di potassio) viene sciolto nell’acqua e poi tolto via tutto con successive diluizioni, ebbene l’acqua , che ormai non lo contiene più, si “ricorda”, per così dire, che prima dentro ad essa c’era quella certa sostanza. Secondo questi ricercatori, rimarrebbe nell’acqua come una “impronta” della sostanza disciolta, e questa impronta conferirebbe all’acqua proprietà diverse da quelle dell’acqua in cui non ho mai sciolto quella sostanza. Molti capirono subito che questi risultati avevano sapore di magia più che di scienza, ma fecero scalpore lo stesso per l’autorevolezza della rivista su cui erano stati pubblicati, il loro possibile significato teorico e, soprattutto, perché avrebbero dato un senso scientifico all’omeopatia. Subito altri ricercatori provarono di ripetere l’esperimento, senza successo, dimostrando anzi che i ricercatori francesi avevano fatto vistosi errori di metodo tanto da rendere completamente infondati i loro risultati. Questa vicenda lascia l’omeopatia senza supporti scientifici e conferma che la scienza riesce a verificare o a smentire la validità dei suoi risultati.

Scienziate che avrebbero potuto aspirare al Premio Nobel: Martha Annie Whiteley (1866-1956)

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Rinaldo Cervellati

Martha Annie Whiteley, oltre a essere stata una ricercatrice originale in chimica, fu coautore e editore capo dell’11° volume, 4a edizione dell’importante dizionario britannico Thorpe’s Dictionary of Applied Chemistry e fervente attivista per le pari opportunità delle donne nelle Facoltà di Chimica.

Nata a Hammersmith, un distretto di Londra, l’11 novembre 1866 da genitori del ceto medio, Martha ricevette la sua educazione nella Girls Public Day School Trust[1] (divenuta poi Kensington High School) di Chelsea, una scuola femminile che offriva una buona istruzione scolastica. Sebbene le scienze non fossero considerate discipline adatte per l’istruzione delle ragazze, esse erano incluse nel curriculum di tutte le GPDST [1]. Martha continuò la sua formazione presso il Royal Holloway College for Women, ottenendo nel 1890 il diploma (B.Sc.) in chimica superando gli esami finali all’Università di Londra. Rimase al Royal Holloway College for Women studiando per un altro anno, superando con onore l’esame finale del primo anno di matematica all’Università di Oxford.

Martha A. Whiteley in gioventù

Nel contempo ha lavorato come insegnante prima alla Wimbledon High School e successivamente al St. Gabriel’s Training College; nel 1898 decise di continuare gli studi di chimica, avendo iniziato a lavorare a tempo parziale al Royal College of Science (poi parte dell’Imperial College of London) sotto la guida del professor Sir William Tilden[2]. Ottenne il dottorato in chimica (D.Sc.[3]) nel 1902, discutendo una tesi sulla preparazione e proprietà di ammidi e ossime, l’anno successivo fu invitata da Tilden a far parte del personale docente e riercatore del Royal College of Science.

Martha Annie Whiteley nel 1907

Promossa a dimostratore nel 1908, divenne docente nel 1914, all’età di quarantotto anni. Per quattordici anni, dal 1920 fino al pensionamento nel 1934, ha ricoperto la carica di assistant professor [1,2].

L’interesse di Whitely per la ricerca in chimica organica è evidente fin dal primo dei suoi lavori scientifici pubblicato 7 anni prima del dottorato, riguardante i punti di fusione di miscele di sostanze [3], mentre stava insegnando alla Wimbledon High School. Nell’articolo (in collaborazione con H. Crompton), l’autrice afferma che il lavoro subì molte interruzioni, dovute probabilmente ai suoi impegni didattici.

Le sue prime ricerche, pubblicate nel periodo fino al 1909, riguardarono gli studi intrapresi nel lavoro di tesi su ammidi e ossime di acidi dicarbossilici e ureidi cicliche correlate, compresi i derivati di caffeina e acido barbiturico. Si concentrò in particolare sul problema del tautomerismo nelle ossime, un’area che stava ricevendo considerevole attenzione a quel tempo, e un interesse particolare di Sir Jocelyn Field Thorpe[4].

Sir Jocelyn Field Thorpe

Anche se Whiteley era collega giovane di Thorpe e sua collaboratrice, è chiaro dai suoi scritti che lei aveva un suo indipendente programma di ricerca [2].

Questo aspetto deve essere particolarmente sottolineato perché se da un lato la produzione scientifica di Whiteley comprende solo 10 articoli nell’arco di tempo 1987 – 1927 [4], dall’altro è altrettanto vero che essa figura sempre come autore responsabile della ricerca [1]. In realtà, anche se diverse donne inglesi del tempo di Whiteley sono state più produttive dal punto di vista del numero di pubblicazioni, spesso il loro contributo è stato limitato ad assistere il professore maschio. A parte il lavoro originale di Ida Smedley MacLean[5] in biochimica, Whiteley, è stata probabilmente l’unica a “ritagliarsi” una propria ricerca in una certa area della chimica in una fra le più importanti istituzioni scientifiche e educative come l’Imperial College of London: un risultato notevole per una donna chimico della sua generazione, afferma M. Creese [2].

Allo scoppio della I Guerra Mondiale, i laboratori dell’Imperial College vennero requisiti dal Ministero delle Munizioni, e il personale fu impegnato ad analizzare campioni di bombe e esplosivi raccolti dai campi di battaglia e dalle città bombardate in Inghilterra. Whiteley e il suo gruppo rivolsero la loro attenzione all’analisi e sintesi di gas lacrimogeni e irritanti. Uno di questi, una miscela di etil iodo acetato e etanolo (noto come SK) fu effettivamente utilizzato in battaglia.

Nel 1917, i tedeschi usarono un nuovo gas vescicante, chiamato iprite[6]. I suoi effetti furono drammatici e causarono la perdita di migliaia di alleati anche perché le maschere antigas si mostrarono inefficaci contro di esso. Un piccolo campione di questo gas fu inviato al gruppo di Whiteley. Scrisse Martha:

Naturalmente ho voluto testare questa proprietà applicandomi un piccolo striscio al braccio: per quasi tre mesi ho sofferto grande disagio dalla ferita che si aprì diffondendosi fino al gomito e di cui porto ancora la cicatrice [1].

Durante la guerra il gruppo si occupò anche alla sintesi di farmaci per gli ospedali militari soprattutto fenacetina, novocaina e b-eucaina, fino a prima del 1914 importate proprio dalla Germania.

Inoltre, in assenza di Thorpe, impegnato in guerra, a Marha Whiteley fu assegnata anche la supervisione dell’intero programma di ricerca organica del Dipartimento di chimica dell’Imperial College.

Whiteley ricevette l’Ordine dell’Impero Britannico (OBE) nel 1920 per il suo contributo durante la guerra, ma il suo trattamento economico rimase invariato (300 £ annue), al contrario di quello dei colleghi maschi che ottennero fino anche al raddoppio dello stipendio.

Tuttavia, nello stesso anno, Whiteley, caduta la pregiudiziale misogina, fu eletta membro della Chemical Society (FRSC[7]), una fra le prime donne a esservi ammessa.

Certificato di candidatura e elezione di Martha Whiteley alla Chemical Society

Nel 1925 fu pubblicata la prima edizione del Manual of Organic Chemical Analysis: Qualitative and Quantitative (con J.F. Thorpe coautore), l’opera ebbe origine dall’esperienza accumulata da Whiteley in venti anni di insegnamento nei laboratori didattici e di ricerca in chimica organica dell’Imperial College, essa diresse anche il corso avanzato per studenti del dottorato. Il manuale (241 pagine) era talmente completo e aggiornato che soltanto due anni dopo si rese necessaria una ristampa.

Anche a causa della sua pluridecennale esperienza nell’insegnamento, dalle high schools ai Colleges, Martha Whiteley fu un’eccellente didatta, ricordata da studenti e giovani colleghi come punto di riferimento e fonte di ispirazione. R. Nicholson e J. Nicholson [1], fanno notare che a quei tempi, il Dipartimento di Chimica aveva più dottorandi femmine di qualsiasi altro Dipartimento dell’Imperial College, il che suggerisce che la figura di Martha Whiteley attirava più studentesse a fare ricerca sotto la sua guida.

Occorre poi menzionare il suo impegno nella compilazione del Dictionary of Applied Chemistry.

Il Dictionay fu originariamente compilato da Thomas Edward Thorpe[8] e pubblicato per la prima volta nel 1890. Whiteley fu coinvolta nella preparazione di alcuni dei volumi della seconda edizione e, quando fu programmata una terza edizione, fu invitata a modificarlo e aggiornarlo in collaborazione con J.F. Thorpe. Ciò comportò per Whiteley non solo doveri editoriali, ma anche la scrittura di diverse voci. Ha continuato con questo lavoro dopo il suo pensionamento dall’Imperial College. Dopo la morte di J. F.Thorpe nel 1940, assunse il ruolo di redattore capo del Dictionary, l’ultimo volume su cui lavorò apparve nel 1954.

Martha Whiteley ha svolto un ruolo significativo nella lunga battaglia per assicurare l’ammissione delle donne alla Chemical Society. Nel 1904, Whiteley fu una delle 19 donne chimico che presentarono una petizione per ammettere le donne nella associazione. La petizione fu ignorata. Nel 1908 successe un fatto più grave. I membri della Società votarono in maggioranza per l’accesso alle donne, ma le manipolazioni del segretario misogino della Società, Henry Armstrong, assicurarono che le donne non fossero realmente ammesse. Quello che successe fu riportato dalla rivista Nature come segue:

“… un elemento contumace e recalcitrante in minoranza ..[impostandosi] per contrastare i desideri della maggioranza … “[5]

Questa azione vergognosa significò che occorse aspettare fino al 1920 quando, come immediata conseguenza della legge sulla rimozione della pregiudiziale sessuale del 1919, le donne furono finalmente autorizzate a diventare membri della Royal Chemical Society e Martha Whiteley è stata, come ricordato, una delle prime.

Martha Whiteley morì il 24 maggio 1956, alle soglie del novantesimo anno di età, non molto tempo dopo aver visto il completamento della revisione del Dictionary.

Bibliografia

[1]R.M. Nicholson, J.W. Nicholson, Martha Whiteley of Imperial College, London: A Pioneering Woman Chemist., J. Chem Educ., 2012, 89, 598−601-

[2]M.R.S. Creese, Martha Annie Whiteley (1866-1956): Chemist and Editor., Bull. Hist. Chem. 1977, 20, 42-45.

[3]H. Crompton, M.A. Whiteley, The melting point of mixtures., J. Chem. Soc., Trans., 1895, 67, 327−337.

[4] Gli articoli scientifici di Whiteley sono citati in [1] rifs. (8)-(14) e in [2] rif. 3.

[5] Editor. Women and the Fellowship of the Chemical Society., Nature 1909, 79, 429−431.

[1] Nel 1871, le sorelle Maria e Emily Shireff fondarono in Gran Bretagna l’ “Unione Nazionale per il miglioramento dell’istruzione delle donne di tutte le classi”, con lo scopo principale di “promuovere l’istituzione di scuole diurne buone ed economiche per tutte le classi ” Per raccogliere sovvenzioni, l’Unione fondò una Società denominata la ‘Girls Public Day School Company (dal 1905 Girls Day Public School Trust, GPDST). Entro il 1905 furono istituite 37 scuole della GPDST, note come “high schools”, attirando un insieme di classi sociali a causa delle loro tasse relativamente basse. Dimostrando gli effetti positivi dell’istruzione delle ragazze, contribuirono enormemente al cambiamento delle istituzioni scolastiche britanniche [1].

2 Sir William Augustus Tilden (1842 -1926), chimico britannico. Scoprì che l’isoprene poteva essere ottenuto dalla trementina, ma non riuscì a trasformare questa scoperta in modo tale da produrre gomma sintetica commercialmente conveniente.

[3]All’epoca, in Inghilterra non esisteva ancora il titolo Ph.D. (Philosophy Doctor), l’equivalente era appunto D.Sc., Doctor of Science [1].

[4] Jocelyn Field Thorpe (Sir) (1872-1940), chimico inglese che ha scoperto la reazione che porta il suo nome e l’effetto Thorpe-Ingold.

[5] Ida Smedley Maclean (1877-1944), un biochimico inglese, considerata la prima donna ammessa alla Chemical Society. Particolarmente nota per i suoi studi sulla sintesi degli acidi grassi dai carboidrati.

[6] Nota anche come gas mostarda per il suo cattivo odore di senape e aglio, l’iprite (solfuro di 2,2’ diclorodietile) fu messa al bando dal Protocollo di Ginevra del 1925 insieme a tutte le armi chimiche…

[7] Fellows of the Royal Society of Chemistry (FRSC) è un titolo onorifico che viene assegnato dai giudici della Società a persone che “hanno fornito un importante contributo al progresso delle scienze chimiche”. Istituita nel 1840 come Chemical Society si è fusa nel 1980 con il Royal Institute of Chemistry, la Faraday Society e la Society for Analytical Chemistry nella Royal Society of Chemistry.

[8] Thomas Edward Thorpe (Sir) (1845-1925), chimico britannico, ha fatto ricerche in svariati campi della chimica. Professore al Royal College, è stato membro della Commissione Internazionale sui Pesi Atomici.

C’era una volta l’EPA…

In evidenza

Claudio Della Volpe

Abbiamo già affrontato in precedenti post (nei riferimenti) gli effetti dell’arrivo al potere in USA di Donald Trump, e delle forze politiche che rappresenta, con risvolti enormi sulla scienza e la tecnologia e sul controllo degli effetti di queste sulla società; si tratta di un argomento che ormai è di carattere mondiale; anche da noi la questione vaccini pone all’ordine del giorno il rapporto fra la scienza e la democrazia e l’esistenza di forze sociali che, nella loro spinta a ribellarsi ad un modo di produrre insostenibile, potrebbero stravolgere l’ossatura stessa della società.

Si tratta di una contraddizione che ci riguarda; la scienza, lo abbiamo detto altre volte, DEVE prendere posizione sulla insostenibilità del modo di produrre attuale e dei guasti che comporta per il pianeta e per la stessa società umana; ma senza rinnegare se stessa e i suoi metodi. La Scienza deve schierarsi e stare dalla parte dei più deboli.

Uno dei motivi del rifiuto della Scienza da parte di masse crescenti di persone sta nell’apparente identità fra questo modo di produrre insostenibile e la applicazione della Scienza, che viene vista come parte dell’apparato sociale opprimente che non mantiene, almeno non per la grande maggioranza delle persone, le promesse mirabolanti che fa.

E questo è il punto.

Appena arrivato al potere Donald Trump ha iniziato a smontare sistematicamente quei meccanismi sociali di controllo basati sulla Scienza; non mi riferisco qui solo alla sua volontà di disdire l’accordo di Parigi sul clima, ma allo smontaggio sistematico di quell’ enorme apparato di controllo costituito da EPA: Environmental Protection Agency.

EPA è un acronimo che quasi tutti i chimici conoscono; agenzia fondata nel 1970 da un presidente insospettabile, Richard Nixon, è guidata da un amministratore, che è nominato dal Presidente e confermato con un voto del Congresso. Pur non essendo un ministero il suo dirigente ha un ruolo analogo.

Durante la presidenza Trump questo ruolo è stato ricoperto dal 17 febbraio 2017 da Scott Pruitt e dopo le sue dimissioni, dovute a un grave caso di corruzione nell’ Ottobre 2017, è stato nominato dal luglio 2018, Andrew R. Wheeler, suo vice, un avvocato americano che aveva rappresentato prima il magnate del carbone Robert E. Murray e aveva lavorato come lobbista contro le leggi dell’amministrazione Obama in materia ambientale e come assistente del senatore James Inhofe, nella battaglia per rifiutare le modifiche e gli accordi legati al climate change. Ovviamente Wheeler è critico dei limiti di emissione stabiliti da IPCC.

EPA per quasi 50 anni è stata il simbolo mondiale del controllo ambientale pubblicando migliaia di documenti e sviluppando migliaia di metodi di analisi e controllo ambientale.

EPA è l’equivalente delle nostre agenzie provinciali e regionali per l’ambiente, dell’attuale Agenzia Nazionale, ma ne rappresenta in un certo senso l’antesignano, il punto di riferimento.

Ma le cose stanno cambiando velocemente.

A parte il ruolo apicale di Wheeler e Pruitt (in carica per poco più di un anno, Pruitt è coinvolto in una decina di indagini sulla sua condotta a capo dell’EPA, sulle spese personali fatte con fondi di EPA e dove ha dimostrato di avere posizioni in contrasto con le responsabilità della sua agenzia, soprattutto per quanto riguarda la tutela dell’ambiente e la riduzione delle sostanze inquinanti prodotte dalle attività umane. Pruitt in questi mesi era stato molto criticato da ricercatori e scienziati per avere ridotto fondi e risorse a diversi comitati dell’EPA, impegnati nella ricerca e nel fornire consulenze nell’agenzia.) un ruolo fondamentale lo sta svolgendo un altro personaggio che ha sempre lavorato dall’altra parte della barricata e alla quale avevamo già accennato (Le battaglie della Chimica, C. Della Volpe, LA CHIMICA E L’INDUSTRIA online | ANNO I | N° 5 | SETTEMBRE/OTTOBRE 2017). Si tratta di Nancy B. Beck, che, dopo essere stata per i precedenti 5 anni una dirigente dell’American Chemistry Council, l’equivalente della Federchimica italiana, è stata nominata come responsabile della sezione dell’EPA che si occupa di sostanze tossiche. I dettagli della storia li potete trovare sul NYT , ma l’essenziale ve lo riassumo io: smontare le regole di salvaguardia ambientale costruite faticosamente in USA negli ultimi decenni.

L’amministrazione Trump sta percorrendo a ritroso la via che il governo federale precedente aveva stabilito per la determinazione della tossicità dei prodotti di sintesi più importanti. Durante l’ultimo anno della presidenza Obama EPA aveva avuto la richiesta di valutare per la prima volta centinaia di prodotti di sintesi potenzialmente tossici e concludere se occorressero restrizioni o perfino il loro ritiro dal mercato. Si tratta dell’aggiornamento della TSCA ossia della Toxic Substances Control Act. La nuova legge , passata all’epoca in modo bipartisan alla Camera dei Rappresentanti e al Senato, impone:

-Mandatory requirement for EPA to evaluate existing chemicals with clear and enforceable deadlines;

-Risk-based chemical assessments;

-Increased public transparency for chemical information; and

-Consistent source of funding for EPA to carry out the responsibilities under the new law.

E fra le sostanze incluse ci sono ovviamente molte sostanze di uso comune come i solventi per le lavanderie a secco, per la sverniciatura e altre sostanze usate negli shampoo e nei cosmetici. L’EPA nello svolgere questo compito nella nuova era Trump ha deciso di escludere dai conti le potenziali esposizioni causate dalla presenza delle sostanze in questione nell’aria, nel suolo e nell’acqua. E si è invece focalizzata solo sui possibili danni che si hanno per contatto diretto sul posto di lavoro o altrove.

Questo approccio esclude per esempio lo smaltimento scorretto che porta alla contaminazione delle falde e tutti i casi analoghi. Questa scelta è stata una grande vittoria dell’industria chimica che ha fatto enormi pressioni su EPA per restringere la valutazione del rischio.

Tutto il “merito” è della signora Beck.

.

L’ultimo punto, il più sconvolgente di tutta questa vicenda riguarda l’amianto.

Gli USA sono sempre stati restii a fare la scelta che ha fatto per esempio il nostro paese, che ha escluso l’amianto da ogni tipo di applicazione e che obbliga alla sua sostituzione.

Negli USA la situazione è più “clemente”.

Come mai l’amianto non è già vietato negli Stati Uniti?

L’amianto è considerato insieme con i “grassi trans” e raggi UV come una entità oggettivamente dannosa. E per una buona ragione. L’esposizione all’amianto, caratterizzata dall’inalazione di fibre di amianto che si trovano più comunemente nei materiali da costruzione, è legata a condizioni di salute molto negative come l’infiammazione polmonare e il cancro. Secondo il National Cancer Institute: l’amianto è stato classificato come cancerogeno acclarato per l’uomo (una sostanza che causa il cancro) dal Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani (HHS), dall’Agenzia per la protezione ambientale degli Stati Uniti (EPA) e dall’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (IARC). Secondo la IARC, vi sono prove sufficienti del fatto che l’amianto causa il mesotelioma (un tumore relativamente raro delle membrane sottili che rivestono il torace e l’addome), e tumori del polmone, della laringe e dell’ovaio. Sebbene raro, il mesotelioma è la forma più comune di cancro associata all’esposizione all’amianto. Esistono prove limitate del fatto che l’esposizione all’amianto è legata ad un aumentato rischio di tumori dello stomaco, della faringe e del colon-retto.

Nonostante sia un cancerogeno riconosciuto bandito in oltre 60 paesi del mondo gli Stati Uniti, il paese più potente del mondo, sempre all’avanguardia in tutto hanno faticato a implementare un proprio esplicito divieto di uso dell’amianto.

Essenzialmente è successo questo: nel 1976 la legge, la Toxic Substances Control Act (TSCA) diede all’EPA l’autorità di controllare l’uso delle sostanze chimiche tossiche come l’asbesto; nel 1989 il regolamento per il bando dell’uso e l’esclusione dell’asbesto sarebbe stata in grado di risolvere il problema. Ma un appello giudiziario nel 1991 ha stabilito che il divieto sarebbe stato troppo gravoso, una violazione del TSCA e ha limitato la regola ai soli nuovi usi dell’amianto

Nel corso degli anni, è chiaro che non sono stati compiuti molti progressi verso l’effettiva messa al bando. Tutte queste leggi e altre normative sull’amianto adottate nel corso degli anni hanno contribuito a contenere la presenza di amianto, ma non ad eliminarla. La realtà è che milioni di americani sono ancora esposti all’amianto oggi. A causa della natura delle malattie da amianto, ci vogliono decenni dopo l’esposizione per mostrare i sintomi. Stime dicono che almeno 20 milioni di americani svilupperanno il mesotelioma nel corso della loro vita.

Dicono i movimenti popolari contro l’amianto:

Sarebbe inesatto dire che l’amianto è illegale negli Stati Uniti – solo che la restrizione sui nuovi prodotti di amianto in corso da quasi trent’anni ora ha indubbiamente forzato i produttori a capire le alternative.

Ma sfortunatamente in questi giorni, l’EPA entrerà nella parte finale del percorso regolamentare per l’approvazione di una cosiddetta “nuova regola” che permetterà ai produttori di usare l’asbesto in nuovi prodotti, anche se dopo un controllo dell’EPA. Se una regola del genere venisse implementata questa significant new use rule (SNUR) potrebbe reintrodurre l’uso dell’asbesto nei nuovi materiali da costruzione, sconvolgendo la regolamentazione che impedisce “nuovi usi” dell’amianto.

Lo SNUR espanderebbe, non limiterebbe, l’uso dell’amianto I sostenitori dell’ambiente sostengono che lo SNUR dell’EPA annullerebbe decenni di regolamenti. “Il risultato finale sarà una valutazione del rischio gravemente inadeguata che non affronta i maggiori contributori al pesante e crescente bilancio della mortalità e della malattia dell’amianto negli Stati Uniti“, afferma Linda Reinstein, presidente dell’Associazione per la consapevolezza delle malattie dell’amianto, in una dichiarazione rilasciata nel mese di giugno. “Secondo l’EPA, lo SNUR” richiederebbe ai produttori e agli importatori di ricevere l’approvazione EPA prima di iniziare o riprendere la produzione e l’importazione o la trasformazione dell’amianto “. Tuttavia, il modo migliore per prevenire nuovi usi è quello di avere un divieto totale di amianto negli Stati Uniti “. “Non c’è bisogno di uno SNUR di amianto, infatti le sue disposizioni sono controproducenti per la protezione contro i rischi per la salute derivanti dall’esposizione all’amianto

Il presidente Trump ha le idee molto chiare a riguardo; il Washington Post riporta che:

Nel suo libro del 1997, L’arte del ritorno, Trump sosteneva che l’associazione della sostanza chimica con i rischi per la salute era parte di una cospirazione creata dalla mafia. “Credo che il movimento contro l’amianto sia stato guidato dalla mafia, perché spesso le società legate alla mafia facevano la rimozione dell’amianto. Grande pressione è stata messa sui politici e, come al solito, i politici hanno ceduto “, ha scritto

.

(https://www.huffingtonpost.com/entry/donald-trump-and-the-art-of-asbestos_us_581b2e4ee4b0570d6d6f0c1d?guccounter=1)

Vi ricorda qualcosa? Qualche altra cospirazione che abbiamo sentito in Italia: scie chimiche, vaccini?

E infine un’altra cosa che fra il serio e il faceto dà il segno della amministrazione Trump.

Sul sito FB del principale produttore mondiale di asbesto, una società russa (Uralasbest) che gestisce una enorme miniera di asbesto potete vedere il seguente post.

https://www.facebook.com/Uralasbest/posts/531137150617873

La Uralasbest si fa pubblicità apponendo sui proprii sacchi di asbesto un marchio dove si legge: ” approvato da Donald Trump, il 45° Presidente degli Stati Uniti

Ecco questo è quel che succede quando la Scienza incontra una politica scorretta; d’altronde in passato abbiamo dovuto fronteggiare comportamenti diversi ma analoghi, sempre col fine di nascondere, mettere sotto il tappeto, negare i danni che una chimica scorretta può comportare; speravamo di aver trovato ed ottenuto attraverso “il progresso”, ossia la lotta del movimento popolare ed ambientalista delle regole, delle istituzioni che difendessero le nostre vite e l’ambiente; ma come per altri risultati della lotta per una società veramente democratica: lavoro, pensione, assistenza sanitaria pubblica, scuola pubblica, tasse progressive nulla è per sempre; solo un continuo e costante atteggiamento di controllo sociale e di lotta può garantirci i diritti “acquisiti”.

E attenzione chimici, nemmeno la democrazia è acquisita.

Riferimenti.

https://ilblogdellasci.wordpress.com/2017/03/13/briscole-tromboni-e-trombette/

https://ilblogdellasci.wordpress.com/2016/11/11/chimica-e-nuovo-presidente/

http://digg.com/2018/epa-asbestos-trump

https://www.nytimes.com/2018/06/07/us/politics/epa-toxic-chemicals.html

https://www.huffingtonpost.com/entry/donald-trump-and-the-art-of-asbestos_us_581b2e4ee4b0570d6d6f0c1d?guccounter=1

Ascoltare la Scienza: l’incidente di Bologna e la transizione energetica

In evidenza

Autori vari.

Riceviamo da Vincenzo Balzani e volentieri pubblichiamo.

L’energia è la risorsa più importante. L’ambiente, la Terra, la nostra “casa comune” è il luogo dove dobbiamo vivere. Energia e ambiente sono quindi strettamente connessi. Oggi al mondo, ogni secondo, consumiamo 250 tonnellate di carbone, 1000 barili di petrolio e 105.000 metri cubi di gas. Sappiamo da tempo che i combustibili fossili sono una risorsa non rinnovabile e che il loro uso danneggia la salute dell’uomo. Sappiamo anche che si tratta di sostanze con alto contenuto di energia, pericolose da trattare e da trasportare: il grave incidente del 6 agosto a Bologna non è che l’ultimo di una serie di disastri che hanno coinvolto petroliere, oleodotti, gasdotti, raffinerie, depositi. La scienza negli ultimi decenni ha scoperto che l’anidride carbonica prodotta dall’uso di questa sterminata quantità di combustibili fossili e immessa nell’atmosfera (36 miliardi di tonnellate all’anno) provoca il cambiamento climatico. Nella Conferenza COP 21 di Parigi, le delegazioni di 197 nazioni hanno concordemente riconosciuto che il cambiamento climatico è la minaccia più grave per l’umanità. L’unica soluzione per uscire dalla crisi energetico-climatica è smettere di usare i combustibili fossili. Purtroppo, come scrive il papa nell’enciclica Laudato sì, “La politica e l’industria rispondono con lentezza, lontane dall’essere all’altezza delle sfide”. La transizione energetica è ineluttabile, è già iniziata, ma è fortemente ostacolata dai giganteschi interessi economici della lobby del petrolio, che insiste nel definire immature e non affidabili le energie rinnovabili del sole, del vento e della pioggia, che producono energia elettrica. La scienza dimostra invece che la transizione dai combustibili fossili alla elettricità prodotta dalle rinnovabili è tecnicamente possibile e economicamente conveniente.

Alla nostra Scuola della Pace di Sovere, proprio nel giorno dell’incidente di Bologna, stavamo discutendo di questo problema. In particolare, abbiamo approfondito il piano WWS (water, wind, sun) proposto da scienziati delle Università di Berkeley, Stanford e Berlino. Il piano esamina in dettaglio la situazione di 139 stati del mondo. Per ciascun paese analizza i consumi energetici e la disponibilità di risorse rinnovabili per generare elettricità e propone per ogni paese un piano specifico, tenendo conto della disponibilità di sole, vento, acqua, suolo, tetti, materie prime e situazioni particolari. Per l’Italia, l’analisi dettagliata dello studio WWS si può riassumere con i seguenti dati.

Se decideremo di accelerare la transizione, nel 2050 useremo solo energia elettrica generata da fotovoltaico (56,7%); eolico (26,3%); solare a concentrazione (11,3%); idroelettrico (4,9%); geotermico (0.6%). Dal punto di vista economico, si avrà un risparmio di 382 $/persona/anno sul costo dell’elettricità e un risparmio sui costi dei danni causati da inquinamento e cambiamento climatico per una media di 7.700 $/persona/anno. Si eviterà la morte prematura per inquinamento, in media, di circa 20.000 persone all’anno. Verranno perduti circa 160.000 posti di lavoro nei settori dei combustibili fossili, ma si creeranno circa 300.000 nuovi posti di lavoro permanenti per attività di costruzione e 350.000 per attività di gestione delle energie rinnovabili con un saldo positivo di circa 500.000 posti. Un altro vantaggio è che l’energia viaggerà su fili e non sulle autostrade. Lo studio conclude dicendo che la transizione energetica, pur essendo tecnicamente possibile ed economicamente conveniente, troverà ostacoli di tipo sociale e politico. Si tratta infatti, come dice papa Francesco, di una “rivoluzione culturale” per la quale non siamo ancora preparati.

Ecco: chiediamo che l’incidente di Bologna sia almeno occasione per diffondere conoscenza e consapevolezza, sia a livello politico che fra i cittadini, sulla necessità di promuovere la transizione energetica.

Questa, fra tante di cui si parla in questi giorni, è veramente la “Grande Opera” di cui il Paese ha più bisogno.

A nome dei partecipanti alla scuola della pace organizzata dalle parrocchie della Dozza (Bologna) e Sammartini (Crevalcore). don Giovanni Nicolini, don Giancarlo Giuseppe Scimè, don Francesco Scimè