Smaltimento dei fanghi di depurazione. Qualche considerazione conclusiva.

Mauro Icardi

(il precedente articolo di questa serie è qui)

Ritorno sulla vicenda dello smaltimento agricolo dei fanghi di depurazione. Nella letteratura specialistica del settore depurativo, questa tecnica è molto spesso vista come un buon compromesso tra la necessità di trovare una destinazione finale per i fanghi prodotti dai depuratori, e la necessità di compensare la perdita di sostanza organica e fertilità nei terreni agricoli, spesso troppo sfruttati.

La sostanza organica dei fanghi di depurazione contiene una percentuale di sostanza organica molto simile a quella del terreno. Normalmente i fanghi hanno una percentuale di circa il 40% in glucidi. Questa frazione è quella immediatamente disponibile per i microrganismi del terreno, rappresentando la fonte energetica ed alimentare per essi. E’ piuttosto elevato anche il contenuto di sostanze a struttura ligninica, che possono favorire la formazione di humus. Queste sono condizioni che di solito caratterizzano ( o per meglio dire caratterizzavano) i fanghi provenienti da impianti di depurazione con una preponderante componente di acque residue urbane, rispetto a quelle industriali. Col passare degli anni però, la distinzione netta tra uno scarico definito “civile” rispetto ad uno industriale è risultata meno evidente e più sfumata. Questo per una serie di ragioni legate alla diffusione di inquinanti emergenti, che provengono non solo dagli insediamenti industriali, ma anche dalle mutate condizioni dei costumi della popolazione. Il contenuto elevato di metaboliti di farmaci e droghe d’abuso riscontrato nei depuratori consortili ne è un esempio piuttosto evidente.

E giova ricordare che questa situazione è responsabile non solo dell’accumularsi di tali metaboliti nei fanghi di depurazione, ma anche dell’instaurarsi di fenomeni di antibiotico resistenza che sono stati recentemente studiati.

In Italia l’ente nazionale risi ha pubblicato uno studio relativo all’utilizzo dei fanghi di depurazione in    agricoltura che mostrava risultati piuttosto incoraggianti, relativi al periodo 2006-2012.

http://www.enterisi.it/upload/enterisi/pubblicazioni/Miniottietal.4feb2015comp_16405_122.pdf

In effetti un fango di buona qualità può svolgere una serie di azioni positive: fornire dopo la sua mineralizzazione elementi di fertilità, mobilizzare elementi nutritivi già presenti nel terreno, offrire microambienti favorevoli per lo sviluppo dei semi e delle radici.

La vicenda del sequestro di impianti di trattamento dei fanghi di depurazione per uso agricolo ha però modificato profondamente l’accettazione sociale di queste pratiche da parte della pubblica opinione.

Questo per un serie di motivi, alcuni comprensibili, altri meno. Per esempio molti servizi su questa vicenda, sia televisivi che giornalistici avevano un tono sensazionalistico che non giova ad una corretta comprensione del problema. Non ho la pretesa che un giornalista conosca perfettamente la materia, ma che utilizzi quantomeno un atteggiamento più equilibrato.

La normativa nazionale e quelle regionali forniscono precise indicazioni di comportamento per l’utilizzo di queste biomasse di risulta. Per esempio disciplinano la caratterizzazione analitica preventiva. I fanghi destinati all’impiego in agricoltura devono essere caratterizzati preventivamente in modo dettagliato. Tale obbligo spetta al produttore del fango e deve svolgersi per un periodo di almeno sei mesi, con frequenza di campionamento e numero di campioni variabile in ragione della potenzialità dell’impianto espressa in abitanti equivalenti (AE).

Viene definito il grado di stabilizzazione dei fanghi per consentirne l’utilizzo agronomico. Gli indicatori previsti sono: la percentuale di riduzione dei solidi sospesi volatili (SSV),che deve essere compresa nell’intervallo 35-45% o l’età del fango, che deve essere superiore a 30 giorni.

Tutto questo però non basterà probabilmente a rendere questa pratica accettabile, per diverse ragioni, non ultima una sindrome nimby ormai piuttosto diffusa. L’effetto di questa sentenza del Tar della Lombardia è un’incognita attualmente per questo tipo di destinazione d’uso.

Credo che per uscire da questo impiccio sia necessario uno sforzo piuttosto importante e coordinato, a vari livelli. Lo sforzo di razionalizzazione e ammodernamento della gestione del ciclo idrico, il potenziamento degli istituti di ricerca nello stesso settore, e lo sblocco di finanziamenti per mettere in opera l’ammodernamento degli impianti più obsoleti.

Compatibilmente con l’equilibrio economico-finanziario occorre potenziare la dotazione strumentale dei laboratori dei gestori del ciclo idrico. Oltre a questo concentrare ulteriormente l’attenzione sulla gestione del trattamento dei fanghi, già a livello della fase depurativa. Ed essere molto attenti e rigorosi nella gestione di questa sezione. Questa è una mia propensione personale, dedico molto tempo e molto impegno a questo. E’ il punto critico, ma allo stesso tempo quello che più può dare soddisfazioni a livello personale e professionale. Oltre ad essere quello più importante e complesso, ma ricco di sfide tecniche e analitiche da affrontare. Solo in questo modo i depuratori diventeranno le cosiddette “bioraffinerie”.

Gli obiettivi che l’istituto superiore di ricerca sulle acque elenca per il settore trattamento rifiuti e residui di depurazione, devono diventare anche quelli dei gestori:

  • Incrementare il trattamento anaerobico di biomasse, reflui e fanghi tramite la messa a punto e lo sviluppo di tecnologie innovative per massimizzare il recupero di biometano e/o bioidrogeno e di nutrienti
  • Valorizzare sia la componente lipidica (dove significativamente presente) che la componente ligno-cellulosica di biomasse e rifiuti tramite l’ottimizzazione di trattamenti chimici per la produzione di prodotti ad elevato valore aggiunto, con potenziale applicativo in molti settori
  • Sviluppare modelli di simulazione per la valutazione dei potenziali recuperi in termini di energia e/o risorse dal trattamento di fanghi, reflui e rifiuti
  • Minimizzare il rischio per la salute umana in processi di riuso delle acque reflue trattate attraverso un’attenta valutazione del destino dell’antibiotico resistenza e della carica patogena.

Oltre a questo è necessaria la solita opera di informazione capillare. Nel settore idrico è più complesso coinvolgere l’utente in un impegno simile a quello della raccolta differenziata dei rifiuti, magari invitandolo non solo a risparmiare l’acqua, ma anche a contaminarla di meno, ad utilizzare detergenti e materiali di pulizia con oculatezza. Perché si possono produrre rifiuti tossici anche in ambito domestico, anche se probabilmente molti non lo sanno. Le informazioni elementari sul trattamento delle acque, ma in generale l’educazione ambientale deve essere insegnata già ai ragazzi degli ultimi anni delle scuole elementari.

In futuro serviranno cittadini consapevoli, non cittadini impauriti, o ostinati e con poca conoscenza dell’impatto sull’ambiente delle loro scelte personali. Anche di quello che poi si concentra nei fanghi che nessuno vuole, e di cui nemmeno vuol sentir parlare. La politica dovrebbe avere tutti questi temi come prioritari nella propria azione.

Nel 1976, con la promulgazione della legge 319/76, la legge Merli, si aprì un importante capitolo della storia della legislazione ambientale italiana. Oggi serve una nuova normativa per la gestione dei fanghi, possibilmente condivisa tra addetti, ricercatori e fruitori del servizio idrico, se si vuole ipotizzare di continuare ad utilizzare fanghi destinandoli ad uso agronomico in futuro. E allo stesso modo occorrono controlli molto rigorosi sul loro utilizzo. Perché l’ambiente, la chiusura del ciclo delle acque non sia sempre risolta a colpi di sentenze. Non è questa la via da praticare, e che porta risultati concreti. Come si può vedere i controlli si effettuano, gli operatori disonesti vengono perseguiti. Ma poi occorre lavorare seriamente per trovare le soluzioni ai diversi problemi emergenti nel settore depurativo.

Una gestione corretta e rigorosa, una normativa chiara e non controversa, investimenti mirati ed oculati. Tutto questo non può che avere riscontri positivi, sia ambientali, che occupazionali, in un futuro che però dovrebbe essere prossimo, e non lontano nel tempo.

Per dare un’idea di cosa sta accadendo dopo la sentenza lombarda pubblico una breve rassegna stampa.

https://www.toscanamedianews.it/firenze-guerra-dei-fanghi-quattro-discariche-tar-lombardia-ordinanza.htm

http://www.arezzonotizie.it/attualita/smaltimento-fanghi-da-depurazione-civile-1-800-tonnellate-in-arrivo-a-podere-rota/

E’ non fa male ricordare sempre che ““Nulla si distrugge, tutto si trasforma!Antoine-Laurent de Lavoisier

Aggiornamento: come era ampiamente prevedibile, pena il blocco o la messa in grave difficoltà del sistema depurativo, la conferenza Stato Regioni riunita in seduta straordinaria ha trovato l’accordo su un limite di 1000 mg/Kg per il parametro idrocarburi totali, contro il precedente di 10.000 mg/Kg che la delibera della giunta regionale lombarda del Settembre 2017 aveva invece previsto.

http://laprovinciapavese.gelocal.it/pavia/cronaca/2018/08/02/news/intesa-sui-fanghi-e-adesso-il-decreto-limiti-piu-severi-sugli-idrocarburi-1.17117716

Tutto questo tira e molla nasce come sempre da vuoti normativi, difficoltà di interpretazioni legislative, spesso incoerenti o complicate. Non so se questa soluzione soddisferà i comuni pavesi che erano ricorsi al Tar e l’opinione pubblica. Temo che questo sia solo un’altra puntata di una presumibile lunga telenovela.

Nel frattempo la regione Lombardia prepara il ricorso al Consiglio di Stato contro la sentenza per rivendicare la legittimità a deliberare in campo ambientale.

Aspettando che il decreto legislativo diventi operativo la situazione è ovviamente ancora critica.

http://laprovinciapavese.gelocal.it/pavia/cronaca/2018/08/02/news/miasmi-depuratori-al-limite-resisteremo-venti-giorni-1.17117722

Non dovrebbe essere più il tempo dei litigi. Il ciclo idrico deve essere profondamente riformato, e bisogna passare a fatti concreti. Acque reflue e fanghi non possono essere visti come un problema emergenziale, ma necessitano, lo ripeto di investimenti, di opere di ammodernamento. L’Arera (autorità di regolazione per energia, reti e ambiente) ha varato il ‘metodo tariffario’, che consente di calcolare gli effetti economici delle scelte industriali. La multa dell’UE all’Italia, da 25 milioni di euro forfettari, più di 164 mila euro al giorno per ogni semestre di ritardo fino all’adeguamento – riguarda la mancata messa a norma di reti fognarie e sistemi di trattamento delle acque reflue in alcune aree del nostro Paese.

L’adeguamento deve essere una priorità. Senza ulteriori incertezze e tentennamenti. Si è perso già troppo tempo.

Ciclo dell’acqua: il problema dello smaltimento del fango residuo.

Mauro Icardi

Lo scorso 27 Aprile ho scritto un post riguardante la controversa e discussa situazione del recupero agricolo dei fanghi di depurazione.

https://ilblogdellasci.wordpress.com/2018/04/27/nulla-si-distrugge-tutto-si-trasforma/

Ho tentato di dare le informazioni essenziali relativamente ad un problema appunto delicato. Lo scorso 20 Luglio la terza sezione del Tar della Lombardia, ha accolto il ricorso di una cinquantina di comuni del pavese e del lodigiano contro la delibera regionale n. 7076 dell’11 settembre 2017 con cui la Regione Lombardia aveva modificato i parametri relativi all’utilizzo dei fanghi da depurazione delle acque reflue degli impianti civili ed industriali in agricoltura. Le sentenze ovviamente si rispettano, così come le legittime istanze dei proponenti. Ma in questo momento viste le limitazioni di parametro per i parametri relativi agli idrocarburi C10-C40, che era stato fissato in 10.000 mg/kg ss, e di 50 mg/kg per i parametri Nonilfenolo e Nonilfenolo mono e dietossilato esse rendono di fatto impraticabile questa destinazione per i fanghi prodotti dai depuratori.

Questi limiti non sono sempre superati, ma anche a livello analitico, data la matrice particolarmente difficile i valori che si ottengono, sia da laboratori interni, che da laboratori esterni sono decisamente “ballerini”.

Ma qualche considerazione deve ovviamente essere fatta. Per il momento solo alcune considerazioni sugli effetti immediati di questa decisione, dal punto di vista gestionale ed operativo. Successivamente dopo una lettura ulteriore della sentenza del tar, potrò ulteriormente approfondire altri aspetti di questa vicenda ,che come è intuitivo non è possibile trattare in un solo articolo, data la complessità.

Per altro, la sensazione che si sarebbe arrivati ad un ulteriore stop l’avevo da tempo. E così effettivamente è stato.

In ogni caso le prime reazioni non si sono fatte attendere, basta fare una breve rassegna stampa.

http://iltirreno.gelocal.it/grosseto/cronaca/2018/07/25/news/fanghi-stop-all-invio-in-lombardia-costi-di-smaltimento-verso-l-impennata-1.17093767

Per quanto riguarda la situazione che vivo personalmente posso tranquillamente dire che, oltre all’aspetto prettamente economico, anche dove lavoro siamo al momento in piena emergenza.

La priorità sarà quella di trovare nuovi poli di smaltimento con probabile aumento dei costi, e nello stesso tempo la necessità di garantire un funzionamento accettabile degli impianti da gestire, cercando di rispettare i valori di parametro richiesti. Non è una situazione nuova. Si è già presentata altre volte. Vedremo come affrontarla.

Probabilmente dato anche il periodo di prevedibile diminuzione di carico e di portata influente, riusciremo a non peggiorare la qualità delle acque in uscita. Non così potrebbe essere per impianti soggetti a fluttuazioni di portata e di carico, come quelli toscani, dove la popolazione aumenta durante il periodo estivo per l’arrivo dei turisti.

Nei prossimi giorni dovrò lavorare su impianti in cui giorno dopo giorno la concentrazione di fanghi probabilmente crescerà, fino a raggiungere valori non usuali. Dove lavorare sarà difficoltoso.

Si lavora agevolmente con concentrazioni di fango di due, tre, quattro grammi litro. Si può arrivare anche a quaranta (ed è capitato, lo posso garantire). Ma a quel punto sulle vasche devi usare non la mascherina, ma la maschera antigas, altrimenti (ed è capitato anche questo in passato ad un collega), su quelle vasche, con il caldo ci puoi svenire. E a quel punto tutti i parametri di controllo (ossigeno disciolto, carico del fango, età del fango) non hanno di fatto più nessun significato reale. E gli effetti di eventuali eventi di forte pioggia saranno decisamente peggiorativi della qualità delle acque. Solo impianti con la possibilità di utilizzo di vasche di accumulo risentiranno meno di questa situazione.

Probabilmente non si arriverà a questi estremi. E’ la mia speranza. I fanghi prodotti dai depuratori non sono un invenzione. Le stime IRSA CNR prevedono per il 2020 che la quantità prodotta si dovrebbe attestare su valori di un milione e cinquecentomila tonnellate/anno di sostanza secca. Questo è quanto si produce dal trattamento delle acque che usiamo. I poli di smaltimento dei fanghi al momento sono quelli usuali: discarica, incenerimento con recupero energetico, incenerimento in cementifici, recupero in agricoltura. A condizione però che su quest’ultima attività si lavori molto seriamente sia per l’emanazione di una nuova normativa, sia che siano studiati in maniera particolarmente approfondita gli effetti reali di questa pratica.

Allo stato attuale praticamente tutti depuratori hanno ancora una sezione di ossidazione biologica. L’eventuale revamping di tutti i depuratori tradizionali non è sensatamente praticabile, ed è un incognita per quanto riguarda i costi. Quindi per il momento i fanghi devono trovare una collocazione, pena il blocco del sistema depurativo.

L’acqua pubblica, l’acqua diritto universale ha bisogno di scelte reali. Condivise, controllate, trasparenti, ma reali. Non servono né tentennamenti, né demagogie. Serve condivisione, con gli utenti per primi. Servono sinergie tra enti di ricerca, università, aziende. Normative chiare e fruibili. Tutto quello che succede nei soliti paesi virtuosi (Olanda, Francia, Svezia). Quindi non è utopia.

Ma nel frattempo la realtà è questa.

http://www.greenreport.it/news/economia-ecologica/acqua-allitalia-185-milioni-euro-multe-un-anno-la-mancata-depurazione/

Non è cosi ovviamente in tutte le realtà. Ma la situazione di chiaroscuro esiste.

Così come non da anni, ma da decenni sentiamo dire che per l’acqua potabile continuano le dispersioni.

http://www.cnrweb.tv/dispersa-nel-suolo-il-40-dellacqua-della-rete/

Negli anni 80 la rivista “Airone” proponeva un new deal ambientale. Ne ho la memoria precisa.

Credo che sarebbe il caso di prenderla in considerazione.

Prima della chiusura devo riparare ad una omissione (ovviamente non voluta) che è relativa all’articolo precedente a questo. Nella parte iniziale parlavo della scomparsa del tema acqua dalle prime pagine dei giornali. Ma in effetti ho dimenticato di citare il continuo lavoro di divulgazione che da anni porta avanti Luca Mercalli. Del suo programma “Scala Mercalli” sciaguratamente chiuso dove un’intera puntata della seconda serie era dedicata all’acqua, alle pillole che vengono trasmesse su Rainews 24, ed agli articoli che scrive sul terzo quotidiano nazionale “La Stampa.” Piccolo ricordo personale, senza intenzione di ruffianeria o piaggeria. Un pranzo insieme a Cremona, dopo una sua conferenza, nel quale abbiamo parlato insieme della necessità futura di parlare dell’acqua, come in effetti poi è stato. Questo è il mio personale ringraziamento.

Prima di chiudere devo anche fare un’altra citazione. E la citazione riguarda il collega di redazione Giorgio Nebbia, che so essere decisamente persona riservata. Ma avevo già citato questa sua frase in uno dei miei primi articoli. Giorgio mi scuserà se la ripropongo.

mi rendo conto che può sembrare non gratificante dedicarsi all’analisi e allo studio dei liquami zootecnici o dei reflui degli impianti di depurazione urbana, anche se si tratta, solo in Italia, di alcuni miliardi di metri cubi all’anno, da cui potrebbero essere ricavate altre soluzioni forse non potabili, ma utilizzabili in agricoltura (e, con un po’ di furbizia, anche come fonti di metano). La chimica modesta è spesso molto utile per il, paese.

Da domani al lavoro inizieremo la ricerca di nuovi poli di smaltimento. Io ho già preso contatto con due amici di lunga data con cui collaboro, e che lavorano nel settore. Se otterrò la necessaria autorizzazione in tempi sufficientemente rapidi utilizzeremo un impianto pilota per prove di trattamento terziario sia su acqua che su fanghi di depurazione. Lo scopo è quello di verificare la possibilità concreta di abbattimento di POP (persistent organic pollutant),che era lo scopo primario, e di verificare a questo punto anche la possibilità della riduzione delle quantità di fango di supero da avviare in fase di digestione anaerobica. La tecnica utilizzata prevede l’ossigenazione spinta del refluo tramite effetto idraulico venturi, combinata con l’iniezione di un ossidante, che può essere aria, ossigeno puro, oppure ozono.

Da queste eventuali prime valutazioni si potrebbe (per meglio dire dovrebbe) verificare l’applicabilità diretta sull’impianto. Il futuro del trattamento delle acque è indubitabilmente legato all’estensione dei trattamenti terziari. I quali però devono avere due caratteristiche: la sostenibilità economico/energetica, e le dimensioni contenute per la riduzione dei costi di ampliamento dei depuratori esistenti.

Nel frattempo è auspicabile che la querelle legata allo smaltimento dei fanghi di depurazione, che attiene con tutta evidenza al settore rifiuti trovi adeguata attenzione. Sia dal punto di vista normativo che da quello di ricerca scientifica. Il tutto associato ad un’attività capillare di controllo sulle attività di recupero e smaltimento dei fanghi.

Altrimenti non esisteranno alternative praticabili. E i rifiuti resteranno tristemente uno dei business della criminalità organizzata, o di operatori senza scrupoli. E questa è una situazione che non dobbiamo più ritenere normale o accettabile.

Ciclo dell’acqua: due casi significativi.

Mauro Icardi

In questo periodo, giusto un anno fa i giornali nazionali davano conto di problemi di siccità. In special modo nel sud del paese, e in particolare a Roma. Il New York Times titolava “Roma città di antichi acquedotti deve far fronte ad un razionamento dell’acqua”. Il 2017 secondo i dati forniti da ISPRA è stato un anno con precipitazioni cumulate inferiori del 22% rispetto alle medie annuali che si sono iniziate a registrare dal 1961. I titoli dei giornali a distanza di un anno non riportano notizie di questo tipo, almeno a livello nazionale. Ma secondo le proiezioni dell’IPCC quella che ancora definiamo “anomalia annuale”, potrebbe diventare la normalità a fine secolo. Due casi riguardanti la zona del Gallaratese, che hanno avuto riscontro solo a livello locale, meritano di essere menzionati. Sono casi recenti e inducono a fare riflessioni sul tema acqua e sulla gestione del ciclo idrico.

Il primo caso è quello del comune di Oggiona Santo Stefano, dove il sindaco ha firmato un’ordinanza per il divieto di utilizzo improprio dell’acqua potabile. In particolare per l’innaffiamento di orti e giardini e piscine private. Attività che sono vietate nel periodo che va dalle 07.00 alle 22.00. Agli abitanti del comune la riproposizione di questa ordinanza è risultata poco gradita. In provincia di Varese i mesi di Marzo e Maggio sono stati molto piovosi e questo ha fatto si che la percezione fosse quella di un problema risolto di siccità.

Dopo i mesi di Marzo e Maggio che sono risultati molto piovosi, la percezione di molti è che non esistesse più un problema di siccità. In provincia di Varese questi mesi hanno avuto un saldo positivo di precipitazioni dovute alla pioggia caduta. Ma nel mese di Giugno il bilancio pluviometrico dei primi sei mesi del 2018 è risultato nuovamente deficitario con una diminuzione del 50% della pioggia caduta, rispetto alla media dei venticinque anni precedenti. Più che i numeri, la sensazione che non esistesse più un problema di siccità, ha probabilmente ha indotto molte persone ad utilizzare con poca attenzione e parsimonia l’acqua potabile. Il risultato è che le zone ubicate nella parte alta del paese hanno avuto problemi di erogazione dell’acqua, con cali di pressione e mancanza d’acqua in alcune ore della giornata. L’acquedotto di questo paese non dispone di un bacino di accumulo. E’ previsto che questo acquedotto venga collegato con gli acquedotti dei paesi limitrofi, risolvendo un problema di carattere squisitamente idraulico. Collegato e immesso in rete con acquedotti che sono dotati di bacino di accumulo e di torrino piezometrico.

Ma l’episodio dovrebbe fare riflettere. Il regime delle precipitazioni è ormai molto fluttuante. Le piogge tendono a cadere in maniera violenta e continuata in un periodo di tempo, per poi alternare periodi di scarsità di precipitazioni. Le modifiche, per altro auspicabili sull’acquedotto di Oggiona rischiano di diminuire la percezione di un uso più consapevole dell’acqua. Le strategie di mitigazione e di risparmio idrico, per aziende, ed enti di bonifica ed irrigazione consistono in metodi più efficaci di irrigazione. E questo esempio dovrebbe diventare una buona pratica anche nell’utilizzo privato. E dovrebbe essere ulteriormente continuato da parte delle aziende fornitrici una campagna di informazione capillare per un uso più consapevole dell’acqua. Farebbe bene all’ambiente e alle tasche degli stessi cittadini. Che forse in molti casi non fanno caso all’acqua che sprecano per usi decisamente non primari (lavaggio auto), e che potrebbero invece utilizzare meglio per usi più necessari (irrigazione di orti e giardini).

Il secondo caso sempre riportato dalla stampa locale riguarda il torrente Arno. Ed è l’ultimo di una serie di casi sempre più frequenti di secche prolungate di torrenti ubicati nella zona a sud di Varese. Non solo del torrente Arno, ma anche del Lura.

Questa foto si riferisce ad una secca del torrente Lura risalente al 2015, ma la situazione si è puntualmente ripresentata alla fine dello scorso Luglio. Premesso che per definizione un torrente potrebbe avere un regime idrico discontinuo, gli abitanti di Gallarate e Caronno Pertusella non ricordano secche così prolungate e frequenti. Cittadini e autorità si interrogano. Ma questo è un problema che si ricollega ad un altro. Il consumo di suolo e la cementificazione. Una riduzione della superficie disponibile per l’agricoltura, i pascoli e le foreste conduce infatti inevitabilmente ad una diminuzione della capacità di infiltrazione delle acque, con il progressivo ridursi della ricarica delle falde idriche. La zona a cavallo tra la provincia di Varese e quella di Milano è fortemente antropizzata. La modifica dei regimi di precipitazione sta facendo il resto. A questo punto credo si debba pensare a progettare sistemi di ricarica artificiale delle falde, sfruttando anche le acque depurate, che allo stato attuale in molti casi sono invece scaricate nei letti dei fiumi in secca. E in questo modo se è garantita la qualità chimico fisica delle acque scaricate, o per meglio dire la conformità ai valori di parametro, non così si può dire della qualità ambientale dei corsi d’acqua.

Intraprendere progetti ed iniziative di questo genere avrebbe come obiettivi principali quelli di ristabilire le riserve idriche, stabilizzarle (in previsione dei periodi di magra), smaltire acque di processo idonee/conformi che potrebbero non esserlo se scaricate tal quali nei corsi d’acqua in secca.

Ovviamente questo presume investimenti e visioni di ampio periodo. Studi geologici accurati e controlli capillari della qualità delle acque destinate al ravvenamento delle falde, alcune delle quali sono anche le sorgenti di questi torrenti.

Non è mio costume l’autocitazione e chiedo comprensione ai lettori, ma mi ero già occupato della cosa, con un interesse maggiormente orientato all’acqua potabile. La tecnica avrebbe senso anche se utilizzata per evitare o minimizzare le secche dei torrenti.

https://ilblogdellasci.wordpress.com/2015/09/02/potabilizzazione-indiretta/

E’ ormai evidente che il problema della gestione della risorsa acqua deve essere un tema multidisciplinare.

Non più rimandabile. E’ un tema profondamente legato alla nostra qualità di vita. E questi due casi anche se locali sono decisamente significativi.

Una piccola nota, un ricordo personale. Sono ormai trent’anni che vivo in provincia di Varese. Gli amici e i conoscenti di questa zona mi definivano la provincia di Varese con un termine piuttosto pittoresco, ovverosia come il “pisciatoio d’Italia”, per una sorta di analogia con l’Inghilterra, altra zona che nell’immaginario ricorda piogge continue, e anche noiose. Forse sono ricordi che, per quanto simpatici, non hanno più il valore di un tempo. E occorre prenderne doverosamente atto. Non solo in questa zona.

Link utili

http://www.acqua.gov.it/

http://www.direttivaacque.minambiente.it/

https://www.mbnews.it/2016/02/emergenza-siccita-nel-molgora-ce-solo-lacqua-scaricata-dai-depuratori/

http://ilsaronno.it/2018/06/26/lura-in-secca-centinaia-di-pesci-intrappolati-rischiano-di-morire/

Avventure di un chimico in depurazione.

Mauro Icardi.

La depurazione delle acque è diventata un’attività estremamente importante nei paesi più industrializzati, ed è un’attività che necessita di una adeguata ed indifferibile implementazione nei paesi emergenti. La riduzione dell’inquinamento delle acque reflue crea contemporaneamente un nuovo problema. La gestione del fango prodotto dal trattamento delle stesse. Generalmente si può calcolare che, 100 m3 di scarichi producano circa 1 m3 di fango al giorno. Il fango deve subire idonei trattamenti di riduzione della frazione organica e putrescibile, e deve, per poter essere smaltito, subire un trattamento di disidratazione con il quale si incrementa il tenore percentuale di sostanza secca. Il trattamento dei fanghi è a tutti gli effetti il punto cruciale degli sforzi sia tecnici che economici dei gestori di impianto.

Talvolta si verifica anche la necessità di introdurre modifiche allo schema di processo di un impianto di depurazione per far fronte a variazioni di carico organico influente. Tali variazioni possono incrementare la produzione giornaliera di fanghi. In un caso di questo genere può essere utile il dosaggio di un adeguato flocculante nella sezione di sedimentazione primaria, a monte del trattamento di ossidazione biologica. Per chi non lo ricordasse la flocculazione è un processo che determina l’accorpamento delle particelle colloidali presenti principalmente atttraverso la neutralizzazione delle loro cariche superficiali.

Presso l’impianto di depurazione di Varese, per le ragioni suddette e in attesa di un intervento di ampliamento che portò alla costruzione di una nuova linea di ossidazione biologica, e la realizzazione di un nuovo digestore anaerobico di maggiore volumetria (3500 m3 rispetto ai 1800 m3 del preesistente) venne effettuata una sperimentazione realizzata su un impianto pilota, per verificare l’efficacia tecnico economica di una soluzione di questo tipo. Il flocculante testato era cloruro ferrico in soluzione commerciale.

Si voleva in questo modo verificare la possibilità di diminuire il carico inquinante in ingresso alla fase di ossidazione, cercando di ottenere il duplice risultato di diminuire sia la quantità di fango da destinare al successivo trattamento di digestione anaerobica, sia il consumo energetico per l’ossigenazione della biomassa.

A tale scopo venne utilizzato un impianto pilota costituito da un sedimentatore primario, una vasca di ossidazione, e un sedimentatore finale.

Il dosaggio di cloruro ferrico (soluzione al 41% in peso) venne determinato tramite prove preliminari eseguite con jar test e venne fissato in 70 mg/lt, ed il punto di dosaggio era il sedimentatore primario dell’unità pilota. La portata di alimentazione di 160 lt/h. Il tempo di ritenzione in sedimentazione primaria pari 2 ore, e in ossidazione a 3,5 ore.

I campionamenti venivano eseguiti tre volte a settimana sia sulla linea acque (punti di prelievo ingresso, uscita sedimentatore primario, e uscita finale), che sulla linea fanghi (ossidazione biologica).

I parametri determinati in linea acqua comprendevano Ph, COD, Fosforo totale, Solidi sospesi totali e tutte le forme di azoto (TKN, N-NO2, N-NO3)

I parametri ricercati sulla linea fanghi (ossidazione biologica) erano la concentrazione di fango, la percentuale di sostanza volatile e l’indice di volume dei fanghi (MLSS-MLVSS e SVI).

Le percentuali di abbattimento ottenute sull’impianto pilota vennero confrontate con quelle dell’impianto reale. Come era logico attendersi le percentuali di abbattimento di parametri quali il COD e i solidi sospesi totali risultarono maggiori nel sedimentatore primario pilota, rispetto a quelle riscontrate sull’impianto reale, con incrementi del 30% e del 20% rispettivamente.

La valutazione del consumo energetico necessario alla biodegradazione dei reflui in fase biologica, assumendo come valore di riferimento quello di 0,6 KWh/Kg COD, reperito in letteratura, permise di stabilire che il trattamento poteva diminuire il consumo energetico del 12,7%. Il consumo medio dell’impianto in esercizio era di 1900 Kwh, mentre con il dosaggio di flocculante si poteva ridurre a 1658 KWh.

L’aggiunta di flocculante implicava una produzione aggiuntiva di fango chimico, costituito principalmente da fosfato ferrico di circa 0,4 Kg/Kg di FeCl3 dosato, pari a 106 Kg/g.

Ma il minor carico inquinante che veniva inviato in fase di ossidazione permetteva una riduzione della produzione di fango biologico pari al 26% (962 kg/giorno nel processo convenzionale, 712 Kg/g nel processo di pre-precipitazione).

La produzione totale di fango inviato in digestione anaerobica risultava cosi ridotta del 14% rispetto alla gestione con solo trattamento biologico. Oltre a questo, considerando che il fango chimico risultava più concentrato ed ispessito, rispetto al solo fango biologico (primario+supero), si poteva diminuire la volumetria del fango che si doveva inviare al digestore che risultava sovraccaricato. In questo modo ne avrebbe beneficiato anche la resa in biogas.

La riduzione di carico organico influente in ossidazione biologica avrebbe favorito anche il rendimento della reazione di nitrificazione.

Vista la situazione di criticità dell’impianto si decise di sperimentare soltanto il dosaggio di flocculante di 70 mg, e si misero in opera delle strutture provvisorie ed asportabili per il dosaggio di flocculante.

I risultati sulla gestione operativa dell’impianto si dimostrarono congruenti con quelli della sperimentazione.

In questo modo si riuscì a gestire una situazione di criticità gestionale, che, vista anche la vicinanza dell’impianto a un centro commerciale, e a uffici amministrativi, sarebbe potuta diventare delicata dal punto di vista delle molestie olfattive. La riduzione di fango caricato, migliorò decisamente la produzione di biogas del digestore e quindi la riduzione della sostanza organica volatile suscettibile di produrre cattivi odori. Per quanto riguarda invece il beneficio dovuto al risparmio energetico, non essendo stato previsto nella fase di progetto iniziale il recupero del biogas prodotto, che viene tuttora utilizzato solo per il riscaldamento del digestore, esso si limitò al minor consumo per l’ossigenazione della biomassa nella sezione di ossidazione biologica.

Il dosaggio di cloruro ferrico venne mantenuto per due anni e mezzo. Nell’agosto del 1999 si collaudarono e si misero in funzione le nuove sezioni di impianto, e l’impianto di dosaggio del cloruro ferrico venne smantellato.

L’esperienza è interessante, e dimostra come in casi sia di sovraccarico, che di necessità di raggiungere limiti più restrittivi allo scarico, si possano mettere in atto soluzioni provvisorie ma decisamente efficaci.

Il ricordo di quel periodo è certamente quello di un impegno abbastanza gravoso, anche per il laboratorio. Va precisato che in quel periodo non erano ancora stati introdotti i kit analitici, e tutte le analisi venivano effettuate con metodiche tradizionali. Ma alla fine il lavoro diede i suoi frutti, e il ricordo che ho è quello di una collaborazione proficua tra tutti settori che si impegnarono per questa realizzazione.

Ora per l’impianto di Varese si prospetta un’ulteriore fase di ampliamento per continuarne la vita operativa. Il decano dei depuratori nel territorio provinciale di Varese svolge infatti il suo lavoro di “lavaggio delle acque” dal lontano 1983.

Michael Mann: Percezione e negazione del cambiamento climatico.

Mauro Icardi

Michael Mann fisico e climatologo, attualmente ancora impegnato nella collaborazione con l’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change), Direttore dell’Earth System Science Center presso la Pennsylvania State University, e autore di “La terra brucia” in questi giorni è stato in visita in Italia.

Mann ha tenuto una serie di incontri dedicati ai cambiamenti climatici, e al triste fenomeno del negazionismo relativamente alla sua origine antropica. Io ho potuto ( e voluto) assistere a quello tenutosi nella sede della Società Meteorologica Italiana, cioè nel Real Collegio Carlo Alberto di Moncalieri, dove la stessa venne fondata nel 1865 da Francesco Denza, padre barnabita, meteorologo e astronomo.

Prima dell’inizio della conferenza ho avuto la possibilità di visitare la collezione archeologica, la raccolta di strumenti scientifici e la collezione dei dati meteorologici raccolti da padre Denza.

Sono stato fatto salire anche sulla la torretta dell’osservatorio meteorologico dove il religioso si dedicava alle osservazioni astronomiche e meteorologiche.

La mia curiosità è stata ampiamente soddisfatta ed appagata. Anche perché non mancano strumenti che ho potuto utilizzare negli anni di studio, per esempio l’ebulliometro di Malligand.

La foto che segue mostra il professor Mann ritratto davanti a questa parte della raccolta.

Esaurita questa piacevolissima anteprima, la conferenza tenuta dal professor Mann ha positivamente rinforzato le mie convinzioni. Convinzioni che ormai da anni mi portano a cercare di mettere in pratica azioni virtuose ,volte a ridurre quanto più possibile il mio valore di emissioni di CO2. La mia formazione personale è passata anche attraverso l’esperienza ed il ricordo degli anni dell’austerity e della crisi energetica. L’esempio pratico della possibilità di una vita personale appagante, ma che non fosse preda di bramosie consumistiche ed esageratamente edonistiche viene dall’educazione che i miei genitori hanno voluto non impartirmi, ma direi donarmi.

E tutto questo di fatto è una buona base di partenza.

All’inizio della conferenza, già le parole di presentazione di Luca Mercalli inquadrano quello che sarà il tema della serata. Di fronte ai dati scientifici validati dall’istituto di Scienze dell’atmosfera e del Clima, che mostrano come la primavera del 2018 risulti essere la quarta più calda in Italia, con un aumento di temperatura media di 1,8°C, queste ragioni spariscono di fronte alle percezioni e alle opinioni comuni. E’ stata una primavera piovosa, e questo basta perché la gente la avverta automaticamente come una primavera fredda. Con buona pace di grafici e studi scientifici.

L’intervento di Michael Mann da poi conto di molte situazioni surreali e palesemente assurde. Ma prima di parlarne è giusto ricordare l’importanza e il colossale lavoro svolto da Mann e dai suoi collaboratori alla fine degli anni 90.

La raccolta dei dati sulle temperature di migliaia di anni, lo studio dei coralli, degli anelli di crescita degli alberi e i ghiacci polari. Alla fine della ricerca i dati vengono raccolti in un grafico, poi pubblicato su Nature, e conosciuto come il grafico della “mazza da hockey” (hockey stick).La curva della temperatura terrestre che è piatta, improvvisamente si impenna in corrispondenza degli ultimi due secoli, della rivoluzione industriale, dalla sempre maggior quantità di carbone, petrolio e gas naturale bruciato dall’uomo per le proprie necessità. Necessità che col tempo forse si sono trasformate, almeno in parte, in capricci consumistici.

Mann riesce a catturare l’attenzione. Potrebbe non essere così immediato, visto che ovviamente parla in inglese. Ma in sala non vola una mosca.

Scorrono anche diapositive che mi interessano particolarmente. Il cambiamento climatico impatterà, anzi sta già impattando sulle modalità di approvvigionamento delle risorse idriche. L’esempio della California è recente. E viene mostrato.

Ma il tema della serata è centrato sul negazionismo. Sulla pretesa che la pubblica opinione o la cattiva politica possano sfuggire alle evidenze scientifiche, nonché alle leggi fisiche. Sembrerebbe una specie di incubo. Invece è una deprimente e triste realtà. L’indice delle parole proibite dall’amministrazione Trump, come “evoluzionismo” è purtroppo storia recente.

Le teorie e gli studi di Mann sono stati oggetto di ogni sorta di attacchi e minacce. Minacce provenienti sia dall’ambiente scientifico, che da quello politico o dell’opinione pubblica. Mi colpiscono due cose che il professore ci mostra. La prima è la dichiarazione da parte di un membro del congresso degli Stati Uniti che l’innalzamento dei mari sia causato dalle rocce che vi finiscono dentro. La seconda opinione (che purtroppo non è mancata nemmeno in Italia) è la convinzione che in ogni caso il riscaldamento globale sia una buona cosa, una “good thing”. Un immaginario che vede la trasformazione dell’Italia, degli Usa e del pianeta in un unico enorme paradiso turistico. L’idea di un “non luogo” come quelli teorizzati dall’etnologo Marc Augè che non solo non ha nulla di realistico, ma che sottovaluta superficialmente i problemi concreti e reali del riscaldamento globale.

Devo dire che non provo nemmeno sbigottimento o stupore. Parlando di questi temi ho potuto constatare personalmente quanto abbia spazio nelle menti di molte persone, quel sottile e subdolo meccanismo di rimozione e negazione. Che in ultima analisi è solo una scusa per non agire, per procrastinare il necessario cambiamento di strategie politiche e di abitudini personali. Il solo fatto che sia ritornato ad usare la bici come mezzo di trasporto per recarmi al lavoro mi ha probabilmente qualificato agli occhi dei colleghi come eccentrico, se non incosciente.

Al termine della conferenza provo di nuovo una sensazione che non riesco a descrivere. Che è quella di sapere profondamente che non devo derogare alle mie convinzioni, e che devo continuare sulla strada intrapresa. Che passa non solo attraverso una revisione continua delle mie abitudini, nella verifica dei miei veri bisogni, ma anche attraverso un impegno di cui non mi posso privare. Anche se può sembrare faticoso o improbo. Di studio e di divulgazione. Sento che tutto questo mi fa stare bene. In pace con me stesso. Sento in maniera profondamente intuitiva che questa è la strada giusta.

E voglio lasciare alle parole del Professor Mann la chiusura e la sintesi.

«Qual è il ruolo appropriato per gli scienziati nelle discussioni pubbliche a proposito di cambiamenti climatici? Devono restare rinchiusi nei laboratori con le teste sprofondate nei loro laptops? Oppure devono impegnarsi in sforzi vigorosi per comunicare le loro scoperte e parlare delle conseguenze?

Un tempo avrei sostenuto il primo punto di vista… non desideravo nulla di più che essere lasciato solo ad analizzare i dati, costruire modelli teorici e fare scienza guidato dalla curiosità. Pensavo toccasse ad altri pubblicizzare le implicazioni delle ricerche. Prendere anche lontanamente posizione sulle politiche riguardanti il cambiamento climatico mi appariva come anatema.

Tutto ciò che ho sperimentato negli anni, mi ha convinto che quel punto di vista era sbagliato. Sono diventato involontariamente un personaggio pubblico quando il nostro lavoro finì sotto i riflettori dei media alla fine degli anni ’90. Posso continuare a convivere con gli assalti cinici contro la mia integrità e la mia persona portati avanti dalla macchina del negazionismo finanziato dalle multinazionali. Quello con cui non posso convivere è il rimanere in silenzio, mentre gli esseri umani, confusi e ingannati dalla propaganda dell’industria petrolifera, vengono condotti senza saperlo lungo un cammino tragico che condannerà le future generazioni. Come spiegheremo ai nostri nipoti che abbiamo visto approssimarsi la minaccia, ma non abbiamo fatto tutto ciò che era in nostro potere per assicurarci che l’umanità prendesse le giuste contromisure?»

(Michael E. Mann, The Hockey Stick and the climate wars, Columbia University Press 2012)

NB Questo articolo vuole anche essere un ringraziamento a Luca Mercalli, Claudio Cassardo, Daniele Cat Berro, Valentina Accordion della Società Meteorologica Italiana. Non solo per l’organizzazione di questa serata e della conferenza, ma per il loro lavoro di questi anni.

Mi prendi un campione?

Mauro Icardi

Quando al lavoro pronuncio questa frase vuol dire che, quasi sempre mi trovo a far fronte ad un problema.

Di solito è l’assenza non prevista di colleghi per malattie proprie, o dei figli piccoli. A quel punto, se non voglio soccombere, devo chiedere un aiuto ai ragazzi che si occupano della conduzione e manutenzione dell’impianto. Il prelievo di un campione di acqua da un campionatore programmabile generalmente è un’operazione tutto sommato semplice. La questione è diversa quando si tratta dei campioni della linea fanghi. Sia che siano destinati ad analisi che devono essere svolte nel laboratorio aziendale, sia che invece debbano essere inviate a laboratori esterni. Cerco di dare delle indicazioni di massima per avere un campione rappresentativo. E cerco di far capire che il campionamento è la fase fondamentale di un’analisi. In questo modo cerco anche di comunicare qualcosa della filosofia chimica. Quella analitica in particolare. Posto che la chimica ancora per troppi rappresenti un concetto negativo , è anche difficile fare capire che il chimico che svolge un’analisi non è un indovino. Che deve seguire un preciso percorso metodologico, sia quando preleva un campione, ma anche quando lo deve pretrattare prima di sottoporlo ad analisi.

Cerco di spiegare che l’analisi della medesima sostanza in materiali diversi può presentare problemi analitici anche sensibilmente differenti. Per esempio la determinazione del ferro nel sangue, in una lega metallica o negli spinaci.

Quindi mi diletto a parlare di queste cose. Qualche volta il mio interlocutore è attento, altre volte visibilmente annoiato. Oppure pensa che io lo stia sottoponendo ad una delle famose “supercazzole” divenute famose grazie al film “Amici miei”. Questo accade quando pronuncio qualche parola che per me è ovviamente usuale. Terminologia tecnica, o qualche formula chimica che risulta a chi mi ascolta particolarmente astrusa. Sembra che il linguaggio e la terminologia della chimica risulti particolarmente indigesto. Infatti secondo alcuni dei miei colleghi io per l’analisi dei metalli utilizzo “l’assorbitore atomico”.

Qualche altro collega , per animare la conversazione mi propone improbabili teorie. Queste notizie sono reperite normalmente su siti, o su programmi televisivi decisamente poco attendibili . Se ci pensiamo bene se ci si vuole informare in maniera corretta, occorre fare un capillare lavoro di verifica dell’attendibilità delle fonti. Smontare teorie assurde o palesemente false nel corso di queste conversazioni, mi fa provare inevitabilmente ad una sensazione di stanchezza e fatica.

Un’altra delle cose che succede, è che chi preleva campioni di fanghi, nonostante io gli dica che la quantità che mi serve è per esempio di circa 250 grammi, si presenta in laboratorio con un barattolo da un chilo pieno fino all’orlo. Quasi che esista un collegamento più campione= analisi più precisa. Forse l’idea che un chimico si occupi di concentrazioni a volte davvero molto basse induce ad un ragionamento di questo tipo. Si tratta di fanghi che poi tendono a gassificare anche se sono già stati già sottoposti al processo di disidratazione. Quindi non mi rimane che liberarmi dell’eccesso, pena riempire il frigorifero del laboratorio di barattoli e campioni inutili.

Non manca mai, e anzi continua l’incomprensione quando parlo del fatto che un problema analitico non si risolve possedendo arti divinatorie, ma che l’approccio al problema analitico deve essere sistematico, cioè non si deve improvvisare. Un dialogo di questo tipo si presenta quando qualcuno mi porta un campione che in questo caso non gli ho chiesto di prelevarmi, ma che invece è stato prelevato di sua iniziativa in qualche punto dell’impianto o della rete di acquedotto. L’intenzione è lodevole, ma di solito non so dove e come il campione sia stato prelevato, e con quali modalità. E la stessa cosa vale per chi mi chiede qualche volta l’analisi dell’acqua di casa. Propongo di fornire i contenitori che uso in laboratorio. Ma l’offerta viene spesso rispedita al mittente. Quindi negli anni mi sono giunti campioni in bottigliette di acqua, in contenitori di marmellata, e anche in scatole di biscotti e caramelle, se erano solidi o polverulenti. E questi campioni sono stati conservati in maniera non ben definita E’ quindi del tutto evidente che questa sia una battaglia persa . La morale finale è quella che, la frase “Scusa puoi prendermi un campione ?” la sto pronunciando ormai da tempo il meno possibile. Preferisco, anche a costo di variare l’impostazione di un programma di lavoro già definito, recarmi di persona per effettuare il campionamento. O accompagnare la persona che è stata incaricata di farlo. Credo che il chimico che lavora con coscienza sa di assumersi una responsabilità di fronte alle persone per le quali sta svolgendo il servizio. E quindi delegare sull’effettuazione dei campionamenti, o delle verifiche sul campo sarebbe come venir meno ad un impegno da cui non mi sento di derogare.

Questo mi pone alcune volte un problema di come ottimizzare il mio tempo, ma è l’unica soluzione possibile. Sarebbe interessante pensare ad un corso interno per insegnare le modalità di base del campionamento per il personale di impianto. Un’idea che però non è ancora stato possibile realizzare fattivamente.

Un ultima considerazione relativa alle fasi di preparazione di un’analisi. Credo che occorra insegnare con molta attenzione il giusto pretrattamento dei campioni. Spesso ho avuto discussioni anche molto accanite su questo aspetto del lavoro. Visto che sono convinto che il punto critico del trattamento di depurazione convenzionale risieda nella linea fanghi, se il campione proviene da quel trattamento occorre convertire l’analita che si andrà a determinare nel modo migliore e nella forma più adatta per la successiva analisi.

Questo ultimo tipo di problema è come uno spartiacque. Sembra che dedicare più tempo al pretrattamento sia una perdita di tempo inutile, e limiti la produttività. E invece è una fase fondamentale.

Non è argomento facile quando l’interlocutore non è un tecnico. La difficile conversazione che da sempre esiste tra il settore tecnico e quello amministrativo. Credo in ogni azienda.

Due capitoli significativi del Sistema Periodico di Levi: Cromo e Azoto

Mauro Icardi

Credo che nell’opera di Primo Levi “Il sistema periodico” sia uno dei libri più rappresentativi. Il libro è essenziale, e non è un caso che nel 2006 la Royal Institution britannica lo abbia scelto come il migliore di scienza mai scritto. In realtà non si può definirlo soltanto un testo scientifico, in quanto è un testo anche autobiografico. E’ un libro che ho molto regalato e molto consigliato. Che può essere apprezzato dai chimici e dai non chimici.

Forse può sembrare riduttivo, ma dovendo scegliere due capitoli che incarnino pienamente lo spirito del chimico, ed in particolare quello del chimico che applica la sua conoscenza nella risoluzione di problemi pratici, due risaltino in maniera particolare: “Cromo” e “Azoto”.

Il primo ambientato nell’immediato dopoguerra, racconta l’esperienza di Levi nel suo primo approccio con l’industria dei prodotti vernicianti, che sarà poi il lavoro che lo scrittore svolgerà per buona parte della sua esperienza lavorativa alla SIVA di Settimo Torinese.

Nel 1946 Levi lavora alla Duco di Avigliana. L’esperienza del Lager è recente e viva nella sua memoria. E’ spesso triste, isolato. Ma in quel periodo su uno dei fumosi ed arrangiati treni del dopoguerra che lo trasportano da Torino alla fabbrica in riva al lago, lo scrittore conosce quella che diventerà sua moglie, Lucia Morpurgo. E contemporaneamente, mentre nelle ore morte del lavoro continua la stesura di “Se questo è un uomo”, riceve finalmente un incarico che lo sottrae alla routine ed alla noia. Deve occuparsi di risolvere un problema. Provare a recuperare un lotto di vernici solidificate ed apparentemente inutilizzabili che giacciono in un angolo del cortile dell’azienda.

La soluzione del problema della vernice antiruggine ai cromati affronta uno dei temi cari allo scrittore. Quello del lavoro, della sua etica. Levi che nel primo periodo di lavoro non ha compiti fissi e viene invitato a studiare il processo di produzione delle vernici e a tradurre articoli tecnici dal tedesco, soffre di questa sua inattività pratica.

Ma finalmente il direttore dell’azienda lo incarica di recuperare le vernici inservibili. E Levi si appassiona. Ottiene i certificati di collaudo delle materie prime, i referti analitici delle vecchie analisi di controllo qualità. Si guadagna la nomea di rompiscatole. Ma finalmente capisce da dove origina il problema della solidificazione di quelle vernici. Il cromato acquistato per la produzione delle vernici deve, per contratto, non contenere meno del 28% di ossido di cromo totale. Ma la ricerca d’archivio mostra una anomalia sconcertante. Ogni lotto di cromato acquistato e collaudato mostra una percentuale di ossido fissa ed immutabile, cioè il 29,5% tra un lotto ed un altro. Ed è proprio questa anormalità, questo ripetersi di cifre uguali che fanno torcere le fibre di chimico di Levi. Che recuperate le quasi inviolabili PDC (prescrizioni di collaudo), leggendole con attenzione si accorge di un errore, dovuto ad una dimenticanza. Ovvero la scheda di collaudo è stata revisionata, e nell’istruzione operativa per il colludo del pigmento si legge che dopo la dissoluzione del pigmento, si devono aggiungere 23 gocce di un certo reattivo. Ma nella scheda precedente si legge che dopo la dissoluzione si devono aggiungere 2 o 3 gocce di reattivo. La “o” fondamentale è sparita nella trascrizione e revisione della scheda. L’eccesso ingiustificato di reattivo aggiunto ha falsato le analisi su quel valore fittizio di 29,5%, che ha nascosto ed impedito di respingere lotti di pigmenti troppo basici e che si sarebbero dovuti scartare.

Levi riuscirà a risolvere il problema inserendo nella formulazione di quel tipo di vernice il cloruro d’ammonio, che combinandosi con l’ossido di piombo, e liberando ammoniaca correggerà l’eccesso di basicità. Passeranno poi gli anni, e il cloruro d’ammonio inserito da Levi si continuerà ad usare, anche se a rigor di logica avrebbe dovuto essere utilizzato unicamente per recuperare le vernici non conformi.

Questo capitolo del libro mi è sempre molto piaciuto. Credo non sia così infrequente quando si lavora, dover fare i conti con alcune convenzioni radicate, che si continuano ad osservare, ma che ormai sono prive di significato pratico. Posso dire che mi sono capitate. Molte volte soprattutto nella gestione di alcune sezioni del depuratore. E queste situazioni insegnano a relazionarsi al meglio. Perché prendere il problema di punta, o scontrarsi non sortirebbe alcun risultato. Un episodio ricollegabile all’atmosfera di questo racconto Leviano mi capitò nei primi anni di lavoro. Un addetto alla conduzione dell’impianto mi venne a cercare per dirmi che a suo parere “avevamo fatto estrarre troppo fango di supero, e in disidratazione di fango non ne arrivava più”

Premetto che un’eventualità di questo genere e quantomeno remota se non impossibile. Una vasca di ossidazione si svuota se sono in avaria le pompe di ricircolo. E’ un’impresa svuotarle con un’eventuale errata impostazione delle pompe di spurgo. E questo l’ho capito dalla teoria e da molta pratica sul campo. Ma allora era da poco meno di un anno che lavoravo nel settore. Mi aspettavo di trovare un fango con poca concentrazione di solidi, molto diluito. In realtà non trovai proprio nulla. Semplicemente il trascinamento di materiale sfuggito alla sezione di grigliatura (il famigerato “malloppo” di bastoncini per orecchie, e un groviglio di calze da donna) aveva ostruito la girante di una pompa. E quindi interrotto il flusso idraulico. L’episodio mi fece tornare in mente il racconto di Levi.

Molte volte le abitudini, la potente narcosi delle pratiche burocratiche possono spegnere le migliori intenzioni. E l’atmosfera di “Cromo” ne da conto con uno stile profondamente umoristico.

Il secondo racconto del libro che ho letto e riletto, e che molte volte mi capita di citare è “Azoto”.

In questo racconto è narrata la singolare e fallimentare ricerca di sintetizzare allossana da utilizzare per la formulazione di rossetti per labbra. Essendo la molecola sintetizzabile per demolizione ossidativa dell’acido urico, Levi cerca di procurarsi la materia prima cercando vari tipi di escrementi, di rettili o di uccelli (le galline in questo caso) che ne sono ricchi, perché eliminano l’azoto allo stato solido come acido urico insolubile, e non allo stato liquido come nei mammiferi tramite la molecola di urea.

Qui le riflessioni di Levi sulla materia “né nobile, né vile” sulla poca, anzi nulla importanza della sua origine prossima, meriterebbero di essere lette come programma nei corsi e nelle lezioni divulgative di chimica.

Anche qui c’è un fondo umoristico ed una riflessione autobiografica. Pensare che una materia prima per produrre rossetti destinati ad abbellire le labbra delle signore, possa provenire da escrementi di gallina non turba per nulla Levi. Non è avvezzo a certi ribrezzi, soprattutto dopo l’esperienza del Lager.

Io mi sono servito di questo racconto, e delle riflessioni di Levi sulla materia quando mi è capitato di parlare di argomenti quali il riciclo integrale di acque reflue, o della gestione o analisi di campioni “difficili” quali fanghi, morchie, o residui alimentari, in particolare i fanghi provenienti dalla depurazione di acque di salumificio o dalla produzione di pasti per mense scolastiche.

Non ho mai avuto problemi nell’occuparmi di queste tipologie di campioni, a differenza di colleghi o di studenti che in visita agli impianti di trattamento, o durante gli stages si trovavano in una comprensibile e tutto sommato ovvia difficoltà.

Eppure proprio in “Azoto” Levi descrive in maniera mirabile un ciclo, quello dell’Azoto appunto, con molta naturalezza e semplicità. Cogliendo in pieno la filosofia della chimica come scienza della materia e delle sue trasformazioni. Due capitoli di un libro “Il sistema periodico” che ancor più de “La chiave a stella” avvicina il lettore alla doppia anima di Primo Levi. Al suo mestiere di chimico a quello di scrittore. Sono ancora molte le persone che non sanno che Levi era un chimico. Leggendo questo libro capirebbero alcune cose di chimica, molte altre su Levi. Un autore che va letto perché ha molto da dirci. La dualità di chimico e scrittore è il fondamento del suo stile letterario.