Oceani e acqua.

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Luigi Campanella, già Presidente SCI

Due giorni fa è stata celebrata la giornata degli Oceani.

Vogliamo celebrarla anche noi , a modo nostro, ricordando due episodi che riguardano l’acqua e che ci educano al rispetto della sua purezza, preziosa risorsa per il Pianeta. Negli oceani è proprio la purezza a garantire la biodiversità.

Il primo ci mostra come l’inquinamento oltre ai ben noti danni che provoca può portare ad errori scientifici, come di recente la stessa dimostrata correlazione con la diffusione del covid 19 dimostra. Negli anni sessanta del secolo scorso circolò in Europa la notizia di una scoperta in Russia relativa ad una nuova forma di acqua che poteva essere prodotta in piccole gocce, in tubi sottilissimi. L’informazione arrivò negli USA e lascio di stucco ed incredulo il mondo della ricerca americana: tale atteggiamento va inquadrato nel clima da guerra fredda tra est ed ovest di quei tempi. L’informazione era arrivata da una conferenza di Boris Derayagin a Nottingham. Questa nuova forma di acqua era caratterizzata da  una tensione di vapore minore, un punto di ebollizione di 200 gradi ed uno di congelamento a -30 gradi,valori quindi molto diversi da quelli della forma nota di acqua Si ipotizzò che questa nuova forma di acqua avesse una densità maggiore di quella che si trova normalmente sulla Terra. Il famoso cristallografo Bernal scrisse addirittura che ci si trovava di fronte ad una scoperta rivoluzionaria, forse la più importante del secolo. Fu battezzata poliacqua con una struttura ipotizzata esagonale : sei molecole di acqua unite da ponti ossigeno.

Americani ed inglesi si misero alla caccia della poliacqua. Si ipotizzò che avesse una struttura esagonale dove sei molecole di acqua si uniscono attraverso ponti di ossigeno.Fu ipotizzata presente nella polvere stellare e sospettata di essere inquinante e pericolosa e quindi da trattare con prudenza. Finalmente si scoprì che poliacqua si produceva dai piccoli capillari da esperimento che la inquinavano. Si tratta di una storia combattuta sui due più grandi giornali scientifici, Nature e Science e con la compartecipazione dei mass media. Ma la conclusione fu che non c’era una nuova forma di acqua, ma solo acqua inquinata.

Il secondo episodio del quale si è scritto molto ed a lungo riguarda la memoria dell’acqua. Il tutto è cominciato con gli esperimenti di uno scienziato francese, Jacques Benveniste, un immunologo di grande reputazione, ricercatore a Clamart all’istituto per la ricerca medica di Francia. Benveniste faceva esperimenti sulla degranulazione di alcuni globuli bianchi speciali (granulociti basofili) in presenza di un siero contenente le immunoglobuline E – quelle dell’asma dei bambini.

Un giorno si accorse che la degranulazione era molto più grande di quella che immaginava potesse avvenire sulla base della diluizione delle proteine usate. A seguito di questa osservazione Benveniste ed i suoi pubblicarono su Nature un lavoro in cui si asseriva che l’acqua era capace di degranulare i basofili anche quando le IgE erano state diluite fino a 10 elevato a 120. A queste diluizioni si disse che non ci sono più IgE e che pertanto la degranulazione era opera dell’acqua che conservava la memoria, quasi un’impronta, delle immunoglobuline disciolte prima che la loro diluizione divenisse tanto elevata da potere considerare prossima a zero la concentrazione.

Posto di fronte ad una commissione internazionale Benveniste non fu in grado di ripetere l’esperimento. Successivi lavori smentirono il risultato. E’ stata una battaglia importante perché se fosse stato vero quel che diceva Benveniste anche l’omeopatia, che si basa sulla diluizione dei farmaci, avrebbe avuto un suo solido supporto su base scientifica. 

In occasione della Giornata dell’ambiente 2021.

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Luigi Campanella, già Presidente SCI

Scrive il Parlamento Europeo introducendo il suo Piano d’azione per l’economia circolare che entro il 2050 consumeremo come se avessimo a disposizione tre pianeti terra, per cui il passaggio da un modello lineare ad uno circolare di economia è una pietra angolare per una transizione verso una società e verso un’economia più sostenibili.

L’Assemblea Plenaria del Parlamento Europeo ha accolto con favore la proposta individuando come obbiettivi ad essa correlati la riduzione dell’impronta ambientale dei prodotti e dei materiali riferita all’intero ciclo di vita e di quella di consumo, una cultura della manutenzione e della riparazione, un mercato unico dei materiali riciclati, il design sostenibile, il contrasto all’obsolescenza programmata.

È una strada lunga se si pensa che oggi fino all’80% dell’impatto ambientale dei prodotti è determinato nella fase di progettazione e solo il 12% dei materiali utilizzati dall’industria proviene dal riciclo.

Un interessante specificità nella trattazione del.Parlamento Europeo riguarda i materiali elettronici e per le telecomunicazioni per i quali vengono raccomandati longevità e riparabilità, nonché eco progettazione di batterie (concetto peraltro esteso anche alle autovetture) e per i materiali di imballaggio oggi fonte di grandi quantità di scarti, anche di materuale plastico.

La Commissione Europea punta a che gli Stati membri attraverso incentivi finanziari si muovano verso la creazione di un mercato unico delle materie prime seconde

Contraddizioni

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Luiigi Campanella, già Presidente SCI

Inizio questo post dichiarando di essere un sostenitore convinto di papa Francesco, dell’Europa ed anche del governo Draghi. Questa premessa è necessaria affinché chi legge possa comprendere come mi senta confuso dopo avere letto e confrontato alcune affermazioni che partono dai 3 suddetti interlocutori e che purtroppo non sembrano andare d’accordo ponendomi il quesito di chi fra i 3 sia nel giusto e chi invece sbagli. Scrive paga Francesco nella Laudato sì

“Non basta conciliare in una via di mezzo la cura per la natura con la rendita finanziaria, o la conservazione dell’ambiente con il progresso.

Il principio di precauzione deve essere rispettato con rigore.

Su questi temi le vie di mezzo sono soltanto un piccolo ritardo nel disastro. La crescita sostenibile diventa spesso un diversivo ed un mezzo di giustificazione che trasferisce valori del discorso ecologista all’interno della logica della finanza e della tecnocrazia e la responsabilità sociale ed ambientale delle imprese si riduce per lo più ad una serie di azioni di marketing e di immagine. L’uso sostenibile di una risorsa deve sempre essere commisurato alla capacita di rigenerazione di ogni ecosistema nei suoi diversi settori ed aspetti”

In buona sostanza il Papa esclude compromessi fra i valori intrinseci dei viventi (umani, animali, vegetali) e la loro valorizzazione economica. Conforta leggere che la pensa allo stesso modo in ambiente completamente diverso l’EEA (European Environmental Agency), una rete indipendente che coopera con l’UE e che in un recente report (titolo molto significativo: Crescita senza crescita economica) ha certificato che la crescita economica in termini solo monetari presuppone obbligatoriamente uno sfruttamento delle risorse naturali non bilanciato né da una maggiore efficienza produttiva né dalla economia circolare, concludendo che sia necessario ripensare a cosa si intenda per crescita e progresso.

Il rischio è che in assenza di un cambio di consumi e di stili di vita la transizione ecologica finisca per basarsi  su ulteriore richiesta di energia e su ulteriore sfruttamento delle risorse naturali: queste poi si aggiornano nella necessità ed oggi sono in atto guerre commerciali per materiali che 50 anni fa riscuotevano modesto interesse: si pensi a litio, grafite, terre rare.

A tale proposito vale ricordare che da alcuni giorni l’Italia sta vivendo avendo superato il limite annuale delle risorse naturali disponibili al Paese. Fino a qui tutto abbastanza chiaro e dal mio punto di vista condivisibile: non si vuole fermare il progresso; lo si vuole solo ripensare come modello nella convinzione che le ricadute in termini di costi e sicurezza di lavoro, di qualità di vita e di equità sociale ci saranno senz’altro.

Ora vengo alla parte delle mie letture che mi ha più confuso.

Quando é stata proposta l’istituzione del Ministero della Transizione Ecologica dapprima ho pensato che si stava creando una nuova struttura i cui compiti già sostanzialmente esistevano distribuiti fra Ministeri diversi, poi mi sono convinto che concentrare poteva essere un passo concreto in avanti. Ho letto l’intervista rilasciata al Corriere della Sera del 3 maggio al Ministro della Transizione Ecologica e qualche dubbio rispetto a quanto avevo letto e che ho riportato prima mi è venuto. Giustamente si mette in guardia da un perdurante disinteresse rispetto alla protezione dei 3 comparti ambientali acqua, aria, suolo con il rischio che eventi climatici estremi e crisi sanitarie diventino sempre più frequenti; ma dopo si dice che la sostenibilità non è un valore assoluto e che quindi va mediato con esigenze diverse senza discuterne priorità e connessioni e soprattutto si lascia la decarbonizzazione affidata all’innovazione tecnologica; e di salute dell’ecosistema ed economia si parla come di due problemi di confrontabile rilievo.

Una posizione particolare che mi ha colpito è stata quella relativa alla presunta inconciliabilitá fra verde e lavoro proprio mentre in più sedi compaiono report ufficiali sulle positive ricadute delle attività green sul mercato del lavoro sia sul piano della qualità che della quantità. La speranza è che l’intervista sia una semplificazione non del tutto fedele del pensiero del Ministro e della politica che il suo Ministero vorrà perseguire.

Ma insomma la transizione dov’è?

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Luigi Campanella, già Presidente SCI

Voglio tornare sul vertice dei leader per il clima “Leaders Climate Summit 2021″convocato dal presidente americano Joe Biden cambiando l’atteggiamento USA in era trumpiana rispetto al tema.
La prima impressione non può essere che positiva: si sono ripetuti impegni e traguardi che vengono enunciati sempre in questo tipo di incontri. Si e ripetuto che questo è il decennio chiave per la lotta ai cambiamenti climatici. Anche il nostro Paese attraverso il presidente Draghi ha ribadito la sua volontà di cambiare marcia “whatever it takes”.

Dopo la prima impressione vengono le domande: gli Usa secondo Biden dovrebbero in 10 anni dimezzare le proprie emissioni; come è possibile ciò se si pensa all’attuale stile di vita degli americani? Se non ci si vuole trovare al prossimo evento a constatare che siamo in ritardo quali azioni (non solo norme) si intende svolgere? Con riferimento poi al nostro Paese il presidente Draghi ha posto l’accento sulla definizione del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza che consentirà all’Italia di ricevere contributi a vario titolo e modalità per più di 200 miliardi di euro dell’EU Next Generation Fund. Nonostante una certa enfasi su transizione ecologica e green deal é tutto da verificare quanto i combustibili fossili resteranno fuori dal PNRR.
I progetti riportati sono abbastanza datati ed il dubbio è perché non siano stati ancora finanziati. Circa gli interventi strutturali quelli ad esempio in favore dei porti preoccupano, oltre al rapporto di certo non virtuoso con la decarbonizzazione della società civile, i tempi di realizzazione che suggerirebbero di collocarli eventualmente in quella che qualcuno, con riferimento ad eventi calcistici, ha definito la superlega dei progetti fossili, una sorta di transizione nazionale non-ecologica.
C’è poi il rapporto con i giganti che condizionano la politica energetica nazionale ed internazionale ed il cui business ruota in maniera preponderante sui combustibili fossili, parlo di Eni,Snam, Enel. Non sono i fondi europei che possono cambiare questo rapporto, ma il coraggio della politica. Nel frattempo l’estrazione di greggio continua con le nuove trivellazioni in Adriatico, in Val d’Agri, nel più grande campo on Shore di Europa, la situazione Ilva non viene risolta anche per intenzione del Governo, la Sace sta valutando di garantire con miliardi di euro l’operato di società italiane in nuovi mega progetti fossili in Africa, nell’Artico ed in Brasile.Il futuro immediato ci dirà quanto il valore del rapporto fra fossili e rinnovabili ed il suo spostamento in favore di queste ultime veramente sia nella mente e nelle azioni dei nostri governanti.

Come si testano i farmaci (nel post-covid).

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Luigi Campanella, già Presidente SCI

Mentre il processo per produrre farmaci umani è lungo e complesso e richiede notevoli risorse, in situazioni di emergenza, come l’attuale dovuta al covid19, è necessario muoversi molto rapidamente cosicché fasi che durano normalmente anni vengono compresse in pochi mesi.

Sia nel caso di un farmaco cardiaco che di uno contro il covid-19 è in ogni caso necessario dimostrare che esso è efficace contro la malattia ed è sicuro per il genere umano. Pertanto i test di sicurezza assumono una grande importanza durante la fase non clinica e clinica della scoperta di un farmaco. Alcuni test non clinici di sicurezza o di tossicologia vengono svolti durante la fase di scoperta del farmaco, ma la maggior parte dei test tossicologici avviene durante la fase non clinica.  Lo scopo principale dei test tossicologici è determinare, attraverso modelli animali, se un potenziale nuovo farmaco è sicuro per essere usato sull’uomo ed identificare possibili composti dannosi tali da rendere il rischio maggiore del beneficio. Durante la fase non-clinica vengono condotti quattro differenti tipi di studio necessari a produrre le conoscenze per l’applicazione di nuovi farmaci

-studi di tossicologia acuta a breve termine condotti per determinare quali dosi debbano essere testate negli studi a più lungo termine condotti su modelli animali

-studi tossicologici su dosi ripetute per verificare la compatibilità con la sicurezza di somministrazioni ripetute nel giorno e fino a 30 gg di seguito

-studi farmacologici di sicurezza per vedere se il nuovo farmaco abbia effetti sul sistema cardiovascolare, su quello respiratorio e su quello nervoso

-studi di tossicologia genetica per stabilire se il nuovo farmaco possa recare danno all’organismo animale o umano a cui viene somministrato

Finiti questi studi i dati ottenuti vengono valutati per stabilire una dose sicura per la prima prova clinica su animali, determinata la quale, e sperimentandone l’assenza di effetti dannosi, l’azienda produttrice procede per un’applicazione del nuovo farmaco. Se i revisori della Food and Drug Administration sono d’accordo inizia la sperimentazione clinica sull’uomo. Un esito negativo del profilo di tossicità sul modello animale è la principale causa di arresto del processo di sviluppo del nuovo farmaco.

Il rapido avanzamento di nuovi farmaci risponde da un lato alle continue richieste della medicina e dall’altro alla comparsa di nuovi gravi patologie, un esempio essendo rappresentato proprio dal covid19.

La pandemia ha offerto ai cittadini l’immagine di una realtà nella quale con il doppio approccio farmaco/vaccino la scienza affronta emergenze di pubblica salute. La comunità scientifica mondiale che comprende laboratori di Stato, ricercatori accademici, organizzazioni di ricerca a contratto e compagnie attive nel biotech e nella farmaceutica, sta correndo in avanti per trovare soluzioni e le agenzie regolatorie stanno dando il loro contributo per agevolare i tempi di questa corsa. Nel 2020 la FDA ha lanciato il programma di accelerazione al trattamento del coronavirus (CTAP) proprio con il fine di accelerare al massimo i progetti scientifici e l’applicazione di norme per proteggere i cittadini del mondo dall’infezione da SARS-CoV-2, senza però rinunciare a nessuno dei criteri di assoluta sicurezza I risultati di questo programma si sono visti non soltanto nella riduzione degli obblighi burocratici ma anche nella condivisione  rapida attraverso webinar aperti ed open science delle conoscenze, man mano che vengono acquisite. Ecco questo è un altro delle conseguenze positive del  Covid19: chi purtroppo ci ha rimesso la vita potrebbe dire di avere lasciato per certi aspetti una società più giusta e più rispettosa delle sue debolezze di quanto non fosse prima del Covid19.

Soltanto il tempo ci dirà se la riduzione fino a 10 volte dei tempi di attesa per progredire verso un nuovo farmaco rilevata in questo periodo si sarà realmente definitivamente consolidata, ben oltre la fase pandemica attuale. Un aiuto di certo verrà dal machine learning e dall’intelligenza artificiale di cui rappresenta un sottoinsieme con il fine di creare sistemi che apprendono e  migliorano le prestazioni in base ai dati che utilizzano. Gli algoritmi del machine learning rendono più efficienti e sicuri i frutti dell’esperienza. Gli esperti concordano sul fatto che machine learning ed intelligenza artificiale sono destinati a trasformare la scoperta di nuovi farmaci e nuovi vaccini sin dall’immediato futuro. Già oggi gli strumenti computazionali sono largamente usati in tutti gli aspetti delle scoperte di farmaci dalla identificazione del bersaglio alla ottimizzazione della somministrazione. Le reti collegate alle banche dati consentiranno di esplorare più in profondità le malattie dell’organo bersaglio e gli strumenti digitali accresceranno la fiducia nei dati in silico, riducendo così le esigenze di dati sperimentali ai quali corrispondono costi ben più elevati.


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Una preoccupazione deriva dalla possibilità che questa accelerazione e questo atteggiamento interdisciplinare possano essere drogati da interessi soltanto economici che non tengono conto delle povertà nazionali ed internazionali e che quindi non finalizzino i conseguenti interventi al diritto alla salute per tutti. In Italia registriamo un cambio di passo; ma situazioni come quella vissuta in India non possono non farci riflettere anche sull’esigenza che farmaci e vaccini siano patrimonio universale.

Oggi Giornata della Terra, parliamo di carta.

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Luigi Campanella, già Presidente SCI

Il 18 marzo è stata la Giornata mondiale del riciclo. A istituirla nel 2018 è stata la Global recycling foundation per celebrare l’importanza del riciclaggio e sensibilizzare cittadini e istituzioni.

Entro il 2035 i volumi di rifiuti urbani conferiti in discarica non dovranno superare la soglia del 10%. Si tratta di uno dei principali obiettivi fissati dall’Ue e rappresenta un impegno che da metà agosto, con il recepimento del pacchetto di normative europee sull’economia circolare, l’Italia non potrà più tradire.

In questa linea si colloca il Decreto 188/2020 “Regolamento recante disciplina della cessazione della qualifica di rifiuto da carta e cartone“, illustrato di recente con interventi del Ministero della Transizione Ecologica e dell’Ispra: secondo tale decreto i rifiuti di carta e cartone vengono invece qualificati come carta e cartone recuperati. Il tema assume particolare attualità rispetto ad alcuni dati recenti: negli ultimi 12 mesi è aumentato del 22 % il volume degli imballaggi presenti nelle raccolte di carta e cartone. Se questo da un lato vuol dire che la rivoluzione informatica che ha tra i suoi fini anche quello di ridurre il consumo di carta, quindi di cellulosa, quindi di alberi sacrificati non è riuscita nel suo intento in corrispondenza dell’emergenza pandemica, dall’altro è una chiara dimostrazione che alcune modificate abitudini, in particolare la crescita di e-commerce (65 % degli italiani lo  ‘hanno adottato) e food delivery non hanno intaccato il senso di responsabilità dei cittadini verso la raccolta differenziata di carta e cartone. Da una statistica (fonte AstraRicerche) risulta che il 63% degli italiani ha differenziato in maniera ancora più attenta carta e cartone proprio durante il periodo della pandemia. PaperWeek:"PNNR e Filiera della carta, stampa e ...

Sullo stesso tema dal 12 al 18 aprile si svolge la Paper Week, una settimana di appuntamenti digitali pensati per approfondire i diversi aspetti legati al mondo del riciclo di carta e cartone. Alcune delle iniziative saranno rivolte alla scuole ed in chiave educazione questa scelta è fondamentale. Il tema rientra all’interno di una più ampia visione relativa al nuovo modello circolare di economia al quale la filiera  della carta e cartone può adattarsi particolarmente bene tanto che ad essa viene assegnato un tasso di circolarità di quasi il 60% e di riciclo di oltre l’80%. Questi dati sono compatibili e coerenti con un significativo contributo alla transizione ecologica ed allo sviluppo di modelli industriali più efficienti, sostenibili e tecnologici, che mirino al risparmio energetico ed alla decarbonizzazione della nostra società. L’Italia a volte bistrattata per una certa approssimazione nel contrasto a derive economiche e sociali in questo caso ha dimostrato di essere fra i primi Paesi sia nel riciclo che nella raccolta differenziata di carta e cartone. Dalla pasta di cellulosa ottenuta grazie al processo di riduzione in poltiglia della carta smaltita è possibile ottenere una nuova carta, anche di buona qualità. Una potenziale alternativa ai processi convenzionali di riciclo è quella di far uso di composti enzimatici. Questa promettente tecnologia del trattamento delle carte da macero per via enzimatica, trova la sua ottimale applicazione nella rimozione dei toner delle carte da ufficio e per stampanti laser, dove con i processi convenzionali si hanno difficoltà di disinchiostrazione.

Restano ancora problemi quali il divario fra Nord e Sud nella raccolta differenziata che, se superato, consentirebbe di intercettare, secondo dati  forniti da Comieco, il Consorzio per il riciclo di carta e cartone, almeno 800.000 tonnellate di carta e cartone.

Le risorse del Recovery Fund in questa prospettiva potrebbero risultare preziose. È poi necessario mantenere viva l’attenzione e la sensibilizzazione dei cittadini ed in questo senso è in questo giorni in corso una sfida in diretta streaming fra i comuni italiani per mettersi alla prova sul tema del riciclo  di carta e cartone e competere tra loro per dimostrare chi sia il riciclatore più preparato sulle regole che garantiscono la qualità della raccolta differenziata di carta e cartone e che al contempo riflette la necessità di trovare sempre soluzioni diverse ed al passo con i tempi per sensibilizzare su  un tema fondamentale, quello dell’educazione ambientale. La sfida si svolge quasi come un video gioco, uno strumento che il grande pubblico ha dimostrato di apprezzare molto con una crescita del suo utilizzo di oltre il 20%in un anno.

Invenzioni anticovid.

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Luigi Campanella, già Presidente SCI

Dinnanzi al covid19 che rallenta ma non si ferma si moltiplicano le iniziative di “difesa personale”, non tutte scientificamente supportate, ma tutte legate alla speranza di proteggerci dal virus pandemico.

Cominciamo da uno studio dell’Università di Città del Messico secondo cui la pandemia si sconfigge a tavola con una dieta ricca di omega 3 e 6 presenti in molti alimenti a base di pesce: ne deriverebbe un effetto antiinfiammatorio ed un’accresciuta resistenza alla penetrazione del virus nelle nostre cellule.

Un’altra proposta riguarda una mascherina innovativa dotata di un sensore che trasmette i dati della respirazione al cellulare e di un filtro che rileva l’inquinamento: dai due dati si ricavano informazioni preziose sul nostro stato di salute.

Un cerotto da applicare sotto l’ascella funge da termometro e consente di controllare da remoto la temperatura del corpo: questo sistema è stato messo a punto nell’Università di Tor Vergata.

2 mascherine, una Ffp2 sovrapposta ad una chirurgica, vengono consigliate dal consigliere di Joe Biden, Antony Fauci: la protezione totale risulta aumentata, soprattutto rispetto alle miniparticelle di saliva diffuse dai vicini.

L’Universitá della Corea propone un armadio disinfettante per tenere i nostri vestiti sempre privi di carica virale.

Un italiano, Cosimo Scotucci, ha scoperto una fibra funzionale che ti guida, legata al pavimento, verso percorsi più sanificati.

Infine secondo i risultati dello studio clinico Remap-Cap resi pubblici dal Governo Inglese due farmaci impiegati contro l’artrite reumatoide risulterebbero attivi anche contro il covid19.

Tenuto conto della raccomandazione del Ministero della Salute circa le condizioni di idratazione e adeguata nutrizione dei malati covid19 assume importanza, come osservato in più sedi, l’assunzione di vitamina C, principio attivo di molti agrumi. Da qui il moltiplicarsi di studi sugli agrumi. In particolare l’attenzione dei ricercatori è concentrata sulla composizione in flavonoidi considerati preziosi componenti alimentari con possibile attività antivirale, modulatori del sistema immunitario e sentinelle dell’organismo rispetto allo stress ossidativo associato all’infezione.

Particolarmente presente negli agrumi l’esperidina è stata studiata per i suoi effetti benefici nel regolare il metabolismo e la pressione del sangue,nell’accrescere le capacità antiox dell’organismo. Con riferimento specifico al covid 19 sono emerse dagli studi due proprietà, la capacità dell’esperidina a legarsi alla proteina Spike del coronavirus impedendo il legame al recettore e quindi la penetrazione del virus nella cellula e la sua capacitá di inibire l’enzima proteolitico necessario alla replicazione del virus.

Esperidina

Oltre all’esperidina un altro flavonoide che può risultare utile nella lotta al covid 19 è la quercetina, antiossidante ed antiinfiammatorio, contenuto nei capperi, cicoria, piselli e cipolle.Questi composti giovano all’organismo in quanto favoriscono il metabolismo dei carboidrati e dei lipidi migliorando le condizioni di salute ed evitando copatologie che possono aggravare quella dovuta al virus.

Quercetina

Ricerche sono ancora in atto in tutto il mondo e la speranza è quella di acquisire nuove e più profonde conoscenze in materia.

Sicurezza, normativa e Covid-19

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Luigi Campanella, già Presidente SCI

Dinnanzi alle emergenze, e di certo covid-19 lo è, si è a volte portati o costretti ad adottare iniziative che possono non corrispondere alle direttive ufficiali: poco male in alcuni casi, molto peggio in altri, quando il mancato rispetto di norme comporta danni ed incidenti. Ecco perchè proprio in corrispondenza di contingenze critiche la normazione  diviene attività di sicurezza per tutti ed i relativi Enti fondamentali garanti della responsabilità  sociale che deve presiedere alla gestione di questi periodi drammatici.

Cosi l’Ente Europeo di normazione ed i nazionali UNI ed ACCREDIA hanno in questo frangente operato per fungere da supporto delle diverse misure di contenimento e gestione dell’emergenza, anche intercettando aspetti di carattere organizzativo e gestionale. Tale supporto vuole trasformare la gestione di un’emergenza in quella di un cambiamento, non programmato, di uno scenario noto, strutturato, gestito secondo flussi, relazioni responsabilità, autorità, ruoli definiti e secondo schemi consolidati che inevitabilmente vengono reinvestiti.I problemi pratici che richiedono l’attenzione dei normatori sono tantissimi e di natura diversa. Le norme sono fondamentali per orientare e portare nel mercato l’innovazione nel settore delle mascherine, dei camici, dei guanti, ma anche del ricambio dell’aria, della disinfezione e sanificazione, delle strumentazioni idonee.

Due punti particolarmente discussi e di rilievo riguardano i rifiuti di nuova generazione legati alla pandemia e la didattica a distanza.

Per quanto riguarda il primo l’elevato consumo di mascherine ne ha fatto un rifiuto quantitativamente molto significativo e per questo molto pericoloso in caso di smaltimento selvaggio (nelle discariche,in mare): di qui la necessità di norme per la gestione di questo rifiuto e di altri ad esso collegati come guanti, camici, residui di gel disinfettanti.

Per quanto riguarda il secondo si tratta di esperienza relativamente nuova e da applicare improvvisamente e su larga scala: sono necessarie norme che garantiscano tutte insieme sicurezza, sostenibilità, qualità dell’insegnamento. Con riferimento all’Ente Nazionale durante l’emergenza UNI è stato un punto di riferimento a livello nazionale, non soltanto in quanto depositario attraverso le norme delle conoscenze tecniche necessarie alla riconversione, ma anche  come snodo di conoscenze e competenze di esperti (funzionari tecnici, industria, università, laboratori di prova, ordini professionali) e per lo sviluppo tempestivo di nuovi riferimenti normativi per colmare le lacune evidenziate dall’emergenza stessa.

L’UNI, Ente italiano di normazione, ha reso liberamente scaricabili le norme tecniche che definiscono i requisiti di sicurezza, di qualità e i metodi di prova dei prodotti indispensabili per la prevenzione del contagio da Covid-19.

Si tratta, in particolare, di maschere filtranti, guanti e occhiali protettivi, indumenti e teli chirurgici le cui caratteristiche tecniche ora sono liberamente accessibili in modo da facilitare le scelte di acquisto da parte delle pubbliche amministrazioni e la riconversione produttiva da parte delle imprese. Ma non solo UNI, anche gli inglesi si sono mossi e l’English Standard Institute BSI con la sua sezione Italia ha ora  resta disponibile una nuova versione delle linee guida “Il lavoro in sicurezza durante la pandemia da COVID-19”.

Il documento offre un approccio completo e pratico, applicabile a tutte le organizzazioni, indipendentemente dal loro settore o dimensioni. Le Linee guida forniscono raccomandazioni, basate sull’esperienza dei lavoratori e sul contributo di esperti, per lavorare in sicurezza durante la fase di ripresa dalla pandemia. La prima versione è stata migliorata ed estesa, sulla base delle informazioni più approfondite e più recenti, per aiutare a prevenire una seconda ondata. Le principali nuove clausole aggiunte sono:

  • Lavorare in sicurezza anche da casa
  • Gestione di casi sospetti o confermati di COVID-19
  • Luoghi di lavoro multipli e postazioni mobili
  • Uso sicuro dei servizi igienici
  • Segnalazione a soggetti esterni
  • Inclusività e accessibilità
  • Salute e benessere psicologico
  • Un aspetto che ancora fa fatica ad imporsi e che è più vicino a noi chimici riguarda i materiali: si preferisce normare e certificare la funzione, ma chi ha vissuto negli anni 80 la rivoluzione della REFERENZIAZIONE Analitica sa che questa scelta può non essere la migliore a garanzia dell’utenza

A proposito di Nutriscore.

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Luigi Campanella, già Presidente SCI

273 scienziati europei (19 italiani), su proposta francese, hanno inviato un appello al l’UE per l’introduzione del cosiddetto Nutriscore, un sistema di etichettatura dei cibi a semaforo.

A questo sistema si oppongono alcuni Paesi fra cui l’Italia.Tale opposizione si basa sul fatto che Nutriscore avvantaggerebbe i prodotti alimentari ultra trasformati penalizzando i DOP egli IGP, prodotti di eccellenza mono ingredienti di altissima qualità ,tipici della nostra filiera e produzione agroalimentare come il prosciutto di Parma o il parmigiano reggiano.

Il sistema si basa su cinque colori dal verde al rosso e cinque lettere da A a E. Si vorrebbe guidare il consumatore verso cibi che ne proteggono lo stato di salute.Si tratta di un sistema a punteggio pensato per semplificare l’identificazione dei valori nutrizionali. Il calcolo del punteggio tiene conto di sette diversi parametri :fibre, verdura,frutta e proteine positivi, contenuto calorico, grassi saturi e sodio negativi. L’algoritmo è stato criticato da alcuni governi, fra cui il nostro, da alcuni gruppi industriali e di agricoltori, da nutrizionisti in quanto ha semplificato le informazioni nutrizionali in modo eccessivo e ridotto gli alimenti complessi ai singoli ingredienti. Ne risultano ad esempio vantaggi per i cibi trattati, chiari svantaggi per i grassi sani come l’olio di oliva. Il risultato é che da parte di alcuni Stati si chiede il rinvio dell’applicazione di Nutriscore, da parte di altri la sua variazione:ad esempio il riferimento come quantità di cibo al valore di 100 g è considerato improprio. Credo che l’obiezione a Nutriscore debba basarsi anche e soprattutto su altri aspetti che ho avuto modo di discutere in un altro mio recente post.

La fotosintesi clorofilliana consente di trasformare CO2 ed acqua, l’energia solare  in prodotti ad alto contenuto energetico che l’uomo utilizza quali alimenti. Chiaramente per rendere commestibili i prodotti della fotosintesi l’uomo deve aggiungere altra energia (arare, seminare, mietere, trattare) e così facendo contribuisce ai cambiamenti climatici. Diventa allora importante scegliere un’alimentazione che richieda la minima quantità di energia aggiunta a quella solare, energia oggi in larga parte fornita dai combustibili fossili

Da questi due dati contenuto energetico  ed energia aggiunta non solare per unità di peso o di volume deriva l’efficienza energetica di un alimento. È nostro compito educare a rispettare le esigenze energetiche della vita con alimenti che siano quanto più possibilmente efficienti energeticamente. In questo senso la ben nota dieta mediterranea rappresenta una buona guida rispetto ad un consumo elevato di carne da evitare: la carne è un alimento che richiede mediamente per kg prodotto 7 litri di petrolio e circa 10000 l di acqua. Le emissioni europee di gas serra imputabili alla produzione di carni alimentari hanno superato quelle di tutti gli autoveicoli circolanti nei 28 Stati membri.

L’efficienza energetica degli alimenti sarebbe forse un indice più opportuno di Nutriscore

Strategia italiana sulla riduzione di gas serra.

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Luigi Campanella, già Presidente SCI

“Strategia italiana di lungo termine sulla riduzione delle emissioni di gas serra” è il titolo di un documento inviato dal precedente Governo alla Commissione Europea. (https://www.minambiente.it/notizie/cambiamenti-climatici-trasmessa-bruxelles-la-strategia-nazionale-di-lungo-periodo)

Volendo individuare una novità del documento questa va di certo trovata in uno scenario energetico rinnovato con una dritta verso la decarbonizzazione ed un ridotto uso dei combustibili fossili. Quello che la CE aveva richiesto ai Paesi della Comunità era un documento programmatico di adesione alla strategia al 2050 finalizzata al rispetto di Parigi nella COP21 del dicembre 2015.La strategia italiana al 2050 è coerente con quella europea: la decarbonizzazione delinea una drastica riduzione dei combustibili fossili con uno scenario che prevede una consistente diminuizione della domanda di energia,una forte elettrificazione della mobilità e nei trasporti,un aumento elevato della produzione di energia rinnovabile. Il documento con il suo all.to riporta numeri e tecnologie di questo cambiamento.Il confronto fra il bilancio energetico del 2018 e quello delineato del 2050 mostra la scomparsa dell’uso del carbone e del petrolio ed un ridimensionamento nell’uso del gas naturale. Per fare fede a questo programma è necessaria una permeazione con esso di tutte le le politiche pubbliche,in un percorso ampiamente condiviso.E’avvenuto molto spesso che questo percorso già in più sedi reclamato ha trovato nella sua attuazione difficoltà e resistenze che solo si possono superare con un cambio di atteggiamento da parte dei diversi livelli istituzionali,dei cittadini e delle imprese. Sul piano dei contenuti delle scelte al 2050 emerge il ruolo di elettricità ed idrogeno; il che suggerisce di valutare le possibilitá di progressiva riconversione delle infrastrutture gas per il trasporto e la distribuzione. Per la veritá sull’idrogeno stiamo assistendo ad un dibattito. Sia l’UE che il MISE hanno obbiettivi importanti sull’idrogeno: per la prima vanno costruiti elettrolizzatori per produrre 10 milioni di tonnellate di gas entro il 2030,per il secondo l’idrogeno deve penetrare il 20% dei consumi finali di energia entro il 2050.

La filiera dell’idrogeno è tecnicamente matura, ma il quadro legislativo appare poco chiaro e l’input politico non c’e stato, probabilmente per motivi collegati alla convenienza economica, al problema del trasporto ed a quello della materia prima nel caso di produzione elettrolitica ( acqua dolce o acqua di mare). Questo.spiega il modesto valore della quota idrogeno italiana, solo 1%.  che non proviene da fonti rinnovabili. C’é poi un problema ambientale, di certo non secondario. L’idrogeno verde, ottenuto cioè per elettrolisi con energia da fonti rinnovabili potrebbe risultare assai poco verde per l’ingente consumo di risorse idriche, delle quali il Sud del Paese scarseggia (per ogni kilo di idrogeno ci vogliono 9kg di acqua). Circa poi gli utilizzi industriali dell’idrogeno, riducente  in raffineria o per sintetizzare materie prime come ammoniaca e metanolo o anche per produrre polimeri viene spontanea la domanda se abbia senso estrarre il gas per elettrolisi a questi fini. Per arrivare alla neutralità climatica (emissioni nette zero di gas serra) sono necessarie scelte politiche e tecnologie perseguibili soltanto su base europea coordinata, nonché una condivisione internazionale del processo primario di decarbonizzazione.

Ecco un punto importante rispetto a quanto detto sopra circa l’idrogeno: potrebbe il suo utilizzo  trovare uno sviluppo proprio nell’ambito della decarbonizzazione del settore energetico, come alcuni recenti accordi industriali paiono confermare.Nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR),il programma che l’Italia deve inoltrare alla Commissione Europea nell’ambito del Next Generato on EU – -strumento per rispondere alla crisi pandemica provocata dal Covid19 -c’è un capitolo piuttosto breve dedicato al l’idrogeno dove, in via molto generale,si parla di produzione, distribuzione ed utilizzo di idrogeno verde, nonché di realizzazione degli elettrolizzatori.