Chimica, società, vaccini.

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Luigi Campanella, già Presidente SCI

Alla recente riunione del Consiglio Centrale della SCI ho avuto l’opportunità di partecipare ad una discussione, purtroppo per esigenze organizzative limitata nel tempo, relativa al dibattito in atto nel Paese circa l’obbligatorietà o meno di vaccinazioni.

Il tema è caldo: la politica ha tentato di scavalcare la scienza, in parte-per fortuna solo in parte- riuscendovi. Giustamente sono apparsi sulla stampa interventi di prestigiose ed eminenti istituzioni scientifiche e loro ricercatori, soprattutto medici, a difesa dei vaccini obbligatori. La domanda che è emersa in sede di Consiglio Centrale SCI è stata: è opportuno che una Società Scientifica non medica si pronunci su un tema così dibattuto e non strettamente di sua competenza? Mi permetto in questo post di focalizzare i motivi per cui la mia risposta a quella domanda non può che essere: sì è opportuno, utile e necessario. Innanzitutto la scienza non ha comparti stagni: i punti di contatto e le correlazioni sono presenti sempre avvicinando discipline a volte un tempo considerate lontane (si pensi ad archeologia e chimica,ad economia e matematica, a diritto e statistica).

La chimica tradizionalmente oltre a sviluppare una propria ricerca di scienza molecolare è stata considerata una disciplina di supporto (di servizio si diceva con irrispettosa espressione ) per molte altre: dalla medicina alla biologia, dalla geologia alla merceologia, dalla fisica all’antropologia. In passato talvolta questo ruolo non è stato riconosciuto così da perdere occasioni di progresso e di avanzamento. Noi stessi chimici mentre da un lato ci siamo lamentati per questi mancati riconoscimenti e delle resistenze e mancate permeabilità di alcune componenti scientifiche , dall’altro ci siamo impegnati a trovare sbocchi culturali alla nostra disciplina, che camminassero parallelamente alla riconosciuta importanza della chimica nella vita di tutti i giorni ed aprissero settori di studio poco esplorati. Così abbiamo fatto crescere il nostro patrimonio metodologico e tecnico offrendo modelli di approccio, metodi e strumenti avanzati di indagine per i ricercatori delle altre discipline. Nel caso della medicina è mia ferma convinzione che un contatto più stretto ed assiduo con la chimica avrebbe certamente giovato al progresso già esaltante di questa scenza. Per tutto ciò io credo che laddove questa correlazioni scientifiche e culturali ci siano si debba cogliere l’occasione di esprimere la nostra posizione. Che poi queste correlazioni ci siano nel caso dei vaccini mi pare quasi ovvio per numerose ragioni. Esistono settori della Chimica dedicati al tema: si pensi alla Chimica Biologica, in particolare all’Immunochimica,alla Chimica Farmaceutica; i vaccini sono sistemi complessi la cui composizione prevede la coesistenza con l’antigene di numerosi composti generalmente tutti a concentrazioni di sicurezza, ma da valutare integralmente; si tratta di associazioni di elementi che non esistono nei manuali dei materiali conosciuti; questi materiali sono in massima parte non biodegradabili, per cui una volta iniettati rimangono nel corpo laddove il sangue li ha trasportati; le particelle di dimensione ridotta possono venire incamerate da cellule ed interagire direttamente con il DNA danneggiandolo. Apprezzo quindi molto la proposta-che spero si concretizzi- del Presidente della SCI al Consiglio per creare un GdL che sintetizzi questi punti evidenziando gli aspetti chimici di un problema che è soprattutto medico, sociale, culturale.

Domani, 29 settembre, mi son svegliato e…

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Luigi Campanella già Presidente SCI

Il 29 settembre è diventata una data nota a molti in quanto ad essa è stata dedicata una popolare canzone degli anni 60.

A me piacciono le canzoni,  ma da buon ricercatore, quale spero di essere, non posso non ricordare che quella data è importante per tutto il mondo per ben altro motivo, è la data di nascita di Enrico Fermi, il ragazzo di via Panisperna e Nobel per la Fisica, nato a Roma nel1901, come si diceva, il 29 settembre. A lui di deve l’idea di utilizzare neutroni lenti per bombardare gli atomi dei diversi elementi. Giunto all’elemento più pesante, l’uranio, pensò di aver ottenuto elementi transuranici. In effetti successivamente ammise che gli esperimenti eseguiti da Hahn e Strassmann facevano pensare piuttosto alla disintegrazione dell’uranio. Non sono un fisico, ma mi sento di affermare che Fermi rappresenti l’icona dello scienziato, con mille interessi, curioso e razionale al tempo stesso, intuitivo e deduttivo. Si affermò rapidamente tanto da divenire cattedratico all’età di soli 25 anni, radunando attorno a sè nell’edificio di via Panisperna studiosi come Amaldi, Setti,Segre.

Nel 1938 gli fu assegnato il Nobel e da Stoccolma dove lo ricevette si trasferì negli USA, senza tornare in Italia, per evitare che le famigerate mai sufficientemente vitupefate leggi razziali fossero scontate da sua moglie ebrea. In effetti già prima di ricevere il NOBEL e di trasferirsi negli USA era stato affascinato dalle esperienze condotte sull’atomo da Hahn e Strassman per scinderlo, tanto che nella sua Nobel Lecture aggiunse, rispetto all’originaria versione, la seguente nota: la scoperta di Hahn e Strassmann (di cui abbiamo parlato in un recente post) rende necessario riesaminare tutta la questione degli elementi transuranici poiché molti di essi potrebbero essere dovuti alla disintegrazione dell’atomo. In ogni caso a riconoscimento e dimostrazione del successivo importante lavoro di Fermi e collaboratori negli USA tre anni dopo era pronta la prima pila atomica, che frantumando un atomo di uranio produceva energia, in effetti neutroni, che colpivano altri atomi in un processo controllato  a cascata. Questo successo nasceva però dal riconoscimento da parte di Fermi della misinterpretazione dei suoi esperimenti e dall’accettazione di quella data con l’apparecchiatura di Hahn e Strassmann. Oggi la Storia della Fisica riconosce questi diversi ruoli, anche sulla base delle attente  analisi condotte sui quaderni  di laboratorio del team di via Panisperna. Dopo questo successo, affascinato da Einstein e adulato da Roosevelt, prese la direzione scientifica dei laboratori di Los Alamos dove fu preparata la bomba che esplose nel vicino deserto-era il 16 luglio del 1945- paragonata dallo stesso Fermi per i suoi effetti a diecimila tonnellate di tritolo. Quello che avvenne dopo – un nuovo test sganciandola su  “una base militare” circondata da abitazioni (NdB cioè Hiroshima, il presidente Truman la definì così nel discorso del 9 agosto 1945)- non vide d’accordo nè Fermi nè Oppenheimer, il direttore tecnico di Los Alamos. La domanda che ancora oggi si sente formulare in relazione alle responsabilità ed alle terribili devastanti  conseguenze di quel lancio è: Fermi può essere considerato il padre della bomba atomica? La storia della scienza ci insegna che le scoperte non sono mai  merito di un solo ricercatore; ciascuno è sempre l’erede di precedenti studi  e  significative  collaborazioni. Credo sia  anche il caso di Fermi i cui studi partirono e comunque si appoggiarono a quelli di Born, Einstein, Heisenberg, Rutheford.

Quello che ancora oggi gli viene imputato è di avere diretto l’esperimento su Hiroshima e soprattutto di non avere mai sconfessato la sua creatura giustificandola come necessaria per la rapida fine della guerra ed il conseguente risparmio di altre vite umane. Sappiamo che neanche questo accadde perchè ci volle un’altra bomba su Nagasaki affinchè ciò avvenisse. Fermi credette  anche nell’energia nucleare come strumento in medicina contro i tumori in particolare. Le valutazioni di un ricercatore dinnanzi alle ricerche  che svolge possono scaricarne le responsabilità? E’ questa una domanda continuamente riproposta-al centro dell’Etica della Scienza-ma  ancora con risposte ambigue e discordanti.

altri post sul tema:

https://ilblogdellasci.wordpress.com/2018/06/07/la-storia-della-scoperta-della-fissione-nucleare-i-chimici-risolvono-un-problema-fisico-prima-parte/

https://ilblogdellasci.wordpress.com/2017/11/20/scienziate-che-avrebbero-dovuto-vincere-il-premio-nobel-lise-meitner-1878-1968/

https://ilblogdellasci.wordpress.com/2017/11/06/scienziate-che-avrebbero-dovuto-vincere-il-premio-nobel-ida-noddack-1896-1978/

https://ilblogdellasci.wordpress.com/2015/08/04/era-bario-davvero/

https://ilblogdellasci.wordpress.com/2015/10/29/quanta-chimica-ce-nelle-bombe-atomiche-3/

 

Vaccini, negazioni e Jenner.

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Luigi Campanella, già Presidente SCI

É dei nostri giorni il dibattito sulla obbligatorietà o meno delle vaccinazioni. Riflettevo su questo quando un mio amico mi ha dato un appuntamento a cena in un ristorante a via Jenner nella mia città. Qualcuno si chiederà quale sia il collegamento fra i due eventi. Il fatto è che io nella mia curiosità dinnanzi ai nomi delle vie dedicate a personaggi cerco sempre di raccogliere informazioni sugli intestatari, quando a me non noti.

 

Non mi vergogno di dire che lo stesso è avvenuto con Jenner e così ho potuto apprendere il grande contributo dato da questo studioso allo sviluppo della pratica protettiva basata sulla vaccinazione. Edward Jenner fu un medico inglese vissuto a cavallo fra diciottesimo e diciannovesimo secolo che per primo introdusse il vaccino contro il vaiolo.
Scriveva Voltaire che su 100 persone a quel tempo 60 contraevano questa brutta malattia ed in effetti tutta l’Europa fu vittima di questo morbo. Solo la peste nera in altri tempi aveva prodotto un maggiore numero di vittime.Eppure proprio quello è il tempo in cui Jenner, una mente scientificamente fertile, appassionata non solo alla propria disciplina,ma anche a Chimica, Fisica, Botanica fino all’Aeronautica, tanto da divenire costruttore di una mongolfiera.

(un riassunto della sua vita affascinante nel link in fondo all’articolo)
Era quello un periodo molto strano: da un lato l’illuminismo ed il razionalismo, dall’altro una medicina spesso basata su pressapochismo e ciarlataneria, condite da farmaci costituiti spesso da improbabili miscugli con nomi ambigui ed effetti imprevedibili e casuali, un’espressione della quale poteva considerarsi Cagliostro con il suo elisir di lunga vita o Mesmer con la sua vasca magnetica.
La grande scoperta di Jenner -non credo adeguatamente conosciuta- fu in effetti solo un’osservazione: le ragazze cinesi – un Paese la Cina che combatteva contro il vaiolo che si diffondeva- che lavoravano nei caseifici non si ammalavano. La spiegazione che diede Jenner al fatto osservato si basava sul fatto che le ragazze mungevano le vacche, finivano per contrarre un’eruzione e con essa si immunizzavano rispetto al vaiolo. Messa a punto l’ipotesi ecco , secondo le regole del metodo scientifico, la prova sperimentale. Cosi Jenner inoculò l’essudato dell’eruzione ad un amico disponibile che fu poi contagiato con il virus del vaiolo: il paziente non si ammalò. Era nata la vaccinazione strumento prezioso contro numerose malattie che si diffusero successivamente nel tempo. Da Pasteur a Sabin furono salvate centinaia di milioni di vite: ma queste vittorie fantastiche per l’umanitá spesso si scontrarono con ignoranza e pregiudizi, gli stessi che oggi ritroviamo in alcuni interventi del nostro tempo.
Se oggi molte gravi malattie sono state debellate è merito di persone come Jenner che hanno tracciato con intuito e studio paziente la via del progresso scientifico. Tale progresso non può essere osteggiato in assenza di controprove: come diceva Popper il compito dello scienziato con i suoi studi non é solo la conferma di una tesi, ma anche la smentita.
Ecco io credo che la lezione di Jenner che ho imparato a conoscere, apprezzare e ringraziare per quanto ha fatto sia proprio questa: la negazione va documentata al pari dell’affermazione.

https://it.wikipedia.org/wiki/Edward_Jenner

Nanoinnovation 2018.

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Luigi Campanella, già Presidente SCI

Torno a parlare del NANOFORUM (http://www.nanoinnovation.eu/2018 ) in corso dall’11 al 14 presso la Facoltà di Ingegneria della Sapienza a Roma non solo per l’importanza dell’evento, ma per focalizzare ancora una volta il peso e l’influenza delle nanoscienze sulla nostra vita di tutti i giorni, quindi sulla stessa qualità del nostro vivere quotidiano.

Il nanomateriale forse più noto, più studiato, più utilizzato è probabilmente il grafene. Per comprenderne la specificità e l’originalitá basta pensare che con esso la distribuzione degli atomi costituenti perde una delle tradizionali 3 dimensioni delle molecole che rappresentiamo nello spazio: il grafene è un composto bidimensionale, si sviluppa cioè sul piano. Esso è costituito da un singolo strato di carbonio dello spessore di un solo atomo:lo possiamo immaginare come uno strato tipo millefoglie,tanto per addolcire una spiegazione tecnica. Questa caratteristica sin dalla sua scoperta l’ha fatto individuare come un materiale prezioso con aspettative rispetto ad esso confrontabili con quanto atteso da materiali naturali che hanno segnato la storia della nostra civiltà (bronzo, ferro, acciaio, silicio). Al grafene è correlato il premio Nobel ai 2 russi (Geim e Noviselov) che con i loro studi sul comportamento degli elettroni nello spazio a 2 dimensioni hanno di fatto aperto la corsa alle possibili applicazioni del grafene stesso, che sono risultate così molteplici e speciali da assegnare al grafene stesso la denominazione di supermateriale. Come accade in genere per gli strati sottilissimi è trasparente, flessibile, conduttore elettrico (anzi in effetti il grafene è un superconduttore) e termico, ma al contrario  di essi è resistentissimo, impermeabile a gas e liquidi. Una proprietà quasi unica è quella di interagire con luce di qualsiasi lunghezza d’onda e quindi colore.Volendo confrontarlo con i materiali a noi noti si può dire che il grafene si comporta similmente ad una gomma.

Gli studi sul grafene sono stati condotti in tutto il mondo e l’Europa ha addirittura lanciato il”graphene flagship”, un consorzio con un miliardo di euro a disposizione, tanto che simulando la Silicon Valley,ci si riferisce all’Europa come alla Graphene Valley. Non si deve credere che la struttura bidimensionale del grafene sia unica: esistono migliaia di composti con questa caratteristica, il grafene è solo il capostipite più conosciuto.

Come si diceva queste proprietà sono state già sfruttate in molte applicazioni e di certo lo saranno in molte altre.

Le applicazioni già mature sono nei campi

-delle batterie con innovazioni che migliorano dimensioni, potenza e ciclo di vita

-delle telecomunicazioni nel passaggio dal 4G al 5G

-della sensoristica applicata alle tecnologie di portabilità ( vestiti e imballaggi) per il controllo ai fini ambientali ed igienico sanitari

-della sicurezza alimentare con la realizzazione di etichette intelligenti.

La produzione del grafene è oggi possibile a livelli di tonnellate o chilometri, ma resta il problema della diversificazione del prodotto in funzione dell’applicazione.

La ricerca è però molto attiva , anche in Italia presso l’Università di Pisa, i Politecnici di Torino e Milano, il CNR ed anche imprese privati e certamente arriveranno le risposte a molte delle attuali domande.

Cloaca Massima.

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Luigi Campanella, già Presidente SCI

Il concetto di Bene Culturale si é molto evoluto nel tempo. Dapprima soprattutto statue, palazzi, quadri; oggi anche siti ambientali, strumenti scientifici ed altro ancora frutto dell’ingegno e dell’intuito umani. Oggi da chimico suggerisco una visita ad un bene culturale ed ambientale di insolita natura: intendo parlare della Cloaca Maxima, la regina di tutte le fogne, la più antica della vecchia Roma, ancora percorribile e visitabile, vero Museo dell’ingegno umano.

E’ nata per merito di Tarquinio Prisco e soprattutto dei suoi tenici per proteggere dall’inquinamento alcune zone della vecchia Roma (Foro, Suburra) convogliando i rifiuti conferiti verso il Tevere. Risale al settimo secolo a.C. ed é ancora in buone condizioni, soprattutto in relazione alla sua più che bimillenaria età.

La sua altezza era all’origine  di circa 3 m per una larghezza di 2, poi estesa ad oltre 4 m. Si sviluppava in massima parte sotterranea, ma-come alcune metrolitane del ns tempo-erano in essa presenti tratti alla luce del sole. Erano previste regolari attività di spurgo e di pulizia che ne hanno garantito il funzionamento per oltre un millennio, purtroppo anche come tomba per quanti – imperatori e cittadini-hanno chiesto di venirvi sepolti. Oggi se ne possono visitare spezzoni a via Cavour; nel Foro Romano, al Foro Boario ed allo sbocco al Tevere presso il Ponte Rotto.

Il collettore raccoglieva acque bianche ed acque nere senza alcuna differenziazione. Nell’ottocento con la confluenza della Cloaca Maxima nella rete fognaria urbana ovviamente le cose sono cambiate. Anche l’architettura della fogna è interessante e tenicamente apprezzabile con la correlazione fra muri tufacei e blocchi regolari a parallelepipedo fino ai fregi che arricchivano i suoi tombini, il più famoso e conosciuto dei quali è presso la Bocca della Verità, a S.Maria in Cosmedin, dove i turisti infilano la mano. Si pensi che i resti di queste preziosità sono stati la ricompensa pattuita con la Ditta americana che a metà novecento drenò il fiume. Malgrado rappresenti un patrimonio culturale di immenso valore che ha ispirato nei secoli autori e pittori (ad esempio il quadro di S.Sebastiano gettato nella Cloaca, esposto al Getty Museum di Londra)-si pensi che i massi utilizzati per la sua costruzione sono considerati i più antichi di queste dimensioni- non è mai stato neanche progettato uno studio articolato e sistematico della Cloaca Maxima. Credo che un progetto di tale natura troverebbe anche nella nostra comunità chimica sostegno culturale, supporto tenico-scientifico e convinta adesione.

Acqua di mare in vendita.

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Luigi Campanella, già Presidente SCI

Una recente notizia ci informa circa la messa in vendita da parte di una ditta spagnola (vedi NdP) di acqua di mare ultrafiltrata o alternativamente purificata e rivitalizzata  per ovvii motivi di sicurezza igienica che non sarebbe garantita da acqua di mare non trattata. Nella sua composizione compaiono alte quantità di sostanze minerali come potassio, magnesio, ferro, iodio. Quali le possibili applicazioni di un acquisto di tale genere che ne possono giustificare la commercializzazione?

L’acqua di mare in vendita, “100% naturale” costa come e più dell’acqua minerale.

Innanzitutto gastronomiche utilizzando quest’acqua in luogo di quella corrente per la cottura soprattutto di pesce, ma anche per produrre pane ed originali birre o per essere utilizzata negli alimenti in luogo del sale. Ma non solo: anche salviette rinfrescanti, soluzioni per la pulizia interna delle orecchie proteggendole dalla dannosa presenza di cerume sono applicazioni dell’acqua di mare.

Da chimici è logico porgersi qualche domanda circa la relazione fra le proprietà chimico fisiche dell’acqua di mare ed i suoi usi, ovviamente accettato il principio della necessaria purificazione prima di qualsiasi impiego che la porti a contatto con l’organismo umano.
Vediamo insieme di analizzare questa matrice per capirne anche le potenzialità.

Si tratta innanzitutto di una soluzione matura e stabilizzata quindi capace di rilasciare il soluto senza alcuna resistenza al trasferimento di massa. Essendo poi una soluzione a concentrazione variabile, ma intorno mediamente a 35 g/l essa risulta influenzata dall’effetto sale (se fosse a concentrazione tripla l’effetto prevalente sarebbe quello salatura con risultati completamente diversi); questo effetto comporta un aumento della solubilità in essa di tutte le specie ioniche; inoltre la capacità del sale puro a coordinare l’acqua rappresenta un inconveniente alla sua assunzione diretta – si producono essiccazioni ed indurimenti e, nel caso di assunzioni da parte dell’uomo, aumento della pressione che obbliga gli ipertesi a mangiare sciapito – inconveniente ridotto nel caso dell’impiego di soluzioni che, a parità di quantità di soluto, producono un maggiore effetto sul gusto salato.
Quindi, in questo senso, l’acqua di mare di fatto contribuisce a tenere bassa la pressione sanguigna. Ma l’acqua di mare è anche antibatterica e stimolante del metabolismo; aiuta a respirare meglio e chi soffre di reumatismi , dolori articolari, problemi alla tiroide. Il paese che in passato ha maggiormente sviluppato le applicazioni dell’acqua di mare è stato la Francia; oggi il maggiore consumatore di acqua di mare è il Nicaragua. L’ acqua di mare, resa isotonica,  è molto simile al liquido interno che circonda le nostre cellule; secondo alcuni si può anche usare nelle trasfusioni. E’ il miglior mezzo di coltura: solo in quest’acqua vivono i globuli bianchi (esperimento realizzato 100 anni fa e riprodotto all’Università di Alicante nel 2012).

L’ acqua marina per certi aspetti può essere considerata complementare all’acqua minerale  naturale perché possiede alcuni elementi presenti anche nel nostro organismo, ma non nelle acque minerali ed alcuni microorganismi che vengono rilasciati, che giustificano l’azione antibatterica a cui più sopra si accennava e che inducono alcuni a ritenere che la igienizzazione dell’acqua di mare debba essere un intervento controllato. Tra  i più interessanti benefici dell’acqua di mare c’è anche quello che riguarda il drenaggio dei liquidi, da essa favorito grazie ad un processo di osmosi. Questo spiega perchè fare il bagno in questa acqua regala molti vantaggi sia per la salute della pelle, sia per l’azione vitalizzante e detergente.
Voglio concludere con una riflessione: avremmo un tesoro gratuito, invece lo degradiamo e poi lo ricompriamo a costi improponibili!

Riferimenti
https://www.dazebaonews.it/breaking-news/49168-l-acqua-marina-un-bene-comune-a-costo-zero-dai-vantaggi-incredibili.html

http://web.ua.es/es/actualidad-universitaria/octubre2012/octubre2012-22-28/un-
estudio-de-la-universidad-de-
alicante-revela-que-el-agua-de-mar-activa-el-sistema-inmunologico-y-ejerce-un-efecto-protector-reforzando-el-organismo.html

https://en.wikipedia.org/wiki/Seawater

NdP Esistono parecchi marchi di acqua di mare in Spagna ma anche in altri paesi europei e anche in Italia, con base di estrazione in Sardegna.

Equilibrio delle risorse.

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Luigi Campanella, già Presidente SCI

Più volte anche in questo blog si è parlato dell’oro blù, l’acqua raccomandandone l’utilizzo responsabile e la disponibilità crescente. E’altrettanto vero che spesso abbiamo affrontato il tema dei cambiamenti climatici e delle bombe d’acqua che spesso li caratterizzano.

Due facce della stessa medaglia:mancanze ed eccessi della stessa preziosa sostanza, che ci obbligano a riflettere sulla mancata capacità dell’uomo a convogliare in misura equilibrata le risorse naturali. Ora però giunge un nuovo allarme: le bombe d’acqua non sono sufficienti, proprio per la loro disomogenea distribuzione nel tempo e nello spazio, per garantire all’agricoltura la necessaria contribuzione alle risorse alimentari. Così in Svizzera, un paese a noi così vicino, portano con gli  elicotteri l’acqua ai campi aridi ed in Austria e Germania i tempi della vendemmia sono stati anticipati proprio per l’aridità. Il problema è comunque planetario: in Argentina della caduta del PIL è responsabilizzata la ridotta produzione agricola correlata alla siccità, in Australia si sta attraversando una  crisi idrica senza precedenti, in Sud Africa cercano soluzioni tecniche per una  crescente aridità e fra quelle offerte dai  consulenti colpisce quella di trasportare un iceberg dall’Atlantide del peso di 500  mila tonnellate. La difficoltà principale della proposta è stata  individuata nella forma dell’iceberg che possa garantirne la stabilità durante il trasporto. L’idea è merito del capitano Nick Sloane, lo stesso  che ebbe  l’incarico del recupero del relitto dellaCosta Concordia all’isola del Giglio.

(http://www.dire.it/03-07-2018/217574-sudafrica-iceberg-polo-sud-siccita-nick-sloane/)

Riflettendo però si deve concludere che l’idea non è poi così nuova: le piattaforme petrolifere temono gll iceberg e quando li hanno vicini provvedono al loro spostamento,anche se si tratta di dimensioni  minori. Tornando al Sudafrica c’è anche da affrontare la conservazione dell’iceberg trasportato e la sua fusione modulata e modellata, ma da quanto   viene comunicato sembra che siano disponibili soluzioni per entrambi i problemi. Quanto fin qui detto ci fa riflettere sulle ripetute similitudini  circa il valore prezioso dell’ energia rinnovabile e dell’acqua: la ragione prima di tale preziosità è probabilmente da attribuire alla difficoltà di accumulo; gli eccessi non sono utilizzati per  coprire le carenze. Forse una delle sfide del futuro prossimo è proprio nelle tecnologie di accumulo che consentano una distribuzione equilibrata delle risorse nel tempo e nello spazio.