Probiotici si o no?

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Luigi Campanella, già Presidente SCI

Dalle barrette alle polveri proteiche i probiotici hanno avuto in quest’ultimi tempi un vero e proprio boom a favore della salute in tutti i gusti di alimenti. Consumando questi benefici batteri se ne ricevono vantaggi in molte delle funzioni del nostro organismo, dalla digestione alle funzioni del cervello;ma senza alcun riguardo rispetto a quali forma e dimensioni di questi probiotici siano da preferire.In molti casi però le persone non traggono da essi il vantaggio atteso ed addirittura in qualche caso specifico possono ricavarne dei danni. Alcuni studi di recente pubblicati sul giornale Cell indagano proprio questo, il rapporto fra benefici e danni che possono derivare dal loro uso incontrollato. E’ stato così dimostrato che in molte persone il tratto gastrointestinale rigetta probiotici generici prima che essi possano cominciare ad agire. Ancora peggio nella competizione microbiologica i probiotici somministrati possono prevenire il ristabilirsi dell’equilibrio probiotico naturale,possibilmente compromesso, ad esempio, a seguito dell’assunzione di antibiotici. Questo significa passare da una filosofia del compra e consuma rivolta a generici probiotici commerciali ad una più personalizzata. Questo non significa un ridotto interesse verso i probiotici tenuto conto del fatto che, a maggior ragione nella nuova visione, vantaggi certamente ne derivano dal loro uso, tanto è vero che il 60% dei medici li consigliano e 4 milioni di americani-è l’unica statistica sul tema che ho trovato- li consumano.

Dal fatto che molti di essi siano venduti come supplementi alimentari e non siano soggetti alle restrizioni e regolamenti delle agenzie del farmaco potrebbe derivare una corrispondenza non garantita fra realtà e quanto dichiarato dai produttori:lo studio sembra superare questo rischio in quanto probiotici testati realmente contenevano le culture,fino a 11 insieme, dichiarate. Quella che invece cambia è la risposta individuale che può essere di accettazione o di espulsione dei probiotici somministrati in ragione del proprio patrimonio naturale probiotico già presente. E’ quindi una combinazione del microbioma naturale, di quello aggiunto e del sistema immunogenetico umano a determinare lo specifico stato di una persona rispetto alla resistenza e alla colonizzazione da parte dei probiotici. E’ stato poi anche rilevato che in molti casi le componenti colturali di un probiotico si comportano in modo diverso, positive alcune, negative altre. Infine nei test eseguiti è emerso che il trattamento prolungato nel tempo con probiotici può produrre danni rispetto alla rigenerazione del patrimonio batterico, anche dopo 6 mesi dall’assunzione.

https://www.cell.com/cell/pdf/S0092-8674(18)31102-4.pdf

La coperta.

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Luigi Campanella, già Presidente SCI

La coperta delle risorse naturali è corta e il benessere dell’umanità è minacciato dal riscaldamento del clima; per fortuna abbiamo già a portata di mano tutti gli strumenti necessari per uno sviluppo sostenibile. Lo annuncia Paul Hawken, padre del “capitalismo naturale”, dalla cui opera è nato il concetto di Green Economy.

Hawken e il suo team di 70 scienziati e economisti hanno compilato un elenco delle cento soluzioni più efficaci per combattere l’effetto serra, dando al tempo stesso una spinta all’economia globale. Da questo studio è nato un libro “Drawdown” (Penguin), che trae il titolo dal momento nella storia in cui la concentrazione di gas a effetto serra in atmosfera comincerà a calate. Un momento che, procedendo nella direzione attuale, potremmo non raggiungere mai.

Dice Hawken :“Nessuno dei modelli stilati finora dalle istituzioni impegnate nella lotta ai cambiamenti climatici o da scienziati indipendenti è in grado di raggiungere quel momento, perché tutti si occupano principalmente di energia. Al massimo, riescono ad ottenere l’inversione del trend delle emissioni, ma non un calo della CO2 già emessa in atmosfera. Partono dal presupposto che arrivando al 100 per cento di produzione energetica da rinnovabili avremo risolto il problema, ma non è vero. Ci sono altri campi oltre all’energia, dal cibo agli edifici, dall’utilizzo del territorio all’istruzione delle donne, che sono altrettanto importanti. Tra le novità più sorprendenti che abbiamo scoperto, dopo aver analizzato tutti i dati e superata la revisione di altri scienziati, c’è l’importanza del ruolo delle donne. Mettendo insieme l’impatto dell’istruzione femminile e quello della pianificazione familiare si scopre che l’educazione delle bambine sta in cima alla lista delle azioni contro i cambiamenti climatici, perché facendola avanzare da qui al 2050 avremmo 1,1 miliardi di persone in meno rispetto al trend attuale, con tutte le conseguenze positive sui minori consumi di risorse. L’eliminazione degli sprechi alimentari e la diffusione di una dieta ricca di proteine vegetali invece che animali (ma non completamente vegetariana) sono altri contributi per salvare il nostro pianeta.

Per ottenere una vera inversione di tendenza lo sguardo va allargato a tutte le attività umane:si pensi che l’allevamento di animali da macello produce globalmente la stessa quantità di emissioni di tutte le centrali elettriche del mondo.

In ogni caso però il primo posto in graduatoria per efficacia, è occupato dalla

-definitiva messa al bando degli idrofluorocarburi dagli impianti di refrigerazione;la sostituzione con altri refrigeranti, in base all’accordo firmato l’anno scorso da oltre 170 Paesi, comincerà quest’anno e proseguirà fino al 2028, ma è essenziale che gli impianti siano svuotati correttamente, perché il 90 per cento delle emissioni avvengono a fine vita.

-la fotosintesi, quindi si tratta di fermare la deforestazione, avviare progetti di massa per ripiantare moltissimi alberi e riconvertire i pascoli con sistemi silvo-pastorali , in cui si alleva il bestiame su terreni alberati, con ottimi risultati sia per gli animali che per l’ambiente. Sono tutte azioni semplici quelle che suggeriamo-conclude Hawken– non c’è bisogno di rompersi la testa per applicarle”.

Industria farmaceutica italiana prima in Europa.

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Luigi Campanella, già Presidente SCI

La recente notizia del superamento da parte dell’Italia del gigante Germania per quanto riguarda la produzione di farmaci – per esattezza 31,2 miliardi contro 30,1-non può che essere al tempo stesso motivo di soddisfazione e di riflessione. La soddisfazione deriva soprattutto dai caratteri di questo sorpasso da ascrivere all’export italiano nel settore cresciuto da 1,3 miliardi nel 1991 agli attuali 24,8 miliardi,di fatto il 55 % dell’export hi tech del Paese:tale dato è indicatore della fiducia che i farmaci prodotti in Italia riscuotono nel mondo. Tale soddisfazione deriva anche dalle statistiche in termini di allungamento della vita media-quasi 10 anni dal 1978 ad oggi – e di ridotta mortalità per le prime 5 cause di decesso (malattie del sistema cardiocircolatorio, tumori, malattie del sistema respiratorio, patologie dell’apparato digestivo, HIV/AIDS). A tale soddisfazione non può però non accompagnarsi una riflessione:come nello stesso Paese tali descritte eccellenze coesistano con zone d’ombra e con situazioni di crisi?

Di recente il dibattito su Industria 4.0 ha messo a fuoco quali siano le innovazioni e le direttrici di questa nuova concezione industriale. Se si va ad esaminarne i contenuti non si può fare a meno di osservare che l’industria farmaceutica è stata quella che più li ha interpretati e realizzati. Molti paradigmi dell’ ìndustria farmaceutica sono mutati dall’anno zero, quello cruciale del 1978, nel quale nacque il Servizio Sanitario Nazionale. Negli ultimi 10 anni grazie all’accelerazione tecnologica supportata dalla rivoluzione digitale e dai Big Data le innovazioni hanno trasformato il mondo dei farmaci, che non sono più solo un prodotto, ma fanno parte di un processo di cura più complesso ed interconnesso a diagnostica di precisione, sensoristica, medical device e kit. Tale innovazione per tornare a vantaggio della filiera richiede che i singoli operatori si integrino a sistema, come appunto industria4.0 sostiene., e un sistema per funzionare deve basarsi su regole certe, stabili e condivise, su modelli nuovi di finanziamento, su partecipazione e comunicazione inside e outside continue ed attive.

Credo che uno dei grandi meriti dell’industria farmaceutica sia proprio nell’avere in parte anticipato i tempi pervenendo alla configurazione anzidetta pure nelle difficoltà correnti.

Due questioni in particolare bene interpretano industria 4.0 con riferimento alla farmaceutica: con la serializzazione, la piena attuazione della direttiva sulle falsificazioni di farmaci e la condivisione con le altre associazioni di categoria della ottimizzazione del trasporto nel pieno rispetto della buona pratica di laboratorio. La serializzazione – volgarmente assimilabile alla tracciabilità – segna nel campo dei farmaci una vera e propria rivoluzione: non si tratta solo di produrre e gestire , ma di attuare un sistema di verifica sull’intero ciclo di vita del prodotto (produzione, trasporto, immagazzinamento, vendita, consumo). Per quanto riguarda il secondo punto, il trasporto, si pensi che quello di farmaci rappresenta l’8% del totale trasportato e che da disfunzioni di esso derivano problemi alla distribuzioni con interruzioni o alterazioni che possono mettere in pericolo la vita di malati. Sono due esempi di come fare sistema comporti avanzamenti nella soluzione di problemi anche gravi. Tornano ancora una volta i capisaldi di Industria 4.0 : sicurezza,comunicazione e partecipazione, digitalizzazione. Chi si adegua prima -seguendo l’esempio della farmaceutica – sopravvive meglio e ha più possibilità di crescere, come la farmaceutica stessa ha dimostrato. Anche la Chimica sta percorrendo la stessa strada:dopo la Chimica 1.0, quella del carbone ,la Chimica 2.0, quella del petrolio, la Chimica 3.0,quella delle specialties, siamo alla Chimica 4.0 quella della digitalizzazione, che rende continuo lo scambio di dati fra utente ed utente, fra utente e macchina, superando la discontinuità di Chimica 3.0. Da questa conoscenza scambiata, da questa partecipazione globale nascono le banche dati ed i Big data ai quali prima si accennava sul piano gestionale e nasce il contributo della Chimica all’economia circolare che sostituisce il modello lineare. La circolarità è una caratteristica che si basa sullo partecipazione ad un anello : si riceve (conoscenza e materia) e si offre lo stesso tipo di merce.

Il processo di progressiva trasformazione dell’industria simbolizzato dalla sigla Industria 4.0 interessa l’economia e la società e richiede la formazione di nuove professionalità. Ecco perché l’università viene coinvolta in misura significativa. Fa piacere quindi osservare che qualcosa si muove nella direzione di una collaborazione fra atenei ed imprenditori. In questa logica si è costituito a Milano il Made, nuovo Centro di Competenza guidato dal Politecnico e nato con l’obbiettivo di fornire alle imprese , in particolare di piccola e media dimensione, tre specifici servizi: orientamento, formazione, supporto a progetti di innovazione. Dispone di 2000 mq e sarà organizzato in isole multifunzionali dove le imprese costituenti il Made mostreranno ad altre imprese cosa sia possibile fare con le nuove tecnologie (realtà aumentata, robotica, tecnologie di Big data e Cybersecurity), gettando le basi per indurre queste ad entrare nel Centro o a divenirne clienti. I partner del Centro sono 39,sia pubblici che privati, fra i quali 4 atenei, l’Inail ed alcune istituzioni di ricerca. Quello della formazione è proprio il punto debole di un altro settore delle attività antropiche, l’agricoltura. Oggi non si può parlare,al contrario dei settori di cui prima si è discusso,di agricoltura 4.0. L’agricoltura italiana conserva ancora per certi aspetti la dimensione artigianale:è in limite di cultura che solo si può superare con una formazione adeguata degli addetti,che li renda in grado di confrontarsi con sensori, algoritmi, GIS. I giovani devono essere incoraggiati su questa strada: siano bene accolti quindi start up e spin off. Ancora una volta l’università è chiamata in causa:risponda presente, è in gioco il futuro del nostro settore più tradizionale

Nanoparticelle da batteri, funghi e estratti vegetali.

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Luigi Campanella, già Presidente SCI

Le nano-scienze studiano i materiali nelle componenti più piccole di cui sono composti, quindi a livello atomico e molecolare. Alcune delle applicazioni più moderne ed attuali dei nano-materiali sono la protezione da scritte e graffiti di vetri, carrozzerie, pannelli pubblicitari, l’azione di contrasto allo sporco ed all’umidità su superfici di vetro o specchio; l’azione idrorepellente, l’attività antivegetativa su imbarcazioni e cabine marine.

Per grandi applicazioni si utilizzano dispersioni delle nanoparticelle in alcool; tali applicazioni sono sempre più diffuse e variate, allargando i campi di interesse e di studio. Alcune nano particelle hanno dimostrato proprietà di inibizione della crescita di microorganismi, altre sono state applicate alla decontaminazione delle acque reflue da uranio. Tutto ciò mette in evidenza come le nano-particelle rappresentino promettenti opzioni per la chimica sostenibile. In alcuni casi, la maggior parte in realtà, la loro preparazione comporta metodi e processi non ecocompatibili; da qui l’importanza di superare questo limite con metodi di sintesi delle nanoparticelle che siano riconducibili alla green chemistry.

Nasce così la nanotecnologia verde come combinazione delle nanotecnologie con la chimica verde, che punta a creare nano-materiali sostenibili e sviluppare applicazioni per ridurre i residui dannosi a salute ed ambiente da smaltire. Il risanamento di terreni inquinati è uno dei problemi che rientrano in questa casistica. Questo può avvenire in situ senza la necessità di scavare ed ex situ con rimozione del terreno seguita da trattamento adeguato in condizioni controllate. La nanotecnologia verde ha trovato applicazioni proprio nei metodi di risanamento in situ, ovviamente i più ambiti per la maggiore semplicità operativa. Il primo aspetto da considerare per dare credito al carattere green è quello relativo alla preparazione/sintesi rispettosa di ambiente e salute. Le sintesi tradizionali avvengono per via chimica, che può essere con tecnologia tradizionale o con tecnologia green: nel primo caso si utilizzano spesso solventi tossici e condizioni sperimentali estreme, consumi energetici elevati, mentre nel secondo caso si impiegano reagenti green, per lo più estratti naturali, condizioni ambientali miti, catalisi chimica con ridotti consumi energetici. Successiva alla sintesi è la caratterizzazione che avviene con tecniche diverse XRD, UV, FTIR.

Sono note due classi di nano-materiali ,l’organica e l’inorganica, la prima costituita principalmente da carbonio, la seconda da metalli nobili come l’oro e l’argento. Un’altra classificazione distingue le nano-particelle in naturali, sintetiche, ingegnerizzate, a seconda della loro origine; quelle metalliche rientrano in quest’ultima classe.

I microrganismi hanno talvolta la capacità di ridurre gli ioni metallici conducendo alla sintesi di materiali in nanoscala; ciò avviene attraverso l’azione di enzimi extracellulari secreti dai microorganismi. I batteri hanno una speciale affinità per i materiali e questa proprietà di legarli li rende particolarmente utili nel nanobiorisanamento. Oltre ai batteri analoghi usi hanno i funghi ed i lieviti, questi ultimi in particolare nei casi di sintesi di grandi quantità di nano particelle, in ragione dell’elevato contenuto proteico di questi microorganismi. Infine in letteratura si trovano molti esempi di sintesi di nanoparticelle a partire da estratti di piante. Esistono numerosi articoli nella bibliografia scientifica che, in funzione delle nano particelle che si vogliono sintetizzare, indicano la piante o il microorganismo più idoneo.

Alcuni esempi: per la sintesi di nanoparticelle di argento i microrganismi o le piante più adatti sono il lievito del pane, lo staffilococco, la magnolia,la trigonella e il ficus; per quelle di oro aspergillus penicillium ed eucalipto; per quelle di ferro escherichia coli, papaya, tè verde, rosmarino.

Questo fra l’altro getta luce sulla pretesa di alcuni che le nanoparticelle che si ritrovano nei cibi o nell’ambiente siano tutte sintomo di inquinamento. Non sembra sia così e secondo alcuni anzi talune nanoparticelle hanno un ruolo nella crescita delle piante. Diciamo che c’è molto da studiare.

Dopo la loro caratterizzazione le nanoparticelle vengono applicate al nanorisanamento del sistema in cui è richiesto di abbattere la concentrazione di composti pericolosi per l’uomo e per l’ambiente. L’azione delle nano particelle si può esplicare attraverso l’adsorbimento con conseguente rimozione dei composti adsorbiti o attraverso la loro proprietà di donatori elettronici che comporta una reazione con le specie ioniche metalliche e con gli elettronaccettori con la trasformazione di questi in specie meno tossiche; tale minore tossicità auspicata deve essere però testata.

Alcuni dei problemi che assillano queste nuove tecnologie sono la perdita di attività nel tempo delle nanoparticelle, il trasporto di queste, l’azione tossica nei confronti dei biocatalizzatori, spesso indispensabili per lo sviluppo di una reazione. I microorganismi del suolo ,ad esempio, sono estremamente importanti per il ciclo naturale dei nutrienti nell’ambiente, proteggendo anche il suolo da eventuali composti contaminanti. Dovendo decidere sul metodo più adatto per risanare un sito contaminato vanno tenuti in conto numerosi aspetti, quali l’efficienza, la complessità, il rischio, la disponibilità di risorse, il tempo necessario, giungendo alla conclusione che non esiste un metodo che soddisfi completamente ed inducendo quindi la convinzione di ricorrere ad una multi-tecnologia.

Alcuni riferimenti.

Nanochem Res 3(1): 1-16, Winter and Spring 2018

Sustainability 2018, 10, 913; doi:10.3390/su10040913

J Nanomed Nanotechnol
 Volume 5 • Issue 5 • 1000233


­ M.H. Siddiqui et al. (eds.), Nanotechnology and Plant Sciences,
DOI 10.1007/978-3-319-14502-0_2

Anshup A, Venkataraman JS, Subramaniam C, Kumar RR, Priya S, Kumar TS, Omkumar RV, John A, Pradeep T. (2005). Growth of gold nanoparticles in human cells. Langmuir, 21 11562–11567.

Chaudhuri GR, Paria S. (2012). Core/shell nanoparticles: classes, properties, synthesis mechanisms, characterization, and applications. Chem Rev, 112 (4) 2373-433.

Dwivedi AD, Gopal K. (2010). Biosynthesis of silver and gold nanoparticles using Chenopodium album leaf extract. Colloids Surf A Physicochem Eng Asp, 369 (1–3) 27–33.

Iravani S. (2011). Green synthesis of metal nanoparticles using plants. Green Chem, 13 2638–2650. Iravani S. (2011). Green synthesis of metal nanoparticles using plants. Green Chem, 13 2638–2650.

Economia e conoscenza.

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Luigi Campanella, già Presidente SCI

La definizione non è mia ma di Paul Romer, premio Nobel per l’Economia 2018, a cui ha dedicato un bellissimo articolo Cesar Hidalgo.

La frase a cui mi riferivo è la seguente: “A differenza dei fattori classici di produzione,come il capitale ed il lavoro, la conoscenza è un bene non competitivo, ovvero può essere condiviso senza che si consumi e quindi come tale potrebbe effettivamente aumentare a livello pro capite, così costituendo il segreto della crescita economica.”

Il modello elaborato negli anni 90 ha affascinato molti giovani che hanno seguito con passione le orme dei maestri. 3 di loro hanno pubblicato un articolo divenuto un caposaldo di questa teoria ed il cui fuoco era sulla diffusione geografica della conoscenza : con una tecnica di corrispondenza , di abbinamento, ad ogni brevetto se ne può accoppiare un altro gemello. Confrontando i 2 brevetti gemelli è possibile verificare come la loro capacità di essere diffusi e conosciuti risenta in misura determinante della vicinanza geografica.

Questa conclusione impone di discutere perchè questo sia un limite ad una conoscenza che Romer aveva giudicato infinita. Per comprendere questo apparente contrasto sono stati svolti ampi dibattiti giungendo alla conclusione che il mondo di internet che sembrava destinato a decentrare i centri di conoscenza, quasi a fare svanire le città, invece non funzionava da elemento uniformante ma al contrario differenziante sempre di più. Un ulteriore elemento a giustificazione di quanto rilevato era rappresentato dalla coautorialità, un vero cappio della geografia intorno al collo della conoscenza. C’era poi un aspetto più generale. La conoscenza è trasportabile, può essere resa disponibile a tutti, ma non è trasferibile in toto: un chimico, quale io sono, sa di chimica, ma può non sapere di musica o sport e viceversa.

La misura della conoscenza totale non ha perciò senso rispetto a quella della conoscenza riferita a ciascuna attività economica. Vale certo il principio della correlazione; l’eventualità che un’economia entri in un certo mercato aumenta a seconda della correlazione fra quell’economia e quel mercato. Nella misura del totale della conoscenza in un’economia, portata avanti successivamente dalla stessa scuola, i rilievi non tenevano conto della correlazione, ma del grado di intensità. Confrontando esiti della misura per Paesi diversi si arriva alla conclusione che i Paesi con maggiore conoscenza totale erano anche i più ricchi: Singapore, ad esempio,con 4 milioni di abitanti, ha una conoscenza totale superiore all’Etiopia con i suoi 80 milioni di abitanti. La conoscenza produttiva non deve necessariamente correlarsi alla popolazione, è una quantità pro capite. Si intravede una delle tesi di questo tipo di studio: la conoscenza intesa come il nuovo PIL.

Per approfondire:

https://blogs.scientificamerican.com/observations/the-rise-of-knowledge-economics/

Rivoluzione X.0

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Luigi Campanella, già Presidente SCI

Cambia la società, cambia l’industria. I numeri puntati seguiti dallo 0 sono un must del nostro tempo: industria 4.0, Internet 3.0, Chimica 3.0.https://blog.castuk.com/2018/01/30/value-architects-are-you-ready-for-the-4th-industrial-revolution/

Sostanzialmente volendo riassumere queste trasformazioni in un’unica espressione potremmo parlare di informatizzazione e comunicazione partecipata della società. Il rapporto all’interno ed all’esterno delle aziende, finanche al livello familiare, è ormai affidato alle intelligenze artificiali, ai big data, alla trasmissione telematica. Ciò da un lato crea opportunità, apre nuove strade, dall’altro produce effetti che possono essere devastanti in tema di privacy.

https://www.reddit.com/r/forwardsfromgrandma/comments/7wnf81/5g_is_deep_state/

Per questo cambiano le professioni ambite e la più richiesta di tutte è proprio quella di esperto in cyber security, come gli esperti di blockchain, una specie di internet delle transazioni. Se poi si tiene conto del fatto che ogni ora vengono caricati nel mondo 2,8 milioni di foto su Instagram, postati 24 milioni di tweet, visualizzati 248 milioni di video su YouTube, si comprende facilmente come un’altra professione ambita debba essere il data scientist, cioè gli esperti capaci da questa pletora di dati di estrarre informazioni redditizie. Nei prossimi anni serviranno sempre più esperti di tecnologie informatiche, Oltre alle 3 professioni citate sono perciò richiesti gli esperti di intelligenza artificiale e machine learning (le macchine imparano dall’esperienza intesa come reiterazione di input e stimoli).i meccatronici , nuove figure del mercato professionale che nascono dalla fusione fra tecnico di automazione industriale, tecnico informatico e tecnico elettronico e progettano e realizzano sistemi di controllo automatico, gli esperti di realtà virtuale, gli esperti di Internet delle cose (le cose prendono vita), gli esperti di usabilità, fondamentali per la crescita delle vendite.Illustration by Jack Reilly

E’ fondamentale che i percorsi formativi si adeguino e potenzino in queste direzioni e che i giovani prendano conoscenza e coscienza di queste trasformazioni: c’è di mezzo il loro futuro rispetto al mercato del lavoro. Purtroppo a fronte di questo sviluppo che rende ormai Industria4.0 un’espressione familiare a molti italiani, non si può dire purtroppo la stessa cosa per Agricoltura 4.0 intendendo con essa non solo agricoltura digitale, come nel caso delle imprese gestionali, ma anche un approccio globale di sistema che va dalla coltivazione alla raccolta, alla gestione attraverso tecnologie innovative che consentono di valorizzare il significato di filiera Agricola. Questo avviene solo per l’1% della superficie agricola del nostro Paese, un po’ a conferma della dimensione artigianale dell’agricoltura italiana. Ovviamente questa situazione se può non essere drammatica oggi, lo può diventare domani rendendo non competitive molte aziende agricole. E’ necessario quindi cambiare e per fare questo è necessaria una piattaforma di gestione di precisione della filiera. Molto si discute sui contenuti di questa piattaforma. Il punto di partenza non può che essere la formazione di agricoltori e consulenti che sappiano discutere ed utilizzare sensori, algoritmi, Gis; fondamentale è la disponibilità di rete nelle aree rurali: il 5G deve essere una priorità per queste aree. Il ricorso al conto terzi può essere uno strumento prezioso per avvicinare le nuove tecnologie da parte dei piccoli agricoltori.

‘I’ve found a cafe just 300 yards from where you’re standing. We could meet their for a latte.’

https://www.pintherest.eu/french-restaurants-cartoons-and-comics-funny-pictures.html

La sensoristica ha sviluppato metodi innovativi per monitoraggio e diagnosi su terreni esposti. Il rinnovo strumentale, quando avviene, deve essere sempre caricato di un costo di manutenzione che garantisca il funzionamento e la comunicazione. L’open science, intesa come approccio alla messa a comune nel sistema di avanzamenti e conoscenze, a partire dai big data richiede un impegno delle singole aziende, ma è basilare per raggiungere la massa critica e fare sistema. Infine è necessario che i giovani – torniamo ancora a loro, i cittadini, i politici, gli amministratori di domani, comprendano l’importanza di questo salto di qualità: incoraggiarli su questa strada promuovendo startup e spin off sembra, più che opportuno, necessario.

https://digital-luxembourg.public.lu/news/digitalwellbeing-engaged-society

Il secondo traguardo: oltre le calorie.

Luigi Campanella, già Presidente SCI

Il secondo traguardo dello sviluppo sostenibile per le Nazioni Unite si focalizza sulla lotta entro il 2030 contro la cattiva nutrizione in tutte le sue forme. Una nuova ricerca sull’argomento dimostra che per raggiungere questo traguardo è necessario un approccio nuovo rispetto alla definizione dei limiti della sufficienza di nutrienti nell’alimentazione dei cittadini del Pianeta. Lo studio è stato pubblicato in ” Frontiers in sustainable food systems”.

https://www.frontiersin.org/articles/10.3389/fsufs.2018.00057/full?utm_source=FWEB&utm_medium=NBLOG&utm_campaign=ECO_FSUFS_calories-nutrients

E’ il primo studio che cerca di mappare quantitativamente a livello globale il flusso di energia, proteine, grassi, amminoacidi essenziali e micronutrienti dal campo di cultura al piatto e di identificare i punti caldi dove si perdono nutrienti. Lo studio mostra che mentre produciamo nutrienti in quantità molto maggiore di quanto richiesto dalla popolazione del Pianeta, le inefficienze nella catena di distribuzione comportano deficienze alimentari. La ricerca sottolinea le complessità che sorgono nel mettere a punto un sistema di alimentazione equilibrato, che solo può essere maneggiato con un approccio olistico. Le innovazioni di approccio che si richiedono derivano dal fatto che attualmente la sicurezza alimentare è valutata in termini di calorie, mentre la cosiddetta fame nascosta, cioè la malnutrizione di micronutrienti, affligge più di 2 miliardi di persone nel mondo

Attualmente i differenti aspetti del sistema alimentare globale sono trattati in termini di tonnellate o chili, e diventa difficile definirne sufficienza o meno e rispetto a quante persone tali quantità possano garantire alimentazione sufficiente.

Il capofila dell’equipe che ha svolto la ricerca ha dichiarato: ”vogliamo, per la prima volta, valutare l’intero sistema alimentare in unità di misura utili-nutrienti medi per persona- guardando a tutti i nutrienti essenziali per la buona salute”. Il gruppo di ricerca ha utilizzato i dati forniti dalla FAO circa i bilanci alimentari e le composizioni nutrizionali per quantificare proteine digeribili, grassi, calorie, aminoacidi e micronutrienti (calcio, zinco, ferro, folato, vitamine A, B6, B12, C) attraverso la catena di distribuzione, dalla produzione in campo all’alimento sulla tavola.

Le perdite di alimenti e nutrienti sono state calcolate dai dati regionali sui rifiuti delle Nazioni Unite e tutti i dati quantitativi sono stati normalizzati per mediare per persona e per giorno. I valori delle forniture di nutrienti sono stati confrontati alla richieste medie nutrizionali per stabilire circa la sufficienza o meno. I ricercatori sono stati colpiti dal risultato: tutti i nutrienti, non le calorie corrispondenti, sono distribuiti in quantità sufficienti. Studi precedenti avevano dimostrato che noi produciamo più dei nostri bisogni in termini di calorie (5500-6000 kcal per persona per giorno), ma mentre per alcuni nutrienti si arriva ad un eccesso di quasi 5 volte, i dati su proteine e micronutrienti essenziali sono di segno completamente opposto, in più con gravi diseguaglianze nella disponibilità di cibo e con differenti tempi e fasi nella perdita (raccolto, stoccaggio, utilizzo a fini energetici). Queste informazioni sono preziose per interventi preventivi a salvaguardia di un equilibrio alimentare globale.