Noi, Bacone e la tecnologia.

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Luigi Campanella, gIà Presidente SCI

Le discipline giocano un grande ruolo nel disseminare e promuovere la conoscenza. Sono nate per garantire originalitá agli scienziati che sono esistiti, esistono ed esisteranno. I ricercatori tentano di ottenere risultati originali con il desiderio più o meno nascosto di essere iniziatori di idee. C’è una battaglia per trovare ad un progetto scientifico un suo ruolo originale che venga riconosciuto: questo porta a dragare e scavare aree sempre più piccole, discpline satellite, tematiche.

Le discipline però sono come i frattali, le loro regioni di frontiera sono zone dove gli scambi sono molto più ampi di quello che avviene per le zone interne. Questo comporta la coesistenza di una visione riduzionistica e di una olistica della Scienza.

La complessità di quest’ultima è esplorata ricorrendo alle nuove tecnologie: big data, intelligenza artificiale, filosofia, scienza sistemica. Di conseguenza queste non possono mantenere le due posizioni coesistenti e devono sposare una visione culturale di tipo olistico: gli strumenti per studiare il corpo umano possono trovare applicazione nel campo dei Beni Culturali e viceversa e rinunciare a progressi per ignoranza o peggio per preconcetta indisponibilità intellettuale.

Come diceva Bacone “una nuova tecnologia aggiusta sempre qualcosa, ma ne ne danneggia qualche altra”.

Per prevenire il possibile danno non basta una visione riduzionistica, ne è richiesta una olistica. Il tempo del lockdown ha avvicinato tutti alle nuove tecnologie, a  volte anche non democraticamente essendo ad alcuni precluse opportunità accessibili ad altri. Il movimento è stato tanto rapido e generale da portare alla formazione di due correnti, quella che esalta la tecnologia e quella che la demonizza.

Certo alcune situazioni senza tecnologia non possono essere affrontate con successo, ma certo anche rinunciare alla vita sociale in favore del contatto telematico priva di valori etici e sostanzialmente ci isola all’interno di spazi fisicamente e culturalmente ridotti.

La visione olistica della tecnologia trova conferma anche nel fatto che il successo di essa non è  correlata al fatto che funziona bene – diamo questo per scontato – ma alla sua capacità di intercettare la nostra vita  da più punti possibili di attacco : un’aspettativa soddisfatta, un cambiamento nelle nostre abitudini, un bisogno scoperto che non sapevamo di avere.

Anche sul fronte degli oppositori di recente sono apparse delle crepe: è certo che la privacy era più protetta quando un solo telefono serviva tutti a casa? E’certo che con pochi centri di informazione fossimo preservati dalle fake news?

Idealizzare il rapporto con le tecnologie del passato deriva dalla nostalgia per il tempo che fu e dalle tensioni nel rapporto con la tecnologia, non certo dal confronto non proponibile fra le opportunità di oggi e quelle di ieri.  Un problema è che a fronte di una presenza costante nella nostra vita di tutti i giorni la tecnologia non viene insegnata. A scuola è poco presente, nei media mai vista neutralmente, ma –  come già dicevo – alternativamente esaltata o demonizzata.

Se si pensa che quasi 6 miliardi di persone hanno accesso alla telefonia cellulare non si può negare che la tecnologia è capace di cambiare la nostra vita distruggendo usi del passato e creandone di nuovi. Come le nuove generazioni si pongono e si porranno rispetto alle vecchie nei confronti  della tecnologia? La tentazione potrebbe essere quella, partendo dalla nostra doppia esperienza (senza e con tecnologia) di assumere un atteggiamento educativo: ne risulterebbe uno scadente paternalismo inutile. Le molte facce della tecnologia, certo più della scienza, pretendono un partecipato coinvolgimento. Questo non vuol dire rinunciare all’educazione, ma concentrarla nelle sedi istituzionali, lasciando all’esperienza diretta di definire il proprio rapporto con la tecnologia e di tradurre nel proprio caso l’affermazione di Bacone.

Sempre carbonio!

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Luigi Campanella, già Presidente SCI

Il CO2 ha la responsabilità per i cambiamenti climatici, ma è solo una faccia del carbonio, un elemento per altri aspetti prezioso (si pensi ai metodi di datazione isotopica, alle nuove strutture molecolari del nanocarbonio) e per altri aspetti vero anello di congiunzione fra la materia vivente e quella inanimata.

Fra le strutture del nanocarbonio, il grafene è la più popolare per le applicazioni che ha avuto. Si tratta di  uno strato bidimensionale di atomi di carbonio impacchettati con proprietà elettroniche e meccaniche, considerato chimicamente inerte a causa della stabilità dei legami carbonio/carbonio che costituiscono la rete bidimensionale. Questo è però vero solo nel caso di grafene da solo e non stressato meccanicamente : in presenza di una perturbazione chimica (doping) o fisica la reattività aumenta e può essere modulata.

In presenza di un adsorbato sulla superficie del grafene si produce un’interazione, il cui valore ottimale è funzione del tipo di applicazione.

Chinese Chemical Letters

Volume 31, Issue 2, February 2020, Pages 565-569

Ad esempio per l’uso di grafene come elemento attivo in dispositivi elettronici è necessario  che il gap energetico (prodotto dall’interazione) fra banda di valenza e banda di conduzione contenga  il livello di Fermi. In effetti l’adsorbimento di piccole molecole come anche la funzionalizzazione possono consentire che ciò avvenga. Studi teorici suggeriscono che un significativo aumento dell’energia di adsorbimento, che si correla a variazioni delle proprietà elettroniche e chimiche, può essere ottenuto drogando il grafene con atomi donatori o accettori. Anche le vacanze create artificialmente nella struttura del grafene possono essere utili per alcune applicazioni, in particolare nella catalisi e nella sensoristica.

In entrambi i casi è però necessario che adsorbimento e desorbimento siano reversibili.

Un ulteriore studio ha riguardato gli effetti della curvatura locale, ottenuta mediante tensione applicata, del grafene sulla sua reattività giungendo alla conclusione di una possibile finalizzazione del materiale per immagazzinare idrogeno che verrebbe poi rilasciato quando la tensione viene rimossa.

Nanomaterials 2020, 10, 344; doi:10.3390/nano10020344

 

In ricordo di Giulio Giorello.

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Luigi Campanella, già Presidente SCI

Non.voglio che il nostro blog trascuri di parlare di Giulio Giorello in occasione della sua morte e di celebrarlo come merita. L’ho conosciuto negli anni 80 quando insieme ad altri colleghi firmai una petizione volta ad una ricomposizione culturale dopo la frattura sancita nei decenni precedenti con la formula delle 2 culture.

Giorello si era battuto già prima di noi per lo stesso ideale ed aveva individuato nella volontá colonizzatrice di alcuni settori e nel processo formativo troppo  disarticolato i principali colpevoli. Ricordo che in Europa proprio in quel tempo stava maturando una critica al nostro Paese proprio per questi motivi ed un avvertimento a ricomporre il dualismo scienza/arte. A tal dualismo, che Giorello interpretava più in chiave scienza/umanesimo egli si oppose non solo scrivendo, ma anche facendo pubblicare libri altrui con la collana “Scienza ed idee”.

Diceva Giorello, a proposito della sua disciplina, Filosofia della Scienza, che era uno dei tentativi di superare le due culture perchè la Filosofia non ha confini. Un altro punto che ci univa era la difesa del pluralismo inteso come correzione  del concetto di  relativismo rispetto al contrario assolutismo. La visione olistica dell’ambiente necessaria per interpretarlo e proteggerlo era un bell’esempio pratico, condividemmo insieme in un convegno al CNR.

Un punto ancora ci univa ed era l’etica della Scienza: quando a Roma La Sapienza nacque il Master di Bioetica ne discussi a lungo con lui circa ii migliore ciclo formativo degli allievi giungendo con lui alla conclusione che purtroppo si doveva lavorare su una lavagna che dopo quasi 20 anni di formazione era ancora bianca, mentre l’etica dovrebbe essere insegnata a partire dal primo ciclo.

Ci dividevamo -io sono credente- sul rapporto Scienza/Religione: si definiva un ateo libero di vivere senza Dio; gli contrapponevo la libertà di credere e Giorello mi confutava: religione e libertà si contraddicono, visto che fra le libertà c’é di certo anche quella di non essere religiosi; si tratta di una metodologia coincidente con la filosofia liberale.

Su questa filosofia ci ritrovavamo sempre: Spinoza, Hume, Popper erano il nostro collante. Forse l’aspetto più interessante della sua filosofia è quello sul metodo scientifico: diceva Giorello che non è sufficiente  ipotizzare, sperimentare, verificare; bisogna aggiungere rivedere e che anche con questa aggiunta non tutte le scoperte scientifiche possono essere giustificate. Bisogna parlare piuttosto che di metodo scientifico di atteggiamento scientifico: i tentativi di stabilire una demarcazione fra scienza e non scienza non sono soddisfacenti in quanto l’unico metodo che abbiamo per segnarla, quello della falsificabilità, è di certo imperfetto.

Covid-19 come occasione.

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Luigi Campanella, già Presidente SCI

In questi giorni in più sedi e con approcci diversi si è parlato della faccia positiva della covid-19: recupero di alcuni valori persi, solidarietà, impegno sociale, riappropriazione da parte della natura degli spazi occupati dall’uomo, nuovi stili di vita e di organizzazione del lavoro.Riflettendo sul mio caso ho pensato ad un altro ritorno: la chimica é disciplina a prevalente conoscenza induttiva, affidata perciò alla sperimentazione.
I chimici sia nella ricerca che nell’industria rispondono a tale visione ed eccellono nel programmare e realizzare esperienze complesse e finalizzate, molte volte raccogliendo dati preziosi ed innovativi. Spesso proprio per l’entusiasmo generato dai risultati si mettono in cantiere altre esperienze rinunciando, nella logica della ottimizzazione del tempo disponibile, all’estrazione dai dati ottenuti del massimo possibile di nuove conoscenze.
Ecco la covid-19 fermando l’attività in laboratorio e di conseguenza l’arrivo di nuovi dati ci ha obbligato a puntare sul lavoro di selezione, sintesi ed analisi  dei risultati in precedenza conseguiti. Questa fase ha consentito di arricchire le banche dati, di contribuire al patrimonio dei big data, di aprire nuove strade scientifiche. Questa situazione ha svolto un ruolo anche educativo sul piano sociale: sperimentare costa ed allora estrarre dalle esperienze il massimo di conoscenza ha un significato anche economico.
Questo fine si può ottenere innanzitutto con esperienze significative rispetto alle risposte  attese, con trattazioni statistiche adeguate, ma anche con prove certificate, materiali e processi di riferimento, strumentazione calibrata.

https://www.youtube.com/watch?v=HCUIC0UL9nA

Questi momenti di riflessione, gli ultimi prima della ripresa in laboratorio, servono a dare una nuova cultura della misurazione e dell’elaborazione matematica e modellistica dei risultati sperimentali ottenuti. La pausa forzata non è tempo perso: molti di noi ne stanno anche approfittando per concludere articoli che stavano scrivendo e non erano riusciti a finalizzare. Un ulteriore aspetto riguarda la riflessione sulla ricaduta delle proprie ricerche in settori diversi da quello originario. Un esempio molto interessante con riferimento all’attualità  è rappresentato dalla ricerca in oncologia, in particolare dagli studi sul sistema immunitario così importanti rispetto ai test per la ricerca di anticorpi contro il coronavirus. Si può quindi concludere che fare ricerca anche quando il lab è chiuso dipende solo da noi e dal nostro amore per la scienza!

Don Bosco e il colera.

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Luigi Campanella, già Presidente SCI

Giá in un altro post ho parlato di Don Giovanni Bosco, la cui vita da me scoperta per caso mi ha affascinato per gli eventi straordinariamente precursori del nostro tempo. Avevo parlato della promozione, da parte di Don Bosco, della prima raccolta differenziata, in anticipo rispetto al presente di oltre 150 anni.

Voglio oggi parlare delle portentose precauzioni da lui suggerite contro le epidemie: anche in questo caso si è trattato di precorrere l’evento drammatico di questi giorni. Il riferimento è alle epidemie di colera degli anni dal 1860 al 1890 che  colpirono in particolare l’Italia nel triennio 1865-1867. Nel solo 1865 i decessi furono 11 mila: Don Bosco sospese le funzioni religiose e si dichiarò disponibile ad accogliere gli orfani dei genitori colpiti dalla malattia. Nel 1866 la seconda ondata di contagi trovò ancora Don Bosco vigile e disponibile, consigliando ed impegnandosi per limitazioni della libertà di movimento, una sorta di distanziamento sociale.

Terni, C., & Galli, M. (1896). Die Choleraepidemieen in der Provinz Bergamo. Zeitschrift Für Hygiene Und Infectionskrankheiten, 22(1), 209–227. doi:10.1007/bf02288377 

Ma il dramma più grande doveva ancora venire: nel 1867 con oltre 130.000 morti, con Bergamo (come oggi!) la citta più colpita Don Bosco ripeteva la sua raccomandazione :limitare gli spostamenti e mantenere l’unità delle cellule lavorative, in un certo senso finalizzando i ridotti spostamenti ad una prosecuzione ed intensificazioni dei lavori in corso con equipe confinate in se stesse. Questi suggerimenti ed intenzioni divennero nel 1884,quando ancora il colera infuriava, una direttiva di misure preventive da adottare dalla sua comunità rappresentata dalle case salesiane. Questa direttiva si basava su 4 parole: prudenza (limitare i contatti, proteggersi con sistemi schermanti), carità verso i malati (di certo praticata   oggi  da medici ed infermieri), igiene nei limiti delle possibilitá, condivisione dei mezzi, degli accorgimenti, delle conoscenze preziose per contrastare l’epidemia Sembrano parole scritte oggi, ma Don Bosco-come per la raccolta differenziata -le ha scritte oltre 150 anni fa.

 

Scienza, dissenso ed opinione.

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Luigi Campanella, già Presidente SCI

La covid 19 ci ha fatto vivere momenti veramente drammatici, ancora non del tutto superati, ma -come é stato più volte rilevato da più parti – ci ha anche insegnato qualcosa: che si può vivere senza inquinare, che abbiamo rubato troppo alla natura, che l’ambiente migliore ci fa apprezzare di più il fantastico mondo in cui viviamo, che la solidarietà ed il rispetto per gli altri sono basi irrinunciabili del vivere civile, che la messa a comune delle conoscenze consente di ridurre i danni di situazioni drammatiche come quelle attuali. La domanda che mi pongo è ora questa: la covid19 ha cambiato il rapporto del cittadino con la scienza? La salute, l’alimentazione, la sicurezza, la stessa economia sono valori che il cittadino percepisce bene, la scienza lo è parimenti?

Il metodo scientifico è metodo, non contenuto dei risultati delle applicazioni del metodo stesso: questo vuol dire che se il metodo è rispettato i risultati e/o la loro interpretazione possono essere diversi da fonti diverse. Parto da questa affermazione perchè è strettamente legata alla domanda: in genere quando il metodo produce conclusioni diverse da parte di scienziati diversi la scienza per il cittadino cessa di essere un oracolo?

All’inizio della pandemia la paura e l’emergenza hanno stimolato nel cittadini un atteggiamento di grande fiducia nella scienza, una sorta di convinzione della infallibilitá della scienza che ci avrebbe salvato e delle sue capacita a risolvere anche le situazioni più difficili. Quando la paura si è attutita, quando lo spazio concesso alla scienza dai massmedia é cresciuto come mai con.epidemiologi e virologi continuamente presenti sugli schermi-TV e soprattutto quando sono emerse differenze fra le loro comunicazioni questa fiducia é sembrata incrinarsi.

Si é cioè riprodotta nella contingenza la situazione che contraddistingue il rapporto fra scienza e cittadino nella vita di tutti giorni: la scienza è diffusore di verità o soltanto di opinioni?

Viene dimenticato nell’accezione comune che il dissenso fra scienziati non è manifestazione patologica, ma fisiologica del lavoro scientifico, capace anzi di alimentare il pensiero scientifico e stimolare la ricerca di nuove conoscenze.

Ma questo atteggiamento critico rispetto al crollo di una certezza è la palese dimostrazione di un analfabetismo scientifico di cui si soffre e questo ci riporta al tema vecchio, ma irrisolto, relativo al rapporto nella formazione dei giovani fra cultura umanistica e cultura scientifica che non può trovare una giustificazione nel rapporto fra grandi artisti.e grandi scienziati per il nostro Paese. La scuola e l’universitá devono contrastare questo analfabetismo che comporta pregiudizi e sedimentazioni che frenano la comprensione.di cosa realmente significhi metodo scientifico, integrazione fra conoscenza induttiva e conoscenza deduttiva,  fra teoria ed esperienza, ma anche integralità delle conoscenze per divenire cultura e per superare la fase della semplice primitiva informazione, impalpabile ed evanescente.

In assenza di questa formazione passare da un estremo all’altro nei confronti della scienza e degli scienziati diviene comprensibile. Da parte degli scienziati si contribuisce a questo vizio perseguendo atteggiamenti di colonizzazione di alcuni settori da parte di alcune discipline nella logica di una disarticolazione culturale che contribuisce a mantenere quello stato di analfabetismo

Disinfezione e Covid.

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Luigi Campanella, già Presidente SCI

La disinfezione, a maggior ragione nell’attuale emergenza che coinvolge non solo gli operatori professionali, ma tutti i cittadini, va vista ormai come un’attività integrata che deve coinvolgere la quotidianitá.

Tutto quello che si tocca può infettarci,  perchè le mani sono un veicolo per trasferire germi dalle superfici che ci circondano a noi e da noi a chi ci sta intorno: tavoli, scrivanie, sedie, maniglie, interruttori, telefono, tablet, dispositivi touch screen, tastiere, lavandini, wc.

E’ importante inoltre la disinfezione di luoghi di aggregazione come negozi, palestre, scuole, comunità. Per ridurre la possibilità di infezione e contaminazione microbica in un mondo sempre più affollato di persone e di oggetti, è quindi necessario riesaminare la nostra quotidianità.

 I luoghi nei quali l’utilizzo di prodotti disinfettanti risulta ormai fondamentale sono molteplici, in primis ospedali, case di cura, resort per anziani, ma anche palestre, centri benessere, circoli sportivi. Bisogna prestare la massima attenzione a quegli oggetti che sono utilizzati e toccati più volte al giorno, agli oggetti neonatali che vengono portati alla bocca dai bambini ed anche ai servizi igienici. Per quanto riguarda covid19 risultano particolarmente efficaci i formulati alcolici e le soluzioni di sodio ipoclorito, che possono risultare attive anche ai fini della protezione ambientale e che nelle formulazioni più recenti ed innovative hanno perduto qualsiasi possibilità di  nuocere agli utilizzatori e le sgradevoli caratteristiche organolettiche. I prodotti vengono registrati come presidi medico chirurgici o dispositivi medici a seconda del campo di impiego dal Ministero della Salute a differenza dei comuni detergenti ed igienizzanti. La registrazione viene accordata dopo la valutazione di congrua documentazione che dimostri l’efficacia del prodotto su microorganismi specifici,  la sua stabilità nel tempo, il tipo di pericolo per l’uomo. I test sono regolati da norme internazionali e devono comprovare l’efficacia del prodotto alle condizioni d’uso nei confronti di microorganismi patogeni, di batteri, di virus,  di funghi, di muffe. Circa il metodo di somministrazione del prodotto sanificante la sanificazione a volume ultrabasso (cosiddetta ULV)  mediante nebulizzazione è tra le più applicate, soprattutto nel caso di derivati del cloro o dell’acqua ossigenata, disinfettanti  dichiarati dall’OMS, in grado di distruggere il virus del covid.

https://www.radiobombo.com/news/86897/trani/coronavirus-sanificazione-del-comune-di-trani-e-dell-infopoint-turistico

La nebulizzazione ULV viene effettuata con particolari erogatori che nebulizzano la miscela in particelle micrometriche che possono essere irrorate da distanze fino ed oltre 10m, saturando e disinfettando quindi completamente l’ambiente considerato. Durante la sanificazione e per le successive ore gli ambienti devono essere lasciati ad esclusiva disposizione degli operatori. Oggi la sanificazione d’emergenza si può condurre agendo con miscele che rilasciano nel tempo acido peracetico oppure con ozono prodotto dalle scariche elettriche su ossigeno. Questa soluzione è. particolarmente sostenuta, come é ovvio, dalla SIOOT (Societá Italiana di Ossigeno ed Ozono Terapia).  In passato venivano impiegati comuni ossidanti, dal cloro alla clorammina, dallo iodio al permanganato, all’acqua ossigenata o alternativamente soluzioni acquose di formaldeide, fenolo, alcool etilico.

https://www.iss.it/detergenti-disinfettanti-e-disinfestanti

Alcuni dei sanificanti agiscono combinandosi con le sostanze proteiche dei batteri modificandoli o alterandoli. Le proprietá richieste che vengono  talora sacrificate sono la stabilità e l’innocuità, il mancato potere corrosivo nei confronti dei materiali comuni. Anche mezzi fisici sono stati applicati come il calore secco, l’aria calda, il vapore acqueo, anche sotto pressione, aggiunto di formaldeide o carbonato sodico. Una soluzione ulteriore è fornita dalle malte, vernici ed asfalti fotocatalitici, utilizzati anche per la Galleria di Roma che li ha resi famosi: si tratta di materiali nei quali il materiale di base è additivato con diossido di titanio ed un attivatore elettronico capaci di produrre sotto l’azione della luce UV del sole (ma anche di luce artificiale opportuna) radicali liberi a partire dalle molecole di ossigeno ed acqua presenti in ambiente. I radicali liberi prodotti provvedono con la loro elevata reattività a distruggere composti chimici tossici e microorganismi. Nel caso di sanificazioni ambientali non in condizioni di emergenza si può intervenire facendo circolare con continuità sotto aspirazione l’atmosfera dei locali da bonificare attraverso filtri ossidanti.

Proposte recenti sono tornate su un vecchio tema che parte da esperienze datate parecchie decine di anni fa relative all’azione antibatterica, antimicrobica, anti virale della radiazione UV con riferimento alla scelta della lunghezza d’onda selettiva nei confronti del microorganismo da abbattere. La selettivitá è richiesta tenuto conto dell’azione nociva per l’uomo di alcuni intervalli di lunghezza d’onda nel campo spettrale dell’ulltravioletto.

Un aspetto di certo correlato alla esigenza di sanificazione ambientale è quello dell’igiene personale a partire dalla super-raccomandazione per il lavaggio ripetuto delle mani. Il lavaggio con acqua si è già rivelato da guardare con prudenza ed attenzione visto che dalla comparsa del virus e dalle sollecitazioni a lavarsi le mani il consumo di acqua, una risorsa non solo preziosa, ma in certi casi purtroppo non disponibile, è cresciuto di circa il 40%.

Una delle massime funzioni della pelle è fare da barriera e protezione del nostro organismo dall’ambiente esterno. Lo strato più esterno della pelle, l’epidermide, è normalmente abitata e colonizzata da microorganismi, soprattutto batteri, ma anche funghi e virus che formano la flora batterica, comunemente distinta in residente e transitoria. Mentre la prima difficilmente porta ad infezioni, anzi grazie alla sua presenza ostacola la crescita di batteri patogeni, entrando con essi in competizione, la seconda deriva da contatti con persone e cose infettate da germi patogeni. La frequenza di tali contagi è maggiore di quanto si possa credere: in Italia si attestano circa 500.000 casi di infezioni ospedaliere da contatto con altri malati, medici, personale paramedico o direttamente da oggetti contaminati. Le mani di una persona ospitano in media 300 specie diverse di microorganismi con una densità di popolazione che va da 40.000 a 500.000 batteri per centimetro quadrato. Per ovvie ragioni le mani, anche a prescindere dal covid 19, sono quindi da considerare importanti veicoli di trasmissione di germi da una persona all’altra.

I principali fattori che influenzano la trasmissione di infezioni sono la carica di microorganismi  patogeni e le caratteristiche delle superfici contaminate, in particolare il loro livello di umiditá che al crescere facilita il passaggio dalla superficie alle mani di un maggior numero di batteri, fino a 1000 volte di più. Alla ricerca di sostituti dell’acqua per il lavaggio delle mani potenzialmente contaminate sono state proposti come soluzioni l’alcool, i tensioattivi cationici, i gel disinfettanti a composizione variabile a seconda della marca, la clorexidina (un bis-biguanide), alcuni tensioattivi anionici e neutri a forte azione detergente: tutti prodotti testati in situazioni diverse,  in particolare per la disinfezione di ospedali, case di cura, scuole, asili, caserme.

Un’ultima nota riguarda i dispenser che contengono i prodotti disinfettanti e che non vengono mai considerati, sbagliando, come fonti di contaminazione. Questi dispositivi sono toccati da mani sporche, venendosi cosi a creare le condizioni ideali per il trasferimento di microorganismi. Ciò dovrebbe spingere verso  l’adozione di dispenser no touch, evitando il contatto fra mani e distributore.

L’ antropocene è senz’altro molto urbano.

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Luigi Campanella, già Presidente SCI

Le cittá sono divenute la realtà predominante capaci di produrre l’80% della materia di provenienza domestica e di instaurare una rete commerciale mondiale. Le citta possono essere definite come un complesso di progresso ed innovazione, di cultura e benessere, ma anche di stratificazione sociale e di accentramento della popolazione (50% del totale in corrispondenza del 3 % dello.spazio occupato) che di certo ostacola un utilizzo più razionale degli spazi.

Le previsioni sono per un ulteriore aggravamento della situazione : nel 2050 più dei 2/3 della popolazione mondiale vivrà nelle città, cioè 2.5 miliardi in più di abitanti attratti dalla promessa di benessere e prosperità.

Questo sviluppo impetuoso e non controllato ha comportato la necessità di muoversi in regime di emergenza trascurando aspetti vitali, a partire da un’economia basata sulle risorse fossili. Le  città sono affamate di energia e consumano molto producendo quantità insostenibili di rifiuti, circa 2 miliardi di tonnellate l’anno. Questa economia lineare produce circa 4 milioni di morti l’anno  a causa dell’inquinamento ed il 70% delle emissioni di CO2.

Questi dati hanno però un’altra faccia: le cittá rappresentano un territorio di sfida per il cambiamento sul quale competono anche oggi associazioni, cittadini, reti sociali globalmente diffusi, rimediando alla difficoltà di coesione e collegamento al livello ufficiale dei Paesi.

Da questo punto di vista le città del Nord Europa si sono dimostrate particolarmente attive meritandosi riconoscimenti e premi.

Oslo aspira ad essere “carbon neutral” (cioè capace di farsi carico dei propri impatti ambientali e di rendere le proprie attività non impattanti sul clima) nel 2050, ma a quella data Copenhagen lo dovrebbe essere già da 25 anni e Stoccolma e Reykjavik da 10. Purtroppo il resto del mondo si muove a ben altra velocità.

Il 90 % dei 2.5 miliardi di cittadini urbani attesi nel 2050 saranno localizzati in Africa ed Asia: si tratta di Paesi ad impronta ecologica molto inferiore ad 1, con accesso non affidabile al cibo, scarsità di acqua e di elettricità, problemi sanitari e di ingiustizia sociale. Il problema però non deve essere limitato alla riduzione delle emissioni, nel senso che la vivibilità delle città dovrebbe essere una condizione irrinunciabile, intendendo con ciò la compatibilità fra l’urbanizzazione e la disponibilità di spazio: esattamente il contrario di quanto avviene nell’emisfero meridionale con aggregazioni costipate ed insediamenti selvaggi.

Diventa così difficile, quasi impossibile, dotare le comunità di infrastrutture e servizi rendendole più vulnerabili ai cambiamenti climatici. Degli obbiettivi delle citta nordiche, presenza di traffico veicolare limitato alla  trazione  elettrica, sistemi di smaltimento dei rifiuti centralizzati, verde verticale, nelle città del Sud neanche si parla allontanando i benché minimi traguardi di resilienza ai cambiamenti climatici.  Nei pochi casi in cui vengono programmate città nuove lo sono in funzione di interessi economici e di investimento dei detentori dei capitali in resort di prestigio che di certo non saranno accessibili alla popolazione povera di quei Paesi.

Ho parlato di emisfero meridionale come di un sistema omogeneo: in effetti non è cosi. Si tratta di un insieme di Paesi incredibilmente diversi nei quali molte delle sfide sono simili, ma in contesti diversi. Per affrontarle è necessaria la cooperazione fra i Paesi del Sud del mondo, ma anche il trasferimento delle conoscenze dal Nord al Sud. Le città saranno la guida di questo processo verso un futuro sostenibile, ma la battaglia sarà vinta o persa nelle città che si espandono nel Sud del mondo e non nei centri super-connessi delle centri del Nord.

Non tutto il male vien per nuocere

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Luigi Campanella, già Presidente SCI
Aule virtuali più affollate delle tradizionali, lauree via Skype; abilitazione anticipata per i medici: tutte modalità nuove della vita universitaria in difesa dalla pandemia da coronavirus.
Oltre all’interazione diretta telematica fra docenti e discenti si utilizzano anche i MOOC, materiale interattivo scaricato dagli studenti che poi si confrontano con il corpo docente. Questo cambiamenti ha riguardato tutto il nostro Paese con gli Atenei che da Nord a Sud hanno saputo attrezzarsi.
Questa contingenza ha avuto una ricaduta importante per 1000 infermieri che hanno potuto laurearsi a favore della richiesta pressante degli ospedali di disporre di forze lavoro aggiuntive per rispondere all’emergenza.
Si sta sperimentando una nuova forma di comunità universitaria che ci fa scoprire potenzialitá mai viste prima. Il rischio è che Internet finisca per superare e sostituire la forza sociale generata dalla frequentazione fisica degli atenei con la discussione ed il confronto.
Bisogna perciò avere la capacità di integrare l’aula fisica con quella virtuale: questa è la prospettiva futura per raggiungere anche chi non può essere presente fisicamente per un qualsiasi impedimento dando all’università strumenti preziosi di socialitá. La pandemia lascia questa innovazione in ereditá: sta a noi non farla spengere.
Se saremo buoni studenti il covid19 oltre a tanti morti e tanti infettati ci avrà insegnato qualcosa.
Basta vedere anche l’abbattimento dell’inquinamento,la riappropriazione da parte degli animali della natura, la drastica diminuizione del rumore per comprendere quali trasformazioni positive stiamo vivendo in questi giorni oltre la tristezza, il dolore e la preoccupazione.
La visione spaziale della nostra terra ed in particolare del nostro Paese fornisce nelle meteomappe colori sempre più vicini al verde blu e sempre più lontani dal temuto giallo e dal temutissimo rosso. In corrispondenza l’aria della pianura padana è anomalmente trasparente, nelle nostre città sono arrivati gli animali in cerca di cibo: li vediamo passeggiare nel silenzio delle nostre strade dove fino a due mesi fa dominavano il traffico, la confusione, il frastuono.
Nel porto di Cagliari sono ricomparsi i delfini, nei parchi milanesi le lepri, nella laguna di Venezia i pesci che nuotano.
E’recente l’immagine di una famiglia di paperi a passaggio per una Firenze silenziosa e rarefatta.
Lo stesso fenomeno si registra nel resto del mondo: cervi nelle città giapponesi, tacchini nelle città californiane, i procioni sulle spiagge panamensi, perfino elefanti in città cinesi.
Avremo imparato la lezione? Le lepri, i procioni, le papere c’erano pure prima, ma noi abbiamo negato loro qualsiasi spazio al di fuori delle loro tane: vorremo riprenderci gli spazi prestati dimostrando di non avere capito la lezione?
A proposito del prima e del dopo riflettevo alcuni giorni fa alla realtà del prima a confronto di questa fase della nostra vita, pensando anche al dopo. Eravamo immersi in una realtá sempre più fluida con cambiamenti continui, provvisorietà di legami e situazioni, mancanza di certezze e di riferimenti.
Dinnanzi alla precarietà del quotidiano anche noi siamo diventati liquidi, ci siamo adattati ad ogni situazione e contingenza e riciclati in lavori diversi e spesso estemporanei che diluiscono emozioni e sentimenti.
Anche i valori e gli ideali così divengono effimeri ed inconsistenti sovrastati da una scelta verso la flessibilità e la velocità di adattamento; tutto ciò che ci lega alla nostra identità ed alle nostre radici viene considerato un ostacolo al cambiamento ed un fardello di cui liberarsi.
Questo era il prima: non posso credere, anche se mi farebbe piacere pensare che sia vero, che la pandemia abbia rimesso le cose a posto, ma di certo è stato un sano bagno nei valori della solidarietà, dell’amore per la nostra terra, della famiglia, della responsabilità sociale, del lavoro per gli altri. Speriamo anche in questo caso che il dopo non sia uguale al prima.

50° giornata della Terra.

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Luigi Campanella, già Presidente SCI

Il coronavirus ha di certo cambiato la nostra vita e la sua organizzazione. Fabbriche temporaneamente chiuse, voli ridotti al minimo, costruzioni che procedono a rilento e molto altro ancora: il risultato è un declino nelle emissioni che in una ventina di giorni ha permesso di risparmiare una quantità di anidride carbonica pari a quella che lo stato di New York immette nell’atmosfera nel corso di un intero anno. Quando avremo superato la pandemia tutto tornerà come prima o sapremo fare tesoro dei migliormenti involontariamente perseguiti cercando di mantenerli? La terra, intesa ora come il suolo, ci insegna nella sua circolarità fra le stagioni come il susseguirsi del tempo può essere anche una crescita continua se si è capaci di mettere a frutto il passato. Le coltivazioni su un suolo si devono succedere secondo logiche che garantiscono l’arricchimento della terra dando al concetto di circolarità, comunemente applicato all’economia, un valore più generale.

Mi piace mettere a fuoco questo concetto in occasione proprio della giornata della terra di domani mercoledì 22 aprile.

Una giornata che deve farci riflettere nell’emergenza attuale sui valori e sul patrimonio di cui non siamo proprietari ma fortunati fruitori. Il coronavirus ha messo in ginocchio la salute di molti,anche l’ambiente può essere minacciato. La medicina giustamente guarda all’uomo ed a come proteggerlo: mi chiedo se l’ambiente trova corrispondenti valide difese al pari di quelle che virologi, infettivologi, epidemiologi, microbiologi stanno offrendo ai nostri organismi. Il virus attraverso sistemi fognari inadeguati potrebbe dai rifiuti industriali passare alle acque reflue e da quelle superficiali nel terreno: lo studio della dinamica e cinetica di questo processo in relazione alla stabilità del virus nelle diverse condizioni dovrebbe essere perseguito in una visione globalmente open della ricerca.

La giornata della terra di quest’anno è anche l’occasione per lanciare una  sfida, la Earth Challenge 2020, la più grande campagna scientifica per cittadini. L’iniziativa integra i progetti di citizen science già esistenti e dà la possibilità di crearne di nuovi. Utilizzando la tecnologia mobile ed i dati scientifici open Earth Challenge 2020 consente alle persone di tutto il mondo di monitorare e mitigare le minacce alla salute dell’ambiente nelle rispettive comunita, grazie alla app Earth Challenge 2020 che è possibile scaricare dal 1 aprile dagli  app store Android o Apple.

Il data base risultante dalle osservazioni dei cittadini verrà visualizzato su una mappa pubblica e reso disponibile open per i ricercatori di tutto il mondo. Si tratta di un altro importante contributo alla Open Science,alla cultura come patrimonio universale,alla conoscenza globalizzata. E’ importante che questo passo in avanti venga realizzato non sulla base di accordi editoriali o di convenzioni pagate, ma affidato alla società civile, prima fruitrice delle ricadute della ricerca sulla qualità della vita