La plastica, un nuovo materiale per i Beni Culturali

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Luigi Campanella, già pesidente SCI

Il Museo ha subito negli ultimi 50 anni una profonda trasformazione che lo ha reso da sede di informazione a sede di conoscenza,essendo i due termini ben distinti anche concettualmente.

Su questa base sono nati e si sono imposti all’attenzione culturale nuovi musei, dove la novità ha, a seconda dei casi, riguardato le innovazioni ICT, l’organizzazione della struttura, i contenuti esposti.

In questo ultimo senso un museo nuovo è di certo il PLART di Napoli. Il Plart Napoli è uno spazio polifunzionale, un museo della plastica e centro di ricerca e restauro dei polimeri. Il Plart ospita una delle più ricche collezioni di plastiche storiche, con una esposizione di millecinquecento opere d’arte e design, tra prototipi e pezzi di culto della storia del design.

Tutti gli oggetti esposti sono accomunati dalla doppia anima di oggetto di uso comune e opera d’arte. La collezione del Plart raccoglie accessori, apparecchi elettronici, utensili in celluloide, acrilico, bachelite, fino al più recente PVC. Gli oggetti della collezione del Museo Plart Napoli appartengono tutti all’arco di tempo in cui il design ha dato il meglio di sé, dalla metà dell’Ottocento fino agli anni Sessanta.

Colorata, bianca, nera, duttile o inflessibile. Nelle sue mille varianti, la plastica è senza dubbio il materiale che ha dominato gli artefatti prodotti dall’uomo nell’ultimo secolo. Con i suoi pregi e i suoi difetti, questo materiale si è imposto come supporto per gli oggetti più vari, fino a diventare protagonista di opere d’arte e pezzi unici nella storia della creatività. Dalle Barbie ai lettori mp3, dai telefoni agli utensili della cucina siamo quotidianamente circondati da materiali plastici. Se fino agli anni Settanta si pensava alla plastica come a qualcosa di indistruttibile, oggi il suo tallone d’Achille è ben noto agli esperti di conservazione: la plastica, infatti, non solo non è immortale, ma subisce un processo di decomposizione tra i più insidiosi e difficili da arginare. Proprio per questo – cercare di salvare i “tesori di plastica” e rendersi conto per tempo dei primi segni di cedimento – da un paio d’anni scienziati di tutta Europa sono al lavoro al cosiddetto Popart Project, progetto finanziato dall’Unione Europea per la preservazione degli artefatti in plastica esposti in musei e gallerie. Un tempo si pensava fosse eterna, oggi sono evidenti i primi segni del degrado. Oggetti d’uso quotidiano e capolavori del design, tutti rischiano di andare perduti.

“La degradazione della plastica è una bomba a orologeria”, spiega Yvonne Shashoua, ricercatrice di conservazione al National Museum of Denmark di Copenhagen. In termini molecolari, infatti, la plastica è costituita da polimeri, gruppi di molecole fatte di lunghe catene di carbonio. Nel tempo, i legami chimici che tengono insieme queste catene si rompono man mano che vengono attaccati dall’ossigeno o dai raggi ultravioletti, o semplicemente si indeboliscono per effetto del calore ambientale. La riduzione delle proprietà meccaniche può essere determinata dall’ossidazione e dall’idrolisi attraverso meccanismi che coinvolgono i radicali liberi provenienti dall’ambiente e dalla rottura di legami chimici. Particolarmente sensibile a questo tipo di degrado è il polipropilene.

La resistenza alle aggressioni chimiche delle materie plastiche è in genere buona; il cloruro di polivinile, il PTFE e la sua variante, l’ETFE, il polietilene e il polipropilene risultano particolarmente resistenti all’attacco di acidi e di basi. Tutte le materie plastiche sono però soggette ad invecchiamento, a un processo lento di degradazione per effetto della luce del sole, soprattutto delle radiazioni ultraviolette,

Le conseguenze di questi processi hanno lasciato un segno indelebile su oggetti risalenti al XIX secolo o all’inizio del XX, come le pellicole fatte di celluloide o gli artefatti realizzati in cellulosa acetata. Per questo e altri tipi di plastica la decomposizione è autocatalizzata: quando i legami iniziano a rompersi, rilasciano degli agenti chimici che attaccano le catene stesse dei polimeri. In sostanza, si tratta di un meccanismo autodistruttivo difficile da bloccare, una volta avviato.

Le Materie plastiche sono Materiali polimerici costituiti in genere da macromolecole organiche, caratterizzati dalla possibilità di essere modellati in qualsiasi forma, quando si trovano allo stato plastico; vengono lavorati mediante procedimenti vari, generalmente a caldo. Le unità di base della materie plastiche, cioè i polimeri, possono essere naturali (come la cellulosa, la cera e la gomma naturale), artificiali, cioè costituiti da polimeri naturali modificati (come l’acetato di cellulosa e il cloridrato di caucciù) o sintetici,cioè prodotti mediante reazioni chimiche di sintesi o di addizione (come il nylon, il politene ecc.). I materiali iniziali sono resine sotto forma di granulati, polveri o soluzioni, dai quali si formano le materie plastiche finite. Si basano sulla chimica del carbonio, il quale ha la capacità di formare catene legate in forme diverse. Quando induriscono, le molecole di cui sono costituite le materie plastiche – i monomeri – si uniscono in catene, formando i polimeri, Le materie plastiche sono caratterizzate da un alto rapporto resistenza-densità, un’eccellente proprietà di isolamento termico, elettrico e acustico, e una buona resistenza ad acidi, basi e solventi. Le macromolecole dalle quali sono costituite possono essere lineari, ramificate o reticolate; nei primi due casi esse sono termoplastiche, cioè rammolliscono quando vengono riscaldate, mentre nell’ultimo caso sono termoindurenti, cioè induriscono in seguito a innalzamenti della temperatura.

Le proprietà di un polimero dipendono dal tipo di monomero con cui è stato ottenuto, dalla lunghezza delle macromolecole, dallo loro struttura e dal modo con cui si dispongono nello spazio le diverse macromolecole. I materiali amorfi hanno macromolecole disposte in modo disordinato, quelli cristallini presentano configurazioni spaziali ordinate.

Una strategia per arginare il problema del degrado consiste nell’aggiungere composti anti-invecchiamento capaci di bloccare la degradazione fin dalle sue fasi iniziali. Alcune di queste sostanze agiscono come degli schermi solari che proteggono le catene da ossigeno, luce e raggi ultravioletti. Spesso, però, gli additivi sono costosi e vengono centellinati in fase di manifattura. Oppure possono perdere la loro efficacia, lasciando “scoperto” il polimero e aprendo così la strada alla degradazione.

Una delle difficoltà maggiori per la conservazione è la varietà dei modi in cui diversi tipi di plastica si degradano per cui ciò che funziona bene per preservare un materiale può rivelarsi completamente deleterio per un altro.

La maggior parte delle plastiche moderne, ad esempio, decade principalmente a causa delle reazioni con l’ossigeno, ed è quindi più protetta se sigillata in un’atmosfera priva di ossigeno. La cellulosa acetata, invece, necessita di un trattamento diametralmente opposto: senza una ventilazione adeguata, i vapori di acido acetico che originano dall’invecchiamento del materiale ne accelerano il processo di decadimento.

L’esigenza che si verifica è quella di predire questi meccanismi di degradazione.

Per ciò si cerca di ‘velocizzare’ questi meccanismi, simulando il più possibile le condizioni di esposizione del manufatto/materiale.

Partendo dal presupposto che una simulazione fedele è impossibile si sono sviluppate nel tempo alcune procedure standard per l’esposizione dei materiali in modo tale che, almeno tra loro, possa esserci una accettabile riproducibilità dei risultati.

Esistono delle strumentazioni e delle metodologie che vengono generalmente utilizzate per sottoporre i materiali a cicli di invecchiamento ‘accelerati‘ rispetto all’esposizione naturale. Queste tecniche sono utilissime per paragonare il comportamento di diversi materiali, ma tutte le variabili devono essere attentamente valutate se si vuole predire la degradazione nel tempo.

Partendo dal presupposto che non si possono riprodurre esattamente tutte le variabili esterne, anche perché è proprio lo stesso ‘invecchiamento naturale’ che non è riproducibile, sono state sviluppati degli apparecchi e delle metodologie che consentono il controllo delle variabili più importanti, quali lo spettro di emissione delle lampade, la potenza emessa, la temperatura, l’umidità, etc.

 

Distretti tematici, chimica e beni culturali.

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Luigi Campanella, già Presidente SCI.

Alcune Regioni Italiane al fine di organizzare la propria attività stanno istituendo Distretti tematici (DTC). Fra i temi più gettonati – e non deve sorprendere: siamo in Italia – quello dei Beni Culturali. La creazione di un DTC Regionale impegna le strutture scientifiche, formative, culturali a dare il proprio contributo, ciascuna ovviamente correlandosi alle proprie professionalità, competenze, conoscenze, capacità tecniche, acquisite in lunghi anni e trasferite di generazione in generazione insieme all’adeguamento che deriva dalla continua innovazione.

La Chimica in questa prospettiva deve assicurare il contributo della propria cultura che risponde all’esigenza, ma anche alla evidenza, della dimostrazione che la Chimica é da sempre considerata fra le discipline scientifiche la più vicina ai Beni Culturali, assumendo questa affermazione un significato ancor piu importante se si pensa che si riferisce in questo caso ad un’istanza territoriale per la quale le ricchezze culturali non possono non collegarsi a turismo, economia, prestigio internazionale.

Nel passato il legame stretto fra Chimica e Beni Culturali era sostanzialmente affidato al ruolo protettivo e conservativo della Chimica, anche però considerata in questa funzione causa della produzione di alterazioni negli originali, fino a parlare di falsi voluti e di reversibilità di restauro.

Oggi sembra quasi che i Beni Culturali vogliano ricompensare la disciplina aprendo ad essa nuovi campi di attività, di economia, di mercato anche in chiave europea.

La Chimica Europea schiacciata fra i bassi costi dell’energia del Medio Oriente ed i bassi costi della mano d’opera dell’Estremo Oriente si deve affidare per il suo sviluppo alla risorsa tecnologica che forse sola con il Nord America può mettere in campo con esclusività rispetto alle suddette zone geografiche favorite da gestione a risparmio.

La chimica in questo ultimo trentennio ha vissuto anche una propria trasformazione derivante dalla riscoperta di alcuni valori, espressione di un moderno Rinascimento chimico, quali la salute, la sicurezza, l’ambiente, la dignità umana. Questa trasformazione ha prodotto quella che oggi viene invocata come Chimica Sostenibile (Green Chemistry: i due termini vengono confusi, anche se in effetti la Green Chemistry è più finalizzata alle innovazioni che comportano maggiore protezione dell’ambiente, meno rifiuti, più circolarità economica piuttosto che alla esaltazione del rispetto fra le diverse generazioni e dell’equilibrio fra le diseguaglianze sociali  e civili dei Paesi ).

La Chimica Sostenibile (C.S.), proprio perchè correlata alla Green Chemistry ha trovato i suoi campi di intervento e sviluppo nell’ambiente, nella salute, anche nell’alimentazione in quanto ad essi collegata.

Oggi proprio per cercare di superare le due strette di cui si è detto la C.S.può divenire strategica a patto però di trovare nuove opportunità di applicazione. I Beni Culturali lo sono certamente: l’innovazione di prodotto e di processo della C.S. risponde a tale logica. Si tratta di trasferire tecnologie nate in ambito diverso (elettrochimica, reazioni in situ, materiali compositi) adattandole ai Beni Culturali, nel rispetto quindi della preziosità delle matrici studiate e si tratta di estendere ai Beni Culturali le applicazioni di nuovi prodotti, solventi, detergenti, consolidanti nati per altre finalità.

I Dipartimenti di Chimica delle nostre università da tempo sono impegnati in queste direzioni valorizzando il ruolo protettivo delle sostanze naturali, svilupppando strumentazioni di controllo ad elevato tasso di innovazione tecnologica, mettendo a punto tecnologie di restauro più efficaci, più stabili, più sicure contribuendo così quindi anche ad abbattere un ulteriore fenomeno che il DTC dovrà affrontare e che riguarda la salute degli operatori e lo svilupparsi fra di essi di malattie professionali sempre più frequenti. In molti casi innovazione di prodotto e di processo vuole anche dire economia e protezione della salute e dell’ambiente

 

La nostra avventura.2.

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Luigi Campanella, già Presidente SCI.

Torno su un mio recente post indicavo “la natura come la stella polare” ( l’espressione é dell’amico Vincenzo Balzani) per la diffusione della chimica ed anche per le attività accademiche di insegnamento e ricerca.

Ci ritorno perchè in una biografia di Alexander Von Humboldt scritta da Andrea Wulf si parla di lui come di un poeta della natura,un eroe perduto della scienza,il creatore della Naturgemalde (descrizione della Natura).

Von Humboldt ha intuito per primo che la Natura non é solo una sommatoria di parti,ma piuttosto un integrale divenendo con tale impostazione un illuminista romantico.

Alexander Von Humboldt

Il ruolo delle foreste nell’ecosistema e per il clima,le basi della classificazione di animali e piante, la trasformazione antropica dell’ambiente in paesaggio sono alcune delle sue ricerche descritte in testi importanti come Cosmos o Quaderni della Natura. La Natura diviene così anche la ispiratrice capace di influenzare l’immaginazione delle persone e di conseguenza di produrre arte in chi ne ha la sensibilità. Guardando a quanti hanno cercato di mettersi in scia a Von Humboldt troviamo biologi, naturalisti, genetisti, perfino  politici a partire da Charles Darwin con la sua teoria dell’evoluzione,dall’inventore della biologia Lamark, dallo zoologo Ernest Haeckel con le sue ricerche sui protozoi, dal naturalista John Muir il primo ambientalista “arrabbiato”, dal politico Perkins Marsh, il primo ecologista americano.

Probabilmente però oltre ad avere avuto posteri Von Humboldt ha anche avuto antenati: si pensi per tutti a Tito Lucrezio Caro ed al suo De Rerum Natura o al botanico svedese Linneo ed alla sua prima teoria della selezione degli organismi viventi.

Mi chiedo come sia stato possibile che nessun chimico abbia colto la sfida e l’invito di Von Humboldt e me lo chiedo proprio per quanto ho scritto ed a cui mi riferivo all’inizio di questo post.

Forse si comprende proprio da questa assenza quanto oggi ci si debba impegnare per rivalutare la nostra disciplina agli occhi della società e per instillare la cultura chimica nei nostri giovani. Credo che questa oggi sia la sfida più grande da affrontare da  parte della nostra comunità e che per avere probabilità e speranze di vincerla dobbiamo guardare con più attenzione analitica e dialettica alla nostra stella polare.

La nostra avventura.

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Luigi Campanella, già Presidente SCI.

Scrivo questo post nella mia veste anche di direttore di CNS Chimica Nella Scuola il giornale della SCI edito da ARACNE dedicato all’insegnamento della Chimica nella Scuola primaria e secondaria,quindi di fatto all’inizializzazione della cultura chimica nei giovani.

La nostra è disciplina complessa, non facile da insegnare e anche da comprendere, tanto da richiedere una creatività didattica capace di superare queste difficoltà. Proprio in questa convinzione CNS cerca di mettere a comune esperienze,originalità, veri e propri prodotti del capitale umano al fine di accrescere la capacità creativa ed innovativa del sistema didattico. Su questa base mi avvicino sempre con interesse a testi che possono promuovere in me stimolazioni e provocazioni da raccogliere da parte di colleghi che appartengono alla stessa comunità, intendendo per essa quella della didattica, non necessariamente limitata alla Chimica.

Ho così letto le due ultime fatiche di Carlo Rovelli , SETTE BREVI LEZIONI DI FISICA e L’ORDINE DEL TEMPO (ADELPHI ED.).Mi ha subito colpito l’approccio: la disciplina da spiegare vista come un’avventura, quasi verso l’ignoto, cercando quindi in questa prospettiva di offrire a chi fruirà della descrizione, la soddisfazione di avere superato un ostacolo, di essere arrivato in porto dopo una procellosa navigazione. Da qui la convinzione che la conoscenza è figlia dell’ignoranza precedente. Pensare di sapere tutto frena l’interesse scientifico, ma limita anche la curiosità formativa e quindi l’apprendimento.

La creatività dell’insegnante si misura proprio in questa capacità.

Quando il primo ministro inglese chiese a Faraday a cosa servisse l’elettricità, lui rispose che un giorno sarebbe stata tassata. Quando la scoperta delle onde gravitazionali  ha confermato la teoria di Einstein non si pensava che poi i gps avrebbero funzionato anche grazie alla relatività generale.

Nella ricerca  di linee guida che l’esplorazione didattica richiede si misura il secondo aspetto della creatività didattica. Per la Fisica Rovelli crede molto al “tempo” per questa funzione. Sembra ovvio che scorra in avanti,ma perchè il futuro è diverso dal presente e questo diverso dal passato? Sappiamo che è l’entropia, l’aumento del disordine a differenziare i livelli temporali. Ma per spazio e tempo la gravità quantistica obbliga a ripensarne certi modelli. La materia oscura poi, di cui si intuisce  l’esistenza, ma che non sappiamo rappresentare potrebbe ai concetti di tempo e di spazio assegnare nuovi connotati.

Mi chiedo ora: se volessimo anche noi trovare una linea guida per l’insegnamento della Chimica,come la dovremmo scegliere? Qual’è il corrispondente del Tempo di Rovelli?

Se si leggono con attenzione le ultima annate di CNS, anche le precedenti più antiche, se disponibili, ci si rende conto come la nostra stella polare è la Natura, a partire dall’evoluzione chimica dell’universo, per proseguire con le leggi che regolano i processi chimici, anche quelli naturali, con la trasformazione dell’ambiente in paesaggio a seguito delle attività antropiche, con il passaggio dalla CHIMICA DELLA VITA (conoscenza ,esplorazione), ALLA CHIMICA PER LA VITA(sicurezza,salute,qualità della vita).

Credo che la Chimica abbia fatto molto per la Natura,ma questa ha fatto, fa e  farà molto per la Chimica, in quanto ne agevolerà sempre l’insegnamento e lo sviluppo di una cultura.

Inquinamento ospedaliero.

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Luigi Campanella, ex Presidente SCI

Un aspetto interessante e sempre più discusso dell’inquinamento riguarda l’ambiente indoor, che poi in termini statistici di ore trascorse dall’uomo supera l’outdoor (più o meno  15 a 9 hr per giorno).

Un ambiente indoor molto specifico per il tipo di inquinanti che lo affliggono e per la gravità dei danni prodotti,in quanto esercitati su comunita di cittadini più deboli è quello degli ospedali. In un ospedale poi ci sono punte e nature di preoccupazione e di attenzione diverse rispetto ai locali interessati. Per alcuni, le sale operatorie ad esempio, le specificitá di inquinanti e di gravità dei danni prodotti giá ricordate assumono connotati ancor più drammatici in quanto gli esposti oltre ai  sanitari, sono i malati, per di più operati.

Ci sono poi i locali di minore rischio,se non altro potenziale, ma dove le frequenze di presenza sono più elevate,come sale di attesa o di pronto soccorso, uffici amministrativi, infermerie.

Tornando  alle sale operatorie l’uso di anestetici può comportare un potenziale inquinamento ambientale con conseguente esposizione sia dei lavoratori che dei malati che va attentamente considerata ai fini del rispetto dei limiti stabiliti da normative vigenti e/o consigliati dai competenti organismi nazionali e internazionali. Va adottato, come criterio di prevenzione, il principio di massima cautela affinché l’esposizione  a prodotti chimici volatili pericolosi sia ridotta al minimo possibile o eliminata attraverso pratiche preventive e/o correttive.

Le acquisizioni scientifiche hanno dimostrato che alcuni gas anestetici, come il protossido d’azoto (N2O), presentano tossicità maggiore dei liquidi volatili anestetici (sevoflurano, desflurano ecc.), e pertanto sarebbero da evitare  con la conseguenza di un aumento della presenza in atmosfera di residui di  altri agenti anestetici, in particolare degli alogenati , fra i più comuni. Riguardo all’esposizione ad essi l’unica “raccomandazione ” riguarda un limite di 2 ppm quale valore “ceiling” per l’insieme degli anestetici alogenati,intendendo per valore di ceiling la concentrazione che non deve essere superata in qualsiasi momento dell’esposizione lavorativa. Tale raccomandazione fa riferimento alle ben 102 altre pubblicate dal Niosh (National Institute for Occupational Safety and Health) statunitense (1976) in merito al valore di concentrazione di agenti anestetici clorurati che potrebbero essere considerato alla stregua di un protocollo di  ottimizzazione dei requisiti di qualità.

È opportuno precisare che le indicazioni del Niosh – in riferimento alla raccomandazione sul valore limite indicato per “l’insieme degli anestetici alogenati” – sono da intendersi riferite a prodotti impiegati nel periodo storico suddetto, ovvero alotano (fluotano) ed enflurano (etrano), attualmente non più usati. Tra gli anestetici inalatori più usati nella pratica clinica vi sono sevoflurano e desflurano per i quali, tuttavia, non è stato ancora delineato un completo profilo tossicologico e, di conseguenza, definiti i valori “limite di esposizione”. Poiché comunque nelle misure di prevenzione è opportuno adottare il principio per il quale l’esposizione professionale a prodotti chimici pericolosi sia mantenuta entro i livelli più bassi possibili, a fini cautelativi è opportuno, anche per quanto attiene ai liquidi volatili anestetici di nuova generazione (per esempio, sevoflurano e desflurano), contenerne i valori di concentrazione ambientale entro i livelli più bassi possibili.

https://www.slideshare.net/kathikkhan0484/indoor-air-quality-in-hospitals

I composti organici alogenati sono fra quelli più sensibili alla degradazione fotochimica in quanto aggredibili dai radicali liberi dell’ossigeno prodotti dall’azione della luce di opportuna lunghezza d”onda (radiazione ultravioletta) sulle molecole dell’ossigeno e dell’acqua assistita da un catalizzatore semiconduttore (ad esempio biossido di titanio). Ecco perchè possono trovare un ‘applicazione importante  le pitture fotocatalitiche delle pareti delle sale operatorie,analogamente per quanto è avvenuto perl’inquinamento outdoor con il cemento fotocatalitico brevettato proprio da italiani.

Un ultimo aspetto riguarda il monitoraggio di questi inquinanti negli ambienti ospedalieri. Si deve eseguire il prelievo/campionamento garantendosi che le condizioni sperimentali del campione analizzato non siano diverse significativamente da quelle originali comportando il possibile riavvio di reazioni che si erano arrestate o anche lo start di nuove reazioni,ad esempio-ed è proprio questo il caso in questione-attivate dalla luce capace di promuovere le reazioni radicaliche secondo un meccanismo  a catena. Il fatto poi che i radicali terziari,secondari e primari abbiano attività diverse ai fini della clorurazione porta ad ulteriori complicazioni analitiche.Per evitare quindi di analizzare un campione che potrebbe non essere rappresentativo della matrice campionata è necessario procedere ad una sua stabilizzazione.

Il museo del sapone e la saponificazione.

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Luigi Campanella

Il Museo é una delle realtà del nostro tempo che più rappresenta in modo chiaro e comprensibile la trasformazione della nostra società.

Da raccolta e collezione per il prestigio di chi potesse rivendicarne la proprietà a prima espressione dell’attenzione dello Stato per la Cultura ed i suoi Beni,da Camera delle Meraviglie a strumento della rappresentazione razionale della Scienza, da testimone della Storia e dell’avanzamento della Società a-e siamo ai giorni nostri- sede di informazione,educazione e conoscenza.

Proprio in questa logica a Sciacca in provincia di Agrigento è  nato un nuovo Museo dedicato all’Arte Saponaria,uno spazio nuovo creato per merito dei chimici di Saponi&Saponi, un’azienda impegnata nel campo della produzione di Saponi e Cosmetici, i cui responsabili hanno voluto creare un Museo proprio per fare conoscere lo sviluppo di una tecnologia che ha quasi 5000 anni di storia. Si tratta del sesto Museo su questo tema nel mondo-gli altri 5 in Grecia,Corfù, Francia,Marsiglia, Libano,Aleppo, Polonia,Bydgoszcz, Algeria,Saida-e come gli altri nasce in una zona geografica legata alla storia dell’arte saponaria.

Il nuovo Museo presenta la storia dell’igiene personale a partire dall’antica Roma per proseguire nel Medioevo quando usare il sapone era considerato un segno di debolezza con le conseguenti epidemie che hanno flagellato le società del tempo e poi nei secoli 17 esimo e 18 esimo quando il benessere di uno stato era correlato al consumo di sapone. L’itinerario nel Museo  spiega come a questa storia abbiano contribuito i differenti tipi di sapone da quelli australiani fatti con olio di macadamia o avocado a quelli svedesi preparati con albume d’uovo, acqua di rose, lanolina e grassi animali  da quelli del Burkina Faso a base di burro di Karitè fino ai più semplici  a base di olio extravergine.

Il punto focale sviluppato dall’itinerario guidato nel Museo è la differenza fra sapone naturale  e detergente: il primo è un antibatterico ed antisettico naturale che non richiede conservanti e non deve soltanto detergere ma anche idratare e conservare lo strato idrolipidico che protegge dagli aggressivi esterni.

Come si è già detto i saponi si differenziano a seconda dell’olio che viene saponificato. Questa informazione è fondamentale ai fini della valutazione della qualità e può essere rintracciata nell’etichetta: per esempio nel caso di sapone proveniente da olio di oliva, quindi di qualità elevata, è possibile rintracciare fra i componenti indicati “olivato di sodio”. I saponi solidi sono caratterizzati da un più elevato contenuto di glicerina e da alcuni addittivi aggiunti durante il processo che viene condotto a temperatura non superiore ai 40°C.

Oggi i saponi sono considerati anche dei cosmetici: infatti durante la loro fabbricazione sono soggetti ad aggiunte di sostanze diverse proprio con il fine di promuoverli (o retrocederli??!!) da sapone a cosmetico: miele, lecitina, amminoacidi, vitamine, profumi vari ( menta, lavanda, gelsomino, orchidea, violetta rosa).

La chimica è il grande motore di questo importante settore industriale perchè la trasformazione delle materie prime in prodotto finito è compito del chimico e della chimica. Nel tempo così il chimico ha elaborato metodi diversi di saponificazione: basica, a vapore, enzimatica, catalitizzata.

La saponificazione è un processo che ha trovato applicazioni anche diverse da quella di produrre saponi. Uno dei più recenti è quello dell’estinzione degli incendi, purtroppo di grande attualità: l’agente estinguente converte rapidamente  la sostanza che sta bruciando in un sapone non combustibile. Questo processo è endotermico ed, assorbendo l’energia termica dall’ambiente circostante inibisce ulteriormente il diffondersi del fuoco. La cottura attraverso la saponificazione.

La saponificazione e la conservazione dei beni culturali. Ma con la saponificazione non sono tutte rose e fiori per dirla con un termine popolare.Infatti essa può essere responsabile di danni nel campo dei Beni Culturali.

John Singer Sargent, Ritratto a Madame X (1884) versione non censurata; i neri sono interessati alla saponificazione; la versione esposta al Metropolitan è quella modificata con la spallina su.

 

Nel corso del tempo possono verificarsi fenomeni di saponificazione descritti solo di recente su Pittura a olio e dipinti a olio causando danni visibili e deformazioni. Il substrato o gli strati di pittura dei quadri a olio contengono spesso metalli pesanti usati come pigmenti: il bianco di piombo, il minio e l’ossido di zinco sono fra i più diffusi. Se tali metalli reagiscono con gli acidi grassi liberi nella matrice oleosa che lega insieme i pigmenti, possono formarsi dei saponi nello strato di vernice che migrano verso la superficie del dipinto producendo grumi e sporgenze che diffondono la luce alterando la visibili tà del quadro. Si tratta di  un fenomeno diffuso, essendo stato osservato in molte opere databili fra il quindicesimo e il ventesimo secolo di diversa origine geografica e su vari supporti, come ad esempio tela, carta, legno e rame. Ancora una volta ci aiuta la chimica: infatti l’analisi chimica può rivelare principi di saponificazione che si verificano negli strati più profondi di un dipinto prima ancora che ne appaiano i segni in superficie, anche in dipinti antichi di secoli contribuendo al restauro preventivo, il primo intervento di conservazione di cui disponiamo ed a cui purtroppo nella pratica comune poco si ricorre concentrando le risorse disponibili su urgenze ed emergenze. Le aree saponificate possono deformare la superficie del dipinto attraverso la formazione di grumi visibili o sporgenze che diffondono la luce. Questi grumi di sapone possono interessare solo  alcune parti della tela piuttosto che l’intera opera, in genere le aree più scure dove l’artista ricorre a pennellate più grasse per compensare la tendenza all’essiccazione dei pigmenti neri.

I due volti dell’innovazione scientifica

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Luigi Campanella

In passato alcune discipline scientifiche, prima fra tutte la chimica, hanno esaltato il proprio doppio volto: da un lato la protezione dell’ambiente e della salute dall’altro il superamento delle barriere etiche e l’asservimento alle logiche economiche e d’interesse. Oggi in pochi giorni due importanti scoperte ripropongono questo ambiguo dilemma e lo fanno in una nuova prospettiva, quella multidisciplinare ed interdisciplinare.

La prima notizia riguarda la moda sostenibile: finora se n’era parlato per i materiali tradizionali utilizzati ed i conseguenti scarti delle lavorazioni e per l’adozione di integratori tessili capaci di attribuire al tessuto integrato proprietà nuove di grande interesse della clientela, ad esempio la capacità del tessuto di abbattere la flora microbica. Lega ambiente ha anche prodotto un testo risultato di incontri e di relazioni scientifiche dal titolo molto in linea con il ns tempo :”Moda Sostenibile”. Oggi si parla di eco-chic cioè di tessuti eleganti ottenuti riciclando rifiuti di plastica ripescati dai fondali marini e dai quali nascono materiali per vestiti, borse, scarpe. Tutta l’Europa occidentale è impegnata in questa direzione dall’Inghilterra alla Spagna, dalla Francia all’Italia. Anzi questa volta con una punta di orgoglio possiamo dire che  la Camera della Moda Nazionale con il supporto del MISE ha dedicato un evento alla celebrazione del MADE IN ITALY attraverso il fil rouge dei valori etici e sostenibili, chiamando i grandi stilisti italiani insieme ai brand giovani emergenti a realizzare modelli in grado di esaltare la creatività della scienza nella capacità di riciclare e del design nell’abilità a conferire ai prodotti ottenuti un significato anche artistico, in fondo Arte e Scienza che camminano insieme dimostrando l’inutilità ed il danno della disarticolazione culturale.

Anche in questo caso la chimica ha fornito il suo grande contributo con metodi innovativi e green di recupero e riciclo e con modulazioni intelligenti dei materiali finalizzandoli alle loro specifiche applicazioni. Con il progetto “upcycling the oceans” sono stati riciclate 70 tonn di materiale plastico dimostrando risparmi fino al 60% di acqua ed energia rispetto alla produzione di sintesi. (https://ecoalf.com/us_en/upcycling-the-oceans).In un discorso di croce e delizia dal quale siamo partiti si può dire che l’utilità ed i vantaggi del riciclo, se non adeguatamente integrati con una formazione ed educazione ambientale, che tenga anche conto e sappia valutare i costi energetici aggiuntivi che comporta il riciclo, possono indurre ad una sorta di autoassolvimento rispetto a smaltimenti impropri ed irrispettosi.

La seconda notizia, senz’altro di maggiore impatto , anche etico , capace quindi di focalizzare il contrasto fra quei 2 volti della Scienza a cui prima accennavo, riguarda la correzione genetica apportata ad un embrione umano di poco più di 2 gg, così rendendolo immune al danno che ad esso sarebbe derivato dal difetto, se non corretto.

In passato la stessa esperienza era stata tentata, ma con il risultato che non era stato possibile limitarne gli effetti alla correzione voluta: si  erano registrati effetti secondari con mutazioni genetiche aggiuntive non volute. I nuovi risultati pubblicati su NATURE. I due volti hanno così preso forma in posizioni diverse assunte in sedi diverse, talvolta anche autorevoli. Così alla eliminazione delle malattie genetiche da una parte si è risposto dall’altra con bambini su misura, alla medicina genetica si è risposto con la manipolazione genetica, fino a temere strumenti  che possano divenire armi di distruzione di massa. In effetti il problema era nato alcuni anni fa,quando questa ricerca era stata divulgata:la NAS (National Academy of Sciences  US) sulla base di queste nascenti polemiche aveva dato il via libera alla tecnica purchè utilizzata unicamente per eliminare malattie gravi. Il successo è stato essere riusciti a modificare il Dna di un gran numero  di embrooni fecondati con liquido seminale di uomini portatori del danno genetico specifico che si vuole contrastare. Il gene colpevole è stato colpito e corrette di conseguenza le mutazioni in tutte le cellule dell’embrione, evitando che solo alcune vengano curate, mentre altre restano danneggiate. Per l’esperimento è stata scelta una malattia ereditaria fra oltre 10000 per la quale basta che una sola delle due copie del gene sia mutata perchè la patologia si manifesti. Ogni portatore di questo danno può trasmetterlo ai figli con una probabilità del 50%. Proprio per interrompere questa catena  i ricercatori dell’Oregon Health and Science University, gli autori questa ricerca, hanno utilizzato ovuli sani e spermatozoi portatori della mutazione. La tecnica sembra ancora lontana dall’essere applicata nella pratica clinica, ma sarebbe bene in questa fase di approfondimento di chiarirne gli aspetti etici – si pensi ai riflessi su un tema così discusso come quello del diritto del malato e della salvaguardia della sua libera scelta – possibilmente con disponibilità al confronto ed alla discussione delle correlazioni fra questa tecnica e le ipotesi in sedi diverse formulate di percorso di fecondazione artificiale.

(Correction of a pathogenic gene mutation in human embryos Hong Ma et al. Nature (2017) doi:10.1038/nature23305))