La chimica nell’economia globalizzata:il caso dei metalli rari.

In evidenza

Luigi Campanella, già Presidente SCI

Stiamo assistendo ad una fase piuttosto travagliata dell’economia globale.

Gli interlocutori potenziali sono tanti, quelli realmente in grado di incidere e determinare i futuri scenari sono invece pochissimi, da contare sulle dita di una mano.

In particolare Cina e Stati Uniti nella fase più recente sono stati protagonisti di complicate rimostranze a partire dalla guerra tecnologica e dall’applicazione di dazi destinati a limitare il libero mercato. Da chimici non possiamo non focalizzare la nostra attenzione su una delle risposte della Cina alla politica americana di Trump, risposta in relazione ad una delle armi più significative in possesso del governo cinese, spesso dimenticata o sottostimata. Mi riferisco ai cosiddetti metalli rari, materiali chiave per le tecnologie più avanzate, fondamentali per garantire prestazioni elevate in dispositivi tecnologici compatti. L’aggettivo rari tende a contrapporli a quelli comuni come ferro, rame, manganese, alluminio. Si tratta di una cinquantina di elementi, denominati anche strategici o tecnologici, a volte più preziosi dell’oro, come nel caso del rodio che lo è 10 volte di più. Oltre il 90% della produzione dei metalli rari nel mondo, complessivamente valutata nel mondo pari a 25000 tonn/anno, è gestita dalla Cina.

La loro estrazione impegna metodi e processi molto complessi, tanto che l’UE definisce tali elementi come “metalli  critici” che inserisce in una  lista periodicamente aggiornata. Dicevo più sopra dell’impatto di questi metalli sulle applicazioni tecnologiche: si pensi che in uno smartphone di più recente produzione sono presenti circa 70 elementi, alcuni dei quali appartenenti al gruppo dei metalli rari. Probabilmente in questa applicazione i due  rari più importanti sono il neodimio che sostituisce i tradizionali magneti, consentendo rispetto a questi più elevati gradi di miniaturizzazione e l’indio che ha consentito di trasformare gli schermi dei telefoni in display tattili: il vetro del dispositivo viene ricoperto da una griglia composta da ossido d’indio, cosicchè al tocco dello schermo da parte del dito la carica presente su di esso, anche se di modesta entità, consente la registrazione del punto di contatto.

La Cina forte della sua supremazia sia come ricchezza del territorio che come capacità estrattiva e tecnologie di lavorazione già nel 2010 stabilì un embargo di 6 mesi per Giappone ed USA perchè voleva spingere le aziende a comprare i propri prodotti piuttosto che vendere ad esse materiali grezzi. Si tratta di un’arma  importante che potrebbe essere pericolosamente riproposta in un clima di guerra fredda. D’altra parte nel mondo occidentale sta maturando la convinzione che i materiali rari disponibili senza ricorso alle importazioni sono nettamente deficitari rispetto ai fabbisogni, purtroppo in tempi recenti non solo riferiti alle tecnologie, ma anche alla produzione di dispositivi militari, come nel caso degli USA.

Anche Italia e Francia cominciano a rilevare con preoccupazione queste carenze nazionali, per fortuna con attenzione rivolta soprattutto alla produzione di batterie per le auto elettriche. Probabilmente tenuto conto che anche Paesi  Sudamericani  come il  Cile ed Africani come il Congo dispongono di risorse, la differenziazione delle fonti di approvigionamento potrebbe essere una strategia intelligente capace di abbattere la drammaticità del confronto fra big.

Un altro punto fondamentale riguarda il riciclo: spedendo nei Paesi poveri le nostre strumentazioni tecnologiche obsolete facciamo due errori: pensiamo di salvarci l’anima rispetto ai principi di umana solidarietà e rinunciamo ad una strategia di riciclo e recupero: i metalli rari presenti nei dispositivi tecnologici infatti possono essere completamente riutilizzati.

Regolare le nanoparticelle.

In evidenza

Luigi Campanella, già Presidente SCI

La strada da percorrere per una gestione sicura dei nanomateriali è ancora molto lunga: La commissione europea, tuttavia, grazie al regolamento REACH pone i primi paletti per poter raccogliere quanti più dati scientifici possibili intorno a questa nuova tipologia di sostanze. Le aziende europee sono chiamate, infatti, già dal 1 gennaio 2020, ad attivarsi per poter rispondere a questo nuovo obbligo di legge.

E. Boscaro, L.Barbiero, G. Stocco (Normachem) su Ambiente & Sicurezza sul lavoro n. 3 / 2 0 1 9 (https://www.insic.it/Salute-e-sicurezza/Notizie/Su-AmbienteSicurezza-sul-Lavoro-n3-2019-si-parla-di/196f8ca4-01a9-405b-92cc-c239f0cc48a2) affrontano l’inquadramento legale delle “nanoforme”, analizzano i riferimenti ai nanomateriali all’interno del Testo Unico di Sicurezza e soprattutto le difficoltà, i limiti e le sfide per i valutatori del rischio e per i datori di lavoro, cercando di fornire alcune indicazioni pratiche su come gestire il rischio correlato all’uso di nanomateriali e di conseguenza come definire le misure di gestione del rischio più corrette per tutelare la salute e la sicurezza dei lavoratori.

Negli ultimi decenni, grazie all’enorme progresso scientifico, si sono fatti sempre più largo prodotti contenenti “nanoforme” e “nanotecnologie”. Sul mercato europeo sono già presenti numerosi prodotti conteneti nanomateriali (ad esempio farmaci, batterie, rivestimenti, indumenti antibatterici, cosmetici e prodotti alimentari). La presenza di particelle nanostrutturate conferisce molto spesso al prodotto finito caratteristiche di alta prestazione con risultati a volte “strabilianti”. Però, come spesso succede in questi casi, l’aspetto commerciale ha di gran lunga preceduto la valutazione di quale potrebbe essere l’effetto di queste sostanze sull’uomo e sull’ambiente.Immagini al microscopio elettronico TEM (a, b, e c) di particelle di silice mesoporosa con diametro esterno medio: (a) 20nm, (b) 45nm, e (c) 80nm. Immagine (d) dal microscopio elettronico SEM corrispondente a (b). Gli inserti ad alto ingrandimento sono di una particella di silice mesoporosa da https://it.wikipedia.org/wiki/Nanoparticella

Per capire però di cosa stiamo trattando, bisogna andare a leggere la definizione di nanomateriale.
L’unica definizione legalmente riconosciuta a livello nazionale ed europeo è quella prevista dalla raccomandazione europea la quale recita al punto 2.

Con “nanomateriale” s’intende un materiale naturale, derivato o fabbricato contenente par ticelle allo stato libero, aggregato o agglomerato, e in cui, per almeno il 50% delle particelle nella distribuzione dimensionale numerica, una o più dimensioni esterne siano comprese fra 1 nm e 100 nm.

In deroga al punto 2 i fullereni, i fiocchi di grafene e i nanotubi di carbonio a parete singola con una o più dimensioni esterne inferiori a 1nm dovrebbero essere considerati nanomateriali.
Diversamente dai prodotti chimici a cui il mondo scientifico e produttivo è sempre stato abituato, i nanomateriali hanno rivoluzionato il modo di pensare in quanto le proprietà chimiche che dimostrano, a causa delle loro estreme dimensioni, sono spesso diverse o addirittura diametralmente opposte a quelle previste dai rispettivi materiali “in forma massiva”.https://www.puntosicuro.it/sicurezza-sul-lavoro-C-1/tipologie-di-contenuto-C-6/valutazione-dei-rischi-C-59/nanomateriali-cosa-deve-includere-la-valutazione-dei-rischi-AR-18981/

 

Agricoltura urbana e ambiente delle città.

In evidenza

Luigi Campanella, già Presidente SCI

Il boom dell’agricoltura urbana è uno dei processi in atto nella nostra società moderna. Il Brooklyn Grange di New York è l’orto urbano più grande del mondo con fattorie urbane sui tetti dei palazzi in un ex cantiere navale della marina militare, ma anche in Italia ci sono importanti casi di orto urbano.

Brooklyn Grange, a one acre urban farm on top of industrial 6 story industrial building in the Long Island City neighborhood of Queens.

Da Bologna da considerare la prima città italiana in materia, a Palermo dove terreni coltivabili vengono affittati per allenarsi all’agricoltura biologica; da Venezia dove l’orto urbano è alla base di un progetto di rigenerazione del sito industriale di Marghera, a Torino dove nel quartiere Mirafiori Sud, ex Fiat, si è creato uno spazio per chi voglia dedicarsi all’agricoltura urbana e nell’area industriale del Parco Mennea sono stati messi a dimora 300 alberi,un orto collettivo ed una vigna; da Milano che ha riqualificato gli spazi degli scali ferroviari dismessi fino a Roma.

Quali gli stimoli a questa nuova tendenza?

Innanzitutto il recupero di aree potenzialmente contaminate, ex siti industriali, poi la voglia di verde nelle nostre città, dove questo colore spesso manca, ancora la convinzione che i processi naturali, come la crescita di vegetazione, siano correttivi dell’ambiente inquinato, infine la possibilità di disporre di matrici alimentari preziose e di qualità a portata di mano, a Km zero come oggi si dice, senza cioè i costi e l’inquinamento che il trasporto dai siti di produzione a quelli di consumo comporta. Diffusi ovunque dal centro alla periferia gli orti nascono in zone urbane e periurbane per consentire alle famiglie di dedicarsi ad essi in nome dell ‘autoproduzione e dell’autosufficienza.

https://www.architetturaecosostenibile.it/green-life/curiosita-ecosostenibili/coltivare-citta-orti-urbani-italia-551

Ci sono però anche valutazioni negative rispetto a questo tipo di interventi, prima fra tutte quella che considera l’orto urbano un parassita competitore e predatore dell’ambiente rurale. C’è poi il problema dell’inquinamento urbano che può divenire un pericolo per la qualità delle produzioni da parte di orti urbani. Da qui deriva l’esigenza di scegliere il sito di collocamento dell’orto e soprattutto la sua gestione quanto più bio possibile. Una riflessione riguarda il ruolo dei politici: che non pensino di risolvere con gli orti urbani il problema della qualità dell’aria urbana!

Se è vero che l’attività foto sintetica delle piante in luoghi inquinati migliora l’assorbimento di CO2 e che un albero può ridurre il particolato disperso nell’aria che lo circonda in una percentuale che va dal 7 al 24%, sarebbe però sbagliato demandare agli orti urbani l’intero problema, magari puntando sul fatto che camminare in città attraverso strade e piazze circondate da vegetazione lussureggiante modifichi il nostro umore in meglio, alzando il livello di criticità ed abbassando quello di criticismo.

L’acqua si perde!

In evidenza

Luigi Campanella, già Presidente SCI

I nostri acquedotti sono ormai un colabrodo, perdiamo in alcuni punti fino a 75 gocce su cento. “Per di più, quando piove, l’acqua incontra terreni così induriti che non riesce a filtrarsi, scorre sulla superficie e magari fa disastri”, spiega Vito Felice Uricchio, direttore dell’Irsa, Istituto di ricerca sulle acque del CNR. Con situazioni come questa si comprende come al timone dei cambiamenti climatici si aggiungano gli errori,e talora orrori, del nostro modo di gestire i problemi: la rete nazionale di distribuzione dell’acqua potabile (quindi pregiata, trattata e depurata) perde oltre 6.5 milioni di litri al minuto, pari al 41,9 per cento di quella immessa nelle tubature. Dati in costante rialzo: eravamo al 35 per cento nel 2012, al 38 nel 2015. Ci sono zone, come Frosinone, in cui le perdite raggiungono il terrificante primato del 75 per cento. Lo stesso tipo di dati per la Germania fornisce per la Germania perdite pari al 6,5% e per la Francia pari al 20,9%.In realtà, oggi esistono tecnologie che permettono di localizzare e aggiustare il punto esatto della perdita a costi minimi, in modo rapido e tutto sommato economico. “Noi dell’Università a Milano Bicocca, per esempio, abbiamo inventato un software che, attraverso piccolo sensori, registra cali di pressione e portata dove il tubo ha una falla”, spiega Antonio Candelieri.Con tale metodo ci sono impianti che hanno ottenuto una riduzione delle perdite fino al 30 per cento.

C’è poi discorso della prevenzione, sempre meglio della cura. All’IRSA CNR sono 40 anni che invitano lo Stato a costruire gli invasi sotterranei di raccolta dell’acqua piovana: costano un quinto di quelli all’aperto, non hanno il problema dell’evaporazione.“Noi proponiamo di incentivare con l’aiuto pubblico anche la costruzione di microinvasi condominiali, che possano rendere i palazzi più autonomi”, dice Uricchio.

Siamo il Paese con uno dei consumi d’acqua domestica più alti (circa 240 litri al giorno pro capite, contro i 180 della media europea) e in compenso siamo la terza nazione al mondo per consumo di acqua in bottiglia. L’acqua del rubinetto è perfettamente sana, dovremmo imparare a consumarne di meno e soprattutto bisognerebbe creare sistemi per recuperarla (per esempio, dopo una doccia) e riutilizzarla in giardino o per altri usi meno pregiati.E’ tempo di lanciare la cosiddetta microirrigazione nei campi, in modo che alle piante arrivino giusto le gocce di cui hanno davvero bisogno.

La discussione di questo tema è entrata in Parlamento lo scorso ottobre 2018, con un progetto di legge in materia di “Gestione pubblica e partecipativa del ciclo integrale delle acque” che si muove in continuità con un disegno di legge già presentato nella precedente legislatura e che a breve approderà in aula della Camera dei Deputati. Difatti, come riportato nella bozza del DEF 2019: “E ‘obiettivo del Governo garantire l’accesso all’acqua quale bene comune e diritto umano universale, anche avvalendosi degli strumenti normativi europei. Sarà rafforzata la tutela quali-quantitativa della risorsa e si incentiverà l’uso di sistemi per ridurre gli sprechi e le dispersioni con l’introduzione e la diffusione di nuove tecnologie e si incrementeranno gli investimenti di natura pubblica sul servizio idrico integrato.

Al riguardo, un progetto di legge in materia di gestione pubblica e partecipativa del ciclo integrale delle acque (A.C. n.773) è all’esame della Camera dei Deputati.

Da una prima lettura del progetto di legge emergono questioni di grande importanza che potranno creare forti criticità nella struttura del settore idrico a livello nazionale. In particolare, secondo la Federazione nazionale degli ordini dei chimici e dei fisici (Fncf) alcune proposte previste nel progetto di legge meritano un confronto approfondito, come ad esempio:

  • Il principio di “unitarietà” della gestione, in luogo dell’”unicità”, all’interno di bacini idrografici;
  • L’adesione facoltativa alla gestione unitaria del servizio idrico integrato per i Comuni con popolazione fino a 5 mila abitanti situati in territori di comunità montane o di unioni di comuni.
  • Il restringimento degli affidamenti, consentiti in ambiti territoriali non superiori alle province o alle città metropolitane;
  • Il ritorno delle competenze in materia di regolazione al Ministero dell’Ambiente. Così era sino al 2011, cioè prima del mandato conferito a un’autorità indipendente, l’Autorità per l’energia, le reti e l’ambiente denominata Area.

In merito al deficit da dati della Fncf risulta che il 4% della popolazione è ancora priva di adeguati impianti acquedottistici, mentre il 7% di un collegamento alla rete fognaria. Sul versante della depurazione delle acque emerge un ritardo drammatico con il 15% della popolazione sprovvista di impianti di trattamento

Gli investimenti nel settore idrico, dopo uno scenario decennale inerziale (30 euro/abitante/anno), hanno avuto qualche miglioramento con evidente ripresa (45 euro/abitante/anno) e con previsioni di crescita (in media oltre 50 euro/abitante/anno). Tuttavia, si è ancora molto lontani dal fabbisogno di 80 euro/abitante/anno). Serve quindi uno scenario più forte e di ripresa degli investimenti: da 3,2Mld€/anno (oltre 50 €/abitante/anno a 4,8 Mld€/anno (circa 80 €/abitante/anno). Attualmente, tali risorse sono, a livello regionale, reperite all’interno della tariffa a carico del consumatore.

Immagini dal bell’articolo di Milena Gabanelli:

https://www.corriere.it/dataroom-milena-gabanelli/acqua-potabile-rete-colabrodo-si-perdono-274mila-litri-minuto/886100ba-5841-11e8-9f2b-7afb418fb0c0-va.shtml

 

Carl Remigius Fresenius, 1818-1897

In evidenza

Luigi Campanella, già Presidente SCI

Alla fine dello scorso anno,forse perché presi dalle feste di Natale e Capodanno abbiamo perso di celebrare i 200 anni dalla nascita di Carl Remigius Fresenius, un pioniere ed un padre della Chimica che ci ha lasciato un patrimonio importante che vive ancora oggi.

Sin da giovane appassionato alle Scienze Naturali, praticò la professione del farmacista che lo guidò verso un crescente interesse per le scienze sperimentali tanto che nel giardino di casa condusse i primi esperimenti sull’acido solfidrico. Molto formativo per lui fu anche il periodo della sua vita trascorso in Germania,il suo paese d’origine.sia in organismi pubblici che privati acquisendo una manualità che si rivelò poi preziosa per il suo successo iniziato dalla pubblicazione del suo saggio “Un sistema di di istruzione in analisi qualitativa”,che fu anche la base della sua tesi di dottorato.

Ottenuto questo traguardo superò un esame comparabile alla Libera Docenza che gli aprì le porte dell’insegnamento universitario con la sua prima lezione svolta quando aveva appena compiuto 25 anni. Cominciò a maturare in lui la distinzione fra chimica di base e chimica applicata,giungendo alla conclusione che era questa ad aprire all’interesse ed alla gratitudine dei cittadini l’opera del ricercatore ed a questa volle dedicarsi prevalentemente,in particolare alla chimica analitica applicata che,secondo lui,rappresenta il cuore della Chimica. Cominciò a sviluppare i primi nuclei di Etica della Chimica raccomandando a chi esegue misure di ripeterle tutte le volte che sussistano i benché minimi dubbi sull’accuratezza del risultato.,superando qualunque atteggiamento di pigrizia e di comodo. Nessun risultato pubblicato dovrebbe-secondo Fresenius-suscitare perplessità su autenticità ed accuratezza delle misurazioni eseguite per ottenerlo. Ebbe numerosi allievi anche prestigiosi in campo industriale,quali i fondatori di Bayer,Leverkusen,Hoechst,ai quali trasferì questo suo interesse per la sperimentazione ,raccomandando veri e propri protocolli di laboratorio. Considerò l’analisi chimica qualitativa come corso propedeutico alla chimica pratica perché consente di capire rapidamente ed affidabilmente su quali prerequisiti sia basato il successo degli esperimenti chimici:ordine,pulizia,abilità,osservazione attenta,considerazione completa delle condizioni sperimentali,corretta valutazione delle conseguenze di ogni atto e procedura,programmazione delle esperienze dopo averle meditate, considerazione di possibile ulteriore sperimentazione in tutti i casi in cui i risultati precedenti siano in conflitto fra loro.                 Si occupò anche di chimica forense in casi di avvelenamento,di materiali falsificati,di alimenti adulterati e/o scaduti..Contribuì anche allo sviluppo economico divenendo un assertore dell’esigenza di fare circolare le conoscenze sì da moltiplicare ed amplificare la capacità innovativa del sistema industriale..                                                                       Forse il campo in cui la sua produzione è più apprezzata è quello dell’analisi delle acque minerali delle quali esaminò oltre 100 campioni diversi provenienti anche dall’estero e per la quale mise a punto un sistema analitico procedurale consolidato e pubblicato in molte diverse lingue. Lanciò anche un Giornale di Chimica Analitica che introdusse con questa frase:” Può essere facilmente dimostrato che tutti i progressi maggiori in chimica sono più o meno legati con i nuovi metodi analitici;essi ci hanno aiutato e ci aiutano a stabilire la stechiometria,a sviluppare la sintesi organica, a scoprire nuovi elementi” .

Questo giornale, anche noto come Fresenius’ Zeitschrift für Analytische Chemie or Fresenius’ Journal of Analytical Chemistry ha prodotto 371 volumi durante quasi 3 secoli (1962-2001).Di fatto i suoi più recenti interessi scientifici verso il campo della bioanalitica, in forte sviluppo dalla fine degli anni 80, hanno catalizzato la sua continuità nel nuovo giornale Analytical and Bioanalytical Chemistry,ancora attivo e di grande impatto sulla comunità internazionale della Chimica Analitica.

Agricoltura 4.0.

Luigi Campanella, già Presidente SCI

L’innovazione tecnologica nel settore della coltivazione, che potremmo chiamare agricoltura 4.0, muove un enorme mercato economico: si stima infatti che nel mondo valga 7 miliardi, raddoppiato rispetto al 2017, di cui 400 milioni di dollari in Italia. Ormai Industria 4.0 ò divenuto un’espressione familiare a molti italiani. Non si può dire purtroppo la stessa cosa per Agricoltura 4.0 intendendo con essa non solo agricoltura digitale, come nel caso delle imprese gestionali, ma anche un approccio globale di sistema, che va dalla coltivazione alla raccolta alla gestione attraverso tecnologie innovative che consentono di valorizzare il significato di filiera Agricola.

Questa limitata percezione da parte del cittadino, se poteva essere giustificata dalla situazione reale fino ad un paio di anni fa,oggi lo è molto meno.La nacchina si è finalmente messa in moto: Un fenomeno globale che lo scorso anno ha visto 500 startup raccogliere 2,9 miliardi di dollari di investimenti: di queste un quarto sono attive nel campo dell’Agricoltura 4,0; nel nostro Paese il settore è cresciuto in un anno del 270% ed è rappresentato per l’80% da aziende esistenti che si sono innovate e per il restante 20% da nuove realtà (elettronica e sensori, software, robotica e droni, produttori indoor). Si tratta comunque di una nicchia rispetto al mercato globale perché il nostro mercato vale soltanto il 5% del mercato globale e il 18% di quello europeo (dati Osservatorio Smart AgriFood del Politecnico di Milano).

Ma l’agricoltura 4.0, anche in un mercato piccolo come il nostro, può dare risposte alle sfide climatiche e ambientali dei prossimi anni e fornire tecnologie che mitighino la mancanza di risorse e riducano gli sprechi, come per esempio le coltivazioni fuori suolo, l’idroponica, l’acquaponica, l’agricoltura urbana e il vertical farming.

La prima sfida è nutrire la crescente popolazione cercando il minor impatto ambientale possibile ed è stata tradotta in numeri da Daniel Podmiserg del Vertical Farm Institute. L’introduzione nelle aree urbane di coltivazioni verticali integrate ha impatto positivo su molte dimensioni della sostenibilità urbana, a patto che il modello agricolo riesca a valorizzare l’intero volume degli edifici, inserendo colture complementari.

La tecnologia del fuori suolo permette di ottenere efficienze elevatissime anche senza iperspecializzare la fattoria, a patto di far coincidere il luogo di vendita/consumo con quello di produzione: il vero Km 0.https://www.wired.com/2017/01/rise-vertical-farm-weeks-must-read-stories/

Dalle micro e nano plastiche nei mari si parla da tempo, ma il problema riguarda anche i terreni agricoli. Si parla delle microplastiche, che vengono ingerite dagli animali da cortile attraverso i vermi, che si occupano anche di diffonderle, e della nanoplastiche, che per le piccolissime dimensioni riescono a entrare in circolo nei vegetali. I pericoli potenziali provengono dalle sostanze chimiche nocive che si attaccano alle particelle di plastica, e in questo modo aggirano le barriere difensive degli organismi. Ancora in larga parte misterioso è invece l’effetto che le nanoplastiche più piccole, sotto i 20 nanometri, hanno sul funzionamento cellulare, per esempio mimando l’azione di determinati enzimi o interferendo sulle membrane.

L’inquinamento da microplastiche e nanoplastiche del terreno e delle falde acquifere.

Tante sono le fonti possibili: una di queste sono i teli usati per la pacciamatura, che si sta diffondendo per combattere meccanicamente le malerbe eliminando i diserbanti; un’altra il compost ottenuto anche con plastiche bio-based, che prima di essere assorbite si comportano come le plastiche tradizionali (anzi peggio, perché sono più bio-affini).Questi sono i primi risultati emersi dalla ricerca del team di Esperanza Huerta della Wageningen University & Research sulla sfida che la richiesta per maggiore produzione agricola con metodi tradizionali pone all’umanità.Per questa sfida, oltre all’educazione contro lo spreco e l’inquinamento, una soluzione radicale è rappresentata dall’ indoor farming, termine che racchiude in sé un alto sviluppo tecnologico, oltre a essere sinonimo di produttività, controllo sulla qualità e localizzazione della produzione. Se il problema è il suolo, perché non disponibile o a rischio di contaminazione o di sfruttamento non sostenibile, riduciamone la necessità per la produzione agricola. Questo innovato approccio alla produzione di cibo include mercati che vanno dai più tradizionali, ortofrutticoli, fino a quelli del non food, come la nutraceutica e la canapa. Oltre ai vantaggi spesso ricordati, rese elevatissime per metro quadro, riduzione dell’uso di suolo, acqua, fertilizzanti, azzeramento di pesticidi e diserbanti, il fuori suolo ne ha molti altri: uniformità della qualità, possibilità di controllare le caratteristiche dei prodotti, purezza dei principi attivi estratti, possibilità di utilizzare varietà ottimizzate che richiederebbero uso di prodotti chimici in grandi quantità, indipendenza dalle condizioni climatiche.

Un altro aspetto importantissimo riguarda la necessità di una buona legge sul consumo di suolo per fare i conti con serietà e responsabilità con il dissesto idrogeologico e l’alto rischio sismico che caratterizzano buona parte del nostri Paese. Va anche resa più equa e sostenibile la filiera alimentare ed è per questo che vanno rilanciati con forza due strumenti che vorremmo fossero supportati anche dalle norme dello Stato.

I prodotti Dop (più menzionati sono stati Parmigiano Reggiano, Prosciutto di Parma, Grana Padano, Prosecco, Chianti e Barolo)e Igp hanno assunto un ruolo nuovo all’interno dei territori italiani diventando il baricentro di una crescita che non è solo economica.

Attraverso le analisi del Big Data, Mauro Rosati, il direttore generale della Fondazione Qualivita sintetizza così i risultati della prima ricerca sperimentale che associa i dati economici e sociali del comparto con le conversazioni digitali sul web e offre il primo report delle informazioni digitali sul food made in Italy: dall’analisi della “nuvola” emergono significative ricadute sulla crescita culturale, turistica e sociale del Paese; ad oggi infatti sugli 882 prodotti Food e Wine IG sono 501 quelli con un sito ufficiale (nel 2016 erano 412, per una crescita del +22%), mentre 420 hanno almeno un profilo social (contro i 268 del 2016, per un +60%);quel che conta è “il lavoro in rete che stanno facendo consorzi e singoli produttori che permettono di fare una promozione di sistema del cibo made in Italy”. I prodotti Dop: non si parla solo più di tradizione, ma anche di “arti, architettura, storia e ambiente ,della conoscenza generale di una comunità. Non è un caso, allora, che le aziende Ig siano in prima linea “con azioni che spaziano dalle ricerche scientifiche che migliorano l’impatto dei metodi di produzione agli studi per l’educazione alimentare e la salute dell’uomo, passando per il sostegno alle più significative attività ricreative delle comunità territoriali.https://novagricoltura.edagricole.it/agricoltura-4-0/

Probiotici si o no?

Luigi Campanella, già Presidente SCI

Dalle barrette alle polveri proteiche i probiotici hanno avuto in quest’ultimi tempi un vero e proprio boom a favore della salute in tutti i gusti di alimenti. Consumando questi benefici batteri se ne ricevono vantaggi in molte delle funzioni del nostro organismo, dalla digestione alle funzioni del cervello;ma senza alcun riguardo rispetto a quali forma e dimensioni di questi probiotici siano da preferire.In molti casi però le persone non traggono da essi il vantaggio atteso ed addirittura in qualche caso specifico possono ricavarne dei danni. Alcuni studi di recente pubblicati sul giornale Cell indagano proprio questo, il rapporto fra benefici e danni che possono derivare dal loro uso incontrollato. E’ stato così dimostrato che in molte persone il tratto gastrointestinale rigetta probiotici generici prima che essi possano cominciare ad agire. Ancora peggio nella competizione microbiologica i probiotici somministrati possono prevenire il ristabilirsi dell’equilibrio probiotico naturale,possibilmente compromesso, ad esempio, a seguito dell’assunzione di antibiotici. Questo significa passare da una filosofia del compra e consuma rivolta a generici probiotici commerciali ad una più personalizzata. Questo non significa un ridotto interesse verso i probiotici tenuto conto del fatto che, a maggior ragione nella nuova visione, vantaggi certamente ne derivano dal loro uso, tanto è vero che il 60% dei medici li consigliano e 4 milioni di americani-è l’unica statistica sul tema che ho trovato- li consumano.

Dal fatto che molti di essi siano venduti come supplementi alimentari e non siano soggetti alle restrizioni e regolamenti delle agenzie del farmaco potrebbe derivare una corrispondenza non garantita fra realtà e quanto dichiarato dai produttori:lo studio sembra superare questo rischio in quanto probiotici testati realmente contenevano le culture,fino a 11 insieme, dichiarate. Quella che invece cambia è la risposta individuale che può essere di accettazione o di espulsione dei probiotici somministrati in ragione del proprio patrimonio naturale probiotico già presente. E’ quindi una combinazione del microbioma naturale, di quello aggiunto e del sistema immunogenetico umano a determinare lo specifico stato di una persona rispetto alla resistenza e alla colonizzazione da parte dei probiotici. E’ stato poi anche rilevato che in molti casi le componenti colturali di un probiotico si comportano in modo diverso, positive alcune, negative altre. Infine nei test eseguiti è emerso che il trattamento prolungato nel tempo con probiotici può produrre danni rispetto alla rigenerazione del patrimonio batterico, anche dopo 6 mesi dall’assunzione.

https://www.cell.com/cell/pdf/S0092-8674(18)31102-4.pdf