Gender Studies su donne e scienza

Nota: si ricorda che le opinioni espresse in questo blog non sono da ascrivere alla SCI o alla redazione ma al solo autore del testo.

di Sandra Tugnoli Pattaro*

Sandra PattaroI gender studies hanno preso avvio nei paesi di lingua anglosassone (USA, Canada, Gran Bretagna) tra la fine degli anni ’60 e gli inizi degli anni ’70 del Novecento, con la ripresa dei movimenti radicali femministi, in concomitanza con istanze contro-culturali denuncianti il razzismo, il colonialismo, il capitalismo della cultura occidentale, nonché gli usi ed abusi della scienza. Furono anni in cui il disagio e il disappunto si espressero attraverso manifestazioni di piazza, come quelle dei movimenti studenteschi, in azione nelle maggiori università americane ed europee (il ’68), e attraverso posizioni epistemologiche, come quelle postempiristiche anarchico-radicali di Paul Feyerabend.

È importante tenere presenti le radici politiche della riflessione epistemologica femminista, perché esse aiutano a capire le ragioni per cui, ancor oggi, persino entro le sue formulazioni più mature, critiche e disincantate, rimane sullo sfondo ancor vivo l’originario atteggiamento di ostilità nei confronti della scienza, il quale forse rappresenta il maggiore ostacolo intellettuale a un sufficiente distacco emotivo nell’affrontare i temi teorici generali.

La posizione femminista presenta varie tendenze, spesso in contrasto fra loro, ma riconducibili a tre correnti principali[1].

La prima corrente è quella dell’empirismo femminista (feminist empiricism), secondo cui il sessismo e l’androcentrismo costituiscono limiti sociali correggibili attraverso una maggiore aderenza alle norme metodologiche esistenti nella ricerca scientifica. Si tratta di rigettare la “cattiva scienza”, non la scienza nel suo complesso.

La seconda corrente è quella del femminismo potremmo dire tout court (feminist standpoint), che s’ispira alla riflessione hegeliana sul rapporto padroni-schiavi e alla sua successiva elaborazione da parte di Marx, Engels e Lukács. Essa sostiene che la prospettiva femminista è in grado di assicurare un fondamento moralmente e scientificamente alternativo e preferibile alle interpretazioni dominanti della natura e della vita sociale.

La terza corrente è quella del postmodernismo femminista (feminist postmodernism), che, pur appellandosi a fonti filosofiche disparate come Nietzsche, Derrida, Foucault, Lacan, Feyerabend, Gadamer, Wittgenstein, Latour, oggi allarga il proprio contesto di azione, accomunando la questione femminista a quella di tutti i gruppi emarginati e periferici. Questa corrente auspica che a) la tradizione scientifica debba essere contestata e trasformata più di quanto non si sia usualmente fatto; e b) contestazioni e trasformazioni vengano alimentate dal basso (dai gruppi periferici) e non, come è avvenuto finora, dall’alto. Kuhn ci ha reso consapevoli del fatto che la scienza è un’istituzione sociale, così come le ricerche sulla tecnica che le tecnologie non sono neutrali. Gli studi di genere femministi hanno spesso denunciato tali limiti, in particolare gli standard di oggettività e l’idea di razionalità della scienza, portando la critica al cuore della scienza stessa: il metodo di ricerca. La critica si focalizza non sui pregiudizi, ma sugli assunti le pratiche le culture delle istituzioni e su certe filosofie della scienza.

Il postmodernismo femminista rispecchia l’evoluzione dei gender studies negli ultimo 40 anni. Dalla metà degli anni ’70 a oggi molte femministe sono, infatti, passate da un atteggiamento trasformista a uno rivoluzionario, mirando a una “rivoluzione intellettuale, morale, sociale e politica più radicale di quanto i fondatori delle moderne culture occidentali potessero aver immaginato”[2].

Ne è seguito un ribaltamento di quesito circa il rapporto gender/science: dalla “women question in science” (che cosa fare circa la posizione delle donne nella ricerca scientifica?) si è passati alla “science question in feminism” (è possibile usare a scopi di emancipazione scienze in apparenza intimamente legate ai progetti “occidentali”, “borghesi” e “maschili”?), cui segue l’ulteriore quesito: è preferibile considerare la donna all’opera entro un modello di scienza tradizionale di stampo maschile o una scienza che cambia completamente aspetto, rivoluzionata dalla riflessione critica femminista?

Sulla liceità del cambio di quesito e sulle risposte a l’uno o l’altro, le posizioni femministe registrano divergenze, tensioni e contraddizioni. Molte scienziate che hanno pagato sulla propria pelle la conquista di riconoscimenti istituzionali scientifici sono preoccupate delle conseguenze di un’eventuale riorganizzazione dell’intera gerarchia sociale della scienza per liberare la scienza dall’androcentrismo. Altre protestano che usi ed abusi della scienza nulla hanno che fare con le caratteristiche della “scienza pura”. Altre ancora sono scettiche sul valore delle denunce femministe circa le connotazioni sessuali della scienza e dell’epistemologia, critiche che paiono loro estranee alla pratica scientifica.

[1] Ricostruite da Sandra Harding, The Science Question in Feminism, Milton Keynes: Open University Press, 1986, pp. 24-29. Cfr. anche S. Harding, Sciences from Below: Feminisms, Postcolonialities, and Modernities, Chapell Hill (NC): Duke University Press, 2008.

[2] Harding, The Science, cit., p. 10.

*Sandra Tugnoli Pattaro è stata professore ordinario di Storia della scienza presso l’Università di Bologna. I suoi principali interessi di ricerca (su cui ha scritto monografie e svariati saggi) sono l’epistemologia e la metodologia scientifica; la filosofia della natura e la medicina nel ‘500; la rivoluzione chimica; scienza, bioetica e diritto; gender studies.

Confidenze e consigli di una top scientist.

Nota: si ricorda che le opinioni espresse in questo blog non sono da ascrivere alla SCI o alla redazione ma al solo autore del testo.

a cura di Marco Taddia

Una intervista a Maria Cristina Facchini, scienziata del clima

FacchiniMariaCristina_115_153_80L’elenco dei “Top Italian Scientists” della VIA-Academy (http://www.topitalianscientists.org ), derivato da Add-on Firefox e Google Scholar database (soltanto h-index >30), è un indicatore importante e periodicamente aggiornato dell’interesse che il lavoro dei ricercatori italiani suscita nella comunità scientifica internazionale. Non mancano le donne, anzi fra le prime dieci ne compaiono tre, tutte per la fisica. La prima della serie (5° posto assoluto) è Angela Barbaro-Galtieri che però lavora negli U.S. A. La Dott.ssa Maria Cristina Facchini (ISAC CNR – Bologna) occupa il 76° posto, nell’area del clima. E’ un ottimo risultato e così, approfittando di un’antica famigliarità, mi sono permesso di rivolgerle alcune domande per il blog della SCI.

Maria Cristina, anche se gli indicatori bibliografici non costituiscono criteri assoluti per esprimere il valore professionale di un ricercatore, il posto che ti sei guadagnata fra i primi 100 “Top Italian Scientists” non è cosa da poco. Che effetto ti fa?

Dal punto di vista personale sono molto orgogliosa perché ho sempre creduto nell’ enorme potenzialità di coniugare competenze fisiche a competenze chimiche nel campo delle scienze atmosferiche, fino a farle diventare una disciplina unica. La direzione della ricerca internazionale mi ha dato ragione. E’ stata premiata la mia appartenenza ad una comunità internazionale molto vasta che ha lavorato e lavora anche oggi in grandi progetti Europei ed internazionali.

Le aree cui appartengono i “top scientists” sono soprattutto: medicina, fisica, biochimica, farmacologia, neuroscienze e astrofisica. Specialmente la medicina, nelle diverse specialità e campi applicativi e, subito dopo la fisica, hanno conquistato la maggior parte delle posizioni. Secondo te, per quali motivi le ricerche italiane in campo medico e fisico ottengono maggiori riconoscimenti internazionali?

Questi settori hanno una più lunga e prestigiosa tradizione in Italia rispetto ad altri ed hanno di conseguenza numero di ricercatori, infrastrutture, programmi di ricerca e conseguenti risorse molto maggiori. Per questo motivo, fare parte della prestigiosa lista di “top scientists” appartenendo ad una disciplina sviluppatasi di recente e che conta un numero di addetti ancora molto limitato è per me motivo di maggiore orgoglio.

L’area che ti qualifica è quella del clima. Il fatto che, come chimico, ti occupi a fondo del clima, ossia un tema di enorme attualità, pensi che abbia influito a destare tanto interesse verso le tue pubblicazioni?

Il campo climatico ha indubbiamente avuto una grande esplosione negli ultimi due decenni e la mia carriera ha coinciso proprio con questa esplosione di interesse. Avere competenze di chimica (in particolare di chimica organica), ancora poco diffuse nell’ambito delle scienze atmosferiche, mi ha permesso di toccare ambiti inesplorati.   Sicuramente ho dovuto coltivare l’interdisciplinarietà, a volte ho avvertito con timore la “limitatezza” della mia formazione nell’esplorare i temi climatici.   Altre volte mi sono dovuta dimenticare di essere un chimico e studiando meteorologia, climatologia, modellistica, sono andata in crisi di identità: mi sono sentita incompetente non all’altezza… ma ora, guardando indietro, capisco che questa è stata una grande fortuna che ha stimolato molto la mia creatività scientifica.   Adesso preferisco definirmi uno scienziato dell’atmosfera e non un chimico dell’atmosfera, perché in queste nuove discipline chimica, fisica, matematica e biologia si sono fuse e non possono prescindere l’una dell’altra.

Per trovare qualcuno che compaia nell’area “chimica” vera e propria bisogna arrivare al 19° posto (Parrinello) poi, più oltre, seguono altri nomi noti a tutti (Balzani, Prato, Zecchina, Gatteschi, Adamo, Pacchioni ecc..). Forse la chimica “pura”, senza aggettivi, interessa meno di quella calata nei campi di studio che riguardano la salute dell’uomo e quella del Pianeta?

Credo sia più difficile fare nuove scoperte nei settori tradizionali della chimica dove la comunità scientifica è molto allargata. Sicuramente chi ha avuto la fortuna come me di innestare le proprie competenze in aree nuove e di grande interesse non solo scientifico ma anche sociale ne ha tratto vantaggio. La chimica è una disciplina ed un chimico tale rimane in qualsiasi ambito applichi le sue conoscenze. Mi piace far notare che i top scientists italiani che si occupano di clima sono solo quattro (due chimici, un fisico ed un agrario) e sono al loro interno molto interdisciplinari!

 

Veniamo ora a te e alla tua formazione. Che cosa ti ha spinto a scegliere il Corso di Laurea in Chimica? Quando ti sei laureata? Con quale tesi?

Ho scelto chimica quasi per caso, fino all’ultimo indecisa fra chimica ed astronomia provenendo da un liceo classico dove le materie scientifiche erano limitatamente approfondite . Mi sono laureata nel 1985 con una tesi in chimica analitica su composti organici in goccioline di nebbia. Ricordo di averla scelta perché l’idea di studiare i processi che avvengono nelle nubi (la nebbia è una nube al suolo) mi pareva si coniugasse meglio con il fascino che il cielo ha sempre esercitato su di me e fosse un modo di ricongiungermi alle mie antiche “aspirazioni astronomiche”.

Hai qualche ricordo curioso delle tue prime esperienze di laboratorio?

Sì, ricordo quanto mi piaceva smontare e rimontare l’HPLC del laboratorio di analitica e quando, in assenza del mio Relatore, Prof. Chiavari, che per alcuni mesi si recò in Somalia, chiedevo consigli a te che ti trovavi nel laboratorio di fronte al mio o al Prof. Tagliavini, al piano di sopra a chimica organica o al Direttore del Corso di Laurea, Prof. Ripamonti. Credo di aver imparato molto in quel periodo e di aver sempre recepito l’entusiasmo per la ricerca.

Dopo la laurea che posizioni hai ricoperto?

Sono stata per un lungo periodo (6 anni) precaria al CNR nell’Istituto di Fisica dell’Atmosfera. Poi disperata me ne sono andata dopo aver vinto un posto ad ARPA. Lì ho rimpianto per quattro lunghi anni il mondo della ricerca continuando a lavorare a pubblicando. Poi finalmente è uscito il primo e unico concorso al CNR dove si richiedevano competenze di Chimica dell’Atmosfera: l’ho vinto alla veneranda eta’ (allora, non al giorno d’oggi!) di 36 anni.

Hai avuto incarichi internazionali?

Si ho ricoperto vari incarichi internazionali: mi piace qui ricordarne uno perché mi ha riportato al mio Istituto di Chimica di Bologna . Due anni fa sono stata nominata in una commissione per selezionare il miglior Mentore Italiano, un premio assegnato dalla Rivista Nature in un paese ogni anno diverso. Ho avuto l’onore di premiare un mio adorato insegnante, il Prof. Balzani, che mi ha trasmesso tanto entusiasmo per la chimica. Questa opportunità mi ha riempito di gioia e di un senso di orgogliosa appartenenza ad una eccellenza del mondo accademico italiano, la Scuola di Chimica dell’Istituto Ciamician di Bologna.

Quali sono state le più importanti soddisfazioni della tua vita professionale?

Sicuramente due pubblicazioni, entrambe sulla rivista Nature, dove ho collegato le proprietà della materia organica presente nelle particelle di aerosol atmosferico alla microfisica delle nubi ed ai cambiamenti climatici. Quelli sono stati anni bellissimi in cui ho ricevuto fondi europei per continuare tali ricerche che hanno fatto la mia fortuna scientifica…. e pensare che entrambe le pubblicazioni sono nate da esplorazioni dettate da curiosità, al di fuori dei progetti finanziati!

Attualmente di che cosa ti occupi in maniera specifica?

Mi occupo di cambiamenti della composizione dell’atmosfera prodotti dalle attività umane, in particolare di aerosol organici e della loro interazione con l’acqua atmosferica (nubi, foschie, precipitazioni ). Ad esempio, studio gli aerosol naturali prodotti dal mare o dalle foreste per capire i cambiamenti che essi stanno subendo a contatto con sostanze emesse dalle attività antropiche e come questo modifica le loro proprietà climatiche (diffusione ed assorbimento della radiazione, processi di formazione di nubi).

Un paio d’anni fa ho letto sul web journal “Scienza in Rete” un tuo articolo dal titolo categorico: “Il clima cambia ed è colpa dell’uomo”. Sei ancora convinta che sia così?

Ne sono sempre più convinta, particolarmente dopo avere partecipato con altri 600 scienziati alla stesura del recente 5° Rapporto dell’IPCC, l’organismo delle Nazioni Unite che si occupa dello stato del clima della Terra. Spero che oggi possano convincersene tutti gli abitanti del Pianeta Terra!

Che cosa si dovrebbe fare?

Si dovrebbe abbandonare l’uso di combustibili fossili e dirigersi verso un uso integrale delle energie rinnovabili. Le tecnologie esistono, il resto è solo una questione di decisioni di politica economica. Credo che compito della mia generazione di scienziati sia chiarire ai cittadini che né il petrolio né i gas combustibili sono indispensabili per assicurare la crescita economica ma, al contrario, le energie rinnovabili sono la vera opportunità per le generazioni future.

Finiamo con una domanda personale che forse vorrebbero rivolgerti le studentesse che seguono il blog. Hai trovato particolari ostacoli, in quanto donna, nello sviluppo della tua carriera? Come sei riuscita a conciliare le esigenze della famiglia e quelle del lavoro?

All’inizio della mia carriera ho trovato qualche difficoltà a muovermi in un mondo allora prettamente maschile ma ora, fortunatamente, il panorama è molto mutato. Non ho una ricetta, solo alcuni componenti: un marito che mi ha sostenuto e mi ha aiutato a non soccombere ai sensi di colpa della “mamma Italiana” che abbandona la sua creatura al papà e alle baby sitters, una buona dose di entusiasmo e di autostima, mai rinunciare alla propria femminilità e…un po’ di fortuna, senza falsa modestia!

Hai qualche consiglio da dare a chi vorrebbe intraprendere la carriera del ricercatore?

Scegliere ciò che ci piace e ci incuriosisce, non stancarsi di studiare la propria materia ma continuare a leggere di tutto, giornali, romanzi d’amore, trattati di filosofia, qualsiasi cosa che ci lasci attaccati al nostro mondo. Credo sia importante non perdere la dimensione della nostra missione sociale, portare la scienza ad ausilio della società… e non smettere di voler comunicare la bellezza di questo lavoro a chi è giovane o a chi non ha avuto la fortuna di poterlo fare.

Grazie, Maria Cristina, per la cortese disponibilità. Buon 8 Marzo e buon proseguimento!

Il Manifesto della vergogna

 Nota: si ricorda che le opinioni espresse in questo blog non sono da ascrivere alla SCI o alla redazione ma al solo autore del testo.

a cura di Marco Taddia

Oggi è raro che qualcuno si dichiari pubblicamente razzista ma l’esistenza di un razzismo latente e diffuso, accompagnato da sottili distinguo e mascherato con giri di parole più o meno eleganti, è una realtà. Pochi giorni fa, il vicesegretario dell’ONU Jan Eliasson ha dichiarato: “L’antisemitismo è in preoccupante aumento in Europa” aggiungendo un monito contro l’inasprirsi della «retorica contro l’immigrazione, nonostante i contributi dei migranti alle nostre società”. Giova quindi, in occasione della Giornata della Memoria, riflettere sulle conseguenze del razzismo anche per sviluppare gli anticorpi verso una malattia che, come italiani ed europei, rischia di colpirci ancora. La storia si studia con la ragione, s’interpreta con l’intelligenza e si rivive con il cuore. Proviamoci!

La maggior parte dei lettori di questo blog non ha vissuto direttamente gli eventi che seguirono la pubblicazione, in forma anonima, sul Giornale d’Italia del 14 luglio 1938, dell’articolo intitolato Il Fascismo e i problemi della razza tristemente noto come Manifesto della razza oppure Manifesto degli scienziati razzisti. Chi li ha vissuti da bambino ne conserva, forse, un ricordo sbiadito ma sarebbe egualmente importante avere la sua testimonianza anche in questa sede. Parlando di chimici ricordo, con commozione, quella di Paolo Edgardo Todesco, già professore di chimica organica a Bologna e morto nel 2013, il quale non solo li visse ma ne pagò duramente le conseguenze. Poiché fatti del genere non si dimenticano, è facile che i nati nel primo Dopoguerra abbiano ascoltato dai propri cari la rievocazione di episodi connessi alle persecuzioni antiebraiche. Sarò grato per sempre a mia madre che, senza retorica, ma solo con poche e tristi parole, mi raccontava l’odissea di una famiglia ebrea che aiutava nei lavori domestici, costretta a scappare di notte dalla propria casa per sfuggire alla persecuzione che si annunciava vicina. Pare ancora di vedere quelle persone braccate e trepidanti, impegnate in una fuga silenziosa verso il confine svizzero, con pochi effetti personali e gli oggetti preziosi con i quali acquistare la salvezza. La fuga notturna di quella famiglia ebrea della Bassa bolognese, comune a chissà quante altre, aveva un precedente di cui ho letto con raccapriccio sui libri di storia e che continua ad interrogare dolorosamente la mia coscienza di cristiano. E’ un avvenimento che anticipa l’Olocausto, scopre le radici dell’antigiudaismo che poi si trasformò in antisemitismo e suona come condanna inappellabile di qualsiasi forma di fanatismo religioso di ieri e di oggi.

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Auguste Migette (1802-1844): Il massacro dei Giudei a Metz durante la Prima Crociata

I fatti risalgono al 1096 e sono legati alla Prima Crociata, indetta da Papa Urbano II alla fine del 1095. Ascoltiamo Alberto D’Aix (Historia Hierosoymitana, p. 292) il quale riferisce sulle stragi degli ebrei che anticiparono la spedizione verso la Terrasanta: “…asserendo che questo era il modo giusto di cominciare la spedizione e ciò che i nemici della fede cristiana meritavano. Questa strage di Ebrei cominciò a opera dei cittadini di Colonia che, gettatisi d’un tratto su un piccolo gruppo di essi, ne ferirono moltissimi a morte: poi misero sottosopra case e sinagoghe, dividendosi il bottino. Vista questa crudeltà circa duecento [Ebrei] di notte, in silenzio, fuggirono con delle barche a Neuss; ma i pellegrini e i crociati, imbattutisi in essi, li massacrarono fino all’ultimo e li spogliarono degli averi.

Non c’è molto da aggiungere a questa terrificante cronaca di Alberto D’Aquisgrana (dodici libri, scritta tra il 1125 ed il 1150), contestata in alcuni punti ma non per quanto riguarda la sostanza dei tragici fatti ricordati.**

Tornando ad avvenimenti a noi più vicini e all’articolo di giornale che in Italia diede il via all’antisemitismo di Stato, subito ripreso da tutta la stampa nazionale, occorre dire che l’analisi storiografica del Manifesto del razzismo italiano è stata condotta da vari Autori. Esula dagli scopi di questo post approfondire il contributo di ciascuno di essi ma si debbono citare, almeno di corsa: le varie edizioni dei libri di Renzo De Felice, L’ideologia del fascismo di Gregor (1974), quello di Giorgio Israel e Pietro Nastasi (Scienza e razza nell’Italia fascista, 1998), gli articoli di Gillette (The origin of the “Manifesto of racial scientist”, 2001 ecc…) e l’ottimo lavoro di Tommaso Dell’Era (“Scienza, politica e propaganda. Il Manifesto del razzismo italiano: storiografia e nuovi documenti”, 1969) reperibile in rete.

Non mancano le divergenze sui nomi, gli autori e i sottoscrittori del Manifesto. L’antropologo Guido Landra (Roma, 1913-1980) che, a parere di molti storici, ne fu il principale estensore, lo chiamerà Manifesto del razzismo italiano. Questo è il nome preferito, in base a considerazioni condivisibili, da Tommaso dell’Era. Ma vediamo cosa c’è scritto nel Manifesto, un documento che all’analisi storica risulta confuso e pasticciato nei suoi contenuti pseudoscientifici ma che ai nostri occhi appare soprattutto delirante.

Si articola in dieci punti, ciascuno accompagnato da una breve spiegazione. Eccoli:

  1. Le razze umane esistono.
  2. Esistono grandi razze e piccole razze.
  3. Il concetto di razza è concetto puramente biologico.
  4. La popolazione dell’Italia attuale è nella maggioranza di origine ariana e la sua civiltà ariana.
  5. È una leggenda l’apporto di masse ingenti di uomini in tempi storici.
  6. Esiste ormai una pura “razza italiana”.
  7. È tempo che gli italiani si proclamino francamente razzisti.
  8. È necessario fare una netta distinzione fra i mediterranei d’Europa (occidentali) da una parte e gli orientali e gli africani dall’altra.
  9. Gli ebrei non appartengono alla razza italiana.
  10. I caratteri fisici e psicologici puramente europei degli italiani non devono essere alterati in nessun modo.

Si è detto che apparve in forma anonima ma l’autore materiale sembra soprattutto il citato Landra il quale lo stese mettendoci del suo ma seguendo, soprattutto, le indicazioni di Mussolini. Questi, secondo la testimonianza di Bottai (6 ottobre 1938) disse: “Sono io, che, praticamente, l’ò dettato”. Dieci giorni dopo la pubblicazione, un comunicato del PNF del 25 luglio 1938, riferì dell’incontro tra il Segretario del Partito e il Ministro della Cultura Popolare da una parte e dieci “scienziati” che avevano redatto e approvato il tutto.

Chi erano i dieci? Eccoli in ordine alfabetico: Lino Businco, Lidio Cipriani, Arturo Donaggio, Leone Franzi, Guido Landra, Nicola Pende, Marcello Ricci, Franco Savorgnan, Sabato Visco ed Edoardo Zavattari. Chiamare “scienziati” la maggior parte di loro è troppo anche se avevano una posizione nell’Università. Erano figure di secondo o anche di terzo piano (sia come assistenti che come ordinari, ignote ai più. Le uniche eccezioni erano costituite da Nicola Pende (Direttore dell’Istituto di Patologia Speciale Medica dell’Università di Roma) e Sabato Visco (Direttore dell’Istituto di Fisiologia Generale dell’Università di Roma, Direttore dell’Istituto Nazionale di Biologia presso il Consiglio Nazionale delle Ricerche). Va doverosamente precisato che i nomi di Pende e Visco comparvero in calce al Manifesto come membri dell’Ufficio Razza, nonostante i due avessero espresso pubblicamente e alla presenza delle Autorità fasciste il loro dissenso.

Intanto la lista dei sottoscrittori si allungò. In rete ce n’è più d’una ma bisogna fare attenzione perché non tutte sono attendibili e qualcuna è stata ufficialmente smentita.

Dopo la pubblicazione del Manifesto iniziò un violenta campagna contro gli ebrei e il 5 agosto partì la pubblicazione de “La difesa della razza”, diretta da Interlandi che già nel 1934 e nel 1936-37 aveva condotto su “Il Tevere” alcune campagne antisemite.

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Razzismo biologistico o spiritualistico? Intorno a questo dilemma fiorirono i contrasti all’interno del regime e più tardi (fino al 1942) il Manifesto subì una revisione. A partire dal mese di settembre 1938 si susseguirono provvedimenti legislativi razzisti, tristemente noti, oltre a circolari ministeriali e di pubblica sicurezza, che rincaravano la dose. Nonostante il fascismo volesse solo “discriminare” (cioè isolare) e non “perseguitare” gli ebrei (Gran Consiglio del 6 ottobre), sappiamo come finì. Scuola e l’Università furono pesantemente interessate dai provvedimenti (http://www.scienzainrete.it/contenuto/articolo/marco-taddia/quando-scuola-italiana-caccio-gli-ebrei/febbraio-2014).

A conclusione di questo articolo, in cui si è solo sfiorato il tema dei rapporti fra intellettuali e razzismo italiano, restano da capire le ragioni profonde dell’avallo che larga parte di essi diedero alle politiche del Duce. Se ne riparlerà, anche a proposito dei chimici. Purtroppo, rileggendo i discorsi di alcuni professori universitari sostenitori della Dittatura, restano pochi dubbi sul fatto che anche le menti più limpide corrano il rischio di restare obnubilate dalla retorica del potere.

Questo articolo viene pubblicato anche dal web journal   http://www.scienzainrete.it/

Per saperne di più:

  1. Israel, Pietro Nastasi, Scienza e razza nell’Italia fascista, Il Mulino, Bologna, 1998, pp. 210 e segg

http://www.osservatorioantisemitismo.it/articoli/secondo-jan-eliasson-vice-segretario-generale-dell-onu-lantisemitismo-e-in-preoccupante-aumento-in-europa/

http://rm.univr.it/didattica/strumenti/cardini/testi/03.htm

file:///C:/Users/Marco/Desktop/Le%20leggi%20razziali%20-%20Manifesto%20degli%20scienziati%20razzisti.html

http://eprints.sifp.it/25/2/Dell%27Era_Manifesto.pdf

https://www.youtube.com/watch?v=Rx5ecEP7hgw#t=268

sulla questione razze:

http://www.raiscuola.rai.it/articoli/telmo-pievani-spiega-perch%C3%A8-non-esistono-le-razze/24994/default.aspx

http://online.scuola.zanichelli.it/saracenibiologia-files/Approfondimenti/Zanichelli_Saraceni_Razze.pdf

** sulla cosiddetta Crociata dei tedeschi: http://it.wikipedia.org/wiki/Crociata_dei_tedeschi

La Befana del chimico

Nota: si ricorda che le opinioni espresse in questo blog non sono da ascrivere alla SCI o alla redazione ma al solo autore del testo.

a cura di Marco Taddia

I giochi dei bambini non sono giochi, e bisogna giudicarli in essi come le loro azioni più serie,  Michel de Montaigne, Saggi, Cap. XXIII

Con l’approssimarsi dell’Epifania, i bambini si accingono non solo a collocare nel presepe le statuine dei Magi, segno della festa cristiana, ma anche, con trepidazione, ad aspettare l’arrivo della Befana carica di doni. Come dar loro torto? I giocattoli sono stati i compagni migliori della nostra infanzia e, forse, in qualche ripostiglio della nostra casa ne conserviamo qualcuno come ricordo. Non dobbiamo vergognarci perché quello che siamo è un po’ anche merito loro. Quando si osserva un bambino intento a giocare, non occorre possedere una mente acuta come il grande Michel de Montaigne per capire quanto sia importante per lui l’attività che sta svolgendo. Psicologi, pedagogisti ed etologi attribuiscono al gioco una funzione fondamentale nell’educazione dei bambini. Non c’è dubbio che oggigiorno i bambini, i loro genitori e pure la befana abbiano a disposizione una scelta così ampia di giocattoli che può perfino disorientarli. Ci sono, com’è noto, anche i giochi istruttivi. Alcuni resistono al tempo e tra questi il “piccolo chimico” o, nella versione odierna “il laboratorio di chimica”. Non so quanti di voi abbiano osservato le prime reazioni giocando con il piccolo chimico e se ciò abbia o meno influito nella scelta della professione. Di sicuro chi ha ideato questo tipo di gioco ha visto giusto. Ma chi è stato? La storia completa la trovate in un interessante articolo firmato da Rosie Cook e pubblicato nella primavera 2010 da Chemical Heritage Magazine (vol. 28, n. 1).

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Il primo “Chemcraft set”, con l’attrezzatura per compiere alcuni esperimenti chimici, apparve sul mercato statunitense nel 1915 e subito conquistò una vasta popolarità. Veniva prodotto dalla Porter Chemical Company una piccola società di Hagerstown (Maryland, U.S.A.) creata dai fratelli John J. e Harold Mitchell Porter, con lo scopo generico di “produrre e vendere preparazioni chimiche oltre a materiali e articoli”. Venne loro in mente di realizzare un piccolo corredo, completo di manuale, da destinare ai ragazzi per stimolarne l’intelligenza attraverso la chimica . Non era difficile produrlo e presto lo misero in commercio. Il set del chimico in erba si diffuse inizialmente in alcune grandi città dell’Atlantico Centrale (Filadelfia, Baltimora, Washington D.C.). La produzione della Porter subì, com’è logico, una forte espansione. Negli anni ’50 del secolo scorso offriva da 10 a 15 diverse versioni del gioco contenenti da 10 a 100 pezzi, prezzo minimo 1 $. Intanto, a partire dagli anni ’20, sul mercato apparvero i concorrenti (Alfred Carlton Gilbert, Chemical Magic Set).

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Per un paio di decenni l’interesse per i “giochi” chimici parve svanire, complice anche la diffidenza verso la chimica che l’inquinamento atmosferico e l’uso indiscriminato dei pesticidi avevano favorito. Anche il famoso libro di Rachel Carson “Silent Spring” (1962) fece la sua parte. Il Toy Safety Act firmato da Nixon nel 1969 e la Consumer Safety Commission, create nel 1972, complicarono ulteriormente le cose perché i produttori del gioco dovettero renderlo più sicuro ed attenersi alle norme, piuttosto restrittive, emanate al riguardo. Alcuni anni dopo, nel 1976, la legge nota come Toxic Substances Control Act introdusse altre severe limitazioni per quanto riguarda le sostanze presenti nel set. Era necessario anche perché non mancarono gravi incidenti.

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Negli anni ’80 ci fu la ripresa, in coincidenza con il rinnovato interesse per la cultura scientifica. Comparvero nuovi giochi, adeguati alle norme, di dimensioni più ridotte un po’ e con meno prodotti chimici. Oggigiorno, il computer e il Web consentono anche ai ragazzi di simulare esperimenti di tipo chimico in tutta sicurezza ma forse l’apprendimento e il divertimento non sono pari a quelli del passato. Finora ho parlato del mercato U.S.A., così qualcuno si chiederà: e in Italia?

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Negli anni ’60-’70 la Pan Ludo/Kosmos (Busto Arsizio) produceva il set del piccolo chimico. In rete si trovano immagini molto belle di esemplari reperiti anche nei mercatini. Vi rimando alle descrizioni ivi allegate (http://www.claudiocostantini.it/ricordi/index.asp?index=Giochi2).

Al termine di questo racconto, ecco un cenno all’attualità.

La prima novità è “The alchemist matter kit –DIY Science experiments for kids”, adatto a bambini e ragazzi da 5 a 12 anni, che devono operare sotto la supervisione di un adulto (https://www.kickstarter.com/projects/alchemistmatter/the-alchemist-matter-kit ).

L’ha inventato l’ingegnere belga Laurence Humier e viene presentato così: “Inside the kit, you will find samples of raw materials and a manual. Following the instructions, you will experiment with components that look similar to the naked eye but react differently—the same way that alchemists, the ancestors of chemists, did! 

Il gioco è ispirato alla popolare serie televisiva americana “Breaking Bad ma i genitori possono stare tranquilli: i materiali che il fai da te (Do It Yourself) permette di sintetizzare sono innocui.

Infine, non può mancare la citazione di un giocattolo che dovrebbe educare alla sostenibilità.

Si tratta dell’automobile ad acqua, anzi ad acqua salata (http://www.biosolex.com/auto-ad-acqua.html). Nella presentazione si dice che dopo l’attivazione del modulo cella a combustibile con una miscela di acqua salata e tre fogli (inclusi) di lamiera di magnesio, la macchina può funzionare per circa 5-7 ore di continuo.

Per saperne di più sulla cella MAFC (Magnesium Air Fuel Cell),  potete leggere qui

http://phys.org/news191259549.html

http://www.jameco.com/jameco/content/saltwater.html

oppure, meglio ancora: “Electrochemical Technologies for Energy Storage and Conversion”, a cura di Jiujun Zhang,Lei Zhang,Hansan Liu, Andy Sun,Ru-Shi Liu,  Wiley, 2012,  p. 252 e segg. (https://books.google.it/books?isbn=352764007X)

Buona Epifania e buon divertimento ai vostri bambini (…e anche a voi).

Anche la divulgazione chimica cambia verso

Nota: si ricorda che le opinioni espresse in questo blog non sono da ascrivere alla SCI o alla redazione ma al solo autore del testo.

a cura di Marco Taddia

Con “viva e vibrante soddisfazione”, come direbbe il simpatico Crozza, abbiamo accolto le notizie giunte da Roma (CNR), lo scorso 19 dicembre, a seguito del conferimento del Premio Nazionale di Divulgazione Scientifica 2014,

http://www.cnr.it/cnr/news/CnrNews?IDn=3132

Le opere presentate a questa edizione, inerente le pubblicazioni del biennio 2013-2014, sono state 525, per un totale di 677 autori. I libri erano 312 e gli articoli 213.

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Se a qualcuno dei vostri cari piace ricevere libri in regalo, potete ricorrere all’elenco dei 124 finalisti http://www.associazioneitalianadellibro.it/site/2014/11/01/premio-nazionale-di-divulgazione-scientifica-lelenco-dei-libri-in-finale/. La scelta è molto vasta e si può dire che interessi tutto ciò che di valido è stato pubblicato nel Bel Paese. La Giuria, composta da 170 personalità del panorama scientifico italiano ha avuto il suo bel daffare per scegliere i vincitori. Le soddisfazioni per i chimici cominciano dal primo classificato in assoluto.

Si tratta di Marco Malvaldi che insieme a Dino Leporini ha pubblicato da Laterza “Capra e calcoli. L’eterna lotta tra gli algoritmi e il caos”. Il chimico teorico Malvaldi, ormai passato alla letteratura e alla divulgazione, dopo un breve periodo da precario in Università, è così noto che non ha bisogno di presentazione. Se volete vederlo in azione

https://ilblogdellasci.wordpress.com/2014/05/07/narrare-la-chimica-rompere-lisolamento/

9788858111925

Al terzo posto si è piazzata Eleonora Polo con il libro “C’era una volta un polimero” (Apogeo) https://ilblogdellasci.wordpress.com/2014/03/24/polimeri-per-tutti/.

Polimeri_EleoPoloSono stati assegnati anche premi per area. Nell’area A, Scienze matematiche, fisiche e naturali ha vinto un altro chimico. Si tratta di Silvano Fuso che ha sbaragliato tutti con “Chimica quotidiana. Ventiquattro ore nella vita di un uomo qualunque” (Carrocci Editore).

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Meritano le nostre congratulazioni anche quelli già recensiti sul blog ma che, pur giunti in finale, non hanno vinto:

Luca Pardi “Il paese degli elefanti. Miti e realtà sulle riserve italiane di idrocarburi”, Lu:Ce edizioni;pardi1

https://ilblogdellasci.wordpress.com/2014/10/03/il-paese-degli-elefanti-recensione/

Piero Martin, Alessandra Viola, ” L’era dell’atomo. Energia, medicina, nanotecnologie“9788815253729 Ed. Il Mulino

https://ilblogdellasci.wordpress.com/2014/12/03/latomo-e-davvero-immenso/

Nell’area D, Scienze storiche:

Pietro Greco, Lelio Mazzarella, Guido Barone, Alfonso Maria Liquori “Il risveglio scientifico negli anni ’60 a Napoli“, Bibliopolis;

https://ilblogdellasci.wordpress.com/2013/11/28/alfonso-maria-liquori-il-risveglio-scientifico-a-napoli-negli-anni-60/

A loro si aggiungono:

Simona Galli, Massimo Moret, Pietro Roversi “Cristallografia: la visione a raggi x, Istituto Italiano di Cristallografia”, Zaccaria Editore;

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Vincenzo Villani, Luciano D’Alessio, Gaetano Giammarino “Verità e bellezza. La Chimica nell’Immagine”, Aracne editrice.

9788854874114

Nell’area B, Scienze biologiche, è giunto in finale:

Romualdo Caputo e Italo Giudicianni  “È buono per condire? e altre storie di alimentazione…”, Casa Editrice Idelson Gnocchi.

Per quanto riguarda gli articoli, vi suggerisco di consultare l’elenco da soli perché sono un po’ in imbarazzo. Qualche chimico, che magari conoscete di persona, c’è anche lì.

Dopo parecchi anni in cui le opere divulgative a carattere chimico, firmate da italiani, si contavano sulle dita di una mano, il panorama che emerge dal Premio di Divulgazione 2014 è assai confortante e ci fa sperare che nell’ambito chimico si cambi verso per davvero. Speriamo di continuare e, chissà, di migliorare ancora. Auguri a tutti.

L’atomo è davvero immenso

Nota: si ricorda che le opinioni espresse in questo blog non sono da ascrivere alla SCI o alla redazione ma al solo autore del testo.

a cura di Marco Taddia

Recensione a “L’era dell’atomo” di Piero Martin e Alessandra Viola (Il Mulino, 2014 – pp. 137, Euro 11,00)

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A qualcuno potrà sembrare stravagante ma piace a chi scrive incominciare questa recensione dalla fine del libro citando subito l’ultimo capitolo, giustamente intitolato “Atomo: una parola, molti significati”. Gli Autori ricordano un’indagine di alcuni anni fa, secondo la quale “chi sente la parola atomo la associa istintivamente a concetti come pericolo, bomba, radioattività, emergenza”. Evidentemente si tratta di pregiudizi e paure irrazionali perché l’atomo è anche molto altro: energia pulita e abbondante, salute e ricerca. Bisognerebbe allora pensare all’atomo come a qualcosa di per sé né buono né cattivo che va solo maneggiato con cura.

Se ci pensate, c’è qualche somiglianza con la parola “chimica”. Diversi colleghi si preoccupano, giustamente, del fatto che la chimica non goda di buona fama, anzi che faccia un po’ di paura a molte persone. Il dizionario delle fobie include il termine chemofobia e a quello si rimanda il lettore interessato ad approfondirne il significato (http://www.fobie.org/chemofobia.html). Tra i primi campanelli di allarme si ricorda una scioccante copertina della rivista Chemistry in Britain (dal 2004 Chemistry World), l’organo della Royal Society of Chemistry che negli anni ’90 dedicò espressamente un fascicolo alla Chemophobia. Il termine si fece strada e gli autori cominciarono ad usarlo anche nei titoli degli articoli scientifici. Un esempio interessante è quello del lavoro di James J. Worman and Gordon W. Gribble “Herbicides and Chemophobia”, pubblicato dal Journal of Arboriculture nel 1992. L’aggettivo “atomico” fa concorrenza all’aggettivo “chimico”. Ne sa qualcosa anche l’autore di questo articolo. Occupandosi di ricerche nell’ambito spettroscopia atomica analitica e volendo spiegare ai conoscenti più curiosi come passasse il tempo all’Università, vedeva spesso comparire sui loro volti qualche ombra di malcelata preoccupazione quando tentava di farlo.

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Il fisico Pietro Martin e la giornalista Alessandra Viola vorrebbe contribuire a rovesciare l’odierna immagine dell’atomo, dovuta a una combinazione di numerosi fattori. Tra questi, una visione del mondo diversa da quella che prevaleva all’inizio del Novecento e che assegnava al progresso tecnologico un ruolo cruciale nella crescita del benessere economico. A seguire, i gravi incidenti, le guerre e i disastri che hanno ucciso tanti esseri umani e devastato vaste aree ambientali. Per finire, la “mediatizzazione” delle catastrofi e il timore di non dominare più lo sviluppo e le sue conseguenze. Martin e Viola vorrebbero sconfiggere la paura irrazionale (cioè la fobia) che si accompagna a tutto ciò che è “atomico” o “nucleare”. Osservano che, come succede in altri settori, “i dati oggettivi contano poco”. Secondo gli A. “il nucleare da fissione è oggi una delle fonti energetiche più sicure e i punti interrogativi sulla sua sostenibilità non vengono tanto dagli incidenti quanto dal problema delle scorie”. Si può essere d’accordo o meno ma vale la pena comunque di dedicare un po’ di tempo a questo volumetto, pubblicato nella collana intitolata, guarda caso, “Farsi un’idea”. I primi due capitoli hanno un taglio prevalentemente storico. Si parte dall’atomismo degli antichi Greci, poi si passa all’atomismo medievale , agli alchimisti e al Settecento per finire, con il primo capitolo, all’inizio del Novecento. Nel successivo, attraverso Bohr e Rutherford si sbuca nella meccanica quantistica ossia nella “fine della certezza”. Il terzo capitolo si occupa delle radiazioni elettromagnetiche spiegando anche fenomeni come il colore del cielo. Seguono tre capitoli applicativi: energia, fissione e fusione, medicina, archeologia ecc..

Inevitabilmente, con tanti argomenti da riassumere, qualche sbavatura era inevitabile. Quella che bisognerebbe correggere è l’affermazione, riferita all’effetto fotoelettrico, che “affinché ci sia emissione di elettroni, occorre che la luce sia ultravioletta” (p. 36). E’ evidentemente una svista, dato che l’inserto n.9, cui ci si riferisce successivamente, mostra che, relativamente al potassio, anche la radiazione verde (500 nm) possiede energia sufficiente ad estrarre l’elettrone.

Tornando all’ultimo capitolo, per chiudere il cerchio, si richiama l’attenzione del potenziale lettore sull’avvincente paragrafo “L’atomo nella letteratura e nei fumetti: dai supereroi a Topolino”. Trascurando per questa volta i fumetti, vale la pena di soffermarsi sui tanti Autori che si sono interessati a “l’invisibile granello dotato di potenza creatrice ma anche distruttrice”. Qualche nome: Goethe, Neruda, Levi, Svevo, Pascoli, Calvino e tanti altri. Per concludere, questo è un piccolo libro dal quale si possono ricavare tanti spunti di riflessione e dal quale si capisce che l’atomo è piccolo ma al tempo stesso grandissimo. L’aveva intuito anche Giordano Bruno, il filosofo che gli A. citano a p. 121, riproponendo un passo di “De la causa, principio et uno, 1584”: “L’altezza è profondità, l’abisso è luce inaccessa, la tenebra è chiarezza, il magno è parvo, il confuso è distinto, la lite è amicizia, il dividuo è individuo, l’atomo è immenso”. Un’intuizione che non bastò a salvargli la vita.

Carl Wilhelm Scheele: il primo che isolo’ l’ossigeno.

Nota: si ricorda che le opinioni espresse in questo blog non sono da ascrivere alla SCI o alla redazione ma al solo autore del testo.

a cura di Roberto Poeti**

Se si fa una visita a Stoccolma, una delle mete più interessanti è il museo all’aperto di Skansen situato nell’isola Djurgården. Stoccolma è una città costruita su una quindicina di isole e Djurgården è una di queste. E’ stata una riserva reale, che in gran parte ha conservato il suo patrimonio forestale costituito da imponenti querce secolari.

La quercia era un albero molto prezioso e raro con cui si costruivano le navi della flotta reale tra cui la nave ammiraglia “Vasa“ inabissata nel seicento, appena varata nel cantiere situato nell’isola, poi recuperata dagli abissi marini nella seconda metà del novecento, restaurata dopo un lungo lavoro, e ora esposta al pubblico in un museo proprio a Djurgården. E’ una grande attrattiva turistica. Siamo nell’isola dei musei. A noi chimici riserva una bella sorpresa l’altra realtà museale, che è il museo all’aperto situato sulla collina dell’isola chiamata Skansen . Questo particolare museo occupa una superficie di trenta ettari.

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Il museo di Skansen

 E’ stato fondato da Artur Hazelius nel 1891. Questo singolare personaggio, ricco e di origini illustri, che amava il suo paese e le sue tradizioni, per preservare quest’ultime, che vedeva minacciate dai profondi cambiamenti avvenuti nell’800 nella società svedese, iniziò a collezionare strumenti e suppellettili del mondo agricolo e artigianale per arrivare a comprare interi edifici, tra cui case abitative di ogni ceto sociale, officine, botteghe, laboratori artigiani, fattorie, persino chiese e scuole, completi di tutti gli arredi interni, che fece smontare e trasportare sulla collina di Skansen dove vennero fedelmente riassemblati. Raccolse circa centocinquanta edifici tutti autentici.

E’ uno spaccato della vita, delle abitudini e dei mestieri della Svezia che spazia dal seicento alla fine dell’ottocento. E’ un patrimonio storico unico. La mappa sopra mostra gli edifici, e come sono distribuiti. Nella parte in basso a destra, al numero 14, in uno di questi edifici, si trova la farmacia. In realtà sono due, quella del palazzo reale di Drottningholm residenza di campagna dei sovrani, del settecento e la farmacia di Köping, cittadina non lontana da Stoccolma. Anche quest’ultima risale al settecento.

Era la farmacia nel cui laboratorio Carl Scheele fece parte delle sue numerose scoperte .

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La farmacia a Skansen .                                                   scheele 

Carl Wilhelm   Scheele ( 1742 – 1786 )            

Vi sono conservati gli scaffali con i contenitori in legno , dove erano raccolte le erbe medicinali e le bottiglie in vetro dove erano conservati i farmaci che egli preparava. Ci sono vari strumenti e una piccola parte del suo laboratorio. In questo ambiente visse gli ultimi dieci anni della sua vita, che fu breve perché morì all’età di soli quarantaquattro anni.

La Royal Swedish Academy ogni anno pubblica un saggio dedicato a personalità svedesi del mondo della scienza . Nel 2012 è stato scelto Carl Scheele . Il saggio ci consente di conoscere questo straordinario uomo e scienziato . E’ una lettura molto piacevole e interessante.

http://bloqm.files.wordpress.com/2013/12/a-tribute-to-the-memory-of-carl-wilhelm-scheele.pdf

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Interno della farmacia di Scheele 

                                                                                     

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Il laboratorio della farmacia di Scheele

 

Carl Scheele è noto per essere stato il primo a isolare l’ossigeno, ma le sue scoperte sono molte: ha scoperto gli elementi cloro, manganese, wolframio, molibdeno; ha prodotto l’acido cianidrico, l’acido fluoridrico, l’acido nitroso, l’acido tartarico, la glicerina, l’ acido ossalico, l’acido lattico e potremmo continuare ancora per molto.

Come si vede le sue ricerche vanno dalla chimica organica a quella inorganica. Era il settimo di una famiglia di undici figli. Il padre era un mercante che era andato in fallimento quando Carl aveva solo due anni. Suo fratello, più grande di lui, che aveva trovato un impiego come apprendista presso una farmacia di un conoscente di famiglia a Gothenburg , era morto di tifo, e a soli quattordici anni Scheele si trovò, lontano da casa, a sostituire il fratello, iniziando quella lunga carriera di apprendista che terminò pochi anni prima che morisse, quando finalmente divenne proprietario di una farmacia a Koping. Le sue ricerche le ha tutte compiute nei laboratori delle diverse farmacie, in cui lavorò come dipendente durante la sua vita. Non frequentò mai le ben più fornite strutture che erano a disposizione nelle università e nelle accademie . Tra lui e il mondo accademico ci fu sempre incompatibilità, anche se la Royal Swedish Academy of Sciences lo elesse membro quando ancora faceva l’apprendista farmacista, riconoscendo, nonostante tutto, le numerose scoperte che aveva fatto e che lo avevano reso famoso negli ambienti scientifici europei.

L’incompatibilità nasceva da una carriera tutta particolare che aveva percorso Scheele. Appena era entrato come apprendista si era distinto subito per la passione che metteva nello studiare la ricca letteratura chimica e farmaceutica di cui era dotata la farmacia , tanto che il proprietario scrisse preoccupato alla famiglia “il suo ostinato zelo lo danneggerà , perché passa metà della notte studiando libri che sono troppo avanzati per lui “.

Scheele era un autodidatta, senza titoli ufficiali, che spendeva buona parte del suo stipendio nel comprare libri di chimica, dotato di “ una insaziabile fame di conoscenza “ come scrisse di lui Anders Retzius. Ci ha lasciato una documentazione nella quale sono descritti circa ventimila esperimenti. Lavorava solo, anche se in contatto epistolare con scienziati svedesi ed europei tra cui Lavoisier. Negli ultimi anni della sua vita, che passò sempre nella sua farmacia a Köping, respinse tutte le offerte che gli pervennero dagli ambienti scientifici di Londra, Stoccolma e Berlino.

Rispose così all’offerta da Berlino : “dopo matura riflessione, declino l’offerta. Sono lontano dal conoscere tutti i progressi della chimica come richiederebbe una tale posizione, e sono convinto che troverò il mio pane quotidiano anche a Köping“. Continuò a lavorare nel laboratorio della farmacia, che finalmente possedeva, fino alla sua morte. Non vi nascondo che ho provato una grande commozione nel trovarmi tra gli scaffali e gli oggetti che gli sono appartenuti. Troverete al sito seguente una presentazione in PDF sulla farmacia di Scheele .

http://www.robertopoetichimica.it/storia/carl-scheele/item/carl-wilhelm-scheele-una-vita-per-la-chimica/74.html

**Roberto Poeti, Chimico di Firenze ha anche studiato medicina all’Università di Siena ed è stato per quattro anni responsabile del laboratorio di chimica ambientale presso una industria aretina. Ha poi insegnato Chimica nella scuola media superiore. Attualmente cura un sito di storia e didattica della chimica:   www.robertopoetichimica.it