Una nuova CnS!

In evidenza

Margherita Venturi

La Chimica nelle Scuola, CnS, è, assieme alla Chimica &Industria, una rivista della Società Chimica Italiana, ma soprattutto è l’unica rivista nazionale di Didattica della chimica ; il suo obiettivo deve essere quello di diffondere le “buone pratiche” alla base di un insegnamento efficace della Chimica, una disciplina tanto importante quanto poco amata dagli studenti. Merita, quindi, di essere adeguatamente valorizzata e apprezzata.

È allora con malcelato orgoglio che annunciamo la “nascita” di una nuova CnS.

È cambiata la grafica, che speriamo piaccia e per la quale dobbiamo ringraziare la CLUEB, la casa editrice che d’ora in poi se ne farà carico, ma sono cambiate anche altre cose.

Prima di tutto la rivista sarà totalmente a libero accesso: chiunque, iscritto o no alla SCI e/o alla Divisione di Didattica, potrà accedere e scaricare gli articoli e le rubriche di interesse. Questo, a nostro avviso, è molto importante dal momento che le scuole, docenti e studenti, potranno usufruire appieno dei contributi formativi e culturali che da sempre la rivista pubblica. Ricordiamo inoltre che presto sarà realizzata un’applicazione per smartphone disponibile sulle principali piattaforme distributive (IOS e Android).

Altra novità riguarda il fatto che la rivista prevede numerose rubriche, ovviamente non tutte per ogni numero, che coprono i vari aspetti della didattica e della chimica, non dimenticando gli insegnanti di scuola primaria e gli studenti dei quali vogliamo sentire idee e opinioni. Come potete vedere c’è solo l’imbarazzo della scelta:

  • Percorsi didattici con approccio storico epistemologico per la scuola superiore –a cura di Eleonora Aquilini e Antonio Testoni
  • Percorsi laboratoriali –a cura di Maria Funicello e Anna Maria Madaio
  • Percorsi didattici per la scuola primaria –a cura di Valentina Domenici e Francesca Turco
  • La Chimica nei musei scientifici –a cura di Valentina Domenici e Luigi Campanella
  • Metodologie didattiche per l’università –a cura di Elena Ghibaudi e Antonio Floriano
  • Diffusione della cultura chimica/eventi importanti –a cura di Silvano Fuso, Elena Lenci e Antonella Rossi
  • Storia della chimica –a cura di Marco Ciardi e Roberto Zingales
  • Dare voce agli studenti per conoscere le loro opinioni sulla chimica e sull’insegnamento della chimica –a cura di Giorgio Cevasco e Raffaele Riccio
  • Le “keyword” della Chimica –a cura di Giovanni Villani
  • Pillole di saggezza –a cura di Margherita Venturi

Sono anche benvenute comunicazioni brevi e lettere alla redazione che potranno sicuramente arricchire il dibattito e la riflessione sui temi proposti dalla rivista.

Per le informazioni relative alla preparazione dei contributi, a chi inviarli e per altri dettagli consultare le Istruzioni per gli Autori al seguente link: https://www.soc.chim.it/it/riviste/cns/catalogo.

È doveroso a questo punto fare i ringraziamenti di rito.

Un grazie ai componenti del nuovo Comitato Scientifico, formato da Luigi Campanella (Presidente), Vincenzo Balzani, Agostino Casapullo e Carlo Fiorentini, che hanno accettato con entusiasmo l’incarico; un grazie particolare al Comitato di Redazione, formato dai curatori delle rubriche, a cui spetta forse il lavoro più gravoso perché, oltre a raccogliere i contributi, avranno anche il compito di farli valutare da opportuni referee; un grazie speciale, infine, al Presidente della Società Chimica Italiana, Gaetano Guerra, che non solo ci ha appoggiato nell’opera di rinnovamento della rivista, ma che ne farà anche parte come Direttore Onorario.

Il passaggio al nuovo non deve, però, dimenticare chi ha duramente lavorato per mantenere in vita la CnS prima di noi e, quindi, è doveroso ringraziare il passato Comitato Scientifico, quello di Redazione e, in particolare, Luigi Campanella e Pasquale Fetto, perché senza la loro dedizione non saremmo arrivati a questo punto.

Ora non resta che concludere e lo vogliamo fare con un impegno e una speranza: noi cercheremo di non deludervi, impegnandoci al massimo, ma la vostra collaborazione, non solo per quanto riguarda l’invio di contributi, ma anche nel divulgare queste informazioni, è fondamentale per far sì che la CnS diventi sempre più attraente per i giovani e importante dal punto di vista didattico e culturale. Speriamo di essere sommersi di contributi da pubblicare!

Il Comitato Editoriale

Direttore: Margherita Venturi

Vice-Direttori: Eleonora Aquilini e Giovanni Villani

Dove si trova la vecchia CnS?

http://www.soc.chim.it/divisioni/didattica/cns

Dove si trova la nuova CnS?

https://www.soc.chim.it/it/riviste/cns/catalogo

Ciao Pietro!

Margherita Venturi

 

Ho lasciato passare qualche giorno dalla tremenda notizia, un po’ per digerire la cosa (tutt’altro che facile) e un po’ per dare a tutti il tempo di leggere ciò che persone molto più “referenziate” di me hanno scritto in ricordo di Pietro Greco.

Ho avuto la fortuna di conoscere Pietro personalmente, fortuna che va talmente indietro nel tempo che non riesco neanche più a localizzare temporalmente quando è avvenuto il nostro primo incontro.

Non voglio enumerare quante cose Pietro ha fatto per la scienza, per la chimica, per la divulgazione scientifica, quante opere ha scritto, non starò ad elogiare la sua cultura immensa e il suo costante sforzo per unire scienza e umanesimo perché lo hanno già scritto e detto egregiamente le tante persone che lo hanno ricordato in questi giorni. Io desidero solo scrivere due parole come se dovessi salutare un fratello, il fratello che non ho avuto.

Non dimenticherò mai il tuo sorriso da gatto sornione sotto i baffetti sempre curati, la tua calma rassicurante, forse dovuta ai tuoi natali partenopei, anche nei momenti di scontro più duro durante riunioni e tavole rotonde, la tua gentilezza nel rispondere sempre e comunque ai messaggi che ti mandavo, la tua disponibilità ad accettare impegni e proposte, come quella di far parte dell’advisory board della nuova laurea magistrale in Didattica e Comunicazione delle Scienze Naturali che cercavo di far partire presso l’Università di Bologna. Hai accettato con entusiasmo, non hai esitato un attimo a venire a Bologna per appoggiare la causa e, non ultimo, mi hai profondamente rincuorato con il tuo giudizio. Riporto solo una piccola parte di quanto mi hai scritto, non per vantarmi, ma per far conoscere a tutti queste tue parole “inedite”:

“Ritengo centrale il tema posto: l’università deve contribuire a elevare le conoscenze e le competenze tecniche e scientifiche dei cittadini (compresi i cittadini che la frequentano, studenti o docenti che siano).

Deve essere intesa in questo modo la “terza missione”. Ne ha bisogno non solo l’università, ma l’intera società. È un elemento essenziale della democrazia nella società e nell’economica della conoscenza.

Ma in proposte come questa mi sembra che la dimensione democratica sia ancor più pregnante, perché si propone una saldatura tra “prima” e “terza missione” dell’università: tra formazione e dialogo con la società.

Sarebbe bello associare in questa impresa culturale anche la “seconda missione”, ovvero la ricerca. Magari sogno: ma costituire un gruppo che fa ricerca sulla comunicazione delle Scienze della Natura, significa vivificare sia la formazione sia il dialogo con la società.”

Quando all’inizio di questo “maledetto” anno ti ho avvertito che la nuova laurea sarebbe partita a settembre, tu mi hai risposto immediatamente: “Bellissimo. Sono a disposizione se lo ritieni utile. Ciao Pietro”

Ho fatto salti di gioia perché avevo già in mente le molte cose che avresti potuto fare per i nostri novelli studenti. Ora mi dovrò accontentare di raccontare loro questa storia e di farti conoscere attraverso i tuoi lavori (ho solo l’imbarazzo della scelta). Sono sicura, però, che quando leggeremo in aula alcuni brani tu sarai lì fra di noi a guardarci con i tuoi occhi vivaci, sorridendo benevolo alle osservazioni degli studenti.

Grazie Pietro per tutto quello che ci hai regalato, senza chiedere nulla in cambio: non ti dimenticherò mai. Ciao Margherita

Recensione.“Perché gli asparagi fanno puzzare la pipì?”

Margherita Venturi

Recensione. Perché gli asparagi fanno puzzare la pipì di A. Brunning.

trad . Italiana S e C. Della Volpe – Lu::Ce Edizioni, p.160 –  euro 16

 

“Perché gli asparagi fanno puzzare la pipì?” per un libro è sicuramente un titolo che può lasciare perplessi, soprattutto i più schizzinosi, ma di ciò non si possono accusare Claudio Della Volpe (ben noto ai lettori di questo blog) e sua figlia Serena che hanno fatto solo la traduzione in italiano del testo in inglese. Ho scritto “hanno fatto solo la traduzione” semplicemente per dire che Claudio e Serena non sono i responsabili del titolo e, quindi, quel “solo” non ha nulla a che vedere con la gran fatica che richiede tradurre da una lingua da un’altra. Infatti, oltre alla competenza in materia, ci vuole un notevole impegno per rendere la lettura semplice e fruibile nella nuova lingua; ebbene, il libro in questione è così piacevole da leggere proprio perché i suoi traduttori sono stati maestri in tutto ciò.

A parte questa necessaria premessa, secondo me l’impresa in cui si sono imbarcati Claudio e Serena è sicuramente meritevole perché non c’era nulla del genere in italiano e perché nel testo il cittadino comune trova la risposta a tante domande e a tante curiosità. Ho parlato di cittadino comune perché la Chimica è spiegata in maniera così accattivante, le formule chimiche sono così piacevoli, anche semplicemente da guardare, e l’aspetto grafico è così “sbarazzino” (permettetemi questa licenza) da attrarre non solo chi “mastica” queste cose.

Giusto per stuzzicare il desiderio di leggere il libro, vi dico che oltre, ovviamente, a capire perché dopo aver mangiato gli asparagi la pipì puzza, scoprirete perché i fagioli fanno fare le puzzette (per rimanere nell’ambito più prosaico), perché la menta rinfresca l’alito, perché il morso della zecca può creare allergia per alcuni tipi di carne, perché il caffè è amaro, perché il pompelmo è vietato quando si assumono alcuni farmaci, perché le bollicine migliorano il sapore dello champagne, se è vero che i semi di mela contengono cianuro e se è giusto o no conservare in frigorifero il cioccolato.

A proposito di cioccolato mi ha rincuorato molto sapere che questa delizia è tossica per i cani, mentre la dose letale per l’uomo è sconosciuta; mi ha rincuorato molto, perché ne sono una “forsennata” divoratrice: la cioccolata (rigorosamente fondente) non manca mai in casa mia e non passa giorno senza che ne mangi, o meglio ne degusti da momento che mi dà una grande soddisfazione, almeno 100 g.

Aggiungo che non solo la grafica è molto piacevole, come ho già detto, ma anche la divisione nelle otto sezioni, nell’ambito delle quali le domande sono suddivise, è particolarmente azzeccata: Sapore, Aroma, Colore, Veleno, Sensazione, Mente, Salute, Trasformazioni. Ad esempio, nella sezione “Mente” sono raccolte le curiosità che riguardano gli effetti stimolanti e allucinogeni di alcuni cibi, mentre nella sezione “Trasformazioni” si affrontano le domande legate alle modifiche positive o negative che può subire il cibo.

Mi è, inoltre, piaciuto molto il fatto che alla fine del libro ci siano alcune pagine bianche su cui prendere appunti, cosa molto utile per non scrivere direttamente sul libro o, come faccio spesso io, per evitare di usare pezzetti di carta che, quando non ho a disposizione post-it, infilo fra le pagine e che poi fatico molto a ritrovare e che a volte addirittura perdo irrimediabilmente.

In definitiva, questo libro rappresenta un ottimo regalo di Natale che mi sento di consigliare a tutti. Ricordo, però, che non lo troverete in libreria; si può comprare, infatti, solo on-line, ma la cosa ormai non ci spaventa più perché, dopo quasi un anno di forzata segregazione, siamo diventati abilissimi ad usare questa opportunità per rifornirci di ogni cosa e il libro in questione ne vale sicuramente la pena!

Margherita Venturi

La scheda del libro si trova sulla pagina dell’editore all’indirizzo: https://luce-edizioni.it/prodotto/perche-gli-asparagi-fanno-puzzare-la-pipi/ dove il libro si può anche acquistare tramite e-commerce. Per una precisa scelta commerciale il libro non è disponibile sulle principali piattaforme online (Amazon, IBS ecc.), anche se quasi sicuramente lo danno come disponibile (c’è un automatismo per cui i dati dei libri in commercio vengono pescati in automatico dalle librerie online).

Recensione.“Salviamo il pianeta” di Fabio Olmi

Margherita Venturi

 

Recensione. “Salviamo il pianeta” di Fabio Olmi, PM edizioni, 164p, 15,2 euro, 2020

Salviamo il pianeta è l’ultima fatica dell’amico e collega Fabio Olmi. Il libro ha una splendida prefazione di Vincenzo Balzani e scrivere qualcosa in più o di nuovo su questa opera è veramente difficile, per cui aggiungo solo alcune considerazioni personali.

Il libro mi è arrivato direttamente da Fabio e, aprendolo, nella prima pagina ho trovato una dedica scritta di pugno dall’autore con la sua bellissima calligrafia “A Margherita con un grosso abbraccio, Fabio”. Questo mi ha fatto sentire ancora più in sintonia con l’autore, se mai ce ne fosse stato bisogno, perché con lui da sempre condivido non solo l’amore per la Chimica, ma anche l’interesse per le tematiche ambientali; non a caso quindi mi ha regalato il suo libro!

Infatti, le tematiche ambientali e il problema della sostenibilità, considerato in tutte le sue sfaccettature, sono il fulcro di questo libro. Nulla di nuovo uno potrebbe dire, cosa sicuramente vera, ma nuovo e originale è il modo con cui Fabio li ha affrontati: si tratta di interviste “virtuali” a scienziati autori di dieci libri pubblicati fra il 1972 e il 2019; cinque di questi libri tracciano la nascita e lo sviluppo delle idee ecologiste, mentre gli altri cinque, i più recenti, presentano la situazione odierna e i tanti problemi da risolvere.

Mi ha affascinato in modo particolare l’attualità dei cinque libri “più vecchi” e questo mi ha permesso di fare due considerazioni.

La prima è che i grandi scienziati e i grandi libri “non muoiono” mai perché sanno vedere ben oltre il loro tempo. A questo proposito basta pensare a Giacomo Ciamician che, nella sua conferenza La fotochimica dell’avvenire tenuta a New York nel lontano 1912, sostiene con grande lungimiranza la necessità di abbandonare i combustibili fossili (lui ovviamente parla di carbone) per passare all’energia solare.

La seconda considerazione è invece più triste e critica: se le preoccupazioni che si ritrovano in quei libri degli anni settanta e ottanta del secolo scorso sono ancora di grande attualità, vuol dire che le parole degli scienziati, autori di quei libri, non sono state ascoltate (vedi appunto Ciamician) e molto c’è ancora da fare per risolvere i problemi ambientali, cosa che appare molto chiaramente dalle interviste agli autori dei libri più recenti.

Volutamente non dico nulla su quali libri sono stati selezionati e presentati (cosa che Fabio illustra bene nell’introduzione alla sua opera) per stuzzicare la curiosità dei potenziali lettori; dico solo che in queste interviste virtuali Fabio non si sottrae dall’esporre il suo parere personale sempre rigoroso, preciso e corredato da informazioni scientificamente affidabili. Ottimi sono anche i box disseminati in tutto il libro che approfondiscono temi scottanti, quali, ad esempio, la biodegradabilità della plastica, l’impiego delle biomasse a scopo energetico, e chiariscono concetti difficili, come le caratteristiche e il funzionamento di un termovalorizzatore, la cattura della CO2 e tanti altri.

È un libro che si legge benissimo ed è adatto al cittadino curioso, sensibile ai problemi relativi all’ambiente, ma per la rigorosità scientifica, è anche una guida perfetta per gli insegnanti che desiderano, o meglio che ben presto dovranno, trattare con i loro studenti le tematiche legate all’educazione ambientale. Fabio, da ottimo docente quale è stato, sottolinea: … molti dei temi propri dei curricula di chimica, biologia e fisica possono essere sviluppati affrontando argomenti di interesse ambientale in chiave interdisciplinare, tenendo però presente la necessità di trattare questi argomenti dopo che sono stati sviluppati i concetti di base delle tre discipline. Quindi, sottolinea, cosa sulla quale sono totalmente d’accordo, che l’educazione ambientale deve essere insegnata da docenti di estrazione scientifica, anche se l’interazione con docenti di altre aree del sapere è fondamentale. Fabio aggiunge inoltre che: Con questo non voglio dire che non si debba affrontare anche a livelli scolari più bassi la situazione ambientale, ma sembra opportuno limitarsi a questi livelli a trattare soggetti adeguati con modalità opportune (ad esempio il problema dei rifiuti, del riutilizzo circolare e del loro smaltimento finale). Ulteriore aspetto didattico interessante è che il saggio termina con dei suggerimenti di lettura: si tratta di tre testi adatti per i vari livelli scolastici. A questo proposto ringrazio Fabio per aver ricordato fra essi “Energia, risorse, ambiente” che Vincenzo Balzani ed io abbiamo scritto proprio per sensibilizzare i giovani verso i problemi ambientali.

Concludo dicendo che il libro di Fabio è uscito durante il lockdown dovuto alla pandemia COVID-19 e periodo più adatto non si poteva trovare. Infatti, molti scienziati attribuiscono al degrado del nostro pianeta, argomento centrale di questo saggio, il motivo della diffusione del virus. Lui stava bene nelle foreste e negli animali selvatici, ma noi gli abbiamo fatto attorno terra bruciata: l’eccessiva antropizzazione del suolo, il cambio climatico, l’accumulo dei rifiuti, l’inquinamento di ogni comparto del pianeta, la perdita di biodiversità e chi più ne ha più ne metta hanno creato la giusta condizione affinché il virus potesse fare il salto animale-uomo e si moltiplicasse.

Quindi, la lezione che si può trarre dalla diffusione del COVID-19 è salviamo il pianeta, come dice Fabio, per salvare l’umanità, aggiungo io. A tutti quelli che sono ancora scettici al grido di allarme degli scienziati, e ora anche di molti giovani con in testa Greta Thunberg, dico che salvare il pianeta non è un atto di altruismo nei confronti della nostra madre Terra è, al contrario, un atto di egoismo perché solo così l’umanità potrà sopravvivere.

L’alchimia: dal potere della parola alla nascita della chimica

Enrica Gianotti* e Aharon Quincoces**

Questo lungo periodo di confinamento ci ha dato l’opportunità di riflettere su alcuni argomenti che collegano diversi campi del sapere. E così che ci siamo posti una domanda, qual è la relazione tra scienza e lingua? È una domanda nata dalla rilettura del romanzo, Cent’anni di solitudine, di Gabriel Garcia Márquez: “Uno zingaro corpulento, con barba arruffata e mani di passero, che si presentò col nome di Melquíades, diede una truculenta dimostrazione pubblica di quella che egli stesso chiamava l’ottava meraviglia dei savi alchimisti della Macedonia” e poco più avanti “Esplorò la regione palmo a palmo, compreso sul fondo del fiume, trascinando i due lingotti di ferro e recitando ad alta voce l’esorcismo di Melquíades” [1].

La figura dell’alchimista spicca tra le righe legando scienza e parole. Potremmo pensare che si tratti di una risorsa narrativa, tuttavia l’alchimia e l’alchimista furono, nei tempi, proprio il legame tra parola e scienza in nuce. Furono un ponte e segnarono il passaggio tra due visioni del mondo che avevano come materiali di partenza l’uomo e la materia e le reciproche relazioni.

Ma prima di andare oltre dobbiamo fare alcuni passi indietro, in senso storico e cronologico.

Alchimia come protoscienza

Antiche sono le radici dell’alchimia, che possiamo rintracciare nel lontano VI millennio a. C.[2,3]. Un periodo in cui la manipolazione della materia, specialmente nella metallurgia, supponeva, per così dire, una chimica inconsapevole. Non sappiamo di certo come avveniva la trasmissione di un sapere che con ogni probabilità era basato sul fare e sulla ripetizione delle azioni: possiamo ipotizzare ragionevolmente che si trattasse di una trasmissione orale, poiché non abbiamo testi superstiti che diano prova di altro.

Non li abbiamo fino al periodo ellenistico in Egitto (dal 334 a. C.), quella terra che aveva affascinato i greci come culla di saperi segreti. L’Egitto è terra di convivenza tra religioni e saperi diversi, visioni cosmologiche divergenti che trovano il modo di convergere in sintesi. Egitto è anche terra di nascita della medicina e di una visione magica della realtà. Dalla mummificazione ai papiri magici, dalla religione politeista ai nuclei monoteisti del giudaismo passando dalle teorie platoniche e neoplatoniche, Egitto è la terra dell’alchimia. Con questa affermazione non dimentichiamo altre tradizioni alchimiche, cioè basate sulla manipolazione della materia in un stato pre-scientifico, come ad esempio in Cina, ma è la base per la sua diffusione come disciplina in Europa e Medio Oriente.

In Egitto si evolve questa prima consapevolezza pre-scientifica sulla manipolazione della materia in ambito metallurgico e medico, fatto che si può leggere nei primi testi nell’arco che va dal I al IV secolo d.C. Potremo dire che è la prima testimonianza del nesso tra materia e parola; anche se certamente vi è stato un legame con l’oralità, è la parola scritta quella che sancisce un nesso stabile e quasi eterno.

Parola e materia

Proprio dalla commistione tra incipiente ricerca di una più o meno consapevole manipolazione della materia e la sfera ideale rappresentata dall’incrocio tra magia, mistica e filosofia nasce il contatto tra materia e parola. In questo senso l’importanza dei testi veterotestamentari e la mistica che da essi scaturisce risulta determinante, in modo rilevante nell’evoluzione medievale dell’alchimia, fino alla nascita della chimica vera è propria [4].

È importante il nesso tra i concetti ideali di trasformazione della realtà e il potere della parola per capire la nascita e l’impatto dell’alchimia. Infatti la ricerca della trasformazione della materia, nel caso della trasformazione del piombo in oro, o della creazione attraverso la materia, come nel caso della ricerca dell’elisir di lunga vita, non è concepibile senza il nesso con il potere della parola: sono le parole quelle che danno carta d’identità alle cose; il mondo è quando è nominato. Tale è questo potere che le parole non finiscono o nel loro significato immediato, nascondono altri che a loro volta nascondono le chiavi della trasformazione. Molteplicità dei significati e ordine delle parole sono determinanti per scoprire la natura della materia e trasformarla nel senso desiderato: la ri-creazione del mondo avviene nella materia attraverso la potenza delle parole.

Difensore medievale di questa concezione mistica, attraverso le interazioni con la Cabbala [5], è Paracelso, personaggio tardivo ma di grande influenza [6]. Tuttavia è importante segnalare che questa interazione è più presente in ambito cristiano che in quello ebraico, allo stesso modo che prevale l’influenza, mediata, della Cabbala sull’alchimia; interazioni davvero marginali.

Evoluzione dell’alchimia

La perdita del valore propulsivo della parola

Dal XIII secolo a. C. il vincolo di potenza tra parola e trasformazione della materia, sopratutto i metalli, visse anche il progressivo deterioramento che si poteva aspettare dal  numero crescente di insuccessi. L’alchimia acquista maggiore consapevolezza di meccanismi materiali della trasformazione, fatto che determina, correlazione o conseguenza, anche un progressivo depotenziamento della parola. L’allargamento delle osservazioni produsse uno slittamento del quadro complessivo, alterando la prevalenza degli elementi, materia e parola, ma senza rompere ancora il vincolo.

L’alchimista di Pietro Longhi. 1757

Ultimo bastione della potenza della parola sono i colori e la loro relazioni con i metalli, dove i colori sono rappresentanti della caratteristica dei metalli. L’alchimia cerca allora di interpretare la realtà cercando nuovi scenari in cui i metalli (nella fattispecie e in ordine gerarchico verso l’alto, rame, ferro, stagno, piombo, mercurio, argento e oro)  sviluppano una forma gerarchica, pre-scientifica ancora, che rispecchia la struttura gerarchica dei pianeti conosciuti (anche qui in rapporto gerarchico, Venere, Marte, Giove, Saturno, Mercurio, Luna e Sole, questi ultimi pianeti perfetti), in un momento in cui le idee aristoteliche platoniche stanno per subire l’urto di nuove concezioni cosmologiche. Allo stesso tempo, il vincolo con la dimensione mistica del potere della parola è vivo nel rapporto con le emanazioni divine della realtà (7), la cui gerarchia si ordina da minore a maggiore grado di perfezione o avvicinamento alla divinità. Si tratta dunque di un rapporto mediato, interposto, in cui la parola non agisce più in modo diretto, mentre la materia prende forza e s’invola versa una futura, quasi, emancipazione dalla parola. Questa fase è un allineamento dei saperi ancora in una sola sfera o se vogliamo la concezione di un sapere che non è somma di saperi parziali ma un sapere organico che ingloba tutte le forme possibili. La separazione tuttavia è alle porte.

La nascita della chimica, la morte dell’alchimia

Alla fine del XV secolo e inizio del XVI, l’alchimia fece un altro passo in là nella propria evoluzione, vale a dire nella sua dissoluzione come proto-scienza. La chimica, considerata un ramo sussidiario della medicina, acquista autonomia definendo i propri contorni e contenuti. La materia è concepita allora sulla base di nuovi paradigmi. Sono fondamentali la determinazione di quantità, di componenti e di metodi controllati dall’inizio alla fine; così risultano fondativi i lavori, a metà del XVII secolo, di Robert Boyle (1627-1691), con il suo “Il Chimico Scettico” in cui ricusa il concetto greco di elemento e fornisce una nuova definizione di “elemento”  ovvero una sostanza che non si riesce a decomporre in altre sostanze più semplici [7], e di Georg Ernst Stahl (1659-1734) che interpreta la combustione e mette in piedi la teoria del flogisto, che verrà poi confutata successivamente da Antoine-Laurent de Lavoisier (1743-1794).  È un quadro mentale in cui la materia si rende indipendente da ogni vincolo. Della parola resta solo l’ombra, fino a cristallizzare, quest’ombra, in simbolo di ogni elemento così come si presenta oggi la tavola periodica. La rottura è totale. L’alchimia muore partorendo la chimica come sapere a sé. Si conclude così una percorso durato secoli che descriveva il sapere come organico e dipendente da una visione teologica, fino a giungere, attraversando il medioevo e il Rinascimento, al pensiero antropocentrico e all’istituzioni di saperi specifici basati su metodi e definizioni di area di competenza. Le scienze e il mondo della lingua ripercorrono da quel momento vie parallele pur condividendo un metodo di lavoro e una meta condivisa di conoscenza sempre maggiore nei relativi campi disciplinari. Questa separazione, dicevamo, tra parola e materia rappresenta la fine di un rapporto e la morte dell’alchimia. Una morte che dà il via alla nascita della modernità. Ciò nondimeno non suppone la morte della parola e del suo potere. Proprio in questo momento nascono anche movimenti mistici ed esoterici che hanno percorso i secoli e che rimangono vivi ancora oggi.

Bibliografia

[1] G. Garcia Marquez, Cent’anni di Solitudine, Feltrinelli.

[2] Eric J. Holmyard, Storia dell’alchimia, Odoya 2019

[3] S. Califano, Storia della Chimica, Bollati Boringhieri, 2010.

[4] R. Patai, Alchimisti ebrei, Ecig 2020 (originale inglese del 1939)

[5] M. Idel, Cabbalà. Nuove prospettive, Giuntina, 1995

[6] Paracelso, Scritti alchemici e magici, Phoenix, Genova, 1981.

[7] R. Boyle, The Sceptical Chymist, The classic 1661 text, Dover Publications INC., 2003

* Professore Associato di Chimica-Fisica preso l’Università del Piemonte Orientale

Si occupa di progettazione, sintesi e caratterizzazione chimico-fisica delle proprietà di superficie e di interfaccia di materiali inorganici o ibridi organico-inorganici funzionalizzati per varie applicazioni.

**Scrittore e Ph.D in Ebraistica

Si occupa di filologia semitica ed ebraismo . Ma ha anche scritto di filologia
ed  è autore di narrativa letteraria con il romanzo
Bite that Fruit, Ediciones Tolstoyevski, Alicante, 2016.

Scrive in spagnolo ed in italiano. In italiano ha scritto, insieme a Ugo Splendore, un romanzo intitolato Santa Marta. Improvvisazioni di vendetta Creativa, Edizioni Compagine 2018.

 

 

Sperimentare è bello, ma in sicurezza

Margherita Venturi

Presidente della Divisione di Didattica della Società Chimica Italiana

La Chimica è una disciplina scientifica sperimentale e il suo fascino deriva proprio dal fatto che è possibile “toccare con mano” praticamente tutto ciò che si legge nei testi scolastici; la Chimica, infatti, è colore, luce, odore, effervescenza e molti altri tipi di manifestazioni stimolanti.

Quanto sia bello “sperimentare”, ma anche quanto sia importante dal punto di vista didattico, è ben sottolineato in un articolo della letteratura chimica americana[1] di cui è protagonista il giovane Ira Remsen, diventato poi un autorevole chimico ben noto per la sintesi della saccarina, e di cui una libera traduzione è qui di seguito riportata.

Leggendo un testo di Chimica arrivai alla frase “l’acido nitrico agisce sul rame”. Mi stavo stancando di leggere cose così assurde e allora decisi di vedere quale fosse il significato reale di quella frase. Il rame era per me un materiale familiare, perché a quei tempi le monete da un centesimo erano in rame. Avevo visto una bottiglia di acido nitrico sulla tavola dell’ufficio del dottore dove mi mandavano per passare il tempo. Non sapevo le proprietà dell’acido nitrico, ma ormai lo spirito di avventura era sceso su di me. Così, avendo rame e acido nitrico, potevo imparare cosa significassero le parole “agisce sul”. In questo modo, la frase “l’acido nitrico agisce sul rame” sarebbe stata qualcosa di più che un insieme di parole. Al momento, lo era ancora. Nell’interesse della scienza ero persino disposto a sacrificare uno dei pochi centesimi di rame che possedevo. Ne misi uno sul tavolo, aprii la bottiglia dell’acido, versai un po’ di liquido sulla monetina e mi preparai ad osservare quello che accadeva.

Ma cos’era quella magnifica cosa che stavo osservando? Il centesimo era già cambiato e non si poteva dire che fosse un cambiamento da poco. Un liquido verde-blu schiumava e fumava dalla moneta e l’aria tutt’intorno si colorava di rosso scuro. Si formò una gran nube disgustosa e soffocante. Come potevo fermarla? Provai a disfarmi di quel pasticcio prendendolo con le mani per buttarlo dalla finestra. Fu così che imparai un altro fatto: l’acido nitrico “agisce” non solo sul rame, ma anche sulle dita. Il dolore mi spinse ad un altro esperimento non programmato. Infilai le dita nei calzoni e scoprii un altro fatto: l’acido nitrico “agisce” anche sui calzoni. Tutto considerato, quello fu l’esperimento più impressionante e forse più costoso della mia vita. Fu una rivelazione e mi spinse a desiderare di imparare di più su quel rimarchevole “agisce sul”.Al di là del desiderio di conoscere di più che ha fatto nascere in Remsen, cosa importante e positiva, l’esperimento è stato sicuramente impressionante, per usare le parole dell’autore, e non ha avuto serie conseguenze, forse perché è stata usata solo una monetina, forse perché l’acido versato era in piccole quantità, ma anche e soprattutto perché è stato possibile aprire subito una finestra per arieggiare il luogo dell’esperimento. Insomma, Remsen è stato fortunato! Per la sua futura carriera di chimico questo esperimento gli ha di certo insegnato che non si mescolano “cose” senza prima conoscere le loro proprietà e riuscire a prevedere eventuali conseguenze.

Uno, a questo punto, potrebbe dire: una cosa del genere, però, non può succedere se si usano i prodotti comuni che si trovano in casa. Nulla di più sbagliato! I maggiori incidenti domestici, anche gravi, si devono proprio all’incauto mescolamento, ad esempio, di detersivi per la pulizia della casa. Con l’idea che se un prodotto pulisce, due fanno meglio, molte persone, soprattutto donne, finiscono al pronto soccorso per aver creato cocktail micidiali. Quello più comune, cioè il più gettonato dalle casalinghe, è ottenuto mescolando candeggina (NaClO) e acido muriatico (HCl, contenuto in molti prodotti anticalcare): oltre al calore, in questo caso, si sviluppa cloro (Cl2), un gas molto tossico che attacca soprattutto le vie respiratorie.

Quindi, prima di qualsiasi incauta operazione e per un uso corretto di questi prodotti, è importante leggere le informazioni riportate sull’etichetta della confezione. Conoscere ciò che si usa è fondamentale, lo sarebbe stato per Remsen e lo è per chi si appresta a pulire la propria casa, particolarmente nell’attuale emergenza da COVID-19, poiché fra le importanti raccomandazioni che vengono date vi è quella di mantenere igienizzati gli ambienti domestici.Sempre il solito interlocutore potrebbe chiedersi la ragione di tutto questo sproloquio. Il motivo è che, proprio considerata l’emergenza COVID-19 e la chiusura della scuola, i nostri studenti sono stati stimolati ad imparare la Chimica facendo esperimenti a casa. È una sollecitazione giusta, in linea di principio, perché stare tutto il giorno davanti al computer ascoltando i docenti può diventare noioso: come dicevo prima, “toccare con mano” i fatti della Chimica è, invece, molto più stimolante. Però, sono molte le raccomandazioni da dare e le cautele da prendere, tenuto conto che questi ragazzi non sono sotto gli occhi dei docenti.

Per esempio, è sbagliato dire agli studenti di provare a fare esperimenti a casa, giusto per fare qualcosa di manuale: gli esperimenti devono avere un fine educativo e, quindi, vanno pianificati e discussi con il docente in ogni dettaglio prima della loro esecuzione.

Visto che non si può andare in laboratorio, è corretto usare quello che si può trovare in casa, ma anche in questo caso, come dicevo prima, è fondamentale chiedere ai ragazzi di leggere prima le etichette dei prodotti eventualmente da usare e prevedere ciò che può succedere con un loro possibile mescolamento: in fin dei conti l’ipotesi è il primo passo del metodo scientifico!

In internet si trova di tutto e di più e i nostri studenti sono dei famelici consumatori della rete: uno dei compiti fondamentali dei docenti è quello di sviluppare nei ragazzi un senso critico nei confronti di quello che trovano e leggono e, quindi, a monte, bisognerebbe consigliare siti affidabili, magari mostrando quante notizie false o informazioni sbagliate e pericolose circolano in internet.

Ci tengo, comunque, a sottolineare che io ho una grande stima dei nostri docenti e sono sicura che il loro comportamento è ineccepibile e perfettamente in linea con quanto ho appena scritto.

Mi preoccupano, invece, gli studenti che potrebbero farsi prendere la mano e incorrere in gravi incidenti, come ha riportato la cronaca di questi giorni. A questo proposito consiglio di ascoltare il video del Prof. Giorgio Cevasco “Chimica al tempo del COVID-19” sul Canale YouTube della SCI (accedervi è molto facile: basta andare nella parte sinistra della home page del sito web della SCI www.soc.chim.it e cliccare il link canale YouTube. Ritengo, inoltre, importante iscriversi e anche questo è facilissimo: nella home page del canale YouTube è visibile un rettangolo rosso a destra con la scritta “Iscriviti”. Basta cliccarci sopra e si è automaticamente iscritti).

In conclusione, la raccomandazione che mi sento di fare ai docenti è: state “addosso” agli studenti; ora che siete lontano da loro è molto più necessario di quando erano a scuola sotto i vostri occhi vigili.

[1]   B.Z. Shakhashiri, Chemical Demonstrations – A handbook for the teachers of Chemistry, The University of Wisconsin Press, 1983, vol. 1, p. xiv.

Recensione. “Chimica al femminile” di Rinaldo Cervellati

Margherita Venturi

Recensione. Chimica al femminile, Rinaldo Cervellati, ed. Aracne, 2019 p.308 euro 21 (il solo pdf euro 12)

Conosco Rinaldo Cervellati praticamente da sempre e, praticamente da sempre, apprezzo il suo rigore nella ricerca scientifica e la sua sensibilità nei rapporti umani. Ebbene questo è il Rinaldo autore di “Chimica al femminile”: appare evidente il suo rigore nella ricerca delle fonti, dei dati riportati e del contesto storico e traspare ovunque il suo coinvolgimento emotivo quando descrive la vita delle scienziate. Non sembra quasi un libro scritto da un uomo e questo, detto da una donna, è un gran complimento.

Il mondo della scienza, e in particolare della chimica, è un mondo popolato fondamentalmente da uomini, o meglio è così che deve apparire, vuoi per retaggi storici, vuoi per pregiudizi che stentano a morire.

Ai miei studenti universitari, maschi e femmine più o meno in numero uguale e frequentanti una laurea magistrale in chimica, da alcuni anni racconto la seguente storiella. Un bambino è in macchina con il padre; avviene un tremendo incidente e il padre muore, mentre il bambino, in condizioni disperate, viene portato all’ospedale; deve essere operato d’urgenza, ma il chirurgo di turno, dopo aver guardato il bambino, con angoscia dice: non lo posso operare, è mio figlio! Alla fine della storia domando: come è possibile? Ricevo le risposte più fantasiose, maliziose e stravaganti (il padre non è morto; l’uomo morto non è il vero padre del bambino) e ben difficilmente la risposta più banale: il chirurgo è la madre del bambino. Il motivo deriva dal fatto che lo stereotipo è quello di un chirurgo necessariamente uomo e anche le donne ne sono convinte, come dimostra l’eterogeneità del mio pubblico di studenti, fra l’altro già grandi e con una buona preparazione scientifica alle spalle.

Un altro esempio eclatante, sempre riferito alla mia esperienza personale, riguarda la Tavola Periodica parlando della quale spesso chiedo: chi ha contribuito a popolarla? Chi ha scoperto gli elementi ordinati in questo documento? Ci sono donne scienziate che hanno lavorato in quest’ambito? Oltre al nome di Marie Curie, a cui a volte si aggiunge quello di Marguerite Perey, non viene fuori null’altro. E non potrebbe essere diversamente, perché le tante donne che hanno contribuito a far crescere la Tavola Periodica non sono state riconosciute, o peggio sono state volutamente dimenticate.

Il libro di Rinaldo è un omaggio proprio alle scienziate dimenticate e a quelle che hanno subito gravi torti. Sono in totale 41 storie, una più bella e triste dell’altra, anche se in ciascuna emergono la determinazione e la forza di volontà che caratterizzano il sesso femminile (immeritatamente chiamato sesso debole, ma forse questa è un’invenzione degli uomini). Nonostante avessi già avuto modo di leggere alcune delle monografie che ritroviamo nel libro, proprio in questo blog nella serie “Scienziate che avrebbero dovuto vincere il premio Nobel”, a cura di Rinaldo, il piacere della lettura è rimasto intatto e il coinvolgimento è stato sempre molto forte.

Come dicevo, si tratta di una carrellata di “eroine” della chimica e ogni storia ha suscitato in me sentimenti diversi.

Per esempio, ammirazione e tenerezza è ciò che ho provato per Julia (Yulija) Vsevolodovna Lermontova; ammirazione per i primati che è riuscita a raggiungere (è stata la prima donna russa e la terza donna europea ad aver ottenuto il dottorato), ma anche per i suoi interessi di ricerca: siamo nella seconda metà del 1800, le donne non sono ben accette, eppure lei si dedica ad una chimica “pesante”, ancora oggi appannaggio quasi esclusivo degli uomini, come la sintesi di idrocarburi, la composizione del petrolio caucasico e le tecnologie per migliorare la fertilità del suolo. La tenerezza, invece, l’ho provata leggendo che i genitori, benché non capissero la sua scelta di dedicarsi alle scienze, non la ostacolarono e permisero a Julia di aver accesso alla letteratura specializzata e di compiere esperimenti in casa (mi ha ricordato l’atteggiamento dei miei genitori e un pezzo della mia infanzia quando facevo i primi esperimenti in casa usando il Piccolo Chimico).

E poi, ancora, ammirazione e stima sono stati i sentimenti che ho provato per Ida Noddak, che lavorando assieme a Walter Noddack (direttore dell’istituto e suo futuro marito), riempì la casella 75 della Tavola Periodica con l’elemento renio. Ammirazione per i molti ostacoli che Ida dovette superare, sia dal punto di vista accademico (sempre all’ombra del marito), che da quello economico (in Germania le donne sposate non potevano aver uno stipendio); stima per la determinazione con cui osò criticare Fermi, quando nel 1934 annunciò di aver ottenuto l’elemento 93, bombardando con neutroni l’uranio. Ida suggerì che si trattasse della rottura del nucleo dell’uranio, ma la comunità dei fisici la stroncò, giudicando questa ipotesi inaccettabile e addirittura ridicola (tanto ridicola e inaccettabile da rivelarsi cinque anni dopo assolutamente vera) e, molto probabilmente, fu proprio per questa sfrontatezza che la Noddak, nonostante fosse stata candidata la Premio Nobel quattro volte, non lo ebbe.

Ammirazione e rabbia sono, invece, le sensazioni contrastanti che ha suscitato in me la storia di Lise Meitner; l’ammirazione è dovuta, oltre ai traguardi raggiunti (è stata la seconda donna in Austria ad ottenere il dottorato in Fisica e la prima donna in Germania a ricoprire la cattedra di Fisica), alla grande fermezza con cui ha portato avanti la sua ricerca; a Berlino, appena arrivata, dovette lavorare, spesso senza stipendio, in una carpenteria adattata a laboratorio per misure di radioattività, dal momento che le donne non potevano frequentare gli istituti universitari; poi dovette esiliare in Svezia a causa delle leggi razziali, ma anche qui proseguì instancabile i suoi studi sul processo di fissione dell’uranio, stabilendone le basi teoriche e continuò, seppure da lontano, la collaborazione con Otto Hahn, cominciata ai tempi di Berlino. Lise ebbe sempre un grande affetto e stima per Hahn; la cosa, però, non fu reciproca, perché quando Hahn ebbe il premio Nobel “per la sua scoperta della fissione dei nuclei atomici pesanti” non ebbe neanche il buon gusto di citare l’importante contributo della Meitner a questa scoperta. La rabbia che provo è per i veri motivi che hanno portato all’esclusione della Meitner dal premio (emersi quando i documenti a lungo secretati dei lavori del Comitato Nobel divennero pubblici): pregiudizi disciplinari, ottusità politica, ignoranza e fretta. La Meitner, quindi, fu esclusa perché era donna e perché era ebrea; sugli ultimi due punti preferisco non esprimermi (la rabbia raggiunge le stelle).

La storia di Clara Immerwahr, moglie di Fritz Haber, e quella di Rosalind Franklin mi hanno invece lasciato in bocca un’amara tristezza, perché sono le due “eroine” di questo libro più fragili, vittime di uomini egoisti e ambiziosi.

Clara è stata sopraffatta dal marito che, interrompendo la sua carriera scientifica, l’ha relegata al ruolo di collaboratrice silenziosa; il silenzio, infatti, ha accompagnato tutta la breve vita di Clara che, non avendo il coraggio di dire al marito che la sua ricerca sui gas nervini era una “perversione degli ideali della scienza”, ha preferito suicidarsi.

Anche Rosalind ha avuto una vita breve e, come Clara, non è riuscita ad imporsi e a dichiarare pubblicamente il grande sopruso subito. I suoi dati cristallografici sono stati, infatti, usurpati da tre colleghi, Watson, Crick e Wilkins, che li hanno usati per risalire alla struttura a doppia elica del DNA. Certamente una scoperta importantissima da Premio Nobel e, infatti, i tre colleghi hanno avuto il premio e sono diventati famosi; peccato che si siano dimenticati di citare il lavoro fondamentale di Rosalind. Solo di recente questa triste storia è stata resa nota, quando Rosalind era morta: non solo non ha condiviso il Nobel, ma non ha neanche avuto il piacere di ricevere il giusto tributo dalla comunità scientifica; un grande e incolmabile debito che la scienza avrà sempre nei confronti di questa ricercatrice.

E potrei andare avanti, ma è giusto che scopriate da soli le tante storie raccontate da Rinaldo.

Concludo dicendo che questo libro dovrebbe essere letto fondamentalmente dagli “uomini” per metterli di fronte ad una realtà che può apparire scomoda, ma che bisogna conoscere: chi ignora la storia rischia sempre di ripeterla, ha detto giustamente il nostro autore.

Però, poiché mi piace essere giusta, aggiungo una considerazione; in ambito accademico le cose stanno leggermente migliorando e le donne cominciano ad avere un timido riconoscimento del loro valore (io sono una delle fortunate perché ho lavorato in “un’isola veramente felice”, dove la discriminazione di sesso non è mai esistita). Quindi ci sono anche uomini “illuminati”; ce ne sono stati in passato, ad esempio Mendeleeev si è adoperato per aprire l’istruzione alle donne, e ce ne sono oggi, ad esempio Roald Hoffman, premio Nobel per la Chimica nel 1981 ha detto: amo troppo la scienza per privarla dell’intelligenza delle donne.

Il futuro non aspetta e allora la scuola lo affida a ENI!

Margherita Venturi

e-mail: margherita.venturi@unibo.it

Sono la Presidente della Divisione di Didattica della SCI e faccio parte della redazione di questo blog; quindi, sono sensibile a tutti i temi che riguardano il rapporto della chimica con la società in senso lato (formazione insegnanti e studenti; rispetto per l’ambiente e l’umanità, sostenibilità, economia circolare, ecc.). In questo momento, presa dall’emergenza della didattica a distanza all’interno della ben più drammatica emergenza sanitaria, mi sono persa una notizia che ho visto solo qualche giorno fa e, in merito alla quale, vorrei esprimere il mio sconfortato parere condividendolo con i lettori di questo blog.

In un articolo apparso, su “La Repubblica” il 24 febbraio di quest’anno dal titolo roboante “Il futuro non aspetta”, si annuncia una serie di seminari per la formazione sulla sostenibilità e l’ambiente organizzata congiuntamente da ENI e dall’Associazione Nazionale Presidi (ANP). Ora, non sono contraria a seminari sulla sostenibilità, anzi sostengo a spada tratta che una formazione in quest’ambito, perfettamente in linea con gli obiettivi dell’Agenda 2030, sia importantissima per i nostri studenti, che saranno i cittadini del futuro, ma mi domando: perché ENI, dal momento che esistono tante persone esperte di sostenibilità e “moralmente pulite” alle quali l’ANP si sarebbe potuta rivolgere? E mi domando ancora: che concetto/idea/messaggio di sostenibilità può veicolare ENI?

Screenshot_2020-05-02 IL FUTURO NON ASPETTA LA FORMAZIONE ANP-DIRSCUOLA-ENI SOSTENIBILITÀ E AMBIENTE ALL’INTERNO DELL’EDUCA[...](1)

Mi pongo queste domande perché l’ENI, a mio parere, non ha l’onestà intellettuale (non mi esprimo sulla competenza scientifica) necessaria per tenere dei corsi di educazione ambientale per la scuola “seri e formativi”; sono sufficienti queste poche considerazioni (ce ne sarebbero altre) per capirlo.

  • L’ENI è uno dei maggiori gruppi al mondo che appoggia ancora oggi l’impiego di fonti energetiche fossili con un sempre più massiccio contributo alla produzione di gas serra e, se questo non bastasse, sta avviando anche nell’Artico la perforazione di pozzi per la ricerca di petrolio e gas.
  • In un’intervista rilasciata a “La Repubblica” (29/02/20) Descalzi spaccia come rivoluzionario il fatto di abbandonare l’estrazione del petrolio entro il 2050 e di ricorrere al gas naturale (“il metano ti dà una mano”); peccato che Descalzi dimentica di dire che l’uso del metano produce CO2; certo, un po’ meno rispetto agli altri combustibili fossili, ma non risolve sicuramente il problema del riscaldamento globale. Non lo risolve anche perché il metano è un potente gas serra e perdite nei gasdotti sono inevitabili. In poche parole, la rivoluzione energetica di ENI altro non è che la transizione dai combustibili fossili (petrolio) … ai combustibili fossili (metano).
  • L’ENI ha tentato di promuovere il suo biodiesel, ottenuto dall’olio di palma, come carburante “green” compiendo un palese falso e, infatti, è stata sanzionata dall’Antitrust con una multa da 5 milioni di Euro per “pubblicità ingannevole”.

Date queste premesse, mi sembra che da un punto di vista formativo ci sia poco da sperare da un Ente come ENI.

Screenshot_2020-05-02 Pubblicità ingannevole Il green diesel fa male a clima e ambiente Antitrust multa ENI per 5 milioni d[...]

https://valori.it/diesel-green-eni-multa-milionaria-antitrust/

Aggiungo anche che, a volte, ho l’impressione che l’educazione ambientale venga sentita come un qualcosa capitato sulla testa della scuola: non si sa perché e neanche dove inserirla nel curriculum scolastico. Allora basta fare poche e veloci azioni di facciata che impegnino il meno possibile.

https://ilblogdellasci.wordpress.com/2019/08/23/il-metano-rema-contro/

Nulla è più sbagliato, perché sui concetti di sostenibilità e di economia circolare si dovrà basare lo sviluppo futuro, se vogliamo che l’umanità abbia qualche speranza di sopravvivere. Anche la pandemia del corona virus, che stiamo faticosamente combattendo, ha messo a nudo tutti i limiti e le distorsioni del nostro attuale modo di vivere. Allora è estremamente importante fare educazione ambientale a scuola, per impartire i giusti insegnamenti scientifici, etici e sociali agli studenti nelle mani dei quali lasceremo il pianeta. Come e a chi affidare questo fondamentale compito? Secondo me e in accordo con quanto aveva previsto l’ex ministro Fioramonti, instituendo insegnamenti ad hoc, affidati all’intero corpo docente. Per affrontare un tema così complesso come quello dell’educazione ambientale, c’è infatti bisogno di competenze e conoscenze che riguardano tutti i campi del sapere e che vanno, quindi, dall’ambito scientifico e quello umanistico. Ovviamente, il corpo docente deve essere formato bene e seriamente.

https://www.facebook.com/divisionedidatticachimica/

Screenshot_2020-05-02 Home didattica Società Chimica ItalianaLa Divisione di Didattica della Chimica, con i suoi iscritti, è pronta a dare una mano: se la scuola chiama, noi rispondiamo. Ad esempio, in questo momento di emergenza didattica, per supportare i docenti che si sono dovuti attrezzare dalla sera alla mattina per fare lezioni a distanza, la Divisione di Didattica ha istituito un Tavolo Tecnico dal titolo “Insegnare durante l’emergenza Covid-19: una grande sfida per i docenti”. L’obiettivo di questo tavolo è quello di raccogliere materiale in grado di aiutare i docenti di chimica (e in genere di discipline scientifiche) che, oltre al problema di fare lezioni on-line efficaci, hanno anche quello di far entrare, ora purtroppo solo virtualmente, gli studenti in laboratorio.

Quindi la Divisione c’è e la scuola, invece di rivolgersi per le sue necessità ad enti esterni spesso inadeguati, basta che mi contatti.

Commenti alla PROPOSTA DI PIANO NAZIONALE INTEGRATO PER L’ENERGIA E IL CLIMA

15 marzo 2019

Gruppo di scienziati energia per litalia

Commenti alla

PROPOSTA DI PIANO NAZIONALE INTEGRATO PER L’ENERGIA E IL CLIMA 31/12/2018

Introduzione

Nella conferenza COP21 di Parigi (2015) si è unanimemente riconosciuto che il cambiamento climatico è il più preoccupante problema per l’umanità e si è individuato un percorso per fermarlo: la transizione dai combustibili fossili alle energie rinnovabili entro il 2050. Nella COP24 del dicembre scorso a Katowice il segretario dell’ONU Guterres ha dichiarato però che “il mondo è fuori rotta” e gli scienziati dell’IPCC hanno lanciato “un’ultima chiamata” per salvare il pianeta.

Il Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima presentato dal Governo deve necessariamente inserirsi in questo quadro. Nel Piano sono presentate molte proposte sulle quali non si può non essere d’accordo, come, la necessità di riorganizzare e potenziare i sistemi di accumulo, l’autoconsumo e la formazione di comunità energetiche. Altri punti pienamente condivisibili sono: l’urgenza di superare le attuali criticità nella distribuzione dell’energia e nell’integrazione del mercato, l’individuazione di meccanismi per risolvere il problema della povertà energetica, la necessità di aumentare i fondi e ridurre la frammentazione nei finanziamenti delle ricerche sull’energia e di promuovere un’azione di informazione e formazione delle persone
Chi si aspettava però un piano capace di riportare l’Italia nella “rotta giusta” e di rispondere “all’ultima chiamata” degli scienziati rimarrà deluso.

Energia primaria e mix energetico

Il Piano prevede una diminuzione del consumo di energia primaria, da 155 Mtep nel 2016 a 135 Mtep nel 2030: si tratta di una diminuzione di poco maggiore (5%) rispetto a quanto accadrebbe senza le misure proposte dal Piano stesso. Il mix energetico al 2030 non cambia molto rispetto a quello del 2016: viene confermata l’uscita dal carbone, ma il petrolio diminuisce solo da 36% al 31%, il gas rimane addirittura invariato al 37% e le rinnovabili aumentano soltanto dal 18% al 28%. Questi dati sono molto deludenti, tanto più che in questo modo al 2030 la quota delle rinnovabili sarebbe ancora minore sia di quella del petrolio che di quella del gas, prese separatamente. Per il mix energetico il Piano si spinge al 2040, prevedendo che la fonte prevalente di energia primaria saranno ancora i combustibili fossili (circa 65%). Questi obiettivi riguardo il mix energetico, del tutto insoddisfacenti, sono la conseguenza inevitabile di un Piano che si preoccupa di facilitare e potenziare, anziché di limitare, l’approvvigionamento e l’utilizzo di gas e petrolio. Evidentemente nella stesura del Piano ci sono state forti pressioni delle lobby che hanno interessi nella ricerca ed estrazione di idrocarburi, nell’importazione di GNL e nella messa in opera di strutture per la sua di distribuzione, e nel completamento della TAP, che pure una delle forze politiche che guida il paese sembrava volesse eliminare. Fa parte di queste pressioni il ricatto “diminuzione oil & gas uguale perdita di posti di lavoro”, anche se tutti gli studi dimostrano che il bilancio fra posti persi e posti creati nella transizione dai combustibili fossili alle energie rinnovabili sarà positivo perché l’intensità di lavoro nelle rinnovabili (industria manifatturiera) è più alto di quello che si ha nell’industria estrattiva [1,2].

Persino nel settore dell’energia elettrica, in cui le rinnovabili sono partite da una posizione molto avvantaggiata grazie all’idroelettrico preesistente, secondo il Piano più di un terzo della produzione elettrica verrà ancora da fonti fossili nel 2030. In questo settore si potrebbe certamente fare di più perché nel 2018 c’è stata una diminuzione del 27% nel costo dei pannelli fotovoltaici. Inoltre, la quantità di celle fabbricabili con un lingotto di silicio puro è destinata ad aumentare ulteriormente grazie al progresso tecnologico e si ritiene che ben prima del 2030 si svilupperanno pannelli con moduli flessibili di uso più generale. Il Piano prevede, e non si può che essere d’accordo, l’individuazione di aree idonee per la realizzazione di nuovi impianti di eolico e fotovoltaico, il repowering e rewamping degli impianti già esistenti, il potenziamento dell’obbligo di quota minima negli edifici nuovi o ristrutturati e snellimento delle pratiche burocratiche. La previsione di raggiungere con le rinnovabili 187 TWh nel 2030 (38.7% della produzione elettrica) è però deludente e notevolmente inferiore alla previsione del Coordinamento FREE (210 TWh) [3].

Per quanto riguarda la riduzione delle emissioni, il Piano si adagia sulle prescrizione della UE (riduzione delle emissioni del 40% al 2030), mentre il Parlamento europeo ha già chiesto che la riduzione sia portata 55%. Anche chi aspettava misure più conseguenti al tanto sbandierato principio “chi inquina paga” sarà deluso. Nel Piano, infatti, non c’è traccia della carbon tax [4], provvedimento molto delicato, ma necessario per la transizione energetica.

Risparmio ed efficienza

In base alle norme europee, nel periodo 2021-2030 siamo tenuti a ridurre il consumo di circa 51 Mtep. Il Piano afferma che si raggiungerà questo obiettivo risparmiando ogni anno lo 0,8% di energia rispetto ai consumi dell’anno precedente. Questo risparmio si otterrà, in gran parte adeguando e potenziando gli strumenti di sostegno già in vigore: (i) il meccanismo dei Certificati Bianchi; (2) le detrazioni fiscali per gli interventi di efficienza energetica e il recupero del patrimonio edilizio esistente; (iii) il Conto Termico; (iv) il Fondo Nazionale per l’Efficienza Energetica. Un forte contributo dovrà poi venire dal settore dei trasporti.

Il Piano prevede grandi risparmi di energia termica derivanti da una forte diffusione delle reti di teleriscaldamento alimentate da centrali termoelettriche a cogenerazione,

biomasse, o termovalorizzazione dei rifiuti (Figura 47), mentre insiste molto meno sulla opportunità di diffondere l’uso di solare termico e di pompe di calore.
La difficoltà di ridurre i consumi energetici aumentando l’efficienza è materia di vasta discussione nella letteratura scientifica [5,6]. Per raggiungere l’obiettivo prefisso sarà necessaria l’attuazione di un serio programma informativo e formativo per i cittadini, molto più incisivo dei tentativi fatti finora. Bisogna partire dal concetto di sufficienza, cioè convincere le persone e, se necessario, obbligarle mediante opportune disposizioni di legge, a ridurre l’uso dei servizi energetici. Per consumare meno, bisogna anzitutto “fare meno”: meno viaggi, minor velocità, meno luce, meno riscaldamento. Se poi tutto quello che si usa dopo aver adottato la strategia della sufficienza è più efficiente, si avrà un risparmio ancora maggiore: è il fare meno (sufficienza) con meno (efficienza).

La recente proposta di aumentare il limite di velocità in autostrada a 150 km/ora e il continuo aumento del numero, delle dimensioni e della potenza delle auto che costituiscono il parco macchine italiano non contribuiscono certamente a ridurre i consumi. Il Piano non affronta questi argomenti.

Trasporti

Nel settore dei trasporti le politiche del Piano sono deludenti. Anzitutto c’è un equivoco, purtroppo molto diffuso, dovuto anche a disposizioni di legge precedenti: si parla di “carburanti alternativi” indicando con questo nome biocarburanti, elettricità da rinnovabili, idrogeno e a volte anche gas naturale, cose che non potrebbero essere più diverse fra loro. Ad esempio (pag. 88) , “Ci si propone di accelerare quanto previsto dal comma 10 del D.Lgs 275/2016…… per la sostituzione del parco autovetture, autobus e mezzi di servizio in modo che le Pubbliche Amministrazioni …. siano obbligate all’acquisto di almeno il 30% entro il 2022, il 50% entro il 2025 e l’85% entro il 2030 di veicoli elettrici e veicoli ibridi con ricarica esterna, a metano e a idrogeno, nonché elettrici o metano nel caso degli autobus”.

Il Piano è chiaramente orientato per continuare con l’uso dei combustibili fossili. Manca qualsiasi accenno a una data indicativa per il phase out dei veicoli a benzina e diesel, fissata per il 2025 in Olanda e per il 2040 in Francia e Regno Unito. Il Piano a parole sostiene la diffusione della mobilità elettrica per persone e merci, ma si propone come obiettivo soltanto 1,6 milioni di auto elettriche “pure” nel 2030, in contrasto con stime molto superiori di altre fonti che si basano anche sulla forte riduzione nel costo delle batterie che avverrà nei prossimi anni. Ma l’energia elettrica che sarà usata nei trasporti nel 2030 sarà ancora prodotta per quasi il 40% usando combustibili fossili, per cui la penetrazioni delle rinnovabili nel settore dei trasporti stradali è affidata prevalentemente ad una selva di norme e agevolazioni per l’uso dei biocarburanti (vide infra).

Il Piano, in accordo con le compagnie petrolifere, incoraggia l’uso del metano non solo per la produzione di elettricità, ma anche come “combustibile ponte” per la mobilità. E’ vero che a parità di energia prodotta, il metano genera il 24% in meno di CO2 rispetto a benzina e gasolio, ma questo non basta per combattere il cambiamento climatico in modo sostanziale. Inoltre, va tenuto presente che Il metano è un gas serra 72 volte più potente di CO2. Poiché nella lunga filiera del metano si stima ci siano perdite di almeno il 3% rispetto alla quantità di gas usato, passando dal carbone e dal petrolio al metano c’è il rischio di peggiorare la situazione riguardo gli effetti sul clima [7]. Anche per quanto riguarda l’inquinamento, gli studi più recenti [8] indicano che il particolato prodotto dalla combustione del metano è, come massa, inferiore a quello prodotto dal gasolio, ma le particelle sono in numero superiore e più piccole, quindi potenzialmente più pericolose per la salute. Pertanto, non ha senso considerare il metano come combustibile “pulito” e come fonte energetica “alternativa” al carbone e al petrolio [9]. Questo importante concetto è ignorato dal Piano che ha per obiettivo nel 2040 una quota del 37% di energia primaria da metano, la stessa del 2016.

Nel Piano non c’è alcuna recriminazione sul fatto che le case automobilistiche italiane continuano a produrre auto a benzina o diesel e si dedicano in particolare alla fabbricazione di auto di lusso e/o di SUV, utilizzando incentivi diretti o indiretti. La FCA ha annunciato che, accanto ai SUV Alfa Romeo e Lancia che già produce, costruirà a Modena, dove gli operai della Maserati sono sotto occupati, una nuova super sportiva ad alta gamma a partire dall’autunno 2020. Ci si dovrebbe interrogare su quale sia il “valore sociale” di questo tipo di “lavoro” e sarebbe anche opportuno chiedersi per quanto tempo potranno andare avanti queste produzioni prima di trovare rifugio, ancora una volta, negli ammortizzatori sociali. Nel frattempo sempre FCA ha annunciato, in grave ritardo rispetto ai concorrenti tedeschi e francesi, la produzione di un veicolo elettrico, la 500, a partire dalla seconda metà del 2020 a Mirafiori, dove nel frattempo verranno messi in cassa integrazione per un anno 3.245 dipendenti, tra operai e dirigenti [10].

Approvvigionamenti di combustibili

l consumo di gas, che era di circa 85 Gm3 all’anno nel periodo 2005-2008, è diminuito negli ultimi anni (75,2 Gm3 nel 2017). Le previsioni SNAM sono per un consumo di 74,3 Gm3 nel 2027 e per una più decisa diminuzione negli anni successivi (70.9 Gm3 nel 2030) [11]. Gli attuali canali di fornitura del metano sono, dunque, più che sufficienti. Nonostante questo, il Piano insiste per la diversificazione degli approvvigionamenti dall’estero di gas e sostiene la necessità di agire su tre fronti: 1) ottimizzare la capacità di importazione e di distribuzione di gas naturale liquefatto (GNL); 2) aprire la TAP entro il 2020 per consentire l’importazione da 8.8 a 18 mld di m3 all’anno; 3) partecipare al progetto EastMed. L’intendimento del Piano, già contenuto nella Strategia Energetica Nazionale del precedente governo, è fare dell’Italia un hub del gas: un report di SNAM chiarisce infatti che importiamo più gas di quello che serve, per poi esportarne circa l’8% a paesi del Nord Europa.

Per quanto riguarda il GNL, il Piano parte dalla considerazione che sono già su strada più di 2000 veicoli pesanti che usano questo combustibile. Prevedendo una forte crescita nel numero di questi veicoli, il Piano sostiene la necessità di sviluppare una rete di distribuzione GNL lungo i 3000 km di autostrade, mentre dovrebbe incoraggiare con iniziative concrete il passaggio del trasporto merci dalla strada alla rotaia o alle vie marittime, che pure a parole dice di voler sostenere coniando due nuovi tipi di incentivi, Ferrobonus e Marebonus.

C’è il rischio reale di costruire infrastrutture per il gas che rimarranno inutilizzate o sotto utilizzate, con spreco di denaro pubblico. Poi, al solito, ci saranno forti pressioni perché “ormai ci sono e quindi vanno utilizzate”, come accade per le centrali termoelettriche a carbone, la cui chiusura è condizionata alla concessione di compensazioni per il mancato uso, e le centrali a turbogas che vanno remunerate anche se funzionano solo parzialmente, perché troppo numerose. Poiché in futuro per vari motivi si produrrà e si userà sempre più energia elettrica, sarebbe meglio investire ancor di più di quanto previsti nel Piano in sistemi di accumulo dell’elettricità, piuttosto che in impianti di stoccaggio geologico del gas di importazione, con tutte le problematiche di sicurezza che ne derivano (vedi deposito di Minerbio).

Più in generale, le compagnie petrolifere, non avendo interesse nel carbone, sono d’accordo per la progressiva sostituzione delle centrali termoelettriche a carbone con centrali turbogas a metano, vedendo in questa trasformazione non solo un interesse economico, ma anche il modo di ridurre le preoccupazioni dell’opinione pubblica. Le compagnie petrolifere hanno anche capito che l’uso del gasolio per i trasporti non sarà difendibile a lungo dopo il diesel gate e le notizie sul più recente accordo delle industrie automobilistica tedesca di rallentare, per contenere i costi, lo sviluppo di tecnologie in grado di ridurre le emissioni dei motori a benzina e a gasolio [12]. Ufficialmente le compagnie petrolifere sostengono che è necessario usare il gas come energia ponte in attesa che le rinnovabili siano “mature”, ma in realtà, come è emerso alla World Gas Conference (Washington, 29 giugno 2018), pensano al gas come il combustibile “pulito” del futuro. Quindi c’è una forte spinta anche nel settore dei trasporti per passare al gas, spacciandolo per fonte alternativa al pari dell’energia elettrica. Ma è provato che, se anche l’energia elettrica fosse tutta ottenuta dal gas, sarebbe ugualmente più conveniente perché i motori elettrici sono 3-4 volte più efficienti di quelli a combustione [9].

Biocarburanti

Quello sui biocarburanti è un discorso molto delicato perché tocca grandi interessi economici e molti incentivi, ma è necessario fare chiarezza anche su questo argomento. Come già fece la Strategia Energetica Nazionale del precedente governo, l’attuale Piano incoraggia l’uso di biocarburanti al fine di rimpiazzare i combustibili fossili con fonti rinnovabili. A questa presa di posizione non è certamente estraneo il fatto che ENI ha puntato sulle bioraffinerie, abbondantemente pubblicizzate sulle pagine dei quotidiani fino ad affermare che “in Italia il carburante si otterrà anche dalle bucce di mele” [13].

In linea generale, può essere utile ottenere biocarburanti da prodotti di scarto, ma va anche detto che i prodotti di scarto sono in piccola quantità rispetto al consumo di carburanti. Ecco allora che il biometano di cui parla il Piano non sarà ottenuto solo da scarti e rifiuti, ma dallo “sviluppo di una filiera agricolo/industriale per la produzione di biometano sia da matrice agricola, sia da rifiuti” come chiarisce SNAM [11]. Bisogna rendersi conto che la produzione di biometano o biocarburanti liquidi di prima generazione da prodotti agricoli dedicati non è una soluzione per la mobilità sostenibile. D’altra parte, i biocarburanti di seconda generazione, che sfruttano una frazione maggiore della biomassa non sono affatto in uno stato avanzato.

L’Unione Europea, nel tentativo di abbattere la produzione di CO2, ha concesso agli Stati membri di fornire sussidi per la produzione di biodiesel da miscelare al gasolio di origine fossile. In Italia il biodiesel viene prodotto da ENI in massima parte con olio di palma proveniente da Paesi equatoriali. E’ noto [14] che il biodiesel prodotto in questo modo genera quantità di CO2 maggiori del gasolio fossile perché per creare piantagioni di olio di palma vengono abbattute foreste tropicali che hanno un’azione positiva sul clima. Per rimediare a questo errore, che gli scienziati avevano segnalato da tempo, il Parlamento Europeo, nel gennaio 2018 ha votato per escludere entro il 2020 l’olio di palma dai sussidi per il biodiesel. Il provvedimento però non è stato ancora approvato dalla Commissione Europea. Nel frattempo, la Norvegia è stata presentata una petizione per chiedere all’Esecutivo comunitario di rispettare gli impegni presi con il Parlamento UE per far cessare subito i sussidi e anticipare entro il 2025 la messa al bando dell’olio di palma nei biocarburanti prevista al momento per il 2030. E’ il solito ricatto: ormai le bioraffinerie ci sono e bisogna usarle, altrimenti si perdono posti di lavoro.
Su un piano più generale, per rappresentare un’alternativa credibile ai combustibili fossili i biocarburanti devono (a) fornire un guadagno energetico (EROEI>1), (b) offrire benefici dal punto di vista ambientale, (c) essere economicamente sostenibili e (d) non competere con la produzione di cibo. Molto spesso queste condizioni, in particolare la prima e l’ultima, non sono verificate.
I biocarburanti non possono giocare un ruolo importante nelle transizione energetica semplicemente perché l’efficienza della fotosintesi naturale è molto bassa (0,1-0,2%) e la ricerca scientifica mostra che non è possibile aumentarla in modo significativo. E’ evidente che il trasporto (a volte su lunghe distanze) e il processo di raffinazione delle biomasse contribuiscono ad abbassare ulteriormente l’EROEI dei biocarburanti, ma dati attendibili su questo parametro non vengono mai forniti dai produttori. Ma gli scienziati sanno che l’efficienza di conversione dei fotoni del sole in energia meccanica delle ruote di un’automobile (sun-to-wheels efficiency) è più di 100 volte superiore per la filiera che dal fotovoltaico porta alle auto elettriche rispetto alla filiera che dalle biomasse porta alle auto alimentate da biocarburanti [15]. Questo spiega perché gli esperti, al contrario di quanto si propone il Piano, non prevedono una sostituzione significativa dei  combustibili fossili con biocarburanti, ma una rapida, dirompente diffusione delle auto elettriche. La cosa non meraviglia perché i motori elettrici, oltre a non produrre CO2, non inquinano, sono quattro volte più efficienti dei motori a combustione interna, sono molto più facili da riparare e meno costosi da mantenere. Un ultimo grande vantaggio dell’alimentazione elettrica è che l’energia si può ottenere senza occupare suolo agricolo, ma collocando i pannelli fotovoltaici sui tetti e su altre aree inidonee alla agricoltura.

La non sostenibilità dei biocarburanti in Italia balza all’occhio anche dai dati riportati nel Piano (Figure 14 e 15): il 50% della produzione delle 997 mila tonnellate di materie prime consumate nel 2017 veniva dall’Indonesia, il 38% da altri paesi e solo il 12% dall’Italia; la materia prima è era costituita in gran parte da olii vegetali (in particolare, olio di palma), con un 5% di colture dedicate (grano, mais, soia), che probabilmente erano il principale contributo italiano.

Sicurezza e energetica

Il Piano prevede (pag. 191) che la dipendenza energetica, essenzialmente dovuta all’importazioni di petrolio e metano, diminuisca dal 77,5% nel 2016 al 72,7% nel 2025, al 71,2% nel 2030 e al 67,2 neo 2040. Con una diminuzione così lenta, non si capisce come faremo ad eliminare i combustibili fossili entro il 2050.

Il Piano si prefigge di assicurare la sicurezza energetica aumentando e differenziando le connessioni internazionali sia per la rete gas che per quella elettrica e con la formazione di scorte di sicurezza per il petrolio. Come già sottolineato, c’è il rischio concreto di costruire infrastrutture, specie nella visione di fare dell’Italia un hub del gas, che rimarranno inutilizzate o sotto utilizzate. La vera sicurezza energetica, quella che potrebbero fornirci le energie rinnovabili, non viene perseguita.

Ricerca, innovazione, formazione, cultura

Per quanto riguarda la ricerca, il Piano lamenta giustamente la scarsa disponibilità di fondi, la frammentazione dei finanziamenti e la carenza di coordinamento. Andrebbe sottolineata anche la necessità che la politica si giovi della disponibilità e dell’esperienza degli scienziati, cosa che negli ultimi anni non è avvenuta.

Per quanto riguarda i fondi per l’innovazione, nel Piano viene giustamente sottolineato che l’innovazione nel settore della sostenibilità ecologica ed energetica deve avere priorità, discorso che può sembrare ovvio, ma che ovvio non è poiché si premia ancora l’innovazione nelle ricerche petrolifere e nell’energia nucleare. Anche se il futuro è già presente, il passato non vuole passare.

il Piano si propone anche di rivedere il sistema degli incentivi e a questo proposito riporta che da una recente indagine del Ministero dell’Ambiente sono state individuate 57 misure che hanno un impatto in campo energetico per un totale di 30,6 mld€ nel 2017; di questi, 16,9 mld€ sono costituiti da sovvenzioni ai combustibili fossili (altro che“carbon tax”!), mentre i sussidi a fonti con impatto ambientale favorevole ammontano a 13,7 miliardi. Dunque, l’uso dei i combustibili fossili, responsabili per il cambiamento climatico e i danni alla salute dell’uomo, è ancora oggi incentivato più delle energie rinnovabili, che ci salveranno da queste sciagure.

Conclusione

In base agli accordi di Parigi e al successivo riesame della situazione presentato a Katowice si devono ridurre le emissioni di CO2 del 45% entro il 2030 e a zero al 2050. Il primo obiettivo che ogni Paese dovrebbe proporsi oggi è quindi una rapida transizione energetica. Non sembra che il Piano proposto dal Governo sia molto efficace per svolgere questo compito, poiché non prevede e tanto meno propone una forte riduzione dell’uso dei combustibili fossili e una forte espansione delle rinnovabili. Non accenna neppure alla necessità di facilitare, con opportune strutture stradali, la mobilità ciclistica, che ha anche un forte potenziale turistico.

Nel Piano c’è un ossequioso rispetto per gli obiettivi che l’Unione Europea si è data per il 2030, ma non ci sono idee originali e tanto meno proposte concrete per andare oltre quegli obiettivi, come converrebbe ad un Paese come l’Italia che ha abbondanti energie rinnovabili, una affermata industria manifatturiera, scarsissimi combustibili fossili, forte dipendenza energetica dall’estero e che è molto colpita nella sua vocazione turistica e culturale dai cambiamenti climatici e dall’inquinamento. Bisognerebbe finalmente capire che per avere energia abbiamo “bruciato” più di quello che si poteva “bruciare”, che l’agricoltura deve essere utilizzata solo per l’alimentazione e che il futuro è nell’energia elettrica rinnovabile.

Quello proposto dal Governo è un Piano che sembra non rendersi conto che la transizione energetica dai combustibili fossili alle energie rinnovabili è non solo necessaria, ma inevitabile e che assecondarla e anticiparla è una grande opportunità di crescita economica e riduzione dei costi causati dagli impatti ambientali e climatici. Compito del Piano dovrebbe essere anche quello gettare le basi per il passaggio dal consumismo e dall’usa e getta dell’economia lineare ad una economia circolare caratterizzata dalla sobrietà. L’Italia, che per decenni ha caricato pesanti debiti sulle spalle delle future generazioni, può e deve trovare nella transizione energetica l’occasione per un netto cambiamento di rotta che le permetterebbe anche di assumere un ruolo di guida all’interno della Unione Europea.

[1] http://www.irena.org/publications/2018/Apr/Global-Energy-Transition-A-Roadmap- to-2050
[2] M.Z. Jacobson, et al., Joule, 2017, 1, 108-21. http://dx.doi.org/10.1016/j.joule.2017.07.005

[3] https://energiaoltre.it/wp-content/…/11/Position-paper-Coordinamento-FREE-2.pdf [4] https://www.rivistamicron.it/corsivo/la- -e-possibile-a-patto-che/
[5] http://www.eueduk.com/bedazzled-energy-efficiency/

carbon-

tax

8

[6] E. Shove, BuildingResearch&Information, 2018, 46(7), 779.
[7] priceofoil.org/2017/11/09/burning-the-gas-bridge-fuel-myth/
[8] T. Wang et al., Environ. Sci. Technol., 2017, 51, 6990.
[9] https://www.transportenvironment.org/sites/te/files/2018_10_TE_GNC_e_GNL_per_au to_e_navi_ITA.pdf
[10] http://www.hdmotori.it/2018/12/04/fiat-500-elettrica-mirafiori-cassa-prezzi-uscita/
[11] pianodecennale.snamretegas.it/includes/doc/2/2019012208362018- decennale_web.pdf.
[12] https://www.repubblica.it/economia/rubriche/eurobarometro/2018/09/29/news/auto _diesel-207618352/?ref=search.
[13] Si veda, ad esempio, Corriere della Sera, 5 gennaio 2018.
[14] https://www.transportenvironment.org/news/biodiesel-increasing-eu-transport- emissions-4-instead-cutting-co2.
[15] E. Williams et al., Environ. Sci. Technol., 2015, 49, 6394

ENERGIA PER L’ITALIA (http://www.energiaperlitalia.it/energia-per-litalia/) è un gruppo di docenti e ricercatori di Università e Centri di ricerca di Bologna, coordinato dal prof. Vincenzo Balzani (vincenzo.balzani@unibo.it ; tel: 335 264411)

Energia per l’Italia

Vincenzo Balzani (coordinatore), Dipartimento di Chimica “G. Ciamician”, Università Nicola Armaroli, ISOF-CNR

Alberto Bellini, Dipartimento di Ingegneria dell’Energia Elettrica e dell’Informazione “Guglielmo Marconi”, Università

Giacomo Bergamini, Dipartimento di Chimica “G. Ciamician”, Università Enrico Bonatti, Columbia University, Lamont Earth Observatory, ISMAR-CNR

Alessandra Bonoli, Dipartimento di Ingegneria Civile, Chimica, dell’Ambiente e dei Materiali, Università

Carlo Cacciamani, Dipartimento della Protezione Civile Nazionale Romano Camassi, INGV

Sergio Castellari, INGV

Daniela Cavalcoli, Dipartimento di Fisica ed Astronomia, Università

Marco Cervino, ISAC-CNR

Maria Cristina Facchini, ISAC-CNR

Sandro Fuzzi, ISAC-CNR

Luigi Guerra, Dipartimento di Scienze dell’Educazione «Giovanni Maria Bertin», Università

Giulio Marchesini Reggiani, Dipartimento di Scienze Mediche e Chirurgiche, Università Vittorio Marletto, Servizio IdroMeteoClima, ARPA

Enrico Sangiorgi, Dipartimento di Ingegneria dell’Energia Elettrica e dell’Informazione “Guglielmo Marconi”, Università

Leonardo Setti, Dipartimento di Chimica Industriale, Università
Micol Todesco, INGV
Margherita Venturi, Dipartimento di Chimica “G. Ciamician”, Università Stefano Zamagni, Scuola di Economia, Management e Statistica, Università Gabriele Zanini, ENEA-Divisione MET

La Chimica nelle cose. Recensione.

Margherita Venturi.

La Chimica nelle cose – Dal vissuto di un chimico, la materia al di là delle apparenze

Fabio Olmi, PM Edizioni, Collana scientifica Albatros

pag. 246 euro 20

 

Recensione

La collana scientifica Albatros della PM Edizioni consta di due tipologie di libri: una è rivolta a lettori “non addetti ai lavori”, ma curiosi di conoscere il mondo delle scienze, mentre l’altra è dedicata a docenti di discipline scientifiche della scuola secondaria, desiderosi di approfondire e aggiornare le proprie conoscenze.

Il libro di cui vi parlo oggi “La Chimica nelle cose – Dal vissuto di un chimico, la materia al di là delle apparenze” di Fabio Olmi fa parte della prima tipologia; infatti con il suo stile semplice e coinvolgente, senza però perdere mai la rigorosità scientifica, l’autore raggiunge pienamente l’obiettivo di incuriosire anche chi di scienza sa poco o nulla. Sicuramente questa bravura gli deriva dalla lunga esperienza acquisita come docente di scienze al liceo scientifico “Leonardo da Vinci” di Firenze, che l’ha messo di fronte alla necessità di coinvolgere e appassionare i giovani di varie generazioni: ha insegnato per oltre 38 anni!

Ma Olmi non è stato solo un bravo docente; da sempre si è dato da fare per migliorare il nostro sistema scolastico e soprattutto l’insegnamento delle discipline scientifiche, battendosi per introdurre attività laboratoriali e per aumentare le ore di scienze (sforzi che le ultime riforme scolastiche hanno purtroppo totalmente vanificato). Nel lontano 1980 sosteneva già l’importanza di inserire l’educazione ambientale nel curricolo di scienze della scuola secondaria di secondo grado; è stato un propugnatore dell’insegnamento inter- e trans-disciplinare e, forse, il primo docente di scuola superiore a parlare della necessità di affrontare con gli studenti i temi legati ai risvolti sociali della scienza. È stato socio fondatore della Divisione di Didattica della SCI e, in quest’ambito, ha svolto un’intensa attività di ricerca didattica e formazione docenti, fornendo contributi significativi per quanto riguarda le metodologie didattiche delle discipline scientifiche, in particolare della chimica, l’analisi storico-epistemologica dei concetti chimici essenziali, le metodologie e gli strumenti per una razionale verifica degli apprendimenti e per la valutazione delle competenze. Ho avuto il piacere di incontrare molte volte Olmi, soprattutto durante i lavori della Divisione di Didattica, ed ho sempre apprezzato il fatto che non facesse mai pesare “il suo sapere” conservando un atteggiamento riflessivo, quasi umile, ma al tempo stesso signorile, anche nelle discussioni più accese.

Durante il Convegno della SCI, che si è tenuto a Paestum nel settembre 2017, ha ricevuto la Medaglia Gabriello Illuminati per i suoi contributi alla didattica della chimica e, anche in quell’occasione in cui io ero presente, Olmi non si è smentito; ha ringraziato commosso, ma soprattutto si è scusato più volte per il fatto di non poter tenere la relazione richiesta ai premiati; il cardiologo gli aveva infatti assolutamente proibito di subire stess o eccessive emozioni e lui candidamente ha detto: ubbisco agli ordini, anche se la più grande emozione è quella di essere qui a ricevere il premio; certamente il tenere una relazione sarebbe stato il male minore. Come non sentire simpatia e affetto per una persona del genere! Allora, quando a Paestum mi ha regalato, quasi con pudore, il suo ultimo libro, mi sono ripromessa che, dopo averlo letto, ne avrei certamente fatto la recensione ed eccomi qui a mantenere la parola.

Il libro ha una bella prefazione di Giorgio Nebbia, un chimico noto internazionalmente, ormai ultra novantenne, che fa parte del nostro blog e che, per la sua vivacità intellettuale, di anni ne dimostra molti, ma molti meno. Anche per Giorgio provo una grande stima e un grande affetto, non smetto mai di imparare da lui e così è successo per queste due pagine di prefazione; con poche parole è riuscito a sintetizzare l’oggetto e lo scopo del libro: presentare la chimica come la scienza e la narrazione delle “cose” e accompagnare il lettore dalla natura, fonte di tutte le “cose utili” e di ogni “valore d’uso”, ai processi di produzione di materie organiche ed inorganiche, ai processi di uso dei beni materiali e all’effetto di tutte queste operazioni sulla natura e sull’ambiente.

Il libro, quindi, parla di “cose” e questo termine mi piace moltissimo perché rende gli oggetti di varia natura descritti da Olmi, anche estremamente complessi dal punto di vista scientifico, molto vicini alle persone comuni. Infatti come dice l’autore nell’introduzione: ho l’ambizione di rivolgermi ad un pubblico che vuole sconfinare per curiosità dal suo specifico campo … per assaporare e possibilmente gustare qualche semplice digressione chimica che affronta il perché le cose sono in un certo modo, il come e il perché si trasformano e perché sono importanti nella nostra vita.

Lo stile letterario, o meglio il felice artificio (per usare le parole di Nebbia) adottato da Olmi, è simile a quello usato da Primo Levi ne “Il Sistema Periodico”, da Oliver Sacks in “Zio Tungsteno” e da Hugh Aldersey-Williams in “Favole Periodiche” ed è così che il lettore scopre ciò che “sta dietro” alle cose che utilizza quotidianamente, imparando ad apprezzarle e, forse, anche a rispettarle, perchè capisce che nulla si ottiene gratis: c’è il grande lavoro della natura per creare tutte le cose utili e quello dell’uomo, altrettanto faticoso, per riuscire ad usare questo ben di Dio che la natura mette a disposizione.

La prima “cosa” utile di cui parla Olmi è il petrolio; si tratta della sua ossessione giovanile e questa attrazione appare chiaramente quando parla del fascino di poter carpire un segreto custodito dalla terra così bene che in superficie nulla fa trapelare la presenza in profondità dell’oro nero. Nonostante questa “attrazione fatale”, l’autore fa un’analisi oggettiva del petrolio sia come fonte energetica che come materia prima, affrontando vizi e virtù, speranze e delusioni, effetti positivi e negativi dal punto di vista dello sviluppo sociale e dell’ambiente.

Il discorso sulle fonti energetiche continua in altri capitoli. Per quanto riguarda il “Re carbone”, a cui si deve la Rivoluzione Industriale, l’autore si sofferma in dettaglio su come esso si è formato, sul suo uso come fonte energetica e sui problemi sanitari e ambientali connessi, concludendo il tema con una digressione sul grafene. Lo sguardo si sposta poi verso il futuro con il capitolo dedicato alle fonti rinnovabili, in particolare energia eolica e solare, sulle quali sono riposte le speranze per un mondo migliore, anche se ci sono molti problemi ancora da risolvere, come la necessità di disporre di sistemi di accumulo e/o di sistemi complessi di collegamento con le reti elettriche. Questo aspetto, dice giustamente l’autore, rappresenta un collo di bottiglia per l’utilizzo delle fonti rinnovabili; dimentica, però, di dire che c’è un altro collo di bottiglia da superare e che riguarda la disponibilità, purtroppo limitata, dei materiali necessari per convertire le fonti rinnovabili in energia utile.

Un corposo capitolo è dedicato a due risorse naturali che sono sicuramente “cose” indispensabili per la vita: aria e acqua. Qui, prendendo spunto da lavori realizzati con i suoi studenti, Olmi presenta in maniera semplice e accattivante le caratteristiche chimico-fisiche dell’acqua, con particolare riguardo ai suoi stati di aggregazione, chiamati in modo molto azzeccato i “diversi abiti” che l’acqua può assumere, soffermandosi sull’acqua “fossile” intrappolata da migliaia di anni nei ghiacci delle regioni polari da cui è possible ricavare informazioni su quella che era la situazione del nostro pianeta in epoche anche molto lontane; passando poi all’altra risorsa, l’autore analizza la composizione dell’aria e come essa varia allontanandosi sempre più dalla superficie terrestre, introducendo il concetto di atmosfera; parla del continuo movimento dell’aria e dell’importanza che esso ha nel determinare il clima del nostro pianeta; sottolinea, inoltre, come l’aria sia un grande serbatoio di risorse, a cui l’uomo sta attingendo sempre più pesantemente, tanto da aver addirittura intaccato la quantità del suo componente principale, l’azoto. Ovviamente viene anche affrontato il grande pericolo che incombe su queste due risorse: l’inquinamento che sta mettendo a dura prova la sopravvivenza dell’umanità e del pianeta.

Un altro capitolo tratta del vino, la grande passione di Olmi; la cosa si avverte molto chiaramente dal modo, appunto appassionato, con cui l’autore descrive la cura e la fatica che servono per trasformare l’uva in un buon vino. Leggendo queste pagine mi è sembrato di vedere l’autore aggirarsi fra i suoi filari di viti selezionate per seguire con trepido amore il colorarsi al Sole dei grappoli d’uva e, poi, scendere in cantina per attuare tutte le operazioni necessarie affinché il processo della fermentazione, ben noto ad un chimico provetto come lui e così ben descritto in queste pagine, avvenga in maniera appropriata.

Il libro comprende inoltre tre capitoli espressamente dedicati allo sviluppo tecnologico. Uno riguarda il vetro, la “cosa” più utile e comune per il lavoro del chimico, ma anche la “cosa” più bella e affascinante che è parte integrante della nostra vita; oltre a descrivere il processo che permette di ottenere il vetro, i vari tipi di vetro e le applicazioni più recenti, Olmi affronta l’aspetto artistico, ricordando le vetrate colorate di molte vecchie cattedrali e i moderni grattacieli che grazie a questo materiale possono svettare luminosi e brillanti sempre più in alto verso il cielo. Un altro capitolo è interamente dedicato al cemento: di cosa è fatto, come viene utilizzato, i vari tipi di cemento; come nel caso del vetro, anche per il cemento l’autore si sofferma sulle opere artistiche realizzate in epoche diverse usando questo materiale.

Infine, un capitolo, l’ultimo del libro, tratta dei metalli più importanti dal punto di vista tecnologico, ripercorrendo in un certo qual modo la storia dell’umanità; l’autore infatti parte dal rame e dal bronzo, l’uso dei quali va molto indietro nel tempo, per passare poi al ferro fino ad arrivare ai nostri giorni e alle applicazioni tecnologiche più nuove basate su metalli dai nomi esotici appartenenti alle Terre Rare; fino a qualche tempo fa neanche chi studiava chimica all’università conosceva questi elementi, mentre ora sono i dominatori della scena e i pochi paesi ricchi dei loro giacimenti stanno tenendo in pugno il mondo.

Fra le applicazioni tecnologiche dei metalli c’è anche, purtroppo, quella che riguarda la produzione di armi e l’autore, a questo proposito, ricorda la visita fatta all’ex stabilimento della Società Metallurgica Italiana, diventato ora museo, dove per molti decenni sono stati fabbricati bossoli e proiettili di ogni tipo. Olmi dice di essere stato fortemente colpito da una frase letta nella guida al museo che, con grande enfasi, sottilineava il fatto che, quando era in attività, lo stabilimento ha prodotto munizioni per tutte le forze armate in tutti i conflitti. Il secco “no comment” dell’autore è molto esplicativo, anche perché, se lo stabilimento in questione è stato chiuso, non abbiamo smesso di produrre armi. Infatti, in un articolo molto interessante, uscito il 5 dicembre 2017 e intitolato “È questo il nostro Natale di pace?”, Alex Zanotelli denuncia il fatto che l’Italia si stia sempre più militarizzando, con ben 10 miliardi di euro destinati al Ministero della Difesa, sia per modernizzare le nostre armi che per costruire un sorta di Pentagono Italiano. Forse, o meglio sicuramente, se il nostro paese investisse di più nell’istruzione e nelle fonti rinnovabili, le cose andrebbero molto meglio! Ma lasciando da parte questa questione spinosa e ritornando al capitolo sui metalli, Olmi, molto giustamente, affronta anche un altro aspetto e cioè l’importanza biologica di molti rappresentanti di questa numerosa famiglia, concentrandosi sul rame e sul ferro. Per quanto riguarda quest’ultimo, si parla ovviamente di emoglobina e di quanto lavoro è stato necessario per risalire alla sua struttura e, allora, mi è tornato alla mente un bell’articolo, che ho letto anni fa, sulla figura di Max Ferdinand Perutz, lo scienziato che ha dedicato praticamente tutta la sua vita a studiare la struttura e la funzione biochimica dell’emoglobina, ricevendo per questo suo lavoro il premio Nobel per la Chimica nel 1962.

Mi sono dilungata anche troppo ed è meglio che vi lasci leggere il libro. Cosa dire per concludere? Potrei ripensare a cosa mi e piaciuto di più e cosa mi è piaciuto di meno.

Forse il capitolo che mi ha creato più perplessità è quello dedicato al carbone: è troppo tecnico e anche un po’ distaccato, non a caso Olmi dice di non aver mai avuto un incontro ravvicinato con questa “cosa”; inoltre io non avrei concluso il capitolo parlando del grafene e delle forme allotropiche del carbonio, perché c’è il rischio che chi non è addetto ai lavori confonda il carbone con l’elemento chimico carbonio.

Mi è, invece, piaciuto molto il capitolo sulle fonti rinnovabili, in particolare per i brani di Tiezzi che l’autore ha selezionato e riportato per introdurre il tema; ricordo solo alcune frasi che a mio avviso non dovremmo mai dimenticare: la Terra non va vista come una nostra proprietà da sfruttare, ma come un capitale naturale avuto in prestito dai nostri genitori per i nostri figli, e ancora, la sfida culturale del terzo millennio è una sfida per mantenere per i figli che verranno questa meravigliosa eredità; una sfida scientifica ed etica ad un tempo; una sfida che non ci possiamo permettere il lusso di perdere.

Mi è anche piaciuto molto lo stile colloquiale e coinvolgente che Olmi ha usato, stemperando le nozioni scientifiche, spesso complesse, con aneddoti, curiosità e cenni storici; ma, soprattutto, mi è piaciuto il fatto che in tutto il libro aleggia una grande passione per la chimica. Per Olmi si è trattato di un amore tardivo, nato solo all’università perché, come lui stesso dice: fu una scoperta per me rivoluzionaria di una disciplina che al liceo mi avevano fatto odiare; la ricordo come una materia arida, fatta solo di formule e reazioni “gesso e lavagna”, mai un esperimento in laboratorio, tanti nomi per me privi di significato. Nonostante Olmi abbia dedicato tutta la sua vita a far sì che la chimica venga amata anche fra i banchi di scuola, purtroppo le cose non sono cambiate molto e c’è ancora un tanto lavoro da fare.