Nobel a basso impatto.

L’assegnazione del premio Nobel per la Fisica a Higgs e Englert ha posto all’attenzione della comunità scientifica un’osservazione importante; si tratta di studiosi il cui h index è molto basso, intorno a 10, peraltro elemento comune anche a premi Nobel degli anni precedenti.

Higgs,_Peter_(1929)3 220px-Francois_Englert

Mentre il nostro Paese ha ormai imboccato la strada della valutazione spinta a tutti i livelli per accedere a posizioni di prestigio o comunque di responsabilità o anche di ruolo con la motivazione della difesa del merito, pare strano quanto avvenuto inducendo il dubbio o che la strada da noi intrapresa  non sia quella giusta oppure che l’accademia delle Scienze Svedese responsabile dei premi Nobel non tenga conto di elementari indici di valutazione. Probabilmente la realtà è molto diversa: non si tratta di un contrasto fra due linee, ma dell’uso che degli indici di valutazione si fa certamente per un giovane che partecipa ad un concorso di reclutamento o anche per un professore che partecipa ad un bando di concorso si può comprendere come il rispetto di certi valori in tema di numero di pubblicazioni, di citazioni, di continuità di produzione sia più che giustificabile, e auspicabile, addirittura necessario. Il discorso è diverso se riferito a ricercatori alla fine  della carriera, avanti nell’età, che hanno svolto attività di ricerca in tempi caratterizzati da ben diversi criteri di considerazione. Di conseguenza il voler fissare criteri rigidi avrebbe impedito l’assegnazione del Nobel ai due premiati e mal si integra con le esigenze operative di organi come le commissioni di concorso e i collegi di Dottorato. La rigidità dovrebbe essere sempre modulata con un minimo di flessibilità che consenta di affrontare casi eccezionali con sufficiente ed accettabile potere discrezionale. La rigidità di criteri soffre anche del difetto di togliere responsabilizzazione a chi giudica, e questo non è mai positivo.

Luigi Campanella

6 thoughts on “Nobel a basso impatto.

  1. Oltre ad una certa arretratezza culturale dell’accademia italiana che la fa andare sempre a rimorchio di tendenze altrui, il problema principale delle valutazioni in ambito universitario è quello di aver trasformato elementi di valutazione (h-index e compagnia) in criteri di valutazione. Anzi di averne creato altri con intenti che niente hanno a che vedere con il merito ma con parametri come l’età anagrafica, la durata della carriera e la continuità(!!) di produzione scientifica. Di conseguenza il lavoro preminente delle Commissioni è stato quello di trovare una giustificazione ai risultati bibliometrici piuttosto che di adempiere al loro dovere di valutatori in senso pieno.
    A tutti quelli che non hanno potuto partecipare alle valutazioni (che chiamerei più propriamente selezioni) non resta che sperare in una lunga vita così da diventare maturi per aspirare al Nobel.
    Agli eminenti accademici italiani che hanno partorito questo sistema resta la responsabilità di aver perso l’ennesima occasione per lasciare una traccia duratura e significativa.
    Al Prof. Campanella mi permetto di segnalare la lettura del documento finale della San Francisco Declaration on Research Assessment (DORA) al seguente indirizzo.

    http://am.ascb.org/dora/files/SFDeclarationFINAL.pdf

    • Sono completamente d’accordo con il collega Neve. Una seria valutazione per l’abilitazione nazionale dovrebbe prevedere che il candidato presentasse un ristretto numero di lavori considerati i più originali e significativi della di lui produzione scientifica. La commissione giudicante dovrebbe poi essere formata
      da esperti in quello specifico settore disciplinare così da poter effettivamente esprimere un giudizio ragionevole. E basta con gli IF, H-index, CI, SCI; NCIS CSI-Las Vegas e bibliometria cantante

  2. scusate,mi correggo, intendevo “esperti in quella specifica area di ricerca”. Consiglio anche io all’amico Campanella la lettura del documento finale della San Francisco Declaration on Research Assessment (DORA).

  3. Egregi colleghi, a questo punto mi si stanno confondendo le idee, più di quanto lo erano prima! Arrivano sulla casella di posta elettronica da più parti (http://www.roars.it/online/il-nobel-dei-baroni/ e questa volta anche dal Blog della SCI!) articoli che mettono in risalto che i premi Nobel per la Fisica Higgs e Englert non possiedono alti valori dell’h-index, non hanno prodotto molte pubblicazioni etc. e per tale motivo non meriterebbero il prestigioso riconoscimento.
    A mio parere, più che andare a verificare la “numerovalenza scientifica” (così definisco l’operazione di assegnare dei numeri agli scienziati) dei due scienziati attraverso le più importanti banche dati, andrebbe valutata e criticata la scoperta per cui essi sono stati insigniti del prestigioso Premio: la scoperta del bosone di Higgs merita il premio Nobel? C’è attualmente una scoperta nel campo della fisica più importante di questa? Ritengo che la commissione dell’Accademia Svedese per l’assegnazione del Premio Nobel non si sia minimamente interessata del numero di pubblicazioni o dell’h-index posseduti dai due scienziati: ed è giusto così! In Italia è chiaro che nei prossimi anni sarà difficile per noi Ricercatori fare carriera nell’Università per tutti i “paletti” che sono stati fissati per ciascun settore scientifico-disciplinare (h-index, numero di pubblicazioni, citazioni etc. (“numerovalenza scientifica”)), ma almeno lasciateci illudere di poter vincere il Premio Nobel solamente sulla base di una solida e interessante scoperta scientifica!

    • Caro Daniele non credo che Luigi Campanella abbia mai scritto che Higgs non meritasse il premio perchè non aveva pubblicato abbastanza; ha posto il problema cercando di ragionarci su e stimolare il dibattito che è poi il senso di questo blog; e anche il testo di ROARS è CHIARAMENTE ironico, fortemente ironico anche se molti non lo hanno capito. La questione si potrebbe guardare da più punti di vista; secondo Thomas Kuhn, uno dei maggiori storici della scienza mondiale, la scienza si sviluppa con una alternanza di periodi “normali” in cui lo sviluppo scientifico è legato al perfezionamento dei paradigmi sviluppati in momenti precedenti e va ogni tanto incontro, spesso in sintonia con piu’ ampi periodi di rivoluzione sociale, a salti di qualità con la rottura dei paradigmi precedenti; è certo che si tratta di due periodi o momenti molti diversi dell’attività scientifica; anche un singolo lavoro “seminal” come si dice in inglese può essere rivoluzionario, mentre spesso chi affronta sviluppi “normali” ha bisogno di produrre cose diverse, numerose, accurate; in entrambi i casi si puo’ fare grande ricerca. Cio’ detto la valutazione della ricerca si può fare solo ex-post, secondo me e si puo’ fare solo inquadrandola in un contesto generale. Il metodo italiano che appare per certi aspetti una caricatura di cio’ che dicevo prima e anche dei metodi analoghi usati in altri paesi porta all’estremo criteri, che vanno certo per la maggiore in un mondo che ha trasformato anche la ricerca scientifica in una “merce” come le altre che si compra e si vende ( e che viene misurata numericamente con metodi di proprietà di una associazione privata : ISI è una associazione privata con fini di lucro). Ma dietro la legge Gelmini ci sono anche altri interessi, perchè dubito che un qualunque dipartimento americano, cosi’ caro ai nostri governanti, applicherebbe mai in forma pura un criterio come quello della legge Gelmini; chi viene chiamato deve mostrare altro oltre al semplice numero e alla sola “qualità” numerica o IF delle pubblicazioni: deve essere capace di procurare risorse, di integrarsi nel nuovo ambiente di lavoro, di saper insegnare (cosa che la abilitazione non verifica mica) etc. tutte cose che l’IF o l’H-index non misura, d’altra parte conosco una caterva di ordinari che sono tali senza aver mai pubblicato nulla o quasi (basta guardare fra certi ex-ministri ordinari da decenni). E’ forse per questo che alcuni di noi (non io personalmente) a torto o a ragione hanno pensato che criteri rigidi come quelli della legge potessero opporsi alle numerose scelte “discutibili” fatte nell’Università italiana. Per concludere io mi preoccuperei di piu’ di un fatto: siamo l’unico paese con una rigida struttura che divide la scienza in 370 settori disciplinari che sono il vero terreno di crescita e sviluppo del “barone” nostrano; cominciamo col rinunciare a questi residui culturali di stampo medioevale se vogliamo veramente copiare le cose buone dell’organizzazione di altri paesi; e quanto alla legge che siamo sempre bravi ad aggirare, ricordiamoci quel che diceva Orazio: Quid leges sine moribus vanae proficiunt? (Orazio, libro III, ode 24) che è poi diventata il motto dell’Università di Pennsylvania ma mal si adatterebbe a molte delle nostre.

  4. Per chi non lo avesse visto segnalo una interessante discussione sulla valutazione della ricerca (e dei ricercatori) presente in un numero speciale di Nature accessibile a tutti in formato full-text. Si capisce che non tutti nel mondo fanno le stesse cose (e questo si sapeva), non tutti fanno valutazioni (questo si sa un pò meno), e non tutti hanno le stesse finalità e certezze (che in Italia sembrano essere granitiche).

    http://www.nature.com/news/specials/impact/index.html

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