Tassonomia bibliografica

a cura di Luigi Campanella, ex presidente SCI

(con un commento di Giorgio Nebbia)

Sono stato colpito da un editoriale (di qualche tempo fa) di Andreas Manz  coordinatore del Comitato Editoriale di Lab on a Chip. Forse per la prima volta, almeno a mia conoscenza, è stato affrontato un problema molto importante: la letteratura scientifica è poverissima di esempi di ricerche che si siano sviluppate nel tempo attraverso contributi in serie di gruppi diversi, magari fra loro anche in competizione. La comune attitudine è quella di cominciare sempre da zero con il proprio contributo e, nel caso di sviluppo dinamico di una ricerca, molto spesso questo viene rappresentato come il frutto di contributi in tempi diversi da parte dello stesso gruppo. Le ragioni sono molte prima fra tutte la disabitudine a fornire nei lavori tutte le informazioni necessarie per proseguirne lo sviluppo, l’uso di dispositivi e strumenti in molti casi costituiti ad hoc, ma non descritti sufficientemente per ripetere da parte di altri le esperienze. Perché ad esempio non concordare su un set standard di parametri da misurare al fine di rendere possibili i confronti fra apparecchiature diverse? Una sorta di “data sheet” per ciascun dispositivo classificato all’interno di un tipo di applicazione. Concordo con Manz che chiede che sia la IUPAC ad assumersi questo compito. È veramente singolare vedere in letteratura lavori simili supercitati senza che quasi mai ci sia un tentativo di confronto critico ed analitico fra essi.
Tornando al discorso di partenza ci sarebbe forse bisogno, come dice Manz, di un approccio tassonomico alla letteratura scientifica. Tale approccio si potrebbe concretizzare con l’accostamento ad ogni lavoro di un indice o di un algoritmo che consenta attraverso i motori di ricerca di individuare i lavori “simili” per problematiche e strumentazioni. Le parole chiave non sembrano oggi la soluzione migliore: soffre troppo questo tipo di approccio della soggettiva valutazione dell’autore. Un descrittore tassonomico potrebbe essere la soluzione ideale.
Questo tipo di esigenza comincia ad essere presente a molti giornali scientifici più quotati: ai referee viene concesso l’accesso a banche dati, in qualche caso anche l’indicazione dei lavori già pubblicati vicini a quelli per il quale si richiede l’attività di referee.

(Commento di Giorgio Nebbia):

Ai miei tempi era punto di orgoglio e dimostrazione di cultura indicare il maggior numero possibile di articoli in cui era stato trattato l’argomento oggetto di studio. Anzi la prima cosa che mi hanno insegnato è stata: “fare la bibliografia”. Negli anni quaranta e per molti decenni successivi l’unica fonte di informazioni erano i “Chemical Abstracts” di cui si attendevano con curiosità le uscite quindicinali. Venivano schedati i lavori anche pubblicati in paesi meno accessibili come Unione Sovietica e Giappone.

Alla fine di ogni anno venivano pubblicati gli indici per materia, per autore e per brevetti. Come ricorda chi li ha usati, ogni riassuntino conteneva la precisa citazione bibliografica, i nomi degli autori e in qualche caso il loro indirizzo a cui si poteva scrivere per farsi mandare l’estratto.

Un “Istituto” (così si chiamavano”) chimico aveva collezioni dei Chemical Abtstracts che in qualche caso fortunato risalivano agli anni venti. In qualche Istituto si trovava la collezione dei Chemisches Zentralblatt che, per gli anni trenta, erano ancora più ricchi dei contemporanei Chemical Abstracts.

Ai chimici attuali tutto questo farà ridere.

Comunque tali collezioni di abstracts avevano una rigorosa divisione in sezioni; tali divisioni potrebbero rappresentare una prima approssimazione di quella tassonomia auspicata dal prof. Campanella ?

Giorgio Nebbia

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