La Cina prosegue sulla strada dello sviluppo incontrollato.

In evidenza

Claudio Della Volpe

La Cina è la principale produttrice di sostanze chimiche di sintesi al mondo (40% del fatturato mondiale); prova ne sia che anche i nostri marchi si rivolgono a quelli cinesi.

Federchimica chiama pudicamente “outsourcing” la tendenza a delegare alla Cina (e ad altri paesi) dove le regole sono poche nell’ambiente e nel lavoro la produzione di sostanze chimiche di sintesi.

“Dagli anni Duemila l’occupazione chimica è tendenzialmente diminuita, in parte per effetto dell’outsourcing di attività prima svolte all’interno delle imprese chimiche con conseguente miglioramento dell’efficienza.”

Da L’industria chimica in cifre 2017 di Federchimica.

Si guadagna di più (pudicamente “miglioramento dell’efficienza”). Non mi dilungo se no mi arrabbio.

Questi non sono fenomeni naturali, sono scelte di politica economica; che conseguenze hanno?

Pochi giorni fa c’è stato il caso dell’AIFA che ha segnalato che in un farmaco prodotto in Cina per aziende di tutto il mondo comprese aziende italiane (valsartan, un sartano sintetico, antagonista del recettore dell’angiotensina II) da un marchio da noi sconosciuto, ma che di fatto è una delle più grandi aziende cinesi, leader nel settore dei pril-products, ossia gli ACE-inibitori (economicamente concorrenti dei sartani, ossia captopril, enalapril, lisinopril), Zhejiang Huahai Pharmaceuticals, si erano trovati residui di N-nitrosodimetilammina, che è una sostanza sospetta cancerogena.

La cosa non mi meraviglia, poteva succedere anche dalle nostre parti probabilmente; ma tanto più facilmente succede in Cina dove le regole spesso esistono ma non vengono rispettate (cosa che succede anche da noi ed è successa tanto in passato), ma anche non esistono affatto ed è per noi difficile sapere come stanno le cose dato il regime di controllo esasperato delle informazioni di quel grandissimo paese.

Ma ci sono altre storie e sono legate fra di loro.

Il pomeriggio di giovedì 12 luglio scorso alle 18.30 una esplosione ha squarciato il cielo del Sechuan, sopra l’impianto chimico della Yibin Hengda Technology, uno dei principali produttori chimici cinesi; un testimone ha dichiarato di aver sentito 7 esplosioni in 10 minuti; la fabbrica produceva 300 ton di acido benzoico all’anno, usato nella conservazione del cibo e 200 ton/anno di acido 5-nitroisoftalico, per medicine e coloranti.Le cause dell’esplosione sono al momento sconosciute, ma l’esplosione ha provocato 19 morti e 12 feriti.

https://news.abs-cbn.com/list/tag/yibin-hengda-technology

Se sarà possibile vi terrò informati sul prosieguo. Il motivo è che ritengo che nel momento in cui la Cina è diventato il principale produttore chimico del mondo, i chimici di tutto il mondo e i cittadini del mondo debbano fare attenzione ai problemi che questo genera; non meno di quando avviene più vicino a noi.

(abbiamo reso sempre ragione degli incidenti chimici avvenuti in Europa e in Italia su questo blog: qui, qui, qui e qualche altro post mi sfugge certamente).

Lo abbiamo fatto anche per quelli cinesi. Tre anni fa di questi tempi vi raccontavo e discutevamo del grande incidente cinese di Tianjin una esplosione seguita incendio che durò giorni e che fece oltre 160 morti (qui); ipotizzammo che fosse stata probabilmente una esplosione innescata da un uso improprio dell’acqua in un deposito troppo grande di carburo di calcio, nitrato di potassio e nitrato di ammonio. Ma le cose stavano diversamente (anche se alcuni come il collega Paccati nel corso della discussione, avevano fatto l’ipotesi poi rivelatasi quella vera o comunque condivisa dai giudici).

il sito di Tianjin dopo l’esplosione.

Una corte cinese ha condannato 49 persone per non aver fatto il proprio dovere, preso tangenti e abusato del proprio potere ed ha invece ricostruito la situazione così:

https://www.dw.com/en/china-convicts-dozens-for-last-years-giant-explosions-in-tianjin/a-36324321

Yu Xuewei, il dirigente della compagnia Rui Hai International Logistics, che era il proprietario del deposito è stato condannato a morte, ma la pena è stata poi sospesa; aveva pagato tangenti per avere il permesso di stoccare più di 49.000 ton di cianuro di sodio ed altri prodotti chimici tossici fra il 2013 e il 2015. Questo grazie alla compiacenza interessata di decine di responsabili della Rui Hai e di altre compagnie e sulla base di certificati falsi

Le investigazioni dei giudici hanno rivelato che l’esplosione è avvenuta quando un deposito di nitrocellulosa , usata come agente adesivo in farmaci e vernici si è incendiato a causa del caldo eccessivo di agosto 2015. Le fiamme hanno raggiunto il deposito illegale del fertilizzante nitrato di ammonio scatenandone l’esplosione. Nell’esplosione sono morti 99 poliziotti e 11 vigili del fuoco che non sapevano della presenza del materiale esplosivo . I danni fisici hanno coinvolto oltre 800 persone ed una parte del porto di Tianjiin è stato distrutto e danneggiato, mentre l’inquinamento da cianuro ha perfino superato i confini nazionali.

Cosa è cambiato da allora in Cina?

Non lo so, è difficile anche avere informazioni sulle leggi e i regolamenti; un amico che lavora in Cina per una ditta multinazionale, intervistato telefonicamente il 13 luglio sull’incidente in Sechuan mi ha detto: “non ne so nulla, qua le notizie sono rigidamente controllate; e comunque mentre l’inquinamento dell’ambiente è al momento altamente considerato le regole sulla sicurezza del lavoro lo sono molto meno”.

La Cina è un grande paese, con un enorme ed incontrollato sviluppo industriale che sta purtroppo seguendo (forse anche peggiorando) il cattivo esempio che noi occidentali abbiamo dato in passato in questo campo e nell’uso della chimica.

Ma il loro sviluppo e la nostra situazione non sono scorrelati; noi siamo loro clienti ed è molto probabile che ci sia qualcuno dalle nostre parti che si frega le mani per aver esportato la produzione di sostanze che da noi ormai risulta troppo rigidamente regolamentata per risultare “efficiente”: dunque esternalizzare, outsourcing. Anche il caso del valsartan ci obbliga a chiederci: perchè i controlli sulla composizione fatti dai nostri furbi acquirenti nazionali non sono più frequenti e ampi?

E’ veramente più efficiente far produrre in Cina queste sostanze? O è solo un affare economico dato che fino ad ora là ci sono meno regole (ossia lacci e lacciuoli, come li chiamano i giornali di lorsignori). Ma noi europei o cinesi semplici cittadini cosa ci guadagnamo oltre a veder scendere l’occupazione e ricever ogni tanto schifezze al posto di medicine, morire sul lavoro o di inquinamento?

Pensateci, pensiamoci.

Ancora sul problema dei rifiuti di plastica

In evidenza

Rinaldo Cervellati

Nella C&EN newsletters on line del 15 giugno, Sam Lemonik e Carmen Dahl tornano sul problema della raccolta e riciclaggio dei rifiuti di plastica. Partendo dall’osservazione che attualmente anche nei piccoli villaggi esistono i contenitori per la raccolta differenziata dei rifiuti e quindi gettare gli oggetti in plastica nell’apposito contenitore è diventata un’operazione semplicissima, i dati mostrano che le cose non stanno così, e i rifiuti di plastica continuano ad accumularsi nell’ambiente. Uno studio su Science nel 2015 ha stimato che negli oceani potrebbero accumularsi 155 milioni di tonnellate di plastica entro il 2025, il doppio della quantità attuale [1]. Anche gli Usa che risultano al primo posto fra i paesi esaminati, raccolgono solo circa un terzo dei loro rifiuti di plastica. Il problema diviene ancora più grave se si va oltre ai contenitori condominiali o di quartiere: solo il 10% circa degli imballaggi di plastica in tutto il mondo (USA compresi) finisce per essere trasformato in un nuovo prodotto. Un altro 14% viene bruciato, a volte per essere trasformato in energia. Il resto finisce in discariche o nell’ambiente.

L’86% degli imballaggi di plastica prodotti a livello mondiale non viene mai raccolto per il riciclaggio, un altro 4% viene perso durante il processo di riciclaggio, l’8% viene riciclato in prodotti di qualità inferiore, solo il 2% viene riciclato in prodotti equivalenti. Fonte: World Economic Forum; Ellen MacArthur Foundation, 2016.

E lì la plastica rimane, inalterata. La durata della plastica è uno dei motivi per cui è diventata così ampiamente utilizzata. Quando diventa spazzatura, tuttavia, quella durata è una maledizione. La maggior parte delle materie plastiche è costituita da polimeri derivati ​​da combustibili fossili, formati da catene molecolari che possono raggiungere migliaia di unità ripetute trattenute da legami covalenti.

La maggior parte della plastica che viene riciclata fornisce un prodotto di qualità inferiore perché la tecnologia di riciclaggio più diffusa e popolare comporta la triturazione meccanica, la fusione e la riformazione della plastica. I polimeri tendono a degradare a temperature elevate quindi il materiale viene declassato nella fase di riciclo. Come mostra la figura solo il 2% della plastica che ha iniziato come bottiglia di acqua minerale diventerà una nuova bottiglia di uguale qualità. Il resto della plastica riciclata finisce tipicamente in oggetti diversi.

Altri fattori stanno complicando il problema dell’inquinamento da plastica, in particolare la Cina che da decenni raccoglie e tratta i rifiuti riciclabili da tutto il mondo, ha annunciato nel 2017 che limiterà le importazioni di rifiuti stranieri. Già ora alcuni impianti di gestione dei rifiuti degli Stati Uniti devono inviare plastica riciclabile direttamente alle discariche perché non c’è abbastanza capacità di riciclaggio interna. Con una crescente consapevolezza del problema dei rifiuti di plastica, a maggio l’American Chemistry Council ha annunciato l’obiettivo di riciclare o trasformare in altri prodotti tutte le confezioni di plastica utilizzate negli USA entro il 2040.

Mentre le montagne di plastica scartata continuano a crescere, la scienza ha iniziato a offrire alcune possibili soluzioni. I chimici stanno lavorando a nuovi metodi per decomporre le attuali materie plastiche (polimeri) nei loro elementi costitutivi (monomeri) rendendo così più semplice il riutilizzo, e stanno progettando nuove materie plastiche che potrebbero essere più facili da riciclare. I biologi e i biochimici stanno anche lavorando lentamente verso il riciclaggio di materie plastiche biocatalizzate, usando battèri o enzimi per degradare i polimeri.

Di seguito illustreremo brevemente alcune di queste ricerche mettendone in risaldo benefici e svantaggi.

Riciclaggio chimico

Jinwen Zhang, un chimico della Washington State University, dopo aver sviluppato delicati processi catalitici per rompere i legami esterei in resine epossidiche, un tipo di termoindurente molto comune nei materiali compositi, utilizzando opportuni catalizzatori, ha dimostrato che si potrebbero riutilizzare i frammenti per ricostruire il materiale polimerico.

Sembra però che questo metodo non sia conveniente per applicazioni commerciali. Di conseguenza, Zhang e il suo gruppo sta lavorando alla progettazione di nuovi polimeri avendo già in mente il loro riciclaggio. Se questa idea risultasse praticabile, risolverebbe molti problemi del riciclaggio.

Zhang ha sviluppato un vitrimero[1] a base di eugenolo, un fenilpropene naturale presente nella noce moscata, nella cannella e in altre piante [2]. Quando il vitrimero viene riscaldato con etanolo e ZnCl2, il catalizzatore rimasto dal processo di polimerizzazione, il polimero si rompe nei suoi legami esterei e i frammenti possono essere ritrasformati nel vitrimero perché la reazione è invertibile (v. figura)

Vitrimero all’eugenolo

Anche Megan L. Robertson, dell’Università di Houston ha sviluppato termoindurenti riciclabili cercando prodotti chimici di origine vegetale per sostituire in parte o del tutto il bisfenolo A (BPA), utilizzato come precursore epossidico in molte resine. Le alternative al BPA identificate includono olio di semi di soia epossidato, acido salicilico e altri derivati vegetali. Robertson afferma che le caratteristiche chiave che cerca in queste molecole sono gruppi funzionali convenienti per la conversione in epossidi e anelli aromatici per la forza di legame, imitando la struttura chimica del BPA [3]. Poiché molte di queste molecole contengono esteri, afferma Robertson, i metodi di riciclaggio chimico in fase di sviluppo per i poliesteri potrebbero essere applicati ai suoi polimeri termoindurenti.

Un gruppo di ricerca dell’Università della California a Irvine, guidato da Zhibin Guan, ha considerato la borazina per produrre termoindurenti riciclabili [4]. Questi anelli a tre atomi di boro si formano attraverso reazioni reversibili tra gruppi di acido boronico sui monomeri mimando la struttura chimica del BPA, una proprietà che consente anche di riformare il termoindurente. Nell’acqua bollente, il polimero si rompe nei suoi monomeri.

Gli anelli di borozina possono rompersi e facilmente riformarsi in questo termoindurente, consentendo di rimodellarlo.

Ma non tutti i materiali termoplastici riciclabili devono fare affidamento sull’auto-distruzione. Eugene Y.-X. Chen, un chimico della Colorado State University, ha recentemente descritto un polimero completamente riciclabile con proprietà simili alla plastica oggi sul mercato [5]. Di questo polimero ha recentemente parlato Claudio Della Volpe:

https://ilblogdellasci.wordpress.com/2018/05/04/il-santo-graal-del-riciclo-della-plastica/

Biodepolimerizzazione

In questo blog è stato citato un enzima battèrico modificato capace di degradare il polietilene tereftalato favorendone il riciclo:

https://ilblogdellasci.wordpress.com/2018/03/28/un-enzima-per-la-degradazione-e-riciclaggio-del-polietilene-ftalato-pet/

che sarebbe un indice che la ricerca sulla bio-depolimerizzazione sta lentamente avanzando, a parte il circo mediatico sempre pronto a mettersi in moto appena sente il prefisso bio. In effetti la biocatalisi per l’abbattimento della plastica potrebbe un domani costituire una quota del panorama del riciclaggio.

Nel 2017, Federica Bertocchini dell’Istituto di biomedicina e biotecnologia della Cantabria riferì che il bruco della vite, o meglio un enzima contenuto nei suoi battèri intestinali poteva degradare il polietilene (ne demmo notizia sul nostro blog). L’evidenza si basava sull’osservazione che una pellicola di polietilene sottoposta all’azione dei bruchi mostrava nuovi picchi nel suo spettro infrarosso, attribuibili al glicole etilenico, il monomero del PE [6]. Quattro mesi dopo, tuttavia, Till Opatz e il suo gruppo della Johannes Gutenberg University Mainz pubblicarono un articolo che contestava i risultati di Bertacchini. Secondo questa ricerca i picchi osservati da Bertacchini proverrebbero da proteine dei bruchi della vite che sarebbero rimaste attaccate alla pellicola di polistirolo dopo il lavaggio [7].

 

Yun Yang e il suo gruppo alla Beihang University riportarono che i batteri contenuti nelle larve della tignola indiana degradano il polietilene [8]. Ma come nello studio del bruco di Bertocchini, non è stato eseguito alcun lavoro di marcatura isotopica. Yang sostiene che fu possibile confermare la rottura biochimica del polietilene con altre tecniche: spettroscopia i.r., spettrometria di massa e spettroscopia a risonanza magnetica nucleare.

Yu Yang e il suo team hanno poi condotto studi di marcatura isotopica per stabilire che un batterio intestinale proveniente da larve della tarma della farina (Tenebrio molitor) consuma polistirene [9].

Wei-Min Wu, della Stanford University suggerisce che gli organismi convertono circa la metà del carbonio del polistirolo che ingeriscono in CO2 piuttosto che nei monomeri dello stirene che peraltro, sostiene, non sono stati identificati con certezza.

Nel 2016 un gruppo di ricercatori giapponesi [10], riportarono che enzimi contenuti nel battèrio Ideonella sakaiensis erano in grado di depolimerizzare il PET a bassa cristallinità nei suoi due monomeri secondo lo schema:

Fu replicato che poiché il PET è un poliestere semicristallino, solo le regioni amorfe sarebbero sensibili al degrado enzimatico. Pertanto, la bassa cristallinità può essere sostanzialmente la causa della degradabilità del PET usato dai giapponesi.

Kohei Oda dell’Istituto di Tecnologia di Kyoto, che ha co-diretto lo studio originale, dice che il suo gruppo ha iniziato a esaminare battèri che potrebbero usare il PET come nutriente per la crescita, indipendentemente dalla cristallinità [11]. Sostiene che l’ottimizzazione degli enzimi può essere oggetto di una ulteriore ricerca, ritiene però che alcune agenzie di stampa abbiano esagerato l’impatto immediato del lavoro e, di conseguenza, lui e il suo gruppo stanno controllando gli esperimenti con ancora maggior attenzione.

Diversi gruppi hanno risolto la struttura cristallografica a raggi X di uno degli enzimi del team giapponese, che converte il PET in un intermedio chiamato acido mono- (2-idrossietil) tereftalico. Ma John E. McGeehan dell’Università di Portsmouth, Gregg T. Beckham del National Renewable Energy Laboratory, H. Lee Woodcock dell’Università della South Florida, e i loro colleghi hanno avuto una piacevole sorpresa nel risolvere la struttura dell’enzima [12]. Essi hanno deciso di determinare come si è evoluto l’enzima di degradazione del PET e, nel corso della ricerca hanno accidentalmente ottenuto un enzima mutante che potrebbe erodere un PET più altamente cristallino di quello utilizzato dai giapponesi. Beckham dice che l’attuale versione dell’enzima richiederebbe ancora mesi per “digerire” una bottiglia da bibita. “Stiamo facendo un sacco di bioingegneria proteica per migliorare ulteriormente l’attività dell’enzima”, afferma McGeehan.

Sul’argomento della biodepolimerizzazione Carmen Dahl ha posto ai ricercatori sopra citati il seguente quesito:

I battèri si stanno evolvendo per cibarsi della plastica?

Ecco alcune risposte:

Lo spero, ma avremmo sicuramente bisogno di controllarli! (F. Bertacchini)

Sarebbe naturale che microrganismi si evolvano per consumare le materie plastiche, dal momento che le rendiamo sempre più abbondanti nell’ambiente. (R. Gross)

Questo non è ancora stato dimostrato. (W. Zimmermann)

Abbiamo bisogno di più esempi per rispondere a questa domanda. (Kohei Oda)

Da ignorante in materia biologica a biochimica mi auguro che vi sia un adeguato controllo in queste ricerche, come auspica Bertacchini, in particolare in quelle di bioingegneria, quando si cerca di produrre mutazioni proteico enzimatiche non è detto che si sappia come va a finire…

A questo proposito ricordo il romanzo di fantascienza “Lebbra antiplastica” di K. Pedler e G. Davis (1°a Edizione italiana nella collana Urania, Mondadori, 1974) in cui la mutazione improvvisa di una proteina inventata per biodegradare bottigliette di plastica, provoca una catastrofe a livello mondiale. Il romanzo si legge volentieri anche oggi soprattutto perché uno degli autori (Kit Pendler, 1927-1981), è stato scienziato e divulgatore di un certo livello prima di diventare scrittore a tempo pieno.

 

Bibliografia

[1] J.R. Jambeck et al., Plastic waste inputs from land into the ocean., Science, 2015, 347, 768-771.

[2]Tuan Liu et al., Eugenol-Derived Biobased Epoxy: Shape Memory, Repairing, and Recyclability, Macromolecules, 2017, DOI: 10.1021 / acs.macromol.7b01889).

[3] G. Yang et al., Biorenewable Epoxy Resins Derived from Plant-Based Phenolic Acids., ACS Sustainable Chem. Eng., 2016, DOI: 10.1021 / acssuschemeng.6b01343).

[4]W. A. Ogden, and Z. Guan, Recyclable, strong and highly malleable thermosets based on boroxine networks., J. Am. Chem. Soc. 2018, DOI: 10.1021 / jacs.8b03257.

[5] Zhu et al., A synthetic polymer system with repeatable chemical recyclability., Science, 2018, 360, 398–403.

[6] P. Bombelli et al. Polyethylene bio-degradation by caterpillars of the wax moth Galleria mellonella., Curr. Biol. 2017, 27, R283–R293.

[7] C. Weber et al., Polyethylene bio-degradation by caterpillars?, Curr. Biol. 2017, 27, R731–R745.

[8] Jun Yang et al. Evidence of Polyethylene Biodegradation by Bacterial Strains from the Guts of Plastic-Eating Waxworms., Environ. Sci. Technol., 2014, 48, 13776−13784.

[9] Y. Yang et al., Biodegradation and Mineralization of Polystyrene by Plastic-Eating Mealworms: Part 2. Role of Gut Microorganisms., Environ. Sci. Technol., 2015, , 49, 12087−12093; Part1 in ibid, 2015, 49, 12080−12086.

[10] S. Yoshida et al., A bacterium that degrades and assimilates poly(ethylene terephthalate)., Science, 2016, 351, 1196–1199).

[11] S. Yoshida et al. Response to Comment on “A bacterium that degrades and assimilates poly(ethylene terephthalate)”, Science, 2016, 353, 759c-760c.

[12] (H. P. Austin et al., Characterization and engineering of a plastic-degrading aromatic polyesterase., Proc. Natl. Acad Sci. USA, 2018, DOI: 10.1073 / pnas.1718804115).

[1] I vitrimeri sono una classe di materie plastiche, molto simili ai polimeri termoindurenti. I vitrimeri possono cambiare la topologia delle loro reti molecolari mediante reazioni di scambio di legami attivate termicamente. A temperature elevate possono scorrere come liquidi viscoelastici, a basse temperature le reazioni di scambio di legami sono molto lente e i vitrimeri si comportano come i tipici termoindurenti.

Avventure di un chimico in depurazione.

In evidenza

Mauro Icardi.

La depurazione delle acque è diventata un’attività estremamente importante nei paesi più industrializzati, ed è un’attività che necessita di una adeguata ed indifferibile implementazione nei paesi emergenti. La riduzione dell’inquinamento delle acque reflue crea contemporaneamente un nuovo problema. La gestione del fango prodotto dal trattamento delle stesse. Generalmente si può calcolare che, 100 m3 di scarichi producano circa 1 m3 di fango al giorno. Il fango deve subire idonei trattamenti di riduzione della frazione organica e putrescibile, e deve, per poter essere smaltito, subire un trattamento di disidratazione con il quale si incrementa il tenore percentuale di sostanza secca. Il trattamento dei fanghi è a tutti gli effetti il punto cruciale degli sforzi sia tecnici che economici dei gestori di impianto.

Talvolta si verifica anche la necessità di introdurre modifiche allo schema di processo di un impianto di depurazione per far fronte a variazioni di carico organico influente. Tali variazioni possono incrementare la produzione giornaliera di fanghi. In un caso di questo genere può essere utile il dosaggio di un adeguato flocculante nella sezione di sedimentazione primaria, a monte del trattamento di ossidazione biologica. Per chi non lo ricordasse la flocculazione è un processo che determina l’accorpamento delle particelle colloidali presenti principalmente atttraverso la neutralizzazione delle loro cariche superficiali.

Presso l’impianto di depurazione di Varese, per le ragioni suddette e in attesa di un intervento di ampliamento che portò alla costruzione di una nuova linea di ossidazione biologica, e la realizzazione di un nuovo digestore anaerobico di maggiore volumetria (3500 m3 rispetto ai 1800 m3 del preesistente) venne effettuata una sperimentazione realizzata su un impianto pilota, per verificare l’efficacia tecnico economica di una soluzione di questo tipo. Il flocculante testato era cloruro ferrico in soluzione commerciale.

Si voleva in questo modo verificare la possibilità di diminuire il carico inquinante in ingresso alla fase di ossidazione, cercando di ottenere il duplice risultato di diminuire sia la quantità di fango da destinare al successivo trattamento di digestione anaerobica, sia il consumo energetico per l’ossigenazione della biomassa.

A tale scopo venne utilizzato un impianto pilota costituito da un sedimentatore primario, una vasca di ossidazione, e un sedimentatore finale.

Il dosaggio di cloruro ferrico (soluzione al 41% in peso) venne determinato tramite prove preliminari eseguite con jar test e venne fissato in 70 mg/lt, ed il punto di dosaggio era il sedimentatore primario dell’unità pilota. La portata di alimentazione di 160 lt/h. Il tempo di ritenzione in sedimentazione primaria pari 2 ore, e in ossidazione a 3,5 ore.

I campionamenti venivano eseguiti tre volte a settimana sia sulla linea acque (punti di prelievo ingresso, uscita sedimentatore primario, e uscita finale), che sulla linea fanghi (ossidazione biologica).

I parametri determinati in linea acqua comprendevano Ph, COD, Fosforo totale, Solidi sospesi totali e tutte le forme di azoto (TKN, N-NO2, N-NO3)

I parametri ricercati sulla linea fanghi (ossidazione biologica) erano la concentrazione di fango, la percentuale di sostanza volatile e l’indice di volume dei fanghi (MLSS-MLVSS e SVI).

Le percentuali di abbattimento ottenute sull’impianto pilota vennero confrontate con quelle dell’impianto reale. Come era logico attendersi le percentuali di abbattimento di parametri quali il COD e i solidi sospesi totali risultarono maggiori nel sedimentatore primario pilota, rispetto a quelle riscontrate sull’impianto reale, con incrementi del 30% e del 20% rispettivamente.

La valutazione del consumo energetico necessario alla biodegradazione dei reflui in fase biologica, assumendo come valore di riferimento quello di 0,6 KWh/Kg COD, reperito in letteratura, permise di stabilire che il trattamento poteva diminuire il consumo energetico del 12,7%. Il consumo medio dell’impianto in esercizio era di 1900 Kwh, mentre con il dosaggio di flocculante si poteva ridurre a 1658 KWh.

L’aggiunta di flocculante implicava una produzione aggiuntiva di fango chimico, costituito principalmente da fosfato ferrico di circa 0,4 Kg/Kg di FeCl3 dosato, pari a 106 Kg/g.

Ma il minor carico inquinante che veniva inviato in fase di ossidazione permetteva una riduzione della produzione di fango biologico pari al 26% (962 kg/giorno nel processo convenzionale, 712 Kg/g nel processo di pre-precipitazione).

La produzione totale di fango inviato in digestione anaerobica risultava cosi ridotta del 14% rispetto alla gestione con solo trattamento biologico. Oltre a questo, considerando che il fango chimico risultava più concentrato ed ispessito, rispetto al solo fango biologico (primario+supero), si poteva diminuire la volumetria del fango che si doveva inviare al digestore che risultava sovraccaricato. In questo modo ne avrebbe beneficiato anche la resa in biogas.

La riduzione di carico organico influente in ossidazione biologica avrebbe favorito anche il rendimento della reazione di nitrificazione.

Vista la situazione di criticità dell’impianto si decise di sperimentare soltanto il dosaggio di flocculante di 70 mg, e si misero in opera delle strutture provvisorie ed asportabili per il dosaggio di flocculante.

I risultati sulla gestione operativa dell’impianto si dimostrarono congruenti con quelli della sperimentazione.

In questo modo si riuscì a gestire una situazione di criticità gestionale, che, vista anche la vicinanza dell’impianto a un centro commerciale, e a uffici amministrativi, sarebbe potuta diventare delicata dal punto di vista delle molestie olfattive. La riduzione di fango caricato, migliorò decisamente la produzione di biogas del digestore e quindi la riduzione della sostanza organica volatile suscettibile di produrre cattivi odori. Per quanto riguarda invece il beneficio dovuto al risparmio energetico, non essendo stato previsto nella fase di progetto iniziale il recupero del biogas prodotto, che viene tuttora utilizzato solo per il riscaldamento del digestore, esso si limitò al minor consumo per l’ossigenazione della biomassa nella sezione di ossidazione biologica.

Il dosaggio di cloruro ferrico venne mantenuto per due anni e mezzo. Nell’agosto del 1999 si collaudarono e si misero in funzione le nuove sezioni di impianto, e l’impianto di dosaggio del cloruro ferrico venne smantellato.

L’esperienza è interessante, e dimostra come in casi sia di sovraccarico, che di necessità di raggiungere limiti più restrittivi allo scarico, si possano mettere in atto soluzioni provvisorie ma decisamente efficaci.

Il ricordo di quel periodo è certamente quello di un impegno abbastanza gravoso, anche per il laboratorio. Va precisato che in quel periodo non erano ancora stati introdotti i kit analitici, e tutte le analisi venivano effettuate con metodiche tradizionali. Ma alla fine il lavoro diede i suoi frutti, e il ricordo che ho è quello di una collaborazione proficua tra tutti settori che si impegnarono per questa realizzazione.

Ora per l’impianto di Varese si prospetta un’ulteriore fase di ampliamento per continuarne la vita operativa. Il decano dei depuratori nel territorio provinciale di Varese svolge infatti il suo lavoro di “lavaggio delle acque” dal lontano 1983.

La cultura nell’era post-industriale.

In evidenza

Luigi Campanella, già Presidente SCI

Il mondo cambia e con esso l’organizzazione civile e sociale. Anche la cultura ed i suoi servizi dovrebbero rinnovarsi per rispondere ad una richiesta sempre più pressante ma anche diversificata per situazione abitativa, livelli di formazione, possibilità di spese.

Che cosa dire del museo tradizionale? Centralità, linearità, rigidità, nella migliore tradizione gerarchica. Rigidità dovuta al fatto che un museo è stato lungamente identificato con un preciso modello, museo tradizionale come blocco monolitico indipendente dall’esterno, che offre una o poche chiavi di lettura in quanto lineare e rigido.

La cultura non può essere inglobata in un museo onnicomprensivo, esaustivo, assoluto, ma devono essere tenute in conto tutte le interdipendenze fra le numerose branche e ciò può essere attuato soltanto con un modello reticolare che abiliti il maggior numero di connessioni possibili. Dinamicità e flessibilità, quindi, in quanto ad ogni esigenza imprevista la struttura può adeguarsi aggiungendo nodi e connessioni, forgiando quindi nuovi percorsi che agevolino anche le periferie e tutte le zone della città. Il museo del futuro, come tutti i sistemi configurati secondo il modello distribuito della rete deve tendere a privilegiare le possibili connessioni fra i suoi poli elementari, piuttosto che un singolo ambiente centralizzato che raccolga tutto lo scibile umano. La differenza è notevole.

Reputazione e referenze: le carte vincenti del lavoratore post-industriale Ivana Pais Università degli Studi di Brescia 3 febbraio 2009.

Società nell’ Era Post-Industriale

Non stiamo vivendo uno sconvolgimento temporaneo, una congiuntura negativa per economia e politica, ma piuttosto i sintomi di un cambiamento radicale, il passaggio fra due epoche, quella industriale, nata nel diciottesimo secolo in seguito alla spinta ideale dell’illuminismo e quella Post-Industriale.

Era Post-Industriale significa affermazione di un nuovo concetto di capitalismo, nettamente diverso da quello tradizionale. Nel secolo scorso Marx ed Engels svilupparono una critica molro dettagliata del capitalismo, in base ad un’accurata analisi delle condizioni delle masse lavoratrici. Un capitalismo ingiusto, a loro parere, perché incentrato sulla concorrenza spietata, su un profitto che avvantaggiava pochi fortunati a scapito di una maggioranza insoddisfatta ma necessaria per generare il profitto stesso.

Le soluzioni alternative prospettate dai pionieri del comunismo non hanno tuttavia condotto ai risultati attesi, la Storia lo dimostra, tutti gli esperimenti più o meno seri sono falliti miseramente, Unione Sovietica, in primis. Il capitalismo criticato da Marx sta subendo lo stesso destino, se è vero che tutte le strutture e le organizzazioni che hanno sposato i suoi insegnamenti ora stanno attraversando un momento di crisi profonda.

Cosa ci riserverà l’Era Post-Industriale?

Prima di tutto l’internalizzazione, il dissolvimento di qualsiasi frontiera, che sia territoriale o semplicemente simbolica. L’Era Industriale ha concorso a creare le infrastrutture e la tecnologia per eliminare le distanze fra i popoli, per rompere le diversità, per edificare una mentalità universale basata su principi comuni, validi per qualsiasi individuo indipendentemente dal suo luogo di origine. L’Era Post-Industriale sarà segnata da un nuovo cosmopolitismo, da una maggiore libertà di movimento, dalla condivisione dei patrimoni informativi.

La crisi di alcuni principali gruppi industriali del nostro tempo è riconducibile ad una serie di cause più o meno influenti, fra cui senz’altro l’incapacità di motivare il singolo, di farlo sentire in qualche modo importante. L’uomo del futuro sceglierà lavori stimolanti, attività che contribuiranno a far aumentare la fiducia in se stesso, e scarterà le strutture tradizionali, destinate ad un’ingloriosa estinzione.

Era Post-Industriale significherà anche rivalutazione della qualità della vita, ricerca di lavori diversi, occupazioni più innovative per minimizzare gli sforzi e massimizzare i risultati.

L’Era Post-Industriale, per riassumere, combatterà strenuamente le divisioni rigide, le strutture soffocanti per la personalità umana, le situazioni di staticità, per favorire il dinamismo globale, l’interattività e l’etica.

Le donne scienziate in Russia nella seconda metà del XIX secolo: “migranti della conoscenza”. 2.

In evidenza

Rinaldo Cervellati

(la prima parte di questo post è pubblicata qui)

Le prime donne ad ottenere il dottorato furono quelle che erano riuscite a essere ammesse come uditrici all’Accademia medico-chirurgica di San Pietroburgo prima del divieto del 1863. Fra queste è importante ricordare Nadezhda Suslova (1843-1918) e Maria Bokova-Sechenova (1839-1929). Entrambe ottennero il dottorato in medicina all’Università di Zurigo, la prima nel 1867, la seconda nel 1871.

Nadezhda Suslova M. Bokova-Sechenova

Suslova ottenne il permesso di esercitare la professione in Russia nel 1868, al suo ritorno a San Pietroburgo.

Negli anni successivi Suslova, oltre a fare il medico ha effettuato ricerche in fisiologia, ginecologia e igiene. E’ stata una delle prime a osservare che la cecità neonatale poteva essere causata dall’esposizione alla gonorrea durante passaggio attraverso il canale del parto.

Maria Bokova-Sechenova fu autorizzata a esercitare come medico a San Pietroburgo nel dicembre 1971.

Bokova-Sechenova era interessata alla ricerca più che alla pratica medica. Tornò quindi in Europa occidentale per specializzarsi in oftalmologia a Vienna e successivamente ha lavorato come ricercatore e oculista nei laboratori delle Accademie russe di scienze e medicina. Tuttavia, dopo aver ereditato una piccola tenuta, si interessò di agronomia e infine realizzò una fattoria sperimentale che divenne la sua principale occupazione.

Una menzione particolare merita Sofia Kovalevskaia (1850-1891) un genio matematico internazionalmente riconosciuto. A 18 anni si recò insieme al giovane marito paleontologo all’università di Heidelberg per poter continuare gli studi. Frequentò le lezioni di matematica di Paul Du Bois-Reymond, le lezioni di fisica di Hermann von Helmholtz  e  Gustav Kirchhoff e quelle di chimica di Robert Wilhelm Bunsen. Dal 1870 al 1874 andò a Berlino dove Karl Weierstrass, colpito dalle sue doti matematiche, volle prenderla sotto la sua guida impartendole lezioni private. Kovalevskaja preparò tre diverse tesi di dottorato sotto la guida e il sostegno di Weierstrass, ne elaborò una quarta che nel 1874 le fece guadagnare un dottorato summa cum laude presso l’Università di Gottingen. Il principale risultato, conosciuto come Teorema di Cauchy-Kovalevsky, fu pubblicato nel 1875. Fu così che ottenne, prima donna in Europa, un dottorato in matematica. Il suo ritorno in Russia fu inutile per la sua carriera professionale poiché nessuna Università riconobbe i titoli conseguiti in Europa. Tuttavia nel 1881 fu nominata membro della Società Matematica di Mosca come docente privato.

Sonia Kovalevsky

Ritornata in Germania ebbe una figlia, Sofia. Dopo la morte del marito, nel 1883 si trasferì con la figlia a Stoccolma. Nel 1884 cambiò nome e si fece chiamare Sonia Kovalevsky. Divenne, prima donna al mondo, professore di matematica, ottenendo la cattedra all’Università di Stoccolma. In breve tempo imparò perfettamente lo svedese tanto da pubblicare i suoi lavori di matematica in questa lingua.

Dopo aver vinto due premi rispettivamente dell’Accademia di Parigi e di quella di Svezia, nel 1888 fu nominata membro dell’Accademia delle Scienze di Russia.

Sarebbe difficile sopravvalutare le straordinarie realizzazioni di questo primo gruppo di donne russe nella scienza. Provenivano da uno dei paesi più reazionari d’Europa e si impegnarono per cambiare i sistemi educativi europei con determinazione. Sofia Kovalevskaia persuase da sola l’Università di Heidelberg a ritirare il divieto di ammettere donne. Nadezhda Suslova ottenne lo stesso risultato con l’Università di Zurigo. Vera Goncharova è stata nel primo gruppo di quattro donne cui è stato permesso di studiare presso la Facoltà di Medicina a Parigi.

Nonostante i successi delle donne russe nelle università dell’Europa occidentale, i loro percorsi successivi post diploma o dottorato non furono affatto facili. Sulle centinaia di donne che andarono a studiare all’estero nei primi anni del 1870, solo una percentuale valutata fra il 20 e 30% [1], ha completarono i loro programmi. E su quelle che l’hanno fatto, non tutte riuscirono a sfruttare la specialità conseguita. Molte sono le ragioni che hanno contribuito a questo esito non soddisfacente.

Naturalmente, molto è dipeso dallo stress a cui sono state sottoposte le studentesse di tutte le età: la pressione dalle famiglie, la convinzione che le loro scelte professionali fossero essenzialmente dovute a spregiudicatezza, la mancanza di appropriati modelli di ruolo, il sottile quando non palese pregiudizio degli uomini, ecc. Ma c’erano anche alcuni fattori peculiari degli atteggiamenti delle donne russe donne dell’epoca. Come la femminista radicale P.N. Arian ha sottolineato: “Bisognava avere un coraggio e un’energia immensi per andare contro la società, la famiglia e gli amici e partire da sole per luoghi lontani in cerca di realizzarsi nella scienza” [1].

Verso la fine del movimento

Dal 1870 il governo zarista cominciava a sentire un forte disagio per la sempre crescente colonia femminile all’estero. Attraverso le informazioni di una fitta rete di spie, sapeva che gli studenti femmine e maschi si incontravano liberamente con emigrati molto radicali come l’anarchico Mikhail Bakunin (1814-1876) e il narodista (populista,dal russo narod = popolo) Piotr Lavrov (1823-1900), ed era evidente che molte giovani donne erano influenzate da questi pensatori politici. Allarmato da tutto ciò, nel giugno del 1873 il governo russo emise un proclama che richiamava in Russia tutte le studentesse di Zurigo. Chiunque fosse rimasta dopo il 1 ° gennaio 1874 sarebbe stata esclusa dalla possibilità di lavorare in qualsiasi istituzione russa.

Le donne erano scioccate e offese dal contenuto e dal tono del proclama, ma molte di loro decisero che non avevano altra scelta che andarsene da Zurigo. Gli studenti più poveri non potevano permettersi di mettere in pericolo le loro possibilità di occupazione in Russia. Le istituzioni governative erano infatti la loro principale speranza per un lavoro come medico, ricercatore o insegnante. Inoltre, alcune donne erano abbastanza ingenue da credere che presto sarebbero state ammesse agli esami di licenza e alle università russe se avessero obbedito all’ordine del governo.

Altre, cercarono di stabilirsi altrove, Berna, Ginevra e Parigi furono fra le mete preferite, ma continuando la persecuzione zarista anche Boston e Filadelfia furono prese in considerazione.

Tuttavia il governo zarista dovette affrontare un dilemma. Da un lato, la Russia aveva bisogno di personale medico e scientifico, e quindi molti amministratori sollecitarono la liberalizzazione dell’accesso delle donne all’istruzione superiore e alla formazione professionale. D’altra parte, molte di quelle donne che avevano studiato scienze in patria o all’estero erano schedate dalla polizia per le loro attività politiche, e alcune erano addirittura al centro stesso della lotta rivoluzionaria. Sulle otto donne del comitato esecutivo di diciotto membri dell’organizzazione militante narodistsa Volontà Popolare, due avevano studiato a Zurigo. L’autocrazia quindi contemporaneamente all’inasprimento del proclama di Zurigo, istituì corsi di istruzione per donne, permise l’istituzione di corsi di formazione per donne e corsi superiori per “ostetriche istruite” a San Pietroburgo, Mosca e altre grandi città dell’impero russo.

Il movimento delle donne russe considerò la creazione di questi corsi un grande trionfo. I corsi per le ostetriche istruite aperti a St. Pietroburgo nel 1872 furono i primi corsi di medicina esclusivamente per donne in Europa. Questi corsi raggiunsero presto un livello uguale a quello dei Corsi di medicina per uomini russi, anche se le donne laureate non furono autorizzate a chiamarsi “dottori”.

Si può comunque sostenere che molti di questi corsi rappresentarono un passo indietro per le donne scienziate in Russia. Mentre quelli di medicina erano a un livello ragionevolmente alto, i corsi femminili superiori in altre discipline non erano del calibro di quelli che le donne russe avevano seguito in Europa occidentale.

Inoltre, anche nei corsi femminili, mentre le donne potevano essere supervisori o assistenti di laboratorio, non potevano diventare professori.

Dopo l’assassinio di AIessandro II nel 1887 (attribuito al movimento Volontà Popolare) i corsi di medicina smisero di accogliere nuovi studenti o furono chiusi completamente. Solo nel 1895 fu approvato un nuovo istituto medico femminile. Quando anche gli altri corsi furono riaperti nel 1889, si scoprì che erano state prese misure per limitare alle donne lo studio delle scienze. Le facoltà di scienze matematiche, fisiche e naturali erano state notevolmente ridimensionate, i laboratori erano stati chiusi e molti insegnamenti di scienze naturali erano stati cancellati. Completamente aperti alle donne furono solo gli studi linguistici e artistici ritenuti dalle autorità abbastanza innocui.

Così si esaurì la prima fase della storia delle donne nella scienza in Russia. Solo dopo molti anni, nel XX secolo le cose cambieranno grazie ancora a donne che ottennero risultati scientifici paragonabili a quelli delle scienziate della prima generazione, qui ricordate.

Per la redazione di questo post ho attinto in particolare dalle seguenti opere:

[1] A. H. Koblitz, Science, Women, and the Russian Intelligentsia. The Generation of the 1860s,

ISIS, 1988, 79, 208-226.

[2] M. R. S. Creese, Early Women Chemists in Russia: Anna Volkova, Iuliia Lermontova, and Nadezhda Ziber-Shumova., Bull. Hist. Chem., 1998, 21, 19-24.

Le donne scienziate in Russia nella seconda metà del XIX secolo: “migranti della conoscenza”. 1.

In evidenza

Rinaldo Cervellati

Nel libro European Woman in Chemistry, più volte da me citato, è ricordata Julia Lermontova (1846-1919), chimico russo della seconda metà del XIX Secolo. Da una più dettagliata ricerca mi sono reso conto che altre due colleghe di Lermontova, precisamente Anna Volkova (?-1878) e Nadezhda Ziber-Shumova (1870?-1914) sono state, insieme a molte altre donne scienziate, protagoniste di quel movimento di emancipazione femminile che ebbe inizio in Russia negli anni ’60 e ’70 del XIX secolo per filtrare poi in tutta Europa [1,2]. Mi sembra quindi opportuno premettere un excursus storico generale tenendo anche conto che della storia Russa quasi tutti ne sappiamo poco…

Il contesto storico e socio-politico

Nel 1855, l’ascesa al trono dello Zar Alessandro II, considerato un liberale rispetto al padre, Nicola I, suscitò una serie di aspettative nell’intelligentsia[1] e nella parte più progressista della nobiltà e della borghesia riformista. In effetti, nel 1861 promulgò la legge sull’emancipazione, con la quale venne abolita la servitù della gleba da tutto il territorio imperiale determinando l’indipendenza della maggioranza dei contadini russi. Nel 1864 riformò l’amministrazione locale creando assemblee elettive dei rappresentanti dei distretti, e promulgò la riforma dell’ordine giudiziario. L’anno precedente aveva avviato una controversa riforma dell’università che prevedeva però un aumento di fondi statali e l’autonomia dei docenti.

L’élite istruita sperava quindi che l’emancipazione dalla servitù e la riforma dell’istruzione sarebbero state accompagnate da un miglioramento della situazione delle donne, una democratizzazione del governo zarista e una liberalizzazione generale della società russa.

L’ottimismo era particolarmente diffuso fra i giovani (come capita quasi sempre) che si definirono “nihilisti” (o nichilisti) mutuando questo aggettivo dal famoso romanzo Padri e Figli (1862) di Ivan Turgenev, dove il protagonista si autodefinisce appunto “un nichilista”. Secondo Ann Koblitz [1], l’intenzione di Turgenev sarebbe stata di descrivere il suo giovane protagonista come un ribelle che negava tutte le istituzioni della società zarista solo per il piacere di provocare gli anziani.

Ivan Turgenev

 

Edizione di Padri e Figli in russo

Ma molti giovani, lungi dall’essere offesi da questa interpretazione, accettarono con entusiasmo l’aggettivo dichiarandosi nichilisti nel senso che “nulla nella società dei loro genitori valeva la pena di essere salvato; La Russia doveva essere completamente rifondata”[1].

In realtà, i giovani degli anni ’60 del XIX secolo avevano un’incrollabile fede nelle scienze naturali e nel potere dell’educazione, credevano fortemente nell’uguaglianza fra uomini e donne, ammiravano i contadini, le istituzioni rurali e desideravano essere in qualche misura utili all’emancipazione del popolo russo[2].

Per i nichilisti, la scienza sembrava il mezzo più efficace per raggiungere questo scopo: essa aveva respinto le barriere poste dalla religione e dalla superstizione e “provato” attraverso la teoria dell’evoluzione che le rivoluzioni sociali (pacifiche) erano la strada naturale da percorrere [1].

Conseguenze nella scienza in Russia

L’entusiasmo dei nichilisti per la scienza, insieme alla decisione del governo di dedicare materiali e risorse allo sviluppo scientifico, produsse rapidamente ottimi risultati: gli anni ‘60 e ’70 del XIX secolo sono considerati una “golden age” della scienza russa [1].

Agli storici della scienza sono ben presenti i nomi di Ivan Sechenov e Kliment Timiriazev in fisiologia; Dmitri Mendeleev, Aleksander Butlerov e Vladimir Markovnikov in chimica; Ilya Mechnikove, Aleksander Kovalevskii in embriologia; Ivan Pavlov in neurofisiologia; e Vladimir Kovalevskii in paleontologia, solo per citare i più noti. Forse meno noto è che a vari livelli tutti questi scienziati furono coinvolti nel fermento degli anni ‘60 e che molti di essi si consideravano nichilisti.

L’atteggiamento delle università russe nei confronti delle donne

Nei primi anni del 1860 le donne formavano una parte significativa di un gruppo poco caratterizzato di uditori non ufficiali che vagavano dentro e fuori dalle aule dell’Università di San Pietroburgo e di altre accademie tecniche specializzate. Professori e studenti le accoglievano volentieri, e inizialmente le autorità le tolleravano benevolmente, in seguito poi alla fine della guerra di Crimea (1856) e alla legge sull’emancipazione (1861) vi fu una certa liberalizzazione nella struttura universitaria. In questo periodo L’Accademia medico-chirurgica di San Pietroburgo cominciò ad ammettere le donne come studenti su base semiufficiale. Non potevano ricevere lauree, ma potevano sostenere in modo informale esami e lavorare nei laboratori dell’istituzione, entusiasticamente incoraggiate dai professori progressisti della facoltà.

Le studentesse erano ottimiste riguardo alle loro capacità e impegno, erano persuase che i loro studi avrebbero convinto il governo zarista ad ammetterle sulla stessa base degli uomini. Speravano che il nuovo statuto universitario in fase di elaborazione in quel momento, avrebbe codificato il loro ingresso nelle istituzioni di istruzione superiore in tutto l’impero russo. Una proposta di bozza dello statuto, approvata da tutte le università tranne Mosca e Dorpat, suggeriva infatti che le donne fossero ammesse con gli stessi diritti degli uomini. Se questa versione dello statuto universitario fosse stata adottata, la Russia sarebbe stata il primo paese in tutta Europa a concedere alle donne lo stesso status e le stesse lauree degli uomini. Sfortunatamente, lo zar fu molto restio e il governo intervenne a bocciare il provvedimento.

La conseguenza fu una serie di manifestazioni studentesche. Per le donne dell’intelligentsia il risultato più sfortunato del malcontento studentesco fu che le università si chiusero per loro. In termini puramente numerici non erano molte le donne coinvolte nelle proteste. C’erano meno donne uditori rispetto agli studenti maschi, e la maggior parte di esse temeva la sospensione dall’università se avessero partecipato alle dimostrazioni. Ma alcune donne avevano posizioni elevate nel movimento studentesco, quindi attrassero l’attenzione della polizia zarista.

La proposta di consentire alle donne di immatricolarsi ufficialmente fu definitivamente abbandonata, e nello statuto universitario riveduto del 1863 le donne non furono nemmeno menzionate. Inoltre, agli istituti di istruzione superiore fu ordinato di permettere l’ingresso solo agli studenti regolarmente iscritti, nella speranza di controllare così gli elementi più “sovversivi”.

Le donne più determinate e impegnate (spesso quelle con possibilità finanziarie) decisero di andare a studiare all’estero. La maggior parte di loro si recò all’Università o al Politecnico di Zurigo, perché le università svizzere accettavano donne straniere senza esami di ammissione. Questo era un punto importante, perché la maggior parte delle donne russe aveva ricevuto poca o nessuna istruzione formale. Inoltre, le tasse scolastiche e di soggiorno erano relativamente basse a Zurigo, dove esisteva già una grande colonia di studenti russi e di esiliati politici così che le donne si sentivano meno sole.

Dal 1865 al 1873, Zurigo vide una quantità sempre maggiore di donne russe in cerca di diplomarsi o laurearsi in scienze naturali o medicina.

In larga misura si deve a questa prima generazione di donne russe, l’ammissione femminile all’istruzione superiore nell’Europa continentale. Sono state le prime studentesse a Zurigo, Heidelberg, Lipsia e altrove, nonché le prime donne a ottenere dottorati in medicina, matematica, chimica e biologia.

In realtà le donne degli anni ‘60 furono spesso sorprese dal loro status di pioniere. Molte donne nichiliste erano piene di idealismo sull’Occidente e sul livello di democrazia e uguaglianza che secondo loro aveva raggiunto l’Europa occidentale. Inizialmente si sentirono inferiori, provenendo dall’ “arretrata” Russia, e si aspettavano fiduciosamente di unirsi a ranghi di numerose donne europee già impegnate in seri studi. Con grande stupore scoprirono invece che le loro idee e atteggiamenti, il loro entusiasmo per l’educazione e la loro determinazione a riuscire non erano affatto condivise dalle donne dell’Europa occidentale. Sotto alcuni aspetti, ciò le pone in prima linea nella costruzione del movimento femminista in Europa [1].

Soprattutto nei primi anni della colonia studentesca russa a Zurigo, incontrarono poche donne di altre nazioni. Anche le donne svizzere tendevano a non approfittare delle opportunità del loro Paese per l’istruzione avanzata, forse in parte perché gli svizzeri, a differenza degli stranieri, erano tenuti a ottenere il diploma ginnasiale per poter essere ammessi alle università o ai politecnici.

Dai dati statistici dell’Università di Zurigo risulta che dall’inverno 1863/64 all’estate 1872 la provenienza delle studentesse straniere fu di 23 inglesi, 10 tedesche, 6 austriache, 6 americane e ben 148 russe, contro solo 10 svizzere [1].

Ma il soggiorno in Svizzera non fu certo una “pacchia” per queste “migranti della conoscenza”. Sebbene alcune di esse avessero il sostegno dei genitori o in qualche caso dei mariti, molte si trovarono in difficoltà. Dovettero economizzare nel cibo, nell’alloggio, condividere libri e in certi casi alternarsi nell’uso di cappotti e stivali invernali [1]. Altri problemi derivarono da differenze socio-culturali.

Sebbene i professori trattassero con cortesia se non con entusiasmo, gli studenti russi, non altrettanto fu il comportamento dei comuni cittadini svizzeri, la maggior parte dei quali disapprovava il comportamento dei russi, in specifico quello delle donne. Anzitutto non capivano il loro desiderio di istruzione, in particolare per aree come le scienze e la medicina, considerate discipline poco femminili. Gli svizzeri furono scandalizzati anche dai rapporti di cameratismo fra le donne russe e le loro controparti maschili. Per i cittadini della classe media di Zurigo, i capelli corti di queste donne, i loro abiti semplici, i manierismi senza scrupoli e l’abitudine a fumare sigarette erano scioccanti. Se si aggiunge la tendenza delle russe a chiacchierare a tutte le ore, a passeggiare in città in gruppi di sesso misto, si può immaginare come molti svizzeri le considerassero poco più che prostitute. Le donne trovarono quindi difficoltà ad ottenere camere soddisfacenti in affitto e furono spesso discriminate e ridicolizzate nei negozi e nei mercati.

(continua)

[1] Nella Russia imperiale, con il termine intelligentsia veniva descritta una classe di intellettuali in grado di assumere una leadership culturale. A questi intellettuali veniva tuttavia impedito l’accesso alle leve ufficiali della politica e dell’ economia.

[2] Molto di tutto ciò è presente anche nel pensiero di Basarov, il protagonista di Padri e Figli, il nichilista che non credeva in nulla…, Un libro che ha molto influenzato la mia giovinezza (e non solo quella…)

Due lettere a LaRepubblica

In evidenza

Vincenzo Balzani

Con il permesso del’autore riproduciamo qui due lettere inviate recentemente a La Repubblica da Vincenzo Balzani; gli argomenti sono quelli tipici del nostro blog: energia, ambiente, il nostro rapporto con queste cose, il ruolo della Chimica. Non sono state pubblicate e così rimediamo noi nel nostro piccolo.

Eni e noi, abitanti della Terra

Caro Direttore,

ho letto su Repubblica del 16 giugno l’appello sulla Rivoluzione Energetica dell’A.D. di ENI Claudio Descalzi. Quanto è scritto nella prima parte dell’articolo è completamente condivisibile: “Clima ed energia sono i fattori su cui si gioca il futuro, …. la transizione energetica deve essere guidata dalla protezione dell’ambiente, … siamo lontani dal contenere l’aumento delle temperature al di sotto del limite dei 2°C fissato dalla Cop21 di Parigi”.

Da queste premesse si dovrebbe trarre, come scrive papa Francesco nell’enciclica Laudato si’, la conclusione che “I combustibili fossili devono essere sostituiti senza indugio …”. Descalzi si guarda bene dal dirlo, confermando così quanto affermato dal papa stesso: ”… ma la politica e l’industria rispondono con lentezza, lontane dall’essere all’altezza delle sfide” (165)”.

Descalzi informa che Eni ha abbattuto la componente carbonica della sua attività, ma non dice che si tratta di una goccia nel mare di CO2 che Eni direttamente o indirettamente genera con i quasi due milioni di barili di petrolio prodotti al giorno! Qua e là Descalzi cita le energie rinnovabili, ma come ha affermato in molte altre occasioni reputa che non siano “mature” e sostiene che l’unica via per salvare il clima è utilizzare il metano come fonte energetica “ponte”. In realtà l’energia elettrica prodotta dalle energie rinnovabili è già oggi competitiva sul piano economico, anche senza considerare i problemi sanitari e climatici creati dai combustibili fossili. Le energie rinnovabili, insomma, sono già disponibili e pronte all’uso: quello che manca è la volontà di utilizzarle, a causa degli enormi interessi economici e di potere che ne verrebbero colpiti.

Non serve ricorrere al metano come energia “ponte”, anche perché il metano non è affatto innocente riguardo i cambiamenti clmatici. Descalzi dovrebbe saperlo, ma non lo dice. E’ vero, infatti, che a parità di energia prodotta la quantità di CO2 generata dal metano è inferiore di circa il 25% di quella generata dal petrolio, ma è anche vero che il metano rilasciato in atmosfera è un gas serra 72 volte più potente di CO2 quando l’effetto è misurato su un arco di 20 anni (25 volte più potente quando misurato su 100 anni). Poiché nella lunga filiera del metano si stima ci siano perdite di almeno il 3% rispetto alla quantità di gas usato, è chiaro che estendendo l’uso del metano non si combatte affatto il cambiamento climatico.

Nel campo dei trasporti, oltre che sul metano Eni fa molto affidamento sui biocombustibili, in netta contraddizione con la realtà dei fatti. Studi scientifici dimostrano che l’efficienza di conversione dei fotoni del sole in energia meccanica delle ruote di un’automobile (sun-to-wheels efficiency) è almeno 50 volte superiore per la filiera che dal fotovoltaico porta alle auto elettriche rispetto alla filiera che dalle biomasse porta alle auto alimentate da biocombusibili. In effetti, quello che gli esperti prevedono non è una sostituzione significativa dei combustibili fossili con biocombustibili, ma una rapida, dirompente diffusione delle auto elettriche. La cosa non meraviglia perché i motori elettrici non inquinano, non producono CO2, sono quattro volte più efficienti dei motori a combustione interna e sono molto più facili da riparare e da mantenere.

In Italia, quindi, non servono altre bioraffinerie alimentate da olio di palma proveniente dalla Malesia, ma fabbriche di pannelli fotovoltaici, batterie, auto elettriche e colonnine per la ricarica.

Infine, Descalzi lega lo sviluppo dell’Africa, oltre che all’enorme potenziale di energia solare ed eolica, anche alla presenza, in quel continente, di enormi riserve di combustibili fossili, molte delle quali scoperte da Eni, che ha anche l’obiettivo di scoprire altri 2 miliardi di barili di combustibili fossili perforando 115 pozzi in 25 paesi. In base all’accordo di Parigi, però, la maggior parte delle riserve di combustibili fossili già note dovrà rimanere nel sottosuolo. Se quell’accordo sarà osservato, Eni avrà problemi economici. Se invece la politica permetterà di usare tutte le riserve, i problemi, purtroppo, li avremo noi, abitanti della Terra.

Vincenzo Balzani, Professore Emerito, Università di Bologna

 

Lettera a Repubblica 26 giugno 2018

Egregio direttore Calabresi,

Apprendo da Repubblica di oggi che nel “pacchetto formazione” concesso agli operai della Lamborghini in orario di lavoro retribuito sono state inserite Lezioni sulla Costituzione. E’ certamente un’ottima iniziativa.

Credo però che sarebbe necessario ricordare a tutti, cominciando dai politici che hanno salutato con entusiasmo la produzione del nuovo SUV Urus come straordinario esempio di innovazione che:

  • nei motori a scoppio, usati da più di un secolo, non c’é più nulla da innovare; se si vuol fare

innovazione nel campo delle automobili, oggi la si può fare solo sulle auto elettriche.

  • con la sua mostruosa potenza di 600 CV e gli alti consumi di combustibili fossili, il SUV Lamborghini è un emblema del consumismo dal quale le vere innovazioni dovrebbero farci uscire;
  • col suo prezzo di 250.000 euro, Urus è l’icona delle disuguaglianze che, a parole, tutti dicono di voler abbattere.

Non sarebbe male, allora, inserire nel “pacchetto formazione” anche, un paio di frasi dell’enclica di Papa Francesco:

  • Il ritmo di consumo, di spreco e di alterazione dell’ambiente ha superato le capacità del pianeta; lo stile di vita attuale, essendo insostenibile, può sfociare solamente in catastrofi”.
  • Ci dovrebbero indignare le enormi disuguaglianze che esistono tra di Non ci accorgiamo più che alcuni si trascinano in una miseria degradante, mentre altri non sanno nemmeno che farsene di ciò che possiedono”.

Cordiali saluti,

Vincenzo Balzani, Professore emerito, Università di Bologna