Un ricordo di Giorgio Nebbia.

In evidenza

Claudio Della Volpe

Questo post è basato in piccola parte sui miei ricordi ma soprattutto sulla formidabile intervista fatta a Giorgio Nebbia nel 2016 da Luigi Piccioni e riportata qui; dura quasi tre ore e se avete pazienza è molto interessante, quasi un archivio della cultura e della vita italiana del 900 attraverso gli occhi di un protagonista.

Come tutti i lettori sanno Giorgio è stato redattore anche di questo blog, una delle tante attività che ha svolto nel suo quasi-secolo di vita attivissima. Dunque questo breve ricordo gli è dovuto. Se volete cercare gli articoli con i quali ha contribuito al nostro blog basta che mettiate “Nebbia” nella finestrella in alto a destra, ne troverete decine. Giorgio era stato nominato socio onorario della SCI, su mia proposta, prima del 2010.

Giorgio Nebbia nasce a Bologna nell’aprile 1926, da una famiglia che era però metà toscana e in Toscana rimarrà un pezzo di cuore fra Livorno e Massa, dove il padre aveva costruito, a Poveromo, una casetta delle vacanze, in via delle Macchie.

Ma il sogno piccolo borghese della famiglia impiegatizia di Giorgio dura poco, perché la crisi del 29 fa perdere il lavoro al padre; e segue dunque un periodo di ristrettezze che culmina poi durante la guerra con la morte del padre e il ritorno a Bologna, che era la patria della mamma.

Qui si inizia il percorso universitario di Giorgio, nel primissimo dopoguerra; in un primo momento iscritto a ingegneria e studente lavoratore, conosce per caso colui che diventerà suo mentore, Walter Ciusa, allora associato di merceologia a Bologna, che lo assume come collaboratore del suo lavoro accademico. Giorgio aveva conoscenza dell’inglese, disegnava bene e questo lo rende già un buon collaboratore; in questo periodo Giorgio incontra la chimica analitica e si scopre un buon analista; Ciusa più tardi gli consiglia di lasciare ingegneria ed iscriversi a Chimica; Giorgio si iscrive a Chimica a Bari, dove pensava di riuscire a laurearsi prima e infatti si laurea nel 1949. In un articolo del 2011 lui stesso ci racconta il contenuto della tesi di laurea.

Nei primi del Novecento i perfezionamenti dei metodi di analisi chimica consentirono di separare e caratterizzare numerose sostanze che si rivelarono cancerogene. Si trattava in gran parte di idrocarburi aromatici policiclici, contenenti diecine di atomi di carbonio e idrogeno uniti fra loro in “anelli”. La svolta fondamentale si ebbe con le ricerche condotte negli anni trenta del Novecento da James Wilfred Cook (1900-1975) che preparò per sintesi numerosi idrocarburi policiclici ad alto grado di purezza con cui fu possibile riconoscere il vario grado di cancerogenicità di ciascuno. Il più tossico si rivelò appunto il 3,4-benzopirene, generalmente indicato come benzo(a)pirene per distinguerlo dal benzo(e)pirene (4,5-benzopirene) che ha lo stesso numero di atomi di carbonio e idrogeno, ma disposti diversamente. Negli anni 40 fu possibile anche identificare a quali strutture molecolari era maggiormente associata l’attività cancerogena. Per inciso è stato l’argomento della mia tesi di laurea in chimica nel 1949 nell’Università di Bari e di un successivo libro.”

Il libro è Maria Prato e G. Nebbia, “Le sostanze cancerogene”, Bari, Leonardo da Vinci Editore, 1950, 151 pp.

A questo punto quello che lui stesso descrive come un colpo di fortuna; Ciusa diventa ordinario di Merceologia e lo chiama come assistente a Bologna, a soli 5 giorni dalla laurea. Per la prima volta Giorgio ha un vero lavoro pagato dallo Stato, come lui stesso dice orgogliosamente. Questo ruolo di assistente alla cattedra di merceologia Giorgio lo manterrà per dieci anni fino al 1959.

La merceologia nell’idea di Nebbia è “il racconto di come si fanno le cose”, ereditato da un Ciusa che era a sua volta molto interessato alla storia delle merci ed alla loro evoluzione. Nebbia dunque raccoglie insieme l’eredità culturale del mondo chimico ma anche di quello umanistico , una impostazione a cui rimarrà sempre fedele.

In questi anni il grosso della sua attività di ricerca è dedicato ai metodi della chimica analitica e pubblica anche in tedesco.

Nel 1959 viene chiamato a coprire la cattedra di merceologia a Bari.

Giorgio Nebbia, secondo da sinistra a Bari negli anni 60, con alcuni collaboratori ed un distillatore solare sul tetto dell’università.

Questo segna un cambiamento nell’indirizzo delle sue ricerche; quelle che gli erano state rimproverate a volte come le “curiosità” o perfino capricci da Ciusa o da altri, entrano con maggiore peso nella sua attività di ricerca; entrano in gioco, l’energia, l’acqua, l’ambiente; rimane l’interesse per le merci e la loro storia tanto che si sobbarca un corso di Storia delle merci provenienti da paesi asiatici, ma la sensibilità per l’acqua, che dopo tutto è una merce basica, per l’energia che è anche una merce (e che merce!) crescono. Di questo periodo mi fa piacere ricordare un articolo brevissimo con cui corresse un altro breve articolo su Journal Chemical Education , 1969, e che riporto qui sotto integralmente. Si tratta di un argomento affascinante e di grande impatto didattico e culturale: chi è più efficiente la Volkswagen o il colibrì?

Nebbia trova un errore nell’ultimo conticino di Gerlach che ne inverte radicalmente il senso.

Come potete vedere la sua conclusione ha un impatto che oserei definire filosofico; l’”unità termodinamica del mondo”; un concetto che condivido totalmente e che sarebbe utile far condividere ai nostri politici più illustri ed ai loro “esperti” che di solito la termodinamica non se la filano molto.

Giorgio Nebbia fine anni 70, era consigliere comunale a Massa e presidente della Società degli Amici di Ronchi e Poveromo. Erano gli anni in cui partecipò alle mobilitazioni contro l’inquinamento generato dalla Farmoplant.

 

Inizia con gli anni 70 la fase che potremmo definire ambientalista di Nebbia. Gli impegni sui temi dell’acqua, dell’energia, della dissalazione, dei rifiuti si saldano con una visione che di base è cattolica, ma che vira rapidamente verso sinistra.

Dunque di questi anni è l’impegno nella costruzione di associazioni ambientaliste grandi e piccole, di una divulgazione che ha prodotto nel tempo migliaia di articoli che sono conservati con tutto l’archivio dei libri e dati presso la Fondazione Micheletti.

Gli articoli di Giorgio assommano ad oltre 2000; di questi una rapida ricerca su Google Scholar ne fa trovare 450 dei quali articoli di tipo scientifico sono oltre 130. Purtroppo non riuscite a metterli in ordine temporale perchè probabilmente Giorgio non si era mai iscritto a Google Scholar che d’altronde è nato DOPO che lui era andato in pensione; comunque è una lettura utile a scandire la varietà di interessi che si sono susseguiti nel tempo.

Durante gli anni 80 viene eletto due volte in Parlamento per la Sinistra Indipendente prima come deputato nella IX legislatura (1983-87) e poi come senatore nella X (1987-92). Sono gli anni in cui si discute del nucleare e si vota il primo referendum antinucleare (1987) nel quale Giorgio costituisce un punto di riferimento degli antinuclearisti. D’altronde rimarrà tale anche nel corso del secondo referendum , quello del 2011. Quello fu un periodo eccezionale per la chimica italiana ripetto alla politica; erano in parlamento parecchi chimici fra i quali oltre Giorgio vale la pena di ricordare Enzo Tiezzi.

Nel 1995 va in pensione, ma continua la sua attività pubblicistica sia con libri che che sui quotidiani e sulle riviste.

Era stato nominato professore emerito, ed ottenne le lauree honoris causa in scienze economiche e sociali dall’Università del Molise e in economia e commercio dagli atenei di Bari e Foggia.

Personalmente ho conosciuto Giorgio in questa più recente fase della sua vita, perché era iscritto alla lista di discussione sulla merce regina, il petrolio, una lista che era stata messa su da Ugo Bardi quando aveva fondato l’associazione ASPO-Italia, per studiare il picco del petrolio. Non ci siamo mai incontrati di persona ma ci siamo sentiti varie volte; ovviamente non mi era sconosciuto, anzi avevo già letto molte cose scritte da lui fin da studente e mi sentivo un po’ imbarazzato a parlargli così come se fosse uno qualunque.

Giorgio come altri “grandi” che ho conosciuto era di una semplicità disarmante, rispondeva personalmente alle chiamate ed alle mails, non c’era alcun filtro col pubblico.

Aveva scoperto da solo che avevo un mio blog personale, sul quale esponevo le mie idee sullle cose del mondo e ovviamente le nostre idee politiche erano molto consonanti; subito mi propose di conservarne copia; era uno che conservava tutto, faceva copia di tutto; sembra che conservasse anche i biglietti del tram.

Mi battei con successo per farlo nominare socio onorario della SCI e gli proposi di collaborare col nascente blog della SCI; lui aderì con entusiasmo e fece subito varie proposte di successo, come la serie di articoli: Chi gli ha dato il nome? Dedicata a strumenti o dispositivi di laboratorio di cui ricostruì la storia; ed anche un’altra serie di post di successo è stata quella dedicata alla economia circolare; nei quali l’idea di base era che l’economia circolare non è una invenzione recente ma la riscoperta di qualcosa che l’industria chimica ha nel suo DNA.

Era poi una continua risorsa per la ricostruzione della Storia della Chimica nei suoi più disparati aspetti. A partire dalla storia del Parlamento italiano ovviamente e del ruolo che vi avevano avuto chimici come Avogadro e Cannizzaro.

Quando compì 90 anni ebbe una festa par suo, dunque condita di pubblicazioni varie ; la più interessante delle quali è la raccolta di suoi scritti

Un quaderno speciale di Altro900 con scritti di Giorgio si può scaricare da: http://www.fondazionemicheletti.eu/altronovecento/quaderni/4/AltroNovecento-4_Nebbia-Piccioni_Scritti-di-storia-dell-ambiente.pdf

Il testamento di Giorgio:

http://www.fondazionemicheletti.it/nebbia/sm-4014-lettera-dal-2100-2018/

Giorgio ci ha anche lasciato un testamento ed è un testamento particolare, uno scritto che è una sorta di piccolo romanzo di fantascienza ma anche scritto politico, ma anche novella breve ma anche lettera, una lettera dal futuro, la lettera dal 2100 in cui immagina di ricevere una lettera da chi ha vissuto e ormai digerito le gigantesche trasformazioni che stiamo vivendo. Scritta nel 2018 e pubblicata da Pier Paolo Poggio (a cura di), “Comunismo eretico e pensiero critico”, volume V, JacaBook e Fondazione Luigi Micheletti, p. 47-60, ottobre 2018, ve ne accludo qualche brano.

La crisi economica e ambientale dell’inizio del ventesimo secolo è dovuta e esacerbata dalle regole, ormai globalmente adottate, della società capitalistica basata sulla proprietà privata dei mezzi di produzione e sul dogma dell’aumento del possesso e dei consumi dei beni materiali. E’ possibile prevedere — come ci scrivono dall’inizio del XXII secolo — la trasformazione della società attuale in una società postcapitalistica comunitaria in grado di soddisfare, con le risorse naturali esistenti, una popolazione terrestre di dieci miliardi di persone con minore impoverimento delle risorse naturali e con minori inquinamenti e danni ambientali. …….. Nella società comunitaria i bisogni di ciascuna persona vengono soddisfatti con il lavoro a cui ciascuna persona è tenuto, nell’ambito delle sue capacità, nell’agricoltura, nelle industrie e nei servizi….

La inaccettabile differenza fra la ricchezza dei vari paesi, misurata in arbitrarie unità monetarie, che caratterizzava il mondo all’inizio del 2000 ha portato all’attuale revisione delle forme di pagamento delle merci e del lavoro, su scala internazionale, in unità fisiche, legate al consumo di energia, e al numero di ore di lavoro necessarie per ottenere ciascuna merce e servizio. Queste unità sono regolate su scala internazionale da una banca centrale comunitaria……

La transizione ha comportato una grande modifica della struttura dell’agricoltura e delle foreste, la principale fonte degli alimenti e di molti materiali da costruzione….

Ogni persona ogni anno, in media, ha bisogno di alimenti costituiti da circa 300 kg di sostanze nutritive (carboidrati, grassi, proteine animali e vegetali, grassi, eccetera) ottenibili con la produzione di circa 1000 kg/anno, circa 10 miliardi di tonnellate all’anno, di prodotti vegetali e animali. La coltivazione intensiva dei suoli, con forti apporti di concimi e pesticidi, è stata sostituita da coltivazioni di superfici di suolo adatte a fornire principalmente alimenti alle comunità vicine, con la prevalente partecipazione al lavoro dei membri di ciascuna comunità. Venuta meno la proprietà privata dei terreni agricoli si è visto che la superficie disponibile era largamente sufficiente a soddisfare i fabbisogni alimentari mondiali……

L’altra grande materia naturale essenziale per soddisfare i bisogni elementari umani è costituita dall’acqua: sul pianeta Terra, fra oceani e continenti, si trova una riserva, uno stock, di circa 1.400 milioni di chilometri cubi di acqua; la maggior parte è nei mari e negli oceani sotto forma di acqua salina, inutilizzabile dagli esseri umani; solo il 3 per cento di tutta l’acqua del pianeta è presente sotto forma di acqua dolce, priva o povera di sali, e la maggior parte di questa è allo stato solido, come ghiaccio, nei ghiacciai polari e di montagna; resta una frazione (circa 10 milioni di km3) di acqua dolce liquida che si trova nel sottosuolo, nei laghi, nei fiumi……

Una parte di questo fabbisogno è soddisfatto con l’acqua recuperata dal trattamento e depurazione delle acque usate, sia domestiche, sia zootecniche, grazie ai progressi in tali tecniche che permettono di ottenere acqua usabile in agricoltura e in attività non domestiche; si ottengono anche fanghi di depurazione dai quali è possibile ottenere per fermentazione metano usato come combustibile (contabilizzato come energia dalla biomassa)……

Operazioni che erano difficili quando grandi masse di persone abitavano grandi città lontane dalle attività agricole e che ora sono rese possibili della diffusione di piccole comunità urbane integrate nei terreni agricoli…….

Non ci sono dati sui consumi di acqua nelle varie attività industriali, alcune delle quali usano l’acqua soltanto a fini di raffreddamento e la restituiscono nei corpi naturali da cui l’hanno prelevata (fiumi, laghi) nella stessa quantità e soltanto con una più elevata temperatura (inquinamento termico)……

In particolari casi di emergenza acqua dolce viene ricavata anche dal mare con processi di dissalazione che usano elettricità, come i processi di osmosi inversa.

Dopo il cibo e l’acqua il principale bisogno delle società umane è rappresentato dall’energia che è indispensabile, sotto forma di calore e di elettricità, per produrre le merci, consente gli spostamenti, contribuisce alla diffusione delle conoscenze e dell’informazione e permette di difendersi dal freddo…….

Il programma delle nuove comunità è stato basato sul principio di graduale eliminazione del ricorso ai combustibili fossili, il cui uso è limitato alla produzione di alcuni combustibili liquidi e di alcune materie prime industriali in alcune produzioni metallurgiche, e nella chimica, e di contemporanea chiusura di tutte le centrali nucleari……

L’energia necessaria per le attività umane, 600 EJ/anno è principalmente derivata direttamente o indirettamente dal Sole.

Oggi è stato possibile contenere il fabbisogno di energia dei 10 miliardi abitanti del pianeta a 600 GJ/anno, con una disponibilità media di circa 60 GJ/anno.persona (equivalente a circa 18.000 kWh/anno.persona e ad una potenza di circa 2000 watt), e oscillazioni fra 50 e 80 GJ/anno.persona a seconda del clima e delle condizioni produttive. Questo significa che i paesi con più alti consumi e sprechi sono stati costretti a contenere tali consumi agli usi più essenziali, in modo da assicurare ai paesi più poveri una disponibilità di energia sufficiente ad una vita decente.

Una “società a 2000 watt” era stata auspicata già cento anni fa come risposta al pericolo di esaurimento delle riserve di combustibili fossili e alle crescenti emissioni di gas serra nell’atmosfera…….

Ai fini dell’utilizzazione “umana” dell’energia solare va notato subito che l’intensità della radiazione solare è maggiore nei paesi meno abitati; molti dei paesi che un secolo fa erano arretrati, hanno potuto uscire dalla miseria proprio grazie all’uso dell’energia solare; la società comunitaria ha così potuto contribuire a ristabilire una forma di giustizia distributiva energetica fra i diversi paesi della Terra, realizzando la profezia formulata due secoli fa dal professore italiano Giacomo Ciamician, “i paesi tropicali ospiterebbero di nuovo la civiltà che in questo modo tornerebbe ai suoi luoghi di origine“……..

La struttura economica della società comunitaria richiede molti macchinari e oggetti e strumenti che devono essere fabbricati con processi industriali. Questi sono diffusi nel territorio integrati con le attività agricole e le abitazioni; la loro localizzazione è pianificata in modo da ridurre le necessità di trasporto delle materie prime e dei prodotti a grandi distanze e da ridurre il pendolarismo dei lavoratori fra fabbriche e miniere e abitazioni……

Macchine e merci sono prodotte con criteri di standardizzazione che assicurano una lunga durata e limitata manutenzione. I processi industriali richiedono minerali, metalli, materie estratte dalla biomassa, prodotti chimici, e inevitabilmente sono fonti di rifiuti e scorie.

L’abolizione degli eserciti ha portato ad un graduale declino e poi estinzione delle fabbriche di armi ed esplosivi.

Mentre nella società capitalistica l’unico criterio che stava alla base della produzione industriale era la massimizzazione del profitto degli imprenditori, e tale obiettivo era raggiunto spingendo i cittadini ad acquistare sempre nuove merci progettate per una breve durata, tale da assicurare la sostituzione con nuovi modelli, nella società comunitaria la progettazione dei prodotti industriali è basata su una elevata standardizzazione e su una lunga durata di ciascun oggetto…….

Nella società comunitaria odierna la mobilità di persone e merci è assicurata in gran parte da trasporti ferroviari elettrici, con una ristrutturazione delle linee ferroviarie dando priorità alla mobilità richiesta dalle persone che vanno al lavoro e alle scuole.

Oggi è praticamente eliminato il possesso privato di autoveicoli e il trasporto di persone è assicurato dalle comunità sia mediante efficaci mezzi di trasporto collettivo elettrici, sia mediante prestito di autoveicoli di proprietà collettiva per il tempo necessario alla mobilità richiesta……..

Siamo alle soglie del XXII secolo; ci lasciamo alle spalle un secolo di grandi rivoluzionarie transizioni, un mondo a lungo violento, dominato dal potere economico e finanziario, sostenuto da eserciti sempre più potenti e armi sempre più devastanti. L’umanità è stata più volte, nel secolo passato, alle soglie di conflitti fra paesi e popoli che avrebbero potuto spazzare via la vita umana e vasti territori della biosfera, vittima della paura e del sospetto, è stata esposta ad eventi meteorologici che si sono manifestati con tempeste, alluvioni, siccità.

Fino a quando le “grandi paure” hanno spinto a riconoscere che alla radice dei guasti e delle disuguaglianze stava dell’ideologia capitalistica del “di più”, dell’avidità di alcune classi e popoli nei confronti dei beni della natura da accumulare sottraendoli ad altre persone e popoli.

Con fatica abbiamo così realizzato un mondo in cui le unità comunitarie sono state costruite sulla base dell’affinità fra popoli, in cui città diffuse nel territorio sono integrate con attività agricole, in cui l’agricoltura è stata di nuovo riconosciuta come la fonte primaria di lavoro, di cibo e di materie prime, un mondo di popoli solidali e indipendenti, in cui la circolazione di beni e di persone non è più dominata dal denaro, ma dal dritto di ciascuna persona ad una vita dignitosa e decente.

Questo è il sogno è il lascito di Giorgio.

Giorgio, grazie di essere stato con noi; questo augurio che ci fai, a noi che restiamo piace; non ti dimenticheremo; che la terra ti sia lieve!

Bibiliografia essenziale.

http://www.fondazionemicheletti.it/nebbia/

Il Ferro nello spazio

In evidenza

Diego Tesauro

Il ferro, l’elemento numero 26 della tavola periodica, è oggetto di studio per tutte le discipline dello scibile sia umanistiche che scientifiche.

Gioca infatti un ruolo centrale nella storia dell’evoluzione della società umana tanto da caratterizzare un’età millenaria (https://ilblogdellasci.wordpress.com/brevissime/il-ferro-ha-5000-anni/) della preistoria; è perno dell’economia, essendo la metallurgia, ancora oggi nell’era dei nuovi materiali, un importante settore strategico per l’industria manifatturiera.

La sua presenza ed i composti che forma con gli altri elementi della tavola periodica a maggior ragione coinvolgono tutte le discipline scientifiche dalla geologia, alla biologia, all’astronomia.

Questa centralità è sicuramente dovuta, oltre alle sue peculiari proprietà chimico-fisiche, all’abbondanza sulla Terra, costituisce infatti il 16% della massa del nostro pianeta (la maggior parte concentrata nel nucleo), e il 5% della crosta terrestre. Ma la presenza di questo elemento così elevata sulla Terra trova riscontro anche in una notevole abbondanza nello spazio essendo il settimo fra tutti gli elementi della tavola periodica. Come si spiega questa elevata quantità in un universo dove invece, abbondano i nuclei leggeri come l’idrogeno e l’elio?

Innanzitutto occorre ricordare che nei processi di fusione nucleare nei nuclei delle stelle con emissione di energia i nuclei degli atomi più leggeri fondono per generare elementi più pesanti. Le stelle di massa come il Sole o poco maggiore terminano la loro evoluzione generando elementi come il carbonio e l’ossigeno, mentre le stelle di grande massa (dalle 8 masse solari in su) terminano i loro processi di nucleosintesi proprio con il ferro, in particolare con l’isotopo 56. I processi di nucleosintesi, quindi, hanno come elemento terminale il ferro. Il ferro viene successivamente disperso nello spazio dalle esplosioni di supernova con le quali implodono le stelle quando hanno termine i processi di produzione di energia per fusione nucleare, rendendone ubiquitaria la sua presenza.

Nelle stelle, compreso il Sole, viene ritrovato dall’ ”impronta” lasciata nelle righe di assorbimento degli spettri elettromagnetici delle fotosfere. Nel sistema solare è abbondante negli asteroidi chiamati sideriti, oltre che nei pianeti rocciosi come appunto la Terra, Marte e Venere, dove la presenza è stata confermata con la spettroscopia Mössbauer. Più complessa è la possibilità di rilevare il ferro nello spazio interstellare (ISM). Rispetto a quanto previsto dai modelli, la quantità di ferro gassoso è particolarmente bassa. Evidentemente il ferro non si trova allo stato gassoso, ma in clusters o in composti di tipo molecolare. Clusters metallici di Fe di tutte le dimensioni <1 nm e nanoparticelle di dimensioni> 1 nm sono presenti nella polvere interstellare, ma sono stati rilevati in misura inferiore rispetto alle quantità di ferro previste dai modelli. I clusters svolgono una funzione importantissima nello spazio interstellare. Essi infatti tendono a legare atomi e strutture molecolari ricche di elettroni. Questa proprietà potrebbe giocare un ruolo importante nella sintesi di molecole organiche complesse a cominciare dagli idrocarburi policiclici aromatici (IPA) di cui ci siamo occupati In precedente intervento (https://ilblogdellasci.wordpress.com/2018/01/22/gli-idrocarburi-policiclici-aromatici-ipa-nello-spazio-qual-e-la-loro-origine/ ). In laboratorio, i clusters di Ferro sono noti per catalizzare la formazione di idrocarburi aromatici da acetilene (C2H2) a basse pressioni [1], suggerendo che potrebbero fare lo stesso nell’ISM reagendo con l’acetilene e formando catene di carbonio più lunghe. Le catene lunghe di carbonio, in particolare i poliini, (CnH2) per n >10 sono termodinamicamente instabili, e quelli contenenti più di nove carbonio non sono stati osservati nelle regioni di gas circumstellare o interstellare. Come possono allora stabilizzarsi per dar luogo a molecole organiche complesse?

Recentemente le ipotesi avanzate per una loro maggiore stabilità assegnano ai clusters di ferro questa capacità formando dei pseudocarbini Ferro la cui struttura è riportato nella figura [2].

Potrebbero quindi costituire quel anello mancante che possa giustificare il passaggio da catene di atomi di carbonio a molecole organiche complesse che sono state ritrovate nel mezzo interstellare come gli IPA ed il fullerene. Le ipotesi andrebbero suffragate da osservazioni. Un modello teorico, messo punto ultimamente, ha permesso di dimostrare che spettri infrarossi di molecole di poliini legate ai cluster di ferro non risultano modificati sensibilmente, ma cambiati solo nell’intesità. Pertanto il ferro potrebbe nascondersi nei gas circumstellari delle stelle AGB (https://it.wikipedia.org/wiki/Ramo_asintotico_delle_giganti); infatti un singolo atomo di ferro aggiunto a catene contenenti nove atomi di carbonio esaurirebbe l’abbondanza di Ferro in fase gas del 95%.. L’esaurimento del ferro sarebbe maggiore qualora le catene di carbonio fossero più corte o contenessero altri atomi di ferro. Pertanto il ferro sarebbe presente in modo elusivo e giocherebbe un ruolo fondamentale anche nello spazio interstellare per la chimica organica. In questo modo si affiancherebbe a quello già ipotizzato nella chimica pre-biotica, ad esempio nella formazione di molecole organiche come l’acetato e il piruvato a partire dal biossido di carbonio [3] o nel folding e nella catalisi della molecola di RNA nelle fasi primordiali della vita sulla Terra [4].

La Catena di carbonio e idrogeno collegata ad un cluster di Fe13 (gli atomi di ferro sono rappresentati in colore bruno-rossastro, il carbonio in grigio, l’idrogeno in grigio chiaro).

[1] P., Schnabel K. G, Weil, M.P. Irion. Proof of the Catalytic Activity of a Naked Metal Cluster in the Gas Phase Angewandte Chemie International Edition in English 1992, 31, 636-638. https://doi.org/10.1002/anie.199206361

[2] P. Tarakeshwar , P. R. Buseck, F. X. Timmes. On the Structure, Magnetic Properties, and Infrared Spectra of Iron Pseudocarbynes in the Interstellar Medium The Astrophysical Journal 2019, 879(2) (8pp) https://doi.org/10.3847/1538-4357/ab22b7

[3] S.J. Varma, K.B. Muchowska, P. Chatelain, J. Moran Native iron reduces CO2 to intermediates and end-products of the acetyl CoA pathway. Nature Ecology & Evolution 2018, 2, 1019–1024. https://doi.org/10.1038/s41559-018-0542-2

[4] S.S. Athavale, A.S. Petrov, C. Hsiao, D. Watkins, C.D. Prickett, J.J. Gossett, L. Lie, J.C. Bowman, E. O’Neill, C.R. Bernier, N.V. Hud, R.M. Wartell, S.C. Harvey, L.D. Williams. RNA Folding and Catalysis Mediated by Iron (II) PLOS 2012, 7(5) , e38024.https://doi.org/10.1371/journal.pone.0038024

Agricoltura urbana e ambiente delle città.

In evidenza

Luigi Campanella, già Presidente SCI

Il boom dell’agricoltura urbana è uno dei processi in atto nella nostra società moderna. Il Brooklyn Grange di New York è l’orto urbano più grande del mondo con fattorie urbane sui tetti dei palazzi in un ex cantiere navale della marina militare, ma anche in Italia ci sono importanti casi di orto urbano.

Brooklyn Grange, a one acre urban farm on top of industrial 6 story industrial building in the Long Island City neighborhood of Queens.

Da Bologna da considerare la prima città italiana in materia, a Palermo dove terreni coltivabili vengono affittati per allenarsi all’agricoltura biologica; da Venezia dove l’orto urbano è alla base di un progetto di rigenerazione del sito industriale di Marghera, a Torino dove nel quartiere Mirafiori Sud, ex Fiat, si è creato uno spazio per chi voglia dedicarsi all’agricoltura urbana e nell’area industriale del Parco Mennea sono stati messi a dimora 300 alberi,un orto collettivo ed una vigna; da Milano che ha riqualificato gli spazi degli scali ferroviari dismessi fino a Roma.

Quali gli stimoli a questa nuova tendenza?

Innanzitutto il recupero di aree potenzialmente contaminate, ex siti industriali, poi la voglia di verde nelle nostre città, dove questo colore spesso manca, ancora la convinzione che i processi naturali, come la crescita di vegetazione, siano correttivi dell’ambiente inquinato, infine la possibilità di disporre di matrici alimentari preziose e di qualità a portata di mano, a Km zero come oggi si dice, senza cioè i costi e l’inquinamento che il trasporto dai siti di produzione a quelli di consumo comporta. Diffusi ovunque dal centro alla periferia gli orti nascono in zone urbane e periurbane per consentire alle famiglie di dedicarsi ad essi in nome dell ‘autoproduzione e dell’autosufficienza.

https://www.architetturaecosostenibile.it/green-life/curiosita-ecosostenibili/coltivare-citta-orti-urbani-italia-551

Ci sono però anche valutazioni negative rispetto a questo tipo di interventi, prima fra tutte quella che considera l’orto urbano un parassita competitore e predatore dell’ambiente rurale. C’è poi il problema dell’inquinamento urbano che può divenire un pericolo per la qualità delle produzioni da parte di orti urbani. Da qui deriva l’esigenza di scegliere il sito di collocamento dell’orto e soprattutto la sua gestione quanto più bio possibile. Una riflessione riguarda il ruolo dei politici: che non pensino di risolvere con gli orti urbani il problema della qualità dell’aria urbana!

Se è vero che l’attività foto sintetica delle piante in luoghi inquinati migliora l’assorbimento di CO2 e che un albero può ridurre il particolato disperso nell’aria che lo circonda in una percentuale che va dal 7 al 24%, sarebbe però sbagliato demandare agli orti urbani l’intero problema, magari puntando sul fatto che camminare in città attraverso strade e piazze circondate da vegetazione lussureggiante modifichi il nostro umore in meglio, alzando il livello di criticità ed abbassando quello di criticismo.

Depuratore? No, bioparco!

In evidenza

Mauro Icardi

Generalmente le persone che non li conoscono, si fanno spesso idee particolari sugli impianti di depurazione. La più diffusa, come ho avuto modo di scrivere in passato, è quella che al termine del processo di trattamento l’acqua di uscita sia pronta per essere destinata all’uso potabile. Altre persone sono convinte che nei depuratori sia convogliata l’acqua dei fiumi, e non invece come avviene nella realtà quella degli scarichi fognari. Ma c’è una realtà inconsueta e particolare che voglio raccontare. Cioè la coabitazione tra addetti all’impianto, e comunità di animali di vario genere. Che è un aspetto che personalmente trovo molto interessante.

L’impianto dove lavoro si trova in una zona periferica di Varese, e nelle vicinanze vi sono diverse aree boschive. E anche l’area interna dell’impianto è piantumata, cosa che favorisce questo tipo di fenomeno.

Per iniziare partirei dai gabbiani. Nel periodo invernale, generalmente da Febbraio ad Aprile inoltrato, una colonia piuttosto numerosa di gabbiani reali si stabilisce in impianto.

In Italia la specie è sedentaria e nidificante. Uccelli che normalmente possiamo trovare in Sardegna, Sicilia, isole minori e coste dell’Alto Adriatico, dagli anni 70 ha colonizzato i grandi laghi interni, e tra questi il Lago Maggiore che da Varese dista pochi chilometri. Il gabbiano reale si nutre prevalentemente di pesce, ratti, animali morti e scarti dell’alimentazione umana. Da alcuni decenni i gabbiani reali hanno imparato a trovare cibo nelle discariche urbane, ma prelevano i rifiuti anche direttamente dai cassonetti dell’immondizia. Tra le loro prede vi sono anche altri uccelli, come storni e rondoni, che catturano in volo, o che prelevano dai nidi. Nidificano a terra su isolotti e anche su manufatti, in particolare sui tetti in città, dove trovano grandi quantità di cibo e assenza di predatori. Quindi in impianto possono svolgere egregiamente il loro ruolo di “netturbini”. In effetti lo stormo si posiziona quasi sempre nella zona di sedimentazione primaria.

Sopra la nostra testa volteggiano spesso anche diversi esemplari di poiane. Normalmente circa sei esemplari. E nel mese di febbraio vi è un visibile ed evidente affollamento di volatili. Gabbiani e poiane si dividono il territorio e le prede.

Restando in tema ornitologico un nutrito gruppo di rondini staziona invece nella zona della vasca di disinfezione. Occupandosi di liberarci dagli insetti. Svolgono il loro servizio di disinfestazione con molta costanza. Rivederle ogni anno ritornare è per me motivo di gioia.

In impianto ci sono vaste aree di prato. Ed è per questa ragione che per esempio spesso fanno capolino i fagiani. In questa foto un esemplare di femmina.

Non ho rinvenuto né nido né uova, ma l’animale si è trovato a proprio agio. I fagiani, hanno abitudini stanziali e sono soliti vagare per campi, prati e pianure fertili; difficilmente si inoltrano all’interno di foreste.

Per chiudere la parte dedicata ai volatili un altro uccello che vediamo piuttosto frequentemente è l’airone cenerino.

In effetti è possibile oramai vedere esemplari di Airone cenerino anche lungo le autostrade. Soprattutto al nord, lungo i fiumi della Pianura Padana, dove sono concentrate molte delle sue colonie, ma anche tra le risaie del Piemonte e della Lombardia. Il nostro esemplare qui è ritratto nella zona di ricezione delle acque reflue, ma molto spesso si appollaia con aria regale su un albero di pino domestico che è vicino al cancello d’ingresso principale. La nostra esperienza di ornitologi amatoriali ci ha consentito negli anni di recuperare, e di portare nel centro di recupero della fauna selvatica gestito dal WWF nell’oasi di Vanzago, due esemplari di uccelli molto belli e particolari. Uno svasso maggiore, e un albanella minore. Entrambi feriti sono stati recuperati e rimessi in libertà. Cosa che ci ha fatto davvero molto piacere.

Veniamo ora ai conigli selvatici. In impianto sono molto comuni.

Sono come delle mascotte. I colleghi che si occupano della manutenzione esterna, quando sono impegnati nel taglio erba sono sempre molto attenti a non disturbare gli animali, nell’epoca in cui ci sono le nidiate.

La precauzione è di fatto inutile. Il coniglio selvatico ha un alto tasso di natalità, anche se nel nostro caso non ne siamo invasi. Rinveniamo spesso le entrate dei cunicoli che le bestiole scavano. A volte questi cunicoli sono sistemi estesi e complessi, ma nel nostro caso la coabitazione è serena. Per altro i conigli aiutano la gestione del taglio erba! Ne possono trovare in abbondanza.

Nella foto si intravede la coda bianca dell’esemplare. Una conferma del fatto che si tratti di coniglio selvatico autoctono. E pur vero che in provincia di Varese, come del resto in tutta Italia, questa specie competa con quella della minilepre (silvilago orientale) di origine Nordamericana. La minilepre venne introdotta a scopo venatorio. E come molte altre specie alloctone può dare luogo a pesanti squilibri nell’equilibrio ecologico locale.

A proposito di specie alloctone, presso un impianto di depurazione più piccolo, situato in prossimità del Lago di Varese ho avuto un incontro con il famigerato Gambero della Louisiana.

Questi animali sono piuttosto comuni in questa zona. Purtroppo anche a causa della loro introduzione, insieme alla diminuzione della qualità ecologica di alcune acque superficiali, stanno soppiantando il gambero di fiume autoctono. In Italia, attualmente, il gambero di fiume è in forte rarefazione e rimane confinato in zone limitate; in genere si tratta di zone poco o per nulla antropizzate, dalle acque pulite e ben ossigenate. In Italia la sua presenza è stata recentemente segnalata in alcuni torrenti abruzzesi e nel bacino del Bussento, in provincia di Salerno. Il gambero d’acqua dolce ha sostenuto per secoli, almeno in parte, molte comunità contadine. Soprattutto in alcune aree del Veneto, era considerato “cibo povero, buono, per ingannare la fame e non per saziarla“.
Era talmente numeroso che anche i più piccoli riuscivano facilmente a catturarlo senza difficoltà. Qualsiasi attrezzo era adatto per catturarlo, un barattolo, un catino, un pezzo di rete. Di gamberi di fiume mi raccontava anche mio padre, che era solito catturarli nei piccoli rii della zona del basso Monferrato. Nel 1859 – 1860 in Lombardia, venne descritta per la prima volta la “peste del gambero“, associata al fungo Aphanomyces astasci, importato involontariamente dal nord America insieme al gambero Orconectes limosus (Rafinesque, 1871). Quest’ultimo, resistente all’infezione, trasferì come portatore sano la malattia alla specie italica, che venne immediatamente decimata. Il gambero della Louisiana venne importato anche per sopperire a questa decimazione, in quanto si riproduce facilmente, ed altrettanto facilmente può essere allevato. Introdotto a scopo commerciale in Toscana è sfuggito al controllo degli allevamenti, diffondendosi velocemente anche nella zona del Varesotto. E non a caso proprio l’immagine di un gambero della Louisiana è stata utilizzata per il manifesto di una mostra naturalistica allestita lo scorso anno in primavera presso i Musei Civici di Villa Mirabello a Varese. La mostra si occupava proprio della proliferazione di specie alloctone in Italia.

Per chiudere questa rassegna, non certamente esaustiva, in quanto si potrebbe parlare di altri animali che sono diventati “inquilini” dell’impianto e che sono utili (mi riferisco alla biscia d’acqua ), è arrivato il momento di parlare degli anfibi.

Mi sono molto appassionato a questa specie di animali. Le specie appartenenti agli anfibi sono tra le più minacciate. Si calcola che delle 85 specie europee il 60% circa sia in rapido declino come numero di esemplari e la situazione italiana sarebbe tra le più gravi dal momento che l’Italia ospita un maggior numero di specie complessivo. Sono animali in pericolo per una serie di ragioni (tra le quali la bonifica delle zone acquatiche, la deforestazione, l’inquinamento diffuso.) Quando ci siamo resi conto che vi erano degli esemplari di rana italica in alcune vasche non utilizzate dell’impianto, abbiamo cercato di creare per loro un habitat dove potessero trovarsi a loro agio.

Questa foto ritrae un esemplare posizionato sopra un asse di legno. L’asse permette alla rana di fuoriuscire da una vasca di contenimento non più utilizzata che si è riempita di acqua, per poi potervi fare ritorno se necessario.

Allo stesso modo, in una vasca di accumulo che si utilizza in caso di forti precipitazioni piovose (evento tutt’altro che raro di questi tempi), abbiamo creato delle isole artificiali per questi simpatici anfibi, per fare in modo che vi si possano issare per riposarsi.

Come si può vedere, il depuratore dove lavoro si è trasformato in una specie di oasi per alcuni animali. O in una specie di bioparco.

Ho sempre pensato che sia importante proteggere la biodiversità. E la foto che segue è una di quelle che sono riuscito a scattare con molta pazienza, ma che mi ha dato molta soddisfazione.

E’ scattata all’interno della vasca di contenimento, quella in cui abbiamo predisposto la via di uscita. Mi sono sentito per un attimo come un fotografo del National Geographic. Per altro sono anche l’addetto al salvataggio delle lucertole che incautamente riescono ad entrare nell’ufficio del Laboratorio. Le recupero su un foglio di carta da filtro, poi delicatamente le libero nel prato adiacente. E invariabilmente mi viene in mente l’operazione che Primo Levi faceva con i ragni, descritta in “Fosforo” ne “Il sistema periodico”.

Mi chiamava ad espellere un ragnetto dal suo banco di lavoro (non dovevo però ammazzarlo, ma metterlo in un pesafiltri e portarlo fuori nell’aiuola), e questo mi faceva sentire virtuoso e forte come Ercole davanti all’Idra di Lerna, ed insieme tentato, perché percepivo la intensa carica femminile della richiesta.

Da Fosforo, Primo Levi

Tutto questo non è in conflitto con quello che faccio, anzi il contrario. Prendersi cura di questi animali è uno stimolo maggiore per occuparsi di depurazione con impegno e passione. E questi “inquilini” me lo ricordano ogni giorno.

Elementi della tavola periodica: Manganese, Mn.

In evidenza

Rinaldo Cervellati

 

Il manganese (Mn) è l’elemento n. 25 della Tavola Periodica. Non si trova libero in natura ma combinato in alcuni minerali, il più importante dei quali è la pirolusite, costituita essenzialmente da biossido di manganese (MnO2). Importante è anche la romanechite (ossidi di manganese e idrossido di bario), costituente principale dello psilomelano, che è un insieme di minerali.

Altri minerali di manganese economicamente importanti mostrano solitamente una stretta associazione con minerali di ferro.

Pirolusite

Diversi ossidi di manganese, ad esempio la pirolusite, abbondante in natura, furono usati come pigmenti sin dall’età della pietra. Le pitture rupestri di Lascaux (Francia), datate fra 30.000 e 24.000 anni fa, contengono pigmenti a base di manganese.

Pitture rupestri a Lascaux (Francia)

L’origine del nome manganese è alquanto complessa. Nell’antichità, due minerali neri provenienti dalla regione detta Magnesia (oggi situata in Grecia) erano entrambi chiamati magnes dal loro luogo di origine, ma avevano caratteristiche e proprietà molto diverse. Il magnes definito maschile di colore grigio scuro con venature rossastre attirava il ferro (si trattava del minerale di ferro ora noto come calamita o magnetite, da cui probabilmente l’origine del termine magnete). Il magnes detto femminile di colore nero non attraeva il ferro, ma era usato per colorare il vetro. Questo magnes femminile era la pirolusite. Né questo minerale né il manganese elementare sono magnetici.

Composti di manganese sono stati usati da vetrai egiziani e romani, sia per aggiungere sia per rimuovere il colore dal vetro. L’uso di questi composti come “sapone per vetrai” è proseguito nel Medioevo fino ai tempi moderni ed è evidente nel vetro trecentesco di Venezia.

Nel 16° secolo la pirolusite era chiamata manganesum dai vetrai, forse come concatenazione di due parole, poiché alchimisti e vetrai dovevano differenziare fra magnesia nigra (il minerale nero) e magnesia alba[1] (un minerale bianco, proveniente anche esso dalla Magnesia, utile anche nella produzione del vetro). Michele Mercati[2] chiamò manganesa la magnesia nigra, in seguito il metallo isolato da essa divenne noto come manganese (in tedesco: Mangan).

Nel 18° secolo diversi chimici, fra i quali Carl Wilhelm Scheele, identificarono importanti composti del manganese, come ad es. il permanganato di potassio, usato come antisettico, e scoprirono che facendo reagire il biossido di manganese con l’acido muriatico (acido cloridrico) si otteneva il cloro. Tutto ciò fece supporre che i composti del manganese dovessero contenere un nuovo elemento, ma il merito di averlo isolato per primo va allo svedese Johan Gottlieb Gahn[3] che lo ottenne arrostendo la pirolusite con carbone (in termini chimici riducendo il biossido di manganese con carbonio: MnO2 + C ® Mn +CO2).

Manganese metallico

Il manganese con le sue 1000 ppm (0.1% ca.) occupa il 12° posto per abbondanza fra gli elementi chimici nella crosta terrestre. Il suolo contiene 7-9000 ppm di manganese con una media di 440 ppm. L’acqua di mare ha solo 10 ppm di manganese e l’atmosfera ne contiene 0,01 μg/m3.

Le risorse terrestri sono grandi ma distribuite in modo irregolare. Circa l’80% delle riserve di manganese conosciute nel mondo si trovano in Sud Africa; altri importanti depositi sono in Ucraina, Australia, India, Cina, Gabon e Brasile.

Distribuzione delle risorse di manganese (minerali), 2006

Secondo la stima del 1978, il fondo oceanico conterrebbe 500 miliardi di tonnellate di noduli di manganese. I tentativi di trovare metodi economicamente validi per la raccolta di questi noduli furono abbandonati negli anni ’70.

In Sud Africa la maggior parte dei depositi identificati si trova vicino a Hotazel nella Provincia di Northern Cape, con una stima (2011) di 15 miliardi di tonnellate. Nel 2011 il Sudafrica ha prodotto 3,4 milioni di tonnellate di manganese, superando tutte le altre nazioni.

Il manganese metallico si ottiene ancor oggi per riduzione del suo diossido. Come riducente però non si usa più il carbone ma una miscela di gas idrogeno e monossido di carbonio che fornisce sia il calore necessario (il processo avviene a 850 °C) sia l’opportuno riducente. Il diossido di manganese si riduce a monossido (MnO), che viene raffreddato e opportunamente frantumato. Questo composto viene poi inviato a un reattore che riduce ulteriormente il monossido di manganese a manganese metallico per reazione con solfato ferroso in ambiente acido. Il rendimento del processo è del 92%.

Il metallo può essere ulteriormente purificato per via elettrolitica.

Il manganese è essenziale per la produzione di ferro e acciaio per le sue proprietà desolforanti, deossigenanti e leganti.

La produzione dell’acciaio e altre leghe ferrose assorbe attualmente dall’85% al 90% della produzione mondiale di manganese: fra le altre cose, il manganese è un componente chiave per gli acciai inossidabili a basso costo e per alcune leghe di alluminio di largo impiego.

Piatti e lastre in manganese sono utilizzati durante la costruzione o riparazione di un tipo di impianti di sabbiatura chiamati granigliatrici, dotati di motori elettrici collegati a speciali turbine che sparano graniglia metallica ad alta velocità sabbiando il pezzo. Il manganese è più resistente del ferro durante il processo di sabbiatura e risulta essenziale per la longevità dell’impianto.

Il manganese può assumere tutti gli stati di ossidazione da +1 a +7 sebbene i più comuni siano +2, +3, +4, +6 e +7. Agli stati di ossidazione più bassi funziona chimicamente come metallo formando ossidi basici (es. MnO), a quelli più alti funziona da non metallo fornendo ossidi acidi, come nei permanganati del cui sale di potassio si è già detto.

Il biossido di manganese (MnO2) è stato ampiamente utilizzato nelle batterie “a secco” zinco-carbone[4]. Lo stesso materiale funziona anche nelle più recenti batterie alcaline, che utilizzano la stessa reazione di base, ma una diversa miscela di elettroliti. Nel 2002 sono state utilizzate più di 230.000 tonnellate di biossido di manganese per questo scopo e sono attualmente in continuo aumento causa lo sviluppo delle auto elettriche.

Il monossido di manganese (MnO) è un pigmento marrone che si usa per vernici e si trova nelle terre naturali (ad esempio nella terra di Siena e nella terra di Siena bruciata ).

Composti del manganese si usano anche per togliere la tinta verdastra conferita al vetro dalle impurezze di ferro; a concentrazioni molto alte donano al vetro un colore violetto.

In chimica organica sono utilizzati come catalizzatori in molte sintesi.

Il riciclo degli scarti degli acciai e delle altre leghe non ferrose contenenti manganese procede come descritto nei precedenti post sul nickel e il cobalto, il metallo riciclato è riutilizzato nell’industria siderurgica. Per coloro particolarmente interessati ai dettagli del riciclaggio dei metalli dagli scarti di tale industria si rimanda al volume curato da Scott Sibley [1].

Il riciclo del manganese dalle batterie alcaline al litio per auto elettriche è più complicato perché lo si deve separare da litio, nickel e cobalto. Illustriamo qui il procedimento messo a punto da una nota fabbrica tedesca di automobili [2]. Con riferimento alla figura:

Riciclaggio manganese da batterie al litio

da ciascun elemento del sistema di batterie si tolgono dapprima i cavi elettronici da cui vengono separati alluminio e rame dall’acciaio, il corpo del modulo viene invece flottato e triturato poi asciugato e infine setacciato fino a ottenere una polvere nera contenente il manganese insieme a litio, nickel e cobalto. Questi metalli vengono poi separati singolarmente con un procedimento idrometallurgico.

In vista della costante diminuzione delle risorse minerarie e del contemporaneo aumento del consumo globale di manganese, lo sviluppo di tecnologie rispettose dell’ambiente per la ricerca di fonti alternative di Mn ha acquisito grande importanza. Il recupero dai residui minerari o metallici utilizzando gli approcci convenzionali è poco remunerativo a causa degli elevati costi di gestione e di energia coinvolti. Il recupero di Mn mediante biolisciviazione con diversi microrganismi può quindi diventare una valida alternativa verde alle attuali tecniche pirometallurgiche. La biolisciviazione è un complesso di operazioni che si compiono su materiali misti, contenenti metalli e altro materiale, al fine di portare in soluzione i metalli, lasciando come residuo indisciolto la porzione non metallica. La trasformazione è lenta se si usano reagenti inorganici (ad es. acidi), mentre è fortemente accelerata se alla soluzione acida si aggiungono particolari organismi, battéri o funghi. La biolisciviazione batterica è principalmente dovuta a influenza enzimatica, mentre quella fungina non è enzimatica.

Schema del meccanismo generale della biotrasformazione batterica intracellulare di Mn [3]

Una rassegna su questa interessante prospettiva “verde” per lo sfruttamento degli scarti di miniera e il riciclo del manganese è stata pubblicata da S. Gosh et al. [3].

Il manganese è un elemento essenziale per l’organismo umano. È presente come coenzima in diversi processi biologici, tra cui il metabolismo dei macronutrienti, la formazione delle ossa e i sistemi di difesa dai radicali liberi. È un componente fondamentale in dozzine di proteine ed enzimi. Il corpo umano contiene circa 12 mg di manganese, principalmente nelle ossa, il rimanente è concentrato nel fegato e nei reni. Nel cervello umano il manganese è legato a metalloproteine, in particolare la glutammina sintetasi negli astrociti[5].

L’enzima Mn-Superossido dismutasi (Mn-SOD) è il tipo di SOD presente nei mitocondri delle cellule eucariote, ma anche nella maggior parte dei batteri. Questo enzima è probabilmente uno dei più antichi, poiché quasi tutti gli organismi che vivono in presenza di ossigeno lo usano per affrontare gli effetti tossici del superossido (O2), formato dalla riduzione del normale ossigeno molecolare (O2).

Cioccolato fondente, riso, noci, pasta e farina contengono discrete quantità del minerale, ma anche tutta una serie di aromi, dallo zafferano al prezzemolo, al basilico [4].

Negli Stati Uniti le dosi giornaliere raccomandate variano dai 1,2 ai 2,3 mg/giorno per i maschi ai 1,2 – 1,8 mg/giorno per le femmine a seconda dell’età. Per le donne incinte e i lattanti le dosi sono aumentate a 2 e 2,6 mg/giorno di manganese. In Europa la dose media raccomandata per individui maggiori di 15 anni è di 3,0 mg/giorno, che è pure quella consigliata per le donne incinte. Per bambini e ragazzi da 1 a 14 anni le dosi vanno da 0,5 a 2,0 mg/giorno.

Casi di deficienza da manganese sono comunque molto rari.

I composti di manganese sono meno tossici di quelli di altri metalli come il nickel e il rame.  Tuttavia, l’esposizione a polveri e fumi di manganese non deve superare il valore massimo di 5 mg/m 3 anche per brevi periodi a causa del suo livello di tossicità. L’avvelenamento con manganese è stato associato a compromissione delle capacità motorie e a disturbi cognitivi.

A livelli di 500 mg/m3 il manganese diventa molto pericoloso per la salute e la vita.

Il manganese è importante anche nell’evoluzione fotosintetica dell’ossigeno nei cloroplasti delle piante. Per soddisfare il fabbisogno, la maggior parte dei fertilizzanti vegetali ad ampio spettro contiene manganese.

Infine un accenno al ciclo biochimico, ricordando anzitutto che con questo termine, tipico delle Scienze della Vita e della Terra e dell’Ecologia, si intende il percorso attraverso il quale una sostanza chimica si muove attraverso compartimenti biotici (biosfera) e abiotici (litosfera, atmosfera e idrosfera) della Terra. Nella figura è mostrata parte del ciclo dei macronutrienti e dei micronutrienti (oligoelementi) che comprende anche il manganese.

Ciclo biogeochimico schematico di macro e micronutrienti

Come ricordato più volte in questo blog molti cicli biogeochimici sono attualmente studiati per la prima volta poiché i cambiamenti climatici e l’impatto delle attività umane stanno cambiando drasticamente la velocità, l’intensità e l’equilibrio di questi cicli relativamente poco conosciuti.

Per chi volesse saperne di più, rimando alla citazione [5].

Opere consultate

https://en.wikipedia.org/wiki/Manganese

Bibliografia

[1] S. F. Sibley (Ed.), Flow Studies for Recycling Metal Commodities in the United States., U.S. Geological Survey, Reston, Virginia, 2004.

[2] https://www.volkswagen-newsroom.com/en/stories/lithium-to-lithium-manganese-to-manganese-4662

[3] S. Gosh et al., A greener approach for resource recycling: Manganese bioleaching., Chemosphere, 2016, 154, 628-639.

[4] http://www.dietabit.it/alimenti/manganese/

[5] V. Cilek (a cura di), Earth System: History and Natural Variability – Volume IV, UNESCO-EOLSS, 2009, pp. 229-249.

[1] Il nome magnesia fu infine usato per riferirsi solo alla bianca magnesia alba (ossido di magnesio), che fornì il nome di magnesio per l’elemento libero quando fu isolato più di trenta anni dopo, precisamente nel 1808 da Humphrey Davy.

[2] Michele Mercati (1541 – 1593) medico italiano, fu sovrintendente dell’Orto Botanico Vaticano sotto i papi Pio V, Gregorio XIII, Sisto V e Clemente VIII. Fu uno dei primi studiosi a riconoscere gli strumenti di pietra preistorici come oggetti creati dall’uomo piuttosto che pietre naturali o mitologiche.

[3] Johan Gottlieb Gahn (1745 – 1818), chimico e metallurgista svedese, isolò il manganese metallico nel 1774. Dieci anni dopo fu nominato membro dell’Accademia Reale Svedese delle Scienze.

[4] Dette anche pile Leclanché, dal nome del loro inventore nel 1866. Il biossido di manganese impastato con cloruro d’ammonio funge da accettore di idrogeno nelle reazioni che avvengono al catodo di zinco. La barretta di carbone funge unicamente come trasportatore di elettroni.

[5] Gli Astrociti sono caratteristiche cellule a forma di stella presenti nel cervello e nel midollo spinale. Svolgono molte funzioni, tra cui il supporto biochimico alle cellule endoteliali che formano la barriera emato-encefalica, la fornitura di sostanze nutritive al tessuto nervoso, il mantenimento dell’equilibrio degli ioni extracellulari e un ruolo nel processo di riparazione e cicatrizzazione del cervello e del midollo spinale dopo trauma o lesioni.

Dalle forze di van der Waals all’adesione.2. Perchè il ghiaccio è scivoloso?

In evidenza

Claudio Della Volpe

Nella prima parte di questo post abbiamo affrontato il tema di esprimere le forze di van der Waals fra molecole di gas reali nel contesto quantistico e soprattutto tenendo conto della velocità finita con cui i campi si propagano; questo ci ha fatto concludere che le forze di van der Waals in questo contesto sono definibili come forze di Casimir-Polder e il loro comportamento ha a che fare con la natura più intima della materia e dello spazio-tempo (l’energia di punto zero).

In questa seconda parte introdurremo un secondo punto di vista quello macroscopico; ossia invece di ragionare a partire dall’interazione fra due molecole o atomi ragioneremo sull’interazione fra corpi macroscopici, cosa che ha enorme importanza nei casi concreti.

Già Casimir aveva introdotto questo punto di vista col suo effetto, noi ripartiremo dalle forze non ritardate, ossia nella versione vdW. E cercheremo conferme macroscopiche di questi effetti e di queste forze.

Introduciamo qui un’idea molto produttiva che è quella della cosiddetta pressione interna.

La equazione di van der Waals è come detto la seguente:

il termine additivo sulla pressione, +a/V2 che la riconduce ad un comportamento ideale, quanto vale in un caso comune?

Ricordate che la pressione interna è la quantità da aggiungere al valore sperimentale, che si oppone a quella “tradizionale”, che ne riduce il valore “ideale” dunque è una pressione in effetti negativa.

Usando i valori tabulati che sono espressi in kPa L2 e considerando di avere 1 mole di vapor d’acqua a c.n. con un volume dunque di 22.4 litri circa, il risultato sarà dell’ordine di 1000 Pa (per la precisione 1102Pa), dunque l’1% della pressione totale (1atm = 101.325Pa).

Stimiamo la stessa quantità nell’acqua liquida o nel ghiaccio, ossia in fase condensata.

Qui potremmo usare una delle più belle equazioni della termodinamica classica.

Partendo dal primo principio:

dU=TdS-pdV

deriviamo contro il V a T costante

(dU/dV)T=T(dS/dV)T-p

ed infine ricordando le famose relazioni di Maxwell (le relazioni fra derivate seconde) sostituiamo la derivata a destra ottenendo

(dU/dV)T =pressione interna=T(dp/dT)V-p

Questa quantità si trova tabulata in letteratura (J. Chem. Phys. 13, 493 (1945); doi: 10.1063/1.1723984 ) ed ha un valore che si aggira per la maggior parte dei liquidi attorno a 0.2-0.7 GPa, circa 1 milione di volte più alta che nei gas.

E questa è già una bella osservazione che è espressa nel grafico qui sotto estratto da un classico della teoria cinetica

lNTRODUCTlON TO THERMODYNAMicS AND KlNETlC THEORY O f MATTER: Second Edition A. I. Burshstein Copyright@ 2005 WILEY-VCH

A sinistra il confronto fra pressione mozionale o traslazionale ed interna in un gas e a destra in un solido o liquido. La differenza fra la pressione traslazionale o mozionale e quella interna è uguale alla pressione sperimentale. In un gas la pressione traslazionale è poco più grande di quella interna, ed entrambe sono piccole; in una fase condensata invece, a destra entrambe sono grandi e quella traslazionale è ancora di poco più grande di quella interna. I valori finali di p sperimentale sono uguali ma sono il risultato di due differenze molto “diverse” tra loro, due numeri piccoli nei gas e due numeri grandi in fase condensata.

Questa grandezza, la pressione interna, correla bene, linearmente con altre quantità; per esempio se mettiamo in grafico la pressione interna e la tensione superficiale dei liquidi troviamo un ottimo accordo:

La pressione interna “strizza” il liquido o il solido comprimendone la superficie, che dall’altro lato non ha molecole che bilancino la pressione interna e ne ispessisce la superficie esterna, costruendo una sorta di membrana, che dà luogo all’effetto di tensione superficiale. Questa membrana era stata immaginata già da Thomas Young nel 1804.

E’ la membrana che appare visibile quando un insetto come l’idrometra (Hydrometra stagnorum) “schettina “ sull’acqua.

Nel grafico di pressione interna e tensione superfciale, come si vede, l’acqua costituisce un’eccezione, un outlier, è fuori linea, poi vedremo perchè.

Prima però ragioniamo sulle conseguenze degli effetti di questa pressione interna. Se consideriamo il diagramma di fase dell’acqua, vediamo che a questo valore di pressione (0.17GPa) e alla temperatura attorno allo zero, fino a quasi -38°C, l’acqua è liquida (la protuberanza a becco verde fra i ghiacci II, III, V e VI).

Questo fa capire una conseguenza importante; la pressione interna esercitata dal bulk dell’acqua nei confronti della propria superficie, la altera profondamente. Il ghiaccio (che ha una densità minore dell’acqua liquida) non resiste a questa pressione così elevata e fonde assumendo una distribuzione molecolare a maggiore densità, come mostrato nel grafico seguente, ottenuto per via numerica e confermato da varie misure sperimentali.

Quindi la superficie del ghiaccio o della neve fra 0 e -38°C possiede un sottile strato di acqua liquida; questo strato ha uno spessore variabile, decrescente con la temperatura; questo strato, che esiste si badi bene senza effetto di pressione esterna, è quello che permette di sciare, pattinare, schettinare o fare curling. Quando esso scompare, sotto -38°C il ghiaccio aumenta bruscamente il suo attrito e non si riesce più a sciare.

La comune interpretazione che sciare o pattinare si può grazie all’effetto del peso del pattinatore sui pattini funzionerebbe solo a 1°C sotto zero, ma non più giù, perchè nessun pattinatore o sciatore pesa abbastanza da esercitare una pressione sufficiente, le forze di attrazione intermolecolari si.

Prendete un pattinatore da 80 kg e mettetelo su un paio di pattini con un coltello da 5cm2 (25cm per 2mm di spessore), la pressione sarebbe di 8000N/0.001m2=8MPa solamente.

Per verificare se bastano usiamo la equazione di Clausius Clapeyron che ci da l’aumento di temperatura di fusione per un certo aumento di pressione.

la variazione fra il volume del ghiaccio e dell’acqua per un kg è 0.0905 litri (d=0.917) il calore latente di fusione è 3.33×105 J/kg.

273x-0.0905×10-3 x 8000000 /3.33×105 = -0.59°C. Quindi fino a -0.59°C bastano e poi?

E a t più basse? No non si pattina o si scia per questo effetto, come si crede comunemente.

http://physicspages.com/pdf/Schroeder/Schroeder%20Problems%2005.32.pdf

In questo bell’articolo (Why ice is slippery,2005 Physics today, p.50) una serie di approfondimenti (https://physicstoday.scitation.org/doi/full/10.1063/1.2169444 )

Il fatto che la superficie del ghiaccio possedesse un film di acqua era stato notato da Faraday (M. Faraday, Experimental Researches in Chemistry and Physics, Taylor and Francis, London (1859), p. 372. 
) con un esperimento elegantissimo che faceva attaccare due sfere di ghiaccio al semplice contatto (regelation)

Questo fenomeno costituì oggetto di discussione fra Faraday, J.J. Thomson, quello del plum-pudding model dell’atomo e che non ci credeva e perfino Gibbs, che ci credeva. Ed è stato poi confermato varie volte, per esempio in questo bel lavoro del 1954 di Nakaja e Matsumoto che riproducono l’esperimento di Faraday.

O in quest’altro di Hosler o in molte analisi fatte con i raggi X sulla lunghezza di legame nelle molecole di superficie.

Hosler, R. E. Hallgren, Discuss. Faraday Soc. 30, 200 (1961); C. L. Hosler, D. C. Jensen, L. Goldshlak, J. Meteorol. 14, 415 (1957).

Questo effetto che si potrebbe definire “fusione superficiale”, surface melting, è presente anche in altre sostanze: J. W. M. Frenken, J. F. van der Veen, Phys. Rev. Lett. 54, 134

(1985) e produce in esse una superficie intrinsecamente scivolosa.

Finisco il post notando che la formula usata prima per calcolare la pressione interna dà comunque un risultato che fa pensare, in quanto l’acqua, nella quale la tensione superficiale è più forte, ma nella quale la correlazione con la pressione interna viene meno, in questo si assomiglia ad altri liquidi con legami idrogeno e ci dà l’indicazione che qualcosa non torna.

Questa osservazione l’aveva fatta alcuni anni fa il compianto H.S. Frank (famoso per la bibbia sull’acqua, Water in 7 voll) (J. Chem. Phys. 13, 493 (1945); doi: 10.1063/1.1723984 ); l’acqua ed in genere le molecole lontane da una forma “ideale” semplice, sferica sono situazioni in cui una parte dell’energia libera del sistema è catturata da gradi di libertà “non manifesti”. Se usate questa stima della pressione interna l’acqua sembra peggio del pentano per esempio, il che è strano davvero. Molecole come gli idrocarburi senza forti interazioni specifiche sembrano avere la stessa pressione interna dell’acqua e dunque le stesse forze di interazione. Fatto che fa sorgere dubbi.

Per questo motivo la grandezza in questione, la pressione interna di un liquido si potrebbe stimare altrimenti, usando un’altra quantità: la energia di coesione o densità di energia di coesione (ced), ossia l’entalpia di vaporizzazione (oppure la somma di entalpia di vaporizzazione e fusione)per unità di volume. Il confronto fra i due tipi di dato è fatto per esempio da Y. Marcus (Internal Pressure of Liquids and Solutions, Yizhak Marcus, 2013 Chem. Rev.)

Una energia per unità di volume è equivalente dimensionalmente ad una forza per unità di superficie e dunque ad una pressione!!

U/V=Fxl /(lxS) dunque dividendo per l entrambi, numeratore e denominatore si ha una pressione! Per i liquidi “normali” diciamo senza legami idrogeno, le due quantità sono molto simili, ma in quelli con legami idrogeno, no; i legami idrogeno non sono forze di van der Waals e hanno effetti diversi. Ricordatelo, ci servirà per i prossimi post.

Per l’acqua questo valore è di circa 2.3 GPa, allo stato liquido (mentre la pressione interna calcolata nell’altro modo è di soli 0.17GPa); di poco superiore sarebbe quella del ghiaccio, appena sopra i 2.5GPa. Questo è dunque l’ordine di grandezza della pressione che si esercita anche all’interfaccia e che giustifica un comportamento dell’acqua molto particolare.

A questo punto nel diagramma di fase l’acqua si sposterebbe verso altre forme di ghiaccio piuttosto che verso uno stato disordinato più vicino al liquido.

A questo stadio della nostra riflessione la questione rimane irrisolta, ma si può pensare che l’effetto di strizzatura superficiale, distruggendo la struttura regolare impedisca la formazione di legami idrogeno e riconduca le interazioni molecolari nel più semplice stato di interazioni di vdW.

Nel prossimo post analizzeremo il caso delle interazioni fra oggetti macroscopici in modo più formale, andando a scoprire chi erano Hamaker e Lifshitz, due giganti della chimica e della fisica.

(continua).

Un composto stabile dell’elio: l’eliuro di sodio

In evidenza

Rinaldo Cervellati

Nel febbraio 2017, Stefano Parisini diede sull’INAF (Notiziario on-line dell’Istituto Nazional e di Astrofisica) la notizia della scoperta di un composto stabile del gas nobile elio con il sodio, con stechiometria Na2He*.

Scrive Parisini che l’articolo definitivo su questa importante scoperta è stato pubblicato su Nature Chemistry [1] dopo una lunga gestazione. Ho voluto ripercorrerne la storia, poiché l’ho trovata molto istruttiva.

Una prima versione fu sottoposta il 16 settembre 2013 e una seconda il giorno dopo [2]. In queste versioni i sei autori, cinque cinesi (fra i quali Hui-Tian Wang[1]) e il russo Artem Oganov[2], riportano la previsione teorica dell’esistenza e della struttura cristallina cubica (tipo fluorite) del composto fra l’elio e il sodio, stabile a pressioni maggiori di 160 GPa (ca. 1,6´106 atm). Essi razionalizzano anche la stabilità di questo composto in termini di teoria degli orbitali. Queste versioni non furono pubblicate.

Struttura cristallina di Na2He [1]

Il 10 luglio 2014 fu sottoposta una terza versione della ricerca [3]. Ai sei autori delle versioni precedenti se ne aggiunsero diversi altri, fra cui l’italiano Carlo Gatti[3]. In questa versione sono riportati calcoli più accurati che danno la molecola Na2He termodinamicamente stabile sopra 113 GPa (ca. 1,12´106 atm) e la previsione di un nuovo composto dell’elio con stechiometria Na2HeO, stabile da 13 GPa. Anche questa versione non fu pubblicata.

I ricercatori decisero comunque di presentare una comunicazione al XXIII Congresso dell’International Union of Crystallography, svoltosi a Montreal (Canada) dal 5 al 12 agosto 2014. Il testo della comunicazione fu pubblicato da Acta Crystallografica negli Abstracts of XXIII IUCr [4].

Artem Oganov (a sinistra) Carlo Gatti (a destra)

Ma il gruppo internazionale di scienziati (cinesi, russi, italiani, greci, americani) dovrà aspettare più di due anni per vedere pubblicata la ricerca, cioè non prima di aver provato la reale esistenza di Na2He, oggi chiamato eliuro di sodio (IUPAC: disodio eliuro).

Anzitutto ulteriori più raffinati calcoli su possibili altri elementi che potrebbero formare composti con l’elio (O, F, Na, K, Mg, Li, Rb, Cs, ecc.) mostrarono che solo il sodio avrebbe potuto facilmente formare un composto stabile con He alle pressioni accessibili a esperimenti statici.

Per ottenere Na2He, gli scienziati hanno utilizzato uno strumento particolare, una cella a incudini di diamante, un’apparecchiatura che permette di generare pressioni altissime e di studiare la struttura tramite diffrattometria a raggi X, simile a quella di cui abbiamo parlato nel post sul ghiaccio superionico[4].

Cella a incudini di diamante: schema (a sinistra) apparecchiatura (a destra)

Il composto Na2He è stato ottenuto a una pressione pari a circa 1,1 milioni di volte quella dell’atmosfera terrestre, in accordo con il valore calcolato, e resta stabile anche a pressioni circa 10 volte superiori.

Carlo Gatti, intervistato da Parisini, dice:

Questa scoperta dimostra che l’elio non è completamente inerte come si pensava. In certe condizioni può formare dei composti stabili e addirittura assumere una carica negativa. Di fatto, quello che capita è la creazione di coppie elettroniche che occupano alternativamente le posizioni dell’elio.

E aggiunge:

Na2He appartiene infatti alla categoria dei cosiddetti elettruri, materiali cristallini simili a sali, essendo costituito da un reticolo di ioni sodio carichi positivamente all’interno del quale si trova un sottoreticolo carico negativamente formato da coppie di elettroni localizzate.

Tali coppie di elettroni isolati hanno una topologia della densità elettronica che assomiglia a quella di un atomo, per cui possiamo vedere in questo composto la presenza di sodio depauperato di elettroni, elio leggerissimamente carico negativamente, e queste coppie elettroniche, che formano una struttura ordinata tipo fluorite [fluoruro di calcio CaF2].

Funzione di localizzazione elettronica tracciata in un piano cristallino [1]

Il nuovo composto, qualunque nome avrà, difficilmente troverà applicazioni pratiche, nel caso si potesse mai produrre su scala industriale. È tuttavia di grande interesse per l’astrofisica, vista l’abbondanza dell’elio nel cosmo e la presenza di pressioni e temperature più estreme di quelle ottenute in laboratorio.

*S. Parisini, L’elio non è più solo: sotto pressione si combina, Media INAF, 7 Febbraio 2017 https://www.media.inaf.it/2017/02/07/lelio-non-e-piu-solo-sotto-pressione-si-combina/

Bibliografia

[1] Xiao Dong et al., A stable compound of helium and sodium at high pressure., Nature Chemistry, 2017, 9, 440-445.

[2] Xiao Dong et al., Stable Compound of Helium and Sodium at High Pressure., September 17, 2013, arXiv:1309.3827v2 [cond-mat.mtrl-sci], https://arxiv.org/abs/1309.3827v2

[3] Xiao Dong et al., Stable Compound of Helium and Sodium at High Pressure., July 10, 2014, arXiv:1309.3827v3 [cond-mat.mtrl-sci], https://arxiv.org/abs/1309.3827v3

[4] G. Saleh et al. Stable Compound of Helium and Sodium at High Pressure., Acta Cryst. 2014, A70, C617.

[1] Hui-Tian Wang, Nankai University, Tianjin, China and National Laboratory of Solid State Microstructures, Nanjing University, China

[2] Artem R. Oganov (1975-) è un cristallografo teorico russo, mineralogista, chimico, fisico e scienziato dei materiali. È conosciuto soprattutto per i suoi lavori sulla previsione computazionale di nuovi materiali e sulla loro struttura cristallina.

[3] Carlo Gatti, ricercatore senior dell’Istituto di Scienze e Tecnologie Molecolari del CNR di Milano, esperto in teoria del legame chimico, si occupa delle proprietà chimico fisiche dei materiali e della loro modellizzazione teorica.

[4] https://ilblogdellasci.wordpress.com/2019/06/10/ghiaccio-superionico-ottenuto-in-laboratorio/