L’ignoranza scientifica.

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Danilo Tassi

Sbagliare humanus est” disse l’allenatore a mio figlio che aveva appena fallito un gol a porta vuota durante una partita fra “pulcini” del calcio. Il lodevole intento consolatorio non cancellò il massacro alla nostra bella lingua madre.

Se un qualsivoglia giornalista di infimo ordine fosse incorso in un infortunio del genere, anche se pubblicato dopo i necrologi del più scalcinato giornale, avrebbe dovuto cambiar mestiere perché nessuno gli avrebbe più concesso la fiducia di accettare un suo articolo.

Lo stesso metro non è però usato per le castronerie scientifiche perché evidentemente per cultura si intende solo quella umanistica, mentre la scientifica è considerata opzionale e non indispensabile.

Non è affatto così. Inventare termini latini o non trattare col neutro un verbo all’infinito, come ha fatto il buon allenatore, provoca effetti che si limitano ad un leggero fastidio a chi ha fatto il “classico” o forse nemmeno quello, ma mescolare, per esempio, la varechina con l’acido muriatico può provocare danni ingentissimi alla salute. È successo alla mia amica Grazia, del tutto ignara della chimica, che dopo aver passato lo straccio per terra con un po’ di varechina, allo scopo di migliorare pulizia e igiene del pavimento, pensò bene di aggiungere al secchio anche una certa quantità di acido muriatico. Pur non sapendo che si stava sviluppando Cloro ha immediatamente scaricato il secchio nella tazza del water, ma quel po’ che ha inalato le ha lasciato danni permanenti alla respirazione.

Ciononostante in una rubrica di curiosità scientifiche di una nota rivista di enigmistica si è recentemente raccomandato di non mescolare varechina e ammoniaca perché la cosa è molto pericolosa, senza specificare che è invece l’acido muriatico quello ben più pericoloso se mescolato alla varechina. Secondo me il curatore della rubrica ha confuso ammoniaca e acido muriatico, ma è meglio non fare di questi errori nella realtà.

Passando ad altri episodi è ormai cosa normale trovare scritto il Cobalto sui giornali mentre si intende scrivere ossido di Carbonio: Co invece di CO. Questo genere di errore non provoca soverchi danni poiché la gente in casa non è normalmente in grado di far reagire il Cobalto con qualcos’altro e chi lo può fare generalmente la chimica la conosce. È comunque un errore innocuo come il  neutro mancato dell’allenatore, ma che, a differenza di quello, non ha alcuna ripercussione sulla reputazione del giornalista. Anche una firma quotata nel mondo della divulgazione scientifica come Luca Mercalli in un recente articolo ha scritto varie volte della Co2 intendendo l’anidride carbonica. L’errore è sicuramente della dattilografa o del correttore, ma il fatto che nessuno si curi di correggerlo, mentre si continua a sbagliare, sta a significare che non gli si dà troppa importanza.

Un altro svarione frequentissimo è l’utilizzo di “quantizzare” intendendo dire “quantificare”. Chi ha studiato, anche solo superficialmente, un po’ di fisica sa cosa sono i quanti e cos’è la quantizzazione dell’energia, ma i nostri forbitissimi giornalisti sanno di greco e di latino, e questo è un bene, ma ignorano completamente nozioni elementari anche di fisica.

Ma la materia di gran lunga più bistrattata è senza dubbio la matematica a proposito della quale si leggono cose ben più gravi dell’errore commesso dal nostro allenatore. Per scrivere dell’assedio russo all’acciaieria di Mariupol in Ukraina, al fine di sottolinearne l’enorme estensione, molti giornalisti hanno scritto e anche detto in televisione che l’area interessata copriva un’estensione di dodicimila metri quadrati anziché dei dodici chilometri quadrati della realtà. Dodicimila fa più impressione di dodici e pertanto gli astuti giornalisti hanno trasformato i chilometri in metri ottenendo un numero mille volte più grande (questo lo sanno tutti) e quindi più in grado di impressionare il lettore. Peccato però che i chilometri ed i metri fossero al quadrato e che l’equivalenza non fosse di un millesimo, ma di un milionesimo. Le equivalenze una volta si studiavano in quarta elementare e adesso forse un po’ prima o un po’ dopo, ma certamente non all’Università e neppure nelle medie superiori. Forse varrebbe la pena che la cultura di chi scrive sui giornali venisse valutata un po’ più approfonditamente anche sotto il profilo scientifico, anche se scomodare la scienza per delle equivalenze è come sparare ai passeri con un cannone.

Sedicenti scienziati, digiuni di matematica e di fisica che non compaiono nel piano di studi della loro laurea (per cui non si capisce quale concetto di scienza abbiano), nei giorni in cui crescevano i malati di Covid, hanno parlato di aumento esponenziale dei contagi. I più forbiti hanno parlato di aumento “addirittura” logaritmico, probabilmente senza rendersi conto che è la stessa cosa perché il logaritmo è anch’esso un esponente. Comunque sia, se i contagi passano da cento a duecento in una data zona, non si può parlare di aumento logaritmico o esponenziale: è un forte aumento, un aumento tragico, enorme, ma non esponenziale.  Cento è dieci alla seconda potenza; i cento per arrivare a duecento devono crescere di cento, ma se aumenta solo di uno (non di cento) l’esponente il totale arriva a mille perché è dieci alla terza. Sono concetti banali ai quali si arriva senza equazioni differenziali o integrali tripli, basta la matematica delle medie inferiori.

Molti di questi “scienziati” sono a capo di gruppi di scienziati veri che studiano con modelli matematici il diffondersi delle epidemie o sperimentano nuovi sistemi diagnostici basati su concetti fisici e chimici a loro completamente sconosciuti. Mi è capitato di chiedere, per pura curiosità scientifica, ad un Primario di Radiologia che tipo di raggi usassero nelle radioterapie oncologiche; mi ha guardato come se gli avessi chiesto qualcosa che poi non sarei stato in grado di capire e poi mi ha risposto, con la sicurezza di chi sa di sapere quel che gli altri non sanno:” Onde fotoniche.

L’ignoranza scientifica è alla base del guazzabuglio di pareri contrastanti che abbiamo sentito e letto durante gli anni del Covid e questo mi persuade che sarebbe ora di modernizzare la laurea in Medicina facendone una Facoltà scientifica a tutti gli effetti e non pseudo umanistica come l’attuale.  Si sentirebbero sicuramente meno incompetenti a concionare di malattie ed epidemie. La selezione non la farebbero più i quiz delle prove d’ingresso, ma gli esami del biennio, a tutto vantaggio della preparazione dei medici e della salute degli ammalati.

Anche in politica si percepisce l’ignoranza scientifica dei commentatori quando dicono che “le forze politiche stanno cercando il minimo comun denominatore” intendendo dire che cercano invece il massimo comun denominatore, cioè tutti quegli argomenti sui quali tutti ci si possa trovare d’accordo. Il minimo comun denominatore è il numero 1, cioè il più piccolo dei numeri che dividono i numeratori di ogni frazione. Il minimo comune denominatore fra le idee potrebbe essere voler bene alla mamma. Siamo sicuri che tutti sono concordi in questo, ma non è quel che il commentatore politico voleva dire perché non è una ragione sufficiente a formare un’alleanza politica.

Per tornare alla chimica, è capitato di leggere di persone intossicate dentro una vasca sotterranea dai vapori di acido solforico derivato dalla fermentazione delle sostanze organiche.

Chiunque abbia frequentato anche per poche ore un laboratorio chimico sa bene che l’acido solforico non ha odori a temperatura ambiente; quasi tutti gli altri acidi hanno odore, ma il solforico proprio no e quindi non può esalare alcunché a meno che non sia portato a 290 gradi centigradi perché si decompone e 290 gradi centigradi sono troppi per una vasca interrata.

 Evidentemente l’esistenza dell’acido solfidrico non è stata neppur sospettata dal giornalista, ma se qualcuno lo fa presente passa per un saccentino che va a cercare il pelo nell’uovo.

È capitato a me di scrivere dell’odore che si spande allorquando il maniscalco posa il ferro incandescente sull’unghia di un cavallo al fine di farlo ben aderire. Raccontando di mio padre, che praticava l’arte della mascalcia, ho precisato che lo stesso odore si sviluppa bruciando capelli o penne perché è lo stesso componente a bruciare: la cheratina. Mi è venuto spontaneo scriverlo, anche perché quasi nessuno sospetta che capelli, penne, corna e unghie abbiano questa proteina in comune e mi sembrava interessante sottolinearlo, ma la precisazione è stata cassata d’ufficio con la scusa che non avrebbe interessato nessuno.

Come se invece il detto latino fosse ben più interessante!

Brisighella 8 Agosto 2022.

Danilo Tassi

eunike.tassi@libero.it

Un ricordo personale di Piero Angela.

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Luigi Campanella

La scomparsa di Piero Angela è di certo una grande perdita per il mondo della scienza e della diffusione della cultura scientifica. Ho avuto l’onore e la fortuna per un breve periodo di lavorare con lui e con il figlio Alberto che cominciava proprio allora la sua stupenda carriera. L’oggetto del nostro incontro era collegato al mio ruolo di responsabile di un progetto della Provincia di Roma per dotare la città di un Museo della Scienza e di un Planetario. Io ero impegnato per la Sapienza, la mia Università, in una serie di progetti con le Scuole con il fine di ricomporre un’unità culturale e progettuale fra Scuola ed Università. La Mostra 5 miliardi di anni che si aprì a Roma nel 1972 accese in me la lampadina del Museo Diffuso.

Negli anni seguenti con un gruppo di amici collocammo nella città 123 bandierine corrispondenti ad altrettanti luoghi di Scienza, potenziali poli di un Museo della Scienza Diffuso nella Citta. Ne parlai con alcuni amici fra cui Paco Lanciano, Luigi Guariniello, l’assessore Borgna, Marco Visalberghi, Franco Foresta Martin e lo stesso Piero Angela, che avevo avuto la fortuna di conoscere in occasione di un evento accademico, con coinvolgimento anche di Alberto giovanissimo.

Nacque MUSIS alla cui conferenza di presentazione non mancò Piero Angela che però ricordo bene, mi consigliò sin da allora: un programma che precludeva la nascita di un vero e proprio Museo non era forse opportuno, tanto che mi suggerì di tenere vive le 2 ipotesi. Dopo qualche tempo con il primo finanziamento di Stato e Comune di Roma ed assegnazione di uno spazio fisico per la nuova struttura, partì il primo progetto di Museo della Scienza a Roma sulla base di una proposta formulata proprio  da un gruppo coordinato da Piero Angela.

Ammirai alla Conferenza Stampa il grande giornalista che ebbe parole di apprezzamento per il progetto del Museo diffuso, sostenendone il valore culturale al di là della nuova strada intrapresa. In effetti alcuni degli itinerari didattici del Museo Diffuso venivano riproposti nella fattibilità dell’istituendo Museo della Scienza di Roma. Ebbi la fortuna di incontrarlo molte altre volte, a partire dai periodici incontri sul Museo della Scienza di Roma e dalle mie presenze ad alcuni esperimenti presentati in TV nei programmi di Piero Angela, con il coordinamento di Paco Lanciano e Marco Visalberghi.

Ogni incontro con lui era un’occasione di crescita di cultura e conoscenza, mai di semplice informazione

Grandi alberi e foreste secolari.

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In ogni parte del mondo, foreste secolari, essenziali per la vita sulla Terra, vengono distrutte per produrre carne bovina, olio di palma, cacao, legname e carta per mercati mai sazi .Una buona notizia viene proprio da uno di questi mercati. I legislatori negli Stati Uniti stanno vagliando nuove leggi di grande impatto per bandire dal Paese i prodotti legati alla deforestazione. Questo potrebbe davvero cambiare le regole del gioco.

Secondo un.lavoro pubblicato dai giapponesi su Environmental Research Letters negli ultimi 70 anni l’azione dell’uomo ha comportato la distruzione  di 437 milioni di ettari di foreste abbattendo il valore pro capite da 1,4 ettari nel 1960 a 0,50 nel 2019.A sostegno della richiesta inversione di politica ambientale rispetto alle deforestazione l’IPCC (Gruppo Intergovernativo sui cambiamenti climatici) in un recente rapporto ha dimostrato come sia impossibile limitare ad 1,5 gradi il riscaldamento globale senza invertire i ritmi della deforestazione entro il 2030. Fino al 2050, secondo il Rapporto, dovremmo aumentare le aree boschive di 34 milioni di ettari a cominciare dall’ampliamente delle  megaforeste, la Taiga in Russia, la Nuova Guinea, l’Amazzonia, la foresta equatoriale e quella boreale dal Canada fino all’Alaska.

Un concetto a me nuovo che ho visto descritto nel saggio Salvare le Grandi Foreste dall’economista John W.Reid e dal biologo climatico Tommaso E. Lovejoy è quello di  paesaggio forestale intatto.

Questi sistemi occupano un quarto delle terre boschive del nostro pianeta e costituiscono i nuclei meno intaccati delle megaforeste: si tratta di aree prive di strade, reti elettriche, industrie, città per almeno 500 km quadrati.

Negli ultimi 20 anni le attività antropiche hanno ridotto del 10% l’estensione  dei paesaggi forestali intatti. Nel saggio che prima citavo c’è anche una valutazione economica: trattenere il carbonio nelle foreste tropicali costa un quinto rispetto alle spese per la riduzione delle emissioni del settore industriale statunitense o europeo ed è almeno 7 volte più conveniente di fare ricrescere le foreste dopo averle abbattute.

Un ruolo fondamentale nella protezione del verde viene dai due autori del saggio assegnato agli indigeni che agli alberi devono la propria vita e cultura fino a considerarsi con essi un integrale di valori che protegge la stessa esistenza di quelle popolazioni rispetto alla dilagante urbanizzazione.

Oggi parlando di alberi il primo pensiero va ovviamente al loro ruolo per contrastare 

i cambiamenti climatici. Uno studio recente che ha esaminato lo stoccaggio del carbonio nelle foreste dei Paesi del Nord Pacifico ha dimostrato che, sebbene gli alberi con il tronco di diametro superiore ai 50 cm siano solo il 3% del totale, tuttavia sono responsabili del 40% del carbonio stoccato. Lo studio afferma con decisione quanto sia perciò importante la manutenzione delle foreste, soprattutto degli alberi a tronco largo, per consentire loro di continuare a svolgere con efficacia il ruolo attivo nello stoccaggio del carbonio, consentendo di fornire all’ecosistema un sistema di controllo climatico efficace ed economico.

I tronchi larghi sono capaci di stoccare carbonio in modo non proporzionale rispetto a quelli più piccoli. Proprio per questo al fine di proteggere gli alberi con i tronchi più grandi negli Stati Uniti lato Pacifico dal 1994 è addirittura stata promulgata una legge per rallentare la perdita dei vecchi alberi di largo tronco, oggi integrata con alcune proposte finalizzate non solo alla protezione, ma soprattutto alla piantagione di questo tipo di alberi. Esistono anche studi finalizzati a trovare un algoritmo di correlazione fra carbonio stoccato e diametro del tronco e un altro per correlare la diminuzione di carbonio stoccato all’abbattimento/morte di questi alberi, partendo dal dato che metà della biomassa in un albero è costituita da carbonio. Una ulteriore valorizzazione degli alberi quasi a collegarli col mondo della tecnologia avanzata spesso tanto lontano dalla natura, è stata la loro capacità  di ispirare la costruzione di un robot capace di entrare nel terreno grazie a sensori che crescono e si muovono nel terreno come radici. Per studiare il suolo quale migliore strumento della pianta che vi cresce sopra? Le radici infatti per ridurre l’attrito si muovono dalla pianta e arrivano ovunque, riuscendo a rompere anche i terreni più duri, formando reti e ramificazioni alla ricerca dell’acqua.

È così possibile studiare il suolo per migliorare l’agricoltura, riducendo lo spreco di acqua e l’impiego di fertilizzanti, come l’azoto  e il fosforo ,che per quanto utili vanno limitati.

L’ingegnere che ha progettato il robot, Barbara Mazzolai, ha anche ipotizzato che il robot, battezzato Plantoide, possa in un domani divenire uno strumento per indagare il corpo umano, una sorta di endoscopio di nuova generazione, visto che le sue punte non danneggiano i tessuti. Quelle braccia possono anche raggiungere i sopravvissuti ad un disastro o recuperare reperti archeologici in anfratti inaccessibili.

Nota del Postmaster:
ne avevamo parlato anni fa: https://ilblogdellasci.wordpress.com/brevissime/grandi-alberi/

il-progresso-non-coincide-con-la-crescita

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Vincenzo Balzani

Pubblicato il 4 agosto u.s. su Il Manifesto

https://ilmanifesto.it/il-progresso-non-coincide-con-la-crescita

“Per il bene del Paese è importante che la politica ascolti la scienza”. A dirlo è Vincenzo Balzani, professore emerito dell’Università di Bologna, socio dell’Accademia nazionale dei Lincei, in lizza per il Nobel per la Chimica nel 2006.

Professore, il manifesto del gruppo “Energia per l’Italia”, che lei coordina, è stato firmato da numerosi scienziati. Ha aderito anche il premio Nobel per la Fisica Giorgio Parisi. Avete ricevuto risposte dal governo? Il ministro Cingolani lo ha letto?

Il documento non aveva come finalità ottenere risposte immediate ma spingere le forze politiche al ripensamento delle scelte compiute in merito alla crisi del gas seguita all’aggressione russa all’Ucraina. Questo ripensamento non c’è stato: l’azione di governo è schiacciata su una dimensione emergenziale ma la crisi energetica è strutturale. Manca una vera strategia climatica, ambientale e industriale, la sola che possa mettere in sicurezza il Paese.Non sappiamo se il ministro Cingolani abbia letto il nostro manifesto. Se ci sarà richiesto, ci renderemo disponibili ad illustrarlo. In vista delle elezioni, stiamo lavorando alla stesura di un “Decalogo” che verrà presentato e discusso con le forze politiche che vorranno ascoltarci, senza pregiudiziale alcuna.

L’indipendenza dalla Russia sembrerebbe possibile entro il prossimo inverno. Si passerà dalla dipendenza russa ad altre dipendenze. Ancora combustibili fossili. Cambiano gli scenari, ma la sostanza resta. Siamo affetti da gattopardismo?

Più che di gattopardismo parlerei di incapacità, di mancanza di una memoria storica condivisa e di una chiara visione strategica. Dal ‘73, anno della guerra del Kippur a cui seguì l’embargo petrolifero dei paesi Opec, abbiamo attraversato diverse crisi energetiche dovute all’instabilità delle aree in cui sono concentrate le principali riserve di gas e petrolio. Ciò nonostante abbiamo continuato a dipendere dalle fonti fossili: una scelta dannosa dal punto di vista climatico ed energetico che ha accresciuto la vulnerabilità del nostro Paese esposto al ricatto di regimi autoritari ed autocratici. Il governo dimissionario si è impegnato nel ricercare nuove fonti di approvvigionamento soprattutto in Africa, ottenendo in un colpo solo due risultati nefasti: incoraggiare lo sfruttamento di paesi poveri, anziché aiutarli ad investire nello sviluppo di energie rinnovabili, e mantenere il sistema energetico nazionale ancorato alle fonti fossili.

Con la crisi politica e le imminenti elezioni, c’è la possibilità che il Paese sia governato dai cosiddetti negazionisti climatici. Cosa manca ai nostri politici per compiere le scelte giuste?

Manca spesso la capacità di vedere nel futuro. Alcide De Gasperi diceva: “La differenza tra un politico e uno statista sta nel fatto che il politico pensa alle prossime elezioni, lo statista alle prossime generazioni”. In Italia abbondano i politici e scarseggiano i veri statisti. Molti non si sono ancora resi conto che il cambiamento climatico potrebbe portare gravi danni: estensione delle zone desertiche, diminuzione della produttività agricola, perdita di biodiversità, probabile diffusione di virus, aumento del livello del mare, inondazioni, siccità e riduzione del manto nevoso con conseguenti problemi per turismo estivo e invernale. Ancora più importante, l’aumento delle temperature e l’estensione di zone desertiche nella vicina Africa causerebbero un forte aumento dei migranti climatici. Altri politici, invece, sono preoccupati che l’attività di certi settori industriali, specie quelli estrattivi, subiranno un drastico ridimensionamento.

Voi escludete il ricorso al nucleare, ma qualche giorno fa il Parlamento europeo ha confermato la volontà di includerlo – insieme al gas – nella tassonomia green. Basterà un nome a cambiarne gli effetti?

Lo sviluppo del nucleare per combattere la crisi climatica non ha senso per molti motivi. Non è una fonte energetica rinnovabile, le scorte di combustibile sono limitate; non emettono CO2 mentre funzionano, ma ne generano moltissima per processare il combustibile e costruire la centrale. Ci sono poi ragioni di tempo, di costi e di sicurezza. Ad esempio la centrale di Olkiluoto 3 costruita dai francesi in Finlandia, progettata nel 2000, i cui lavori sono iniziati nel 2005, è entrata in funzione nel 2022, con un costo finale di circa 9 miliardi di euro contro i 3,2 stimati inizialmente; in Francia in questi mesi è stato necessario chiudere 12 reattori a causa di impreviste corrosioni; il problema delle scorie non ha soluzioni; la siccità rende problematico il raffreddamento dei reattori; gli incidenti di Chernobyl e Fukushima hanno dimostrato la pericolosità intrinseca degli impianti nucleari, che sono anche punti sensibili in caso di guerra. C’è poi una stretta connessione fra nucleare civile e armi nucleari.

In merito all’efficientamento energetico, proponete la coibentazione delle case. Con il decreto Rilancio è già stato approvato un super bonus del 110%. Ma è molto osteggiato. Secondo lei va eliminato o è efficace?

Il settore edile è fra i principali responsabili delle emissioni di gas serra e dei consumi energetici. Molto si può fare nell’efficientamento delle nostre case e di tutti gli edifici, pubblici e privati. Le nuove tecniche edilizie, i nuovi materiali e le tecnologie oggi ci danno l’opportunità di ottenere edifici a consumo energetico zero, migliorando il confort abitativo.  Il super bonus del 110% in linea di principio ha considerato il tema e ha, in parte, contribuito a quanto detto. Tuttavia, è stato gestito in modo inefficace, lasciando spazio a speculazioni e a comportamenti non corretti.

In merito ai trasporti, la Germania di recente ha promosso i mezzi pubblici con un abbonamento mensile di 9 euro. Potrebbe essere questa la scelta vincente anche nel nostro Paese?

Le tecnologie rinnovabili permettono di produrre energia elettrica in grande quantità. Parallelamente bisogna ridurre i consumi, prediligendo i mezzi pubblici alle automobili. Favorire stili di vita più sobri richiede però molto tempo e società ben organizzate. Il risultato dell’abbonamento mensile a 9 euro potrebbe essere vincente per aiutare le famiglie che fanno già uso dei mezzi pubblici. Il rincaro sui carburanti ha già spinto gli italiani ad utilizzare mezzi pubblici. L’Agi stima che già 16,3 milioni di italiani utilizzano ogni giorno un mezzo pubblico. Non abbiamo nulla da invidiare con i nostri 24,94 barili di petrolio, consumati ogni 1000 abitanti al giorno, ad altri Paesi che sono noti per una maggior organizzazione dei trasporti pubblici come la Germania che ne consuma 30,69 o la Norvegia o i Paesi Bassi rispettivamente 47,01 e 60,32.

Si attende che il ministro Cingolani firmi il decreto sulle comunità energetiche rinnovabili (Cer) e poi occorrerà l’ok del dicastero delle Politiche agricole e della Cultura in merito ai vincoli paesaggistici. Cosa pensa del modello di autoconsumo collettivo?

Le comunità energetiche sono lo strumento necessario per la gestione dell’energia rinnovabile prodotta e consumata nella rete di bassa tensione a cui sono collegati il 97% di tutte le utenze nazionali (famiglie, imprese, attività commerciali). Da sempre gli utenti che immettono energia elettrica dai loro impianti fotovoltaici la scambiano con gli utenti più prossimi così come definito dalla legge n. 8/2020 sulle comunità energetiche. Il 70% dell’energia che consumiamo è ubicato nelle nostre famiglie per cui se ogni famiglia producesse e consumasse la propria energia, allora cittadini e imprese elettrificandosi e producendo energia da fonte rinnovabile su scala locale potrebbero affrancarsi dai combustibili fossili. In questo momento è necessario che il 30% di rinnovabili centralizzate, parchi eolici, impianti fotovoltaici, idroelettrico e in piccola parte biomasse, venga realizzato quanto prima. Il restante 70% avrà certamente tempi più lunghi.

Ondate di calore anomale, incendi, siccità, inondazioni. La crisi climatica è sotto gli occhi di tutti. Secondo Greenpeace però se ne parla ancora poco in tv: i media italiani sarebbero condizionati dall’industria estrattiva. Cosa ne pensa?

Di clima si parla e si scrive troppo poco, abusando di termini non appropriati. Per “emergenza”, ad esempio, si intende una circostanza non prevista né prevedibile; ciò che invece sta accadendo è diretta conseguenza delle emissioni di gas climalteranti causate dalle attività antropiche, documentate dall’Ipcc già dall’88. I media si stanno occupando della crisi idrica e della siccità che sta mettendo a rischio fino al 30% della produzione agricola nazionale ma spesso non mettono in evidenza la relazione tra causa (utilizzo gas, petrolio e carbone) ed effetto (emissioni di CO2, surriscaldamento del pianeta, siccità e povertà alimentare). Ovviamente non si può generalizzare ma certi titoli negazionisti sono frutto dell’incultura scientifica e, pertanto, inaccettabili.

Il 28 luglio – secondo Global Footprint Network – ha segnato la fine delle risorse naturali per il 2022. L’overshoot day per l’Italia è arrivato ancora prima, il 15 maggio. Siamo in debito ecologico col Pianeta di 19 anni. I dati scientifici aumentano ma poco attecchiscano sulla politica. Come mai persiste questo scollamento?

Sono trascorsi più di  40 anni dalla pubblicazione del rapporto Charney sugli effetti delle attività umane sul clima. Da tempo gli scienziati hanno lanciato il grido d’allarme sul depauperamento, l’esaurimento e lo spreco delle risorse naturali. Purtroppo, sempre inascoltati. Molti studiosi, scienziati, filosofi hanno proposto modelli di sviluppo disaccoppiati dai consumi, proponendo la necessità e l’urgenza di un’accresciuta sobrietà, si tratta della sufficiency, la sufficienza, indicata come l’unica strada per un futuro sostenibile. Dobbiamo prevedere di utilizzare solo la quantità di risorse realmente sufficiente per garantire una qualità di vita dignitosa a tutti. La politica invece continua a mantenere un modello che noi definiamo vecchio e sorpassato: quello secondo cui lo sviluppo e il progresso devono coincidere con la crescita economica, l’aumento del Pil, la crescita dei consumi. Sappiamo che è sbagliato.

(Vincenzo Balzani, insignito del Premio Unesco-Russia Mendeleev 2021 e vincitore quest’anno del riconoscimento Ssf Molecular Machinery e del premio internazionale Cervia Ambiente).

Deserto lichenico e inquinamento

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Dopo l’allarme del CNR sullo stato di pericolo a cui sono esposti i nostri tesori romani, dal Colosseo ai Fori, a causa dell’inquinamento, viene  a consolarci uno studio dell’INGV (Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia) e dell’Università di Siena, supervisionato dall’Accademia dei Lincei che dimostra come lo stato di pericolo denunciato dal CNR sia in parte mitigato dalla protezione, ovviamente laddove c’è, da parte delle piante circostanti capaci di assorbire il particolato atmosferico e gli inquinanti evitandone la deposizione sui monumenti ed i conseguenti danni. Questa protezione è direttamente correlata con la superficie media delle foglie ed inversamente con la distanza fra verde e sito archeologico.

Il rilievo dell’INGV che ha utilizzato come sito di studio Villa Farnesina, sede dei Lincei, con i suoi tesori di pittori famosi a partire da Raffaello, è affidato ai licheni.

Questi organismi, simbiosi fra un fungo e un’alga o un cianobatterio (il fungo fornisce all’alga acqua e sali minerali e riceve da questa risorse energetiche create come biomassa, foto-sinteticamente) sono caratterizzati da un coefficiente di diversità biologica molto elevato, circa 400, che però si riduce bruscamente con l’inquinamento e con la vicinanza alle sue fonti.

Il deserto lichenico è così divenuto un indicatore di inquinamento.

Il dato che l’INGV ha riportato è che lo stato di salute dei licheni che colonizzano il sito culturale studiato è ottimo il che sta ad indicare che, malgrado il traffico intenso di zona, l’azione protettiva del verde, in questo caso soprattutto platani, ha evitato che lo stato dell’inquinamento, di cui il CNR ha denunciato i corrispondenti pericoli per i monumenti, realmente impattasse sul sistema storico-artistico studiato.

I licheni in questa funzione confermano il ruolo biologico che hanno: sono precursori della vita vegetale sulle superfici minerali che vengono attaccate e colonizzate per lunghi anni, fino ad oltre 100 anni. Quello che lo studio dell’INGV ci insegna riguarda il verde di cui non ci si stanca di ricordare l’importanza in genere affidata alla sua capacità rigenerativa dell’ambiente attraverso la fotosintesi, ma di cui questo studio fa comprendere l’importanza anche dal punto di vista fisico: alberi a foglia larga rappresentano vere barriere protettive per la salute nostra e dei nostri preziosi patrimoni monumentali.

Attenzione: acqua in stratosfera!

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Claudio Della Volpe

Abbiamo parlato spesso di acqua nei post più recenti a causa della ricorrente siccità che sta causando enormi problemi a noi ed all’ambiente. Eppure ci sono zone del pianeta dove le cose sono molto diverse e in modo insospettabile. Il 15 gennaio di quest’anno il vulcano sottomarino Hunga Tonga-Hunga Ha’apai situato poche decine di chilometri a sud dell’isola di Tonga nel Pacifico del sud, ha eruttato con una enorme esplosione che ha scosso tutta l’atmosfera terrestre e la cui foto vedete nella seconda figura.

Hunga Tonga e Hunga Ha’apai erano due isole a sud di Tonga distrutte quasi completamente dalla eruzione del 15 gennaio.

L’eruzione dell’ Hunga Tonga-Hunga Ha’apai non ha precedenti nella storia recente per vari motivi; anzitutto per la potenza dell’eruzione che ha avuto effetti immediati in tutta l’atmosfera terrestre sia sonori che di pressione: l’esplosione è stata equivalente a quella di 30 milioni di tonnellate di tritolo, dunque da centinaia a migliaia di volte maggiore della bomba di Hiroshima; il terremoto corrispondente ha avuto una energia misurata sulla scala Richter di 7.4; infine l’esplosione ha generato onde di maremoto che hanno fatto il giro del globo e onde di pressione atmosferica che hanno fatto per 4 volte il giro del globo.
Già queste sarebbero misure al di là del conosciuto; ma c’è un altro effetto di cui vi parlo oggi e che ha superato qualunque altra cosa conoscessimo.
Essendo un vulcano sottomarino Hunga Tonga – Hunga Ha’apai ha sollevato una enorme colonna di acqua oltre a ceneri e polveri solforose che producono aerosol di solfato. Queste ultime hanno, come sappiamo, un effetto di raffreddamento, nel senso che le particelle di solfato riflettono le radiazioni solari (0.2-0.8W/m2) e riducono il corrispondente effetto serra; ma cosa succede all’acqua immessa in atmosfera?
Di solito nulla o meglio poco, come abbiamo spiegato in un recente post; ma stavolta la potenza eruttiva è stata sottomarina e inoltre è stata enorme e questo ha portato l’acqua in stratosfera dove di solito ce n’è molto poca.
Si stima che in tutta la stratosfera ci siano 1.4 miliardi di tonnellate di vapor d’acqua; facciamo due conti.
Il peso dell’atmosfera è di circa 5milioni di miliardi di tonnellate; di queste l’80% è troposfera e si stima che di queste circa 100.000 miliardi di tonnellate siano di vapor d’acqua. Mentre come si diceva prima nella stratosfera ci sono solo circa 1.4 miliardi di tonnellate di vapore d’acqua. L’eruzione ha portato dentro la stratosfera ad un’altezza di oltre 50km oltre 140 milioni di tonnellate di nuova acqua; quale sarà l’effetto di questa aggiunta?
Un recente lavoro pubblicato il 2 giugno scorso su Geophysical Research Letters,
Millán, L., Santee, M. L., Lambert, A., Livesey, N. J., Werner, F., Schwartz,
M. J., et al. (2022). The Hunga Tonga-Hunga Ha’apai Hydration of the Stratosphere. Geophysical Research Letters, 49, e2022GL099381. https://doi. org/10.1029/2022GL099381 ha usato i dati del satellite AURA della NASA, che è in grado di misurare la composizione della stratosfera per via spettroscopica, per calcolare questo numero e ne ha poi modellato l’effetto per gli anni a venire.
I risultati non sono confortanti per noi.
Anzitutto i ricercatori hanno stimato le quantità, come si diceva prima 140 milioni di tonnellate, sono il 10% dell’acqua già presente ed anche il più massiccio apporto di acqua mai misurato finora, come appare dalla figura seguente tratta dal lavoro citato.

Tale apporto supera di gran lunga quello che gli altri fenomeni studiati finora sono stati in grado di fornire: la super-convezione, le tempeste indotte da forti incendi e altre eruzioni vulcaniche. La seguente immagine in falsi colori ci fa capire la natura assolutamente straordinaria dell’evento, visibile all’estrema destra del grafico a colori.
Il riscaldamento indotto dall’acqua in stratosfera, a differenza di quella in troposfera di cui abbiamo parlato in passato non è un effetto di retroazione del GW, ma deve essere considerata una vera e propria forzante climatica, che in questo caso comporterà effetti per almeno 10 anni.

I ricercatori concludono che:
In sintesi, le misurazioni MLS indicano che una quantità eccezionale di H2O è stata iniettata direttamente nella stratosfera dall’eruzione HT-HH. Stimiamo che l’entità dell’iniezione costituisse almeno il 10% del carico stratosferico totale di H2O. Il giorno dell’eruzione, il pennacchio H2O ha raggiunto ∼53 km di altitudine…………. e potrebbe alterare la chimica e la dinamica stratosferica mentre il pennacchio H2O di lunga durata si propaga attraverso la stratosfera ……..
A differenza delle precedenti forti eruzioni nell’era satellitare, HT-HH potrebbe avere un impatto sul clima non attraverso il raffreddamento superficiale a causa di aerosol di solfato, ma piuttosto attraverso il riscaldamento superficiale dovuto all’eccesso di forzante stratosferico H2O. Date le potenziali conseguenze ad alto impatto dell’iniezione di HT-HH H2O, è fondamentale continuare a monitorare i gas vulcanici di questa eruzione e quelli futuri per quantificare meglio i loro diversi ruoli nel clima.

Decisamente il 2022 è uno dei peggiori anni della nostra vita.

La ricerca della Verità.

In evidenza

Vincenzo Balzani,

  

Il campo della scienza si estende dalle cose più semplici a quelle più complesse e i vari gradi di complessità richiedono categorie interpretative diverse. Sappiamo tutto sulle molecole, ma questo non ci permette di spiegare le proprietà dell’uomo, che pure è fatto di molecole. È impossibile, almeno per ora, dare una base scientifica alle manifestazioni più elevate che caratterizzano l’uomo, quali la mente, i sentimenti, la coscienza. Inoltre, la scienza può spiegare “come”, ma non “perché” avvengono i fenomeni naturali. Ad esempio, sappiamo che c’ è la forza di gravità e conosciamo le sue leggi, ma non sappiamo perché essa ci sia. La scienza, poi, non può dare risposte alle domande che sorgono nell’intimo di ogni uomo: che senso ha la vita? esiste Dio? perché c’è il male? Le risposte a queste domande vanno cercate nella filosofia e la religione. Scienza, filosofia e religione sono tre branche del sapere distinte; sono tutte e tre molto importanti per l’uomo, per cui non possono essere separate da nette linee di demarcazione. Questo però non autorizza sconfinamenti ingiustificati.

Un esempio di sconfinamento della scienza nei campi della filosofia e della religione è fornito dal famoso libro di Stephen Hawking La Teoria del Tutto – Origine e Destino dell’Universo, nel quale l’autore considera la possibilità di unificare tutte le teorie della fisica e conclude che se saremo abbastanza intelligenti per scoprire questa teoria unificata saremo in grado di capire perché l’universo esiste e, quindi, di conoscere il pensiero stesso di Dio. Hawking afferma anche che, mentre la scienza è in continuo sviluppo, la filosofia è in declino. Ma ha senso paragonare lo sviluppo della scienza con quello della filosofia?

Ludwig Wittgestein, il filosofo più illustre del XX secolo, è famoso per aver detto: ”Di ciò di cui non si può parlare, è meglio tacere”. Mi sembra una posizione molto saggia, che però gli scienziati talvolta abbandonano per cimentarsi in ragionamenti che esulano dalla scienza. Infatti, tornando all’esempio di prima, anche se la fisica giungerà a scoprire una teoria del tutto, che sarà una formula matematica più o meno complessa, non vedo come si potrà capire perché l’universo esiste e conoscere il pensiero stesso di Dio. Rimarranno, comunque, molte cose da spiegare: perché i fenomeni fisici che accadono nell’universo sono interpretati proprio da quella teoria e non da altre, quale è il senso di quella teoria, quale è la sua relazione con l’origine e la presenza della vita sulla Terra, perché l’evoluzione ha portato all’uomo, perché la nostra mente può comprendere l’origine e il destino dell’universo.

La scienza ci insegna che dietro ad ogni come si nasconde un perché che essa non è in grado di svelare. Per cui, davanti a ciascuna scoperta scientifica, si deve scegliere fra “mi basta” e “non mi basta”; nel secondo caso si aspira a qualcosa che va oltre il sapere scientifico. Tornano allora alla mente le parole di Martin Buber nei racconti dei Chassidim: “Se hai acquistato conoscenza, allora soltanto sai cosa ti manca”. Parole che esprimono il desiderio dell’uomo di continuare a cercare, nel mistero, la Verità ultima della sua vita.

(pubblicato suBo7 24 luglio)

Siccità, agricoltura e biodiversità.

In evidenza

Mauro Icardi

Quando riflettiamo sull’acqua troppo spesso ci interessiamo unicamente degli effetti che la scarsità o la qualità compromessa possono avere sulla comunità umana.

I commenti che leggo sugli articoli che affrontano il tema siccità sono di carattere totalmente antropocentrico. Il problema siccità viene commentato con l’idea che saranno le innovazioni tecnologiche a risolvere il problema, quasi che l’attenzione e l’impegno personale passino in secondo piano quando si tratta di avere il necessario rispetto e la dovuta attenzione nell’uso dell’acqua.

Acqua, agricoltura e biodiversità sono temi strettamente legati tra di loro. Gli apicoltori italiani in questa estate del 2022 stanno segnalando la sofferenza delle colonie di api, che faticano a trovare fonti di nettare. La causa è la mancata fioritura o il disseccamento dei prati. Una delle soluzioni provvisorie che vengono adottate per cercare di garantirne la sopravvivenza è quella di alimentare le api con soluzioni zuccherine. Ovviamente non si tratta di una soluzione a lungo termine poiché acqua e zucchero non possono sostituire tutti i nutrimenti presenti nel nettare deifiori. Si tratta dunque di un aiuto temporaneo che possa in parte dare un sostegno a questi animali, soprattutto quando sono sfiniti dal caldo e dall’intensa attività di ricerca del nettare che riescono a procurarsi con sempre maggiore difficoltà.

Il comparto agricolo sta soffrendo per la riduzione dei raccolti e si vede costretto a dover effettuare un triste “triage idrico”, ovvero a dover scegliere quali campi irrigare abbandonando quelli più distanti dai canali di irrigazione. In molte aree del nord ovest, la sommersione delle risaie è ormai un ricordo di tempi passati. Non soffrono la siccità solo i corsi d’acqua principali, ma anche il sistema delle risorgive tipico della campagna lombarda. L’abbassamento delle falde acquifere, provocato dalla mancanza di piogge e dalla scarsità idrica, le sta mettendo in grave crisi. La fascia delle risorgive è una zona di transizione tra l’alta e la bassa pianura che attraversa il territorio lombardo da ovest a est, tra le province di Milano, Pavia, Lodi, Bergamo, Brescia, Cremona e Mantova, dove si distribuiscono gli oltre 800 fontanili ancora attivi.

Oltre a permettere in diverse zone l’irrigazione delle campagne coltivate, i fontanili rappresentano un habitat rifugio per molte specie animali e vegetali.

Queste foto le ho scattate nella primavera del 2011 in occasione di una visita al parco dei fontanili di Capralba (CR). Sono passati undici anni e la situazione attuale leggendo quanto riportato dai giornali locali è estremamente grave. Questo un estratto dal quotidiano “Cremona oggi”.

“Una scena così dalle nostre parti non si era mai vista – racconta Sergio Vismara, cerealicoltore di Cisliano, nel Milanese – Normalmente dalla testa di un fontanile esce un flusso d’acqua di trenta litri al secondo e si forma un laghetto, adesso non arriviamo nemmeno al litro e c’è solo un sottile strato di limo. Le falde si sono abbassate troppo, così è impossibile pescare l’acqua. Questa è una zona ricca di fontanili che vengono usati per irrigare dove non arriva la rete del Villoresi. Adesso su questi stessi campi rischiamo di perdere l’80 per cento del mais seminato”.

I problemi si intrecciano e si rafforzano andando a colpire pesantemente sia la produzione agricola che la biodiversità. Probabilmente se mi recassi oggi in quella zona non potrei scattare le idilliache fotografie di pesci che nuotano nella pura acqua dei fontanili, perché non credo che riuscirei a vederne.

La siccità ha colpito duramente anche gli alpeggi soprattutto in tutta la zona dell’arco alpino e nel nord dell’Appenino. Le mandrie non hanno acqua da bere, e poca erba da brucare. In alcune zone si sono riforniti gli abbeveratoi trasportando l’acqua con gli elicotteri. L’informazione prova ad edulcorare le notizie, forse per cercare di sminuirne l’impatto su chi legge. Il termine che forse è adatto ma che si è restii ad usare dovrebbe essere carestia.

La siccità ha ovviamente effetti molto negativi su pesci e anfibi. Leggiamo notizie di pesci salvati da fiumi ormai in secca totale e trasferiti in altri che conservano una portata ancora sufficiente per permetterne la sopravvivenza. Anche questa operazione si rende necessaria per ragioni di emergenza.  I pesci trasportati in un habitat diverso da quello originario possono avere problemi se si trovano nel loro periodo riproduttivo, soffrendo di uno stress da spostamento.

 La siccità e il cambiamento dei cicli stagionali mettono sotto forte stress gli anfibi, per natura legati alle aree umide: nell’area del Parco del Meisino situato nell’area della città metropolitana di Torino, lo scorso anno la natalità è stata pari a zero. E progetti di ripopolamento, come quello dedicato al pelobate fosco insubrico, noto anche come ‘rospo della vanga’, devono segnare il passo: a causa della scarsità d’acqua la stagione riproduttiva è fortemente ridotta. Si aggrava la moria di pesci: la siccità sta decimando specie autoctone quali lo scazzone, la trota marmorata e la lasca, a vantaggio delle specie esotiche più adattabili, tra le quali il pesce siluro e il cobite asiatico. 

La siccità sta causando sofferenze a piante quali le querce e gli ontani. Muoiono le querce, un fenomeno diffuso in molte zone in Italia che di anno in anno si sta intensificando; patiscono gli ontani neri abituati ad affondare le radici nell’acqua, gli subentrano frassini e altre specie frugali.

La cosa peggiore che potrebbe capitare è che terminata l’estate, con le prime piogge ci si dimentichi di queste situazioni. Invece è necessario comprendere a fondo quanto l’uomo non possa prescindere per la sua stessa sopravvivenza, da interazioni meno impattanti e distruttive con l’ambiente in cui è inserito.  Qualunque tipo di modifica dello stile di vita esageratamente consumistico e dissipativo viene percepito come la privazione di un diritto. Senza capire che noi non siamo i padroni della biosfera. Ne facciamo parte. E dobbiamo capirne e studiarne il funzionamento convincendoci che si deve rispettarla. 

Oggi abbiamo a disposizione molte più risorse di un tempo anche per informarci correttamente, per riprendere in mano i libri scolastici. Non è più possibile rimanere indifferenti. Questa fotografia della differente concezione dell’evoluzione, è tratta da un mio testo scolastico del biennio delle scuole superiori. Su quel libro nell’edizione del 1976  erano già oggetto di studio temi quali l’eutrofizzazione, il cambiamento climatico, l’inquinamento di acqua e aria, la gestione delle risorse idriche. Il volume è ancora (come molti altri testi scolastici) nella mia libreria. Adesso è il momento di agire, di accettare un cambiamento che non può essere rinviato. Impegno che deve trovare spazio nelle agende della politica anche grazie ad un ritrovato senso civico. Nei confronti delle nuove generazioni noi abbiamo un debito enorme, per l’incapacità ostinata a cambiare una direzione sbagliata, nella quale ci siamo mossi fino ad oggi. I segnali di pericolo e gli allarmi risuonano ormai da tempo. E non possono più essere colpevolmente ignorati.

Un breve ricordo di James Lovelock.

In evidenza

Claudio Della Volpe

E’ appena morto un grande chimico ed anche un grande ricercatore.

James Lovelock, ci ha lasciati alla bella età di 103 anni esatti; era infatti nato il 26 luglio del 1919.

Conobbi questa figura grazie ad una delle persone che hanno influito sulla mia formazione, PAT, ossia Pierandrea Temussi, che molti anni prima di altri, ne apprezzava l’opera e l’ingegno.

Lovelock nei primi anni 60 del secolo scorso era già famoso nell’ambito chimico per aver inventato uno dei più sensibili ed importanti rivelatori per gascromatografia, il rivelatore a cattura di elettroni.

Una lamina d’oro ricoperta di isotopo radioattivo 63Ni, viene utilizzato come sorgente di raggi β, ovvero elettroni veloci che ionizzano il gas di trasporto, producendo elettroni lenti e ioni positivi che ci danno un determinato valore di corrente. La lamina radioattiva costituisce l’anodo e gli ioni generati vanno a chiudere il circuito producendo un segnale elettrico. Composti contenenti atomi elettronegativi, fortemente assorbenti il flusso di elettroni lenti tra la sorgente ed un rivelatore di elettroni, possono essere rilevati via via che effluiscono dalla colonna gascromatografica. Infatti queste molecole catturano gli elettroni lenti che si generano dalla ionizzazione del gas di trasporto e quindi vanno a ridurre la corrente di fondo che normalmente si genera essendo queste ultime di minore mobilità. I picchi di conseguenza sono negativi, ossia comportano una diminuzione della corrente e questa diminuzione sarà proporzionale alla quantità di ioni prodotti e quindi alla concentrazione della sostanza presente nel campione.

Questa geniale, e tutto sommato semplice, idea lo rese ricco e gli consentì di fare il “libero” ricercatore.

Ricordiamo qui alcune delle sue più importanti intuizioni.

La prima, suggerita dalla sua collaborazione con la NASA sul problema dell’esplorazione di Marte è stata sviluppata insieme ad una biologa Lynn Margulis, famosa per la sua teoria dello sviluppo “cooperativo” della cellula eucariota, una teoria olobiontica, in conflitto concettuale con l’applicazione pedissequa della teoria darwiniana. Ed insieme ad Andrew Watson, un biogeochimico inglese. Sto parlando della cosiddetta ipotesi Gaia; la biosfera come enorme sistema dinamico che ha molti meccanismi di retroazione negativa e dunque appare come un sistema complessivamente autoregolato, tendenzialmente omeostatico; attenzione a non confondere questa ipotesi, che è matematicamente espressa dai vari lavori pubblicati su Daisyworld “il pianeta delle margherite”, con una visione teleologica o perfino religiosa; probabilmente il nome dell’ipotesi, che di fatto in modo meno formale era stata avanzata da altri, per esempio da Vernadsky, uno dei padri fondatori dell’ecologia, ripeto il nome non ha giovato a favore di questa visione che comunque è diventata, grazie alla disponibilità di modelli matematici complessivi dell’ecosistema una visione comunemente accettata.

Un sistema con un attrattore forte, mostra molte delle caratteristiche di Gaia; per esempio guardiamo alla attuale crisi climatica attraverso questo tipo di modello; da una parte vediamo che il sistema biosfera cerca continuamente una stabilità attorno a valori delle variabili fondamentali, dall’altra vediamo che le transizioni fra i vari stati possono essere brusche e forti; riporto qui due grafici di fase costruiti su questa idea; il primo dai lavori di Westerhold sulle transizioni della terra recente, nel Cenozoico, negli ultimi 50 milioni di anni, l’altro di Etkin sulla transizione in corso; e si vede sempre che il sistema Terra ha degli attrattori forti dai quali si separa in modo non banale ma sempre cercandone altri, un sistema fortemente retroazionato dunque.

Science Journals — AAAS

Westerhold et al., Science 369, 1383–1387 (2020) 11 September 2020

Etkin applicando idee analoghe mostra come nel medesimo spazio bidimensionale di Westerhold, temperatura contro concentrazione dei gas serra, il sistema stia subendo una veloce transizione che non sappiamo ancora dove ci porterà, alla faccia di tutti gli ignoranti difensori di analisi solo numeriche (per capirci ai vari Battaglia, Scafetta, Prodi) che sostengono che non sta succedendo nulla.

Termino questo brevissimo ricordo con un’altra idea originale che dobbiamo a Lovelock, quella sul ciclo dello zolfo e la sua relazione con l’oceanografia, la cosiddetta ipotesi CLAW.

In questo caso Lovelock suggerì che il composto DMS, dimetilsolfuro, prodotto dal plancton   oceanico svolga un ruolo chiave nel controllo delle precipitazioni; anche la ipotesi opposta che ci sia un meccanismo di retroazione positiva può in realtà essere riconsiderato in modo unitario semplicemente in un modello matematico espresso dalle stesse equazioni del pianeta delle margherite come suggerito di recente da un brillante studente di UniTrento in una sua tesina, (Deidda Paolo, DMS chemistry in the marine troposphere and climate feedbacks).

Lovelock è stato sempre uno spirito libero ed ha espresso alcune delle contraddizioni più evidenti del movimento ambientalista; ne ricordo per concludere un paio;

  • Quando fu scoperto il buco dell’ozono ed il ruolo dei composti clorofluorocarburi Lovelock sostenne a lungo che non c’era problema, che il sistema si sarebbe difeso bene; ma a noi umani interessavano alcuni effetti specifici (come l’aumento dei cancri della pelle) che per nostra fortuna hanno portato agli accordi di Montreal e poi di Kigali (interazione fra buco dell’ozono ed effetto serra)
  • Lovelock ha sempre difeso l’energia nucleare sostenendo che contro il GW questa era l’unica risposta possibile, fondò perfino una società di ambientalisti per il nucleare; anche qui il tempo ha dimostrato che aveva torto, la fissione costa ormai più del PV e dell’eolico con accumulo e a parte i problemi di decommissioning, non appare più così attraente per l’umanità.

Ma quale grande mente non ha anche sbagliato? Newton fu per la maggior parte della sua vita un sostenitore della alchimia, Galileo difese una teoria erronea delle maree; ma non li valutiamo per questi loro errori; e così dobbiamo fare per Lovelock.

James che la terra ti sia lieve!

PS Luigi Campanella mi segnala che nell’ultimo saggio di Lovelock, L’età dell’Iperintelligenza è contenuto il suo testamento spirituale dove viene ipotizzato l’avvento di una nuova era in cui la specie umana terrestre sarà costretta ad abdicare in favore delle macchine intelligenti vista la raggiunta inabitabilità della terra. Come noi non piangiamo per le specie della cui scomparsa siamo responsabili, così le macchine non piangeranno per la nostra scomparsa. Era un ragazzaccio!

Da consultare.

https://www.iltascabile.com/scienze/gaia-lovelock/   sito ricco di informazioni ma ad impostazione a volte negazionista, fate attenzione ai contenuti

https://it.wikipedia.org/wiki/Ipotesi_Gaia

https://it.wikipedia.org/wiki/James_Lovelock

Sorella acqua.

In evidenza

Luigi Campanella, già Presidente SCI.

Quando si parla di acqua generalmente lo si fa con riferimento alle carenze, agli sprechi, ai trattamenti, ma c’è un aspetto fisiologico che merita di essere considerato accanto a quelli più tradizionali. Il fegato ad esempio ha bisogno dell’acqua per rilasciare il glicogeno, la nostra riserva di carboidrati che viene frammentata a glucosio, utilizzato poi dal nostro organismo come carburante. Ma l’acqua ha numerose altre funzioni: regola la temperatura corporea, elasticizza le mucose, lubrifica le articolazioni, favorisce la digestione e il trasporto dei nutrienti, rimuove le scorie metaboliche ed altro ancora. Il nostro corpo, a seconda dell’età, dal 75% nei bambini al 50% negli anziani, è costituito da acqua sicché – ad esempio nel mio caso, peso ed età considerati -circolano dentro di me circa 40 litri di acqua.


Luigi Campanella - Premio Nazionale di Divulgazione Scientifica ...  

La maggior parte è contenuta all’interno delle cellule, circa 2/3, il rimanente intorno alle cellule e, circa il 10%,nel sangue, la cui parte liquida, il plasma ne rappresenta il 55%. Da quanto detto si comprende come la disidratazione del nostro corpo rappresenti un pericolo e che perciò va assolutamente reintegrata l’acqua che eliminiamo ogni giorno attraverso sudorazione (circa 1 l), urina (circa 700 ml), tanto da consigliare i tradizionali 2l di acqua da assumere giornalmente sia come tale sia come alimenti ricchi di essa, frutta e verdura in primis. Il bilancio idrico non si può separare da quello elettrolitico: gli elettroliti sono i sali minerali contenuti nei liquidi biologici e, per il corretto svolgimento di tutte le funzioni organiche, è fondamentale che essi mantengano una concentrazione adeguata. All’interno della cellula troviamo una quantità prevalente di potassio, mentre all’esterno il sodio è l’elettrolita preponderante. Quando l’organismo avverte una variazione nella quantità di acqua totale o nella concentrazione dei sali mette in atto dei meccanismi di compensazione, basati essenzialmente sull’assunzione (processo della sete) o sull’eliminazione (urine, sudore) di liquidi. Ad esempio, quando mangiamo un pasto molto salato (es. pizza) la concentrazione di sodio nei fluidi corporei aumenta e i centri ipotalamici della sete vengono stimolati e ci inducono a bere, mentre i reni sono spinti a espellere meno acqua. A regolare il bilancio idroelettrolitico entrano in gioco strutture endocrine come l’ipotalamo, luogo dei centri della sete, l’ipofisi, i surreni, con la secrezione rispettivamente degli ormoni vasopressina e aldosterone. L’idratazione del corpo umano può essere misurata con un apposito test, il test bio-impedenziometrico per il quale vengono applicati degli elettrodi sulle mani e sui piedi.

  Lo strumento induce il passaggio di una lieve corrente elettrica attraverso il corpo e viene misurata  la resistenza offerta dall’organismo a questa corrente, dal cui valore si ricavano poi  tutti i dati richiesti dal test.Il monitoraggio del livello di idratazione e oggi possibile con una  app che permette di notificare agli utenti quando il livello d’acqua nel corpo si abbassa troppo; può ,inoltre, fornire un report dei liquidi che la persona ha consumato durante il giorno e misurare automaticamente l’assunzione d’acqua proveniente da cibi e bevande tramite un sensore di impedenza, che viene utilizzato per misurare il livello complessivo dei liquidi presenti nel corpo di una persona. I risultati vengono visualizzati su uno smartphone e le persone vengono avvisate mediante una notifica su display, spingendo l’individuo ad assumere  più acqua se il livello di liquidi nel corpo è troppo basso Il firmware per il monitoraggio è parte della app . La tecnologia prende anche in considerazione l’attività fisica della persona e calcola la quantità di calorie bruciate.