“Scienza, quo vadis?”. Recensione.

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Claudio Della Volpe

Scienza, quo vadis? Tra passione intellettuale e mercato.

Gianfranco Pacchioni, 11 euro Ed. Il Mulino

Recensione

La collana de Il Mulino Farsi un’idea è forse una delle più azzeccate scelte editoriali degli ultimi anni; libri brevi, compatti, ma densi, che svelano ed approfondiscono, attraverso esperti/protagonisti, aspetti critici della società moderna.

Anche il libro di cui vi parlo oggi fa parte di questa classe; 140 pagine per raccontare, anche attraverso le proprie esperienze personali, ma anche con tanti dati ben fondati e riassunti, il cambiamento che la Scienza ha vissuto e sta ancora vivendo negli ultimi 100 anni.

L’autore, Gianfranco Pacchioni, chimico teorico, è Prorettore all’Università di Milano Bicocca dove è stato direttore del Dipartimento di Scienza dei materiali. Per le sue ricerche ha ricevuto numerosi premi internazionali di prestigio, ha anche pubblicato altri libri su temi divulgativi.

Il titolo fa riferimento ad una famosa locuzione di origine apocrifa (che da il titolo anche ad un romanzo di fine ottocento che procurò al suo autore il premio Nobel per la letteratura nel 1905); la frase sarebbe stata pronunciata da Pietro che fuggiva da Roma incontrando il simulacro di Gesù; la risposta di Gesù avrebbe convinto Pietro a tornare sui suoi passi lasciandosi crocifiggere.

Dopo aver letto il libro ci si convince proprio di questo: che l’autore voglia indurre ad un ripensamento (o almeno ad una riflessione critica) chi fa scienza. Ma certo non per farsi crocifiggere!

La struttura del libro è agile e ben impostata; lo stile amichevole, ho trovato poche parole difficili e quelle poche usate senza boria. Insomma grande leggibilità.

L’argomento è diviso in 8 parti e ciascuna di esse è trattata con riferimento ad un esempio concreto il più delle volte tratto dall’esperienza personale dell’autore.

I temi dei primi capitoli, almeno apparentemente, sono quelli che potremo definire meno controversi; ma non è vero. Probabilmente lo sono per chi nella scienza ci lavora, ma non ho dubbi che ci siano molte persone e anche parecchi politici che non sarebbero d’accordo; per esempio sull’importanza della scienza di base, delle ricerche dettate essenzialmente dalla curiosità e non dall’interesse applicativo; purtroppo l’idea che certi tipi di ricerche non servano se non a chi li fa è molto comune e la ignoranza della storia della ricerca aiuta questa misconcezione, che di fatto è anche alla base di parecchi grandi finanziamenti; se non ci sono aziende interessate pare che i grandi progetti europei non abbiano senso; mi permetto di dissentire.

L’autore secondo me giustamente fa notare che praticamente tutte le grandi scoperte degli ultimi anni sono frutto di questo tipo di ricerca curiosity driven, spinta dalla curiosità, ed hanno avuto effetti enormi sulla nostra società.

L’altro argomento che pure pare scontato ma non lo è, almeno per il grande pubblico, mentre appare evidente a quelli della mia generazione (che è poi quella di Pacchioni) che lo hanno vissuto e che potrebbero portare esempi simili a quelli del libro è il grandissimo cambiamento della ricerca negli ultimi 50 anni (la cosa potrebbe non essere così evidente per i giovani ricercatori). Chi è abituato a fare un plot in pochi secondi con Excel o Kaleida potrebbe non capire che i due lavori all’anno di una volta implicavano tanto impegno quanto i venti lavori annui di alcuni di oggi. Siamo passati da una attività di nicchia, quasi artigianale ad attività di fatto industriale cambiando molti dei modi concreti di operare e coinvolgendo meccanismi complessi e difficilmente gestibili.

E’ cambiata non solo la dimensione delle cose, ma anche la velocità della produzione e (a volte) la sua qualità, e di più alcuni dei metodi di controllo della qualità (come si potrebbero chiamare in gergo industriale i processi di peer review) si dimostrano inadeguati, difficili da adattare alle nuove dimensioni. Questo ha favorito lo svilupparsi di una serie di meccanismi fraudolenti, la cui dimensione e la cui importanza sono spesso correlati con le dimensioni e l’importanza applicativa della scienza. Abbiamo ricordato di recente il caso poliacqua, che però attenzione non fu una frode, fu una incomprensione, un errore; ben diverso dal caso recente di Hendrik Schön, una vera truffa, raccontato da Pacchioni. In entrambi il metodo scientifico e il confronto fra pari sono stati si capaci di rivelare il problema, ma in entrambi si sono dimostrati lenti, probabilmente troppo. E questo della lentezza è dopo tutto uno dei temi del testo.

Ho apprezzato la illustrazione ben fatta dei vari termini che si usano in ambito scientifico che spesso né il grande publico né i giornalisti comprendono appieno: dalla valutazione della ricerca ai meccanismi specifici come il peer review, l’impact factor, etc. con una analisi critica del loro significato.

Qui val la pena di una citazione per la quale ringrazio Rinaldo Cervellati:

Richard R. Ernst (Premio Nobel per la Chimica, 1991) ha scritto:

And as an ultimate plea, the personal wish of the author remains to send all bibliometrics and its diligent servants to the darkest omnivoric black hole that is known in the entire universe, in order to liberate academia forever from this pestilence. And there is indeed an alternative: Very simply, start reading papers instead of merely rating them by counting citations. (Chimia, 2010, 64, 90)*

*rivista ufficiale della Swiss Chemical Society

Pacchioni appare combattuto fra le due visioni diverse della Scienza che emergono dall’analisi storica che egli stesso compie; ne vede aspetti negativi e a volte positivi; e non è il solo. La parte interessante di questa analisi è anche nel denunciare il legame di queste contraddizioni con le altre maggiori contraddizioni della nostra società: riferendosi ad esse Pacchioni scrive:

in un mondo che evolve in queste direzioni, non si può pretendere che la scienza resti un’isola felice e incontaminata, una sorta di porto franco totalmente immune da processi involutivi

Però ecco, se posso dare un contributo critico, qui mi sarei aspettato un passo avanti, un saltino che altri colleghi come Balzani o Armaroli, egualmente bravi sembrano aver fatto: la Scienza può indicare un cammino proprio sulla base dei contenuti che scopre nell’evoluzione tecnica, naturale, sociale ed economica dell’Umanità; per esempio la insostenibilità dei meccanismi di mercato e di crescita infinita è palese, la necessità di un mondo organizzato su basi diverse, più umane e non economicistiche è dimostrabile a partire dalla distruzione dell’ecosistema che la chimica e le altre scienze rivelano.

Dunque una riforma, chiamiamola così, della scienza è possibile insieme ad una riforma del meccanismo economico iperproduttivistico e di crescita continua che l’economia, come è misconcepita ora, tenta di imporci. Non più ricambio organico fra uomo e natura, ma un fondamento autoreferenziale di crescita quantitativa a tutti i costi che si vuole applicare anche alla scienza.

Il libro pone essenzialmente delle domande a cui suggerisce una parziale risposta; e porre domande giuste è dopo tutto il compito dello scienziato, porre domande prima che fornire risposte. Quella che mi ha colpito di più è : Siamo troppi? Che da il titolo al capitolo 6; domanda a cui l’autore non fornisce una risposta ma per la quale fornisce molto materiale, anche non comunemente disponibile sui numeri dei ricercatori nel mondo. Pone anche il problema della definizione dell’attività di ricerca e dello scienziato; ci sarebbe da approfondire di più il senso di questa crescita.

Una chiave di risposta per esempio la suggerisce il collega Luca Pardi del CNR (si veda il recente Picco per capre, ed. Lu.Ce di L. Pardi e J. Simonetta); man mano che ogni iniziativa umana si sviluppa diventa sempre più difficile farla funzionare bene: crescono la complessità ma anche le resistenze interne, la dissipazione; o se volete il costo entropico del sistema aumenta; teoricamente potete organizzare sempre più, ma avete bisogno di dissipare sempre più energia per tenere in piedi l’organizzazione; ma questa è una ipotesi che fanno altri.

Del tutto condivisibile la rivendicazione della slow science che è ormai diventata movimento e che conclude la parte creativa del volume, di una scienza non preoccupata della velocità e della quantità, ma solo dei contenuti e della correttezza etica, e che proprio per questo si dà i tempi che le servono. Anche se qui ci avrei aggiunto la necessità di facilitare le interazioni fra settori; rivendicare solo la specializzazione può far travisare le cose; in Italia abbiamo addirittura la follia di avere una tumulazione dei contenuti scientifici in circa 400 tombette chiamate settori disciplinari, che esistono solo da noi e che, quelli si, sono da eliminare quanto prima.

Anche perchè è anche lo scambio e il contatto fra settori diversi che crea nuove idee e concezioni e modelli.

In coda al testo una ampia bibliografia molto utile per coloro che volessero approfondire i temi discussi dall’autore. Anche solo per questo il libro dovrebbe entrare nella bibiliotechina di ogni scienziato critico.

Recensione. Energia per l’astronave Terra. 3 ed.

Claudio Della Volpe

Energia per l’astronave Terra. Nicola Armaroli e Vincenzo Balzani. Terza edizione. Zanichelli maggio 2017 296 pag. 13.90euro

 

La prima cosa da dire su un testo che in 10 anni ha già visto un’altra riedizione e numerose ristampe è che è un testo di successo; e lo è a ragion veduta.

Scritto in modo leggibilissimo, semplice, ma nel contempo rigoroso, completo ed aggiornato; se analizzate con un minimo di sguardo critico le edizioni vedrete che si è passati dalle 217 pagine della prima alle quasi 300 della terza; il corredo delle citazioni e dei documenti è diventato amplissimo, il che presuppone un intenso lavoro di aggiornamento personale e professionale, ma anche una passione travolgente. Nel 2009 ha vinto il premio Galileo per la divulgazione scientifica.

Il titolo è rimasto immutato, ma il sottotitolo ha segnato quell’aggiornamento di prospettiva che gli autori giustificano pienamente nell’introduzione alla terza edizione.

Si è passati da un testo essenzialmente illustrativo della situazione ad un approfondimento delle prospettive italiane e infine con questa terza edizione a quelle mondiali; come giustamente dicono gli autori:

…”le cose cominciano a cambiare e a dirlo sono i numeri. Da qualche anno il contributo relativo dei combustibili fossili alla domanda energetica mondiale ha iniziato a diminuire…….Nel 2016 la potenza da eolico e fotovoltaico ha sfiorato 800GW, coprendo il 5% della domanda elettrica globale.”

Dunque la transizione è iniziata, “è un processo inevitabile e ormai irreversibile”.

Gli autori sono anche convinti di una cosa basilare che avevano già espresso altrove:

Per fissare la barra verso l’unico futuro possibile occorrono anche buon senso, sobrietà, collaborazione e responsabilità”.

In altri termini non è questione solo di tecnologia, ma di cambiamenti sociali per realizzare quell’era delle rinnovabili che fa da sottotitolo all’ultima edizione.

Il libro è diviso in 10 capitoli ed è arricchito da un paragrafo sulle fonti dei dati, da uno intitolato “15 miti da sfatare” e concluso da una serie di informazioni puntuali ma non così ben conosciute; infine c’è un indice analitico che potrebbe risultare utile in un uso didattico del testo.

1 edizione pag. 217 Agosto 2008

2 ediz. pag. 288 Ottobre 2011

 

 

 

Quali sono i punti principali?

La prima parte introduce il concetto di energia e fa una stima molto accurata della situazione attuale dei consumi e delle risorse, come dei limiti nella stima dei combustibili fossili.

Segue un capitolo dedicato all’analisi dei danni climatici ed ambientali dovuti a questo uso ed al fallimento mondiale ormai acclarato del settore nucleare.

Dal 6 capitolo si affronta il tema delle energie rinnovabili e delle loro caratteristiche e dei loro limiti mentre negli ultimi due si affronta invece il tema della transizione energetica e dei problemi tecnici e sociali che tale transizione pone sul tappeto.

Alcuni punti che mi hanno colpito e vi riporto qui alcune frasi chiave:

State leggendo un libro; chiudete gli occhi e rimanete immobili per qualche secondo. Forse, penserete, in queste condizioni non si consuma energia. Non è vero:…..”

 

“Quanti candidati mettono al primo punto dei loro programmi elettorali la creazione di piste ciclabili sicure? Sarebbe un investimento straordinario per la qualità della vita e le casse pubbliche (ma non per il PIL) : meno inquinamento, meno obesità, meno strade rotte, meno costi per il sistema sanitario nazionale”.

 

“La transizione energetica richiede un cambiamento parziale dei nostri stili di vita, ma questo non significa che vivremo peggio: semplicemente vivremo in modo diverso. I cambiamenti maggiori riguarderanno probabilmente l’alimentazione e il nostro modo di muoverci e di viaggiare. Per intenderci: meno carne, meno frutta fuori stagione e più trasporti pubblici.”

 

“A livello internazionale le disuguaglianze , le guerre per le risorse e i cambiamenti climtici stanno causando migrazioni epocali. La nostra è la prima generazione che si rende conto di questa situazione di crisi e quindi è anche la prima – qualcuno dice che potrebbe essere l’ultima- che può e deve cercare rimedi.”

 

“E sembra quasi che la Natura si diverta a far dipendere le tecnologie energetiche più avanzate da risorse poco abbondanti, in particolare metalli rari ……Occorre perciò un cambiamento radicale del paradigma economico e industriale: infatti i “rifiuti” devono diventare preziose “risorse secondarie”.

 

“…la transizione non può essere guidata soltanto dal mercato e dallo sviluppo tecnologico: servono anche scelte politiche illuminate e tecnicamente fondate, che stanno faticosamente iniziando a emergere.”

 

Ovviamente nessun libro è perfetto; tutto è perfezionabile, ma diciamo che dopo due update questo testo mantiene e migliora le proprie qualità: chiarezza, completezza, semplicità, difficile trovare di meglio.

Come altri libri questo è un testo che considero contemporaneamente scientifico e militante. Non vi sembri questo un ossimoro, una contraddizione.

Oggi la scienza è in campo: deve schierarsi, anche socialmente, se vuole mantenere la propria coerenza e la propria immagine di strumento di liberazione umana. Se le scienze naturali arrivano a conclusioni che sono conflittuali con alcuni dei più frequenti luoghi comuni della ideologia economica, se le scienze naturali falsificano le ideologie della crescita continua e del libero mercato, che farebbe ricchi tutti, le loro conclusioni acquistano un dirompente significato sociale.

E questo è uno dei più importanti risultati di questo libro.

Fantascienza?

Nota: si ricorda che le opinioni espresse in questo blog non sono da ascrivere alla SCI o alla redazione ma al solo autore del testo

a cura di Mauro Icardi

(Due avventure narrative di Primo Levi nella lezione di Francesco Cassata)

Recensione, Fantascienza? – Science Fiction? Francesco Cassata ed. Giulio Einaudi p.288 euro 22 2016

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Il libro “Fantascienza?” di Francesco Cassata docente di storia della scienza presso l’università di Genova è tratto dalla settima lezione Primo Levi. Come le altre sei precedenti queste lezioni si tengono sotto l’egida del Centro Internazionale di studi Primo Levi e approfondiscono temi e interessi che riguardano lo scrittore torinese.

Le lezioni vengono poi pubblicate dall’editrice Einaudi in volumi bilingue (Italiano ed inglese). Le precedenti lezioni hanno toccato ed approfondito temi dell’opera di Levi che sono ben noti ai suoi lettori, agli studiosi e ai critici. Per esempio la prima lezione “Sfacciata fortuna” non può non far pensare al periodo che Levi trascorse nel Laboratorio del lager, dopo avere sostenuto l’esame di chimica di fronte al dottor Pannowitz. Levi viene aggregato al commando chimico e si sottrae così ai lavori più pesanti. Lavora in un ambiente riscaldato che lo preserva dai rigori dell’inverno in Auschwitz. Paradossalmente anche l’essersi ammalato negli ultimi giorni prima dell’arrivo delle truppe russe in marcia verso Berlino, lo salva dalla tremenda marcia di evacuazione del lager, a cui i tedeschi costringono i prigionieri sopravvissuti. Levi lo racconterà nel capitolo “Storia di dieci giorni” che conclude “Se questo è un uomo”.

“Raccontare per la storia” la terza lezione di un ciclo iniziato nel 2010, rimanda immediatamente alla poesia “Alzarsi” (in polacco Wstawac) contenuta nel volume di poesie “Ad ora incerta”. In questa poesia si esprime l’esigenza insopprimibile di sopravvivere non solo per ritornare, ma anche per assolvere al dovere morale di raccontare e testimoniare l’esperienza della prigionia e della deportazione:

Sognavamo nelle notti feroci
Sogni densi e violenti
Sognati con anima e corpo:
Tornare; mangiare; raccontare.
Finché suonava breve sommesso
Il comando dell’alba:
«Wstawac’».

La settima lezione si è tenuta presso la sede del centro studi a Torino il 27 ottobre dello scorso anno, e si occupa di approfondire una fase totalmente diversa dello scrittore torinese, anche se come poi si vedrà, i legami ed i riferimenti con l’esperienza della deportazione non mancano neanche tra le pieghe dei racconti di genere fantascientifico di Levi. Ma le conclusioni di questa lezione e del libro che ne è stato tratto suggeriscono una lettura diversa.

Il titolo “Fantascienza?” di questo volume delle lezioni Primo Levi riprende la fascetta editoriale che corredava la prima edizione di “Storie naturali pubblicato nel 1966 con lo pseudonimo di Damiano Malabaila. Il nome racconterà poi Levi viene scelto casualmente: è il nome che compare sull’insegna di un esercente davanti a cui passa giornalmente per recarsi al lavoro.

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Non è forse noto a tutti, ma Levi inizia a scrivere racconti di questo genere già nel 1946 quando lavora alla Duco di Avigliana, ed è impegnato nella risoluzione di problemi “chimico polizieschi” quali l’impolmonimento di vernici antiruggine, o nella stesura di una relazione tecnica relativa al fenomeno della puntinatura di alcuni smalti.

Il racconto “I mnemagoghi” che aprirà il volume “Storie naturali” viene scritto proprio in quel periodo, e verrà pubblicato sul quotidiano “L’Italia socialista” nel 1948.

La formazione del chimico qui si riconosce immediatamente. Il racconto parla di due medici: il giovane Dottor Morandi che inviato in un piccolo paese di montagna a sostituire l’anziano Dottor Montesanto, viene coinvolto da quest’ultimo nell’esperienza sensoriale di annusare delle boccette in cui sono contenute particolari essenze odorose. Montesanto spiega la cosa in questo modo:

“ Alla questione delle sensazioni olfattive, e dei loro rapporti con la struttura molecolare, ho dedicato anche in seguito molto del mio tempo. Si tratta, a mio parere, di un campo assai fecondo, ed aperto anche a ricercatori dotati di mezzi modesti.

Il Dottor Montesanto ha sintetizzato e raccolto in boccette questi mnemagoghi (suscitatori di memorie).

Il racconto, il primo di “Storie naturali” ci ricorda quello che Levi sosteneva a proposito del senso dell’olfatto (“Guai se un chimico non avesse naso”) ma ci parla anche di sensazioni odorose legate a ricordi particolari. Sensazioni che però non hanno un impatto emotivo univoco. L’odore che per una persona può essere gradevole e legato a momenti lieti, ad altri può provocare disgusto o indifferenza. L’oggettività di un odore in provetta si disperde nelle memorie soggettive.

Il libro di Francesco Cassata spiega con tantissimi rimandi collegamenti ed esempi la genesi dei quindici racconti contenuti nelle “Storie naturali”, e dei successivi venti pubblicati nel 1971 in “Vizio di forma”.

Il primo libro di genere fantascientifico di Levi viene visto dall’autore come uno sforzo di ritorno alla realtà e a una forma di evasione dalla sua veste ufficiale sia di testimone dell’olocausto, che professionale come direttore tecnico di una fabbrica di vernici. Levi non vuole limitarsi a questo. Ma nello stesso tempo Auschwitz non rappresenta soltanto la terribile esperienza del suo passato ma anche un punto di osservazione, una sorta di prisma etico e cognitivo per riflettere sulla distorsione della razionalità, e per analizzare i tanti “vizi di forma” del presente e del futuro.

Francesco Cassata in questo libro ci guida nell’analisi dei racconti. In alcuni di essi quali “Angelica farfalla” e “Versamina” possiamo trovare legami con i terribili esperimenti che i medici nazisti conducevano nei Lager sui prigionieri. Ma allo stesso tempo sono presenti temi squisitamente scientifici che riguardano nel primo racconto il ciclo vitale incompleto dell’anfibio Axolotl che si riproduce allo stato larvale senza completare il suo ciclo evolutivo, e nel secondo il rovesciamento dei comportamenti cioè la trasformazione attraverso appunto la molecola che nel racconto è chiamata versamina (una molecola immaginata dallo scrittore torinese che la immagina derivata dall’acido benzoico) capace di trasformare le sensazioni di dolore fisico in piacere.

Nei racconti di storie naturali è sempre presente il meccanismo (ben conosciuto dai chimici) dell’errore.

In qualche caso anche cercato come in “Alcune applicazioni del mimete” dove l’incauto e pasticcione Gilberto usa questa macchina (un duplicatore tridimensionale) per ottenere una copia di sua moglie.

Nel saggio di Cassata troviamo anche i riferimenti alle basi scientifiche di ogni racconto. Il duplicatore tridimensionale è immediato che possa far pensare alla tecnica delle stampanti 3 D (escludendo è ovvio la duplicazione di esseri viventi).

Il secondo libro di racconti fantascientifici di Levi (l’autore però tendeva a definirli dei divertimenti delle stranezze o delle favole) esce nel 1971. Avrebbe dovuto secondo l’autore intitolarsi in maniera diversa (“Ottima è l’acqua” come il racconto che chiude la raccolta), ma dopo qualche riunione di redazione alla casa editrice Einaudi si scelse come titolo “Vizio di forma” con l’intenzione di connettere questo secondo libro di racconti al primo, quasi come un seguito.

vizio di forma

Ma i due libri sono solo apparentemente uguali. In realtà dal punto di vista letterario e stilistico differiscono. I racconti contenuti in “Storie naturali” lasciano trasparire il senso dell’ironia e del grottesco, mentre “Vizio di forma” ha un modo di scrittura più pessimista.

“Storie naturali” risente molto di più di una fiducia, di un ottimismo legato all’Italia del grande sviluppo economico successivo al dopoguerra. I racconti sono stati scritti in un periodo di tempo di una ventina di anni a partire dal 1946 e sono più eterogenei.

Quelli di “Vizio di forma” invece in un periodo di tempo più breve, dal 1967 al 1970, quando si inizia a percepire che l’età dell’oro è finita e che i problemi globali planetari si stanno affacciando alla ribalta.

Lo stesso Levi lo ricorda nel 1979 nella prefazione al libro di Luciano Caglioti “I due volti della chimica”.

Non era giunto il momento di fare i conti planetari, e di mettere un freno, se non ai consumi, almeno agli sprechi, ai bisogni artificialmente provocati, ed all’inquinamento dell’aria, dell’acqua e del suolo?

“Vizio di forma” viene scritto negli anni in cui l’ambientalismo scientifico si va affermando tra la fine degli anni Sessanta ed il decennio successivo. In questo libro la riflessione sul rapporto tra popolazione, ambiente e risorse economiche è il filo conduttore di ben otto racconti, dei venti che compongono il libro.

Tornando al libro di Francesco Cassata dedicato a questi due libri diversi di Levi è interessantissimo il paragrafo “Equilibri omeostatici ed ecologia” in cui si parla dell’opposizione fondamentale su scala planetaria di due forze contrapposte: l’entropia e l’omeostasi. Due concetti noti soprattutto a scienziati e tecnici. Levi ne scrive in un breve saggio del 1983 uscito nel Notiziario della Banca Popolare di Sondrio.

Scienziati e tecnici sono coloro che combattono “la vecchia battaglia umana contro la materia”.

Nel saggio di Cassata si suggerisce che queste due visioni si possono confrontare leggendo due racconti. Uno è “Carbonio” che chiude “Il sistema periodico” nel quale Levi racconta il meccanismo della sintesi clorofilliana e quello del ciclo biogeochimico del carbonio.

Il secondo racconto è invece “Ottima è l’acqua” che chiude viceversa proprio “Vizio di forma, nel quale il racconto della modificazione impercettibile ma continua della viscosità dell’acqua finisce per impedire agli uomini persino di lacrimare, e rappresenta il trionfo del disordine e del caos.

Non è casuale il confronto perché la stesura di “Carbonio” è databile tra il 1968 e il 1970, lo stesso periodo della scrittura dei racconti di “Vizio di forma”.

Nella parte finale del saggio Cassata da conto di come la critica giudicò i due libri stabilendo un nesso di continuità con l’esperienza del Lager, in maniera da interpretare come fallimentare questa esperienza letteraria dello scrittore.

Ma la conclusione è che vedere in questi due libri di racconti di Levi solo la trasfigurazione allegorica di Auschwitz è riduttivo. E personalmente sono in pieno accordo con questa affermazione.

In chiusura del saggio sono da questo punto di vista significative le parole pronunciate da Norberto Bobbio nel 1988 in occasione di uno dei primi convegni successivi alla scomparsa di Levi. In quella occasione rimproverò Ruggero Pierantoni, ricercatore di cibertenica e biofisica del CNR che fece un’intervento dedicato a “Il sistema periodico” con queste parole: “Lei non ha capito ciò che ci unisce tutti qua dentro: non si può parlare di Primo Levi dimenticando che è stato ad Auschwitz”.

Forse può sembrare un’intollerabile presunzione ma le parole di Bobbio non mi convincono.

Nessuno potrà mai dimenticare l’esperienza umana di Levi ad Auschwitz, come nessuno potrà non riconoscere il valore letterario di “Se questo è un uomo”, libro che colpisce alla prima lettura per lo stile. Dove non una sola parola è fuori posto, dove la descrizione di una delle pagine più atroci della storia del novecento viene fatta con una sensazione di pacatezza e di senso di giustizia che escono dalle pagine del libro andando incontro al cuore e alla ragione di chi le legge.

Ma trovo riduttivo e ingiusto non conoscere “l’altro” Levi. Autore di moltissimi saggi di grande valore divulgativo e scientifico.

Autore di due libri di racconti fantascientifici (ma abbiamo visto che il termine è riduttivo) che sono anche anticipatori di realtà poi narrate successivamente. Il Torec di “Trattamento di quiescenza” che permette di vivere esperienze sensoriali tramite un casco è l’antesignano della realtà virtuale narrata anche in film come “Strange days”, uscito nel 1995

Nella “Bella addormentata nel frigo” si parla di ibernazione ed il pensiero va agli astronauti ibernati sull’astronave Discovery di “2001- Odissea nello spazio”.

Io ho sempre trovato interessanti questi due libri, senza mai considerarli delle opere minori.

Così come ho trovato stimolante ed interessante il libro di Francesco Cassata che nel concludere si augura che la lezione (e conseguentemente il libro) servano come stimolo ad una ricerca critica e ad uno studio più approfondito di queste due opere di Levi.

Invito che mi sento di rivolgere non solo ai critici letterari ma possibilmente ad un pubblico più ampio, anche a chi legge le pagine del nostro blog.

Perché Primo Levi ha ancora tanto da dirci, non solo come testimone autorevole e di grande dignità e autorevolezza di testimone dell’olocausto. Ma come scrittore, saggista e divulgatore scientifico.

E devo dire che Cassata ci fornisce con questo libro stimoli e chiavi di lettura importanti.

Così come suggerisco la lettura di questi due libri di Levi, che a mio parere completano ed integrano l’opera dello scrittore.

 

Primo Levi: “Io che vi parlo”. Recensione.

Nota: si ricorda che le opinioni espresse in questo blog non sono da ascrivere alla SCI o alla redazione ma al solo autore del testo

a cura di Mauro Icardi

“Primo Levi io che vi parlo. Conversazione con Giovanni Tesio” è un libro recentemente uscito per la casa editrice Einaudi nella collana super ET. Il libro riporta le conversazioni che Giovanni Tesio registrò nella casa di Corso Re Umberto 75 a Torino, dove il chimico-scrittore trascorse praticamente tutta la sua vita dopo il rientro dalla deportazione.

Si tratta di due conversazioni registrate il 17 e 26 Gennaio e una il successivo 8 Febbraio del 1987. Sarebbero dovute servire per la scrittura di una biografia autorizzata. Che non si realizzò a causa della morte dello scrittore nell’Aprile dello stesso anno.

La lettura è certamente consigliata. Mostra aspetti dello scrittore torinese che non erano ancora completamente conosciuti o svelati. Allo stesso tempo conferma l’immagine che nei suoi libri  Levi ha dato di sé. Soprattutto degli anni della giovinezza e dell’adolescenza, anni nei quali la timidezza lo rende estremamente  impacciato soprattutto nelle relazioni con le ragazze sue coetanee, compagne di ginnasio o dell’università.

io che vi parlo

Levi parla di questo, svela anche le difficoltà nei rapporti con il padre, di carattere decisamente opposto, un bon vivant come lui stesso lo definisce e lo ricorda.

Racconta di essere sempre stato un’instancabile curioso, curioso di tutto, e di come questa curiosità lo porterà a studiare chimica che gli sembra essere la chiave migliore per le risposte che cerca. La inizia a studiare grazie ai libri che il padre, accanito lettore come lui, gli procura. Conduce esperimenti elementari con i materiali che trova in casa, per esempio la cristallizzazione di sali. Pone domande maliziose alla sua insegnante di scienze al ginnasio, per coglierla in fallo perché conosce già la chimica meglio di lei.

Nel libro si approfondiscono alcuni aspetti di  temi che troviamo in altri suoi libri, in particolare ne “Il sistema periodico” e altri episodi totalmente nuovi.

Primo_Levi

La realizzazione della a sua tesi di laurea con le difficoltà dovute alla sua condizione di ebreo, in un Italia dove erano state promulgate le leggi razziali.  Il tentativo di iniziare l’attività di produzione di soluzioni titolate insieme all’amico Alberto Salmoni  subito dopo aver conseguito la laurea, utilizzando un locale del vecchio mattatoio di Torino messo a disposizione dal padre di Alberto, che nel “Sistema periodico” non viene narrata.

Alberto Salmoni è il personaggio che nel  racconto “Stagno” viene chiamato Emilio, con cui Levi tenterà per poco tempo la strada della libera professione di chimico, prima di venire assunto nella fabbrica di smalti per fili elettrici in cui lavorerà fino al pensionamento.

Nel libro ci sono molte altre cose che Levi racconta, anche relative al suo ruolo di direttore tecnico alla Siva. Ne esce un ritratto completo con aspetti nuovi e poco conosciuti.  Si comprendono meglio anche cose molto intime che Levi fatica a elaborare a più di quarant’anni di distanza, come per esempio la scomparsa di Vanda Maestro, la donna con cui venne catturato durante la breve e sfortunata esperienza di partigiano, e che da Auschwitz non ritornò. E il particolare legame che aveva con lei.

Da notare anche la particolare  attenzione con cui Giovanni Tesio pone le domande, facendo attenzione e non risultando mai troppo invadente, cosa che permette a Levi di parlare con naturalezza.

Il libro si legge quasi d’un fiato. Una lettura a cui non si può rinunciare se si  apprezza  questo scrittore che si definiva un centauro per via della sua dualità. Un chimico ed uno scrittore.

Anzi un chimico-scrittore dove il trattino che separa i due sostantivi ci ricorda i legami tra gli atomi in una molecola nelle rappresentazioni che ci sono note.

Chiudo con una mia piccola opinione molto personale. Forse il più grande scrittore del novecento.

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E’ APERTA LA RACCOLTA DI FIRME PER LA PETIZIONE ALLA IUPAC per dare il nome Levio ad uno dei 4 nuovi elementi:FIRMATE!

https://www.change.org/p/international-union-of-pure-and-applied-chemistry-giving-name-levium-to-one-of-the-4-new-chemical-elements

La scienza comincia sempre così

Nota: si ricorda che le opinioni espresse in questo blog non sono da ascrivere alla SCI o alla redazione ma al solo autore del testo.

a cura di Marco Taddia

Recensione a “Esperimenti scentifici da fare per gioco” di Ian Graham e Mike Goldsmith (Le Scienze, Roma, 2015/ Dorling Kindersley, London, 2011 – pp. 144, Euro 9,90)

farepergioco

A volte si ha l’impressione che i nostri bambini siano più affascinati dalla realtà virtuale piuttosto che da quella fisica. Anche noi corriamo un rischio simile, talvolta ignari della mutazione di cui siamo vittime. Il fenomeno non è privo di conseguenze e il progressivo distacco dalla natura, di cui siamo parte integrante, ha sempre un prezzo. Anche un libro, nel suo piccolo, può aiutare i nostri ragazzi (e forse anche noi) a correggere il tiro, ristabilendo la corretta gerarchia fra natura e tecnologia, aiutando a scoprire la scienza. Non c’è da meravigliarsi se questo libro è stato inizialmente pubblicato nel Regno Unito e si è avvalso anche di prestigiose collaborazioni di stampo accademico come il Reach Out Lab dell’Imperial College. L’editoria anglosassone ha, per quanto riguarda la divulgazione scientifica, un passato a dir poco glorioso che risale almeno al secolo XIX, interessa anche la chimica e non è guardata con sufficienza dagli esperti.

Ma veniamo a qualche esempio, preso dall’edizione italiana, uscita per il mensile “Le Scienze” un paio di mesi fa. Alle pp. 82-83 vengono fornite le istruzioni per costruire uno spettroscopio con i mezzi che ciascuno può trovare in casa propria. Viene in mente subito la vicenda di Robert Wilhelm Bunsen (Gottinga, 1811 – Heidelberg, 1899), riconosciuto caposcuola della chimica tedesca del secolo XIX, più famoso per ciò che non ha inventato (il becco) piuttosto che per gli importanti risultati ottenuti nei diversi settori della chimica. Bunsen costruì il suo primo spettroscopio utilizzando una scatola di sigari. Anche per il resto, utilizzò ciò che aveva sottomano. Da un piccolo telescopio prese gli oculari e poi completò l’opera con un prisma. Ciò non gli impedì di condurre osservazioni che lo fanno ricordare, insieme al fisico Gustav Kirchhoff (Königsberg, 1824–Berlino, 1887), come padre della spettroscopia atomica analitica, portandolo a scoprire nuovi elementi chimici (cesio, rubidio).

Oggi, per costruire uno spettroscopio in casa, occorre procurarsi (udite, udite): un tubo di cartone preso da un rotolo di carta igienica, un po’ di carta nera, un vecchio CD registrabile, del nastro adesivo da pacchi, un po’ di cartone resistente e un po’ di cartoncino. Un paio di forbici e la colla completano l’elenco. Come procedere? Beh, dovete leggerlo sul libro. Sarete aiutati da belle immagini e anche dai consigli per eseguire le vostre osservazioni. Non mancano le precauzioni d’uso. Ad esempio, si raccomanda di non guardare luci forti oppure di non puntare direttamente lo spettroscopio verso il Sole. Ci sono poi tre piccoli box esplicativi. Uno spiega come funziona, l’altro riassume in breve la scienza degli spettri (riportando quello del carbonio e quello del mercurio) e l’ultimo accenna alle applicazioni in campo astronomico. Fra i simboli convenzionali che accompagnano l’esperimento (tempo di realizzazione, livello di difficoltà ecc…) , chiaramente spiegati all’inizio del libro, c’è quello in cui si raccomanda la presenza di un adulto. In realtà, può darsi che gli adulti si appassionino a questo libro e agli esperimenti ivi descritti quasi quanto i ragazzi.

Probabilmente anche loro, professori compresi, ne ricaveranno qualche spunto di riflessione. Il libro è diviso in cinque parti: il mondo dei materiali, forze e movimento, energia in azione, elettricità e magnetismo, il mondo naturale. Nella parte riguardante i materiali ci sono esperimenti ben noti a chiunque abbia assistito a dimostrazioni introduttive alla chimica. Uno dei più curiosi (e semplici) s’intitola “nuova vita all’argento” e, probabilmente, verrà copiato dalle mamme per restituire brillantezza e luminosità agli oggetti d’argento anneriti dai depositi superficiali di solfuro. Meno facile, c’è da scommetterci, sarà l’interpretazione del fenomeno elettrochimico ma si sa che occorre procedere per gradi! Nella seconda parte troviamo un esperimento da realizzare con una bibita frizzante. Introducendo nella bottiglia alcune mentine si genera un’eruzione spettacolare, dovuta a un fenomeno di nucleazione che concentra le bolle di diossido di carbonio in uno spazio ristretto, e che può raggiungere un’altezza considerevole. Meno facile da spiegare perché le bibite light, che non contengono saccarosio, danno getti più alti e violenti. Un altro esperimento, nella sezione natura, riguarda la creazione delle nuvole. Finalmente, i vostri bambini capiranno cosa sono quelle formazioni mutevoli nella forma e anche nel colore che corrono sulle loro teste, hanno ispirato poeti e, spesso, attirato la curiosità degli scienziati. Se talvolta li vedrete con lo sguardo rivolto al cielo invece che allo schermo dello smartphone, vorrà dire che l’esperimento è riuscito.

 

L’atomo è davvero immenso

Nota: si ricorda che le opinioni espresse in questo blog non sono da ascrivere alla SCI o alla redazione ma al solo autore del testo.

a cura di Marco Taddia

Recensione a “L’era dell’atomo” di Piero Martin e Alessandra Viola (Il Mulino, 2014 – pp. 137, Euro 11,00)

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A qualcuno potrà sembrare stravagante ma piace a chi scrive incominciare questa recensione dalla fine del libro citando subito l’ultimo capitolo, giustamente intitolato “Atomo: una parola, molti significati”. Gli Autori ricordano un’indagine di alcuni anni fa, secondo la quale “chi sente la parola atomo la associa istintivamente a concetti come pericolo, bomba, radioattività, emergenza”. Evidentemente si tratta di pregiudizi e paure irrazionali perché l’atomo è anche molto altro: energia pulita e abbondante, salute e ricerca. Bisognerebbe allora pensare all’atomo come a qualcosa di per sé né buono né cattivo che va solo maneggiato con cura.

Se ci pensate, c’è qualche somiglianza con la parola “chimica”. Diversi colleghi si preoccupano, giustamente, del fatto che la chimica non goda di buona fama, anzi che faccia un po’ di paura a molte persone. Il dizionario delle fobie include il termine chemofobia e a quello si rimanda il lettore interessato ad approfondirne il significato (http://www.fobie.org/chemofobia.html). Tra i primi campanelli di allarme si ricorda una scioccante copertina della rivista Chemistry in Britain (dal 2004 Chemistry World), l’organo della Royal Society of Chemistry che negli anni ’90 dedicò espressamente un fascicolo alla Chemophobia. Il termine si fece strada e gli autori cominciarono ad usarlo anche nei titoli degli articoli scientifici. Un esempio interessante è quello del lavoro di James J. Worman and Gordon W. Gribble “Herbicides and Chemophobia”, pubblicato dal Journal of Arboriculture nel 1992. L’aggettivo “atomico” fa concorrenza all’aggettivo “chimico”. Ne sa qualcosa anche l’autore di questo articolo. Occupandosi di ricerche nell’ambito spettroscopia atomica analitica e volendo spiegare ai conoscenti più curiosi come passasse il tempo all’Università, vedeva spesso comparire sui loro volti qualche ombra di malcelata preoccupazione quando tentava di farlo.

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Il fisico Pietro Martin e la giornalista Alessandra Viola vorrebbe contribuire a rovesciare l’odierna immagine dell’atomo, dovuta a una combinazione di numerosi fattori. Tra questi, una visione del mondo diversa da quella che prevaleva all’inizio del Novecento e che assegnava al progresso tecnologico un ruolo cruciale nella crescita del benessere economico. A seguire, i gravi incidenti, le guerre e i disastri che hanno ucciso tanti esseri umani e devastato vaste aree ambientali. Per finire, la “mediatizzazione” delle catastrofi e il timore di non dominare più lo sviluppo e le sue conseguenze. Martin e Viola vorrebbero sconfiggere la paura irrazionale (cioè la fobia) che si accompagna a tutto ciò che è “atomico” o “nucleare”. Osservano che, come succede in altri settori, “i dati oggettivi contano poco”. Secondo gli A. “il nucleare da fissione è oggi una delle fonti energetiche più sicure e i punti interrogativi sulla sua sostenibilità non vengono tanto dagli incidenti quanto dal problema delle scorie”. Si può essere d’accordo o meno ma vale la pena comunque di dedicare un po’ di tempo a questo volumetto, pubblicato nella collana intitolata, guarda caso, “Farsi un’idea”. I primi due capitoli hanno un taglio prevalentemente storico. Si parte dall’atomismo degli antichi Greci, poi si passa all’atomismo medievale , agli alchimisti e al Settecento per finire, con il primo capitolo, all’inizio del Novecento. Nel successivo, attraverso Bohr e Rutherford si sbuca nella meccanica quantistica ossia nella “fine della certezza”. Il terzo capitolo si occupa delle radiazioni elettromagnetiche spiegando anche fenomeni come il colore del cielo. Seguono tre capitoli applicativi: energia, fissione e fusione, medicina, archeologia ecc..

Inevitabilmente, con tanti argomenti da riassumere, qualche sbavatura era inevitabile. Quella che bisognerebbe correggere è l’affermazione, riferita all’effetto fotoelettrico, che “affinché ci sia emissione di elettroni, occorre che la luce sia ultravioletta” (p. 36). E’ evidentemente una svista, dato che l’inserto n.9, cui ci si riferisce successivamente, mostra che, relativamente al potassio, anche la radiazione verde (500 nm) possiede energia sufficiente ad estrarre l’elettrone.

Tornando all’ultimo capitolo, per chiudere il cerchio, si richiama l’attenzione del potenziale lettore sull’avvincente paragrafo “L’atomo nella letteratura e nei fumetti: dai supereroi a Topolino”. Trascurando per questa volta i fumetti, vale la pena di soffermarsi sui tanti Autori che si sono interessati a “l’invisibile granello dotato di potenza creatrice ma anche distruttrice”. Qualche nome: Goethe, Neruda, Levi, Svevo, Pascoli, Calvino e tanti altri. Per concludere, questo è un piccolo libro dal quale si possono ricavare tanti spunti di riflessione e dal quale si capisce che l’atomo è piccolo ma al tempo stesso grandissimo. L’aveva intuito anche Giordano Bruno, il filosofo che gli A. citano a p. 121, riproponendo un passo di “De la causa, principio et uno, 1584”: “L’altezza è profondità, l’abisso è luce inaccessa, la tenebra è chiarezza, il magno è parvo, il confuso è distinto, la lite è amicizia, il dividuo è individuo, l’atomo è immenso”. Un’intuizione che non bastò a salvargli la vita.

Il paese degli elefanti (recensione)

Nota: si ricorda che le opinioni espresse in questo blog non sono da ascrivere alla SCI o alla redazione ma al solo autore del testo.

Luca Pardi Il paese degli elefanti. Miti e realtà sulle riserve italiane di idrocarburi Lu.Ce. Editore, 2014, 120p, 12 euro

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a cura di C. Della Volpe

Questo libro l’ho visto nascere e quindi capirete che mi sta particolarmente a cuore. L’autore è un nostro collega del CNR di Pisa, Luca Pardi.

Luca, ha un problema: porta un nome ingombrante; suo padre, Leo Pardi, fondatore dell’etologia italiana (ha scoperto fra l’altro l’organizzazione gerarchica della vespa), ha lasciato un marchio indelebile nella cultura nazionale ed internazionale; suo fratello, Francesco, professore di architettura, è senatore. Con queste premesse a Luca non è bastato diventare primo ricercatore CNR, avere un robusto H-index. Ci si è dovuti arrendere alla tradizione e, una volta diventato Presidente di ASPO-Italia, Luca ha dovuto anche scrivere un libro.

Scherzo a parte, scherzo che mi permetto perchè considero Luca un amico, questo libro nasce da uno scontro di interviste di qualche mese fa. In un articolo uscito il 18 maggio su Il Messaggero, il prof. Romano Prodi, parlando del mancato sfruttamento delle risorse di idrocarburi (gas e petrolio) italiani, si rammaricò per l’occasione perduta. affermando che potremmo arrivare ad una produzione di idrocarburi di 22 Mtep di produzione (annua) entro il 2020, corrispondente ad un raddoppio della produzione attuale.

L’Italia non è povera di petrolio e di metano, ma assurdamente, preferisce importarli piuttosto che aumentare la produzione interna. Nell’ultimo decennio abbiamo pagato all’estero 500 miliardi di euro per procurarci la necessaria energia. Un lusso che non possiamo più permetterci.”

e Luca, intervistato da Ambiente Italia gli rispose così

(http://aspoitalia.wordpress.com/2014/05/25/ambiente-italia-pardi-risponde-a-prodi/):

…dire che in Italia abbiamo quantità ingenti di idrocarburi, è come dire che l’Italia è il paese degli elefanti perché ci sono due elefanti allo zoo di Pistoia e altri 4 o 5 sparsi nei circhi. Non è così! E’ una frottola….”

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Dopo qualche ora gli dissi a voce, per telefono, che erano anni che non sentivo quella parola per TV, frottola, e che detta con quel suo inestinguibile accento mi era oltremodo piaciuta.

Tanto bastò, ahimè, per spingerlo sulla strada della scrittura.

Il libro di Luca Pardi è, come dichiara il suo autore, un libro militante, come altri che ho recensito di recente, (penso qui al libro di Balzani e Armaroli, Energia per l’astronave Terra); Luca fa parte di questa recente genìa di scienziati militanti. Uno scienziato militante, è uno strano, corrucciato, ma simpaticissimo individuo, che non rinuncia ad essere nè l’uno, nè l’altro e a tentare di conciliare la freddezza apparente della scienza, la neutralità e l’oggettività del dato, con la passione della politica; ma attenti, intendo qui della Politica, quella con la P maiuscola, l’attenzione alla collettività ed ai suoi problemi, problemi sviscerati con riga e compasso, con il calcolo e la misura e alle strategie per risolverli, strategie basate sulle più recenti invenzioni culturali dell’Umanità (la retroazione per esempio, ossia la causalità applicata al servizio dei sistemi complessi), con un occhio che vede lontano, non certo alle prossime elezioni, ma a decenni o secoli da oggi.

Il libro inizia con una affermazione che può sconvolgere menti impreparate:

Il Picco del petrolio, del gas, del carbone e di ogni altra risorsa non rinnovabile è semplicemente il massimo storico di produzione della risorsa. Ad esso sono soggette tutte le risorse energetiche, ma anche i metalli su cui si fonda l’industria moderna e altri materiali, ad esempio quelli che si utilizzano nelle costruzioni: le sabbie, i materiali lapidei, il marmo, il travertino, e quelli usati in agricoltura come i fosfati.

Per essere precisi non è necessario che una risorsa sia non-rinnovabile affinché incontri a causa del suo sfruttamento un Picco di produzione. In effetti anche una risorsa rinnovabile, come è l’acqua dolce che si rinnova continuamente attraverso l’evaporazione, la condensazione e le precipitazioni, sfruttata ad un tasso superiore a quello di ricostituzione naturale può andare incontro ad una dinamica di depauperamento analoga a quella di una risorsa non rinnovabile.

Questa peculiare idea, che si può far risalire all’altro toscanaccio, Ugo Bardi, chimico fisico anche lui, che ne ha dato una analisi riferita all’olio di balena (Bardi U. ,Energy Sources, Part B, 2:297–304, 2007) è una di quelle che lasciano il segno.

La rinnovabilità dipende dalla velocità con cui si usa la risorsa, non dalla sua intrinseca natura.

Il libro parte dall’energia come viene presentata nei grandi mezzi di informazione, rifacendo la storia degli approcci che i vari governi hanno avuto nei confronti del problema e delle risposte che il mondo dell’ambientalismo e di chi si occupa del problema come ASPO, ha avuto sul tema; l’apparato di note e di riferimenti assolutamente formidabile aiuta a farsi una documentazione di prima mano. Prosegue nel mostrare il ruolo conccreto che i fossili di varia origine hanno nell’economia reale e soprattutto il rapporto fra consumi, prezzi e previsioni; un tema che ha spesso appassionato i grandi organi di informazione: ossia del quanto ce n’è? Per fare ciò introduce in modo generale la definizione del picco del petrolio e soprattutto l’idea che il picco del petrolio tradizionale è già alle nostre spalle.

Un grafico dell’IEA mostra come il petrolio tradizionale, il legacy oil è arrivato al suo massimo produttivo, ossia al suo picco, nel 2005, appena prima della crisi economica attuale, una crisi che è legata a questo fenomeno, sia pure in modo complesso.

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Un ulteriore capitolo descrive il concetto di risorse e riserve, entrando nella definizione esatta dei termini tecnici che sono spesso usati anche nella letteratura professionale sul tema ed inizia a fornire i valori relativi al nostro paese, come illustrazione dei concetti usati. Un ulteriore capitolo è dedicato alla definzione di EROEI, di energia netta, un concetto che sta piano piano entrando nel lessico quotidiano e che ci può servire da guida nel comprendere perchè non sia possibile sommare le riserve dei vari tipi di idrocarburi, mescolando prodotti che se pur simili all’apparenza, idrocarburi liquidi, hanno un contenuto di energia netta del tutto diverso a causa del diversissimo modo di estrazione che hanno subito.

A questo punto, dopo una carrellata leggibilissima, ma precisa ed atttenta il libro si dedica al suo core business, ossia al suo argomento nominale: ma quanto petrolio e gas c’è in Italia e da dove viene, in quali regioni, sfatando i vari miti giornalistici, a partire dal fatto che il grosso del petrolio nazionale si può estrarre sulla terraferma e non sul mare, l’Adriatico selvaggio di poetica memoria non nasconde che una parte di gran lunga minoritaria del tesoretto (pag.99). un tesoretto, a cui, precisa Pardi le aziende estrattive sono molto interessate non tanto per la composizione ricca di S che lo rende meno appetibile ma per i bassi oneri di estrazione che devono pagare. Una parte finale del capitolo si dedica anche alla decrizione della situazione mondiale.

La conclusione è chiara:

L’Italia non è il paese degli elefanti, e non è nemmeno il paese degli idrocarburi. Non ci sono oceani di petrolio e gas sotto il mare Adriatico, e non ci sono “ingenti” riserve nel sottosuolo della penisola. I giacimenti della Val d’Agri in Basilicata, splendida regione da visitare a bassa velocità, gustandone la natura, i cibi e l’ospitalità indimenticabile dei suoi cittadini, è si il quarto per produttività in Europa, ma a buona distanza dal terzo e con un petrolio la cui qualità è gravemente compromessa dal carico di zolfo ………

…….. produce circa l’11 % dei propri consumi di gas e l’8,5% dei consumi di petrolio. Quando, da parte dei promotori dell’industria petrolifera, si dice che sfruttando le nostre risorse potremmo aumentare, addirittura raddoppiare, la produzione nazionale non si dice per quanto tempo si potrebbe ottenere questo risul- tato. Abbiamo visto che se volessimo raddoppiare la produzione 2013 di gas le riserve durerebbero 3 anni e mezzo considerando le riserve certe (1P) e 9 anni considerando quelle possibili (3P) la cui stima è probabilmente irrealistica. Per il petrolio le riserve certe potrebbero coprire una produzione raddoppiata per 7 anni e quelle possibili per 20 anni.

Questo ipotizzando consumi costanti, il che non è chiaramente quanto sta accadendo.

Insomma una botta alla pretesa prodiana. La spiegazione di questa politica quotidiana dell’annuncio pro-estrattivo che sta convincendo un governo Renzi che sta lì pronto a farsi convincere è:

Sono frottole inventate per convincerci che non si possa fare altrimenti che trasferire quello che ancora abbiamo nelle mani dei soliti affinché essi, elargendo qualche elemosina sotto forma di royalties, possano continuare a riempirsi le tasche. Le iperboli sulle riserve petrolifere nazionali sono state usate a scopo pubblicitario per influenzare l’opinione pubblica e ribilanciare la politica energetica nella direzione dei combustibili fossili che l’avanzata delle rinnovabili aveva penalizzato.

Il toscanaccio colpisce duro, e sinceramente mi trova completamente d’accordo.

La terra toscana è ricca di bellezza e di storia; la tradizione della Chimica declinata al locale non poteva che sposare l’idea che la Natura sia fusione di queste due cose: bellezza e storia; Tiezzi, Bardi ed oggi Pardi, ci convincono che la scuola toscana di Chimica non ha nulla da invidiare a quella bolognese dei Balzani, degli Armaroli e delle Margherite, pardon delle Venturi, quanto a capacità di raccontarle, con gusto, precisione e completezza, ma senza dimenticare la passione (che si sente specie nei vini di quelle terre).

Se Leo Pardi è ancora da qualche parte se la sta ridendo della grossa.