Michael Mann: Percezione e negazione del cambiamento climatico.

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Mauro Icardi

Michael Mann fisico e climatologo, attualmente ancora impegnato nella collaborazione con l’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change), Direttore dell’Earth System Science Center presso la Pennsylvania State University, e autore di “La terra brucia” in questi giorni è stato in visita in Italia.

Mann ha tenuto una serie di incontri dedicati ai cambiamenti climatici, e al triste fenomeno del negazionismo relativamente alla sua origine antropica. Io ho potuto ( e voluto) assistere a quello tenutosi nella sede della Società Meteorologica Italiana, cioè nel Real Collegio Carlo Alberto di Moncalieri, dove la stessa venne fondata nel 1865 da Francesco Denza, padre barnabita, meteorologo e astronomo.

Prima dell’inizio della conferenza ho avuto la possibilità di visitare la collezione archeologica, la raccolta di strumenti scientifici e la collezione dei dati meteorologici raccolti da padre Denza.

Sono stato fatto salire anche sulla la torretta dell’osservatorio meteorologico dove il religioso si dedicava alle osservazioni astronomiche e meteorologiche.

La mia curiosità è stata ampiamente soddisfatta ed appagata. Anche perché non mancano strumenti che ho potuto utilizzare negli anni di studio, per esempio l’ebulliometro di Malligand.

La foto che segue mostra il professor Mann ritratto davanti a questa parte della raccolta.

Esaurita questa piacevolissima anteprima, la conferenza tenuta dal professor Mann ha positivamente rinforzato le mie convinzioni. Convinzioni che ormai da anni mi portano a cercare di mettere in pratica azioni virtuose ,volte a ridurre quanto più possibile il mio valore di emissioni di CO2. La mia formazione personale è passata anche attraverso l’esperienza ed il ricordo degli anni dell’austerity e della crisi energetica. L’esempio pratico della possibilità di una vita personale appagante, ma che non fosse preda di bramosie consumistiche ed esageratamente edonistiche viene dall’educazione che i miei genitori hanno voluto non impartirmi, ma direi donarmi.

E tutto questo di fatto è una buona base di partenza.

All’inizio della conferenza, già le parole di presentazione di Luca Mercalli inquadrano quello che sarà il tema della serata. Di fronte ai dati scientifici validati dall’istituto di Scienze dell’atmosfera e del Clima, che mostrano come la primavera del 2018 risulti essere la quarta più calda in Italia, con un aumento di temperatura media di 1,8°C, queste ragioni spariscono di fronte alle percezioni e alle opinioni comuni. E’ stata una primavera piovosa, e questo basta perché la gente la avverta automaticamente come una primavera fredda. Con buona pace di grafici e studi scientifici.

L’intervento di Michael Mann da poi conto di molte situazioni surreali e palesemente assurde. Ma prima di parlarne è giusto ricordare l’importanza e il colossale lavoro svolto da Mann e dai suoi collaboratori alla fine degli anni 90.

La raccolta dei dati sulle temperature di migliaia di anni, lo studio dei coralli, degli anelli di crescita degli alberi e i ghiacci polari. Alla fine della ricerca i dati vengono raccolti in un grafico, poi pubblicato su Nature, e conosciuto come il grafico della “mazza da hockey” (hockey stick).La curva della temperatura terrestre che è piatta, improvvisamente si impenna in corrispondenza degli ultimi due secoli, della rivoluzione industriale, dalla sempre maggior quantità di carbone, petrolio e gas naturale bruciato dall’uomo per le proprie necessità. Necessità che col tempo forse si sono trasformate, almeno in parte, in capricci consumistici.

Mann riesce a catturare l’attenzione. Potrebbe non essere così immediato, visto che ovviamente parla in inglese. Ma in sala non vola una mosca.

Scorrono anche diapositive che mi interessano particolarmente. Il cambiamento climatico impatterà, anzi sta già impattando sulle modalità di approvvigionamento delle risorse idriche. L’esempio della California è recente. E viene mostrato.

Ma il tema della serata è centrato sul negazionismo. Sulla pretesa che la pubblica opinione o la cattiva politica possano sfuggire alle evidenze scientifiche, nonché alle leggi fisiche. Sembrerebbe una specie di incubo. Invece è una deprimente e triste realtà. L’indice delle parole proibite dall’amministrazione Trump, come “evoluzionismo” è purtroppo storia recente.

Le teorie e gli studi di Mann sono stati oggetto di ogni sorta di attacchi e minacce. Minacce provenienti sia dall’ambiente scientifico, che da quello politico o dell’opinione pubblica. Mi colpiscono due cose che il professore ci mostra. La prima è la dichiarazione da parte di un membro del congresso degli Stati Uniti che l’innalzamento dei mari sia causato dalle rocce che vi finiscono dentro. La seconda opinione (che purtroppo non è mancata nemmeno in Italia) è la convinzione che in ogni caso il riscaldamento globale sia una buona cosa, una “good thing”. Un immaginario che vede la trasformazione dell’Italia, degli Usa e del pianeta in un unico enorme paradiso turistico. L’idea di un “non luogo” come quelli teorizzati dall’etnologo Marc Augè che non solo non ha nulla di realistico, ma che sottovaluta superficialmente i problemi concreti e reali del riscaldamento globale.

Devo dire che non provo nemmeno sbigottimento o stupore. Parlando di questi temi ho potuto constatare personalmente quanto abbia spazio nelle menti di molte persone, quel sottile e subdolo meccanismo di rimozione e negazione. Che in ultima analisi è solo una scusa per non agire, per procrastinare il necessario cambiamento di strategie politiche e di abitudini personali. Il solo fatto che sia ritornato ad usare la bici come mezzo di trasporto per recarmi al lavoro mi ha probabilmente qualificato agli occhi dei colleghi come eccentrico, se non incosciente.

Al termine della conferenza provo di nuovo una sensazione che non riesco a descrivere. Che è quella di sapere profondamente che non devo derogare alle mie convinzioni, e che devo continuare sulla strada intrapresa. Che passa non solo attraverso una revisione continua delle mie abitudini, nella verifica dei miei veri bisogni, ma anche attraverso un impegno di cui non mi posso privare. Anche se può sembrare faticoso o improbo. Di studio e di divulgazione. Sento che tutto questo mi fa stare bene. In pace con me stesso. Sento in maniera profondamente intuitiva che questa è la strada giusta.

E voglio lasciare alle parole del Professor Mann la chiusura e la sintesi.

«Qual è il ruolo appropriato per gli scienziati nelle discussioni pubbliche a proposito di cambiamenti climatici? Devono restare rinchiusi nei laboratori con le teste sprofondate nei loro laptops? Oppure devono impegnarsi in sforzi vigorosi per comunicare le loro scoperte e parlare delle conseguenze?

Un tempo avrei sostenuto il primo punto di vista… non desideravo nulla di più che essere lasciato solo ad analizzare i dati, costruire modelli teorici e fare scienza guidato dalla curiosità. Pensavo toccasse ad altri pubblicizzare le implicazioni delle ricerche. Prendere anche lontanamente posizione sulle politiche riguardanti il cambiamento climatico mi appariva come anatema.

Tutto ciò che ho sperimentato negli anni, mi ha convinto che quel punto di vista era sbagliato. Sono diventato involontariamente un personaggio pubblico quando il nostro lavoro finì sotto i riflettori dei media alla fine degli anni ’90. Posso continuare a convivere con gli assalti cinici contro la mia integrità e la mia persona portati avanti dalla macchina del negazionismo finanziato dalle multinazionali. Quello con cui non posso convivere è il rimanere in silenzio, mentre gli esseri umani, confusi e ingannati dalla propaganda dell’industria petrolifera, vengono condotti senza saperlo lungo un cammino tragico che condannerà le future generazioni. Come spiegheremo ai nostri nipoti che abbiamo visto approssimarsi la minaccia, ma non abbiamo fatto tutto ciò che era in nostro potere per assicurarci che l’umanità prendesse le giuste contromisure?»

(Michael E. Mann, The Hockey Stick and the climate wars, Columbia University Press 2012)

NB Questo articolo vuole anche essere un ringraziamento a Luca Mercalli, Claudio Cassardo, Daniele Cat Berro, Valentina Accordion della Società Meteorologica Italiana. Non solo per l’organizzazione di questa serata e della conferenza, ma per il loro lavoro di questi anni.

L’aroma del tartufo

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Rinaldo Cervellati

Il tartufo è forse il più prezioso ingrediente della nostra gastronomia e viene esportato in tutto il mondo. Come è noto esistono due principali di varietà di tartufo, quello bianco e quello nero, il primo si trova prevalentemente nella zona di Alba (Piemonte), il secondo in quella di Norcia (Umbria), tuttavia i tartufi sia bianchi che neri si trovano anche in altre regioni italiane.

Tartufo bianco e nero

Premesso che i tartufi, ancorchè chiamati “preziosi tuberi” non appartengono al regno vegetale, bensì a quello dei funghi (genere Tuber, da cui la confusione), esistono diversi tipi sia della varietà bianca sia di quella nera. La più pregiata varietà bianca è il Tuber Magnatum Pico (comunemente tartufo bianco d’Alba), la più pregiata varietà nera è il Tuber Melanosporum Vittadini (comunemente tartufo nero pregiato di Norcia). Fra queste due la più costosa è senza dubbio la prima.

Bellissimi e costosissimi tartufi bianchi

Come buongustai siamo interessati ai molti piatti che si possono preparare con questo profumatissimo ingrediente, come chimici siamo curiosi di sapere quale o quali molecole sono responsabili dell’aroma dei tartufi. Studi gas cromatografici hanno mostrato che fra i numerosi composti odorosi esalati dai tartufi, i responsabili del particolare aroma sono composti dello zolfo, in particolare: nel Tuber Magnatum è prevalente il bis(metiltio)metano, mentre nel Tuber Melanosporum è prevalente il dimetil solfuro.

Bis(metiltio)metano

Ci occuperemo qui del primo composto perché in un recente numero di Chemistry & Engineering news è riportato che un gruppo di ricercatori italiani ha messo a punto un nuovo metodo analitico per distinguere il vero aroma del tartufo bianco d’Alba da quello del composto sintetico usato come additivo alimentare (D. Sciarrone et al. Multidimensional GC-C-IRMS/Quadrupole MS with a Low-Bleed Ionic Liquid Secondary Column for the Authentication of Truffles and Products Containing Truffle, Anal. Chem., 2018, DOI: 10.1021/acs.analchem.8b00386.). Questo metodo è certamente importante nella pratica poiché ad es. nel 2012, un controllo di routine da parte delle autorità in un ristorante di Bologna portò al sequestro di oltre 300 kg di merce di contrabbando. Se il materiale contraffatto fosse stato quello che dichiarava di essere, cioè purea di tartufo bianco, oggi sarebbe venduto per oltre 1 milione di dollari. Il costo di 1 kg di tartufo bianco d’Alba nella scorsa stagione è stato mediamente di 7000 dollari.

Simon Cotton, dell’Università di Birmingham, non coinvolto nella ricerca afferma: Si possono imbrogliare alcune persone con tartufi economici, ma arricchirli di aromi artificiali renderà più facile farlo con false etichettature.

Il desiderio dei consumatori per prodotti genuini determina la necessità di test analitici per prevenire tali frodi alimentari, dice Luigi Mondello, responsabile del gruppo di ricerca comprendente docenti e ricercatori delle Università di Messina, Pisa e Roma.

Quando isolato da un tartufo bianco naturale, il bis(metiltio)metano contiene carbonio-12 e carbonio-13 in un rapporto unico, determinato dall’ambiente in cui il fungo è cresciuto. Nel contempo, la versione sintetica di questa molecola contiene pure un rapporto isotopico del carbonio unico determinata dalle origini delle materie prime (petrolchimiche o vegetali) con cui è stato sintetizzato, e quindi diverso dal precedente.

Il gruppo coordinato dal prof. Mondello ha usato questa differenza per testare il bis (metiltio) metano dal tartufo naturale, diversi campioni sintetici e vari prodotti alimentari al tartufo. I ricercatori hanno raccolto campioni di tartufo bianco da tutta Italia, li hanno tagliati e sigillati in fiale contenenti fibre per assorbire i composti volatili che evaporavano dalla massa di tartufi. Quindi hanno estratto i composti adsorbiti sulle fibre e utilizzato un gascromatografo per isolare il bis (metiltio) metano. Hanno quindi iniettato il composto purificato in uno spettrometro di massa a rapporto isotopico, che misura le quantità relative di 12C e 13C nei campioni testando il biossido di carbonio rilasciato quando le molecole vengono bruciate all’interno dello strumento.

Sistema accoppiato GC/MS per analisi isotopiche

I ricercatori hanno poi ripetuto questo processo per misurare l’abbondanza relativa del 13C nel bis (metiltio)metano sintetizzato da derivati petrolchimici. I risultati hanno mostrato che il composto dei tartufi bianchi naturali ha una percentuale maggiore di 13C rispetto all’aroma del prodotto di sintesi, una differenza abbastanza grande da distinguere fra i campioni.

Successivamente, i ricercatori hanno ripetuto gli esperimenti su campioni di olio d’oliva commerciale aromatizzato al tartufo, miele, pasta, formaggi, salse e creme aromatizzate acquistati nei negozi italiani. I prodotti etichettati come contenenti tartufi di qualità inferiore o aroma di tartufo aggiunto mostravano il rapporto isotopico del bis(metiltio)metano sintetico, mentre i prodotti etichettati come contenenti ​​tartufo bianco originale mostravano l’impronta isotopica del composto contenuto nel fungo naturale. Pertanto, i ricercatori non hanno rilevato alcuna vera frode, ma hanno potuto verificare che la tecnica da loro messa a punto può distinguere con successo il bis(metiltio)metano naturale da quello sintetico.

Dice Danilo Sciarrone dell’università di Messina, coautore della ricerca: usando il nostro metodo e la nostra procedura, l’analisi è pronta per essere utilizzata in altri laboratori.

Questo articolo è stato tradotto, ampliato e adattato dall’autore da Melissae Fellet, Isotopes could sniff out fake truffe, C&EN newsletters on-line, June 1, 2018.

Mi prendi un campione?

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Mauro Icardi

Quando al lavoro pronuncio questa frase vuol dire che, quasi sempre mi trovo a far fronte ad un problema.

Di solito è l’assenza non prevista di colleghi per malattie proprie, o dei figli piccoli. A quel punto, se non voglio soccombere, devo chiedere un aiuto ai ragazzi che si occupano della conduzione e manutenzione dell’impianto. Il prelievo di un campione di acqua da un campionatore programmabile generalmente è un’operazione tutto sommato semplice. La questione è diversa quando si tratta dei campioni della linea fanghi. Sia che siano destinati ad analisi che devono essere svolte nel laboratorio aziendale, sia che invece debbano essere inviate a laboratori esterni. Cerco di dare delle indicazioni di massima per avere un campione rappresentativo. E cerco di far capire che il campionamento è la fase fondamentale di un’analisi. In questo modo cerco anche di comunicare qualcosa della filosofia chimica. Quella analitica in particolare. Posto che la chimica ancora per troppi rappresenti un concetto negativo , è anche difficile fare capire che il chimico che svolge un’analisi non è un indovino. Che deve seguire un preciso percorso metodologico, sia quando preleva un campione, ma anche quando lo deve pretrattare prima di sottoporlo ad analisi.

Cerco di spiegare che l’analisi della medesima sostanza in materiali diversi può presentare problemi analitici anche sensibilmente differenti. Per esempio la determinazione del ferro nel sangue, in una lega metallica o negli spinaci.

Quindi mi diletto a parlare di queste cose. Qualche volta il mio interlocutore è attento, altre volte visibilmente annoiato. Oppure pensa che io lo stia sottoponendo ad una delle famose “supercazzole” divenute famose grazie al film “Amici miei”. Questo accade quando pronuncio qualche parola che per me è ovviamente usuale. Terminologia tecnica, o qualche formula chimica che risulta a chi mi ascolta particolarmente astrusa. Sembra che il linguaggio e la terminologia della chimica risulti particolarmente indigesto. Infatti secondo alcuni dei miei colleghi io per l’analisi dei metalli utilizzo “l’assorbitore atomico”.

Qualche altro collega , per animare la conversazione mi propone improbabili teorie. Queste notizie sono reperite normalmente su siti, o su programmi televisivi decisamente poco attendibili . Se ci pensiamo bene se ci si vuole informare in maniera corretta, occorre fare un capillare lavoro di verifica dell’attendibilità delle fonti. Smontare teorie assurde o palesemente false nel corso di queste conversazioni, mi fa provare inevitabilmente ad una sensazione di stanchezza e fatica.

Un’altra delle cose che succede, è che chi preleva campioni di fanghi, nonostante io gli dica che la quantità che mi serve è per esempio di circa 250 grammi, si presenta in laboratorio con un barattolo da un chilo pieno fino all’orlo. Quasi che esista un collegamento più campione= analisi più precisa. Forse l’idea che un chimico si occupi di concentrazioni a volte davvero molto basse induce ad un ragionamento di questo tipo. Si tratta di fanghi che poi tendono a gassificare anche se sono già stati già sottoposti al processo di disidratazione. Quindi non mi rimane che liberarmi dell’eccesso, pena riempire il frigorifero del laboratorio di barattoli e campioni inutili.

Non manca mai, e anzi continua l’incomprensione quando parlo del fatto che un problema analitico non si risolve possedendo arti divinatorie, ma che l’approccio al problema analitico deve essere sistematico, cioè non si deve improvvisare. Un dialogo di questo tipo si presenta quando qualcuno mi porta un campione che in questo caso non gli ho chiesto di prelevarmi, ma che invece è stato prelevato di sua iniziativa in qualche punto dell’impianto o della rete di acquedotto. L’intenzione è lodevole, ma di solito non so dove e come il campione sia stato prelevato, e con quali modalità. E la stessa cosa vale per chi mi chiede qualche volta l’analisi dell’acqua di casa. Propongo di fornire i contenitori che uso in laboratorio. Ma l’offerta viene spesso rispedita al mittente. Quindi negli anni mi sono giunti campioni in bottigliette di acqua, in contenitori di marmellata, e anche in scatole di biscotti e caramelle, se erano solidi o polverulenti. E questi campioni sono stati conservati in maniera non ben definita E’ quindi del tutto evidente che questa sia una battaglia persa . La morale finale è quella che, la frase “Scusa puoi prendermi un campione ?” la sto pronunciando ormai da tempo il meno possibile. Preferisco, anche a costo di variare l’impostazione di un programma di lavoro già definito, recarmi di persona per effettuare il campionamento. O accompagnare la persona che è stata incaricata di farlo. Credo che il chimico che lavora con coscienza sa di assumersi una responsabilità di fronte alle persone per le quali sta svolgendo il servizio. E quindi delegare sull’effettuazione dei campionamenti, o delle verifiche sul campo sarebbe come venir meno ad un impegno da cui non mi sento di derogare.

Questo mi pone alcune volte un problema di come ottimizzare il mio tempo, ma è l’unica soluzione possibile. Sarebbe interessante pensare ad un corso interno per insegnare le modalità di base del campionamento per il personale di impianto. Un’idea che però non è ancora stato possibile realizzare fattivamente.

Un ultima considerazione relativa alle fasi di preparazione di un’analisi. Credo che occorra insegnare con molta attenzione il giusto pretrattamento dei campioni. Spesso ho avuto discussioni anche molto accanite su questo aspetto del lavoro. Visto che sono convinto che il punto critico del trattamento di depurazione convenzionale risieda nella linea fanghi, se il campione proviene da quel trattamento occorre convertire l’analita che si andrà a determinare nel modo migliore e nella forma più adatta per la successiva analisi.

Questo ultimo tipo di problema è come uno spartiacque. Sembra che dedicare più tempo al pretrattamento sia una perdita di tempo inutile, e limiti la produttività. E invece è una fase fondamentale.

Non è argomento facile quando l’interlocutore non è un tecnico. La difficile conversazione che da sempre esiste tra il settore tecnico e quello amministrativo. Credo in ogni azienda.

Scienziate che avrebbero potuto vincere il Premio Nobel: Lina Solomonovna Stern (1878-1968)

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Rinaldo Cervellati

Lina Solomonovna Stern (talvolta Shtern), ebraico-russo-sovietica, biochimico, fisiologo chimico e neurofsiologo, è particolarmente nota per i suoi pionieristici studi sulla barriera emato-encefalica.

Nacque il 26 agosto 1878 a Libava (allora Impero Russo, oggi Repubblica baltica di Lettonia) in una famiglia ebraica. Suo padre era un commerciante esportatore di pane che passava la maggior parte del tempo in Germania per lavoro. Sua madre, una casalinga, ha allevato sette figli, di cui Lina era la maggiore. Compì gli studi fino al diploma liceale nella città natale, poi nel 1898 fu ammessa alla Facoltà di Medicina dell’Università di Ginevra. Stern scrisse il suo primo lavoro scientifico, Study of the So-called Internal Secretion of the Kidneys, quando era ancora una studentessa, nel 1902. Due anni dopo si laureò discutendo la tesi Physiological Study of Ureter Contractions.

La giovane Lina Stern

Successivamente, su proposta del Professor J. Prevost[1], diventò assistente nel Dipartimento di Fisiologia. Qui, insieme a Frederico Batelli, iniziò la ricerca nel campo dell’ossidazione biologica, ricerca che ha portato alla scoperta dell’enzima polifenolossidasi. Particolare importanza rivestono le ricerche di Batelli e Stern sulla sequenza succinato-fumarato-malato e l’identificazione della fumarasi,l’enzima che induce la trasformazione del fumarato in malato. I risultati di questi studi trovarono la loro collocazione nel ciclo di Krebs, venti anni dopo [1].

Negli anni 1917-1925 conseguì il titolo di professore e divenne direttore del Dipartimento di Chimica Fisiologica[2] dell’università svizzera. E’ stata la prima donna professore ordinario all’Università di Ginevra.

Lina Stern nel suo laboratorio di Ginevra

Nulla sembrava prefigurare cambiamenti drastici nella sua vita e nella sua carriera scientifica. Ma, come scrive nella sua autobiografia [1,2][3], datata 19 aprile 1954:

Vivendo in Svizzera, conobbi un certo numero di emigrati politici…ma non presi parte alla vita politica…Ero completamente presa dal lavoro scientifico. La guerra imperialista con le sue conseguenze mi fece riflettere sul problema, scatenando un’avversione per il sistema capitalista e accrescendo di conseguenza le mie simpatie per il movimento rivoluzionario russo.

Dopo la rivoluzione di ottobre, Stern iniziò a considerare uno spostamento in Unione Sovietica. Convinta che sarebbe stato creato un nuovo sistema e una nuova società che avrebbe protetto il mondo dagli orrori della guerra e dall’ingiustizia [2], nel 1924, ricevette, da parte di Alexei N. Bach[4] la proposta di occupare la posizione vacante di capo del Dipartimento di Fisiologia nella Seconda Università statale di Mosca. Lina accettò senza esitazione, anche perché aveva sempre desiderato continuare gli studi in patria ma, come successe a molti altri studenti della sua etnia, ai tempi dello Zar era molto difficile ottenere l’ammissione a una università russa, mentre la Svizzera, in particolare l’Università di Ginevra era nota per il suo atteggiamento liberale verso gli stranieri [1,3].

Lina Stern aveva una perfetta conoscenza delle lingue francese, tedesco, inglese e italiano. Quando arrivò in Unione Sovietica, era già un’eminente scienziata internazionalmente riconosciuta, durante la sua permanenza all’Università di Ginevra aveva pubblicato centocinquanta lavori scientifici.

Fu subito inviata come delegata al Dodicesimo Congresso Internazionale di Fisiologia a Stoccolma nel 1926.

Lo studio della barriera emato-encefalica e della barriera del tessuto sanguigno (BBB, BTB), il lavoro più importante nella vita professionale di Stern, iniziò mentre era a Ginevra, in collaborazione con E. Rotlin e R. Gaultier. Nel suo rapporto alla Geneva Medical Society del 21 aprile 1921, “Il liquido cerebrospinale e la sua interazione con il sangue e gli elementi nervosi del tronco cerebrale”, avanzò la seguente ipotesi: “… tra sangue, da un lato, e liquido cerebrospinale dall’altra c’è un apparato o meccanismo speciale, in grado di eseguire un tipo di screening di sostanze che sono normalmente presenti nel sangue o che vi sono entrate accidentalmente. Proponiamo di chiamare questo meccanismo ipotetico, che lascia passare alcune sostanze mentre rallenta o blocca completamente altre, Blood-Brain Barrier (BBB)[barriera emato-encefalica]”.

Lisa Stern

                            Schema BBB di Stern e immagine reale

Secondo Stern, il fluido cerebrospinale è l’ambiente nutrizionale a diretto contatto del cervello, la fonte che fornisce alle cellule cerebrali le sostanze necessarie per il normale funzionamento. La barriera emato-encefalica è, quindi, un meccanismo protettivo del sistema nervoso centrale.

Questa ricerca proseguì con successo a Mosca, nell’Istituto di Fisiologia fondato da Stern. Qui, lo studio si concentrò sulla funzione regolatoria del BBB, sul suo ruolo durante la somministrazione diretta di sostanze nei ventricoli del cervello, sugli effetti di acetilcolina, adrenalina e insulina sul sistema nervoso centrale, sull’importanza della barriera emato-encefalica nella pratica clinica, in particolare per il trattamento di malattie infettive del cervello e dello shock traumatico. Con una serie di esperimenti studiò il diverso effetto sui centri nervosi a seconda che le sostanze fossero introdotte nel sangue o direttamente nel liquido cerebrospinale o nel cervello o nel midollo spinale [1].

Lina Stern fin dal 1923 si era domandata se il meccanismo BBB esistesse solo per il sistema nervoso o se vi fossero meccanismi analoghi per tutte le funzioni del corpo, destinati a regolare/mantenere la relativa costanza di composizione e di proprietà dell’ambiente a diretto contatto con tutti gli organi, tessuti e cellule.

Nella sua lecture alla Conferenza sulla Permeabilità nel 1936, Stern sviluppò il concetto di Blood Tissue Barrier (BTB): “La barriera del tessuto sanguigno non è solo un concetto morfologico. È un’unità funzionale, o, per essere più precisi, un meccanismo, che ha il suo fondamento anatomico nelle pareti dei capillari. Dobbiamo ricordare che è un meccanismo complesso, e la penetrazione di sostanze attraverso una parete capillare è solo la prima fase, solo una parte nel complesso processo del passaggio di sostanze dal flusso sanguigno alle cellule parenchimatiche dell’organo.”

Gli studi successivi sulla regolazione di composizione, proprietà fisiologiche e fisico-chimiche dell’ambiente circostante di organi, tessuti e cellule, condotti da Stern e dalla sua scuola, non sono solo fondamentali nella teoria, comportano anche una decisiva applicazione pratica. In particolare, sono importanti per il trattamento di gravi malattie del sistema nervoso centrale come la sifilide del cervello, il tetano, le encefaliti e la meningite tubercolare.

In effetti, il BBB, che normalmente fornisce protezione vitale per il sistema nervoso centrale dall’effetto dannoso di sostanze che accidentalmente entrano nel flusso sanguigno o sono create nel processo di scambio, può, in certe condizioni patologiche, avere un effetto negativo.

Molti farmaci (inclusi antibiotici e sieri di trattamento) non penetrano nel sistema nervoso perché il BBB li tiene nel sangue. Al fine di superare l’impermeabilità delle barriere, Stern propose un metodo di somministrazione di farmaci direttamente nei ventricoli del cervello (metodo suboccipitale), che ha dimostrato qualche efficacia nel trattamento delle malattie sopra elencate.

Leon A. Orbeli[5], accademico-segretario del Dipartimento di Scienze Biologiche dell’Accademia delle Scienze dell’URSS, ha parlato molto delle ricerche di Stern. Nel suo rapporto al Presidium dell’Accademia delle Scienze dell’URSS il 16 gennaio 1945, delineò la teoria delle barriere sviluppate da Stern e ne enfatizzò il grande significato teorico e pratico. Le applicazioni in campo medico delle ricerche di Stern hanno salvato migliaia di vite sui fronti della seconda guerra mondiale.

Nonostante il riconoscimento dei suoi colleghi, sia all’estero che in URSS, e premi governativi (nel 1943 le fu assegnato il Premio Stalin, nei due anni successivi fu insignita rispettivamente dell’Ordine della Bandiera Rossa del Lavoro e dell’Ordine della Stella Rossa), Stern non sfuggì all’ondata di repressioni staliniste antiebraiche degli ultimi anni ‘40-inizio anni ’50.

Durante la seconda guerra mondiale, Lina Stern era stata membro del Comitato Antifascista Ebraico organizzato su iniziativa dell’Unione Sovietica per mobilitare il sostegno ebraico mondiale agli sforzi bellici dell’URSS contro la Germania nazista. Composto da personalità e intellettuali ebrei, il Comitato fu sciolto dopo la fine della guerra. I suoi membri furono accusati di attività sioniste antisovietiche da parte dell’ala più intransigente degli stalinisti. Stern fu esautorata dai suoi incarichi nel 1948, arrestata nel 1949 e condannata all’esilio in Kazakhistan, dove rimase fino alla morte di Stalin, nel 1953.

Nella sua autobiografia [1,2], Stern scrive molto poco su questo periodo della sua vita: Nel 1949 fui arrestata dal MGB[6], e nell’agosto del 1952 esiliata a Jambl. Nel 1953, fui liberata e tornai a Mosca. Convocata al Ministero degli Affari Interni ho ripetuto che ero stata arrestata ingiustamente.

Con il decreto del Presidium dell’Accademia delle Scienze dell’URSS del 1° settembre 1953, Lina Solomonovna fu reintegrata nell’Accademia come membro a pieno titolo [2].

Con il suo tipico vigore, Stern si rimise al lavoro: in qualità di capo del Laboratorio di Fisiologia dell’Istituto di Biofisica, ottenne strutture, attrezzature e personale adeguato. I risultati delle sue nuove ricerche ebbero un importante significato teorico e pratico in medicina e in agricoltura, fornendo una soluzione ai problemi legati all’invecchiamento e alla crescita maligna delle cellule. Furono la base dei rapporti che Stern presentò all’8° Congresso dei Fisiologi dell’URSS (1955) e alla Conferenza tecnico-scientifica di tutti i Soviet (1957). Il titolo del primo rapporto era “Il significato dell’ ambiente nutrizionale a diretto contatto degli organi e il ruolo delle barriere dei tessuti sanguigni, in particolare, il BBB, nella regolazione neuro-umorale e nel coordinamento delle funzioni corporee”; il secondo rapporto era intitolato “L’effetto delle radiazioni ionizzanti sui fattori che determinano la composizione e le proprietà dell’ambiente biologico a diretto contatto con gli organi e i tessuti del corpo animale” [2]. I risultati esposti nella seconda conferenza sono serviti a chiarire la patogenesi della malattia da radiazioni.

Il curriculum vitae di Stern nella Russia sovietica è la testimonianza del suo vigore, della sua incredibile energia e della sua immensa capacità lavorativa. Dal 1926 al 1928 diresse il Dipartimento di Biochimica presso l’Istituto Mechnikov di Malattie Infettive; nel 1929 e nel 1930 è stata a capo del Dipartimento di Fisiologia e Biochimica presso l’Istituto Biomedico; dal 1930 al 1936 è stata a capo del Dipartimento di Fisiologia dell’Età Infantile presso l’Istituto di assistenza materna e dell’infanzia; e dal 1935 al 1938, capo del Dipartimento di Chimica Fisiologica presso l’Union Institute of Experimental Medicine.

Nel 1939 fu eletta membro a pieno titolo dell’Accademia delle Scienze dell’URSS. Diresse l’istituto di Fisiologia fino al 1948. Dopo l’interruzione forzata di cinque anni nel lavoro scientifico a causa dell’arresto e dell’esilio, Stern diresse il Laboratorio di Fisiologia dell’Istituto di Biofisica dell’Accademia delle scienze dell’URSS dal 1954 al 1968.

Negli anni ’30, Stern fu il redattore capo della rivista The Bulletin of Experimental Physiology and Medicine, membro del Presidium della Società di Fisiologi, Biochimici e Farmacologi, vicepresidente della Società dei Fisiologi di Mosca, membro del Consiglio accademico medico del Commissariato della Salute del Popolo e membro dell’ufficio del Consiglio accademico dell’Istituto di Neurochirurgia. Nel 1934, per celebrare trent’anni della sua attività scientifica, educativa e sociale, le fu conferito il titolo di “Operaio onorario della scienza”. Nel 1944 fu eletta membro a pieno titolo dell’Accademia delle Scienze Mediche dell’URSS.

Lina Solomonovna Stern è morta il 7 marzo 1968, le sue spoglie sono sepolte nel Novodevichy Cemetery, il cimitero monumentale di Mosca. Sarà ricordata per le sue ricerche innovative in biochimica e neurofisiologia. Sebbene sia stata umiliata dopo la guerra, non ha mai interrotto i suoi studi scientifici e ha mantenuto gli ideali della sua giovinezza fino alla fine dei suoi giorni.

Per chi fosse interessato, una biografia di Lina Solomonovna Stern si trova anche nel libro European Woman in Chemistry [4], i suoi lavori più importanti sono citati in [1,3].

 

Bibliografia

[1] A. Vein, Science and Fate: Lina Stern (1878–1968), A Neurophysiologist and Biochemist., Journal of the History of the Neurosciences, 2008, 17, 195–206.

[2] Nora A. Grigorian, Lina Solomonovna Stern (Shtern) 1878 – 1968

https://jwa.org/encyclopedia/article/stern-shtern-lina-solomonova

[3] L. Sarikcioglu, Lina Stern (1878–1968): an outstanding scientist of her time., Childs Nervous System, 2017, 33,1027–1029.

[4] A.B. Vogt, Lina Solomonovna Stern (also Shtern, Schtern) (1878-1968), in: J. Apotheker, L.S. Sarkadi (Eds.), European Women in Chemistry, Wiley-WCH, 2011, pp. 59-63.

 

[1] Jean-Louis Prévost (1838 – 1927) fisiologo e neurologo svizzero, professore a Ginevra, autore di più di 60 fra articoli e libri, è considerato il primo ad aver introdotto in Svizzera le moderne pratiche della fisiologia.

[2] La Chimica fisiologica faceva parte della Fisiologia, ma non era ancora considerata come un campo di studio indipendente. Stern fece aggiungere questa disciplina al curriculum della Facoltà di Medicina e, nel 1918, fu istituito il nuovo Dipartimento di Chimica Fisiologica all’Università di Ginevra [1].

[3] Nel rif [1] l’autore fa riferimento all’autobiografia contenuta in Arkhiv Rossiskoi Academii Nauk (Archivio Dell’Accademia Russa delle Scienze); l’autrice di [2] fa riferimento alla data precisa di stesura dell’autobiografia. I brani riportati dai due autori sono comunque praticamente identici.

[4] Alexei Nikolaievich Bach (1857-1946), chimico e rivoluzionario russo è considerato il fondatore della biochimica nell’Unione Sovietica. Membro dell’Accademia delle Scienze dell’URSS, è stato membro anziano del Soviet Supremo.

[5] Leon Abgarovich Orbeli (1882-1958) fisiologo russo-armeno, ha avuto un ruolo importante nello sviluppo della fisiologia evoluzionista con più di 200 lavori sperimentali e teorici. Membro dell’Accademia delle Scienze dell’URSS, fu amico di Lina Stern sia prima sia dopo l’esilio, quando anche lui non era più nelle grazie delle autorità sovietiche.

[6] Acronimo per Ministero della Sicurezza dello Stato con funzione di servizi segreti, attivo in URSS dal 1946 al 1953. Seguito poi dal KGB, la più nota agenzia segreta della Russia sovietica, attiva dal 1954 al 1991. Oggi i compiti di sicurezza sono svolti dal FSB, i servizi della Federazione Russa.

La Metanogenesi catalitica sui pianeti rocciosi

In evidenza

Diego Tesauro.

La maggior parte dell’opinione pubblica conosce il metano come fonte energetica, ma nell’universo sicuramente ha una funzione ancora più importante.

E’ infatti il più semplice composto organico sul quale sono basate diverse ipotesi di meccanismi di reazione per la formazione di molecole organiche complesse e delle biomolecole.

Inoltre Il metano è uno dei composti più diffusi dell’universo, come intuitivamente è logico supporre, considerando che la maggior parte dell’universo è costituito da idrogeno (attualmente circa il 74%) ed il carbonio, prodotto nei nuclei delle stelle giganti rosse per fusione sintetica di 3 nuclei di elio, è il quarto elemento per abbondanza (4.6 %) dopo elio ed ossigeno.

Si forma nelle zone periferiche dei sistemi planetari e infatti lo ritroviamo nei giganti gassosi del sistema solare da Giove a Saturno, ma è particolarmente abbondante nelle atmosfere di Urano e Nettuno. Non è presente invece nelle atmosfere dei pianeti terrestri per la loro vicinanza al sole in quanto la radiazione solare, nelle prime fasi dell’evoluzione del sistema planetario, ha energia sufficiente per rompere i legami chimici come il legame C-H. Allora dove e perché lo ritroviamo nelle zone interne del nostro sistema planetario?

Cratere Gale dove opera il rover Curiosity dal 2012

Sulla Terra attualmente il metano ha pressoché totale origine biologica derivando da processi di digestione anaerobica delle sostanze organiche da parte dei batteri. Ma sugli altri pianeti rocciosi e in particolare su Marte, attualmente c’è metano? Recenti misurazioni in situ di CH4 su Marte nel cratere Gale1 da parte del rover della NASA Curiosity ne ha rilevato una concentrazione di fondo di ~ 0,7 parti per miliardo (ppb) ma ha anche riportato variazioni significative nella sua concentrazione, con picchi dieci volte superiori rilevati in quattro occasioni per un periodo di due mesi legata alla stagionalità (Marte a causa dell’inclinazione dell’asse di rotazione sul piano orbitale di 25° presenta l’alternanza delle stagioni nei due emisferi come la Terra).

Questa scoperta induce ad ipotizzare una possibile sintesi abiotica di CH4 come gas riducente in un’atmosfera ricca di CO2 naturale, come è l’attuale atmosfera marziana e come lo era la Terra in passato. Quindi processi attualmente in corso su Marte potrebbero essere stati attivi sulla Terra primordiale.

Entrambi i pianeti hanno la possibilità di utilizzare acqua come fonte di idrogeno e furono esposti nelle prime fasi ad un significativo flusso di radiazione ultravioletta. Basandosi su modelli fotochimici e sull’attuale comprensione della composizione dell’atmosfera marziana, il metano ha una vita chimica di 300-600 anni, che è, su scala geologica, un periodo molto, ma molto breve. Ciò implica che ci deve essere una fonte attualmente attiva su Marte. Hu et al.2 hanno formulato tre ipotesi sull’origine del metano su Marte:

  • La regolite nel cratere Gale assorbe CH4 quando è secca e rilascia CH4 nella deliquescenza durante l’inverno.
  • I microrganismi convertono la materia organica nel terreno in CH4. Tuttavia, questo scenario suppone l’esistenza di una vita esistente su Marte, e fino ad oggi non è stata trovato alcun indizio.
  • Le falde acquifere sotterranee profonde generano emissioni esplosive di CH4.

A queste ipotesi si è aggiunta una quarta formulata da Shkrob et al. 3 basata su una complessa chimica del carbonio governata dalla radiazione ultravioletta che porta alla formazione di metano e monossido di carbonio dalla riduzione del biossido di carbonio. Questa ipotesi è stata ulteriormente sviluppata recentemente in un articolo pubblicato su Nature Astronomy4 mediante esperimenti condotti in laboratorio simulando condizioni presenti su Marte o sulla Terra primordiale.

Il rover Curiosity su Marte. Lanciato da Cape Canaveral il 26 novembre 2011 è « ammartato » il 6 agosto 2012

Pertanto Marte potrebbe essere contemporaneamente un “fotoreattore” di dimensioni planetarie che decompone molecole di materia prima carbossilata che producono CH4 e un pianeta “fotosintetico”, in cui il metano viene generato dal biossido di carbonio su superfici catalitiche.
La sintesi di CH4 da CO2 è influenzata dalle quantità di H2O e di CO2 adsorbite sulle superficie fotocataliche del catalizzatore minerale in presenza di una sufficiente insolazione. Questo modello può essere valido anche per la Terra primordiale, per Titano, il più grande satellite di Saturno ed unico ad essere dotato di un’atmosfera ampiamente costituita da metano (https://ilblogdellasci.wordpress.com/2015/01/25/chimica-da-titano/ed per altri pianeti di tipo roccioso presenti nell’universo.

Marte infatti attualmente non è schermato come la Terra contro la radiazione ultravioletta (come è noto il nostro pianeta possiede lo schermo dello strato dell’ozono, non presente su Marte) e quindi può essere considerato un laboratorio per questo tipo di reazioni. Questi studi hanno permesso di stabilire due importanti aspetti: il ruolo catalitico del minerale anatasio (un minerale costituito da TiO2) e della montmorillonite (un silicato di formula (Na,Ca)0,33(Al,Mg)2(Si4O10)(OH)2.n H2O), entrambi presenti su Marte, anche se al momento non è stata ancora determinata la loro quantità, ma anche sulla Terra. In particolare il biossido di titanio presente nell’anatasio svolge il ruolo di fotocatalizzatore ed un meccanismo di reazione attraverso il gliossale dimostrerebbe la contemporanea formazione in uguale quantità di CO e CH4 mentre per l’altro catalizzatore, non riscontrando la stessa quantità dei due gas, potrebbe intervenire un diverso meccanismo o un effetto dei radicali ossidrilici provenienti nell’acqua intrinsecamente in esso contenuta oppure una fotolisi del metano sulla sua superficie.

La montmorillonite è un minerale, un fillosilicato di alluminio e magnesio. Il nome deriva dalla località di Montmorillon, dipartimento della Vienne, in Francia, dove fu per la prima volta identificato.

Ma anche l’adsorbimento dell’acqua gioca un ruolo decisivo e spiegherebbe la stagionalità delle emissioni di metano che aumentano dalla primavera marziana fino alla fine dell’autunno. Altro aspetto fondamentale per questa ipotesi sintetica è il pH. In ambiente basico o neutro sulla superficie del minerale vengono legati degli ioni ossidrili (OH), mentre l’ambiente acido è in grado piuttosto di permettere l’adesione del biossido di carbonio e dell’acqua per cui la riduzione catalitica dei due minerali è indotta dall’acido cloridrico. L’acido cloridrico è effettivamente presente su Marte sul quale è attivo attualmente un ciclo del cloro proposto di recente da Catling et al. e confermato dalla presenza di ione perclorato5.

Questo modello pertanto oltre a spiegare l’attuale presenza di metano co-generato con il monossido di carbonio su Marte osservata da Curiosity, ha il pregio di interpretare la sua stagionalità. Inoltre può essere anche adattato alle condizioni iniziali della Terra. In questo caso è possibile anche dimostrare la formazione a partire da un’atmosfera riducente di CO2, N2, CH4 e CO di HCN, da cui, a seguito della sua polimerizzazione indotta dal bombardamento meteorico simulato dai laser, la formazioni delle nucleobasi del RNA (adenina, guanina, citosina e uracile) e del più semplice degli amminoacidi la glicina.

  • Webster, C. R. et al. Mars methane detection and variability at Gale crater. Science 347, 415–417 (2015).
  • Hu, R., Bloom, A. A., Gao, P., Miller, C. E. & Yung, Y. L. Hypotheses for near-surface exchange of methane on Mars. Astrobiology 16, 539–550 (2016).
  • Shkrob, I. A., et al. Photocatalytic decomposition of carboxylated molecules on light-exposed Martian regolith and its relation to methane production on Mars. Astrobiology 10, 425–436 (2010).
  • Civiš S. et al. The origin of methane and biomolecules from a CO2 cycle on terrestrial planets Nature Astronomy 1 721–726 (2017).
  • Catling, D. C. et al. Atmospheric origins of perchlorate on Mars and in the Atacama. Geophys. Res. Planets 115, E00E11 (2010).

Quando avremo la Gazzetta Chimica Italiana online?

In evidenza

Maurizio D’Auria

Nel 2013 (è passato un secolo) scrissi il primo post con lo stesso titolo. Dopo cinque anni mi sembra il caso di tirare le somme di quella iniziativa. In risposta al mio appello ho ricevuto diverse comunicazioni di apprezzamento da parte di colleghi e anche alcune telefonate che hanno cercato di spiegarmi le ragioni del ritardo con cui l’operazione Gazzetta in rete si trovava.

Dopo cinque anni possiamo ben dire che non si è mosso nulla. E’ bene notare che le riviste tedesche del settore sono tutte in rete nel sito Wiley-VCH; anche i Recueil des Travaux Chimique des Pays-Bas sono in rete sulla piattaforma Wiley, gli inglesi hanno in rete tutte le loro riviste, gli americani hanno messo in rete tutte le riviste dell’American Chemical Society (solo l’American Chemical Journal non è disponibile direttamente ma lo si può scaricare), i giapponesi hanno messo in rete tutte le loro riviste, i francesi, in compenso, sono quasi come noi (alcune riviste sono però scaricabili). Noi non abbiamo in rete nè la Gazzetta Chimica Italiana, nè gli Annali di Chimica, nè tantomeno i Rendiconti dell’Accademia dei Lincei. Bella prova.

Posso capire che ci siano problemi di fondi per fare questa operazione, ma, nell’ambito delle richieste possibili sui beni culturali, si potrebbero cercare fondi sia al ministero competente, così come sarebbe possibile cercare uno sponsor industriale. La motivazione, poi, che qualcuno mi ha dato, che l’operazione avrebbe significato dover distruggere una copia della rivista, per la necessità di distruggere la legatura per scannerizzarlo, la tecnica ha ormai superato il problema e per la scannerizzazione di libri antichi si può operare senza dover “slegare” il libro: costerà di più ma si può fare.

Perché nessuno se ne occupa?

 

(nota del blogmaster) Il primo numero si trova online grazie a Google http://books.google.it/books?id=5YQcD9OX0b0C&printsec=frontcover&hl=it#v=onepage&q&f=false

Il raffreddore comune. Si potrà contrastarlo dall’inizio?

In evidenza

Rinaldo Cervellati

A tutti è capitato di “prendere il raffreddore” anche più di una volta nella stessa stagione. Come noto, il raffreddore comune, o semplicemente raffreddore, è un’infezione virale infettiva del tratto respiratorio superiore che inizialmente colpisce il naso. Il sintomo iniziale sono sternuti ripetuti e muco al naso che presto si accompagnano a tosse, irritazione alla gola, svogliatezza, scarso appetito, molto raramente febbre. Generalmente questa malattia, ancorchè fastidiosa, si risolve in pochi giorni anche se i sintomi, comunque in regressione, possono durare qualche tempo di più.

Negli umani, il raffreddore comune è causato principalmente dai rhinovirus, che proliferano alla temperatura di 33-35°C, intervallo che contiene appunto le tipiche temperature interne del naso.

Sono state classificate tre specie di rhinovirus (A, B e C), che comprendono circa 160 tipi riconosciuti di rinovirus umani che differiscono in base alle loro proteine ​​di superficie. Sono tra i virus più piccoli, con un diametro di circa 30 nanometri (per confronto, i virus dell’influenza, ben più pericolosi, sono intorno agli 80-120 nm).

Superficie molecolare di un rinovirus umano, i picchi proteici in blu

Non esistono vaccini per il raffreddore comune. Poiché si tratta di una malattia in larghissima misura a decorso benigno viene usualmente trattata con farmaci sintomatici.

Tuttavia, in persone affette da altre patologie, come asma, broncopatie croniche ostruttive e fibrosi cistica,“prendere un raffreddore” può essere molto pericoloso. Inoltre, secondo dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, nei Paesi in via di sviluppo le infezioni da raffreddore comune sono complicate da infezioni batteriche  più frequentemente rispetto ai paesi industrializzati.

Per questi motivi è interessante la notizia, riportata da Stu Borman nell’edizione on-line di Chemistry & Engineering Newsletter del 17 maggio scorso, della scoperta di una molecola in grado di bloccare la replicazione dei rhinovirus.*

Edward W. Tate e Roberto Solari dell’Imperial College di Londra, coordinatori di un folto gruppo di ricerca, hanno identificato una piccola molecola, IMP-1088, che impedisce la riproduzione del rhinovirus inibendo un enzima umano chiamato N-myristoyltransferase (A. Mousnier, A.S. Bell et al., Fragment-derived inhibitors of human N-myristoyltransferase block capsid assembly and replication of the common cold virus., Nature Chemistry, 2018, DOI: 10.1038/s41557- 018-0039-2).

Edward W. Tate, Faculty of Natural Sciences, Department of Chemistry, Imperial College

Una delle caratteristiche dei virus è l’incapacità di vivere in maniera autonoma. Il virus deve infettare le cellule dell’ospite (in questo caso cellule umane) costringendole a produrre le molecole che gli servono per replicare numerosissime, copie di se stesso. Uno degli strumenti necessari al rhinovirus per costruire l’involucro proteico (il càpside) che custodisce il suo materiale genetico è l’enzima N-miristoiltransferasi, che si trova all’interno delle cellule umane. La molecola individuata dagli inglesi è in grado di “sabotare” questo enzima. Si aggirerebbe così anche il problema della varietà delle molte specie di rhinovirus, poiché tutte usano lo stesso materiale proteico per assemblare il loro càpside.

In breve, diffrattometria a raggi X e altre tecniche hanno dimostrato che due inibitori identificati dai ricercatori all’inizio del loro studio hanno colpito due diversi siti dell’enzima umano. Essi, utilizzando anche la tecnica del drug design per unire frammenti attivi dei due inibitori in una struttura con le desiderate proprietà farmacologiche, hanno infine sintetizzato IMP-1088.

Nei test di attività in vitro, su colture di cellule umane infette, IMP-1088 ha bloccato la miristoilazione, la replicazione virale e l’infettività senza risultare tossica per le cellule. Il composto ha attività antivirale nanomolare contro diversi ceppi di rinovirus e anche contro virus affini come i poliovirus e quelli dell’afta epizootica.

Per essere efficace, l’IMP-1088 deve essere somministrato alle cellule entro poche ore dall’infezione. Gli studi in vivo non sono ancora iniziati, quindi i ricercatori non sanno se questa finestra temporale dovrà essere applicata anche agli animali o alle persone.

Secondo i ricercatori britannici, un potenziale vantaggio di IMP-1088 è che i virus potrebbero avere difficoltà a sviluppare resistenza a un farmaco che contrasta un enzima umano.

Il Dr. Hong Wei Chu, esperto in biologia cellulare delle vie aeree e infezioni virali nel principale ospedale respiratorio, il National Jewish Health, nel ribadire che saranno necessari studi su modelli animali e pre-clinici clinici perché molteplici fattori cellulari e immunitari influenzeranno l’efficacia terapeutica definitiva di IMP-1088.

Hong Wei-Chu

Nel complesso commenta: questi nuovi risultati potrebbero fornire un nuovo approccio per prevenire o curare l’infezione da rhinovirus.

*La notizia è stata anche riportata da Elena Dusi, su La Repubblica Salute del 14 maggio scorso:

Allo studio il farmaco che può bloccare il raffreddore

Una molecola impedisce al virus di replicarsi. La ricerca inglese, pubblicata su Nature Chemistry, è ancora nelle prime fasi di sperimentazione. Ma promette di funzionare su tutti i ceppi di microbi.

Notare la solita confusione fra virus e microbi, a meno che con microbo la giornalista intende riferirsi a tutte le specie viventi invisibili all’occhio nudo, dai virus ai battéri, ecc.

L’articolo completo in:

http://www.repubblica.it/salute/2018/05/14/news/allo_studio_il_farmaco_che_puo_bloccare_il_raffreddore-196396622/?ref=search