Siccità e gestione del ciclo idrico.

In evidenza

Mauro Icardi

Non sono ancora noti e definitivi i dati meteorologici dell’estate 2017. Ma dal punto della percezione possiamo certamente dire che il 2017 è stato un anno decisamente deficitario dal punto di vista delle precipitazioni.

Anche nella zona di Varese, da molti ricordata come una zona particolarmente piovosa la siccità sta causando problemi.

Il sito del Centro Geofisico Prealpino di Varese mostra a fine Luglio 2017 un deficit pluviometrico pari a 161,5 mm di pioggia da inizio anno. Tutti i mesi mostrano un deficit di pioggia caduta rispetto alle medie del periodo 1965-2012 ad eccezione del mese di Giugno in cui il saldo diventa positivo, ma con fenomeni di piogge torrenziali che hanno creato non pochi danni e problemi. E risultando in ogni caso il più caldo della media del trentennio 1981-2010.

http://www.astrogeo.va.it/statistiche/statmet.php

La tendenza è quindi quella di siccità prolungate, interrotte da fenomeni di precipitazioni violente e concentrate nel giro di poche ore.

Questo provoca diversi problemi nella gestione di impianti sia di potabilizzazione che di depurazione.

Il primo e più evidente è quello di trasporto di quantità ingenti di sabbie e residui di dilavamento delle aree asfaltate che spesso mettono in sofferenza le sezioni di dissabbiatura. Repentine variazioni di portata portano situazioni di criticità dovute a variazione dei tempi di ritenzione delle varie sezioni, dilavamento per trascinamento e elevato carico idraulico sul comparto di sedimentazione finale.

Situazioni gestibili in maniera più agevole in impianti dotati di vasche di omogeneizzazione.

La situazione inversa si verifica in periodi prolungati di siccità, ed è ormai una situazione abbastanza comune. La portata dei fiumi si riduce notevolmente, e la concentrazione di inquinanti può aumentare sensibilmente. Il tema non è nuovo. Basta vedere questo articolo che risale al 2012.

http://www.ilgiorno.it/monza/cronaca/2012/08/23/761925-siccita_inquinamento_selvaggio.shtml

Questo tipo di situazione e a buon diritto da ascriversi a quella degli inquinanti emergenti.

Gli impianti di depurazione possono scaricare acque perfettamente a norma dal punto di vista delle normative di settore. Ma con un impatto molto elevato sulla qualità ecologica, perché viene a mancare quello che è l’effetto depurativo residuo effettuato dalle comunità ecologiche dei fiumi.

Questa è stata la filosofia costruttiva e progettuale fino ad oggi. Ma gli effetti del cambiamento del clima devono far ripensare la progettazione, ed eventualmente la modifica degli impianti esistenti.

Il progetto Carbosorb che si basa su nanotecnologie è in fase di studio e sviluppo. Occorrerà valutarne le potenzialità applicative reali. In ogni caso i depuratori del futuro dovranno avere una fase di trattamento terziario molto efficiente.

http://cordis.europa.eu/result/rcn/88683_it.html

Si tratterà di combinare trattamenti tradizionali basati sulla depurazione a fanghi attivi, con una fase di trattamento che sfrutterà il fenomeno dell’adsorbimento.

Il termine “siccità” se digitato in questi giorni su un motore di ricerca produce migliaia di risultati, che mostrano una specie di bollettino di guerra. Soprattutto le zone dell’Emilia Romagna ne sono state molto colpite. Ma se si pone attenzione si può notare come molti corsi d’acqua siano in sofferenza, e le immagini in qualche caso lasciano sgomenti. Questa foto è stata scattata da me sul Fiume Tresa, che è emissario del lago di Lugano e si getta poi nel Lago Maggiore. Fiume di lunghezza modesta, solo 13 km.

Ma si nota bene di quanto il livello si sia abbassato rispetto al consueto. Questa parte del fiume è una zona d’invaso della centrale centrale idroelettrica di Creva, che come molte altre è entrata in sofferenza.

Situazione descritta in questo articolo.

http://www.lastampa.it/2017/08/15/scienza/ambiente/inchiesta/lidroelettrico-ai-tempi-della-siccit-W7H8cHvppNPoRb8w2XHf5L/pagina.html

Ma lo stesso giorno della mia gita in bicicletta lungo il Tresa ho potuto scattare un’altra foto che da l’idea di cosa sia la siccità. Scattata a Luino, sponda Lombarda del Lago Maggiore.

Qui occorre guardare la parte più consumata del palo d’ormeggio dove di solito arrivava il livello dell’acqua, e vedere dove invece adesso è il livello del lago, guardando dove l’acqua lo lambisce. Bisogna immaginare questa situazione per tutti i 215,2 km2 del bacino. Qui vi è una situazione complicata anche da una sorta di piccola guerra dell’acqua tra Italia e Canton Ticino sulla regolazione della diga della Miorina a Sesto Calende.

http://www.lastampa.it/2017/08/07/edizioni/verbania/la-pianura-ha-sete-il-lago-maggiore-si-abbassa-di-centimetri-al-giorno-v0tqfVcqakGPIS3F3CNL5K/pagina.html

E credo che le immagini, come gli articoli a corredo non abbiano bisogno di ulteriori commenti. E’ una realtà che dobbiamo affrontare. Coinvolge molti soggetti. Politici, cittadini, gestori del ciclo idrico, agricoltori. Pone a me personalmente molte domande e riflessioni. E la voglia di aumentare il mio impegno quotidiano. Lavorativo e divulgativo.

Vorrei a questo proposito citare quanto scritto dal Professor Camillo Porlezza dell’università di Pisa nella prefazione di un libro sul trattamento delle acque, prefazione dal titolo “Il chimico idrologo e la difesa delle acque”:

Chiudendo questa prefazione introduttiva, ritengo possa riscontrarsi accanto all’interessamento per un problema importantissimo per il pubblico e per i privati, il riconoscimento delle responsabilità che il chimico si assume nel suo contributo di pensiero e di lavoro all’opera di prevenzione e di repressione delle cause di inquinamento, in ciò validamente aiutato dagli esperti negli altri rami della scienza, specialmente nel campo biologico”.

Ultimamente nelle analisi di acque di pozzi di emungimento destinate ad uso potabile mi capita di riscontrare la presenza, quantificabile strumentalmente, di parametri che in passato non riscontravo. Ammonio e manganese in particolare. Non a livelli elevati e molto al di sotto dei limiti di parametro, ma questo mi ha spinto a voler verificare i risultati con metodi diversi per validare e confermare il dato. La premessa non è fatta per vanità, ma per mettere in luce il fatto che sul tema acqua occorre porre molta attenzione anche alle acque di falda, alle loro eventuali vulnerabilità. E il tema si lega alla modifica del regime delle precipitazioni, ai diversi tempi di ricarica di acquiferi e falde freatiche.

Si usa per l’acqua il termine “oro blu” da almeno un ventennio. L’acqua è contesa, per l’acqua si fanno guerre, per l’acqua si può dover emigrare e diventare profughi climatici.

Nel 1976 un film di fantascienza, “L’uomo che cadde sulla terra” racconta l’arrivo sulla terra di un alieno, interpretato da David Bowie, che una volta che è stata scoperta la sua vera identità pronuncia queste parole a chi gli chiede il perché si trovi sulla terra:

Io vengo da un mondo spaventosamente arido. Abbiamo visto alla televisione le immagini del vostro pianeta. E abbiamo visto l’acqua. Infatti il vostro pianeta lo chiamiamo “il pianeta d’acqua”. »

Il nostro pianeta è ancora un pianeta d’acqua. L’acqua ha un suo ciclo. L’acqua si rinnova. Ma qualcosa sta cambiando e sappiamo che la disponibilità di acqua non è uguale per tutti i popoli della terra in ugual misura. Sappiamo che è minacciata da inquinamento diffuso. Non possiamo far finta di niente.

Mi ha molto colpito, e ancora mi ricordo questo episodio, una cosa successa solo un paio di mesi fa. Durante un raduno cicloturistico che si è svolto a Varese ho prestato servizio come volontario per l’accoglienza dei partecipanti. La partenza delle varie escursioni ciclistiche era fissata ai giardini estensi di Varese. Molti partecipanti chiedevano di riempire la borraccia prima della partenza. Per far questo avevano a disposizione i servizi del comune, ed in particolare il lavabo con l’acqua potabile. Quando li indirizzavo a quel lavandino, in molti rifiutavano e partivano con la borraccia vuota. Eppure da quel lavabo sgorga acqua potabile. La stessa che viene fornita a tutta la città di Varese. Incredibile come questa sorta di repulsione emozionale impedisse loro di rifornirsi di acqua.

Vorrei ricordare alcune cose:

2 milioni di bambini muoiono ogni anno per consumo di acqua insalubre e per le cattive condizioni sanitarie,

800 milioni di persone non hanno acqua potabile in casa,

2,3 milioni di persone vivono in paesi a rischio idrico, cioè con una disponibilità di acqua inferiore ai 1700 m3 all’anno.

Un italiano in media consuma 40 litri per fare una doccia, mentre per i 2/3 dell’umanità 40 litri rappresentano il consumo di intere settimane.

Pensiamoci.

Invito all’educazione idrica.

In evidenza

Mauro Icardi

L’approssimarsi dell’estate si può ormai riconoscere da due fenomeni ricorrenti. Il primo sono gli incendi boschivi. Piaga che sembra quasi da considerarsi come una maledizione, ma dipende invece da un disinteresse per il rispetto ambientale. E anche da disturbi comportamentali. Il piromane è attirato dagli effetti del fuoco, e può appiccarli per vandalismo, profitto personale o vendetta. Non sono né psicologo ne psicoterapeuta. Tocca a loro studiare il problema.

Il secondo fenomeno che si sta invece verificando negli ultimi anni, e con un peggioramento significativo è quello dei fenomeni ricorrenti di siccità. Il modificarsi del regime delle piogge, i sempre più evidenti fenomeni estremi sia di siccità prolungate che di scarso innevamento invernale si ripercuotono in maniera evidente nel comparto delle gestione del ciclo idrico integrato.

Già nel 2011 l’organizzazione mondiale della sanità si è preoccupata di emanare linee guida per la fornitura idrica ed il trattamento di potabilizzazione durante il verificarsi di eventi meteorologici estremi.

(WHO Guidance in water supply and sanitation in extreme weather events).

Eventi di questo genere mettono sotto pressione le strutture di distribuzione e di depurazione. Quindi occorre dotare le aziende di efficaci piani di intervento. Allo stesso tempo, ad eventi violenti e concentrati di precipitazioni piovose fanno spesso seguito periodi piuttosto lunghi di assenza di precipitazioni. Quindi occorre predisporre usi razionali dell’acqua. E questo non deve essere impegno solo delle aziende fornitrici, ma dovrebbe esserlo di ogni singolo utente. Per quanto attiene al settore depurativo che patisce maggiormente le repentine variazioni dei flussi idraulici vale comunque l’invito a non gettare nei wc materiali estranei e non biodegradabili. Questa è una regola ancora troppo spesso sottovalutata. Interventi straordinari di manutenzione e di pulizia sono necessari per liberare le sezioni di trattamento da materiali estranei che oltrepassano la sezione di grigliatura. Spesso il trattamento di depurazione è conosciuto da non molte persone. Questo è un invito a non buttare tutto giù nl wc alla rinfusa.

Per quanto riguarda invece l’acqua potabile l’invito è sempre quello di risparmiarla e di non sprecarla. Destinandola agli usi principali, cioè per bere e cucinare, e per l’igiene personale.

In questo grafico viene suggerito come l’acqua piovana possa sostituire quella potabile per utilizzi diversi. Ma non solo l’acqua potabile, anche l’acqua depurata potrebbe avere utilizzi diversi, primo fra tutti quello irriguo. Non sono pochi gli ostacoli di carattere più burocratico che tecnico. Ma occorre essere molto attenti, e rendersi conto che dovremmo inserire tra le materie di studio anche quella dell’educazione idrica. Educarci a risparmiare e rispettare l’acqua. Da subito. Da ora. Vincendo inutili resistenze, rinunciando alla piscina gonfiabile in giardino, e del rito settimanale di lavaggio dell’auto.

Non è a mio parere una regressione, bensì il primo passo dell’educazione idrica . Fondamentale e indispensabile.

(Cogliamo l’occasione per ricordare il nostro collega di Unife Francesco Dondi che anche su questi temi ha speso la sua vita accademica; Francesco continuiamo la tua attività).

 

Ancora qualcosa sulla birra.

In evidenza

Mauro Icardi

la prima parte di questo post è pubblicata qui.

Dopo la cronaca di una giornata particolarmente interessante, credo che valga la pena di aggiungere ancora qualcosa sulla birra. Per prima cosa partire dal cereale che ne ha dato origine. L’orzo, facile da coltivare che trasforma l’uomo da nomade a stanziale, 13000 circa anni fa Il perfezionamento delle tecniche agricole che portano alla produzione di un surplus di cereali che occorreva immagazzinare. La necessità di proteggere l’orzo da parassiti e roditori porta una donna ad inventare una tecnica di conservazione che prevede di conservare i chicchi di orzo in vasi colmi di acqua. A quel punto la germinazione ed i lieviti naturalmente presenti produssero   la fermentazione. Altre tesi parlano di un pane lasciato inumidito per errore da una donna sumera che la fermentazione trasformò in una pasta inebriante. L’uomo che si nutriva dell’acqua o del pane fermentato si rinvigoriva e si sentiva più felice, finendo per attribuire questa sensazione di benessere all’intervento divino. I sumeri producevano fino ad una ventina di tipi di birra dimostrando di saper gestire in maniera pratica processi di tipo catalitico-enzimatico che sarebbero stati compresi solo nel XIX secolo. La birra di malto, la più pregiata era chiamata sikaru (pane liquido). Nel codice di Hammurabi si trovano regolamentazioni molto precise per la fabbricazione della birra che arrivano fino alla condanna a morte per chi non rispettava i codici di qualità e le regole di fabbricazione della birra, o apriva locali di vendita non autorizzati.

Gli Egizi attribuirono ad Osiride protettore dei morti l’invenzione della birra ed ipotizzarono il legame tra birra ed immortalità. Da questo probabilmente discende lo slogan pubblicitario “chi beve birra campa cent’anni” che a partire dagli anni trenta e fino alle soglie dei sessanta inviterà a consumare la millenaria bevanda,

Il papiro Ebers offre seicento prescrizioni mediche per alleviare le sofferenze dell’umanità a base di birra.

Successivamente i Galli miglioreranno le tecniche di produzione di birra utilizzando pietre riscaldate per la cottura, e le botti per la sua conservazione.

Per concludere questo piccolo excursus storico sulla birra vale la pena di menzionare che le donne (a partire da quella sumera) hanno un ruolo importante nelle storia della bevanda. Scoprono che masticando i grani di cereali la birra fermenta meglio (grazie alla ptialina della saliva) che trasforma gli amidi in zuccheri adatti alla fermentazione. Questo rituale di birrificazione è praticato ancora oggi in America Latina.

In Europa almeno fino al medio evo si mantiene questa forte impronta femminile sul commercio e la fabbricazione della birra.

E l’uso di luppolare il mosto di birra si deve all’opera e alle ricerche di una religiosa e celebre botanica Suor Hilgedard von Bingen. E l’olio essenziale di luppolina utilizzato per l’amaricazione e la conservazione della birra si ottiene dall’infiorescenza femminile della pianta del luppolo.

Reso il giusto omaggio storico all’altra metà del cielo nella storia della produzione birraria vorrei parlare di un ingrediente spesso sottovalutato, o dato per scontato ma importantissimo nella fabbricazione della birra. Cioè l’acqua. Partendo proprio dalla fontana degli ammalati di Valganna che venne acquistata dal lungimirante Angelo Poretti. Un interessante articolo di Giorgio Rodolfo Marini dell’Università dell’Insubria di Varese intitolato “Acque salutari nel Varesotto” ci dà qualche indicazione in più. Nell’Aprile del 1868 il professor Luigi Sironi di Varese analizzava l’acqua confermando la presenza di Calcio, Magnesio, Ferro, Cloruro, Solfato, Bicarbonato e Silice. L’analisi dell’acqua è riportata nell’opera di    G.C. BIZZOZZERO, Varese e il Suo Territorio. Guida descrittiva, Tipografia Ubicini, Varese 1874.

L’acqua… risulta contenere per ogni chilogrammo: Bicarbonato di magnesia Gr. 0.20 Bicarbonato di calce   Gr. 0.16 Bicarbonato di ferro   Gr. 0.06 Cloruro di calcio   Gr. 0.08 Solfato di calce e magnesia Gr. 0.06 Silice e materie organiche Gr. 0.07   Totale materie fisse   Gr. 0.63

La prima birra di Poretti non sarà prodotta fino al Dicembre del 1877, ma già dall’analisi di Sironi vergata in puro stile ottocentesco si riesce a capire che l’acqua ha un giusto equilibrio di sali ed è adatta alla produzione di diverse tipologie di birra.In generale la birra è composta al 90-95% di acqua. E se è facile produrre una birra discreta, diverso è produrre una ottima. Generalmente alcuni sali che possono essere presenti come solfati, cloruri e magnesio possono interagire con la sensazione al palato dell’amaro dato dal luppolo.

Una buona acqua potabile, magari dopo l’eliminazione del cloro residuo può essere una buona base per la produzione di una birra.

Ma gli stili birrari variano nel mondo anche in funzione delle caratteristiche dell’acqua. La regola empirica è quella di partire da un’acqua possibilmente poco carica di sali e con bassa durezza, ed eventualmente addizionarla dei Sali necessari quando carente. Relativamente allo ione calcio, mentre per una birra Pilsen la sua concentrazione è di 7mg/lt, quella per una birra tipo dortmund può arrivare fino a 250.

Il D. Lgs. 31 del 2 febbraio 2001 che regola la fornitura di acque per il consumo umano trova applicazione anche per le acque destinate alla produzione alimentare, e oltre ai parametri chimico fisici prevedono anche dei parametri microbiologici, analizzati per mezzo dei terreni di coltura imposti dal D. Lgs. 31 del 2 febbraio 2001, precisamente la conta della carica batterica totale e la determinazione degli Enterococchi e dei Coliformi.

Non rimane che brindare con ovvia moderazione con la birra. E magari dedicare il brindisi ai mastri birrai ed alla chimica. Perché come si può vedere anche nella birra la chimica c’entra. E sulla birra si potrebbero scrivere non solamente due articoli, ma interi trattati. La birra che partita dai sumeri arriva fino ai giorni nostri. Per fortuna oserei dire…

 

Due parole su chi controlla le acque potabili.

Mauro Icardi

La scorsa settimana una delle “Pillole di Mercalli”, filmati che il noto climatologo dedica ai temi ambientali e che vanno in onda su Rai News, è stata dedicata all’eccessivo consumo di acqua in bottiglia da parte degli Italiani.

Terzi a livello mondiale dopo Messico e Tailandia.

Ho visionato il filmato sul sito della Rai e ho voluto vedere qualche commento a proposito. A parte il solito schierarsi a favore o contro il consumo di acqua in bottiglia per ragioni diverse (sostenibilità ambientale su tutte, ma anche abitudini e gusti personali), ho potuto notare come al solito il proliferare di luoghi comuni decisamente banali.

Si sa che in generale le persone si lamentano dell’odore di cloro dell’acqua potabile (problema che è risolvibilissimo con il semplice utilizzo di una caraffa dove far riposare l’acqua per circa trenta minuti).

Molti sono addirittura convinti che l’acqua potabile sia nociva per la salute. E non è semplice far capire che un gestore di acquedotto ricorre alla disinfezione per consegnare l’acqua completamente esente da microorganismi potenzialmente patogeni.

Devo dire che ormai mi sono quasi rassegnato a questo tipo di commenti. Ma non ho resistito a dover rispondere ad un commento che in maniera superficiale e direi offensiva, sosteneva che la fiducia nell’acqua in bottiglia risiedesse nel fatto che le aziende imbottigliatrici “fanno i controlli”, e che conseguentemente i controlli effettuati dai gestori del ciclo idrico fossero insufficienti, o addirittura mancanti.

Ho risposto al commentatore, scrivendo che, se era così sicuro che gli addetti al controllo delle acque potabili della sua zona adottassero comportamenti omissivi nello svolgimento delle analisi , non gli restava che presentare una circostanziata denuncia alla Procura della Repubblica.

Assumendosi l’onere e la responsabilità di quanto affermava. Inutile dire che non ho ricevuto nessuna risposta a questo mio commento.

Forse avrei dovuto ignorare questo commento, come molti altri. Commenti che riguardano gli argomenti più diversi. Sulla possibilità che il web amplifichi quelle che un tempo erano le chiacchiere da bar si espresse già Umberto Eco. E sulla propagazione di bufale e leggende per meccanismi di conferma che si sviluppano per esempio tra chi crede alle scie chimiche, e sulla facilità con cui queste possono prendere piede ci sono già molti studi, e molti interessanti articoli. Uno molto interessante a firma di Walter Quattrociocchi è uscito sul numero 570 de “Le scienze” nel Febbraio 2016.

Ma su una cosa di questa importanza, non ho voluto far finta di niente. Mi sono sentito chiamato in causa in prima persona, ed ho pensato anche a tutte le persone che conosco negli incontri di lavoro, e che si occupano di qualità dell’acqua potabile.

Le società di gestione e conseguentemente gli addetti sono tenuti a rispettare quanto disposto dal Dlgs 31 che regola i controlli sulle acque destinate al consumo umano.

I controlli sono sia interni, cioè svolti dall’azienda di gestione dell’acquedotto, che esterni cioè effettuati dalle aziende sanitarie locali. I gestori sono soggetti ad un numero definito di analisi in funzione del volume di acqua erogata.

Questo il link del Dlgs 31.

https://www.arpal.gov.it/images/stories/testi_normative/DLgs_31-2001.pdf

Mi chiedo come si possa pensare che le aziende sanitarie, i gestori di acquedotto possano mettere in pratica comportamenti omissivi.

Siamo tenuti a conservare i risultati delle analisi per cinque anni, a pubblicare i rapporti di prova sul sito della nostra azienda per ottemperare a criteri di qualità e di trasparenza.

Ma soprattutto siamo coscienti di fornire un servizio. Come addetti al laboratorio poi siamo impegnati in un lavoro continuo di aggiornamento sia normativo che analitico. Le aziende acquedottistiche dovranno nel futuro sviluppare un proprio “Water Safety Plan” , cioè monitorare i fattori di rischio non solo a livello analitico, ma territoriale e di rete.

Siamo consapevoli dell’importanza della risorsa acqua.

Io ho come hobby il ciclismo. E ogni volta che faccio uscite in bicicletta rivolgo sempre un ringraziamento ai colleghi di altre aziende, quando sosto presso una fontanella o ad una casa dell’acqua. Al loro lavoro che mi permette di combattere sete e caldo, soprattutto in questi giorni.

Ma vorrei dire un’ultima parola a chi crede che non si facciano i controlli. Come chimici, come biologi, come tecnici di rete siamo vincolati ad un importante valore. Sappiamo di svolgere un servizio e conosciamo cosa significa una parola: etica. La conosco personalmente come chimico che in qualche caso ha rinunciato a ferie o permessi per terminare un’analisi urgente o la lettura di una piastra di microbiologia.

La conoscono i colleghi che a qualunque ora del giorno e della notte sono chiamati ad intervenire per ripristinare la fornitura dell’acqua. Lo sostengo da sempre. Non è con la demagogia o il sensazionalismo che si possono affrontare questi problemi. E questa cosa vale non solo per la mia azienda.

Riflettere un attimo prima di dire cose insensate è una virtù ormai scomparsa.

Depuratori di acqua casalinghi e case dell’acqua. C’è qualcosa da sapere.

Nota: si ricorda che le opinioni espresse in questo blog non sono da ascrivere alla SCI o alla redazione ma al solo autore del testo.

a cura di Mauro Icardi (siricaro@tiscali.it)

Negli ultimi tempi si è verificato un notevole incremento degli impianti di filtrazione dell’acqua del rubinetto di casa. Nei centri commerciali molto spesso ci sono stand che propongono questo tipo di installazione. Gli impianti per il trattamento dell’acqua di casa possono essere ad osmosi inversa, con resine a scambio ionico, o con filtri a carbone attivo.

Per affrontare in maniera corretta il tema bisogna partire da una prima considerazione: gli italiani sono i secondi al mondo per consumo di acqua minerale.

Tabella-Acque

Confronto fra acqua minerale e acqua “del sindaco” – Laboratorio ARPAM 2009 ph è il pH ovviamente

 

 

La crisi però sta facendo piano piano cambiare le abitudini a molti. Se facciamo un semplice calcolo, prendendo come paragone una marca di acqua minerale in bottiglia (che ovviamente non verrà citata) ci accorgiamo che il prezzo di vendita di 29 centesimi al litro vale 290 euro al metro cubo. E’ il prezzo di vendita che possiamo trovare al supermercato, quindi ha subito molti ricarichi dall’imbottigliamento allo scaffale. Ma se facciamo il confronto con le tariffe al metro cubo dell’acqua potabile, ci accorgiamo che per lo stesso metro cubo per esempio a Varese, la tariffa per un consumo giornaliero minimo di 200 L/giorno è pari a 26 centesimi al metro cubo e per un consumo massimo eccedente i 750L/ giorno arriva ad 1,26 euro.

Il paragone potrà sembrare non corretto, visto che l’acqua potabile serve non solo per bere, ma anche per lavarsi e cucinare i cibi. E ancora tante persone non la bevono, convinte a priori che sia acqua di pessima qualità. Spesso si lamentano della tariffa, ma accettano di pagare una cifra esorbitante per acqua minerale in bottiglia, che lo ricordo è pur sempre un bene demaniale. Gli importi per l’emungimento di acque in bottiglia hanno canoni che per l’azienda imbottigliatrice possono variare da 1 a 2,5 euro per metro cubo di acqua imbottigliata.

Credo che le cifre fotografino da sole una situazione che ha del surreale, una incomprensibile passione per l’acqua minerale da parte degli italiani.

Qualcuno però ha cominciato a tornare a bere acqua del rubinetto. Spinto forse da motivi etici o  da motivi economici. Io ho bevuto per anni acqua di rubinetto. Negli dell’infanzia e dell’adolescenza al massimo additivata dalle polveri per acqua da tavola. Ricordo bene  una poesiola pubblicitaria.

“Disse l’oste al vino, tu mi diventi vecchio,

ti voglio maritare con l’acqua del mio secchio.

Rispose il vino all’oste, fai le pubblicazioni,

sposo l’idrolitina del cavalier Gazzoni !”

Idrolitina_1

Le polveri per acqua da tavola composte da acido malico e tartarico, e bicarbonato di sodio. I due acidi forniscono l’acidità necessaria ad idrolizzare il bicarbonato di sodio che sviluppa le bollicine di anidride carbonica, cosi piacevoli al palato.

Continuo a bere acqua del rubinetto, senza però più aggiungere le “polveri magiche.” Spesso però mi sento dire da alcune persone che l’acqua potabile per ha un cattivo sapore, e quindi si rifiutano di berla.

L’acqua potabile deve essere additivata di un disinfettante per evitare eventuali problemi sanitari dovuti ad eventuale contaminazione batterica. Quindi in qualche caso, a qualcuno può dar fastidio il sapore o l’odore di cloro.

Ma in questo caso è sufficiente far riposare l’acqua per una decina di minuti in una caraffa, oppure conservarla in frigorifero in una bottiglia o in una caraffa non tappate.

Se si vuole affrontare la spesa di un impianto per il trattamento dell’acqua bisogna prima conoscere la qualità dell’acqua erogata nel proprio comune. Le aziende che gestiscono il servizio di erogazione dell’acqua potabile, pubblicano i risultati delle analisi eseguite ai sensi del d.lgs 31/2001 che disciplina le caratteristiche di qualità delle acque destinate al consumo umano sul proprio sito internet.

Molte volte la qualità dell’acqua è già buona. Se si installa un impianto di filtrazione domestica in molti casi si effettua una spesa inutile. Nel giugno 2007 la rivista “Altroconsumo” condusse un inchiesta in 11 città italiane, da nord a sud.

I risultati di quella inchiesta rivelarono cose che io stesso ho verificato quando qualche conoscente o collega mi porta campioni di acqua da analizzare all’uscita dall’impianto di trattamento che ha fatto installare in casa. L’acqua, specialmente all’uscita dagli impianti di osmosi inversa è troppo addolcita. Quindi priva di sali minerali utili al nostro organismo. Decisamente più adatta per evitare incrostazioni nel ferro da stiro.

Anche il trattamento con resine  scambio ionico può molte volte impoverire troppo l’acqua, alterandone negativamente le caratteristiche organolettiche.

 acqua

Altra tecnica è quella della microfiltrazione, che può essere utile per trattenere i residui solidi, terriccio o residui di ferro in sospensione.

Rimangono poi i filtri con carbone attivo, che per essere efficaci devono essere seguiti da un trattamento con lampade uv, in quanto possono in molti casi peggiorare la qualità microbiologica delle acque trattate. E questo problema si può verificare anche per gli altri tipi di trattamento.

Anche le caraffe filtranti possono dare problemi nel tempo a seguito del deterioramento del filtro. Utilizzano carbone attivo ed una parte di resina a scambio ionico.

Quindi prima di effettuare la spesa per un depuratore casalingo, ci si deve pensare bene. Così come si dovrebbe evitare di cadere nella trappola della psicosi che si origina dalle notizie, purtroppo reali, di situazioni in cui l’acqua potabile non ha una qualità adatta al consumo umano.

Alcuni interventi importanti devono essere eseguiti a monte. Per esempio la rimozione dell’arsenico nelle zone in cui questo metallo è presente in concentrazioni superiori ai dieci microgrammi/ litro. I depuratori casalinghi non sono adatti ad effettuare questa rimozione in maniera corretta ed efficace. E occorre prestare attenzione alle informazioni che ci vengono fornite da chi vende questo tipo di apparecchi.

Ritengo che per un chimico sia facile capire se sono veritiere.  Non altrettanto facile per chi chimico non è.

Qualche parola sulle case dell’acqua che molti comuni stanno installando sul loro territorio. Sono impianti che distribuiscono  acqua di rete, la stessa dell’acquedotto cittadino. In genere l’acqua subisce un trattamento di microfiltrazione e di sterilizzazione. Viene resa frizzante e refrigerata. Personalmente utilizzo abbastanza spesso l’acqua di queste casette. Soprattutto in estate quando esco in bicicletta. Spesso su lunghi percorsi è necessario bere poco e spesso. Quando decido di fare uscite che possono essere anche di 130-150 km e la borraccia è ormai vuota, un impianto di questo tipo è quasi come un oasi nel deserto!


La diffusione capillare di questi impianti sul territorio può essere uno stimolo in più a preferire acqua del rubinetto. A risparmiare bottiglie di plastica. Ad evitare di comprare bottiglie di acqua che magari sono state imbottigliate a molti chilometri di distanza, ed hanno attraversato l’Italia da un capo all’altro per arrivare sulla nostra tavola. Insomma, grazie alle case dell’acqua l’acqua del rubinetto piace sempre di più.   Anche per questo tipo di impianti, come per quelli domestici, è fondamentale eseguire controlli (che di solito vengono delegati all’azienda erogatrice dell’acqua di rete) e manutenzioni regolari e periodiche.


Tutto quanto è stato detto ovviamente è un suggerimento. Non è una crociata contro l’acqua in bottiglia. Ma vale la pena di ricordare che l’acqua, che pure ha un suo ciclo, sta diventando sempre più preziosa. E che assumere comportamenti virtuosi nell’utilizzo che ne facciamo è un atteggiamento di saggezza.

L’ultima considerazione che mi sento di fare mi riguarda personalmente. Ma credo riguardi tutti i chimici. A mio parere siamo chiamati ad un grande impegno. Quello di divulgare la chimica soprattutto ai non chimici. L’acqua è un composto davvero particolare. La chimica dell’acqua, la sua singolarità. I ponti idrogeno, i vincoli strutturali della sua molecola, che a loro volta ne influenzano le caratteristiche fisiche come la capacità termica e la conduzione del calore ci sono note.

Ai non chimici non è necessario spiegare queste cose. Possiamo però aiutarli a non cadere in inganno. Per esempio a non credere che esista nelle bottiglie di acqua che acquistano al supermercato, una “particella di sodio” azzurrina che si sente tanto sola. Un minimo  di nozioni. Poi ovviamente la scelta finale rimane la loro.

Ma noi possiamo dire di avere fatto la nostra parte per informarli correttamente.

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Nota del blogmaster.

Le case dell’acqua sono strutture per la distribuzione dell’acqua potabile pubblica eventualmente raffreddata e gasata in genere finanziate con soldi pubblici e in alcuni casi con distribuzione gratuita, ma in altri a pagamento (per esempio una tessera una tantum mi risulta, ma non è chiara la situazione generale, non si trovano dati esaustivi, in alcuni casi come in provincia di Catania, l’acqua gestita da privati costerebbe sui 5-8 centesimi al litro, che è meno della minerale, ma molto più dell’acquedotto); il loro obbiettivo dichiarato è quello di incrementare la consapevolezza dei cittadini sulla qualità dell’acqua pubblica ed anche il suo consumo.

Ce ne sono poco meno di mille in moltissime regioni italiane; almeno sulle prime hanno catalizzato le proteste di chi istituzionalmente difende il mercato e il settore privato (l’istituto Bruno Leoni, IBL, per esempio ha attaccato pubblicamente l’amministrazione di Milano sostenendo che faceva concorrenza ai venditori di minerale e che l’acqua minerale sarebbe “diversa”, ma se date un occhio alla tabella del post vi renderete conto che non è vero, l’acqua del sindaco non ha nulla a invidiare a quella minerale, anzi; per le posizioni dell’IBL sul tema comunque si veda qui)

La cosa è comprensibile dato che negli ultimi anni le statistiche dicono che milioni di persone hanno smesso di comprare la minerale (prima di tutto a causa della crisi economica, certo non per le case dell’acqua) e la cosa ha dato fastidio; ma il mondo si sa cambia; al momento è facile vedere che ci sono parecchi “produttori” di questi dispositivi il cui costo è dell’ordine delle decine di migliaia di euro; il tempo ci dirà se l’iniziativa prenderà la solita strada degli affari o rimarrà un tentativo di indirizzare in modo più sano ed energeticamente sostenibile i consumi degli italiani.

L’acqua vera.

Nota: si ricorda che le opinioni espresse in questo blog non sono da ascrivere alla SCI o alla redazione ma al solo autore del testo.

a cura di Giorgio Nebbia, nebbia@quipo.it

La più importante e diffusa sostanza del pianeta, l’acqua, è praticamente un’astrazione. Dell’acqua si conoscono tutte le proprietà e caratteristiche benché pochissime persone l’abbiano mai vista e conosciuta come H2O. Praticamente tutta quella che esiste sulla superficie della Terra allo stato solido, liquido o gassoso è acqua miscelata con altre sostanze: quella allo stato liquido è presente in soluzioni denominate confidenzialmente acqua di falda, acqua di mare, acqua potabile, acqua di fogna, urina, sudore, sangue, e in altre innumerevoli soluzioni più o meno diluite la cui esatta composizione è quasi sempre esattamente sconosciuta.

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Delle soluzioni acquose considerate ”potabili” vengono analizzate alcune sostanze che non dovrebbero essere presenti in concentrazioni superiori a certi limiti; sali totali, calcio, sodio, pesticidi, elementi radioattivi — non più di tanto per litro, e alla misura di tali valori si dedicano i chimici delle acque. Una delle popolari campagne di contestazione per diminuire la presenza di capitali privati nelle aziende erogatrici di “acqua potabile” era basata sulla frase: “L’acqua non è una merce”, molto suggestiva ma abbastanza priva di senso perché l’”acqua potabile” è una merce, una sostanza che viene venduta per soldi (in Italia circa 6 miliardi di metri cubi all’anno, venduta ad un prezzo fra mezzo euro a due euro per metro cubo*) da aziende, private o pubbliche, che prelevano le soluzioni acquose dai fiumi o dai pozzi, le trattano, filtrano, analizzano e le mettono in tubazioni che le portano fino ai rubinetti delle abitazioni. La chimica ha un ruolo poco noto ma molto importante in ciascuna di queste operazioni, dall’analisi in tutte le varie fasi, alle operazioni per evitare incrostazioni, corrosione nelle tubazioni, eccetera.

L’acquirente delle soluzioni acquose adatte ad uso potabile viene chiamato utente o consumatore ma un chimico sa bene che l’acqua di tali soluzioni non si consuma affatto e che quasi tutta quella che entra in una famiglia o in una fabbrica (salvo piccole perdite per evaporazione quando si cuoce la minestra e si fa il bagno o nei vari processi) esce dalle famiglie o dalle fabbriche come soluzione addizionata di numerose altre sostanze. Le soluzioni acquose delle fogne urbane talvolta passano attraverso processi di filtrazione o depurazione ma talvolta tali e quali finiscono nel sottosuolo, nei fiumi, nel mare. Anche in questo caso le analisi chimiche, quando sono fatte, si propongono di accertare che alcune sostanze siano presenti in questi flussi in concentrazione non superiore a certi valori. Particolare attenzione viene dedicata a riconoscere l’assenza di batteri, virus, eccetera.

Ci sono bravi nostri colleghi chimici che si occupano in silenzio di analisi delle soluzioni acquose nelle aziende di distribuzione, nelle agenzie di igiene pubblica, nelle fabbriche, tanto che, nonostante le enormi quantità in gioco, le malattie dovute a tali soluzioni sono fortunatamente rare; almeno un grazie,

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Il ciclo dell’acqua fa cadere sulla superficie dell’Italia ogni anno circa 300 miliardi di metri cubi di acqua piovana con bassissimo contenuto di sali e gas; di questi circa la metà rievapora e circa 150 miliardi di metri cubi costituiscono il flusso delle soluzioni acquose nei fiumi, nel sottosuolo e che tornano al mare, arricchite (si fa per dire) di sali e di altre sostanze incontrati nel loro moto. Dalle soluzioni acquose presenti nei fiumi e nel sottosuolo ogni anno vengono prelevati, oltre ai 6 miliardi di m3 per usi potabili e urbani, già ricordati, altri circa 6 per l’industria e circa 40 per l’agricoltura e la zootecnia.

In certe zone e in certe stagioni le soluzioni acquose “utili” scarseggiano e ci si chiede come sia possibile intercettare quelle che vanno “perdute” dopo essere passate nelle città, negli allevamenti zootecnici e nelle fabbriche.

Chiamano depurazione l’insieme di operazioni che cercano di eliminare alcune delle sostanze presenti nelle soluzioni acquose “usate” per ricavarne soluzioni utilizzabili in alcune delle operazioni commerciali. Numerosi settori industriali e numerose ricerche sono dedicate a queste operazioni durante le quali si formano inevitabilmente soluzioni residue arricchite di sostanze contaminanti o fanghi acquosi da smaltire in qualche modo. Tutta roba da chimici.

acqua2Questo un po’ frivolo — e mi scuso per questo, ma è ferragosto — intervento vorrebbe invitare molti nostri colleghi a considerare che il campo delle soluzioni acquose è uno dei più importanti e bisognosi di innovazioni e ricerche; mi rendo conto che può sembrare non gratificante dedicarsi all’analisi e allo studio dei liquami zootecnici o dei reflui degli impianti di depurazione urbana, anche se si tratta, solo in Italia, di alcuni miliardi di metri cubi all’anno, da cui potrebbero essere ricavate altre soluzioni forse non potabili, ma utilizzabili in agricoltura (e, con un po’ di furbizia, anche come fonti di metano). La chimica modesta è spesso molto utile per il, paese.

C’è poi un capitolo che ha bisogno di chimici; quello della dissalazione, o trasformazione delle soluzioni acquose presenti nel mare o in molte false saline del sottosuolo, in soluzioni, con minori concentrazioni saline, adatte ad usi potabili. Si tratta di processi per distillazione o per filtrazione attraverso membrane semipermeabili che producono nel mondo circa 20 miliardi (miliardi, avete letto bene) di metri cubi di soluzioni saline utili (la chiamano acqua dissalata, ma naturalmente non è affatto acqua priva di sali, neanche quella distillata).

C’è tanta scarsità di acqua nel mondo che la produzione di “acqua dissalata” aumenta rapidamente ogni anno come aumentano le imprese che fabbricano impianti di dissalazione e i chimici che si occupano dei controlli analitici. Ci fu una breve passione per la dissalazione in Italia negli anni dal 1955 al 1980, poi molto diminuita.

Negli Stati Uniti il Dipartimento dell’Interno (il quale non è il ministero di polizia come in Italia e in Francia, ma il ministero delle risorse naturali), creò un Office of Saline Water che funzionò dal 1954 al 1983 e pubblicò sulla dissalazione circa mille relazioni (OSW Research and Development Progress Reports), molte di carattere chimico (La mia collezione, quasi completa, è stata donata al Museo dell’Industria e del Lavoro www.Musilbrescia.it).

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http://www.musilbrescia.it/documentazione/dettaglio_fondo.asp?id=119&sezione=archivio

Adesso è stato resuscitato un Desalination and Water Purification Program. Chi vuol sapere che cosa fanno i chimici e che cosa c’è ancora da scoprire, può consultare le relazioni, tutte in rete, in: www.usbr.gov/research/AWT/DWPR_Reports. Per la dissalazione si può usare anche l’energia solare.

Per chimici e imprese che volessero dedicarsi alla tanta invocata innovazione vorrei ricordare che nel mondo le persone che hanno bisogno delle soluzioni di “acqua potabile” sono mille milioni, sparsi in abitazioni isolate, villaggi, città, molti lungo le coste dei mari e degli oceani, con fabbisogni che vanno da poche diecine di litri a migliaia di metri cubi al giorno. Buon lavoro.

* ma se diventa minerale allora 500-1000 euro per metro cubo

La salute del mondo in cui viviamo

Nota: si ricorda che le opinioni espresse in questo blog non sono da ascrivere alla SCI o alla redazione ma al solo autore del testo.

a cura di Luigi Campanella, ex Presidente SCI

Negli ultimi anni tre importanti organizzazioni mondiali composte dai maggiori esperti nel campo dell’ecologia, dell’economia e della conservazione hanno pubblicato i loro dati circa il rapporto tra sostenibilità ecologica e attuale sviluppo economico. Il messaggio è chiaro: la crescente domanda di risorse naturali che caratterizza l’economia mondiale sta superando la capacità di carico dei sistemi naturali del pianeta, determinando un inquietante deficit ecologico e minando le basi stesse dell’economia globale.
Nel 2025, 3 miliardi di persone, cioè la metà della popolazione mondiale saranno prive di acqua. Fra i Paesi colpiti dalla desertificazione alcune aree del mondo industrializzato – tra queste buona parte dell’Italia meridionale. La carenza di acqua potabile è dovuta a varie cause: mutamenti climatici per ridotta piovosità, insufficienti investimenti nell’ammodernamento e nella manutenzione dei sistemi idrici, inquinamento delle falde acquifere, cattivo uso della risorsa e del territorio, modelli di sviluppo non adeguati.

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Anche se il mondo è composto soprattutto di acqua, solo il tre percento è acqua dolce: il 97% è salata. L’acqua dolce è distribuita: a) calotte polari, ghiacciai e nevi eterne: 1.72% per un volume di circa ventiquattro milioni di miliardi di metri cubi di acqua; questa quota non è ovviamente utilizzabile; b) sottosuolo: 1,18%; c) acqua dolce superficiale: 0,01% (che non si accumula nei laghi e scorre nei fiumi). Quest’ultima quota, estremamente piccola rispetto al totale delle acque presenti sulla terra, è quella da cui principalmente attinge l’uomo per le sua attività.
Il consumo pro capite al giorno è aumentato
1930                                                     10 litri
1996                                                     229 litri
Anni duemila                                     329 litri Roma

ma: 460 litri Milano, 427 litri Firenze, 647 litri Imperia di cui il 16,6% perso nelle fognature. In effetti il rapporto medio acqua perduta vs erogata è pari al 48%.
Punte max di consumo pro capite : Municipio Roma 829 litri.
Sullo sfondo,ma sempre più in evidenza il nodo sollevato in più sedi di recente della privatizzazione dell’acqua che rimane una minaccia molto concreta nella UE. In paesi come la Grecia e il Portogallo, l’ipotesi di privatizzazione dell’acqua  non appare tanto lontana dalla realtà e sempre più cittadini vengono privati dell’accesso all’acqua nei comuni dove l’approvvigionamento idrico è gestito da società private. I cittadini si battono contro tale privatizzazione in tutta l’UE, con molti esempi di mobilitazioni di massa in Italia con il referendum del 2011 , le consultazioni locali di Madrid e Berlino, mobilitazioni più recenti a El Puerto de Santa María (Spagna) e imminenti consultazioni pubbliche locali in Thesaloniki (Grecia)  o Alcazar de San Juan (Spagna). Un’iniziativa dei cittadini europei  che ha raccolto quasi 1,9 milioni di firme, prevede che la Commissione europea  proponga una normativa di attuazione del diritto umano all’acqua e servizi igienico-sanitari, come riconosciuto dalle Nazioni Unite, e si faccia promotrice della fornitura di acqua e servizi igienico-sanitari essenziali, servizi pubblici per tutti
I dati sull’impronta ecologica presentati di recente all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite dal Centro Estudios para la Sustentabilidad dell’Università messicana Anahuac de Xalapa non sono certo meno allarmanti. Il concetto di impronta ecologica esprime lo spazio che una comunità utilizza per vivere, produrre beni corrispondenti al proprio livello di consumo e smaltire i propri rifiuti. Si può così misurare il deficit ecologico in base al rapporto tra il consumo effettivo di risorse naturali di ciascun paese ed il consumo ideale che si avrebbe se le nazioni attingessero solo alle risorse disponibili all’interno del proprio spazio naturale. Emerge dunque che:

L’impronta ecologica degli U.S.A. pro capite è di 8,4 ettari mentre la disponibilità in termini di capacità ecologica è di 6,2: ne risulta un deficit ecologico di 2,2 ettari pro capite.
L’impronta dell’Italia è di 4,5 ettari pro capite, a fronte di una disponibilità di 1,4 ettari pro capite: il deficit ecologico è di 3,1 pro capite.
In Giappone l’impronta ecologica è di 6,3 ed il deficit di 4,6.

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Impronta ecologica degli stati del mondo nel 2007, secondo la Global Footprint Network. Il colore più scuro corrisponde alla più alta

Vorrei chiudere questa breve nota con due riferimenti,tanto diversi per certi aspetti e tanto simili nell’essenza. Nicola Cabibbo, Presidente della Pontificia accademia delle Scienze: “Il problema del clima è strettamente legato alla pace perché riguarda la disponibilità dei mezzi di sostentamento. Il problema è l’acqua. I poveri del mondo sono i più danneggiati dai mutamenti”.
Da una lettera scritta nel 1854 dal Capo dei Pellerossa Capriolo Zoppo al Presidente degli Stati Uniti Franklin Pierce :

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“Questo noi sappiamo:
la terra non appartiene all’uomo,
è l’uomo che appartiene alla terra.
Questo noi sappiamo.
Tutte le cose sono collegate,
come il sangue che unisce una famiglia.
Qualunque cosa capita alla terra,
capita anche ai figli della terra.
Non è stato l’uomo a tessere la tela della vita,
egli ne è soltanto un filo.
Qualunque cosa egli faccia alla tela,
lo fa a se stesso.”