Acqua virtuale e altre storie.

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Claudio Della Volpe

Il primo ad introdurre il concetto di acqua virtuale è stato nel 1993 il professore di geografia John Anthony Allan del King’s College London e della School of Oriental and African Studies, che per questo ha ricevuto, nel 2008, lo Stockholm Water Prizeda parte dello Stockholm International Water Institute.

Si tratta di questo: quanta acqua viene usata nella produzione di una certa merce? Per vari motivi quell’acqua viene considerata come “irreversibilmente” spostata dal ciclo dell’acqua della zona di produzione e si considera che la merce considerata “trasporti” con sé l’acqua usata la quale in qualche modo diventa una sua parte virtuale. Se dunque quella merce viene esportata l’acqua virtuale entra (o entrerebbe) a far parte di fatto del bilancio dell’acqua della zona di importazione.

E’ chiaro che si tratta di una approssimazione anche abbastanza forte dal punto di vista fisico, perché nella maggior parte dei casi l’acqua rimane nella zona di produzione, ma viene spostata dal ciclo naturale! Questo è il punto fisico vero: evapora, si inquina, si sposta dal percorso naturale; se è una acqua geologica (prodotta da processi geologici su grande scala e tempi lunghi) ovviamente il suo uso è effettivamente un processo irreversibile; ma diciamo che in generale è una approssimazione che aiuta a stimare i fenomeni socioeconomici con maggiore completezza.

Ovviamente occorre un grano di sale nella sua analisi.

Affine a questo il concetto di impronta idrica che però si riferisce ai consumi di una comunità o di una persona e in più aggiunge l’indicazione dei punti geografici di captazione, delle modalità esatte di impiego e del tempo in cui l’acqua viene utilizzataintroducendo a questo scopo dei “colori” dell’acqua.

Inizialmente si pensava che l’acqua fosse impiegata principalmente nella produzione agricola, ma studi più ampi hanno consentito di concludere che l’acqua impiegata per la produzione industriale in un paese come il nostro è nella maggior parte impiegata nell’industria, nella produzione di energia, per usi civili e che solo un 40-45% viene impiegata nell’agricoltura; valori analoghi  nella media dei paesi europei.

Di che numeri stiamo parlando? Il ciclo dell’acqua implica una enorme quantità di processi paralleli.

Sulla terraferma la quantità di acqua che cade in tutte le forme assomma a poco più di 100mila km3 all’anno, ma solo un terzo di questa quantità rimane in forma condensata, mentre il resto rievapora; dunque, eccettuato l’oceano, l’acqua liquida o solida che cade attorno a noi ogni anno corrisponde a poco più di 35mila km3.

Si stima che noi intercettiamo più del 10% di questa quantità, circa 4mila km3, per i nostri scopi: agricoli, industriali, civili ed energetici. Nel nostro paese da dati Istat citati qui (impronta dell’acqua)

(Da https://www.greenreport.it/news/acqua/acqua-industria-ed-energia-litalia-vista-luso-del-suo-oro-blu/  ).

per sommi capi ed escludendo l’approvvigionamento a mare (che assomma comunque a 16 km3 per il raffreddamento delle centrali termiche), l’industria manifatturiera italiana utilizza ogni anno 5,5 km3 di acqua dolce, le centrali termoelettriche 2,2 km3, i cittadini 5,2 km3 dalle reti comunali, e il settore dell’agricoltura 11,6 km3: 24,8 km3 in totale, una somma assai rilevante.

Fra l’altro apprendiamo da questi dati che “Con 681 milioni di metri cubi, il settore della chimica e dei prodotti chimici è quello che ne ha impiegati di più, seguito dal settore della gomma e materie plastiche (645 milioni di metri cubi)

In modo analogo la media europea è la seguente:

(https://www.eea.europa.eu/archived/archived-content-water-topic/water-resources/water-use-by-sectors)

On average, 44 % of total water abstraction in Europe is used for agriculture, 40 % for industry and energy production (cooling in power plants), and 15 % for public water supply.

Questi numeri sono notevolmente diversi in lavori od analisi più datati con stime che salgono addirittura ad oltre il 90% per la sola agricoltura, dunque occorre fare attenzione alla sorgente dei dati, soprattutto perché le metodologie usate per i calcoli possono essere molto varie.

Un esempio di questi problemi di interpretazione lo ho avuto facendo una accesa discussione nelle scorse settimane con un altro collega che si richiamava ai risultati di un gruppo di lavoro di UniMi e secondo il quale collega, usando il grafico sottostante,:

La Cina è la principale destinataria di questi flussi che provengono prevalentemente da USA e Brasile. Il totale stimato del commercio di acqua virtuale ammonta a 1748 Km cubi/anno (dati 2016), una quantità confrontabile con quella totale dei fiumi della terra circa 2000 Km cubi e con quella contenuta nella biosfera 1200 Km cubi (dati presi da wikipedia). Praticamente si deforesta l’Amazonia e si consuma la falda fossile di Ogallala, come se fossero risorse infinite, per dar da mangiare ai cinesi.”

In questo lavoro però si esclude fin dal principio il ruolo dell’acqua virtuale legata ai prodotti industriali, concentrandosi solo sull’acqua virtuale legata al cibo.

In effetti questo tipo di approccio separa i flussi di acqua virtuale fra cibo ed altre merci; ora la Cina che è un gigantesco esportatore di merci industriali di ogni tipo esporta acqua virtuale di tipo “industriale” e secondo altri lavori che tengono conto di tutti i beni è un esportatore netto di acqua sia pur virtuale. Si veda per esempio qui (https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0160412018314582#f0010)

dove si arriva a conclusioni opposte.

Personalmente ritengo che, a parte le difficoltà concettuali legate alla definizione esatta dell’acqua virtuale, l’analisi dei flussi non possa escludere il ruolo determinante, almeno per i paesi più sviluppati, dell’acqua usata nella produzione di beni non legati al cibo; il rischio è di usare queste analisi in modo direttamente politico e poco scientifico traendone conclusioni inesatte o parziali.

Voi che ne dite?

L’acqua sulla Luna nell’epoca dell’antropocene

In evidenza

Diego Tesauro

Negli interventi ospitati da questo blog, gli estensori hanno messo in luce come, nell’epoca dell’antropocene, il ciclo naturale degli elementi e dei composti chimici sulla Terra ne sia risultato alterato, con particolare riferimento, agli ultimi due secoli e mezzo, cioè dall’avvento della società industriale. Da mezzo secolo l’intervento alterante dell’uomo si è esteso allo spazio. Soprattutto lo spazio intorno al nostro pianeta si è andato riempiendo di satelliti che, una volta terminata la loro funzione, sono rimasti ad orbitare costituendo “spazzatura spaziale” che oggi viene ravvisato come pericolo per gli altri satelliti e la stazione spaziale orbitale. All’alba del terzo decennio del XXI secolo ci si comincia a porre il problema di una presenza più invasiva sulla Luna alla luce delle ben otto missioni, che diversi paesi condurranno nei prossimi tre anni. Dal 2022 sono state programmate dalla NASA delle missioni con dei landers nelle zone dei poli lunari che saranno prodromi di nuove missioni umane. I progetti dovrebbero infatti portare alla costruzione di una base lunare. In un intervento, pubblicato di recente sulla rivista Nature, viene posto all’attenzione della comunità scientifica e quindi ovviamente anche di quella politica che deve prendere le decisioni, una possibile trasformazione e contaminazione dell’acqua sulla Luna. La storia della presenza dell’acqua sul nostro satellite è una storia lunga, ma al tempo stessa recente. Galilei, che per primo puntò il suo telescopio rifrattore verso il nostro satellite, nel Sidereus Nuncius descrisse le montagne, le valli, i crateri e delle zone oscure che individuò come mari, anche se dubitava che fossero effettivamente distese di acqua. Con l’avvento delle maggiori conoscenze sulla chimica dell’acqua, si escluse che queste zone non potessero contenerla, fino a giungere alla conclusione che il nostro satellite era completamente anidro. Questa convinzione ebbe riscontro a seguito delle missioni Apollo, una cinquantina di anni fa, che hanno permesso all’uomo di porre piede per la prima volta sulla Luna. Gli astronauti, nelle 6 missioni sul suolo lunare, raccolsero e portarono sulla Terra dei campioni di rocce di varie zone del satellite, e dall’analisi di queste rocce si concluse che non vi erano tracce d’acqua. Nel 2004 la sonda Clementine riuscì ad individuare delle possibili tracce di ghiaccio al polo sud lunare all’ombra dei crateri.

Dopo questa prima osservazione ne sono seguite altre [1] che però solo nel 2018 hanno dato evidenze definitive [2] in quanto i segnali nel dominio dell’UV erano compatibile con un semplice gruppo ossidrile. Come è possibile che si trovi dell’acqua allo stato solido? Sulla Luna si verificano variazioni notevoli di temperatura fra le zone in ombra e le zone illuminate dal Sole con escursioni termiche di oltre 200 gradi, per cui laddove i raggi del sole non arrivano, del ghiaccio può rimanere intatto, essendo la temperatura di solo 100 K (Figura 1). Questo ghiaccio dovrebbe avere avuto origine dalla caduta di comete e meteoriti, che provenendo da zone lontane dello spazio, dove la radiazione solare non distrugge le molecole d’acqua, avevano in miliardi di anni lasciato dell’acqua a riparo dalla radiazione solare. Alternativamente o allo stesso tempo l’acqua proverrebbe dal vento solare (vento di protoni) che bombarda la sua superficie. L’acqua potrebbe avere anche un’origine endogena provenendo dall’interno della stessa Luna a seguito di eruzioni vulcaniche di oltre 4 miliardi di anni fa. Riguardo le origini, l’acqua lunare conterrebbe delle informazioni crociali. Questi dati non sono più presenti sulla Terra a seguito dell’evoluzione geologica causata dal movimento delle placche continentali. L’acqua sulla Luna potrebbe contenere la chiave dell’evoluzione del sistema solare stesso. Successivamente osservazioni condotte dallo Stratospheric Observatory for Infrared Astronomy (SOFIA) rilevarono una banda alla lunghezza d’onda di 6 µm dovuto dal H–O–H bending indice inequivocabile di presenza di acqua molecolare ad alte latitudini lunari in zone illuminate dal Sole [3]. Sulla base delle osservazioni si stima abbondanze da circa 100 a 400 µg g−1. La distribuzione dell’acqua è un risultato di evoluzione geologia locale ed è probabilmente un fenomeno non globale. La maggioranza dell’acqua deve essersi conservata nei vetri e negli spazi tra i grani che la schermano dalla radiazione solare diretta. Molti meccanismi si potrebbero proporre per spiegare l’origine di quest’acqua. Accanto all’origine esogena già vista che resta poi intrappolata nei vetri o introdotta nell’esosfera e chemioassorbita. L’acqua può essersi formata in situ sulle superficie dei grani da pre-esistenti gruppi ossidrili che deadsorbiti alle alte temperature diurne, particolarmente all’equatore. L’acqua potrebbe anche essersi formata in situ da gruppi idrossili pre-esistenti durante l’impatto di micrometeoriti, quando le alte temperature promuovono le reazioni, come è stato dimostrato in laboratorio.

Recentemente è stato anche proposto un ciclo dell’acqua sulla Luna ovviamente molto diverso da quello presente sulla Terra [4]. Questo ciclo (Figura 2) è indotto dall’impatto di meteoroidi sulla superficie lunare che immettono nella tenue atmosfera lunare del vapore acqueo. Basterebbe che i meteoroidi, anche di soli pochi millimetri, penetrino per 8 centimetri nel suolo lunare, dove si troverebbe un terreno omogeneamente idratato con le molecole d’acqua aderenti alla regolite lunare, per rilasciare vapore acqueo.

Dalle misurazioni di acqua presente nell’esosfera, i ricercatori hanno calcolato che lo strato idratato sotto-superficiale ha una concentrazione d’acqua da 200 a 500 parti per milione, equivalente a circa lo 0,02-0,05 per cento in massa. 

Quindi il nostro satellite sarebbe tutt’altro che anidro. La presenza dell’acqua apre scenari e dilemmi. L’uomo può sfruttare quest’acqua estraendola dalle rocce per utilizzarla ad esempio come combustile per missioni spaziali che dovessero partire dalla Luna. Generando, mediante celle fotovoltaiche, energia elettrica si potrebbe condurre l’elettrolisi dell’acqua ottenendo ossigeno ed idrogeno che potrebbero essere sfruttati come combustibile e comburente per viaggi spaziali e per il funzionamento delle basi stesse. Ora però quest’utilizzo potrebbe far perdere all’acqua ghiacciata quelle preziose informazioni in essa contenute. Inoltre la presenza stessa dell’uomo comporterebbe un inquinamento dell’acqua con quella prodotta dai razzi stessi delle missioni spaziali. Da simulazioni condotte nel laboratorio di fisica applicata della John Hopkins University, l’acqua resta dopo sessanta giorni terrestri per il 30-40% sulla Luna depositandosi in tutti i luoghi.  Quest’allarmante simulazione concluderebbe che già l’inquinamento dell’acqua lunare è un dato di fatto. In realtà questa potrebbe essersi depositata in superficie senza contaminare i ghiacci presenti sui poli. In ogni caso si pone in termini brevi la necessità che le agenzie spaziali dei vari paesi coinvolti nell’esplorazioni della Luna e gli scienziati suggeriscano soluzioni condivise per mantenere inalterato un patrimonio di potenziali future conoscenze per i posteri.  

1 P.O.,Hayne A. Hendrix , E. Sefton-Nash, M.A. Siegler, P.G. Lucey, K.D. Retherford, J.P. Williams, B.T. Greenhagen, D.A. Paige. Evidence for exposed water ice in the Moon’s south polar regions from Lunar Reconnaissance Orbiter ultraviolet albedo and temperature measurements. Icarus 2015, 255, 58–69.

2 S. Li, P.G. Lucey, R.E. Milliken, P.O. Hayne, E. Fisher, J.P. Williams, D.M. Hurley, and R.C. Elphic Direct evidence of surface exposed water ice in the lunar polar regions PNAS  2018, 115,  8907–8912

3 C.I. Honniball , P.G. Lucey, S. Li, S. Shenoy , T.M. Orlando, C.A. Hibbitts, D. M. Hurley and W. M. Farrell Molecular water detected on the sunlit Moon by SOFIA Nature astronomy Pub data: 2020-10-26 , DOI: 10.1038/s41550-020-01222-x

4 M. Benna, D.M. Hurley, T.J. Stubbs, P.R. Mahaffy  R.C. Elphic Lunar soil hydration constrained by exospheric water liberated by meteoroid impactsNature Geoscience  2019, 12, 333–338

 

Figura 1 Ombre sulla Luna di diverse dimensioni riprese (A) dal Lunar Reconnaissance Orbiter (LRO) (https://svs.gsfc.nasa.gov/Gallery/LunarReconnaissanceOrbiter.html), missione lanciata nel 2009 e tuttora operante per individuare le zone in cui far allunare i prossimi robot degli USA. Tra gli scopi della missione, quello di indentificare zone polari con ghiaccio;, (B) dal rover Yuto della missione cinese Chang’e 3 del 2013, prima missione sul suolo della Luna dopo ila sonda sovietica Luna 24 nel 1976; (C) da Apollo 14, terza missione del programma Apollo del febbraio 1971. 

Lavorare sull’acqua.

Mauro Icardi

Mi è successo ancora. Dopo quanto avevo raccontato nel post intitolato “L’acqua percepita”, un altro collega mi ha visto riempire di acqua del rubinetto, non più la borraccia della bici, ma un thermos in acciaio che tengo nell’ufficio in laboratorio : “Bevi l’acqua del rubinetto, ma è buona?” Aggiungendo poi, che si sarebbe fidato a berla solo se avessi in qualche modo garantito della qualità. La cosa che poi mi ha fatto veramente sorridere è questa. Il nuovo collega è stato aggregato al laboratorio, con l’incarico di recuperare i campioni da analizzare e trasportarli in laboratorio. La realizzazione di un gestore unico è finalmente partita anche in provincia di Varese. Ottima notizia, che per altro attendevo da decenni Questo significa prima di tutto che arriveranno più campioni, che conosceremo nuovi colleghi. Il nostro “fattorino” è di origine siciliana, precisamente di Palermo. In questi giorni, in cui si sta preparando il calendario dei campionamenti per il prossimo anno, si parla e ci si conosce meglio. Io sono molto attratto dalla Sicilia regione che mi affascina, e che ho potuto visitare solo in parte. Ma che ho conosciuto attraverso le parole di molti scrittori. Da Sciascia, a Pirandello, fino a Camilleri.  Dino mi consiglia di visitare Palermo, cosa che vorrei fare, appena la situazione della pandemia lo consentirà. Mi racconta anche di una escursione che lui ha fatto. Raggiungendo una spiaggia situata nella zona del golfo di Castellammare, e raggiungibile solo a piedi. In quella occasione la compagnia con cui lui si trovava, aveva pensato a tutto. Cibo, ombrelloni, costumi da bagno. Ma si era distrattamente dimenticata proprio delle bottiglie d’acqua. Per non morire di sete nella calda estate siciliana, avevano richiamato l’attenzione di un battello che navigava lungo costa. Battello che vendeva gelati e bibite. E mi dice che finì per pagare 5000 delle vecchie lire, per una bottiglietta di acqua.

L’aneddoto in sé, mi fa sorridere. Ma mi fa anche riflettere su un tema che mi sta molto a cuore. Cioè quello delle percezioni. Delle dissonanze cognitive e percettive appunto. La realizzazione di un’azienda unica di maggiori dimensioni ha comportato operazioni di cessioni di ramo d’azienda. Ognuno di noi dovrà integrarsi in una realtà di lavoro differente. Una delle prime richieste che alcuni colleghi hanno suggerito di portare al tavolo, nelle trattative di armonizzazione, è stata una richiesta che ho trovato davvero incongruente. Cioè di mantenere come benefit aziendale la possibilità che l’azienda fornisse acqua in bottiglia per le mense aziendali.

Questa consuetudine, di cui si sono perse le origini è stata ovviamente eliminata. Ma mi fa riflettere. Perché diversi colleghi, nonostante tutto la rimpiangono. E che il rimpianto coinvolga anche persone che lavorano in laboratorio, mi porta ad ulteriori riflessioni.

Non è semplice modificare le abitudini, le scienze umane, la psicologia in particolare ce lo ricordano.

Le suggestioni di media, pubblicità, commenti sui social, sono sirene che ancora hanno un forte potere di persuasione subliminale e occulta.  E mi preoccupa molto che possano avere influenza anche su chi dovrebbe invece usare maggiore senso critico e discriminazione. C’è ancora molto lavoro da fare, per contrastarne gli effetti.

Equilibrio delle risorse.

Luigi Campanella, già Presidente SCI

Più volte anche in questo blog si è parlato dell’oro blù, l’acqua raccomandandone l’utilizzo responsabile e la disponibilità crescente. E’altrettanto vero che spesso abbiamo affrontato il tema dei cambiamenti climatici e delle bombe d’acqua che spesso li caratterizzano.

Due facce della stessa medaglia:mancanze ed eccessi della stessa preziosa sostanza, che ci obbligano a riflettere sulla mancata capacità dell’uomo a convogliare in misura equilibrata le risorse naturali. Ora però giunge un nuovo allarme: le bombe d’acqua non sono sufficienti, proprio per la loro disomogenea distribuzione nel tempo e nello spazio, per garantire all’agricoltura la necessaria contribuzione alle risorse alimentari. Così in Svizzera, un paese a noi così vicino, portano con gli  elicotteri l’acqua ai campi aridi ed in Austria e Germania i tempi della vendemmia sono stati anticipati proprio per l’aridità. Il problema è comunque planetario: in Argentina della caduta del PIL è responsabilizzata la ridotta produzione agricola correlata alla siccità, in Australia si sta attraversando una  crisi idrica senza precedenti, in Sud Africa cercano soluzioni tecniche per una  crescente aridità e fra quelle offerte dai  consulenti colpisce quella di trasportare un iceberg dall’Atlantide del peso di 500  mila tonnellate. La difficoltà principale della proposta è stata  individuata nella forma dell’iceberg che possa garantirne la stabilità durante il trasporto. L’idea è merito del capitano Nick Sloane, lo stesso  che ebbe  l’incarico del recupero del relitto dellaCosta Concordia all’isola del Giglio.

(http://www.dire.it/03-07-2018/217574-sudafrica-iceberg-polo-sud-siccita-nick-sloane/)

Riflettendo però si deve concludere che l’idea non è poi così nuova: le piattaforme petrolifere temono gll iceberg e quando li hanno vicini provvedono al loro spostamento,anche se si tratta di dimensioni  minori. Tornando al Sudafrica c’è anche da affrontare la conservazione dell’iceberg trasportato e la sua fusione modulata e modellata, ma da quanto   viene comunicato sembra che siano disponibili soluzioni per entrambi i problemi. Quanto fin qui detto ci fa riflettere sulle ripetute similitudini  circa il valore prezioso dell’ energia rinnovabile e dell’acqua: la ragione prima di tale preziosità è probabilmente da attribuire alla difficoltà di accumulo; gli eccessi non sono utilizzati per  coprire le carenze. Forse una delle sfide del futuro prossimo è proprio nelle tecnologie di accumulo che consentano una distribuzione equilibrata delle risorse nel tempo e nello spazio.

Ciclo dell’acqua: due casi significativi.

Mauro Icardi

In questo periodo, giusto un anno fa i giornali nazionali davano conto di problemi di siccità. In special modo nel sud del paese, e in particolare a Roma. Il New York Times titolava “Roma città di antichi acquedotti deve far fronte ad un razionamento dell’acqua”. Il 2017 secondo i dati forniti da ISPRA è stato un anno con precipitazioni cumulate inferiori del 22% rispetto alle medie annuali che si sono iniziate a registrare dal 1961. I titoli dei giornali a distanza di un anno non riportano notizie di questo tipo, almeno a livello nazionale. Ma secondo le proiezioni dell’IPCC quella che ancora definiamo “anomalia annuale”, potrebbe diventare la normalità a fine secolo. Due casi riguardanti la zona del Gallaratese, che hanno avuto riscontro solo a livello locale, meritano di essere menzionati. Sono casi recenti e inducono a fare riflessioni sul tema acqua e sulla gestione del ciclo idrico.

Il primo caso è quello del comune di Oggiona Santo Stefano, dove il sindaco ha firmato un’ordinanza per il divieto di utilizzo improprio dell’acqua potabile. In particolare per l’innaffiamento di orti e giardini e piscine private. Attività che sono vietate nel periodo che va dalle 07.00 alle 22.00. Agli abitanti del comune la riproposizione di questa ordinanza è risultata poco gradita. In provincia di Varese i mesi di Marzo e Maggio sono stati molto piovosi e questo ha fatto si che la percezione fosse quella di un problema risolto di siccità.

Dopo i mesi di Marzo e Maggio che sono risultati molto piovosi, la percezione di molti è che non esistesse più un problema di siccità. In provincia di Varese questi mesi hanno avuto un saldo positivo di precipitazioni dovute alla pioggia caduta. Ma nel mese di Giugno il bilancio pluviometrico dei primi sei mesi del 2018 è risultato nuovamente deficitario con una diminuzione del 50% della pioggia caduta, rispetto alla media dei venticinque anni precedenti. Più che i numeri, la sensazione che non esistesse più un problema di siccità, ha probabilmente ha indotto molte persone ad utilizzare con poca attenzione e parsimonia l’acqua potabile. Il risultato è che le zone ubicate nella parte alta del paese hanno avuto problemi di erogazione dell’acqua, con cali di pressione e mancanza d’acqua in alcune ore della giornata. L’acquedotto di questo paese non dispone di un bacino di accumulo. E’ previsto che questo acquedotto venga collegato con gli acquedotti dei paesi limitrofi, risolvendo un problema di carattere squisitamente idraulico. Collegato e immesso in rete con acquedotti che sono dotati di bacino di accumulo e di torrino piezometrico.

Ma l’episodio dovrebbe fare riflettere. Il regime delle precipitazioni è ormai molto fluttuante. Le piogge tendono a cadere in maniera violenta e continuata in un periodo di tempo, per poi alternare periodi di scarsità di precipitazioni. Le modifiche, per altro auspicabili sull’acquedotto di Oggiona rischiano di diminuire la percezione di un uso più consapevole dell’acqua. Le strategie di mitigazione e di risparmio idrico, per aziende, ed enti di bonifica ed irrigazione consistono in metodi più efficaci di irrigazione. E questo esempio dovrebbe diventare una buona pratica anche nell’utilizzo privato. E dovrebbe essere ulteriormente continuato da parte delle aziende fornitrici una campagna di informazione capillare per un uso più consapevole dell’acqua. Farebbe bene all’ambiente e alle tasche degli stessi cittadini. Che forse in molti casi non fanno caso all’acqua che sprecano per usi decisamente non primari (lavaggio auto), e che potrebbero invece utilizzare meglio per usi più necessari (irrigazione di orti e giardini).

Il secondo caso sempre riportato dalla stampa locale riguarda il torrente Arno. Ed è l’ultimo di una serie di casi sempre più frequenti di secche prolungate di torrenti ubicati nella zona a sud di Varese. Non solo del torrente Arno, ma anche del Lura.

Questa foto si riferisce ad una secca del torrente Lura risalente al 2015, ma la situazione si è puntualmente ripresentata alla fine dello scorso Luglio. Premesso che per definizione un torrente potrebbe avere un regime idrico discontinuo, gli abitanti di Gallarate e Caronno Pertusella non ricordano secche così prolungate e frequenti. Cittadini e autorità si interrogano. Ma questo è un problema che si ricollega ad un altro. Il consumo di suolo e la cementificazione. Una riduzione della superficie disponibile per l’agricoltura, i pascoli e le foreste conduce infatti inevitabilmente ad una diminuzione della capacità di infiltrazione delle acque, con il progressivo ridursi della ricarica delle falde idriche. La zona a cavallo tra la provincia di Varese e quella di Milano è fortemente antropizzata. La modifica dei regimi di precipitazione sta facendo il resto. A questo punto credo si debba pensare a progettare sistemi di ricarica artificiale delle falde, sfruttando anche le acque depurate, che allo stato attuale in molti casi sono invece scaricate nei letti dei fiumi in secca. E in questo modo se è garantita la qualità chimico fisica delle acque scaricate, o per meglio dire la conformità ai valori di parametro, non così si può dire della qualità ambientale dei corsi d’acqua.

Intraprendere progetti ed iniziative di questo genere avrebbe come obiettivi principali quelli di ristabilire le riserve idriche, stabilizzarle (in previsione dei periodi di magra), smaltire acque di processo idonee/conformi che potrebbero non esserlo se scaricate tal quali nei corsi d’acqua in secca.

Ovviamente questo presume investimenti e visioni di ampio periodo. Studi geologici accurati e controlli capillari della qualità delle acque destinate al ravvenamento delle falde, alcune delle quali sono anche le sorgenti di questi torrenti.

Non è mio costume l’autocitazione e chiedo comprensione ai lettori, ma mi ero già occupato della cosa, con un interesse maggiormente orientato all’acqua potabile. La tecnica avrebbe senso anche se utilizzata per evitare o minimizzare le secche dei torrenti.

https://ilblogdellasci.wordpress.com/2015/09/02/potabilizzazione-indiretta/

E’ ormai evidente che il problema della gestione della risorsa acqua deve essere un tema multidisciplinare.

Non più rimandabile. E’ un tema profondamente legato alla nostra qualità di vita. E questi due casi anche se locali sono decisamente significativi.

Una piccola nota, un ricordo personale. Sono ormai trent’anni che vivo in provincia di Varese. Gli amici e i conoscenti di questa zona mi definivano la provincia di Varese con un termine piuttosto pittoresco, ovverosia come il “pisciatoio d’Italia”, per una sorta di analogia con l’Inghilterra, altra zona che nell’immaginario ricorda piogge continue, e anche noiose. Forse sono ricordi che, per quanto simpatici, non hanno più il valore di un tempo. E occorre prenderne doverosamente atto. Non solo in questa zona.

Link utili

http://www.acqua.gov.it/

http://www.direttivaacque.minambiente.it/

https://www.mbnews.it/2016/02/emergenza-siccita-nel-molgora-ce-solo-lacqua-scaricata-dai-depuratori/

http://ilsaronno.it/2018/06/26/lura-in-secca-centinaia-di-pesci-intrappolati-rischiano-di-morire/

Emergenza in Veneto.

Mauro Icardi.

Una delle cose che più mi fanno pensare è la gran massa di informazioni dalle quali siamo costantemente bombardati. Molte a mio personale parere francamente inutili (penso a quelle di gossip e moda).

Altre sono rilanciate dai quotidiani e dagli organi di informazione, ma decisamente quasi sottotraccia, mentre meriterebbero maggior attenzione.

La notizia invece sparita troppo presto dai media è relativa ad un problema di cui si è scritto su questo blog. Il problema della contaminazione da PFAS nelle acque destinate al consumo umano in alcune zone del Veneto. Nel mese di Marzo il Consiglio dei ministri ha dichiarato lo stato di emergenza per i Pfas in Veneto, con la contestuale nomina di un commissario.

La situazione, nota da tempo, almeno dal 2013, non si è riuscita a risolvere se non con una delibera di emergenza. E su questo vorrei ovviamente riflettere. Le province interessate sono tre, Vicenza, Verona, e Padova, area dove la popolazione residente ammonta ad oltre 350.000 persone. L’inquinamento riguarda l’acquifero della valle dell’Agno e il sistema delle risorgive di media pianura. La delibera di emergenza stanzia fondi per 56 milioni di euro, che vanno a sommarsi a quanto già stanziato dalla Regione Veneto.

L’origine della contaminazione era stata a suo tempo individuata negli scarichi di un’azienda della zona, la MIteni di Trissino. Tale conclusione è stata ribadita in due differenti relazioni della commissione parlamentare di inchiesta sui rifiuti, pubblicate a distanza di un anno (8 Febbraio 2017-14 Febbraio 2018),riportanti le conclusioni di studi dell’IRSA-CNR e di verifiche dell’Arpa. L’azienda è stata identificata come sito potenzialmente contaminato e quindi ha iniziato nel Novembre 2013 la messa in opera di un piano per la realizzazione di piezometri per il controllo delle acque di falda, verifiche della qualità ambientale dei terreni e la messa in sicurezza del sito. L’Arpa Veneto ha effettuato verifiche sulla presenza di PFAS sia sulle acque superficiali , sia su quelle reflue. Si sono riscontrate concentrazioni elevate di PFAS anche a monte dei collettori di acque reflue che recapitano nei corsi d’acqua superficiali, a causa della particolare complessità e conformazione del sistema idrico della zona. A seguito della pubblicazione di questi dati da parte di Arpa l’azienda ha rilasciato una dichiarazione nella quale, come già in passato si ritiene se non estranea, quantomeno non l’unica responsabile dello stato di inquinamento della zona.

Permangono in ogni caso alcune questioni fondamentali: la necessità di un controllo capillare del territorio e del suolo. Controllo che deve essere effettuato anche preventivamente. Inquinare il suolo significa un rischio di compromissione delle acque di falda. Situazione non nuova. Quindi occorre porre attenzione sulla prevenzione di questo tipo di inquinamento. Le fonti inquinanti possono continuare ad emettere per lunghi periodi di tempo. I siti contaminati su larga scala sono il risultato e l’eredità di impatti antropici del passato che persistono ancora oggi, come i siti industriali e le aree portuali, dove può essere difficile se non impossibile ripristinare lo stato naturale delle aree interessate con le tecnologie attuali o con un dispendio di risorse ed energie sostenibile. Su questo una riflessione è necessaria.

Altro problema riguarda l’industria chimica che dovrà rivedere i propri processi produttivi. Questo comporterà ovviamente uno sforzo notevole. La questione PFAS in Veneto è la famigerata punta di un iceberg che riguarda tutti i composti chimici biorefrattari. In passato abbiamo sintetizzato molecole durature, indistruttibili. Ci sono servite per innumerevoli usi. Possiamo imparare dal passato. Così come per i tensioattivi, anche per i PFAS le industrie statunitensi e giapponesi hanno fatto uscire dal mercato le molecole di PFAS a lunga catena, ritenute più tossiche e più stabili, e quindi meno degradabili. Una singolare analogia con quanto già avvenuto negli anni 70 per i tensioattivi. Per fare questo è stata importante la sinergia con l’EPA l’agenzia di protezione ambientale degli Usa. Purtroppo la presidenza Trump ha ridotto i fondi all’agenzia statunitense. Tagliati i fondi di 2,6 miliardi di dollari, dimezzato il settore di ricerca, cancellato il Chemical Safety Board per le indagini sugli incidenti nelle raffinerie e in altri impianti industriali. Un programma di rara miopia. Il problema della contaminazione da PFAS investe non solo il Veneto, ma buona parte degli Stati Uniti dove questo tipo di contaminazione riguarda circa 6 milioni di persone. E’ auspicabile che quanto prima questi composti siano normati su indicazioni provenienti dall’OMS e vengano ricercati usualmente. Sarebbe un importante primo passo. La stessa commissione parlamentare italiana, in chiusura della relazione invita a definire in modo completo la fissazione di limiti allo scarico per tutte le matrici ambientali, e per ogni tipo di molecola appartenente alla categoria dei PFAS.

Attualmente un limite di concentrazione univoco non esiste. Per i soli PFOA e PFOAS l’EPA (Environmental Protection Agency) ha stabilito, per le acque destinate al consumo umano una valore limite di 70 ng/lt. In Veneto il limite è fissato 90, e in Svezia sempre 90 ma riferito alla alla somma di undici PFAS (PFBS, PFHxS, PFOS, 6:2 FTS, PFBA, PFpeA, PFHxA, PFHpA, PFOA, PFNA, PFDA). Per quanto riguarda gli studi sulla tossicità di questi composti rimane il problema che gli effetti sulla salute variano con la specie e sono difficili da isolare negli studi sugli esseri umani. Per ora viene indicato il possibile nesso di causalità tra l’esposizione a PFAS e l’insorgenza di patologie quali alcuni tipi di tumore, disordini del sistema endocrino, problemi della fertilità, problemi cardiovascolari. Il che deve indurre un ovvio principio di precauzione . E sarebbe auspicabile (ma forse aleatorio) che le aziende si occupassero con maggior attenzione degli impatti ambientali che provocano. L’azienda moderna dovrebbe avere una attenzione sostanziale agli aspetti etici del proprio modo di operare. A mio parere questo dovrebbe essere uno dei punti distintivi delle aziende moderne.

Rimane poi sempre attuale la necessità di informare la pubblica opinione, rendendola consapevole che anche le scelte personali di ognuno di noi posso influire nel determinare quello che veramente vogliamo per il futuro del nostro ambiente. E per capirlo bisogna anche fare uno sforzo costante di informazione e di conoscenza di base, su concetti tecnici e scientifici. Capiti o ripassati alcuni concetti di base dovrebbe essere più agevole rendersi conto della necessità di modificare i nostri stili di vita.

L’ultimo appello che ultimamente spesso rivolgo, riguarda la collaborazione che le il pensiero tecnico-scientifico deve riallacciare con quello umanistico.

Non riesco a vedere nessuna logica razionale nel chiudere gli occhi, o nel rimuovere i problemi che si stanno ponendo alla nostra attenzione, e che vengono ostinatamente negati o rimossi.

Non vedo niente di razionale né di positivo quando si creano miti consolatori. Quando l’acqua scarseggia, oppure diventa di fatto imbevibile si resiste due giorni. Al terzo giorno bisogna andare da un’altra parte.

Eppure di acqua, di guerre per l’acqua, di scarsità e inquinamento sentiamo parlare da decenni.

Mi piacerebbe che su queste questioni fondamentali si avesse almeno l’accortezza di non banalizzare, né sottovalutare. Gli investimenti sulle reti idriche, sui depuratori, sui laboratori, sull’adeguamento degli impianti esistenti non sono ulteriormente rimandabili. Fermo restando che l’acqua sia un bene indispensabile per la vita umana, e non si debba ridurre ad essere un bene di consumo, su cui creare profitti senza considerare l’aspetto ecologico e sociale della questione, non è pensabile che per esempio il problema della dispersione sulle reti idriche in Italia si trascini da decenni senza trovare una soluzione pratica.

Altri post sul tema:

https://ilblogdellasci.wordpress.com/2017/12/08/questione-pfas-ovvero-larte-di-spostare-il-problema/

https://ilblogdellasci.wordpress.com/2017/05/05/inquinamento-da-pfas-in-veneto-riflessioni/

https://ilblogdellasci.wordpress.com/2017/07/14/smontare-i-mattoncini/

Link utili per approfondire.

https://www.certifico.com/categorie/274-news/5911-delibera-del-consiglio-dei-ministri-21-marzo-2018?tmpl=component&page=

(Delibera consiglio die ministri 21 Marzo 2018)

http://www.veronasera.it/cronaca/pfas-miteni-commenta-dati-arpav-9-aprile-2018.html

http://www.quotidianosanita.it/allegati/allegato5940771.pdf (Relazione commissione parlamentare)

http://www.arpa.veneto.it/arpav/pagine-generiche/documenti/Relazione%20PFAS_2013_2016.pdf/view?searchterm=pfas (Relazione Arpa Veneto Acque reflue)

http://www.arpa.veneto.it/temi-ambientali/acqua/file-e-allegati/documenti/acque-interne/pfas/PFAS_AcqueSup_2015_2016.pdf/view?searchterm=pfas

(Relazione Arpa Veneto su PFAS in acque superficiali)

Charles Schimdt “Acqua non Potabile” Le Scienze ed. Italiana Giugno 2017

https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC4187289/

(Changing Interpretation of Human Health Risks from Perfluorinated Compounds )

Giornata mondiale dell’acqua 2018 “La natura per l’acqua”

Mauro Icardi

Anche quest’anno si celebra la giornata mondiale dell’acqua. Il tema di quest’anno è “Acqua e natura”, ovverosia ricercare soluzioni basate sulla natura per affrontare le sfide idriche del nuovo millennio.

L’appuntamento annuale, sia pur simbolico va ovviamente ricordato. Dovrebbe servire a ricordarci che l’acqua è un bene indispensabile per la vita umana. Imprescindibile.

Credo che molte, troppe, persone si dimentichino di questo concetto di base, distratti dal semplice gesto di aprire un rubinetto e vedere scorrere l’acqua. Senza chiedersi cosa ci sia dietro, quali risorse in termini monetari e di personale qualificato siano necessarie per la corretta gestione. Ho sostenuto diverse volte, sulle pagine di questo blog, come sul tema acqua si faccia spesso confusione, e in qualche caso anche dell’inutile demagogia. Mi rendo conto che troppo spesso informazioni che oggi chiamiamo bufale o fake news, e che una volta avremmo definito chiacchiere da bar hanno purtroppo maggior riscontro di interesse ma provocano notevoli danni, che spesso sembra rendano inutili gli sforzi di informazione e di divulgazione. E’ un problema che ovviamente coinvolge tutte le tematiche riguardanti i temi ambientali. Qualcosa che i tecnici o i ricercatori non possono risolvere da soli, senza l’aiuto determinante di chi si interessa del comportamento umano. Io ho ricordi personali di come mia nonna, che già anziana doveva pescare acqua dal pozzo della cascina dove viveva, e che per questa ragione poneva molta attenzione all’uso che faceva dell’acqua. Anche nelle pratiche di irrigazione, dell’orto e dei vasi di fiori che disponeva sui davanzali. Questo ricordo è stato utile e formativo. Anche se succedeva nel Monferrato negli anni 70 e non in un paese africano ai giorni nostri.

Da tecnico mi sono reso conto che molte volte gli appelli al risparmio idrico vengano colpevolmente sottovalutati, anche se nutro fiducia che questo tipo di malcostume dovrà cessare.

La scorsa estate è stata significativa in questo senso, basta andare a rivedere le cronache per rendersene conto.

Tra le iniziative che si possono segnalare quella che si terrà a Roma a cura dell’Istituto Superiore per la protezione e la ricerca ambientale.

http://www.sinanet.isprambiente.it/gelso/eventi/xviii-giornata-mondiale-dell2019acqua-2018

I temi del convegno si focalizzano sulla corretta gestione delle acque sotterranee destinate al consumo umano. Quelle che necessitano di maggior protezione dalle contaminazioni di agenti inquinanti.

Oltre a questo i prelievi eccessivi, per esempio l’acquifero di Ogallala negli Stati Uniti dove i prelievi di acqua cosiddetta fossile (e quindi non rinnovabile) ammontano circa 26 km3 all’anno (consumo stimato nel 2000).

Sappiamo da anni che occorre incrementare non solamente il risparmio, ma il riuso e la diversa destinazione di vari tipi di acqua. Non ha molto senso utilizzare acqua potabile per i servizi igienici.

Il tema acqua e natura allarga la visuale anche alla protezione dei corsi d’acqua, delle aree umide. E si lega a quello dell’inquinamento ambientale in senso più ampio.

La natura ci ha già dato una mano in passato, considerando che per esempio le tecniche di depurazione classiche sono nate proprio trasferendo in impianti dotati di depurazione quelli che sono i processi autodepurativi naturali. Attualmente queste tecniche sono supportate da altre innovative, che migliorano il processo nel suo insieme. Ma nessuna tecnica, qualunque essa sia, potrà funzionare se non ci si rende conto di quanto sia importante l’acqua. Che è un diritto non solo per noi esseri umani, ma per le comunità ecologiche in generale. Questo credo vada sottolineato, perché spesso è un concetto dimenticato e non conosciuto. Per chiudere occorre anche doverosamente ricordare l’impegno che il settore chimico ha per la protezione dell’acqua. Non fosse altro che per il controllo a livello analitico di inquinanti vecchi e nuovi, che devono essere monitorati. Per i nuovi limiti di concentrazione e di rilevabilità che dal punto di vista quantitativo sono sempre più bassi.

Non siamo ovviamente i soli che si devono occupare di questo tema, ed è fondamentale la collaborazione con altre discipline scientifiche e tecniche. Anche questa collaborazione è imprescindibile. E in ultimo l’appello che sempre mi sento di dover ripetere. La collaborazione sia a scopo operativo, che divulgativo con le scuole e le Università. Educazione idrica e ambientale diffusa. A partire dalle scuole elementari. Quando ho tenuto lezioni nelle scuole ho sempre riscontrato interesse e arricchimento reciproco.

Auguro a tutti una buona giornata dell’acqua. Per chiudere ci sarebbero moltissimi aforismi che si prestano.

Ma questo tratto da “La ballata del vecchio marinaio” di Samuel Taylor Coleridge credo sia il più adatto.

“Acqua, acqua ovunque. E non una goccia da bere”

Acque amare

Mauro Icardi

Nella mia formazione personale il tema della tutela delle risorse idriche e dell’inquinamento idrico è presente direi da quando ho iniziato il percorso scolastico, cioè dalla scuola elementare. Oltre ad aver seguito lezioni scolastiche, ero interessato e mi preoccupavo di questo tema.

Gli anni 70 come sappiamo sono stati quelli in cui per la prima volta il tema dell’inquinamento ( non solo quello idrico) arrivò anche all’opinione pubblica. Finendo poi per diventare un mantra al quale forse troppi si sono abituati. A distanza di decenni la situazione della risorsa idrica mostra sia segnali incoraggianti, che situazioni molto preoccupanti che dovrebbero essere valutate con attenzione. E a cui si dovrebbero destinare finanziamenti e risorse.

In Italia per molti anni, leggendo libri sia di divulgazione, che testi scolastici o universitari si citavano molto spesso i fiumi Lambro, Seveso, Olona come i casi più eclatanti di inquinamento. Ma anche il caso del fiume Po. La promulgazione della legge Merli diede l’avvio alla costruzione dei depuratori, ai controlli sugli scarichi. Fu un importante primo passo. Che di solito è sempre il più faticoso.

Ma se a distanza di decenni osserviamo la situazione a livello mondiale, possiamo constatare che c’è ancora molto lavoro da fare.

Molti fiumi in tutto il mondo sono sottoposti a grave stress per diverse ragioni. Inquinamento, pesca, dighe e canali artificiali sono le principali cause dello sconvolgimento di interi ecosistemi che si sono sviluppati nel tempo lungo i corsi d’acqua.  Alcuni fiumi sono ancora oggi l’esempio di quello che per noi furono i fiumi Italiani. Ed è abbastanza sconfortante, anzi piuttosto triste vedere che ci sono alcuni fiumi in condizioni davvero molto precarie.

Il Rio Bravo o Rio Grande è il più importante confine naturale tra gli Stati Uniti e il Messico: a causa della costruzione di dighe e canali di irrigazione per deviare le acque verso i campi coltivati e le città, gravi siccità hanno colpito l’area. Il volume del grande fiume diminuisce giorno per giorno, e le sue acque sono inquinate dagli scarichi di varie industrie.

Il Danubio soffre di un eccesso di nutrienti, soprattutto da fertilizzanti. A questo problema si aggiunge un cattivo trattamento delle acque reflue, che aumenta l’inquinamento.

Un bambino nuota nel Gange, fiume sacro per gli indiani

 Il fiume Gange è poi l’esempio di una forte contraddizione. Situato nel nord dell’India, questo fiume, considerato sacro per milioni di indiani che vi si recano in pellegrinaggio, è diventato una discarica di resti umani, industriali e corpi animali. Circa un miliardo di litri di liquami non trattati vengono scaricati ogni giorno nel fiume. La rapida crescita della popolazione dell’India, insieme a normative permissive del settore, ha portato enormi pressioni sul corso d’acqua più importante del Paese. Migliaia di corpi umani e animali vengono cremati sulle sue rive o gettati nella corrente, nella speranza che le loro anime possano accedere al Paradiso.

Per chiudere questo triste elenco (per altro del tutto parziale) possiamo ancora citare il fiume Yangtze.

 Rifiuti, pesticidi e fertilizzanti hanno quasi annientato il fiume più lungo del continente asiatico. Dalla sua origine nell’altopiano del Tibet, lo Yangtze si estende per quasi 6.400 chilometri, sfociando nel mare dal porto di Shanghai. La sua devastazione è stata causata dallo sviluppo di infrastrutture, di centrali idroelettriche, inondazioni, deforestazione, inquinamento, sedimentazione, distruzione delle zone umide e interruzione dei flussi idrici.

Tutto questo lascia perplessi. Si sono ripetuti negli anni errori già fatti. Eccessiva costruzione di dighe che hanno finito per modificare l’equilibrio idrogeologico. La considerazione totalmente sbagliata, ma che si sarebbe già dovuta superare che esistesse un potere autodepurativo o di diluizione degli scarichi praticamente infinito. Ma se tutto questo poteva essere comprensibile a metà ottocento, quando il fenomeno chiamato la “grande puzza di Londra” diede il primo segnale di allarme dell’effetto disastroso dei reflui non trattati nelle acque di un fiume, questa situazioni oggigiorno lasciano sbigottiti.

Il fiume Yangze presso Shangai

 E ovvio che si debbano adottare tutte le misure del caso. E che questo lavoro debba coinvolgere più soggetti in un grande lavoro. Ma rimane come sospeso il problema fondamentale. Che a mio parere non credo sia esagerato definire antropologico, ancor prima che sociale. La presa di coscienza che occorre che siano cambiati diversi atteggiamenti. Che insistere nel considerare i fiumi i collettori di scarico non solo dei nostri rifiuti metabolici , o dei nostri residui industriali, ma anche della nostra incapacità di immaginare e costruire un nuovo modo di pensare a come utilizziamo le risorse del pianeta, in special modo quelle non rinnovabili. Qualcuno potrebbe obbiettare che in teoria l’acqua non è una risorsa non rinnovabile, ed avrebbe ragione. L’acqua ha un ciclo. Ma questo ciclo è ormai disequilibrato. Esistono innumerevoli tecniche di trattamento delle acque. Alcune sono tecniche mature, altre emergenti. Ma è un errore concettuale grave quello di affidare le nostre speranze, in maniera acritica alla sola tecnologia. E quindi le riserve di acqua di buona qualità vanno tutelate. E vanno differenziati gli usi dell’acqua. Occorre un cambiamento di mentalità, ed occorre iniziare il prima possibile a metterlo in pratica. La chimica ha davanti a se la necessità di modificare i propri cicli di produzione, attivandosi per trovare il modo di non produrre molecole biorefrattarie. Lo sta già facendo attraversando un suo cambiamento intrinseco. Ma non può essere vista come la sola responsabile. E’ importante un grande mutamento che per prima cosa ci faccia riscoprire il valore della consapevolezza. Tutto dovrebbe partire da questo. Dal ritornare a guardare la realtà delle cose.

Siccità e gestione del ciclo idrico.

Mauro Icardi

Non sono ancora noti e definitivi i dati meteorologici dell’estate 2017. Ma dal punto della percezione possiamo certamente dire che il 2017 è stato un anno decisamente deficitario dal punto di vista delle precipitazioni.

Anche nella zona di Varese, da molti ricordata come una zona particolarmente piovosa la siccità sta causando problemi.

Il sito del Centro Geofisico Prealpino di Varese mostra a fine Luglio 2017 un deficit pluviometrico pari a 161,5 mm di pioggia da inizio anno. Tutti i mesi mostrano un deficit di pioggia caduta rispetto alle medie del periodo 1965-2012 ad eccezione del mese di Giugno in cui il saldo diventa positivo, ma con fenomeni di piogge torrenziali che hanno creato non pochi danni e problemi. E risultando in ogni caso il più caldo della media del trentennio 1981-2010.

http://www.astrogeo.va.it/statistiche/statmet.php

La tendenza è quindi quella di siccità prolungate, interrotte da fenomeni di precipitazioni violente e concentrate nel giro di poche ore.

Questo provoca diversi problemi nella gestione di impianti sia di potabilizzazione che di depurazione.

Il primo e più evidente è quello di trasporto di quantità ingenti di sabbie e residui di dilavamento delle aree asfaltate che spesso mettono in sofferenza le sezioni di dissabbiatura. Repentine variazioni di portata portano situazioni di criticità dovute a variazione dei tempi di ritenzione delle varie sezioni, dilavamento per trascinamento e elevato carico idraulico sul comparto di sedimentazione finale.

Situazioni gestibili in maniera più agevole in impianti dotati di vasche di omogeneizzazione.

La situazione inversa si verifica in periodi prolungati di siccità, ed è ormai una situazione abbastanza comune. La portata dei fiumi si riduce notevolmente, e la concentrazione di inquinanti può aumentare sensibilmente. Il tema non è nuovo. Basta vedere questo articolo che risale al 2012.

http://www.ilgiorno.it/monza/cronaca/2012/08/23/761925-siccita_inquinamento_selvaggio.shtml

Questo tipo di situazione e a buon diritto da ascriversi a quella degli inquinanti emergenti.

Gli impianti di depurazione possono scaricare acque perfettamente a norma dal punto di vista delle normative di settore. Ma con un impatto molto elevato sulla qualità ecologica, perché viene a mancare quello che è l’effetto depurativo residuo effettuato dalle comunità ecologiche dei fiumi.

Questa è stata la filosofia costruttiva e progettuale fino ad oggi. Ma gli effetti del cambiamento del clima devono far ripensare la progettazione, ed eventualmente la modifica degli impianti esistenti.

Il progetto Carbosorb che si basa su nanotecnologie è in fase di studio e sviluppo. Occorrerà valutarne le potenzialità applicative reali. In ogni caso i depuratori del futuro dovranno avere una fase di trattamento terziario molto efficiente.

http://cordis.europa.eu/result/rcn/88683_it.html

Si tratterà di combinare trattamenti tradizionali basati sulla depurazione a fanghi attivi, con una fase di trattamento che sfrutterà il fenomeno dell’adsorbimento.

Il termine “siccità” se digitato in questi giorni su un motore di ricerca produce migliaia di risultati, che mostrano una specie di bollettino di guerra. Soprattutto le zone dell’Emilia Romagna ne sono state molto colpite. Ma se si pone attenzione si può notare come molti corsi d’acqua siano in sofferenza, e le immagini in qualche caso lasciano sgomenti. Questa foto è stata scattata da me sul Fiume Tresa, che è emissario del lago di Lugano e si getta poi nel Lago Maggiore. Fiume di lunghezza modesta, solo 13 km.

Ma si nota bene di quanto il livello si sia abbassato rispetto al consueto. Questa parte del fiume è una zona d’invaso della centrale centrale idroelettrica di Creva, che come molte altre è entrata in sofferenza.

Situazione descritta in questo articolo.

http://www.lastampa.it/2017/08/15/scienza/ambiente/inchiesta/lidroelettrico-ai-tempi-della-siccit-W7H8cHvppNPoRb8w2XHf5L/pagina.html

Ma lo stesso giorno della mia gita in bicicletta lungo il Tresa ho potuto scattare un’altra foto che da l’idea di cosa sia la siccità. Scattata a Luino, sponda Lombarda del Lago Maggiore.

Qui occorre guardare la parte più consumata del palo d’ormeggio dove di solito arrivava il livello dell’acqua, e vedere dove invece adesso è il livello del lago, guardando dove l’acqua lo lambisce. Bisogna immaginare questa situazione per tutti i 215,2 km2 del bacino. Qui vi è una situazione complicata anche da una sorta di piccola guerra dell’acqua tra Italia e Canton Ticino sulla regolazione della diga della Miorina a Sesto Calende.

http://www.lastampa.it/2017/08/07/edizioni/verbania/la-pianura-ha-sete-il-lago-maggiore-si-abbassa-di-centimetri-al-giorno-v0tqfVcqakGPIS3F3CNL5K/pagina.html

E credo che le immagini, come gli articoli a corredo non abbiano bisogno di ulteriori commenti. E’ una realtà che dobbiamo affrontare. Coinvolge molti soggetti. Politici, cittadini, gestori del ciclo idrico, agricoltori. Pone a me personalmente molte domande e riflessioni. E la voglia di aumentare il mio impegno quotidiano. Lavorativo e divulgativo.

Vorrei a questo proposito citare quanto scritto dal Professor Camillo Porlezza dell’università di Pisa nella prefazione di un libro sul trattamento delle acque, prefazione dal titolo “Il chimico idrologo e la difesa delle acque”:

Chiudendo questa prefazione introduttiva, ritengo possa riscontrarsi accanto all’interessamento per un problema importantissimo per il pubblico e per i privati, il riconoscimento delle responsabilità che il chimico si assume nel suo contributo di pensiero e di lavoro all’opera di prevenzione e di repressione delle cause di inquinamento, in ciò validamente aiutato dagli esperti negli altri rami della scienza, specialmente nel campo biologico”.

Ultimamente nelle analisi di acque di pozzi di emungimento destinate ad uso potabile mi capita di riscontrare la presenza, quantificabile strumentalmente, di parametri che in passato non riscontravo. Ammonio e manganese in particolare. Non a livelli elevati e molto al di sotto dei limiti di parametro, ma questo mi ha spinto a voler verificare i risultati con metodi diversi per validare e confermare il dato. La premessa non è fatta per vanità, ma per mettere in luce il fatto che sul tema acqua occorre porre molta attenzione anche alle acque di falda, alle loro eventuali vulnerabilità. E il tema si lega alla modifica del regime delle precipitazioni, ai diversi tempi di ricarica di acquiferi e falde freatiche.

Si usa per l’acqua il termine “oro blu” da almeno un ventennio. L’acqua è contesa, per l’acqua si fanno guerre, per l’acqua si può dover emigrare e diventare profughi climatici.

Nel 1976 un film di fantascienza, “L’uomo che cadde sulla terra” racconta l’arrivo sulla terra di un alieno, interpretato da David Bowie, che una volta che è stata scoperta la sua vera identità pronuncia queste parole a chi gli chiede il perché si trovi sulla terra:

Io vengo da un mondo spaventosamente arido. Abbiamo visto alla televisione le immagini del vostro pianeta. E abbiamo visto l’acqua. Infatti il vostro pianeta lo chiamiamo “il pianeta d’acqua”. »

Il nostro pianeta è ancora un pianeta d’acqua. L’acqua ha un suo ciclo. L’acqua si rinnova. Ma qualcosa sta cambiando e sappiamo che la disponibilità di acqua non è uguale per tutti i popoli della terra in ugual misura. Sappiamo che è minacciata da inquinamento diffuso. Non possiamo far finta di niente.

Mi ha molto colpito, e ancora mi ricordo questo episodio, una cosa successa solo un paio di mesi fa. Durante un raduno cicloturistico che si è svolto a Varese ho prestato servizio come volontario per l’accoglienza dei partecipanti. La partenza delle varie escursioni ciclistiche era fissata ai giardini estensi di Varese. Molti partecipanti chiedevano di riempire la borraccia prima della partenza. Per far questo avevano a disposizione i servizi del comune, ed in particolare il lavabo con l’acqua potabile. Quando li indirizzavo a quel lavandino, in molti rifiutavano e partivano con la borraccia vuota. Eppure da quel lavabo sgorga acqua potabile. La stessa che viene fornita a tutta la città di Varese. Incredibile come questa sorta di repulsione emozionale impedisse loro di rifornirsi di acqua.

Vorrei ricordare alcune cose:

2 milioni di bambini muoiono ogni anno per consumo di acqua insalubre e per le cattive condizioni sanitarie,

800 milioni di persone non hanno acqua potabile in casa,

2,3 milioni di persone vivono in paesi a rischio idrico, cioè con una disponibilità di acqua inferiore ai 1700 m3 all’anno.

Un italiano in media consuma 40 litri per fare una doccia, mentre per i 2/3 dell’umanità 40 litri rappresentano il consumo di intere settimane.

Pensiamoci.

Invito all’educazione idrica.

Mauro Icardi

L’approssimarsi dell’estate si può ormai riconoscere da due fenomeni ricorrenti. Il primo sono gli incendi boschivi. Piaga che sembra quasi da considerarsi come una maledizione, ma dipende invece da un disinteresse per il rispetto ambientale. E anche da disturbi comportamentali. Il piromane è attirato dagli effetti del fuoco, e può appiccarli per vandalismo, profitto personale o vendetta. Non sono né psicologo ne psicoterapeuta. Tocca a loro studiare il problema.

Il secondo fenomeno che si sta invece verificando negli ultimi anni, e con un peggioramento significativo è quello dei fenomeni ricorrenti di siccità. Il modificarsi del regime delle piogge, i sempre più evidenti fenomeni estremi sia di siccità prolungate che di scarso innevamento invernale si ripercuotono in maniera evidente nel comparto delle gestione del ciclo idrico integrato.

Già nel 2011 l’organizzazione mondiale della sanità si è preoccupata di emanare linee guida per la fornitura idrica ed il trattamento di potabilizzazione durante il verificarsi di eventi meteorologici estremi.

(WHO Guidance in water supply and sanitation in extreme weather events).

Eventi di questo genere mettono sotto pressione le strutture di distribuzione e di depurazione. Quindi occorre dotare le aziende di efficaci piani di intervento. Allo stesso tempo, ad eventi violenti e concentrati di precipitazioni piovose fanno spesso seguito periodi piuttosto lunghi di assenza di precipitazioni. Quindi occorre predisporre usi razionali dell’acqua. E questo non deve essere impegno solo delle aziende fornitrici, ma dovrebbe esserlo di ogni singolo utente. Per quanto attiene al settore depurativo che patisce maggiormente le repentine variazioni dei flussi idraulici vale comunque l’invito a non gettare nei wc materiali estranei e non biodegradabili. Questa è una regola ancora troppo spesso sottovalutata. Interventi straordinari di manutenzione e di pulizia sono necessari per liberare le sezioni di trattamento da materiali estranei che oltrepassano la sezione di grigliatura. Spesso il trattamento di depurazione è conosciuto da non molte persone. Questo è un invito a non buttare tutto giù nl wc alla rinfusa.

Per quanto riguarda invece l’acqua potabile l’invito è sempre quello di risparmiarla e di non sprecarla. Destinandola agli usi principali, cioè per bere e cucinare, e per l’igiene personale.

In questo grafico viene suggerito come l’acqua piovana possa sostituire quella potabile per utilizzi diversi. Ma non solo l’acqua potabile, anche l’acqua depurata potrebbe avere utilizzi diversi, primo fra tutti quello irriguo. Non sono pochi gli ostacoli di carattere più burocratico che tecnico. Ma occorre essere molto attenti, e rendersi conto che dovremmo inserire tra le materie di studio anche quella dell’educazione idrica. Educarci a risparmiare e rispettare l’acqua. Da subito. Da ora. Vincendo inutili resistenze, rinunciando alla piscina gonfiabile in giardino, e del rito settimanale di lavaggio dell’auto.

Non è a mio parere una regressione, bensì il primo passo dell’educazione idrica . Fondamentale e indispensabile.

(Cogliamo l’occasione per ricordare il nostro collega di Unife Francesco Dondi che anche su questi temi ha speso la sua vita accademica; Francesco continuiamo la tua attività).