Quattrocento

a cura di Giorgio Nebbia, nebbia@quipo.it

Uno studio dell’Agenzia Europea per l’Ambiente, con sede a Copenhagen, apparso nei primi mesi del 2013, ha analizzato le emissioni nell’atmosfera dei gas responsabili dell’”effetto serra” (anidride carbonica, metano e altri gas che fanno peggiorare il clima planetario) nei vari paesi europei, ed ha concluso con una apparentemente buona notizia: l’Italia nel 2011 ha rispettato il “protocollo di Kyoto”[1], l’accordo internazionale firmato nel 1997 che impegna a diminuire le emissioni di “gas serra” ad un valore inferiore a quello del 1990.

kiotoitalia

roadmapitaliaLa diminuzione dei gas inquinanti provenienti dai tubi di scappamento delle automobili, dagli impianti di riscaldamento domestico, dalle centrali termoelettriche, dalle industrie e dalla stessa agricoltura deriva, in parte, dalla crisi economica, dalla chiusura delle fabbriche e dai minori consumi nazionali. Peraltro, anche con questa lieve diminuzione rispetto agli anni precedenti, la quantità di gas inquinanti immessa nell’atmosfera in Italia è ancora grandissima: circa 500 milioni di tonnellate all’anno; ogni anno, cioè, ogni italiano inquina l’atmosfera con una quantità di gas che è circa 150 volte il suo peso.

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L’effetto negativo sul clima, l’aumento delle tempeste improvvise, della siccità, degli incendi boschivi, delle alluvioni, in Italia e nelle varie parti del mondo, dipende non tanto dalle emissioni annue, ma dalla quantità totale di “gas serra” presenti nell’atmosfera. Dipende, insomma, dalla concentrazione dei “gas serra” espressa in “parti per milione in volume” (ppmv).

L’atmosfera, nel suo complesso, contiene circa 5 milioni di miliardi di tonnellate di gas; le attività economiche umane basate sulla combustione di carbone, petrolio, gas naturale, immettono nell’atmosfera ogni anno oltre 30 miliardi di tonnellate di CO2. Fortunatamente non tutte restano nell’atmosfera: le piogge e la neve trascinano circa la metà di questi “gas serra” dall’atmosfera sulle terre emerse e negli oceani. Anche se questo continuo lavaggio dell’atmosfera fa però progressivamente aumentare l’acidità dell’acqua dei mari e degli oceani rendendola ogni anno più aggressiva nei confronti del carbonato di calcio che compone le conchiglie e i rivestimenti protettivi di molti animali marini e le isole coralline.

Comunque, nonostante le piogge e la neve, la massa di CO2, di origine umana, che si aggiunge ogni anno all’atmosfera del pianeta è di circa 15 miliardi di tonnellate. Per misurare l’effettiva variazione della concentrazione della CO2  nell’atmosfera bisogna tenere conto del peso specifico di ciascuno dei gas in gioco: una tonnellata di gas dell’atmosfera ha un volume di circa 750 metri cubi e una tonnellata di anidride carbonica ha un volume di circa 500 metri cubi, al livello del mare e alla temperatura media della Terra, cioè nelle condizioni in cui viene misurata la concentrazione, in ppmv, dell’anidride carbonica nella stazione di riferimento di Mauna Loa, nelle isole Hawaii. I dati di tale stazione confermano quanto si deduce dai precedenti numeri:

(15 x 109 x 0,75)/(5 x 1015 x 0,75) = 2 x 10-6

che cioè la concentrazione del principale “gas serra” nell’atmosfera sta aumentando di circa 2 ppmv all’anno: ogni anno di più, senza freno.

E qui arriva una cattiva notizia; la concentrazione di anidride carbonica CO2 è già arrivata, proprio in questi giorni, al valore di 400 ppm, un numero che preoccupa molto se si pensa che nel 1960, mezzo secolo fa, era di appena 315 ppm e che è in continuo aumento [2].

maunaloa

dati da mauna loa

dati da mauna loa

E’ l’aumento di tale concentrazione che influenza la quantità di radiazione solare che viene trattenuta nell’atmosfera terrestre e provoca il lento ma inesorabile aumento della temperatura media del pianeta (circa 15 gradi Celsius), la causa delle anomalie del clima.

Il processo è non solo irreversibile, ma destinato a far sentire sempre più i suoi effetti perché i grandi paesi inquinatori, come la Cina, l’India, gli stessi Stati Uniti, pur spaventati dalle conseguenze del peggioramento del clima, che si traduce in perdite monetarie di centinaia di miliardi di euro all’anno, non sono disposti a limitare i consumi di combustibili fossili. Che fare ?

Se ne sentono di tutti i colori, dalla proposta di filtrare e seppellire sotto terra l’anidride carbonica che esce dai camini, alle automobili elettriche che non inquinano le città, ma inquinano nelle centrali che producono elettricità. La vera speranza starebbe nell’uso di energia da fonti che non emettono nell’atmosfera i “gas serra”: il Sole o il vento che peraltro stentano a decollare a livello planetario e che difficilmente riusciranno a sostituire i combustibili fossili. Ogni tanto qualcuno propone la resurrezione dell’energia nucleare che produce elettricità senza “gas serra”, ma con disastrosi sottoprodotti radioattivi inquinanti.

Nessuno ha una ricetta convincente. Ed ecco che, dopo la “sostenibilità”, è stata inventata la “resilienza” o adattamento: le stagioni saranno sempre più bizzarre e imprevedibili ? Adottiamo coltivazioni adatte a climi più aridi, alziamo gli argini dei fiumi, allontaniamoci dalle coste, in vista dell’aumento del livello dei mari per la progressiva fusione dei ghiacciai. Tanto per evitare di affrontare le vere cause della crisi ambientale e climatica. Le quali affondano le loro radici in una limitata conoscenza dei, e attenzione ai, grandi cicli ecologi che si svolgono nel nostro pianeta e degli effetti che le attività umane hanno su tali cicli (vedi post precedente)

Le azioni che consentono di soddisfare, mediante alimenti, merci, mezzi di trasporto, le necessità di sette miliardi di terrestri inevitabilmente impoveriscono la fertilità dei suoli agricoli e le riserve di minerali e di combustibili; i successivi processi di produzione e di consumo irreversibilmente alterano la composizione chimica dell’aria, delle acque. dei suoli. Per rallentare tali alterazioni, che poi ci ricadono addosso sotto forma di anomalie nelle estati e negli inverni, di avanzata dei deserti e di tempeste improvvise, occorre chiedersi che cosa è veramente necessario, quali consumi sono essenziali o sono puri e semplici sprechi, indotti dalle raffinate arti della pubblicità.

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Ovviamente non basta che ce lo chiediamo noi, come singoli cittadini, non basta che ne parliamo come docenti: occorre chiedere ai governanti di considerare che l’aumento della temperatura terrestre a causa dell’effetto serra, nel nome di un apparente vantaggio economico (di alcuni) provoca costi (monetari) e dolori in molti altri terrestri ed è una reazione a catena le cui conseguenze negative ricadranno ogni anno sia su altri abitanti del pianeta sia su quelli che verranno in futuro sulla Terra. Ricordando, come diceva il saggio capo Sioux, che riceviamo la Terra in eredità dai nostri genitori e che ai nostri figli lasciamo l’eredità dei nostri errori.

capoindiano

[1] (si veda EEA Report    No 6/2012 Greenhouse gas emission trends and projections in Europe 2012 – Tracking progress towards Kyoto and 2020 targets e http://www.fondazionesvilupposostenibile.org/f/Documenti/Dossier_Kyoto_2013.pdf)

[2] uptodatemaunaloa