Il recupero del lago d’Orta: una storia da raccontare

Nota: si ricorda che le opinioni espresse in questo blog non sono da ascrivere alla SCI o alla redazione ma al solo autore del testo

a cura di Mauro Icardi

Sono trascorsi ormai venticinque anni dall‘inizio di una operazione di recupero di un lago che per molti anni fu uno degli specchi d’acqua più inquinati d’Europa: il lago d’Orta. Nel 1987 l’allora istituto italiano di idrobiologia di Pallanza (oggi istituto per lo studio degli ecosistemi, che come allora fa parte del CNR) propose un “Piano per intervento diretto di risanamento”, che ebbe poi l’avvio operativo nel 1989.

Questa operazione e l’intera vicenda danno lo spunto per diverse riflessioni che riguardano la chimica ma non solo. La chimica, perché il lago per anni riceverà nelle sue acque scarichi industriali sommariamente depurati provenienti da un industria che produce rayon con il metodo cuproammoniacale. Ma quando si tratterà di dare il via all’operazione di risanamento la chimica avrà un ruolo fondamentale e positivo. Quindi questa storia per l’ennesima volta ricorda l’ormai noto dualismo: benefici e rischi della chimica. (La mia opinione personale che potrà sembrare banale e scontata è che la chimica sia una scienza fondamentale. Le molte vicende che l’hanno messa sotto una cattiva luce sono semplicemente un modo sbagliato di utilizzarla). La vicenda riguarda anche strettamente il settore della gestione del ciclo idrico e la protezione delle acque.

Questa storia inizia nel 1926. In quell’anno la Bemberg una società tedesca decide di costruire a Gozzano sulla riva meridionale del lago d’Orta una fabbrica tessile. Viene prodotta seta artificiale (Rayon) con il processo cuproammoniacale estraendo la cellulosa dai linters, sottoprodotti del cotone. La cellulosa viene solubilizzata per alcune ore a freddo (T < 5°C) in una soluzione ammoniacale di solfato di rame in soda caustica. Il trattamento porta alla formazione di idrossido di rame ammoniacale e di un liquido scuro molto viscoso, da cui la cellulosa viene rigenerata con un lavaggio in acqua calda e successivamente con un bagno acido per acido solforico diluito. Il processo richiede elevate quantità di acqua a basso contenuto salino, ed è questa la ragione per cui la fabbrica viene costruita sulle rive del lago. Dalla filatura si ottiene un filo estremante sottile e dall’aspetto lucente e serico che è molto apprezzato e di buona qualità. Lo slogan pubblicitario infatti recitava “Nasce dal cotone, splende come la seta”.

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Questo tipo di produzione però produce volumi elevati di reflui (0,2-0,3 m3 /s). Le acque scaricate dopo un blando processo depurativo nel lago mostrano da subito i loro effetti negativi. Solo due anni dopo l’entrata in funzione dello stabilimento campioni di acqua raccolti in varie zone del lago mostrano l’assenza di plancton animale e vegetale. Il popolamento ittico si riduce drasticamente.

Per inquadrare la vicenda nel contesto storico giova ricordare che negli anni 30 del secolo scorso le ragioni dell’industria erano certamente prevalenti su quelle della sensibilità ambientale che emergeranno negli anni successivi, in particolare negli anni 70. Un autore come Beppe Fenoglio descrive però già nel dopoguerra nel suo “Un giorno di fuoco” che contiene racconti scritti tra il 1954 ed il 1962 la situazione del fiume Bormida e delle sue acque con questo brano : “Hai mai visto il Bormida? Ha l’acqua color sangue raggrumato, perché porta via i rifiuti delle fabbriche di Cengio e sulle sue rive non cresce più un filo d’erba. Un’acqua più porca e avvelenata che ti mette freddo» descrivendo un’altra delle vicende dolorose e controverse della storia ambientale italiana, quella dell’Acna di Cengio. Anche il Bormida dopo decenni è stato risanato.

Le proteste dei pescatori del lago d’Orta che lamentano la scomparsa dei pesci vengono risolte offrendo loro un nuovo lavoro in fabbrica. Cosa singolare l’inquinamento del lago non dava origine a molestie visibili o ad odori sgradevoli. Le acque anzi risultavano alla vista limpide e pulite.

Negli anni 60 la situazione si aggrava ulteriormente. Nella zona la presenza di numerose industrie elettrogalvaniche (la zona è famosa per la costruzione di rubinetterie di pregio) i cui scarichi contengono metalli quali rame, cromo, nichel e zinco riducono il lago ad uno specchio d’acqua privo di vita.

La massa d’acqua del lago è ormai acidificata dai processi di ossidazione biochimica dell’ammonio a nitrato, e questa condizione aumenta la solubilità dei metalli. L’acqua del lago ha valori di ione nitrico ed ammonio di circa 5 mg/lt, il valore di acidità si oscilla tra 3,9 e 4,7 unità di Ph, il valore di rame a 0,1 mg/lt. Il caratteristico lago prealpino piemontese è ormai un lago biologicamente morto.

Giungono gli anni 80. Nel 1976 in Italia è promulgata la storica “Legge Merli” per la protezione delle acque dall’inquinamento. Negli anni 80 la Bemberg si dota di un depuratore per le acque di processo e il carico di azoto che finisce nel lago si riduce drasticamente (da 3000 a 30 ton/anno). Precedentemente alla fine degli anni cinquanta l’azienda aveva iniziato il recupero del rame dalle acque esauste. Sempre nella metà degli anni 80 entrano in funzione gli impianti di depurazione del consorzio del Cusio ed il carico inquinante si riduce ulteriormente. Maturano i tempi per l’operazione di liming. Si tratta di un processo nel quale l’aumentata acidità del lago viene corretta con carbonati di origine naturale e di granulometria adatta (inferiore a0,1mm e con il 30% inferiore agli 0,02mm). Per dosare il carbonato di calcio viene progettata un’imbarcazione apposita che poteva trasportare sessanta tonnellate di carbonato per viaggio. Negli anni l’acidità viene lentamente corretta, e già nel 1993 ritorna ai valori che aveva prima del massiccio inquinamento. Si ricostituisce la riserva alcalina di carbonato e diminuisce la tossicità dei metalli che erano stati scaricati nelle acque. La vita lentamente ritorna nelle acque del lago. Oggi sono passati venticinque anni da questa operazione drastica. La storia di questo recupero è un esempio dell’equilibrio che occorre ricercare per poter far coesistere attività industriali e tutela ambientale. L’acqua è un bene indispensabile. Come si può vedere sporcarla è facile. Disinquinarla richiede molti sforzi. Le quantità di carbonato di calcio immesse nel lago sono state ingenti (nel solo periodo maggio 1989 a luglio 1990 la quantità fu di 14800 tonnellate). Oggi esiste un progetto chiamato “Orta reloaded” che continua quello che fu iniziato nel 1989. Gli equilibri ecologici dei sistemi lacustri sono estremamente delicati. L’operazione di liming è stata certamente un successo ma il lago deve essere costantemente protetto.

Occorre anche ricordare che negli anni della costruzione e dell’insediamento della Bemberg la stessa azienda chiese il parere di studiosi di limnologia prima di costruire la fabbrica. Ma nonostante il parere negativo degli studiosi che prevedevano che il lago avrebbe risentito degli effetti degli scarichi di ammonio e rame decise di costruirla ugualmente. La naturalista Lina Monti già nel 1930 quattro anni dopo la costruzione documentò e descrisse gli effetti riscontrati nelle acque del lago dagli scarichi tossici dei sali di rame.

La chimica offre molte possibilità. In questa vicenda essa è prima responsabile, e poi strumento per il risanamento di un ambiente pesantemente inquinato e degradato. Vicende di questa natura vanno a mio giudizio fatte conoscere e studiare (io ho fortunatamente avuto questa possibilità). La conoscenza della chimica ma non solo, l’approccio razionale e meditato devono essere la guida per evitare il ripetersi di situazioni cosi estreme. E come sempre la chimica è strumento fondamentale.

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Per saperne di più:

“Il recupero del lago d’Orta” Rosario Mosello, Alcide Calderoni, Adriano Quirci Le Scienze Dicembre 1991

http://areeweb.polito.it/strutture/cemed/sistemaperiodico/s14/e14_1_07.html

http://www.fondazione.novara.it/orta-reloaded/

http://www.ilportale-rivista.it/wordpress/pdfrivista/tematiche/n2_navigare.pdf

Bonifica dei siti contaminati

 a cura di Luigi Campanella ex presidente SCI

Sappiamo che il passato ci ha lasciato una grave eredità, le bonifiche sono ferme, mentre procede la costruzione di nuovi impianti. La necessità prioritaria è per adeguati strumenti e modelli conoscitivi. Nell’ambito degli interventi in un sito sospetto di contaminazione, il progetto di turno effettua ricerche sull’estensione dell’area da bonificare, individua quindi un’area definita “contaminata” secondo la normativa vigente e ne traccia i confini isolandola dal resto del territorio, definito, sempre secondo la normativa, come “non contaminato”.
Dal punto di vista normativo, fino ad aprile del 2006 le attività di bonifica erano disciplinate dal DM 471 del 1999, che, con un approccio tabellare, distingueva tra siti contaminati e non contaminati sulla base delle concentrazioni di sostanze tossico-nocive rilevate nel terreno: analizzando gli esiti di laboratorio veniva definito contaminato un sito in cui uno o più parametri fossero risultati superiori ai corrispettivi limiti fissati dalla normativa, indipendentemente dall’estensione e dall’ubicazione del sito analizzato. Con il varo del Dlgs. 03.04.2006 n° 152 è stato affiancato all’approccio tabellare anche lo studio dell’analisi di rischio, che contempla la valutazione degli effetti nocivi nei confronti dell’uomo e delle risorse acquifere sotterranee dovuti a sostanze pericolose presenti nel terreno. In sintesi, se una o più concentrazioni dei terreni in esame supera i limiti tabellari (ereditati dal precedente DM 471/99 e denominati Csc, Concentrazioni Soglia di Contaminazione), si è in presenza di un sito potenzialmente contaminato. A decretare definitivamente se il sito in questione è contaminato o meno interviene l’analisi di rischio, che, partendo dai dati sperimentali rilevati durante la caratterizzazione e dal Modello Concettuale Sitospecifico dell’area (detto Mcs e contenente i parametri necessari alla modellizzazione fisico-chimica del territorio in esame), valuta i principali percorsi che possono portare le sostanze nocive a contatto dell’uomo e della falda, e calcola i valori di concentrazione oltre i quali il rischio diventerebbe non più accettabile, denominati Csr (Concentrazioni Soglia di Rischio). Solo se le contaminazioni rilevate nel sito sono superiori alla Csr il sito viene considerato contaminato a tutti gli effetti e viene predisposto il progetto di bonifica, mirato al raggiungimento di un livello di rischio accettabile. Possiamo sintetizzare come segue i principali metodi per raggiungere tale obbiettivo:

realizzando operazioni di messa in sicurezza permanente, in cui viene lasciata inalterata la contaminazione e vengono modificate le caratteristiche sitospecifiche dell’area, in modo tale da intercettare i percorsi di migrazione di contaminanti verso i recettori (ad esempio, con coperture impermeabili e diaframmature).
riducendo le concentrazioni presenti (ad esempio, con metodi in situ che prevedono il lavaggio dei terreni o la degradazione dei composti da parte di batteri);
rimuovendo gli strati contaminati (caso dell’asportazione con sbancamento dei terreni).

i 57 siti contaminati di interesse nazionale

i 57 siti contaminati di interesse nazionale

Con l’esclusione delle bonifiche attuate con misure di sicurezza permanente, le Csr così calcolate diventano, in caso di approvazione dell’analisi di rischio da parte della conferenza dei servizi, l’obbiettivo da raggiungere: al termine delle opere di bonifica saranno, infatti, effettuate le verifiche analitiche di collaudo e l’area sarà restituita alla sua piena fruibilità solo se le concentrazioni rilevate saranno inferiori alle Csr.
L’effetto dello studio dei rischi associati alle contaminazioni presenti porta, in molti casi, ad avere valori in Csr superiori alle Csc (e quindi più permissivi), dal momento che sovente le caratteristiche del sito, le estensioni limitate delle contaminazioni e la tipologia dei reattori esposti (ad esempio, adulti anziché bambini) sono tali da ridurre i rischi legati alle sostanze nocive presenti nel terreno.
Per contro, può accadere di ottenere valori di Csr inferiori alle Csc, specialmente nei siti in cui l’estensione della contaminazione è rilevante e/o i percorsi di esposizione siano particolarmente sfavorevoli. In questi casi gli obbiettivi della bonifica possono (e devono, da un punto di vista sanitario) diventare più restrittivi e severi dei limiti tabellari.
La situazione nel nostro Paese è tale da rendere necessario un progetto nazionale finalizzato ad una bonifica delle aree industriali contaminate l(a cui superficie complessiva è valutata in circa il 3% del territorio nazionale). Tale progetto da un lato deve fondarsi sulla valutazione delle risorse disponibili per realizzarlo al fine di evitare di pervenire a bonifiche incomplete, dall’altro deve stabilire alcuni modelli conoscitivi.
Manca un preciso “modello idrologico” che descriva come “si muove l’acqua”; manca un adeguato modello di simulazione della circolazione atmosferica locale e dei fenomeni fisico chimici che in essa si svolgono. Mancano ancora dati fondamentali come quello delle emissioni di impianti in funzione da decenni (perché, secondo le disposizioni attuali, non hanno l’obbligo di essere rilevati al camino). Si costruisce al buio, e si bonifica, al massimo, un pezzettino alla volta.

per approfondire:

Fai clic per accedere a Bonifiche%5CReport2_Bonifiche_SitiContaminati.pdf