Prodotti di ieri e di oggi. 3. Saridon.

Claudio Della Volpe

i precedenti post di questa serie sono qui e qui.

Continuiamo la serie dei farmaci che sono cambiati negli ultimi decenni pur mantenendo il medesimo nome commerciale, un fenomeno che non è di tutti i paesi e che serve di fatto a mantenere il “mercato” conquistato dal produttore, non ha nulla a che fare con la composizione chimica che spesso invece muta profondamente perché le conoscenze farmacologiche portano ad individuare problemi che prima non si conoscevano oppure gli effetti collaterali diventano così ingombranti che occorre sostituire la sostanza colpevole.

E questo è proprio il caso del Saridon, un antidolorifico e antifrebbrile che aveva la fama della potenza, dell’uso in casi più difficili di quelli in cui si usava la comune aspirina, poniamo.

Il Saridon è difficile da dimenticare anche a causa del suo scatolino così particolare, un contenitore metallico con un coperchio che scorreva di lato, ve lo ricordate?

https://www.museocriminologico.it/index.php/12-il-caso-pasolini/144-le-pasticche-di-saridon

Questa scatola che mostriamo è storica, in quanto fa parte dei reperti del caso Pasolini, lo scrittore, ucciso in circostanze non ancora del tutto chiarite, aveva con se al momento dell’assassinio questa scatoletta nelle sue tasche, probabilmente ne faceva uso, come milioni di altre persone di quegli anni. Una scatoletta di soli 4 mm di spessore che dunque si poteva portare con se senza problemi e che fu uno dei motivi del successo di questa formulazione; le scatolette di Saridon si trovano ancora nei mercatini dell’usato, come portacose (ovviamente vuote).

Il produttore era la Roche, una azienda famosa anche per altro, (la Givaudan-Roure-La Roche era la proprietaria dell’impianto ICMESA di Seveso, quello famoso dell’incidente di Seveso del 1976).

Fino al 1983 la composizione fu questa:

1-fenil – 2, 3 dimetil – 4 isopropil – 5 pirazolone mg 150

Propifenazone ed altri derivati pirazolonici possono causare una colorazione rossa delle urine. Il fenomeno è dovuto alla presenza di un metabolita non tossico, l’acido rubazonico. Questa molecola è un antiinfiammatorio, ossia blocca la cosiddetta cascata infiammatoria, basata sulle prostaglandine, di cui abbiamo parlato altre volte, sintetizzate dai due enzimi COX-1 e COX-2.

acetil fenetidina o fenacetina mg 250

La fenacetina (p-etossiacetanilide) è un farmaco introdotto nel 1887 dalla Bayer, avente funzione antipiretica ed analgesica. Le proprietà farmacologiche, così come per l’acetanilide, sono dovute al paracetamolo suo principale metabolita attivo. Attualmente è sempre meno usato nella preparazione dei farmaci per i danni che provoca sia a livello ematologico che renale, tanto che nel 1983 viene bandita dalla FDA. La prima sintesi registrata è del 1878 ad opera di Harmon Northrop Morse.

  1. N. Morse, Ueber eine neue Darstellungsmethode der Acetylamidophenole, in Berichte der deutschen chemischen Gesellschaft, vol. 11, nº 1, 1878, pp. 232–233, DOI:10.1002/cber.18780110151.

La fenacetina è spesso usata come sostanza da taglio della cocaina ; è un fattore di rischio per cancro vescicale: https://nj.gov/health/eoh/rtkweb/documents/fs/1483.pdf

Non è completamente chiaro il meccanismo con cui la fenacetina danneggi il rene. Bach e Hardy hanno ipotizzato che i metaboliti della fenacetina inducano una perossidazione dei lipidi, che danneggia le cellule renali

Marc E de Broe, Analgesic nephropathy, in Curhan, Gary C (ed.) (a cura di), UpToDate, Waltham, MA, 2008.

2,4 dicheto – 3,3 dietiltetraidropiridina mg 50 ( prodotta durante la sintesi dell’eroina sintetica) Pyrithyldione (Presidon, Persedon) è una medicina psicoattiva inventata nel 1949.

Un metodo di sintesi ulteriore fu brevettato da Roche nel 1959. E’ stata usata come ipnotico o sedativo poiché si presumeva fosse meno tossico dei barbiturici. Oggi non è più usata perché è stato dimostrato che provoca agranulocitosi, una condizione patologica caratterizzata dalla riduzione di alcuni tipi di globuli bianchi, i granulociti con conseguente incrementata suscettibilità alle infezioni.

  • Ibáñez, L.; Ballarín, E.; Pérez, E.; Vidal, X.; Capellà, D.; Laporte, J. R. (2000). “Agranulocytosis Induced by Pyrithyldione, a Sedative Hypnotic Drug”. European Journal of Clinical Pharmacology. 55 (10): 761–764. doi:10.1007/s002280050011. PMID10663456.
  • Covner, A. H.; Halpern, S. L. (1950). “Fatal Agranulocytosis Following Therapy with Presidon (3,3-Diethyl-2,4-Dioxotetrahydropyridine), a New Sedative Hypnotic Agent”. New England Journal of Medicine. 242 (2): 49–52. doi:10.1056/NEJM195001122420203. PMID15399031.

caffeina mg 50

è un alcaloide naturale presente nelle piante di caffè, cacao, tè, cola, guaranà e mate e nelle bevande da esse ottenute. Viene a volte citata con i suoi sinonimi guaranina, teina e mateina, chimicamente identificabili nella stessa molecola

eccipienti : gelatina, amido, magnesio stearato, talco.

Il Saridon moderno è in commercio in Italia dal 1987.

E si usa sempre per il trattamento sintomatico di stati dolorosi acuti (mal di testa; mal di denti; nevralgie; mestruali) e di stati febbrili.

La nuova composizione mantiene il propil fenazone ma aggiunge solo il paracetamolo e la caffeina.

paracetamolo 250 mg, propifenazone 150 mg e caffeina 25 mg

Il paracetamolo ha sostituito fenacetina e piritildione Il paracetamolo (o acetaminofene, N-acetil-para-amminofenolo)[2] è un farmaco ad azione analgesica e antipiretica : non è antiinfiammatorio!

Il paracetamolo fu sintetizzato per la prima volta nel 1878 da Harmon Northrop Morse per riduzione di p-nitrofenolo con stagno in acido acetico glaciale, secondo la seguente reazione

2 HO-C6H4-NO2 + 2 CH3COOH + 3 Sn → 2 HO-C6H4-NH-COCH3 + 3 SnO2 (insolubile)

E’ stato dimostrato che l’organismo trasforma in paracetamolo sia la acetanilide che fenacetina che però sono molto più tossiche. Julius Axelrod (nella foto) e Bernard Brodie dimostrarono che il paracetamolo è un metabolita dell’acetanilide e della fenacetina

Riguardo al suo meccanismo di azione: sembra che esista una terza isoforma di ciclo-ossigenasi (l’enzima che sintetizza le prostaglandine, cuore della cascata infiammatoria) espressa a livello cerebrale (COX-3), che potrebbe essere il bersaglio preferenziale del paracetamolo e di altri antipiretici. Dosi superiori a quattro grammi di sostanza al giorno (riferito ad un adulto del peso di 80 kg o più) sono considerate pericolose per la salute, con una tossicità che si rivolge verso il fegato con effetti potenzialmente fatali.

Eccipienti: Cellulosa microgranulare, povidone (o polivinilpirrolidone è un polimero idrosolubile di formula sotto riportata, costituito da monomeri di 1-vinil-2-pirrolidone. È solubile in acqua, alcool e altri solventi polari. Fu scoperto e sintetizzato da Walter Reppe.), amido di mais, ipromellosa (o idrossipropilmetilcellulosa) , talco, magnesio stearato, silice precipitata.

Anche a causa dei nuovi eccipienti le nuove compresse non sono piccole come le vecchie; e la loro confezione è cambiata di concerto.

Una riflessione finale è la difficoltà di individuare le caratteristiche effettive delle molecole che però usiamo a livello di massa; è una cosa del passato? Riusciremo tramite REACH e con una maggiore attenzione dei chimici e di tutti gli scienziati coinvolti ad eliminare queste situazioni? Quante persone hanno avuto senza saperlo effetti collaterali gravi dall’uso di farmaci che erano usati perfino senza ricetta medica?

Ovviamente si impara dall’esperienza, ma un atteggiamento più attento al valore delle cose e meno agli aspetti economici e finanziari sarebbe certamente di aiuto. Vedete voi stessi come i nomi dei produttori di queste sostanze sia stato sempre quello di grandissime aziende che almeno teoricamente avevano tutti gli strumenti per capire; ma volevano farlo? D’altronde ogni farmaco ha e non può non avere effetti collaterali, dunque una valutazione rischio/beneficio è sempre indispensabile: si può ridurre ma non eliminare il rischio connesso all’uso di sostanze, specie di sintesi. Insomma problema complesso a cui pensare a partire da questi piccoli post.

‘Na tazzulella ‘e cafè!

Nota: si ricorda che le opinioni espresse in questo blog non sono da ascrivere alla SCI o alla redazione ma al solo autore del testo.

 a cura di Gianfranco Scorrano, già Presidente della SCI

 Una tazza di caffè! In quanti modi l’abbiamo preparata (e gustata)!

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I più vecchi tra di noi ricorderanno le prime “napoletane” usate fino oltre al secondo dopoguerra per preparare, in casa, qualche tazza di caffè. I due raccoglitori con il manico, uno riempito d’acqua, che veniva poi scaldata e quando pronta, mettendo sotto sopra il contenitore, fatta scorrere attraverso il caffè, in modo da raccogliere nel secondo contenitore il caffè.  caffe2

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Da allora le cose sono ovviamente progredite con la caffettiera tipo Bialetti, dalla quale siamo poi passati a quelle con le cialde e quindi alla Nespresso che è una delle più in voga.

caffe4caffe5Cosa ci aspetta nel futuro? La più grossa sorpresa ci viene da Argotec, l’azienda di giovani ingegneri torinesi che l’ha realizzato insieme a un Noto Marchio Italiano: una macchina per fare il caffè nello spazio! Tra l’altro il primo esperimento sarà fatto dalla spedizione in cui parteciperà l’astronauta italiana Samantha Cristoforetti, la cui missione di lunga durata inizierà il prossimo 23 novembre 2014.

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La macchina per il caffè è una interessante costruzione, come si vede dal prototipo Argotec. Ovviamente, come racconta Claudia Di Giorgio su Sapere, preparare e consumare un caffè, cioè una roba che si fa a pressione e a temperature (75° C) assolutamente proibitissime nello spazio, non è una banalità, ma comporta raffinate competenze in materia di controllo del trasferimento di calore, dinamica dei fluidi e altre faccende ingegneristicamente esoteriche, visto che deve a) resistere alle sollecitazioni del lancio b) lavorare in microgravità e c) fare un caffè eccellente.

Ma passiamo ad un po’ di chimica. Ci aiuta un bell’articolo pubblicato da Marino Petracco, sul Journal of chemical education, 82,1161 (2005), in cui l’autore, che lavorava nella Illycaffè, racconta come nasce e cosa c’è nel caffè. Rimando i curiosi all’articolo per i dettagli.caffe7

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Delle molte piante appartenti alla famiglia delle Rubiacee, le due importanti sono la Caffea arabica e la Caffea canefora (detta anche robusta), L’arabica rappresenta più dei 2/3 della produzione mondiale. Appena raccolte le bacche contengono due chicchi di caffè che vengono destinati ai centri di tostamento.

Il caffè (arabica) appena raccolto contiene circa il 12% di umidità, più del 50% di carboidrati, 16% di lipidi, e 10% di materiale proteico. Nell’arabica vi è l’ 1,2% di caffeina e il 6,5% di acido clorogenico (come si vede dalla figura 2 non c’entra il cloro; il nome deriva dal greco: chloros (=verde pallido) e ghennao (=genero) dal momento che, ossidato, genera appunto un colore verdino).

caffe9Figura 2 Acido clorogenico

La differenza maggiore tra robusta e arabica è il maggiore contenuto di caffeina (2,2%), il minore contenuto di lipidi (10%) e il più alto contenuto di acido clorogenico (10%). La presenza di robusta, meno costosa, in miscela con l’arabica è facilmente determinata analizzando la presenza del diterpene 16-metossi cafestolo, specifico per

la specie canefora

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Figura 3 16-metossicafestolo

Naturalmente il caffè appena colto non è edibile ed è necessario procedere alla tostatura. Una procedura che avviene in condizioni abbastanza drastiche (fino a 25 bar di pressione interna nei chicchi, e fino a temperature esterne di 220°C): in queste condizioni mentre il contenuto di caffeina e di lipidi rimane quasi intatto, la quantità di zuccheri e di aminoacidi invece decresce sostanzialmente (reazione di Maillard). E’ facile apprezzare come la tostatura porti alla formazione di centinaia di sostanze, ancora non tutte identificate.

Per il riconoscimento, le moderne tecniche gas cromatografiche, accoppiate a quelle di spettrometria di massa, facilitano le analisi. Da notare la tecnica GC-olfattometrica che richiede di controllare l’uscita dei prodotti dal cromatografo “sniffando” l’odore del gas di trasporto in corrispondenza dell’uscita del picco.

La tecnica chimica della estrazione con solvente (acqua) di prodotti inglobati in un solido (caffè) porta comunque ad un efficiente risultato: una bella tazza di caffè, un utile momento di riposo gioioso. Talvolta la chimica fa bene.

Per approfondire: http://www.coffeeresearch.org/science/sourmain.htm