L’acqua si perde!

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Luigi Campanella, già Presidente SCI

I nostri acquedotti sono ormai un colabrodo, perdiamo in alcuni punti fino a 75 gocce su cento. “Per di più, quando piove, l’acqua incontra terreni così induriti che non riesce a filtrarsi, scorre sulla superficie e magari fa disastri”, spiega Vito Felice Uricchio, direttore dell’Irsa, Istituto di ricerca sulle acque del CNR. Con situazioni come questa si comprende come al timone dei cambiamenti climatici si aggiungano gli errori,e talora orrori, del nostro modo di gestire i problemi: la rete nazionale di distribuzione dell’acqua potabile (quindi pregiata, trattata e depurata) perde oltre 6.5 milioni di litri al minuto, pari al 41,9 per cento di quella immessa nelle tubature. Dati in costante rialzo: eravamo al 35 per cento nel 2012, al 38 nel 2015. Ci sono zone, come Frosinone, in cui le perdite raggiungono il terrificante primato del 75 per cento. Lo stesso tipo di dati per la Germania fornisce per la Germania perdite pari al 6,5% e per la Francia pari al 20,9%.In realtà, oggi esistono tecnologie che permettono di localizzare e aggiustare il punto esatto della perdita a costi minimi, in modo rapido e tutto sommato economico. “Noi dell’Università a Milano Bicocca, per esempio, abbiamo inventato un software che, attraverso piccolo sensori, registra cali di pressione e portata dove il tubo ha una falla”, spiega Antonio Candelieri.Con tale metodo ci sono impianti che hanno ottenuto una riduzione delle perdite fino al 30 per cento.

C’è poi discorso della prevenzione, sempre meglio della cura. All’IRSA CNR sono 40 anni che invitano lo Stato a costruire gli invasi sotterranei di raccolta dell’acqua piovana: costano un quinto di quelli all’aperto, non hanno il problema dell’evaporazione.“Noi proponiamo di incentivare con l’aiuto pubblico anche la costruzione di microinvasi condominiali, che possano rendere i palazzi più autonomi”, dice Uricchio.

Siamo il Paese con uno dei consumi d’acqua domestica più alti (circa 240 litri al giorno pro capite, contro i 180 della media europea) e in compenso siamo la terza nazione al mondo per consumo di acqua in bottiglia. L’acqua del rubinetto è perfettamente sana, dovremmo imparare a consumarne di meno e soprattutto bisognerebbe creare sistemi per recuperarla (per esempio, dopo una doccia) e riutilizzarla in giardino o per altri usi meno pregiati.E’ tempo di lanciare la cosiddetta microirrigazione nei campi, in modo che alle piante arrivino giusto le gocce di cui hanno davvero bisogno.

La discussione di questo tema è entrata in Parlamento lo scorso ottobre 2018, con un progetto di legge in materia di “Gestione pubblica e partecipativa del ciclo integrale delle acque” che si muove in continuità con un disegno di legge già presentato nella precedente legislatura e che a breve approderà in aula della Camera dei Deputati. Difatti, come riportato nella bozza del DEF 2019: “E ‘obiettivo del Governo garantire l’accesso all’acqua quale bene comune e diritto umano universale, anche avvalendosi degli strumenti normativi europei. Sarà rafforzata la tutela quali-quantitativa della risorsa e si incentiverà l’uso di sistemi per ridurre gli sprechi e le dispersioni con l’introduzione e la diffusione di nuove tecnologie e si incrementeranno gli investimenti di natura pubblica sul servizio idrico integrato.

Al riguardo, un progetto di legge in materia di gestione pubblica e partecipativa del ciclo integrale delle acque (A.C. n.773) è all’esame della Camera dei Deputati.

Da una prima lettura del progetto di legge emergono questioni di grande importanza che potranno creare forti criticità nella struttura del settore idrico a livello nazionale. In particolare, secondo la Federazione nazionale degli ordini dei chimici e dei fisici (Fncf) alcune proposte previste nel progetto di legge meritano un confronto approfondito, come ad esempio:

  • Il principio di “unitarietà” della gestione, in luogo dell’”unicità”, all’interno di bacini idrografici;
  • L’adesione facoltativa alla gestione unitaria del servizio idrico integrato per i Comuni con popolazione fino a 5 mila abitanti situati in territori di comunità montane o di unioni di comuni.
  • Il restringimento degli affidamenti, consentiti in ambiti territoriali non superiori alle province o alle città metropolitane;
  • Il ritorno delle competenze in materia di regolazione al Ministero dell’Ambiente. Così era sino al 2011, cioè prima del mandato conferito a un’autorità indipendente, l’Autorità per l’energia, le reti e l’ambiente denominata Area.

In merito al deficit da dati della Fncf risulta che il 4% della popolazione è ancora priva di adeguati impianti acquedottistici, mentre il 7% di un collegamento alla rete fognaria. Sul versante della depurazione delle acque emerge un ritardo drammatico con il 15% della popolazione sprovvista di impianti di trattamento

Gli investimenti nel settore idrico, dopo uno scenario decennale inerziale (30 euro/abitante/anno), hanno avuto qualche miglioramento con evidente ripresa (45 euro/abitante/anno) e con previsioni di crescita (in media oltre 50 euro/abitante/anno). Tuttavia, si è ancora molto lontani dal fabbisogno di 80 euro/abitante/anno). Serve quindi uno scenario più forte e di ripresa degli investimenti: da 3,2Mld€/anno (oltre 50 €/abitante/anno a 4,8 Mld€/anno (circa 80 €/abitante/anno). Attualmente, tali risorse sono, a livello regionale, reperite all’interno della tariffa a carico del consumatore.

Immagini dal bell’articolo di Milena Gabanelli:

https://www.corriere.it/dataroom-milena-gabanelli/acqua-potabile-rete-colabrodo-si-perdono-274mila-litri-minuto/886100ba-5841-11e8-9f2b-7afb418fb0c0-va.shtml

 

L’avvertimento arriva da lontano

Mauro Icardi

In questi giorni sto nuovamente riflettendo sulla situazione del ciclo idrico. Rifletto sull’acqua. Condizione non nuova, ma che si lega alle notizie che ci mostrano la fine di una stagione invernale che non ha decisamente più senso definire anomala. Gli inverni, perlomeno nel nordovest in Italia sono più caldi, ma quel che è peggio anche avari di precipitazioni. E questa situazione si ripercuote ovviamente nei problemi ordinari di gestione, sia dal punto di vista della fornitura di acqua destinata ad uso potabile, che per il raggiungimento di limiti maggiormente restrittivi per gli impianti di depurazione.

Prima di proseguire nella mia riflessione, vorrei però ricordare una pubblicità progresso risalente al 1976 che venne pubblicata su quotidiani e periodici in quell’anno.

Credo che questa immagine sia decisamente interessante. Segnala un problema che in quegli anni forse non preoccupava la maggior parte delle persone. Forse i problemi percepiti erano ben altri. Inflazione, terrorismo, disoccupazione. Ma gli anni 70 sono anche quelli in cui il problema ambientale emerge prepotentemente. E il settore idrico non fa eccezione. Come già altre volte ho ricordato, nel 1976 viene promulgata la legge 319/76, ma meglio ricordata come “Legge Merli”. L’Italia compie il primo importante passo per una migliore gestione delle risorse idriche. Ma più specificatamente inizia a dotarsi di una serie di impianti per il trattamento delle proprie acque di rifiuto. Il cammino iniziato 43 anni orsono, non è ancora completato. Si sono fatti molti passi avanti, ma ancora pendono procedure di infrazione per mancata o incompleta depurazione degli scarichi fognari.

La situazione è sinteticamente descritta in questo articolo.

http://www.gruppohera.it/gruppo/com_media/dossier_depurazione/articoli/pagina22.html

Quello che invece mi interessa come tecnico del settore è fare presente come, nelle zone d’Italia più soggette a lunghi periodi di siccità, e scarso innevamento invernale, si stia sempre più verificando un fenomeno che deve essere monitorato. I fenomeni di siccità ravvicinati e frequenti provocano sempre più spesso periodi di asciutta dei corsi d’acqua minori, e forti riduzioni della portata dei fiumi principali, per esempio Ticino e Po.

Questa foto si riferisce alla secca del fiume Lambro nell’Agosto del 2015, e credo che valga molto più di ogni parola. La filosofia progettuale degli impianti di depurazione ha sempre cercato un ragionevole equilibrio tra costi di realizzazione e qualità delle acque in uscita. Queste ultime venivano recapitate in corpi idrici dove avveniva l’ultima parte del processo depurativo. I flussi di portata erano valutati, ma non si ipotizzavano situazioni di asciutta perlomeno per i grandi fiumi. Fino all’inizio del nuovo millennio, dove i sistemi di canalizzazione e trattamento dei reflui erano efficienti e correttamente gestiti, si sono visti notevoli miglioramenti. Si erano faticosamente riequilibrate la condizioni favorevoli per gli ecosistemi fluviali, e per il mantenimento della biodiversità degli stessi. Ora queste situazioni rischiano di essere nuovamente compromesse. E quindi credo sia giunto il momento di capire che l’acqua è ormai già più preziosa della benzina. E non dal punto di vista meramente economico, ma dal punto di vista del suo essere indispensabile per la nostra stessa vita. E quindi lancio un ulteriore appello. Accorato e profondamente sentito. Difendiamo e tuteliamo la risorsa acqua. Ma per fare questo dobbiamo creare sinergie. Università, enti di ricerca, enti di controllo e gestori. E cittadini, non ultimi. Che però non solo debbono essere correttamente informati, ma devono pensare a modificare stili di vita, e abitudini consolidate. Prima che i fiumi muoiano. E prima di dover fare la fila davanti all’autobotte parcheggiata davanti a casa per avere acqua. L’acqua è un diritto universale. Ma è un diritto a cui si arriva con l’impegno. Con le corrette scelte di gestione del territorio e del patrimonio idrico. L’acqua è certamente un diritto universale, ma non garantito. Ricordiamolo ogni volta che apriamo il rubinetto di casa, o pigiamo il pulsante dello scarico del nostro wc.

Per fare qualche riflessione.

http://www.nimbus.it/clima/2019/190301InvernoItalia.htm

https://www.mbnews.it/2016/02/emergenza-siccita-nel-molgora-ce-solo-lacqua-scaricata-dai-depuratori/

https://lecconotizie.com/cronaca/lecco-cronaca/laghi-in-secca-i-geologi-serve-una-gestione-idrica-diversa/

Quaestio de aqua. Riflessioni sulla giornata mondiale dell’acqua.

Mauro Icardi.

Mercoledì 22 Marzo 2017 è la giornata mondiale dell’acqua. E di acqua è molto difficile non parlare, per motivi davvero molto evidenti. Lo abbiamo sentito ripetere da almeno due decenni. L’acqua è una risorsa che non è inesauribile come inconsciamente abbiamo sempre pensato. Il tema della corretta gestione e protezione di una risorsa vitale indispensabile, si lega a filo doppio anche ad altri problemi ambientali che ci troviamo a dover affrontare. Uno su tutti quello del riscaldamento globale che impatta notevolmente sul ciclo idrogeologico dell’acqua.
Le risorse disponibili di acqua dolce sono sottoposte a una pressione crescente, ulteriormente aggravata dagli effetti dei cambiamenti climatici. Dagli anni ’80 il tasso dei prelievi di acqua dolce è cresciuto ogni anno dell’1%. Tra il 2011 e il 2050 si prevede che la popolazione mondiale crescerà del 33%, passando da 7 a 9 miliardi di persone, mentre la domanda di beni alimentari crescerà nello stesso periodo del 70%.
Ma contestualmente secondo quanto riportato dal quinto rapporto dell’IPCC (Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico) circa il 7% della popolazione mondiale vedrà ridursi la disponibilità di risorsa idrica del 20% per ogni grado di innalzamento della temperatura globale.
Altri numeri sono indicativi: 750 milioni di persone nel mondo secondo l’Unicef non hanno accesso all’acqua potabile. Noi ci permettiamo di usarla anche per i servizi igienici.

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E a proposito di servizi igienici un terzo della popolazione mondiale non vi ha accesso.
Mentre lo scorso anno il tema centrale della giornata era dedicato al legame possibile tra acqua e lavoro, la giornata del 2017 pone l’attenzione ai reflui, alle acque rilasciate dagli impianti di depurazione civili e industriali, che raggiungono i corpi idrici superficiali; gli impianti non sempre sono presenti e talvolta non funzionano efficacemente o sono insufficienti.
Per il futuro ci si propone di raggiungere “l’Obiettivo di Sviluppo Sostenibile n°6” – acqua potabile e servizi igienico-sanitari per tutti entro il 2030 – dimezzando la percentuale di acque reflue non trattate e aumentando il riciclo dell’acqua con un riuso sicuro.
In futuro, la possibile carenza d’acqua richiederà l’impiego di risorse idriche non convenzionali, come ad esempio la raccolta di acqua piovana e il riciclaggio di acque reflue e di deflusso urbano.
Tutto questo richiede ovviamente un grande sforzo. E questo deve avvenire non solo nei paesi meno sviluppati, ma anche in Italia.

Discharge_pipe

Per le inadempienze nell’attuazione della Direttiva l’Italia ha già subito due condanne da parte della Corte di Giustizia Europea, e l’avvio di una nuova procedura di infrazione.
E a questo proposito devo purtroppo constatare che quando si parla di acqua appunto, sembra che tutto si limiti al parlare e basta. E che a parlare siano i soggetti più disparati, ma che troppo spesso i tecnici e gli operatori del servizio siano i meno ascoltati.
Dopo il referendum del 2011 che ha sancito la volontà degli Italiani che l’acqua sia gestita da aziende pubbliche, tutto sembra essersi rallentato. Premesso che ho votato a favore della gestione pubblica dell’acqua, devo però constatare che spesso si sono fatte molte discussioni stancanti ed inutili, di pura lana caprina. Uno dei tabù è quello legato alla tariffa del servizio idrico. Occorre ricordare che le aziende del ciclo idrico non ricevono finanziamenti dalla fiscalità generale, ma solo dalle bollette dell’acqua e dalla tariffazione degli scarichi industriali. Altro tasto dolente è la resistenza che c’è sia da parte della politica locale, che della pubblica opinione che spesso sono contrarie a priori all’aggregazione (prevista per legge) del ciclo idrico a livello di gestione unica provinciale. Per motivi diversi (campanilismo, lotte politiche) ma che di fatto impediscono la creazione di strutture più grandi che possano essere meglio organizzate a livello tecnico ed operativo.

Sedimentprima

Sono situazioni che vivo e seguo da ormai dieci anni. E’ infatti dal 2007 che in provincia di Varese si è iniziato il processo di aggregazione. Ancora non è terminato, si attende una decisione del Consiglio di Stato a seguito di un ricorso presentato da una delle aziende del territorio.
Nel frattempo gli investimenti ormai non più differibili sono ancora fermi.
Sarebbe il caso di fare una riflessione anche su queste tematiche. L’acqua non arriva nelle case se le strutture non sono efficienti, e questo vale per acquedotti e conseguentemente si riflette sui depuratori. Quindi fermo restando che debba essere un bene pubblico e universale non è con atteggiamenti di rigidità, e qualche volta di demagogia che si migliora la situazione. Le multe europee potrebbero costarci 482 milioni di euro l’anno.
Allo stesso tempo però non è accettabile che, come dichiarato dall’allora amministratore delegato di Nestlè Peter Brabeck nel 2005 l’acqua sia “la più importante delle materie prime che abbiamo oggi nel mondo“,
ma anche che “La questione è se dovremmo privatizzare la fornitura dell’acqua comune per la popolazione. E ci sono due opinioni diverse in merito. Un’opinione, che ritengo sia estremistica, è rappresentata dalle ONG, che fanno rumore allo scopo di dichiarare l’acqua un diritto pubblico.

L’acqua deve essere e restare un diritto pubblico universale.

Per farlo nel migliore dei modi dobbiamo tutti imparare a conoscerla, a rispettarla e a non sprecarla inutilmente. Visto che il tema riguarda quest’anno la depurazione voglio citare un piccolo esempio.
Ultimamente a pochi giorni di distanza uno dall’altro, nel territorio della provincia di Varese due sfioratori di piena sono entrati in funzione, sversando liquami nei fiumi Olona e Ticino in periodo di tempo secco. Questo si è verificato a causa del fatto che le pompe di sollevamento dei liquami agli impianti di depurazione sono risultate ostruite da stracci.

sfioratore

Sarebbe bastato buttare quegli stracci nel bidone apposito, e non nel wc per evitare l’inquinamento dei due corsi d’acqua.

Io credo che, almeno nei paesi sviluppati, molte persone considerino l’acqua disponibile in maniera praticamente inesauribile, ritengano che quella potabile debba costare poco se non essere gratuita, e non si preoccupino affatto di quello che è il processo laborioso di depurazione, ogni volta che premono il pulsante di uno sciacquone. E magari sono accaniti consumatori di acqua in bottiglia, ed in questo caso non si preoccupano del fatto che un bene demaniale, un bene universale sia gestito da multinazionali private che, per sfruttare i diritti di captazione delle fonti pagano canoni di fatto irrisori e fanno su questo bene di diritto universale profitti enormi.
Non sono questi gli atteggiamenti che dobbiamo adottare. Dobbiamo pensare che l’acqua è vita. Frase che può sembrare banale, ma che invece non lo è affatto.
Un impegno di tutti a preservarla, un impegno soprattutto di chi come me nell’acqua e nel suo trattamento e gestione ha trovato il suo lavoro quello di fare informazione e di impegnare le proprie risorse e le proprie conoscenze.
Per augurare a tutti buona giornata dell’acqua credo che questo brano de “ Il Piccolo Principe” sia davvero indicato.

pozzo principe

“Buongiorno”, disse il Piccolo Principe.
“Buongiorno”, disse il mercante.
Era un mercante di pillole perfezionate che calmavano la sete. Se ne inghiottiva una alla settimana e non si sentiva più il bisogno di bere.
“Perché vendi questa roba?” disse il Piccolo Principe.
“È una grossa economia di tempo” disse il mercante. “Gli esperti hanno fatto i calcoli. Si risparmiano cinquantatré minuti alla settimana.”
“E cosa se ne fa di questi cinquantatré minuti?”
“Se ne fa ciò che si vuole…”
“Io”, disse il Piccolo Principe, “se avessi cinquantatré minuti da spendere, camminerei adagio adagio verso una fontana…”

La depurazione delle acque come arte (parte 4)

Nota: si ricorda che le opinioni espresse in questo blog non sono da ascrivere alla SCI o alla redazione ma al solo autore del testo.

precedenti puntate di questo post qui, qui e qui.

a cura di Mauro Icardi (siricaro@tiscali.it)

La chiacchierata sulla depurazione come arte ha preso spunto da un romanzo pubblicato ormai vent’anni fa. Un romanzo che mi incuriosì perché era abbastanza singolare che  trattasse di un argomento poco conosciuto dai non addetti ai lavori.


Io lavoravo in questo settore da quattro anni, e mi rendevo conto che, come per ogni altro tipo di lavoro, era necessario imparare le malizie, i trucchi. Bisognava “imparare il mestiere”. Perché molte volte quello che è scritto sui libri non basta. Perché il fango che dovrebbe sedimentare perfettamente dall’acqua depurata proprio non ne vuole sapere di adagiarsi sul fondo del sedimentatore per essere raccolto, e docilmente accompagnato al suo trattamento. Ma flotta, viene a galla, diventa quasi ingestibile. E allora cominciano i dispiaceri, le arrabbiature, le classiche rogne. E mi ponevo le classiche domande.

Sarà un problema di processo? Per qualche motivo l’impianto starà trattando un liquame non bilanciato, quello che  non rispetta il famoso rapporto scritto in ogni testo che tratta di quest’arte, e che ti dice tra sostanze organiche, azoto e fosforo deve esserci una proporzione di 100: 5:1 ?

Sara stato scaricato qualche scarico tossico o inibente ?

Tutte le apparecchiature staranno funzionando regolarmente ?

Col passare degli anni ci si fa il callo. Si riesce quasi sempre ad identificare un problema se non immediatamente, con una buona approssimazione.

Ricordo una domenica, quando venni chiamato a casa mentre stavo giocando con mia figlia che aveva allora quattro anni. La voce del collega al telefono mi descriveva una situazione quasi apocalittica, nuvole di schiume da tensioattivi, la possibilità di un avvelenamento di tutto il fango biologico nella vasca di ossidazione (il nostro reattore biologico). In realtà era semplicemente il blocco di una pompa di ricircolo che non ricircolava il fango in testa al reattore per un guasto elettrico. Ma il quadro, che allora era di vecchio tipo, non segnalava l’allarme di blocco pompa per una banale lampadina bruciata.

Col tempo ci si rende conto che bisogna stabilire un legame stretto con i collaboratori dei settori della manutenzione elettrica e meccanica. Ognuno di noi può imparare qualcosa dall’altro. E anche se tu, “chimico implume”, (citazione dall’ amatissimo Primo Levi) hai passato  ore a studiare le caratteristiche delle pompe degli impianti chimici, i diagrammi portata-prevalenza, le curve di isorendimento, ti rendi conto che c’è qualcuno che forse ha letto meno libri di te, ma che al momento la sa più lunga.

Arriva poi il momento che ti viene chiesto di istruire studenti che stanno preparando una tesi, o di parlare di come si svolge il lavoro in un depuratore. A partire dal 2008 ho avuto modo di iniziare una collaborazione con l’Università dell’Insubria di Varese. Sperimentazione terminata lo scorso anno.

Abbiamo testato cosa si può aggiungere ai  fanghi in un digestore, per farlo funzionare meglio, e per produrre più biogas. Reflui dell’industria della produzione della birra, della produzione lattiero casearia, fino alla frazione umida dei rifiuti solidi, ed ai residui delle deiezioni di allevamento. Chimica umile, campionamenti di materiale che per le sue caratteristiche può anche far storcere il naso quando lo si  maneggia o lo si campiona. Un’esperienza che mi ha fatto capire quanto si potrebbe e si dovrebbe ancora fare. Realizzando ulteriori sperimentazioni a livello di impianto pilota, fino alla realizzazione operativa.  La codigestione di reflui organici per migliorare il rendimento dei digestori anaerobici municipali è  suggerita dall’agenzia europea di protezione ambientale. Il biogas prodotto dagli impianti in Norvegia ed in Francia viene riutilizzato per riscaldamento, cogenerazione. Ad Oslo il biogas compresso deumidificato e desolforato viene utilizzato come carburante per gli autobus del servizio urbano.

Questo è un ringraziamento a tutti gli studenti che ho seguito in questi anni. Mi hanno dato davvero tanto dal punto di vista umano. E ai loro docenti che hanno voluto attivare questo ciclo di collaborazione. E’ stato a volte faticoso gestire  il progetto contemporaneamente alla routine del mio lavoro quotidiano. Insegnare a studenti che non vi erano mai entrati come muoversi in un laboratorio chimico. Come usare gli strumenti, le pipette e la mitica propipetta a tre valvole.


Insegnare loro che agli acidi è pericoloso “dare da bere”. Spiegare loro sul campo cos’è un depuratore, visto che lo avevano visto solo sulle fotografie nei loro testi universitari.  Ma  l’emozione il giorno della loro laurea, è stata anche la mia. E le loro parole di riconoscenza e stima mi hanno davvero fatto piacere. Praticamente tutti hanno trovato occupazione. Alcuni hanno proseguito il loro percorso universitario fino alla laurea magistrale. Ogni tanto mi chiamano per qualche suggerimento e consiglio. Ed è molto bello che il contatto con loro non si sia mai interrotto.
Qualche considerazione ancora. La depurazione (ma in generale la gestione del ciclo idrico nel suo insieme) deve affrontare problemi nuovi. Per gestire il bene acqua occorre fare ancora tanto. Dal punto di vista tecnico bisogna adeguare gli impianti più obsoleti.  Affrontare il tema degli inquinanti emergenti. Normarli, capire quali sono i limiti che gli impianti possono tollerare. Capire come trattarli in maniera efficace ed economica. Servirà impegno. Serviranno risorse economiche. E personale adeguatamente formato e preparato.  I chimici sono pronti e adatti a questo impegno.

Rispondo adesso a due domande che mi vengono spesso fatte, ma che credo ogni collega si sia sentito rivolgere .
“Il depuratore pesca acqua dal fiume?”

Risposta.

” Il depuratore non preleva acqua dai fiumi o dai laghi per depurarla. Riceve le acque delle fognature di una città o di un paese, le sottopone ad una serie di trattamenti, e poi le restituisce all’ambiente, o meglio ad un corpo idrico ricettore (fiume , lago o mare) dopo avere trattenuto mediamente l’ottanta per cento di queste sostanze inquinanti.”

“L’acqua in uscita dal depuratore si può bere ?”
Risposta

“L’acqua in uscita dal depuratore è idonea ad essere scaricata in un corpo idrico ricettore (fiume, lago o mare). Esistono dei limiti per i principali inquinanti normati (limiti tabellari) che il depuratore deve rispettare. Se questi limiti non sono rispettati possono essere erogate sanzioni amministrative o penali. Per ora in Italia non esistono ancora impianti di recupero integrale dell’acqua, impianti cioè che dopo aver depurato l’acqua di fogna, la sottopongano ad un successivo trattamento di potabilizzazione. Ma in paesi come il Sudafrica o gli Stati Uniti ne sono stati realizzati”

Queste due domande mi sono state fatte centinaia di volte. Le prime volte mi sembravano domande assurde. Poi ho capito che rivelavano la necessità di informare cittadini, studenti e persone interessate su quello che si fa in un depuratore, o nella gestione di una rete di acquedotto.
La risposta alla seconda domanda ha lasciato molte persone perplesse. Eppure questa possibilità tecnicamente esiste. E’ una possibilità limite. Per non arrivare a questa situazione occorre gestire e preservare le fonti di acqua per uso potabile di cui disponiamo. Sembra banale. Non lo è.
La gestione del bene acqua si intreccia con altri problemi a cui stiamo assistendo. Primo fra tutti il cambiamento climatico. Si dice da anni che dobbiamo risparmiare acqua. Rinnovo l’invito. Anzi, dove è possibile, recuperiamo anche l’acqua piovana. Laviamo meno l’automobile. Usiamo i riduttori di flusso. Questi sono alcuni suggerimenti. Applichiamoli. L’acqua va difesa e non sprecata.

Concludo questa ultima chiacchierata sulla depurazione, ma che ha finito per parlare di acqua e di ciclo idrico raccontando un curioso episodio.
Quando si parla di fogne, molti ricordano la leggenda degli alligatori nelle fogne di New York. La leggenda pare avere radici storiche. Nel febbraio del 1935 un coccodrillo fu davvero avvistato nelle fogne della città americana da un gruppo di adolescenti. Anzi, le cronache d’epoca riportano che uno di essi fu morso dalla bestia, che finì poi uccisa dagli altri, armati delle pale con cui stavano buttando la neve nella fogna. Dalle ricerche effettuate, risultò che l’animale poteva essere fuggito da una nave che lo stava portando a nord dalla Florida. Raggiunto il fiume Harlem, il coccodrillo probabilmente aveva cercato rifugio nelle fogne per via della tempesta di neve.

Ebbene all’incirca verso la metà degli anni novanta, i miei colleghi di un altro impianto ebbero la sorpresa di trovare nella griglia di ingresso un esemplare di pitone reticolato. La nuova moda di tenere in casa animali esotici (che poi diventano impegnativi e di fatto ingestibili) deve aver spinto il proprietario ormai non più in grado di gestire questo tipo di animale a disfarsene.


.Purtroppo non riuscì a sopravvivere sia per la pemanenza nella fognatura, sia  perché il pettine della griglia automatica lo ferì. Gli agenti della guardia forestale che vennero chiamati lo misurarono. Era un esemplare di quattro metri.

Nell’impianto dove lavoro invece, a parte i molti stormi di gabbiani  che in primavera stazionano nella zona della sedimentazione primaria, abbiamo salvato e consegnato al centro di recupero della fauna selvatica un esemplare di svasso maggiore, ed uno di albanella minore.

E visto che ci troviamo in una zona dove è molto amato il volo ( Varese è chiamata oltre che la provincia dei sette laghi, anche la provincia con le ali ) abbiamo permesso ad una mongolfiera in difficoltà di atterrare nell’area di impianto. E sempre in tema di palloni recuperato anche un pallone sonda per misure meteorologiche proveniente dalla Svizzera come la mongolfiera. In conclusione penso di poter dire che un depuratore, nonostante il tipo di materia prima che lavora, sia un luogo apprezzato. Dove di certo non ci si annoia.