Quaestio de aqua. Riflessioni sulla giornata mondiale dell’acqua.

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Mauro Icardi.

Mercoledì 22 Marzo 2017 è la giornata mondiale dell’acqua. E di acqua è molto difficile non parlare, per motivi davvero molto evidenti. Lo abbiamo sentito ripetere da almeno due decenni. L’acqua è una risorsa che non è inesauribile come inconsciamente abbiamo sempre pensato. Il tema della corretta gestione e protezione di una risorsa vitale indispensabile, si lega a filo doppio anche ad altri problemi ambientali che ci troviamo a dover affrontare. Uno su tutti quello del riscaldamento globale che impatta notevolmente sul ciclo idrogeologico dell’acqua.
Le risorse disponibili di acqua dolce sono sottoposte a una pressione crescente, ulteriormente aggravata dagli effetti dei cambiamenti climatici. Dagli anni ’80 il tasso dei prelievi di acqua dolce è cresciuto ogni anno dell’1%. Tra il 2011 e il 2050 si prevede che la popolazione mondiale crescerà del 33%, passando da 7 a 9 miliardi di persone, mentre la domanda di beni alimentari crescerà nello stesso periodo del 70%.
Ma contestualmente secondo quanto riportato dal quinto rapporto dell’IPCC (Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico) circa il 7% della popolazione mondiale vedrà ridursi la disponibilità di risorsa idrica del 20% per ogni grado di innalzamento della temperatura globale.
Altri numeri sono indicativi: 750 milioni di persone nel mondo secondo l’Unicef non hanno accesso all’acqua potabile. Noi ci permettiamo di usarla anche per i servizi igienici.

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E a proposito di servizi igienici un terzo della popolazione mondiale non vi ha accesso.
Mentre lo scorso anno il tema centrale della giornata era dedicato al legame possibile tra acqua e lavoro, la giornata del 2017 pone l’attenzione ai reflui, alle acque rilasciate dagli impianti di depurazione civili e industriali, che raggiungono i corpi idrici superficiali; gli impianti non sempre sono presenti e talvolta non funzionano efficacemente o sono insufficienti.
Per il futuro ci si propone di raggiungere “l’Obiettivo di Sviluppo Sostenibile n°6” – acqua potabile e servizi igienico-sanitari per tutti entro il 2030 – dimezzando la percentuale di acque reflue non trattate e aumentando il riciclo dell’acqua con un riuso sicuro.
In futuro, la possibile carenza d’acqua richiederà l’impiego di risorse idriche non convenzionali, come ad esempio la raccolta di acqua piovana e il riciclaggio di acque reflue e di deflusso urbano.
Tutto questo richiede ovviamente un grande sforzo. E questo deve avvenire non solo nei paesi meno sviluppati, ma anche in Italia.

Discharge_pipe

Per le inadempienze nell’attuazione della Direttiva l’Italia ha già subito due condanne da parte della Corte di Giustizia Europea, e l’avvio di una nuova procedura di infrazione.
E a questo proposito devo purtroppo constatare che quando si parla di acqua appunto, sembra che tutto si limiti al parlare e basta. E che a parlare siano i soggetti più disparati, ma che troppo spesso i tecnici e gli operatori del servizio siano i meno ascoltati.
Dopo il referendum del 2011 che ha sancito la volontà degli Italiani che l’acqua sia gestita da aziende pubbliche, tutto sembra essersi rallentato. Premesso che ho votato a favore della gestione pubblica dell’acqua, devo però constatare che spesso si sono fatte molte discussioni stancanti ed inutili, di pura lana caprina. Uno dei tabù è quello legato alla tariffa del servizio idrico. Occorre ricordare che le aziende del ciclo idrico non ricevono finanziamenti dalla fiscalità generale, ma solo dalle bollette dell’acqua e dalla tariffazione degli scarichi industriali. Altro tasto dolente è la resistenza che c’è sia da parte della politica locale, che della pubblica opinione che spesso sono contrarie a priori all’aggregazione (prevista per legge) del ciclo idrico a livello di gestione unica provinciale. Per motivi diversi (campanilismo, lotte politiche) ma che di fatto impediscono la creazione di strutture più grandi che possano essere meglio organizzate a livello tecnico ed operativo.

Sedimentprima

Sono situazioni che vivo e seguo da ormai dieci anni. E’ infatti dal 2007 che in provincia di Varese si è iniziato il processo di aggregazione. Ancora non è terminato, si attende una decisione del Consiglio di Stato a seguito di un ricorso presentato da una delle aziende del territorio.
Nel frattempo gli investimenti ormai non più differibili sono ancora fermi.
Sarebbe il caso di fare una riflessione anche su queste tematiche. L’acqua non arriva nelle case se le strutture non sono efficienti, e questo vale per acquedotti e conseguentemente si riflette sui depuratori. Quindi fermo restando che debba essere un bene pubblico e universale non è con atteggiamenti di rigidità, e qualche volta di demagogia che si migliora la situazione. Le multe europee potrebbero costarci 482 milioni di euro l’anno.
Allo stesso tempo però non è accettabile che, come dichiarato dall’allora amministratore delegato di Nestlè Peter Brabeck nel 2005 l’acqua sia “la più importante delle materie prime che abbiamo oggi nel mondo“,
ma anche che “La questione è se dovremmo privatizzare la fornitura dell’acqua comune per la popolazione. E ci sono due opinioni diverse in merito. Un’opinione, che ritengo sia estremistica, è rappresentata dalle ONG, che fanno rumore allo scopo di dichiarare l’acqua un diritto pubblico.

L’acqua deve essere e restare un diritto pubblico universale.

Per farlo nel migliore dei modi dobbiamo tutti imparare a conoscerla, a rispettarla e a non sprecarla inutilmente. Visto che il tema riguarda quest’anno la depurazione voglio citare un piccolo esempio.
Ultimamente a pochi giorni di distanza uno dall’altro, nel territorio della provincia di Varese due sfioratori di piena sono entrati in funzione, sversando liquami nei fiumi Olona e Ticino in periodo di tempo secco. Questo si è verificato a causa del fatto che le pompe di sollevamento dei liquami agli impianti di depurazione sono risultate ostruite da stracci.

sfioratore

Sarebbe bastato buttare quegli stracci nel bidone apposito, e non nel wc per evitare l’inquinamento dei due corsi d’acqua.

Io credo che, almeno nei paesi sviluppati, molte persone considerino l’acqua disponibile in maniera praticamente inesauribile, ritengano che quella potabile debba costare poco se non essere gratuita, e non si preoccupino affatto di quello che è il processo laborioso di depurazione, ogni volta che premono il pulsante di uno sciacquone. E magari sono accaniti consumatori di acqua in bottiglia, ed in questo caso non si preoccupano del fatto che un bene demaniale, un bene universale sia gestito da multinazionali private che, per sfruttare i diritti di captazione delle fonti pagano canoni di fatto irrisori e fanno su questo bene di diritto universale profitti enormi.
Non sono questi gli atteggiamenti che dobbiamo adottare. Dobbiamo pensare che l’acqua è vita. Frase che può sembrare banale, ma che invece non lo è affatto.
Un impegno di tutti a preservarla, un impegno soprattutto di chi come me nell’acqua e nel suo trattamento e gestione ha trovato il suo lavoro quello di fare informazione e di impegnare le proprie risorse e le proprie conoscenze.
Per augurare a tutti buona giornata dell’acqua credo che questo brano de “ Il Piccolo Principe” sia davvero indicato.

pozzo principe

“Buongiorno”, disse il Piccolo Principe.
“Buongiorno”, disse il mercante.
Era un mercante di pillole perfezionate che calmavano la sete. Se ne inghiottiva una alla settimana e non si sentiva più il bisogno di bere.
“Perché vendi questa roba?” disse il Piccolo Principe.
“È una grossa economia di tempo” disse il mercante. “Gli esperti hanno fatto i calcoli. Si risparmiano cinquantatré minuti alla settimana.”
“E cosa se ne fa di questi cinquantatré minuti?”
“Se ne fa ciò che si vuole…”
“Io”, disse il Piccolo Principe, “se avessi cinquantatré minuti da spendere, camminerei adagio adagio verso una fontana…”

La depurazione delle acque come arte (parte 4)

Nota: si ricorda che le opinioni espresse in questo blog non sono da ascrivere alla SCI o alla redazione ma al solo autore del testo.

precedenti puntate di questo post qui, qui e qui.

a cura di Mauro Icardi (siricaro@tiscali.it)

La chiacchierata sulla depurazione come arte ha preso spunto da un romanzo pubblicato ormai vent’anni fa. Un romanzo che mi incuriosì perché era abbastanza singolare che  trattasse di un argomento poco conosciuto dai non addetti ai lavori.


Io lavoravo in questo settore da quattro anni, e mi rendevo conto che, come per ogni altro tipo di lavoro, era necessario imparare le malizie, i trucchi. Bisognava “imparare il mestiere”. Perché molte volte quello che è scritto sui libri non basta. Perché il fango che dovrebbe sedimentare perfettamente dall’acqua depurata proprio non ne vuole sapere di adagiarsi sul fondo del sedimentatore per essere raccolto, e docilmente accompagnato al suo trattamento. Ma flotta, viene a galla, diventa quasi ingestibile. E allora cominciano i dispiaceri, le arrabbiature, le classiche rogne. E mi ponevo le classiche domande.

Sarà un problema di processo? Per qualche motivo l’impianto starà trattando un liquame non bilanciato, quello che  non rispetta il famoso rapporto scritto in ogni testo che tratta di quest’arte, e che ti dice tra sostanze organiche, azoto e fosforo deve esserci una proporzione di 100: 5:1 ?

Sara stato scaricato qualche scarico tossico o inibente ?

Tutte le apparecchiature staranno funzionando regolarmente ?

Col passare degli anni ci si fa il callo. Si riesce quasi sempre ad identificare un problema se non immediatamente, con una buona approssimazione.

Ricordo una domenica, quando venni chiamato a casa mentre stavo giocando con mia figlia che aveva allora quattro anni. La voce del collega al telefono mi descriveva una situazione quasi apocalittica, nuvole di schiume da tensioattivi, la possibilità di un avvelenamento di tutto il fango biologico nella vasca di ossidazione (il nostro reattore biologico). In realtà era semplicemente il blocco di una pompa di ricircolo che non ricircolava il fango in testa al reattore per un guasto elettrico. Ma il quadro, che allora era di vecchio tipo, non segnalava l’allarme di blocco pompa per una banale lampadina bruciata.

Col tempo ci si rende conto che bisogna stabilire un legame stretto con i collaboratori dei settori della manutenzione elettrica e meccanica. Ognuno di noi può imparare qualcosa dall’altro. E anche se tu, “chimico implume”, (citazione dall’ amatissimo Primo Levi) hai passato  ore a studiare le caratteristiche delle pompe degli impianti chimici, i diagrammi portata-prevalenza, le curve di isorendimento, ti rendi conto che c’è qualcuno che forse ha letto meno libri di te, ma che al momento la sa più lunga.

Arriva poi il momento che ti viene chiesto di istruire studenti che stanno preparando una tesi, o di parlare di come si svolge il lavoro in un depuratore. A partire dal 2008 ho avuto modo di iniziare una collaborazione con l’Università dell’Insubria di Varese. Sperimentazione terminata lo scorso anno.

Abbiamo testato cosa si può aggiungere ai  fanghi in un digestore, per farlo funzionare meglio, e per produrre più biogas. Reflui dell’industria della produzione della birra, della produzione lattiero casearia, fino alla frazione umida dei rifiuti solidi, ed ai residui delle deiezioni di allevamento. Chimica umile, campionamenti di materiale che per le sue caratteristiche può anche far storcere il naso quando lo si  maneggia o lo si campiona. Un’esperienza che mi ha fatto capire quanto si potrebbe e si dovrebbe ancora fare. Realizzando ulteriori sperimentazioni a livello di impianto pilota, fino alla realizzazione operativa.  La codigestione di reflui organici per migliorare il rendimento dei digestori anaerobici municipali è  suggerita dall’agenzia europea di protezione ambientale. Il biogas prodotto dagli impianti in Norvegia ed in Francia viene riutilizzato per riscaldamento, cogenerazione. Ad Oslo il biogas compresso deumidificato e desolforato viene utilizzato come carburante per gli autobus del servizio urbano.

Questo è un ringraziamento a tutti gli studenti che ho seguito in questi anni. Mi hanno dato davvero tanto dal punto di vista umano. E ai loro docenti che hanno voluto attivare questo ciclo di collaborazione. E’ stato a volte faticoso gestire  il progetto contemporaneamente alla routine del mio lavoro quotidiano. Insegnare a studenti che non vi erano mai entrati come muoversi in un laboratorio chimico. Come usare gli strumenti, le pipette e la mitica propipetta a tre valvole.


Insegnare loro che agli acidi è pericoloso “dare da bere”. Spiegare loro sul campo cos’è un depuratore, visto che lo avevano visto solo sulle fotografie nei loro testi universitari.  Ma  l’emozione il giorno della loro laurea, è stata anche la mia. E le loro parole di riconoscenza e stima mi hanno davvero fatto piacere. Praticamente tutti hanno trovato occupazione. Alcuni hanno proseguito il loro percorso universitario fino alla laurea magistrale. Ogni tanto mi chiamano per qualche suggerimento e consiglio. Ed è molto bello che il contatto con loro non si sia mai interrotto.
Qualche considerazione ancora. La depurazione (ma in generale la gestione del ciclo idrico nel suo insieme) deve affrontare problemi nuovi. Per gestire il bene acqua occorre fare ancora tanto. Dal punto di vista tecnico bisogna adeguare gli impianti più obsoleti.  Affrontare il tema degli inquinanti emergenti. Normarli, capire quali sono i limiti che gli impianti possono tollerare. Capire come trattarli in maniera efficace ed economica. Servirà impegno. Serviranno risorse economiche. E personale adeguatamente formato e preparato.  I chimici sono pronti e adatti a questo impegno.

Rispondo adesso a due domande che mi vengono spesso fatte, ma che credo ogni collega si sia sentito rivolgere .
“Il depuratore pesca acqua dal fiume?”

Risposta.

” Il depuratore non preleva acqua dai fiumi o dai laghi per depurarla. Riceve le acque delle fognature di una città o di un paese, le sottopone ad una serie di trattamenti, e poi le restituisce all’ambiente, o meglio ad un corpo idrico ricettore (fiume , lago o mare) dopo avere trattenuto mediamente l’ottanta per cento di queste sostanze inquinanti.”

“L’acqua in uscita dal depuratore si può bere ?”
Risposta

“L’acqua in uscita dal depuratore è idonea ad essere scaricata in un corpo idrico ricettore (fiume, lago o mare). Esistono dei limiti per i principali inquinanti normati (limiti tabellari) che il depuratore deve rispettare. Se questi limiti non sono rispettati possono essere erogate sanzioni amministrative o penali. Per ora in Italia non esistono ancora impianti di recupero integrale dell’acqua, impianti cioè che dopo aver depurato l’acqua di fogna, la sottopongano ad un successivo trattamento di potabilizzazione. Ma in paesi come il Sudafrica o gli Stati Uniti ne sono stati realizzati”

Queste due domande mi sono state fatte centinaia di volte. Le prime volte mi sembravano domande assurde. Poi ho capito che rivelavano la necessità di informare cittadini, studenti e persone interessate su quello che si fa in un depuratore, o nella gestione di una rete di acquedotto.
La risposta alla seconda domanda ha lasciato molte persone perplesse. Eppure questa possibilità tecnicamente esiste. E’ una possibilità limite. Per non arrivare a questa situazione occorre gestire e preservare le fonti di acqua per uso potabile di cui disponiamo. Sembra banale. Non lo è.
La gestione del bene acqua si intreccia con altri problemi a cui stiamo assistendo. Primo fra tutti il cambiamento climatico. Si dice da anni che dobbiamo risparmiare acqua. Rinnovo l’invito. Anzi, dove è possibile, recuperiamo anche l’acqua piovana. Laviamo meno l’automobile. Usiamo i riduttori di flusso. Questi sono alcuni suggerimenti. Applichiamoli. L’acqua va difesa e non sprecata.

Concludo questa ultima chiacchierata sulla depurazione, ma che ha finito per parlare di acqua e di ciclo idrico raccontando un curioso episodio.
Quando si parla di fogne, molti ricordano la leggenda degli alligatori nelle fogne di New York. La leggenda pare avere radici storiche. Nel febbraio del 1935 un coccodrillo fu davvero avvistato nelle fogne della città americana da un gruppo di adolescenti. Anzi, le cronache d’epoca riportano che uno di essi fu morso dalla bestia, che finì poi uccisa dagli altri, armati delle pale con cui stavano buttando la neve nella fogna. Dalle ricerche effettuate, risultò che l’animale poteva essere fuggito da una nave che lo stava portando a nord dalla Florida. Raggiunto il fiume Harlem, il coccodrillo probabilmente aveva cercato rifugio nelle fogne per via della tempesta di neve.

Ebbene all’incirca verso la metà degli anni novanta, i miei colleghi di un altro impianto ebbero la sorpresa di trovare nella griglia di ingresso un esemplare di pitone reticolato. La nuova moda di tenere in casa animali esotici (che poi diventano impegnativi e di fatto ingestibili) deve aver spinto il proprietario ormai non più in grado di gestire questo tipo di animale a disfarsene.


.Purtroppo non riuscì a sopravvivere sia per la pemanenza nella fognatura, sia  perché il pettine della griglia automatica lo ferì. Gli agenti della guardia forestale che vennero chiamati lo misurarono. Era un esemplare di quattro metri.

Nell’impianto dove lavoro invece, a parte i molti stormi di gabbiani  che in primavera stazionano nella zona della sedimentazione primaria, abbiamo salvato e consegnato al centro di recupero della fauna selvatica un esemplare di svasso maggiore, ed uno di albanella minore.

E visto che ci troviamo in una zona dove è molto amato il volo ( Varese è chiamata oltre che la provincia dei sette laghi, anche la provincia con le ali ) abbiamo permesso ad una mongolfiera in difficoltà di atterrare nell’area di impianto. E sempre in tema di palloni recuperato anche un pallone sonda per misure meteorologiche proveniente dalla Svizzera come la mongolfiera. In conclusione penso di poter dire che un depuratore, nonostante il tipo di materia prima che lavora, sia un luogo apprezzato. Dove di certo non ci si annoia.