Il clorometano, killer silenzioso dei sommergibilisti italiani.

Mauro Icardi

La seconda guerra mondiale continua ancora oggi ad esercitare interesse ed attenzione. Sia degli storici, ma anche di moltissime persone comuni. Spesso l’interesse non si focalizza sulle vicende storiche o politiche, ma in molti casi sulle vicende quotidiane dei combattenti, oppure sulle caratteristiche tecniche degli armamenti usati in quel conflitto.

Per quanto riguarda l’Italia, è ormai una verità storica che entrò in guerra in maniera affrettata e con una scarsa, se non nulla preparazione militare. Restata inizialmente fuori dal conflitto entra in guerra il 10 Giugno 1940. Povero di materie prime, con un’industria ancora complessivamente debole, provato dal consumo di materiali bellici prima nella guerra italo-etiopica poi nella guerra civile spagnola, il paese non era stato in grado né finanziariamente né tecnicamente di formare un esercito pronto a misurarsi con grandi potenze.

Delle tre armi la marina sembrava essere quella più solida e meglio armata. Ma le deficienze tecniche pesarono anche su di essa. E in particolare sui sommergibili che operarono nell’Africa Orientale Italiana.

Sui sommergibili italiani erano montati impianti di condizionamento dell’aria in cui veniva utilizzato il clorometano (ma in tutte le cronache dell’epoca indicato come cloruro di metile), la cui tossicità e pericolosità si era già evidenziata negli anni precedenti al conflitto.

A differenza di quanto avveniva durante le esercitazioni, durante le azioni di guerra l’impianto di condizionamento dei sommergibili maggiormente sollecitato tendeva a favorire le fughe di gas. Dopo diversi altri incidenti nel 1939 la pericolosità era ormai nota, ma sottovalutata pensando che non si raggiungessero concentrazioni eccessive ed esposizioni prolungate.

L’entrata in guerra vide i sommergibilisti italiani risentire in maniera invece evidente di questo problema.

Se il sommergibile per necessità doveva prolungare l’immersione gli effetti del gas diventavano letali.

Molti membri dell’equipaggio, sia ufficiali che soldati passavano da stati di follia e di perdita di lucidità, fino alla morte a causa dell’atmosfera inquinata all’interno dei sommergibili. Se per ovviare a questo problema si disponeva lo spegnimento prudenziale dell’impianto le condizioni ambientali diventavano insopportabili. Sul sommergibile Perla in camera di lancio la temperatura arriva a toccare i 64°C.

E le fughe di gas porteranno ad una strage di mezzi e di uomini.

Il sommergibile Archimede partì per la sua prima missione il 19 giugno 1940, ma dovette rientrare ad Assab (Eritrea) dopo una settimana perchè le perdite di cloruro di metile avevano ucciso sei uomini; ventiquattro marinai rimasero gravemente intossicati e otto impazzirono. L’apparato di condizionamento fu poi modificato sostituendo il cloruro di metile con il freon.

Il sommergibile Macallè partito da Massaua il dieci giugno 1940, giorno della dichiarazione di guerra finì incagliato il giorno 14 davanti al faro di Hindi Giber. Erano intossicati tutti gli ufficiali e quasi tutto l’equipaggio. Si verificarono casi di impazzimento e delirio.

Questa erano le condizioni in cui i nostri soldati dovettero combattere in guerra. E la vicenda dei sommergibili non fu purtroppo l’unica. Dopo queste intossicazioni su alcune unità si sostituì il clorometano con il Freon. Esiste un progetto di crowfunding patrocinato da “Produzioni dal basso” che vuol produrre un documentario dal titolo “Tornando a casa” e riportare nel cimitero di Castiglione Falletto in provincia di Cuneo i resti del marinaio Carlo Acefalo, morto per intossicazione sul sommergibile Macallè. La madre Cichina (diminutivo di Francesca) aspettò invano il suo ritorno, e poi la restituzione della salma. E morta nel 1978 indossando al collo un ciondolo con la foto di Carlo.