Un’antica controversia fotochimica: William Fox Talbot e il brevetto della stampa al collodio

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Andrea Turchi

Premessa

Nel maggio del 1854 lo scienziato inglese William Fox Talbot, noto per i suoi studi di ottica e inventore della calotipia, un originale processo di sviluppo fotografico, citò davanti alla corte di Londra un fotografo, James Henderson, accusandolo di utilizzare la calotipia senza pagare le royalties previste dal brevetto che lo stesso aveva registrato alcuni anni prima, nel 1841.

La causa, che Talbot perse, ha una peculiare importanza storica perché permette di esemplificare la profonda connessione tra il progresso delle conoscenze nelle tecniche fotografiche e lo straordinario sviluppo della chimica come disciplina che avvenne nei primi decenni del XIX secolo. Inoltre quella causa mise in luce l’importanza economica e commerciale che stava assumendo la fotografia, la cui nascita e affermazione tanto doveva alle conoscenze chimiche.

Chimica e fotografia a braccetto

Probabilmente non c’è settore della tecnica in cui l’importanza della chimica sia stato più grande che nella fotografia. I processi tradizionali di impressione, fissaggio, sviluppo e stampa fotografici sono essenzialmente chimici e tutti coloro che si dedicarono alla fotografia nella prima metà del XIX sec. avevano conoscenze chimiche (sia pure solo empiriche) ben solide[1].

Impressione delle immagini e ossidoriduzioni

Un antesignano del processo di impressione fotografica fu l’inglese Thomas Wedgood che all’inizio del XIX secolo aveva notato che una carta rivestita con nitrato d’argento risultava fotosensibile, ossia si anneriva nei punti colpiti dalla luce. L’annerimento dei sali d’argento era già noto ai chimici del XVIII sec.: nel 1727 il tedesco Johann Heinrich Schulze si accorse che un recipiente di vetro che conteneva un impasto d’argento, gesso e acido nitrico cambiava colore se esposto alla luce; applicando un oggetto sul vetro si otteneva così l’impronta dello stesso nell’impasto. Schulze chiamò scotophorus (portatrice di tenebre) l’impasto contenuto nel recipiente. Più tardi il grande chimico inglese Robert Boyle annotò l’annerimento del cloruro d’argento (che però attribuì all’azione dell’aria), mentre fu Carl Wilhelm Scheele che per primo mostrò il diverso comportamento chimico tra zone annerite e zone chiare dei sali d’argento, mostrando che facendo digerire il composto fotosensibile con ammoniaca solo la parte non fotosensibilizzata veniva dissolta.

L’annerimento del sale d’argento è, come noto, un processo ossidoriduttivo complesso che comporta la perdita di un elettrone da parte dell’alogeno, per azione di un fotone, e la conseguente riduzione dello ione argento. La conoscenza di questo processo ampliò il panorama chimico dei processi ossidoriduttivi aggiungendosi alla tradizionale riduzione termica e a quella, successiva, elettrochimica, che avevano permesso l’individuazione e l’isolamento di molti nuovi elementi[2].

Talbot era riuscito a preparare una carta a elevata sensibilità fotografica (da lui chiamata fotogenica) immergendo un foglio di carta in una soluzione ‘debole’ (ossia poco concentrata) di NaCl e, dopo averlo asciugata, trattandolo con una soluzione concentrata di AgNO3. In questo modo Talbot otteneva una carta al cloruro d’argento più sensibile di quella ottenuta con soluzioni concentrate di NaCl, utilizzate in precedenza per essere certi di ‘saturare’ tutto l’argento presente [fig.1]. Fig. 1: Disegno fotogenico ottenuto con la tecnica di Talbot (fonte: https://azlein14.wordpress.com/2011/04/04/salted-paper-and-photogenic-drawings-ii/)

Talbot non poteva dare una spiegazione microscopica del suo procedimento, incomprensibile se si ragionava solo sulla base legge delle proporzioni definite.

In realtà l’annerimento delle immagini non è un processo solo ‘atomico’, ma dipende dal contesto molecolare e cristallino in cui avviene. La maggiore sensibilità della carta fotogenica di Talbot sta nel fatto che nel cristallo di AgCl vi è un inserimento interstiziale di ioni Ag+ in eccesso stechiometrico. Gli ioni ridotti danno luogo a una breve reazione redox a catena che porta alla formazione di cluster di atomi di argento, che costituiscono i centri di sviluppo dell’immagine [fig.2].

Fig.2: Catena di reazioni redox che portano alla formazione del cluster d’argento.

Questo processo dipende fortemente dalla grandezza dei cristalli e questo spiega il successo storico dell’uso della gelatina e del collodio nella preparazione dei supporti fotografici, in quanto permettono un processo di cristallizzazione più lento e regolare rispetto alle soluzioni acquose.

Fissaggio delle immagini e nuovi composti chimici

Wedgood non era riuscito a risolvere il problema di rendere stabile l’immagine impressionata su carta: dopo un po’ di tempo tutta la carta si anneriva per azione della luce. Un passo in avanti decisivo in tal senso fu compiuto nel 1824 dal francese Nicéphore Niepce, un geniale inventore, che ‒ utilizzando, probabilmente senza saperlo, le osservazioni di Scheele ‒ sfruttò il diverso comportamento di una sostanza fotosensibilizzata per separarla dalla parte che non aveva reagito alla luce. Dopo vari tentativi (con fosforo, resina di guaiaco,ecc.) Niepce utilizzò il bitume di Giudea, un asfalto già usato da tempo dagli incisori[3] che ha la particolare proprietà di indurire se sottoposto alla luce. Niepce usò dapprima il bitume come materiale sensibile per la fotoincisione calcografica.

Una lastra di rame ricoperta di bitume veniva associata a un disegno e sottoposta alla luce; le parti coperte dal disegno, al contrario di quelle scoperte, non indurivano e venivano dissolte con olio di lavanda così da formare un negativo dell’immagine su lastra metallica; questa poi viene usata come matrice per la stampa di positivi. Questo processo permetteva per la prima volta di riprodurre un disegno originale in un numero indefinito di copie, ponendo le basi per la commercializzazione su vasta scala delle riproduzioni artistiche. Niepce usò questa tecnica per la riproduzione fotografica, che chiamò eliografia: inseriva una lastra di rame (o di peltro) ricoperta di bitume all’interno di una camera oscura dove avveniva l’impressione dell’immagine. La parte non impressionata veniva dissolta dall’olio di lavanda e si otteneva un negativo. In questo modo Niepce ottenne la prima fotografia della storia con una veduta del cortile della casa di Niepce nel villaggio di Saint Loup de Varenne [fig.3].

Fig.3: La prima eliografia realizzata da Niepce nel 1826. L’immagine originale è attualmente conservata nella collezione Gernshiem dell’Università del Texas (fonte: http://100photos.time.com/photos/joseph-niepce-first-photograph-window-le-gras)

Ne 1839, alcuni anni dopo gli esperimenti di Niepce, Louis Jaques Mandé Daguerre, un artista che aveva inventato il Diorama, una teatro di straordinarie e realistiche illusioni ottiche, annunciò di aver trovato un modo per fissare le immagine impressionate nella camera oscura. Daguerre trattava con iodio una lastra di rame argentata per formare ioduro d’argento fotosensibile. Dopo essere stata impressionata nella camera oscura, la lastra veniva sottoposta a vapori di mercurio che condensava sulle parti dell’immagine impressionata (in pratica formando un’amalgama con l’argento). Lo ioduro non impressionato veniva asportato con una soluzione di sale; la lastra veniva poi lavata e asciugata. In questo modo Daguerre otteneva un positivo di grandissima finezza, che chiamò dagherrotipo [fig.4].

Fig. 4: Ritratto di Louis Jacques Mandé Daguerre. Dagherrotipo eseguito da Jean Baptiste Sabatier-Blot nel 1844 (fonte: https://jarrahotel.com/illustration-representing-theories-of-jean-baptiste.html

Rispetto agi altri metodi il dagherrotipo aveva il grande vantaggio di dare un positivo diretto (in quanto le parti colpite dalla luce risultano più chiare per via dell’amalgama) e di non aver bisogno di fissaggio perché l’annerimento prosegue nel tempo solo per le parti non esposte, aumentando il contrasto dell’immagine. Di contro, il grande svantaggio del dagherrotipo era il fatto che consisteva in una immagine unica e non riproducibile, a guisa di un ritratto dipinto.

Niepce e Daguerre non erano chimici, anche se il primo si dilettava in esperimenti. Eppure usavano con disinvoltura sostanze chimiche ben definite: il motivo è che operavano in un ambiente intellettuale nel quale riverberavano sicuramente le nuove conoscenze della chimica. Un ambiente che aveva prodotto la sistematizzazione della conoscenze dovuta a Lavoisier e la conseguente rigorosa definizione delle proprietà delle sostanze. Nei primi decenni del XIX sec. la chimica aveva prodotto un grande accumulo di osservazioni sperimentali sul comportamento delle sostanze, identificando nuove classi di composti e di elementi. In particolare, ai tempi di Daguerre si stavano affermando i grandi laboratori chimici, ben organizzati e ricchi di strumentazione, che permettevano una precisa caratterizzazione delle sostanze. Protagonista in tal senso furono Jöns Berzelius e Justus Liebig. Il primo codificò i comportamenti delle sostanze in principi normativi e fondò metodi di sperimentazione chimica rigorosi e controllati, che furono poi modello per i laboratori di tutta Europa. Il secondo istituì grandi laboratori chimici, ben organizzati e ricchi di strumentazione, vero e proprio luogo si scambio di informazioni dei chimici di tutta Europa.

Fu in questo contesto scientifico che Daguerre iniziò i suoi esperimenti fotografici con lo iodio nel 1833. L’elemento era stato scoperto da Bernard Courtois e isolato da Charles-Bernard Desormes e Nicolas Clément solo venti anni prima mentre le sue proprietà erano state indagate da appena 10 anni. Come detto, Daguerre non era uno studioso della chimica ma conosceva il lavoro di Courtois sullo iodio e questo dimostra come la comunicazione delle scoperte scientifiche si diffondesse allora rapidamente in ambienti non specializzati, anche se è da notare che il milieu culturale dell’epoca era piuttosto ristretto, in particolare dal punto di vista geografico[4], e ciò favoriva lo scambio di informazioni.

Inoltre, non appena   l’invenzione del dagherrotipo fu divulgata nel 1839, l’astronomo e matematico inglese ‒ nonché provetto chimico ‒ John Frederick William Herschel [fig.5],

Fig. 5: Ritratto di Sir John Frederick William Herschel. Stampa da una negativa al collodio del 1867 (fonte: https://www.britannica.com/biography/John-Herschel)

cercò di scoprire i segreti della tecnica, in particolare dell’operazione di fissaggio. Alcuni anni prima Herschel aveva preparato l’acido tiosolforico, che lui aveva chiamato iposolforico, e utilizzò con successo il sale di sodio per solubilizzare[5] lo ioduro d’argento non impressionato. Nel giro di pochissimo tempo Daguerre modificò il suo procedimento sostituendo come agente fissante il sale con il tiosolfato di sodio[6], a dimostrazione del corto circuito rapidissimo tra fotografia e chimica in quel periodo.

Sviluppo delle immagini e catalisi

Le prime fotografie richiedevano tempi di posa lunghissimi, incompatibili con figure in movimento. Per la prima foto ottenuta da Niepce era stato necessario un tempo di posa di alcune ore, mentre per il dagherrotipo, grazie all’azione di sviluppo del mercurio, il tempo di posa era sceso ad alcuni minuti.

Fu però John Talbot a trasformare l’atto fotografico da posa statica a istantanea, aprendo la strada alla moderna fotografia. Tra tutti i protagonisti della nascita della fotografia, Talbot è con Herschel quello ad avere il più alto profilo scientifico e a svolgere il suo lavoro con un vero e proprio programma di ricerca. Talbot aveva idee molto chiare sulle trasformazioni chimiche che avvengono nei processi fotografici. Così, nella sua comunicazione nel 1839 al Royal Society sul suo metodo di sviluppo, scriveva che: «Il nitrato d’argento che diventa nero per azione della luce non è più la stessa sostanza di prima. Di conseguenza se l’immagine, prodotta dalla luce solare,viene successivamente sottoposta a un qualunque processo chimico, le parti chiare e scure si comporteranno diversamente: non c’è evidenza, dopo che tale azione ha avuto luogo, che tali parti bianche e nere siano soggette a ulteriori mutamenti spontanei. Anche se ciò avvenisse non segue che il cambiamento tenderà a farle assomigliare l’una all’altra».

Talbot scoprì nel 1841 che, trattando carta iodizzata[7] con una miscela formata da una soluzione concentrata di AgNO3 in acido acetico glaciale e da una soluzione satura di acido gallico in egual volume, si otteneva una carta di tale sensibilità che erano sufficienti pochi secondi di esposizione per formare l’immagine, di contro le lunghissime pose necessarie per altri processi, come la dagherrotipia. Talbot chiamò la carta così preparato “al calotipo” (dal greco kalós, “bello”) [fig.6]

Fig. 6 Ritratto di William Fox Talbot ottenuto nel 1864 con il metodo della calotipia (fonte: https://en.wikipedia.org/wiki/Henry_Fox_Talbot)

e interpretò correttamente il fenomeno, attribuendo all’acido gallico la capacità catalitica nell’autosviluppo dell’immagine latente, ossia di quella che si forma per effetto della luce ma che è troppo debole per essere correttamente visualizzata.

La scoperta dello sviluppo fotografico rivoluzionò la storia del ritratto, aprendo la strada all’istantanea, ossia all’attuale modo comune di collezionare immagini. Fu un rivolgimento anche sociale: i procedimenti base della produzione delle carte fotosensibili potevano essere facilmente standardizzati e quindi commercializzati, aprendo la strada alla grande diffusione della fotografia. Non solo, ma la rapidità con cui avveniva l’impressione estese grandemente il campo dei soggetti fotografici: non più solo ritratti in posa di regnanti e riproduzioni di paesaggi, a somiglianza delle tecniche pittoriche, ma immagini della vita quotidiana e di persone comuni. Queste innovazioni tecnologiche incrociarono perciò le esigenze degli strati emergenti della società borghese, fornendo loro possibilità di espressione e di autorappresentazione.

L’acido gallico, un raffinato catalizzatore redox

L’azione dell’acido gallico sull’immagine latente è oggi spiegata a partire dai cluster di Ag che si formano durante l’impressione fotografica. L’acido gallico, come altri agenti riducenti quali l’idrochinone, ha la capacità di ridurre solo l’alogenuro attivato presente nei granuli dove si sono formati i cluster. Dal punto di vista termodinamico questa reazione redox è possibile anche per i cristalli non attivati ma è molto più lenta, quindi è cineticamente sfavorita. La grande abilità e, insieme, la grande fortuna di Talbot, fu di aver trovato un agente riducente molto efficiente per lo sviluppo dell’immagine latente ma non aggressivo nei confronti delle parti non attivate dell’alogenuro, come sarebbe accaduto invece con i comuni agenti ossido riduttivi inorganici.

Gli storici della fotografia hanno dibattuto a lungo sulla originalità del processo inventato da Talbot e su quale fosse la fonte di informazioni che lo condussero all’uso dell’acido gallico. In particolare, gli studi si sono concentrati sulla conoscenza che Talbot poteva aver avuto dei lavori con l’infuso delle noci di galla del reverendo Joseph Bancroft Reade, vicario di Stone (nel Buckinghamshire), singolare figura di religioso  a cui interessava più la microscopia che non i compiti pastorali. La questione ebbe notevole rilievo all’epoca di Talbot perché nelle cause che lui intentò per violazione del suo brevetto, gli avvocati avversi ne contestarono l’originalità in quanto l’uso dell’acido gallico come sviluppatore sarebbe risalito agli esperimenti originali di Reade.

In realtà, il proposito originale di Reade era di ottenere immagini ingrandite su carta proiettate dal microscopio; siccome in genere queste risultavano troppo sbiadite, Reade cercò un metodo per ottenere carte più sensibili. Reade aveva letto da Wedgood che il cuoio rendeva il nitrato d’argento più sensibile e, secondo la sua testimonianza, si fece dare dalla moglie un suo guanto per fare delle prove di impressione fotografica: «La signora Reade fu così gentile di darmi un paio di guanti di pelle chiari così da ripetere gli esperimenti di Wedgwood». Al rifiuto della moglie di un secondo paio di guanti Reade Reade, partendo dall’idea che la sensibilità del cuoio fosse dovuta al tannino, con cui solitamente viene trattato il cuoio, si diresse verso l’uso della carta all’infuso di noci di galla che contiene tannino al 50%. Forse questo ricordo così gustoso è ricostruito ad arte[8], come altre volte è capitato nella storia della scienza.

È più probabile che Reade fosse giunto all’uso delle noci di galla perché all’epoca circolava già l’idea che alcune sostanze organiche rafforzassero la fotosensibilità dell’AgNO3, che tra l’altro era un prodotto usato anche in cosmesi e quindi in combinazione con emulsionanti organici (lo stesso Reade aveva sperimentato l’uso della colla di pesce). Inoltre, nella letteratura tecnica dell’epoca erano note le reazioni dei sali metallici con l’estratto di noci di galla nella formulazione degli inchiostri, con i quali anche Reade aveva avuto a che fare.

Sta di fatto che Reade non parlò mai esplicitamente dell’uso di acido gallico che si forma durante la macerazione delle noci di galla per preparare la tintura, e nella quale è presente per il 3%. Lo stesso Reade riconobbe a Talbot tutti i meriti della scoperta dell’uso dell’acido gallico come agente sviluppatore in fotografia e a sé stesso solo quello dell’iniziatore. Per farlo Reade usò un’efficace immagine sportiva: «Io lanciai la palla e Talbot la prese». Sta di fatto che ci sono prove storiche che Talbot era venuto a conoscenza degli esperimenti di Reade e che, in un ambito scientifico più avanzato e accurato, li aveva finalizzati al suo scopo. Forte delle sue competenze chimiche, Talbot concentrò la sua attenzione sull’acido gallico: con ogni probabilità conosceva il procedimento originale del chimico svedese Carl Wilhelm Scheele per l’estrazione dell’acido gallico dall’infuso di galla, ripreso da Berzelius in un suo trattato molto diffuso in quegli anni.

Il brevetto

Talbot brevettò il suo metodo di impressione e sviluppo fotografici l’8 febbraio 1841 con il titolo Metodi per ottenere immagini o rappresentazioni di oggetti. [fig.7]

Fig. 7: Frontespizio del brevetto di Talbot (fonte: http://www.nonesuchsilverprints.com/art-of-silver/PDFs/Fox%20Talbot%20Patent%208842%20-%201841.pdf)

Nel brevetto compariva la preparazione della carta iodizzata e di quella al calotipo, il processo di impressione in camera oscura, quello di fissaggio tramite lavaggio con KBr e NaCl e l’ottenimento del positivo. In quest’ultima fase del processo si usava una seconda carta al calotipo che veniva accoppiata al negativo separandolo con una lastra di vetro e fissando il tutto con viti in un telaio che veniva esposto alla luce. Successivamente si sottoponeva il positivo alle stesse procedure di sviluppo e fissaggio del negativo.

Anche se il brevetto non abbonda di specifiche tecniche, è notevole il travaso di contenuti squisitamente scientifici in un ordinamento giuridico-economico. Talbot aveva esitato a lungo prima di depositare il brevetto, e ciò avvenne dopo che aveva presentato le sue scoperte in diverse occasioni: nel 1839 aveva sottoposto il suo metodo alla Royal Society e nel 1840 [fig.8]

“The Art of Photogenic Drawing” by Fox Talbot. Photo books for auction at Christies, St. James’s London on 31 May 2007.

Fig. 8 Frontespizio della comunicazione di Talbot alla Royal Society nel 1839 (fonte: http://www.photohistories.com/photo-books/15/photogenic_drawing)

aveva allestito a Londra una mostra di fotografie realizzate con il suo metodo. Ciononostante Talbot prese una decisione che pochi decenni prima, nell’epoca dei Faraday e dei Priestley, non sarebbe stato concepibile, e questa novità rappresentò il risultato tangibile dell’incontro diretto e irreversibile tra impresa scientifica e impresa economica.

La novità non stava certo nel fatto che le scoperte scientifiche fossero il motore del progresso tecnico-industriale ‒ basti pensare al contemporaneo sviluppo dell’industria chimica del cloro-soda ‒ ma che il lavoro del singolo scienziato diventasse rapidamente questione economica di estremo rilievo. Non è un caso che ciò sia avvenuto prima di tutto con la fotografia, nella quale il tasso necessario di competenze scientifiche è molto alto. A distanza di quasi due secoli, oggi assistiamo gli estremi esiti di questo connubio, per esempio con la Celera Genomics di Craig Venter, nella quale aspetti scientifici e imprenditoriali sono del tutto indistinguibili.

La controversia

Nel periodo successivo a quello in cui Talbot aveva depositato il suo brevetto, si diffusero altri supporti fotografici. Era noto che il vetro costituiva un supporto molto più efficiente della carta: il problema era come far aderire l’alogenuro al supporto. Anche in questo caso fecero la loro comparsa le sostanze organiche: lo stesso Talbot propose e brevettò una lastra all’albume che, anche se poco sensibile, permise di ottenere una vera e propria istantanea di un oggetto in movimento[9] illuminato da una forte scintilla elettrica.

Ma il sistema che ebbe maggior successo fu la lastra al collodio inventata dall’inglese Frederick Scott Archer nel 1851: su una lastra di vetro veniva versata una sospensione di KI in collodio[10] che, una volta asciugata, veniva immersa in una soluzione di AgNO3: dopo l’impressione la lastra veniva sviluppata in una soluzione di acido gallico. La tecnica al collodio umido ebbe un rapido sviluppo (soprattutto dopo la grande Esposizione universale di Londra del 1851) sostituendo rapidamente la dagherrotipia e la stessa calotipia. Tuttavia Talbot riteneva che i fotografi che utilizzavano quella tecnica violassero il suo brevetto che si basava sull’acido gallico come sviluppatore e fece causa nel 1854 a due fotografi londinesi: James Henderson e Martin Silvester Laroche. Per Talbot la sostituzione del supporto cartaceo con quello al collodio non costitutiva fatto rilevante in quanto la chimica del processo era la medesima, incentrata sull’azione catalizzatrice dell’acido gallico. La difesa di Henderson sosteneva invece che la tecnica al collodio era diversa da quella della calotipia in quanto dai due procedimenti si ottenevano risultati apprezzabilmente diversi. Un esperto della difesa, lo scienziato Robert Hunt, sostenne anche che l’acido gallico era diverso dall’acido pirogallico[11] di cui si serviva Henderson [fig.9]:

Fig. 9: Acido gallico e “acido pirogallico”

 

Talbot però ebbe a controbattere che le due sostanze svolgevano la medesima azione chimica di agente riducente.

La controversia Talbot-Laroche precedette quello con Henderson. Al termine del lungo e complesso dibattimento, nel quale Talbot fece intervenire a suo supporto[12] anche William Thomas Brande, scopritore del litio e tra i più influenti chimici dell’epoca, il tribunale si pronunciò dando ragione alla difesa. Infatti sentenziò che, malgrado si dovesse riconoscere a Talbot il merito dell’invenzione del metodo della calotipia e, in particolare, dell’uso del’acido gallico come rivelatore, il metodo al collodio era sostanzialmente differente da quello al calotipo e che quindi la richiesta di indennizzo da parte di Talbot a Laroche era insussistente.

Per Talbot fu un duro colpo: lo scienziato aveva investito molto del suo nelle ricerche sulla carta al calotipo e si trovò a fronteggiare anche le richieste per danni avanzate da due citati, che avevano dovuto per un certo tempo interrompere la loro attività legate alle lastre al collodio umido. Talbot fu così costretto a risarcire Henderson con 150 ₤. La sconfitta di Talbot fu invece accolta molto positivamente dai numerosi fotografi dell’epoca (solo a Regent street c’erano 20 negozi di fotografi che usavano all’epoca il metodo al collodio), che si vedevano liberati dai vincoli brevettuali del calotipo e del dagherrotipo[13].

Conclusioni

La vicenda giudiziaria di Talbot è molto significativa perché rappresenta bene quel difficile incrocio tra ragioni scientifiche, progresso tecnico-industriale e motivazioni commerciali che si andava realizzando nei primi decenni del XIX secolo. La chimica, in particolare, aveva in tal senso un ruolo rilevante in quanto le competenze chimiche erano presenti sin dall’alba delle prime grandi produzioni industriali. Basti pensare che pochi anni prima della invenzione di Talbot, nel 1825, si avviava a Glasgow la produzione della soda secondo il metodo Leblanc, il primo vero e proprio procedimento industriale chimico, fondamentale per la lavorazione del vetro, dei saponi e dei candeggianti.

Rispetto alla produzione della soda, nella fotografia il prodotto finale non è però un composto chimico, ma un procedimento tecnico nel quale la chimica ha un notevole ruolo. Quel che Talbot non comprese, probabilmente, era che il riconoscimento della primazia intellettuale della scoperta chimica non poteva coincidere con i diritti del brevetto: Talbot si ostinò a cercare di dimostrare che quello al collodio e quello al calotipo erano lo stesso processo in quanto medesimo era il procedimento di riduzione chimica nella fase di sviluppo. Ma questo non significava che l’intero processo al collodio potesse essere riassunto nel brevetto di Talbot. Storicamente, lo scienziato inglese si trovava, come dire, a metà dell’opera: pur consapevole dell’importanza commerciale della sua invenzione, Talbot era ancora mentalmente legato a un’epoca precedente in cui il lavoro dello scienziato doveva comunque primeggiare rispetto alle altre istanze della società. Così Talbot andò incontro a una cocente sconfitta, anche se la sua figura di scienziato non ne rimase intaccata e non sono stati mai disconosciuti i suoi meriti di fondatore dello sviluppo e della riproduzione a stampa fotografica.

Nel prosieguo del secolo,e ancor più in quello seguente, i rapporti tra esigenze industriali, commerciali e chimiche divennero sempre più stringenti e la Rivoluzione industriale suggellò quel rapporto tra pari che è durato per secoli e che oggi deve trovare un nuovo equilibrio per la formidabile spinta delle nuove tecnologie informatiche, per le quali la distinzione tra esperienze scientifiche e applicazioni industriali è semplicemente insussistente. Così, Il pennello della natura, romantico titolo che Talbot diede al primo libro illustrato con le sue fotografie, ha ormai un sapore di cose lontane, molto lontane.

Ringraziamenti

Ringrazio sentitamente Antonio Seccia, litografo, calcografo, litografo, costruttore di torchi storici, profondo conoscitore dei metodi tradizionali di stampa, per i preziosi consigli.

Bibliografia e sitografia utilizzate

·       Berzelius B.B., Trattato di chimica, Napoli 1839, in https://books.google.it/books?id=18S24Ods7PQC&pg=PA157&lpg=PA157&dq=scheele+acido+gallico&source=bl&ots=4bhk4VVxUx&sig=INwwKGFN8Pn8CiL3QTC43Cu9RUM&hl=it&sa=X&ved=2ahUKEwjDiOaNtrDeAhUOWhoKHeUdBI8Q6AEwAnoECAcQAQ#v=onepage&q=scheele%20acido%20gallico&f=false

  • De Franceschi J., La fotografia del Novecento. Studio dell’emulsione argento-gelatinosa attraverso indagini non invasive su campioni dal 1908 al 1980, Tesi di Laurea del Corso d Laurea Magistrale in Scienze chimiche per la Conservazione e il Restauro, Università Ca’ Foscari di Venezia, A:A 2014-15 in http://dspace.unive.it/bitstream/handle/10579/7121/834394-1187735.pdf?sequence=2
  • Leicester H. M., Storia della chimica, ISEDI, Milano, 1978

·       Newhall B., L’immagine latente, Zanichelli, Bologna, 1980

·       Singer Ch., Holmyard E.J., Hall A.R., Williams T.I., Storia della tecnologia, Vol 4*, Bollati-Boringhieri, Torino, 2013

  • Talbot H. F., Some Account of the Art of Photogenic Drawing Or, the process by which Natural Objects may be made to delineate themselves, without the aid of the Artist’s Pencil, Royal Society, London, Received 28th Jan 1839 Read 31 Jan 1839 in http://www.lens-and-sensibility.eu/en/kalotypie/kalotypie.php

·       Torracca E., Il periodo della chimica classica in Storia della chimica, Marsilio editori, Venezia, 1989

  • Watt S., The elements: Silver, Benchmark book, New York, 2003

·       Weeks M. E. The discovery of the Elements, JCE, vol. 9, n. 11, 1932

[1] Naturalmente un grande impulso alla fotografia fu dato anche dall’ottica fisica e geometrica e dalle arti figurative, che usavano da tempo la camera oscura per la riproduzione di immagini dal vero.

[2] Nel primo decennio del XIX sec. furono scoperti ben 14 elementi chimici.

[3] Nella calcografia, per esempio, la lastra di rame viene ricoperta con un impasto di bitume, cere e gomma, che viene inciso con una punta dall’incisore. Sulla lastra viene versato l’acido nitrico che incide il rame laddove lasciato scoperto dal bitume. La lastra viene pulita, inchiostrata e usata come matrice per la stampa.

[4] Nei primi decenni del XIX sec. il cuore delle ricerche chimiche si collocava tra Francia, Inghilterra e Germania.

[5] In realtà non si tratta di una semplice solubilizzazione, in quanto nel lavaggio si forma il tiosolfato doppio di sodio e argento. Da notare che per i chimici degli anni Trenta del XIX secolo era ormai del tutto normale che un sale ‘appena’ modificato dalla luce avesse una ‘solubilità’ del tutto diversa da quello non impressionato e questo dimostra come si fosse rapidamente raffinato lo studio del comportamento chimico delle sostanze.

[6] Il successo del tiosolfato di sodio come agente fissante fu tale che fino a tempi recenti i fotografia hanno continuato ad usare come fissatore il tiosolfato chiamandolo iposolfito, ossia con l’errato nome iniziale dato da Herschel.

[7] Nel tempo si era scoperto che il bromuro e lo ioduro di Ag erano più sensibili del cloruro. Per preparare la sua carta iodizzata Talbot immergeva in una soluzione di KI una carta spennellata con AgNO3.

[8] L’obiezione più fondata a questo ricordo è che i guanti, i particolare quelli chiari da donna, venivano conciati all’allume e non al tannino.

[9] L’oggetto era un copia del Times, a celebrare l’anglocentricità delle tecniche fotografiche del tempo.

[10] Il collodio è fondamentalmente nitrocellulosa, composto sintetizzato per la prima volta nel 1845 dal chimico tedesco Christian Friedrick Schönbein, solo sei anni prima dell’invenzione di Archer, a ulteriore dimostrazione di come chimica e fotografia progredissero allora di pari passo.

[11] L’acido pirogallico differisce dal gallico perché manca del gruppo carbossilico. In effetti, l’attribuzione del termine ‘acido’ per il pirogallico, dovuto al fatto che veniva preparato per pirolisi dell’acido gallico, è impropria perché si tratta di un alcole polivalente. Hunt disse che differivano tra loro come l’aceto dallo zucchero e, strutturalmente parlando, non aveva tutti i torti.

[12] Talbot cercò di convincere a testimoniare anche sir John Frederick William Herschel, suo amico e grande estimatore. Ma Herschel, pur riconoscendo il valore delle scoperte di Talbot, si rifiutò, intuendo la differenza tra primato scientifico e primato commerciale.

[13] La dagherrotipia era libera in Francia ma non in Inghilterra, dove era sottoposta a brevetto, forse per motivi extracommerciali, dovuti alle continue ruggini politiche tra i due Stati.