COP24: quali conclusioni?

Luigi Campanella, già Presidente SCI

Si è conclusa la COP24 che si è svolta a Katowice in Polonia. Si è discusso di impegni ed accordi globali per salvare il Pianeta. In molti workshop satelliti si sono poi affrontati argomenti più specifici. Il risultato più significativo credo sia rappresentato dalle attese regole sui meccanismi di trasparenza sull’implementazione degli impegni di riduzione delle emissioni e da indicazioni chiare per l’incremento a breve degli stessi. Questo risultato è la mediazione fra chi ha spinto per risultati più ambiziosi e chi ha frenato conducendo battaglie di retroguardia per cercare di indebolire i risultati finali. Il comunicato finale ha di conseguenza raccolto apprezzamenti ed insoddisfazioni. Fra i punti che mi sento di apprezzare sono la presenza fra i temi oggetto di monitoraggio di quello relativo all’uso e cambiamento d’uso di suoli e foreste e l’archiviazione della tradizionale differenziazione degli obblighi (la cosiddetta biforcazione) tra Paesi industrializzati e Paesi in via di sviluppo con l’adozione di regole comuni e la previsione di flessibilità per quei Paesi in via di sviluppo che ne necessitano in base alle loro capacità. E’ stato istituito il Forum sull’impatto delle misure di risposta al cambiamento climatico con il fine di permettere alle Parti di condividere in modo interattivo esperienze ed informazioni Per gli aspetti finanziari credo che il risultato più concreto sia quello di mobilitare 100 miliardi di dollari all’anno dal 2020 per sostenere i Paesi in via di sviluppo. La COP del 2019 si svolgerà in Cile e per quella del 2020 il nostro Ministro Costa ha presentato la candidatura dell’Italia.

Fra i workshop satelliti ho rilevato con una certa sorpresa che uno è stato dedicato all’energia nucleare all’interno del più ampio discorso della de-carbonizzazione del settore elettrico considerato passo essenziale per contrastare i cambiamenti climatici, se si pensa che la produzione di elettricità contribuisce per il 40% alle emissioni e che gas e carbone sono ancora le fonti principali che producono il 63% dell’elettricità. Un recente studio del MIT mostra come il costo della decarbonizzazione dell’elettricità sarebbe molto minore se nel cocktail di tecnologie alternative fosse presente anche il nucleare. Forse proprio questo studio ha spinto l’Associazione Mondiale per il Nucleare a rivendicare nella sede del Workshop i caratteri di questa tecnologia: basso contenuto di carbonio, basso livello di emissioni, elevata sicurezza. La stessa IPCC nel suo ultimo rapporto dettaglia ciò che è necessario fare per limitare il riscaldamento globale a 1,5°C sopra il livello preindustriale, osservando la elevata scalabilità del nucleare nei diversi Paesi ed evidenziando i successi della Francia che in meno di 20 anni ha massicciamente decarbonizzato la sua elettricità ricorrendo al nucleare. Nel 2018 il nucleare ha fornito nel mondo il 10,5% dell’energia totale con 6 nuovi reattori entrati in funzione* (fra Cina e Russia) e 14 da attivare nel 2019.

L’Italia dal referendum è fuori dal nucleare fra polemiche e dibattiti che di tanto in tanto si riaccendono; certo non si può dimenticare né l’aspetto dei costi né soprattutto quello della sicurezza: la densità di danno nel caso di un incidente è incommensurabilmente superiore a quella relativa a qualunque altro tipo di impianto. E aggiungiamo che nessun paese ha risolto il problema dell’immagazzinamento degli scarti della fissione nucleare da una parte e che i paesi da cui provengono i minerali usati soffrono seri problemi di inquinamento ambientale di lungo periodo. Questo complesso di problemi rende il nucleare poco appetibile specie nei paesi con una pubblica opinione libera; in Europa solo Francia e Finlandia hanno progetti nucleari in corso e di entrambi si sa che soffrono enormi problemi di attivazione sicura. L’esempio del reattore finlandese di Olkiluoto 3 (1600MW) i cui costi e tempi di costruzione sono triplicati (stimati a 9 miliardi di euro nel 2012, ma non più aggiornati) e non ancora conclusi dal 2005 è al momento un esempio vivente di questi problemi. Olkiluoto 4 non è più in programma. Flammanville 3 è nella medesima situazione di Olkiluoto 3, iniziato nel 2007 non si sa quando finirà e i costi sono arrivati a superare gli 11 miliardi di euro.

L’aria di Katowice e le biomasse.

Luigi Campanella, già Presidente SCI

Per capire l’aria che tira a Katowice nella COP24 è veramente istruttiva la discussione che si è svolta nella giornata di sabato e di cui sono stati dalla stampa riportati ampi resoconti. In occasione della plenaria di chiusura del 49° meeting del SBSTA (Subsidiary Body for Scientific and Technological Advice), dopo l’approvazione di numerosi documenti, anche importanti, a sostegno dell’accordo di Parigi del 2015 sul clima, la discussione si è impantanata sull’approvazione del documento su Research and Systematic observations preparato nella settimana.

Si tratta di un documento in cui il SBSTA saluta come “benvenuta” (in inglese welcomed) una serie di dichiarazioni, lavori e documenti scientifici, tra i quali la Dichiarazione sullo stato globale del clima, il Bollettino sui gas-serra, la dichiarazione sui progressi conseguiti nel Sistema globale di osservazione del clima, la dichiarazione del programma di ricerca sul clima mondiale, le osservazioni terrestri da satellite. Una frase ha innescato la polemica, la sostituzione richiesta da alcuni Paesi della parola “welcomed”, che per l’appunto saluta come benvenuta la serie con “noted” cioè ha preso atto. Su questa alternativa si è discusso per oltre 2 ore.

La differenza non è solo terminologica: se si dà il benvenuto ad un documento poi non si può procedere in direzione opposta a quella indicata in termini di emissione di gas serra, di uso del carbone quale combustibile di poIitica energetica. I Paesi che hanno chiesto di prendere atto e non di dare il benvenuto sono Arabia Saudita, Kuwait, Federazione Russa e Stati Uniti, tutti Paesi nei quali gli interessi economici legati alle fonti energetiche fossili sono rilevanti. Il risultato è stato che il documento non trovando un’unanimità non è stato approvato, suscitando per tale conclusione numerose proteste con dichiarazioni di adesione al testo di benvenuto. Il 7% della popolazione (quello corrispondente ai suddetti 4 Paesi), ha così bloccato un’approvazione importante perché capace di formalizzare l’adesione a documenti di provenienza strettamente scientifica e tecnologica.Mentre avviene tutto questo, a dimostrazione dello scontro sul clima in atto nel mondo, non solo orientale, ma anche occidentale, l’editrice Alkes ha distribuito un interessante documento sulle fake news in campo ambientale in particolare affrontando un tema di grande attualità, quello relativo alle biomasse (http://www.nuova-energia.com/index.php?option=com_content&task=view&id=5548&Itemid=113). Proposta come una possibile soluzione rispetto a produzioni energetiche capaci di riciclare gli scarti e rispettose dell’ambiente di recente è stata attaccata in quanto concorrenziale con un ben più “degno” uso delle aree ad essa dedicate, quello per le produzioni alimentari, in quanto economicamente non sostenibile per le PMI, in quanto collegata a deforestazioni selvagge, in quanto inquinante. In effetti sappiamo che si tratta di critiche effettive, ma parziali, il discorso è complesso.

Oggi in Italia le bioenergie impegnano circa 300 mila ettari pari a circa il 2,3% della superficie agricola, dunque in Italia non c’è concorrenza fra le due cose; la superficie forestale italiana in 50 anni si è raddoppiata (da 5,5 a 11 ) milioni di ettari, dunque anche senza colture dedicate le disponibilità di biomassa sono significative (30 milioni di tonnellate di biomasse ligno-cellulosiche); le centrali a biomasse non sono inceneritori e richiedono specifiche autorizzazioni per essere realizzate; in Italia sono stati realizzati oltre 1500 impianti a biogas per una potenza complessiva di circa 12GW bene integrati nel contesto agricolo nazionale (si tenga però presente che SE si fa uso di tecniche intensive di coltivazione ed allevamento il biogas contiene una porzione di energia primaria tratta dal petrolio).

E’ chiaro che le biomasse DA SOLE non sono una soluzione al problema energetico anche data la loro bassa densità energetica per unità di superficie, l’inquinamento ambientale evidenziabile in contesti cittadini e anche il ciclo di vita LCA che (considerando l’energia di trasporto o i contributi primari fossili) ne abbassa la sostenibilità; tuttavia il loro uso può essere un contributo, la cui utilità dipende dal contesto, al passaggio a forme rinnovabili e sostenibili di energia primaria in un quadro energetico nazionale da rinnovare significativamente.

In conclusione, per rendere realmente utile alla produzione di energia pulita una centrale a biomasse, il legislatore, dovrebbe anche chiarire cosa ci possa finire dentro, perché norme troppo vaghe sono altamente pericolose per la comunità, visto che, come detto, lì dentro ci potrebbero finirebbero pure materiali che di bio non hanno proprio niente.

https://www.tuttogreen.it/centrali-a-biomasse-sono-davvero-eco/

COP24, cosa ci aspettiamo.

Luigi Campanella, già Presidente SCI

E’ partito il 3 dicembre in Polonia, più precisamente in Slesia, Katowice, la COP 24 (Conferenza delle Parti all’interno della più generale Conferenza delle Nazioni Unite sul clima).

Sembra un’ironia, ma Katowice si trova a 150 Km dalla centrale elettrica a carbone, indicata nel 2014 dalla C.E. come la più dannosa nell’Unione Europea. Sono attese le linee guida, il cosiddetto Rule book, per rendere operativo l’accordo di Parigi del 2015.

Si tratta forse di uno degli ultimi appelli ancora validi per salvare il nostro pianeta. Gli scienziati parlano di solo 12 anni da ora rimasti per agire in modo decisivo per salvare in Pianeta.

Durerà 11 giorni e le attese per gli esiti dell’evento sono molto forti, anche se il carattere tecnico più che politico della manifestazione, raffredda molti entusiasmi. Il punto fondamentale riguarda il rispetto dell’intesa per limitare a due gradi centigradi il riscaldamento globale. Correlati ad esso sono i problemi relativi ai finanziamenti della decarbonizzazione, all’adattamento ed al trasferimento di tecnologie sostenibili innovative, ai meccanismi e agli attori delle fasi di controllo. Secondo gli esperti l’Europa si trova nelle condizioni, rispetto a questi problemi, di conseguire i risultati attesi ed, addirittura, di modificarli in meglio, andando ben oltre il 55% di riduzione delle emissioni entro il 2030.

All’evento partecipano 30000 fra delegati e visitatori provenienti da tutto il mondo. Il mancato carattere politico, a cui prima si accennava, ha fatto considerare da qualcuno COP24 come inutile. Credo sia errata tale valutazione. L’evento polacco fa parte di un percorso definito, ogni tappa del quale ha un suo significato: annullarla avrebbe effetti molto negativi rispetto alla fiducia dei cittadini nel buon esito del processo in atto. D’altra parte per esso si possono individuare elementi di fiducia quali il disaccoppiamento fra crescita del PIL e delle emissioni, l’aumento del ricorso alle energie rinnovabili, gli impegni di contenimento delle emissioni. Su quest’ultimo punto pesa il fatto che esso non riguarda tutti i Paesi firmatari dell’accordo di Parigi, dal quale in particolare gli USA si sono ritirati. Anche in questo caso però a parziale consolazione c’è da dire che ampie Regioni degli USA, come California, New York, Washington ed altre istituzioni americane hanno di fatto annunciato il loro continuato impegno. Quindi credo che sia necessario dare fiducia e credibilità all’incontro, alternativa al quale sarebbe solo sperare nelle singole iniziative con ben più scarse probabilità di successo.

Si veda anche

http://www.climalteranti.it/2018/12/09/un-momento-di-chiarezza-alla-cop24/

e

http://www.climalteranti.it/2018/12/02/raccontare-la-cop24-i-5-errori-da-non-commettere/