La lotta per ripulire il fiume Sarno.

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Raffaele Attardi

Questo articolo sulla situazione del fiume Sarno, e sulla tutela della zona di Sorrento che proponiamo qui sul blog, è interessante per diverse ragioni. Il fiume Sarno è considerato tra i fiumi più inquinati d’Europa. E la storia del suo tentativo di risanamento, ricorda quelle che nel passato interessarono sia il Po, che altri tre fiumi divenuti tristemente famosi negli anni 70:Lambro,Seveso e Olona.

L’autore, partendo dalla descrizione storica della zona di Sarno e più in generale dell’area geografica di Sorrento, scrive un articolo che è un appello accorato perché si realizzino le opere e si sblocchino gli investimenti necessari. Questa vicenda ci fa capire anche come, ancora troppo spesso, a fronte di emergenze ambientali, si sprechino tempo e risorse economiche in un ginepraio di burocrazia, sovrapposizioni di enti preposti ad assumersi l’onere delle realizzazioni, e dell’esercizio di verifica e controllo. La creazione di aziende ad hoc, poi chiuse, l’intervento di un commissario regionale. Sono situazioni che anche in altre regioni si sono verificate, diverse nella forma ma non nella sostanza. Anche per collettare le acque reflue di Milano c’è voluto tempo. Nel 1998 le acque reflue di Milano non erano ancora depurate, e la situazione anomala era nota e conosciuta dagli anni 80. Dal 2003 entrò in funzione il primo lotto del depuratore di Nosedo, seguito poi da quelli di Milano San Rocco nel 2004 e quello di Peschiera Borromeo nel 2005.

L’autore, Raffaele Attardi chimico, fondatore del gruppo “La grande onda” cerca di indicare le soluzioni. Alcune di queste sono state oggetto di articoli che ho pubblicato su questo blog e che quindi mi trovano idealmente al fianco di chi le propone. Ma la cosa importante è la passione civile che lo muove. Le opere di costruzione del depuratore di Punta Gradelle durano da quarant’anni, e il depuratore di Solofra, che tratta reflui industriali, sembra non funzionare adeguatamente. E il gruppo “La grande onda” si gemella idealmente con quello “Amici dell’Olona” che allo stesso modo pungola e sprona una classe politica spesso distratta, e purtroppo non sempre cosciente del fatto che il problema acqua sia un problema che si risolve con atti concreti. Da parte di tutti. Quindi con la realizzazioni di sinergie tra enti, gestori del ciclo idrico, Università. Ma anche con la spinta dal basso, dai comitati di cittadini. Evitando quanto di più deleterio ci sia quando si parla di trattamento delle acque. La demagogia o la superficialità. Attivando un continuo dialogo con i cittadini, i quali a loro volta devono evitare comportamenti scorretti. La plastica che finisce nei fiumi o nei depuratori, per fare l’esempio più banale possibile, non vi è certamente arrivata da sola.

Quindi invito alla lettura con grande piacere, augurando all’autore e ai cittadini della zona, ma augurandomi io stesso che la situazione si sblocchi, e che il fiume Sarno inizi il percorso di risanamento.

La strada è iniziata nel 1976, dalla nascita della mai dimenticata legge Merli. Poi sono arrivati i recepimenti di normative europee (che per quanto si possa criticare l’unione europea sono state invece importanti per sbloccare un percorso che era lentissimo). Ma lo sforzo non è ancora totalmente compiuto. E’ stato fatto molto, ma ancora non tutto.

Buona lettura. Mauro Icardi.

 

Raffaele Attardi.

 

Sorrento ed il bacino del Sarno : due facce della stessa medaglia

Note a margine del Convegno sul disinquinamento organizzato da La Grande Onda e Lyons della penisola sorrentina tenutosi a Sant’Agnello il 29 marzo 2019.

  1. Premessa

La penisola sorrentina, la costa vesuviana ed il bacino del Sarno sono relativamente piccoli, ma il distretto nel quale sono inseriti ha una storia antica con insediamenti e memorie, lasciate da decine di civiltà che iniziano dalla preistoria, e che testimoniano la presenza degli Osci, degli Etruschi , dei Greci , dei   Romani, dei Longobardi e di tutte le diverse dinastie che hanno caratterizzato il Regno di Napoli, fino ai Borbone.

Ma soprattutto è così ricco di vicende umane , tradizioni , mestieri , religiosità e creazioni dell’ingegno , di biodiversità e prodotti agricoli che neanche il Nilo può reggere al suo confronto.

Tutto il distretto dovrebbe essere considerato patrimonio dell’umanità e invece si continua ad esaltare e sfruttare solo alcuni luoghi, peraltro bellissimi come Sorrento , la costiera Amalfitana Pompei   raggiungendo così il risultato di vederli consumati e aggrediti da un turismo di massa , che sta facendo perdere non solo la conoscenza di quello che veramente c’è nel distretto , ma anche l’identità dei singoli luoghi e sta lasciando nel degrado località altrettanto ricche di storia e di bellezza. Facendo nascere in aggiunta problemi sociali enormi come l’impossibilità di trovare alloggi per i residenti nelle località più gettonate e  compromettere la salute delle persone nelle località più degradate.

Le sorgenti del Sarno.

Il turismo può ancora produrre tanta ricchezza e sanare molte ferite ma ad una sola condizione: bisogna bloccare questa crescita disordinata e fare in modo che il turismo cresca in maniera diffusa in tutto il distretto

E per ottenere questo risultato è interesse di tutti risolvere le criticità che si presentano del bacino del Sarno .

Mi sono dilungato in un precedente articolo su ciò che occorre fare per migliorare i sistemi di comunicazioni , adesso voglio esporre le mie idee su cosa bisogna fare per affrontare quelle che sono i rischi storici, derivanti dalla cattiva gestione delle acque , partendo dalle acque meteoriche e passando dall’approvvigionamento fino alla depurazione . Danni enormi scolpiti nella memoria collettiva per le vittime che hanno prodotto le frane , gli allagamenti e l’inquinamento del fiume e del mare.

Ed in particolare voglio affrontare l’argomento rifacendomi alle esperienze che stiamo condividendo insieme ai tanti Cittadini che hanno dato vita ai movimenti della Grande Onda e alla Rete del Sarno.

 

2) LA VISIONE CHE BISOGNA CONDIVIDERE

Per affrontare un problema così complesso prima ancora di cercare soluzioni tecniche bisogna avere chiara la visione da raggiungere.

Il termine visione non ha nulla di tecnico e la definizione del termine che troviamo nel Dizionario Treccani e la seguente : ‘Apparizione, immagine o scena del tutto straordinaria, che si vede, o si crede di aver visto, in stato di estasi o di allucinazione’ .

E quella che noi stiamo cercando di condividere, convinti che può portare al risanamento può essere riassunta in due frasi .

 

  • L’acqua non è un rifiuto che si deve gettare via , ma una benedizione : neanche una goccia d’acqua deve essere persa ; .
  • Neanche una goccia di refluo non trattato deve finire in fossi , canali , fiume o a mare

Un bravo tecnico sa che una visione deve precedere sempre la ricerca di soluzioni : e cercheremo di dimostrare che solo se si segue questa visione tutte le criticità del bacino del Sarno che sono tante riassumibili nel rischio idrogeologico, idraulico ,inquinamento di falde, inquinamento del fiume e del mare, possono essere ricondotte ad un discorso unitario e ad azioni interconnesse fra loro .

  1. a) L’acqua non è un rifiuto da gettare da via ma una benedizione

I vantaggi che si otterrebbero da un recupero delle acque sono intuitivi, ed altrettanto evidenti sono gli effetti in termini di mitigazione del rischio che si otterrebbero.

Regolamentando e regimentando le acque meteoriche e gestendo meglio le acque fluviali si riducono il rischi in campo idrogeologico e idraulico .

Queste cose le sapevano già i Romani ed i Borbone, che per secoli hanno curato la raccolta ed il riutilizzo delle acque idrogeologiche e sorgive del Sarno, lasciandoci in eredità decine e decine di invasi ed un reticolo di canali per la bonifica e l’irrigazione del territorio ,che si estende per centinaia di kilometri. Eredità che abbiamo dissipato largamente utilizzando gli invasi nati per assorbire le acque piovane, per raccogliere le acque fognarie o per il deposito incontrollato dei rifiuti

Distruggendo questa ricchezza non solo abbiamo reso impossibile il riutilizzo della acque piovane , ma abbiamo aumentato il rischio d’inquinamento dei pozzi di approvvigionamento idrico e causato problemi di allagamento .

Il recupero delle acque di pioggia è indispensabile non solo per ridurre questi rischi , ma anche perché favorisce la gestione delle reti fognarie e degli impianti di depurazione . Quando piove, infatti, se le acque di pioggia non sono gestite separatamente , ma finiscono nelle fogne miste,  causano la fuoriuscita di acque inquinate dai troppo pieni della rete fognaria e compromettono l’efficienza degli impianti di depurazione, facendo arrivare agli stessi portate ingestibili .

C’è da dire che la mancata regolamentazione delle acque di pioggia e fluviali si verifica quasi ovunque in Italia e si sente fortemente la necessità di una normativa che imponga la realizzazione di un sistema di gestione delle acque meteoriche che preveda regole per la loro raccolta e trattamento e la regolamentazione del deflusso nei corpi idrici o a mare .

3) NEANCHE UNA GOCCIA DI REFLUI NON TRATTATI DEVE CONTAMINARE FOSSI , CANALI , FIUNI O IL MARE

Il disinquinamento del bacino del Sarno può essere realizzato attraverso il raggiungimento di 3 obiettivi distinti . in particolare isogna :

  1. combattere l’inquinamento biologico
  2. combattere l’inquinamento chimico
  3. c) bisogna eliminare i solidi grossolani trascinati dal fiume .

 

un tratto del Fiume sarno

 

Se si vogliono raggiungere questi obiettivi bisogna analizzare quello che si è verificato nel passato e proporre azioni concrete, senza ripetere sempre gli stessi errori

a ) bisogna combattere l’inquinamento biologico.

L’inquinamento biologico dipende dagli scarichi urbani e non sono bastati gli episodi gravissimi verificatisi , ultimo il colera degli anni ottanta a convincere le Amministrazioni locali del bacino del Sarno della necessità di dotarsi di sistemi adeguati di fognatura e depurazione . Le fogne sono opere di urbanizzazione primaria la cui realizzazione fino al 2000 circa, è stata di competenza dei Comuni . E nel distretto sorrentino sarnese vesuviano ci sono Città che hanno realizzato fogne e sistemi di depurazione completi, talvolta associandosi spontaneamente fra loro fra loro , altre che hanno realizzato sistemi fognari solo parziali e altre che semplicemente non hanno fatto nulla.

I soldi per fare le fogne ci sono sempre stati ,per tutti , messi a disposizione dallo Stato attraverso la Cassa Depositi e Prestiti o sotto altre forme ; e i soldi continuano ancora ad arrivare dai tributi locali che i Cittadini pagano per oneri di urbanizzazione , sanzioni per il condoni e tasse per oneri indivisibili. In conclusione dove le fogne non si sono fatte, questo è dipeso principalmente dall’ignavia di molte Amministrazioni Locali

Per rimediare a questa gravissima situazione , lo Stato si è sostituito ai Sindaci del bacino del Sarno , nominando un commissario Straordinario e ha stanziato direttamente rilevantissime somme. Il Commissario ha iniziato la guerra e vinto alcune battaglie , realizzando la quasi totalità degli impianti di depurazione , ed iniziando la costruzione dei collettori , ma quando si è trattato di realizzare le fogne Città per Città ,    si è impantanato in una guerra di trincea , facendo pochi progressi e rinviando di anno in anno la vittoria finale. Dopo alcuni anni si è deciso di cambiare strategia e allo Stato è subentrata la Regione, e il Commissario è stato sostituito da una struttura regionale, Arcadis.

Ma anche questo tentativo è fallito e Arcadis è stata sciolta E così il problema non solo non è stato risolto, bruciando centinaia di milioni, ma queste gestioni hanno lasciato in eredità una miriade di lavori incompleti ,tanti conteziosi e tante navicelle con equipaggi costosissimi , che ancora navigano in questo mare per chiudere ognuna un capitolo di questa vicenda.

Io penso che questi insuccessi non siano dipesi dalla qualità delle persone scese in campo, o da carenza di risorse, ma da un fatto oggettivo: per costruire un impianto bastano dei tecnici , per costruire una fogna bisogna conoscere e letteralmente occupare il territorio, combattendo talvolta anche contro i Cittadini che vedono molto malvolentieri i lavori fognari , perché creano intralcio , e anche contro altri subdoli padroni del territorio , cioè le aziende del gas e dell’energia , che occupano nel disordine generale il sottosuolo e che quando vedono arrivare una fogna difficilmente cedono il passo.

E poi una rete fognaria non si può fare in un territorio dove tutto cambia senza regole , utilizzando aerofotogrammetrie o rilievi estemporanei, : solo chi gestisce localmente le Città può condurre questa battaglie che richiede mille compromessi .

E nessuno conosce meglio del Sindaco il territorio. Solo i Sindaci possono risolvere questi problemi.

Oggi i Sindaci sono stati chiamati nuovamente a scendere in campo, e una legge regionale li ha riuniti in un unico Ente Assembleare, l’ Ente Idrico Campano (EIC) ed i Distretti, strutture dell’Ente in cui è suddiviso il territorio. L’EIC non è un Ente Regionale, è l’ente associativo dei Sindaci . E i Sindaci sono perciò di nuovo responsabili , dopo il lungo periodo di emergenza non solo della gestione delle fogne , dei collettori e degli impianti di depurazione, ma dell’intero ciclo dell’acqua. E fanno parte dell’EIC anche i cittadini che hanno diritto a partecipare alle sedute dell’ Ente con ruolo consultivo .

Sono i Sindaci attraverso gli organi dell’EIC, che possono e devono decidere la pianificazione delle opere da realizzare e che devono riprendere in mano il completamento della rete fognaria , dei collettori , la verifica della funzionalità dei depuratori , alcuni dei quali funzionano benissimo , ed altri invece presentano gravi criticità , stabilire gli eventuali adeguamenti e la gestione ed il controllo degli stessi.

Nel Convegno che si è tenuto a Sant’Agnello il 29 marzo , il Presidente Luca Mascolo e il Direttore Generale Vincenzo Belgiorno dell’EIC hanno preso un impegno : entro fine luglio 2019 sarà presentato il Piano d’ambito del distretto sarnese vesuviano , con l’indicazione delle opere incomplete e la pianificazione preliminare di ciò che resta da fare .

E la partecipazione dei Sindaci comincia a crescere . Al Convegno di Sant’Agnello abbiamo avuto la soddisfazione di vedere presenti quelli di Torre Annunziata , Sant’Agnello , Massa Lubrense ed i rappresentanti di Cava dei Tirreni .Sono quasi il 10% dei Sindaci dei del Distretto e molti altri hanno dato la loro adesione o mostrato interesse . Abbiamo piantato un primo seme e siamo fiduciosi che crescerà .

E sono venuti e sono stati protagonisti le rappresentanze dei Cittadini di una gran parte del bacino del Sarno , anche loro decisi ad essere attori in questo processo.

  1. Bastano 3 persone per abbattere l’inquinamento chimico

Per combattere questa piaga che è diffusissima nel bacino del Sarno e che dipende dagli scarichi provenienti dalle aree di attività produttiva ma anche dalla miriade di opifici che caratterizzano il bacino e dall’agricoltura industriale che fa uso di pesticidi e fertilizzanti spesso nocivi alla salute delle persone e alle specie viventi del bacino , l’unico presidio che c’è è l’impianto di Solofra , progettato per effettuare la depurazione dei reflui industriali , impianto messo peraltro in discussione perché si nutrono forti dubbi sull’efficienza depurativa; oggi l’impianto é sotto sequestro perché arreca molestie olfattive e  che ci si augura che passi presto all’EIC e che tutta la gestione venga riesaminata.

Le azioni da fare per combattere l’inquinamento chimico sono ben note e includono il controllo su chi mette in commercio e usa prodotti chimici e pesticidi , il controllo delle attività produttive ed in particolare il rispetto degli impianti di trattamento e degli scarichi , e la caccia agli scarichi abusivi. E la caccia ad eventuali scarichi nel sottosuolo , che incidono fortemente sulla qualità delle acque sotterraneee

Ciascuno deve mettere ordine in casa propria. Ed è in queste azioni che si deve concretizzare l’autorità del Sindaco , che ha tutti gli strumenti che servono , a cominciare dall’autorità conferitagli dalla legge di imporre il rispetto delle regole, che sono a monte delle autorizzazioni, ad esercitare le attività produttive , pena il ritiro delle autorizzazioni a produrre , fino al controllo degli scarichi i .

E per fare questo bastano 3 persone per Comune , un tecnico comunale , un fognere ed un vigile urbano.

Se ognuno dei Sindaci del Distretto mette in campo 3 persone per effettuare queste verifiche , si avrà disponibile un esercito di 180 persone che in poco tempo metterà fine all’inquinamento chimico del bacino del Sarno. E se le Amministrazioni locali non ce la fanno da sole, bisogna che anche nel nostro distretto vengano istituite gruppi misti di controllo con il supporto di Guardia Costiera Carabinieri , Guardia di Finanza , replicando lo stesso modello che si è adottato per combattere i roghi nella terra dei fuochi.

E insieme ai Sindaci devono scendere in campo le Associazioni , gli Imprenditori, i Lavoratori, perché i pirati danneggiano tutti gli onesti e compromettono sviluppo e occupazione.

  1. bisogna combattere la presenza di solidi sospesi nel Sarno .

Questo obiettivo è forse al momento il più difficile da raggiungere, ma è anche il più urgente da conseguire.

I solidi trascinati dalla corrente   finiscono a Rovigliano dove inquinano e distruggono la bellezza di uno dei posti più belli del Golfo di Napoli, poi vagano per tutto il Golfo , contribuendo a creare le isole di plastica . ma prima ancora inquinano il fiume , perché spesso i solidi sono formati da contenitori di pesticidi e fertilizzanti , e infine sono una delle cause principali delle esondazioni del Sarno .

Per capire come tutto sia interconnesso bisogna sedersi sulla sponda del fiume e vede cosa succede .

Tutto inizia con la costruzione di un ponticello , spesso abusivo , realizzato a pelo d’acqua per passare da una parte all’altra del fiume . Poi succede che molti solidi, di origine naturale o meno , cominciano nel tempo a depositarsi sul fondo del fiume , riducendo la profondità . Capita anche che per effetto di eventi eccezionali, ad esempio la caduta di un albero o semplicemente a seguito del naturale ciclo vegetativo, fogli, canne e arbusti finiscano contro il ponticello e formino una diga . A questo punto il gioco è fatto : basta poco per vedere formarsi sotto il ponticello un norme tappo formato dai rifiuti .

Ed il fiume esonda , o peggio si forma un onda di piena che allaga il territorio circostante .

Tutto questo accade ogni volta che piove quando cioè l’acqua dilavando tutto, fa franare le sponde e trascina nel fiume gli alberi o la  vegetazione secca, che formano barriere dietro cui si raccolgono enormi quantità di rifiuti scaricati abusivamente lungo gli argini o nel del fiume stesso

C’è un motivo a monte di questi disastri annunciati : è pressa a poco dal 1970 , cioè da quando il governo del fiume è passato dallo Stato alle Regioni, che le operazioni ordinarie di controllo , pulizia e manutenzione del fiume e degli argini e dragaggio dei fondali sono diventate l’eccezione da effettuare in caso di emergenza piuttosto che la prassi da seguire per evitare i disastri .

E c’è la presenza di molti Lazzaroni che continuano ad usare gli argini ed il fiume come una pattumiera

Tutto è interconnesso, inquinamento ed esondazioni sono due facce della stessa medaglia e per risolvere entrami i problemi bisogna curare il governo delle acque e del territorio ed il disinquinamento

4 ) CONCLUSIONI

L’impianto di depurazione Punta Gradelle vorrei mettere in. evidenza  che dopo una gestione durata 40 anni finalmente funziona ed é considerato come uno dei più avanzati d’Europa (é stato recentemente visitato da centinaia di tecnici provenienti da più parti),

La raccolta delle acque meteoriche, la gestione del rischio idraulico ed in parte di quello idrogeologico , la creazione di riserve d’acqua , la protezione delle fonti sotterranee , il disinquinamento sono le diverse facce di una stessa problematica .

Attualmente queste problematiche vengono gestite da soggetti diversi , in particolare la gestione delle acque meteoriche e dei fiumi è condivisa fra Stato , Regione , mentre la realizzazione e gestione delle reti fognare , dei collettori e degli impianti di depurazione è ritornata ai Comuni , che devono esercitarla attraverso l’EIC ed i distretti ovvero il loro ente associativo..

Bisogna che queste gestioni migliorino e si interfaccino .

In particolare occorre che Stato e Regioni mettano mano (in accordo fra loro) a riscrivere le regole per la regolamentazione delle acque meteoriche , rendendo obbligatoria la separazione e recupero delle acque bianche e la creazione di invasi per il loro recupero. E insieme devono stabilire il percorso per ripristinare una corretta gestione dei corsi idrici, gestione che deve prevedere il rispetto delle aree naturali di esondazione ,della biodiversità , il dragaggio dei fondali e la pulizia e manutenzione continua dei corsi d’acqua e degli argini. E la regolamentazione deve includere anche le norme di costruzione delle strade , dei parcheggi esterni e delle superfici impermeabili che raccolgono le acque piovane , talvolta contaminate come accade nel caso delle acque di prima pioggia , e l’obbligo di adottare in tutti i casi possibili le tecniche di drenaggio urbano. Tutte le acque possono e devono essere recuperate, anche per ridurre il consumo di acqua potabile , una risorsa sempre più costosa e difficile da reperire.

Stiamo investendo ancora oggi enormi risorse per gestire le acque, ultime quelle stanziate per il GPS grande progetto Sarno, ma se il progetto non include una corretta gestione delle acque meteoriche e dei fiumi continueremo ad avere allagamenti e frane, con l’aggravante che se ci si limita a spostare acque inquinate , realizzando vasche di laminazione e seconda foce ,le criticità aumenteranno invece di diminuire .

I Comuni invece hanno il compito governare correttamente lo sviluppo del territorio,  facendo in modo che i Piani Urbanistici piuttosto che essere pieni di opere che consumano il territorio , scendano nel dettaglio di quali devono essere le opere di drenaggio urbano , la rete bianca e la rete fognaria ; ed il percorso delle rete fognaria deve essere stabilito prima e non dopo la realizzazione di case e opifici . E devono partecipare e sostenere la gestione dell’EIC , il loro Ente Associativo , nella pianificazione , realizzazione e corretta gestione delle reti , dei collettori e degli impianti di depurazione .

E ancora i Comuni per abbattere l’inquinamento chimico devono verificare  che le aree di sviluppo produttivo , come pure per ogni singola attività produttiva sia dotata degli impianti necessari a garantire il trattamento chimico fisico dei reflui , e devono provvedere a ritirare le autorizzazioni a quelli che non rispettano tali requisiti.

Dobbiamo giocare winner to winner ,facendo ognuno ciò che compete al proprio ruolo, smettendola di giocare a scarica barile .

Dobbiamo tutti avere cura di ciò che ci è stato affidato .E aver cura significa non solo somministrare qualche medicina , ma avere premura , cioè agire con tempestività , amorevolezza , sollecitudine .

Dobbiamo aver cura delle persone e della Terra , che è l’ultimo dei poveri , sottoposto ad uno sfruttamento senza rispetto e senza regole.

Per raggiungere quest’obiettivo è indispensabile la spinta che deve venire dai Cittadini per isolare i Lazzaroni e la spinta che deve venire dalla scuola , per evitare che di generazione in generazione i Lazzaroni si ripresentino.

La Grande Onda , la Rete del Sarno, i movimenti che crescono nei social, le tante Associazioni , i gruppi spontanei , e singoli cittadini , stanno facendo crescere il coinvolgimento e la sensibilizzazione e sta nascendo una nuova consapevolezza dei problemi.

Bisogna continuare a spingere , guardando tutti nella stessa direzione, garantendo la diversità di ognuno e rispettando tutti.

L’inquinamento è un mostro dai mille tentacoli ci voglio mille braccia per combatterlo .

Il prossimo appuntamento è a settembre , quando faremo il punto sulle iniziative messe in campo dal Ministero dell’Ambiente e dalla Regione , augurandoci che il GPS affronti concretamente il rischio idraulico partendo da una visione condivisibile , e di avere disponibile il Piano d’Ambito che l’EIC sta predisponendo con evidenziati i rottami che galleggiano nel mare delle opere incompiute , ma anche la rotta che i Sindaci avranno tracciato per realizzare una sistema adeguato di gestione per le reti fognarie e di depurazione.

Il Sarno nasce puro ogni giorno e ci offre ogni giorno una nuova possibilità.

Nuove tecnologie sperimentali per la rimozione del fosforo dalle acque reflue.

In evidenza

Mauro Icardi

Il problema dei nutrienti rilasciati nei corpi idrici, in particolare azoto e fosforo, era già emerso tra la metà degli anni 70 e i primi anni 80. Le fioriture algali nel mare Adriatico, con la conseguente ricaduta negativa nel settore turistico, furono trattate ampiamente nei servizi giornalistici, soprattutto televisivi, in quel periodo.

Per quanto riguarda il trattamento di rimozione del fosforo, esso è sempre risultato leggermente più complesso di quello dell’azoto. Questo perché da sempre, i limiti per questo parametro erano più restrittivi rispetto a quelli dell’azoto. La legge 319/76 (Legge Merli) prevedeva per il fosforo un valore limite di 0,5 mg/lt.   Questo valore si applicava a tutti gli impianti che recapitavano gli scarichi in particolari zone, maggiormente vulnerabili a rischi di eutrofizzazione. In particolare i laghi e i corsi d’acqua ad essi afferenti per un tratto di 10 Km dalla loro immissione nel lago; le aree lagunari e i laghi salmastri; le zone umide.

Attualmente il dlgs 152/2006 vigente, ha recepito la direttiva quadro 2060/CE che mira a conseguire la classificazione di “buono stato ecologico e chimico” per tutte le acque superficiali. Quindi non solo per quelle specificate nella ormai abrogata Legge Merli. In caso di situazioni critiche, per qualunque corso d’acqua ritenuto vulnerabile, si possono stabilire limiti allo scarico più restrittivi.

Con il trattamento di depurazione biologica a fanghi attivi tradizionale la percentuale di abbattimento del fosforo normalmente si attestava intorno a valori percentuali pari al 45-50%. Non era quindi possibile rispettare il valore limite che, generalmente è sempre stato fissato tra 0,5 e 1 mg/lt. Le acque reflue possono contenere da 5 a 20 mg/l di fosforo totale, di cui 1-5 mg/l rappresentano la frazione organica, ed il resto è la parte inorganica. Il contributo pro capite di fosforo varia tra 0.65 e 4.80 g/abitante/ giorno, con una media di circa 2.18 g.

Il fosforo contenuto nelle acque reflue si riscontra normalmente in queste due specie chimiche:

Ortofosfati: disponibili per il metabolismo biologico senza ulteriori scissioni

Polifosfati: molecole con due o più atomi di fosforo, atomi di ossigeno e qualche volta idrogeno, combinati in una molecola complessa. Solitamente i fosfati vanno incontro ad idrolisi e si trasformano in ortofosfati, ma il processo è in genere piuttosto lento.

La principale tecnica per il trattamento di questo inquinante è il trattamento chimico-fisico utilizzando sali trivalenti di ferro, oppure di alluminio se esistono problemi legati al colore.

L’allume o il solfato di alluminio idrato è ampiamente usato per la precipitazione di fosfati e fosfati di alluminio (AlPO4).

Questa la reazione di base: Al3+ + HnPO43-n ↔ AlPO4 + nH+

Il trattamento con sali di alluminio viene maggiormente utilizzato per la chiarificazione di acqua destinata ad uso potabile. Questo perché, nel trattamento delle acque reflue possono svilupparsi maggiori problemi gestionali, legati principalmente ai valori di alcalinità, pH ed elementi in tracce presenti nell’acqua da trattare. Oltre a questo i composti a base di alluminio possono interagire negativamente con la popolazione di protozoi e rotiferi che colonizzano il fango attivo.

Per queste ragioni, il trattamento di precipitazione è effettuato principalmente tramite dosaggio di cloruro ferrico.

Fe3+ + HnPO43-n ↔ FePO4 + nH+

Gli ioni di ferro si combinano per formare fosfato ferrico. Reagiscono lentamente con l’alcalinità naturale e quindi un coagulante, come la calce, viene normalmente aggiunto per aumentare il pH e favorire la coagulazione e la precipitazione.Il cloruro ferrico però tende ad essere aggressivo nei confronti delle strutture ferrose, ed inoltre questo tipo di trattamento produce notevoli quantità di fanghi. Che devono essere smaltiti separatamente, oppure miscelati in proporzione non superiore al 20% con i fanghi biologici, e poi destinati al trattamento di disidratazione.

Per superare questo tipo di problemi, si stanno sperimentando alcune tecniche nuove.

Depurazione con nanoparticelle di ferro.

In questo caso si tratta di ottenere lo stesso effetto della precipitazione chimica, impregnando sferette di resine sintetiche con ioni ferrici. L’acqua da trattare viene fatta passare sulle sferette che trattengono alla loro superficie i composti di fosforo. La rigenerazione del letto o della cartuccia di trattamento si ottiene con soluzione di soda caustica. Il processo non produce fanghi. Rimane aperto il problema della rigenerazione della soluzione esausta, e della possibilità, per ora solo teorica, di recupero del fosforo del fosforo dalla stessa.

Bioreattori con alghe.

Le sperimentazioni di bioreattori contenenti alghe in grado di accumulare i composti di fosforo, sono risultati promettenti dal punto di vista dei rendimenti di rimozione (80-85%), ma costosi per quanto riguarda la rimozione delle alghe stesse dal bioreattore. Per ridurre i costi di estrazione si è pensato di incapsulare le alghe entro sferette di resine biologiche (alginati), derivanti dalle alghe stesse. Le sferette essendo più pesanti dell’acqua tendono a sedimentare. Quindi per questo utilizzo è necessario utilizzare un reattore a letto fluido. Le sferette di alghe ricche di fosforo potrebbero trovare impiego diretto come fertilizzanti. In alternativa essere inviate al processo di digestione anaerobica. La parte gassificabile sarebbe convertibile in energia, il residuo solido (digestato), arricchito in fosforo potrebbe essere utilizzato come materia prima di recupero o fertilizzante.

Fitodepurazione reattiva combinata.

In questo caso il trattamento del fosforo avviene in un impianto di fitodepurazione a canneto. L’ambiente acquatico viene arricchito in ioni calcio utilizzando scorie di acciaieria . Normalmente questo sottoprodotto possiede concentrazioni in calcio dell’ordine dei 130-150 g/Kg. Il calcio fa precipitare il fosforo sotto forma di fosfato, e può venire aspirato dal bacino di fitodepurazione e successivamente filtrato. Il processo è in fase di sperimentazione in Inghilterra da parte della società pubblica Severn Trent Water, che gestisce il ciclo idrico nella zona di Nottingham e Derby.

Sono da valutare in questo caso le possibili destinazioni d’uso del fosfato di calcio ottenuto. In particolare verificando la contaminazione da metalli, prima di deciderne la destinazione finale. E ovviamente anche la sostenibilità economica.

Recupero per via elettrochimica.

Una delle tecniche usate per il recupero del fosforo è quella di precipitarlo sotto forma di struvite, cioè fosfato di magnesio e ammonio esaidrato (NH4)MgPO4·6(H2O). Per ottenere la struvite è necessario aggiungere sali di magnesio e soda, per regolare il pH. Il processo tedesco ePhos ® (Electrochemical Process for Phosphorus Recovery), sviluppato dal Fraunhofer Institute for Interfacial Engineering and Biotechnology di Stoccarda riesce può essere utilizzato per rimuovere fosforo dalle acque reflue.

Il processo si basa sull’utilizzo di una cella elettrolitica con un anodo in magnesio. L’azione alcalinizzante è sviluppata dall’ossidazione al catodo dell’acqua, con produzione di idrogeno gassoso e ioni OH(ione idrossile).

Non vi è quindi la necessità di utilizzare prodotti chimici, ottenendo un prodotto di alta purezza.

La struvite ottenuta con questo processo può quindi essere utilizzata direttamente come fertilizzante a lento rilascio. Il prodotto riesce ad essere assimilato meglio dalle piante rispetto ai normali fertilizzanti commerciali, quali il nitrato d’ammonio o il perfosfato (conosciuto comunemente con il nome di superfosfato). La resa di abbattimento del fosforo dai reflui utilizzando questa tecnica processo, si attesta su valori pari all’85%,con un consumo energetico pari a 0,78 kWh/mc.

L’avvertimento arriva da lontano

In evidenza

Mauro Icardi

In questi giorni sto nuovamente riflettendo sulla situazione del ciclo idrico. Rifletto sull’acqua. Condizione non nuova, ma che si lega alle notizie che ci mostrano la fine di una stagione invernale che non ha decisamente più senso definire anomala. Gli inverni, perlomeno nel nordovest in Italia sono più caldi, ma quel che è peggio anche avari di precipitazioni. E questa situazione si ripercuote ovviamente nei problemi ordinari di gestione, sia dal punto di vista della fornitura di acqua destinata ad uso potabile, che per il raggiungimento di limiti maggiormente restrittivi per gli impianti di depurazione.

Prima di proseguire nella mia riflessione, vorrei però ricordare una pubblicità progresso risalente al 1976 che venne pubblicata su quotidiani e periodici in quell’anno.

Credo che questa immagine sia decisamente interessante. Segnala un problema che in quegli anni forse non preoccupava la maggior parte delle persone. Forse i problemi percepiti erano ben altri. Inflazione, terrorismo, disoccupazione. Ma gli anni 70 sono anche quelli in cui il problema ambientale emerge prepotentemente. E il settore idrico non fa eccezione. Come già altre volte ho ricordato, nel 1976 viene promulgata la legge 319/76, ma meglio ricordata come “Legge Merli”. L’Italia compie il primo importante passo per una migliore gestione delle risorse idriche. Ma più specificatamente inizia a dotarsi di una serie di impianti per il trattamento delle proprie acque di rifiuto. Il cammino iniziato 43 anni orsono, non è ancora completato. Si sono fatti molti passi avanti, ma ancora pendono procedure di infrazione per mancata o incompleta depurazione degli scarichi fognari.

La situazione è sinteticamente descritta in questo articolo.

http://www.gruppohera.it/gruppo/com_media/dossier_depurazione/articoli/pagina22.html

Quello che invece mi interessa come tecnico del settore è fare presente come, nelle zone d’Italia più soggette a lunghi periodi di siccità, e scarso innevamento invernale, si stia sempre più verificando un fenomeno che deve essere monitorato. I fenomeni di siccità ravvicinati e frequenti provocano sempre più spesso periodi di asciutta dei corsi d’acqua minori, e forti riduzioni della portata dei fiumi principali, per esempio Ticino e Po.

Questa foto si riferisce alla secca del fiume Lambro nell’Agosto del 2015, e credo che valga molto più di ogni parola. La filosofia progettuale degli impianti di depurazione ha sempre cercato un ragionevole equilibrio tra costi di realizzazione e qualità delle acque in uscita. Queste ultime venivano recapitate in corpi idrici dove avveniva l’ultima parte del processo depurativo. I flussi di portata erano valutati, ma non si ipotizzavano situazioni di asciutta perlomeno per i grandi fiumi. Fino all’inizio del nuovo millennio, dove i sistemi di canalizzazione e trattamento dei reflui erano efficienti e correttamente gestiti, si sono visti notevoli miglioramenti. Si erano faticosamente riequilibrate la condizioni favorevoli per gli ecosistemi fluviali, e per il mantenimento della biodiversità degli stessi. Ora queste situazioni rischiano di essere nuovamente compromesse. E quindi credo sia giunto il momento di capire che l’acqua è ormai già più preziosa della benzina. E non dal punto di vista meramente economico, ma dal punto di vista del suo essere indispensabile per la nostra stessa vita. E quindi lancio un ulteriore appello. Accorato e profondamente sentito. Difendiamo e tuteliamo la risorsa acqua. Ma per fare questo dobbiamo creare sinergie. Università, enti di ricerca, enti di controllo e gestori. E cittadini, non ultimi. Che però non solo debbono essere correttamente informati, ma devono pensare a modificare stili di vita, e abitudini consolidate. Prima che i fiumi muoiano. E prima di dover fare la fila davanti all’autobotte parcheggiata davanti a casa per avere acqua. L’acqua è un diritto universale. Ma è un diritto a cui si arriva con l’impegno. Con le corrette scelte di gestione del territorio e del patrimonio idrico. L’acqua è certamente un diritto universale, ma non garantito. Ricordiamolo ogni volta che apriamo il rubinetto di casa, o pigiamo il pulsante dello scarico del nostro wc.

Per fare qualche riflessione.

http://www.nimbus.it/clima/2019/190301InvernoItalia.htm

https://www.mbnews.it/2016/02/emergenza-siccita-nel-molgora-ce-solo-lacqua-scaricata-dai-depuratori/

https://lecconotizie.com/cronaca/lecco-cronaca/laghi-in-secca-i-geologi-serve-una-gestione-idrica-diversa/

Riflessioni e spunti da “accadueo”

Mauro Icardi

Lo scorso 18 Ottobre, dopo qualche anno di mancata frequentazione di fiere di settore, son voluto andare a Bologna per la manifestazione “accadueo”. Devo dire di avere fatto una scelta azzeccata. Ho potuto verificare di persona quelle che sono le nuove tendenze per la gestione in particolare delle reti idriche, e le nuove tecnologie disponibili a questo scopo. La parte più interessante è stata però il corso di formazione, seguito nel pomeriggio, e dedicato all’ottimizzazione funzionale ed energetica degli impianti di depurazione. Il depuratore del futuro è destinato a diventare qualcosa di profondamente diverso da come lo abbiamo conosciuto fino ad oggi.

Tendenzialmente deve diminuire il consumo unitario di energia per m3 di acqua trattata. Questo risultato però è ottenibile solo con un’operazione accurata e precisa di verifica delle funzionalità reali delle varie sezioni di impianto. Successivamente si possono programmare interventi mirati per il miglioramento del rendimento delle varie sezioni di trattamento. Occorre quindi conoscere con molta precisione il funzionamento reale dell’impianto. Tutto questo non può prescindere dal creare delle sinergie reali e positive, tra i gestori degli impianti di depurazione, che sono quelli che ne hanno la conoscenza gestionale e pratica, gli enti di ricerca, le università. Un modello di questo tipo è ormai usuale nei paesi del nord Europa, quali Danimarca e soprattutto Olanda. E non è casuale che proprio l’Olanda adottando una politica idrica di questo genere stia producendo ed esportando brevetti di nuove applicazioni dedicate alla gestione del ciclo idrico. Questa è un idea che sostengo da molto tempo, e di cui ho spesso scritto sulle pagine di questo blog. Per esperienza personale so purtroppo che in Italia la gestione e la realizzazione concreta di progetti innovativi, o di gestioni diverse del ciclo idrico incontrano molte resistenze, della natura più varia. I progetti di tesi di laurea sostenuti dagli studenti dell’Università di Varese che ho seguito come tutor, e che si occupavano della codigestione di matrici biodegradabili da trattare insieme al fango prodotto dagli impianti di depurazione municipali, hanno purtroppo subito uno stop, e non si è riusciti a trasformarli in progetti di ricerca. La sperimentazione sia pure molto positiva in scala di prova di laboratorio, si sarebbe dovuta proseguire a livello di prova su impianto pilota. Questo personalmente mi è dispiaciuto molto, visto che la codigestione sarebbe uno dei modi con i quali si può ridurre il consumo energetico dei depuratori, nonché migliorare la stabilizzazione della materia organica dei fanghi prodotti.

Purtroppo, come per esempio la vicenda della gestione dei fanghi di depurazione sta dimostrando, intorno a queste questioni si sta facendo troppa inutile confusione. Basta fare una normale ricerca in rete, per potersene rendere conto. Non esistono solo comitati che giustamente pretendono attenzione e chiarezza sulla gestione e disciplina dell’utilizzo dei fanghi di depurazione, ma anche decine di comitati contro la digestione anaerobica, cosa che invece lascia qualche perplessità in più. Inutile ribadire quanto è già stato detto qui su questo blog. La digestione anaerobica è una delle tecniche per il trattamento dei fanghi. E’ cosa diversa dalla digestione anaerobica degli effluenti zootecnici su cui molte persone storcono il naso. Per altro la codigestione di reflui e fanghi è normalmente praticata nei soliti paesi nord europei, ed era stata anche suggerita dall’Agenzia Europea di protezione ambientale nel 2011.

http://www.eea.europa.eu/highlights/big-potential-of-cutting-greenhouse?&utm_campaign=big-potential-of-cutting-greenhouse&utm_medium=email&utm_source=EEASubscriptions

Utilizzandola in combinazione con una gestione oculata della fase di ossidazione biologica può contribuire a diminuire il consumo energetico per m3 di acqua trattata da valori di 1kWh fino a circa 0,2.

La gestione corretta della fase di ossidazione biologica può consentire risparmi ulteriori. Una manutenzione efficiente e continuativa dei sistemi di diffusione di aria nelle vasche di ossidazione, consente risparmi che in un periodo di tre anni possono arrivare a 180.000 euro. Di energia non sprecata inutilmente nel comparto di ossidazione, che da solo è responsabile del 60% circa dei consumi energetici di un impianto di depurazione.

Se i piattelli si intasano e producono bolle d’aria troppo grandi l’efficacia di areazione diminuisce drasticamente. L’importanza di un sistema di aerazione che risparmi energia negli impianti di trattamento dei liquami si è rivelata molto presto. Le riduzioni di consumi energetici si devono trasformare in costi inferiori per il trattamento dell’acqua e la fornitura di acqua al cittadino.

La questione fanghi è aleggiata come un fantasma nella giornata trascorsa a Bologna. Qui ne abbiamo scritto, e abbiamo cercato di spiegarla. Da queste pagine mi sento di lanciare un invito ad un ulteriore sinergia. Quella con i medici ambientali, che si stanno occupando della questione dal punto di vista dei possibili impatti sulla salute.

http://www.gonews.it/2017/01/21/parere-medico-sullo-spandimento-dei-fanghi-depurazione-agricoltura/

Molte delle richieste che questi medici fanno sono condivisibili. Si rifanno ad un giusto principio di precauzione. Ma credo che anch’essi dovrebbero conoscere quello che sarebbe l’effetto di un eventuale blocco degli smaltimenti del fango, sulle condizioni di funzionamento (e di lavoro degli addetti). Se tutta la vicenda dei fanghi avrà come conclusione l’avvio di sinergie, il superamento delle decretazioni d’urgenza, e l’avvio di una sorta di “new deal” idrico, sarà certamente una cosa molto positiva.

Purtroppo però, devo constatare almeno alcune cose. Tanta demagogia, in un paese che è arrivato al 95% di partecipazione al referendum per l’acqua pubblica, ma continua a bere in maniera consistente quella in bottiglia (magari “griffata” da una bella fanciulla…) Poi un’altra situazione incresciosa. Quella in cui sono incappato infilandomi in una discussione che avrei dovuto evitare, visto che i social non sono il luogo migliore per approfondimenti tematici o tecnici. Molte persone hanno la radicata convinzione che gli addetti del ciclo idrico siano al servizio delle aziende e non dei cittadini. Con dubbi sulla corretta esecuzione delle analisi e dei risultati delle stesse. Bene, da queste pagine vorrei smentire questa vulgata. Io e molti altri colleghi siamo vincolati non solo dalla deontologia professionale, se iscritti ai rispettivi ordini professionali, ma anche dalla propria deontologia personale. Questa osservazione mi deve essere consentita. Sono piuttosto avvilito e stanco di vedere non solo pressapochismo e superficialità nel trattare questi temi, ma anche di vedere trasmissioni televisive dove spesso il tema è approfondito male, o trattato altrettanto superficialmente con l’arma di un’ironia che può fare più male che bene. L’acqua pubblica non significa acqua gratis. Significa averne la comprensione, l’educazione a gestirla, la doverosa rendicontazione di spese e investimenti. La corretta e puntuale pubblicazione di dati e analisi sui siti istituzionali e delle stesse aziende di gestione. A disposizione dei cittadini che sono i soggetti a cui questo servizio si rivolge. Che però dovrebbero fare almeno un minimo sforzo di comprensione e di approfondimento. Quella educazione idrica di cui ho parlato su queste pagine. Non è immediato per chi non è del settore capire per esempio che non ci sono solo inquinanti emergenti provenienti da lavorazioni industriali, ma anche residui di inquinanti legati ai nostri personali stili di vita (residui di farmaci, droghe d’abuso e cosmetici ne sono un chiaro esempio). La divulgazione è necessaria, ma deve anche essere accolta senza preclusioni o remore dalle persone a cui si rivolge. Perché se vince il pensiero magico o la preclusione ostinata non si ottiene nessun risultato.

Depuratori del futuro: trattamenti a membrana, nanotecnologie e grafene.

Mauro Icardi

Le tecnologie a membrana per i trattamenti di depurazione e potabilizzazione delle acque, sono note e in fase di sviluppo ed applicazione. Ma lo sviluppo tecnologico nel settore è in costante crescita e può trovare un giusto abbinamento con le energie rinnovabili, per ottenere sia una qualità dell’acqua migliore, che la riduzione di consumi energetici ed emissioni.

Il grafene è un materiale che si presta molto bene ad ottenere membrane che siano meno soggette a problemi di intasamento e di incrostazione da accumulo e deposito di organismi viventi, animali e vegetali (bioincrostazione o biofouling).

Due società australiane hanno iniziato un progetto pilota di produzione di membrane in ossido di grafene, in collaborazione con la Monash University di Melbourne.

Secondo i ricercatori impegnati in questo progetto le prospettive dell’utilizzo di questo materiale sono estremamente incoraggianti e si prevede che possano ridurre in maniera significativa i consumi energetici per il processo di filtrazione delle acque.

Altre membrane di nuova progettazione e concezione sono le cosiddette membrane “biomimetiche”.

Il loro funzionamento si ispira al meccanismo con il quale le radici delle piante di mangrovia riescono a utilizzare l’acqua salmastra delle lagune costiere, o dei litorali delle coste marine tropicali. All’interno delle radici ci sono membrane che funzionano grazie a speciali proteine (le acquaporine che sono presenti anche nei reni). Funzionano esattamente come le membrane di osmosi inversa, quindi filtrano l’acqua trattenendo all’esterno i sali. Ma per la loro speciale struttura non richiedono però l’applicazione di alte pressioni di esercizio, e anche in questo caso si ottiene un notevole risparmio energetico ed un maggior vita operativa delle cartucce di filtrazione.

La società danese “Acquaporin” ha già messo in commercio cartucce di filtrazione per uso domestico basate su questo principio. Per il futuro pensa ad una applicazione su scala industriale per la dissalazione a costi concorrenziali delle acque marine, da destinare poi all’utilizzo potabile o industriale.

Altra tecnologia applicata alle membrane, in questo caso destinate alla depurazione delle acque reflue, è quella di costruire membrane costituite da migliaia di tubicini in polimetilsilossano (una resina permeabile appartenente alla categoria dei siliconi). In questo modo si ottiene una maggiore efficienza di diffusione dell’aria alla popolazione batterica che dovrà operare le reazioni di biodegradazione.

In particolare membrane di questo genere riescono ad ottenere un’efficienza di trasferimento di aria pari al 50 – 60%, rispetto al 35% dei diffusori a microbolle presenti negli impianti di depurazione tradizionali.

Se si opera con ossigeno puro l’efficienza può arrivare anche al 100%. Con l’adozione di questo tipo di membrane l’energia necessaria per la depurazione di 1 mc di acqua passa da 0.5-0.6 a 0.2 kWh.

I tempi di trattamento sono ridotti del 40%, e la produzione di fanghi di circa 1/3. La produzione di biofilm risulta limitata dalla maggiore efficacia nella diffusione dell’aria o dell’ossigeno, che produce effetti di cavitazione idrodinamica sui fiocchi di fango biologico, e che riduce quindi la deposizione sulle membrane.

La depurazione, e più in generale il trattamento delle acque sta vivendo un momento di rinnovamento e di implementazione di tecnologie che aiutano nella gestione del bene acqua. E questo è un segnale incoraggiante. Ora l’auspicio è che queste tecniche trovino una diffusione generalizzata sia negli impianti di più antica progettazione e realizzazione, che in quelli di nuova costruzione.

Smaltimento dei fanghi di depurazione. Qualche considerazione conclusiva.

Mauro Icardi

(il precedente articolo di questa serie è qui)

Ritorno sulla vicenda dello smaltimento agricolo dei fanghi di depurazione. Nella letteratura specialistica del settore depurativo, questa tecnica è molto spesso vista come un buon compromesso tra la necessità di trovare una destinazione finale per i fanghi prodotti dai depuratori, e la necessità di compensare la perdita di sostanza organica e fertilità nei terreni agricoli, spesso troppo sfruttati.

La sostanza organica dei fanghi di depurazione contiene una percentuale di sostanza organica molto simile a quella del terreno. Normalmente i fanghi hanno una percentuale di circa il 40% in glucidi. Questa frazione è quella immediatamente disponibile per i microrganismi del terreno, rappresentando la fonte energetica ed alimentare per essi. E’ piuttosto elevato anche il contenuto di sostanze a struttura ligninica, che possono favorire la formazione di humus. Queste sono condizioni che di solito caratterizzano ( o per meglio dire caratterizzavano) i fanghi provenienti da impianti di depurazione con una preponderante componente di acque residue urbane, rispetto a quelle industriali. Col passare degli anni però, la distinzione netta tra uno scarico definito “civile” rispetto ad uno industriale è risultata meno evidente e più sfumata. Questo per una serie di ragioni legate alla diffusione di inquinanti emergenti, che provengono non solo dagli insediamenti industriali, ma anche dalle mutate condizioni dei costumi della popolazione. Il contenuto elevato di metaboliti di farmaci e droghe d’abuso riscontrato nei depuratori consortili ne è un esempio piuttosto evidente.

E giova ricordare che questa situazione è responsabile non solo dell’accumularsi di tali metaboliti nei fanghi di depurazione, ma anche dell’instaurarsi di fenomeni di antibiotico resistenza che sono stati recentemente studiati.

In Italia l’ente nazionale risi ha pubblicato uno studio relativo all’utilizzo dei fanghi di depurazione in    agricoltura che mostrava risultati piuttosto incoraggianti, relativi al periodo 2006-2012.

http://www.enterisi.it/upload/enterisi/pubblicazioni/Miniottietal.4feb2015comp_16405_122.pdf

In effetti un fango di buona qualità può svolgere una serie di azioni positive: fornire dopo la sua mineralizzazione elementi di fertilità, mobilizzare elementi nutritivi già presenti nel terreno, offrire microambienti favorevoli per lo sviluppo dei semi e delle radici.

La vicenda del sequestro di impianti di trattamento dei fanghi di depurazione per uso agricolo ha però modificato profondamente l’accettazione sociale di queste pratiche da parte della pubblica opinione.

Questo per un serie di motivi, alcuni comprensibili, altri meno. Per esempio molti servizi su questa vicenda, sia televisivi che giornalistici avevano un tono sensazionalistico che non giova ad una corretta comprensione del problema. Non ho la pretesa che un giornalista conosca perfettamente la materia, ma che utilizzi quantomeno un atteggiamento più equilibrato.

La normativa nazionale e quelle regionali forniscono precise indicazioni di comportamento per l’utilizzo di queste biomasse di risulta. Per esempio disciplinano la caratterizzazione analitica preventiva. I fanghi destinati all’impiego in agricoltura devono essere caratterizzati preventivamente in modo dettagliato. Tale obbligo spetta al produttore del fango e deve svolgersi per un periodo di almeno sei mesi, con frequenza di campionamento e numero di campioni variabile in ragione della potenzialità dell’impianto espressa in abitanti equivalenti (AE).

Viene definito il grado di stabilizzazione dei fanghi per consentirne l’utilizzo agronomico. Gli indicatori previsti sono: la percentuale di riduzione dei solidi sospesi volatili (SSV),che deve essere compresa nell’intervallo 35-45% o l’età del fango, che deve essere superiore a 30 giorni.

Tutto questo però non basterà probabilmente a rendere questa pratica accettabile, per diverse ragioni, non ultima una sindrome nimby ormai piuttosto diffusa. L’effetto di questa sentenza del Tar della Lombardia è un’incognita attualmente per questo tipo di destinazione d’uso.

Credo che per uscire da questo impiccio sia necessario uno sforzo piuttosto importante e coordinato, a vari livelli. Lo sforzo di razionalizzazione e ammodernamento della gestione del ciclo idrico, il potenziamento degli istituti di ricerca nello stesso settore, e lo sblocco di finanziamenti per mettere in opera l’ammodernamento degli impianti più obsoleti.

Compatibilmente con l’equilibrio economico-finanziario occorre potenziare la dotazione strumentale dei laboratori dei gestori del ciclo idrico. Oltre a questo concentrare ulteriormente l’attenzione sulla gestione del trattamento dei fanghi, già a livello della fase depurativa. Ed essere molto attenti e rigorosi nella gestione di questa sezione. Questa è una mia propensione personale, dedico molto tempo e molto impegno a questo. E’ il punto critico, ma allo stesso tempo quello che più può dare soddisfazioni a livello personale e professionale. Oltre ad essere quello più importante e complesso, ma ricco di sfide tecniche e analitiche da affrontare. Solo in questo modo i depuratori diventeranno le cosiddette “bioraffinerie”.

Gli obiettivi che l’istituto superiore di ricerca sulle acque elenca per il settore trattamento rifiuti e residui di depurazione, devono diventare anche quelli dei gestori:

  • Incrementare il trattamento anaerobico di biomasse, reflui e fanghi tramite la messa a punto e lo sviluppo di tecnologie innovative per massimizzare il recupero di biometano e/o bioidrogeno e di nutrienti
  • Valorizzare sia la componente lipidica (dove significativamente presente) che la componente ligno-cellulosica di biomasse e rifiuti tramite l’ottimizzazione di trattamenti chimici per la produzione di prodotti ad elevato valore aggiunto, con potenziale applicativo in molti settori
  • Sviluppare modelli di simulazione per la valutazione dei potenziali recuperi in termini di energia e/o risorse dal trattamento di fanghi, reflui e rifiuti
  • Minimizzare il rischio per la salute umana in processi di riuso delle acque reflue trattate attraverso un’attenta valutazione del destino dell’antibiotico resistenza e della carica patogena.

Oltre a questo è necessaria la solita opera di informazione capillare. Nel settore idrico è più complesso coinvolgere l’utente in un impegno simile a quello della raccolta differenziata dei rifiuti, magari invitandolo non solo a risparmiare l’acqua, ma anche a contaminarla di meno, ad utilizzare detergenti e materiali di pulizia con oculatezza. Perché si possono produrre rifiuti tossici anche in ambito domestico, anche se probabilmente molti non lo sanno. Le informazioni elementari sul trattamento delle acque, ma in generale l’educazione ambientale deve essere insegnata già ai ragazzi degli ultimi anni delle scuole elementari.

In futuro serviranno cittadini consapevoli, non cittadini impauriti, o ostinati e con poca conoscenza dell’impatto sull’ambiente delle loro scelte personali. Anche di quello che poi si concentra nei fanghi che nessuno vuole, e di cui nemmeno vuol sentir parlare. La politica dovrebbe avere tutti questi temi come prioritari nella propria azione.

Nel 1976, con la promulgazione della legge 319/76, la legge Merli, si aprì un importante capitolo della storia della legislazione ambientale italiana. Oggi serve una nuova normativa per la gestione dei fanghi, possibilmente condivisa tra addetti, ricercatori e fruitori del servizio idrico, se si vuole ipotizzare di continuare ad utilizzare fanghi destinandoli ad uso agronomico in futuro. E allo stesso modo occorrono controlli molto rigorosi sul loro utilizzo. Perché l’ambiente, la chiusura del ciclo delle acque non sia sempre risolta a colpi di sentenze. Non è questa la via da praticare, e che porta risultati concreti. Come si può vedere i controlli si effettuano, gli operatori disonesti vengono perseguiti. Ma poi occorre lavorare seriamente per trovare le soluzioni ai diversi problemi emergenti nel settore depurativo.

Una gestione corretta e rigorosa, una normativa chiara e non controversa, investimenti mirati ed oculati. Tutto questo non può che avere riscontri positivi, sia ambientali, che occupazionali, in un futuro che però dovrebbe essere prossimo, e non lontano nel tempo.

Per dare un’idea di cosa sta accadendo dopo la sentenza lombarda pubblico una breve rassegna stampa.

https://www.toscanamedianews.it/firenze-guerra-dei-fanghi-quattro-discariche-tar-lombardia-ordinanza.htm

http://www.arezzonotizie.it/attualita/smaltimento-fanghi-da-depurazione-civile-1-800-tonnellate-in-arrivo-a-podere-rota/

E’ non fa male ricordare sempre che ““Nulla si distrugge, tutto si trasforma!Antoine-Laurent de Lavoisier

Aggiornamento: come era ampiamente prevedibile, pena il blocco o la messa in grave difficoltà del sistema depurativo, la conferenza Stato Regioni riunita in seduta straordinaria ha trovato l’accordo su un limite di 1000 mg/Kg per il parametro idrocarburi totali, contro il precedente di 10.000 mg/Kg che la delibera della giunta regionale lombarda del Settembre 2017 aveva invece previsto.

http://laprovinciapavese.gelocal.it/pavia/cronaca/2018/08/02/news/intesa-sui-fanghi-e-adesso-il-decreto-limiti-piu-severi-sugli-idrocarburi-1.17117716

Tutto questo tira e molla nasce come sempre da vuoti normativi, difficoltà di interpretazioni legislative, spesso incoerenti o complicate. Non so se questa soluzione soddisferà i comuni pavesi che erano ricorsi al Tar e l’opinione pubblica. Temo che questo sia solo un’altra puntata di una presumibile lunga telenovela.

Nel frattempo la regione Lombardia prepara il ricorso al Consiglio di Stato contro la sentenza per rivendicare la legittimità a deliberare in campo ambientale.

Aspettando che il decreto legislativo diventi operativo la situazione è ovviamente ancora critica.

http://laprovinciapavese.gelocal.it/pavia/cronaca/2018/08/02/news/miasmi-depuratori-al-limite-resisteremo-venti-giorni-1.17117722

Non dovrebbe essere più il tempo dei litigi. Il ciclo idrico deve essere profondamente riformato, e bisogna passare a fatti concreti. Acque reflue e fanghi non possono essere visti come un problema emergenziale, ma necessitano, lo ripeto di investimenti, di opere di ammodernamento. L’Arera (autorità di regolazione per energia, reti e ambiente) ha varato il ‘metodo tariffario’, che consente di calcolare gli effetti economici delle scelte industriali. La multa dell’UE all’Italia, da 25 milioni di euro forfettari, più di 164 mila euro al giorno per ogni semestre di ritardo fino all’adeguamento – riguarda la mancata messa a norma di reti fognarie e sistemi di trattamento delle acque reflue in alcune aree del nostro Paese.

L’adeguamento deve essere una priorità. Senza ulteriori incertezze e tentennamenti. Si è perso già troppo tempo.

La depurazione delle acque reflue e il problema dell’antibiotico resistenza

Mauro Icardi

Gli impianti di depurazione tradizionali a fanghi attivi sono stati sviluppati negli anni che vanno dalla fine dell’ottocento, fino ai primi anni del novecento. L’invenzione del processo a fanghi attivi è collegato con gli sforzi degli ingegneri inglesi e americani per migliorare la depurazione biologica che fino a quel momento avveniva tramite sistemi a biomassa adesa (filtri percolatori).

Partendo dalla necessità iniziale di diminuire i problemi di odori nelle reti fognarie Arden & Locket notarono che ricircolando il fango formatosi durante il periodo di aerazione dei liquami ,si migliorava l’efficienza di trattamento e di intensità del processo depurativo. Questo sistema tradizionale adesso mostra qualche limite, relativamente alla diffusione di inquinanti emergenti di difficile o, in qualche caso, impossibile degradazione per via biologica. L’altro limite del sistema a fanghi attivi tradizionale è quello legato alla produzione di fanghi, e al loro corretto smaltimento o riutilizzo.

Posto che i fanghi sono il prodotto inevitabile di questa tecnica depurativa in essi si concentrano gli inquinanti rimossi dal liquame depurato, ma anche parte dei nuovi inquinanti.

Studi recenti hanno dimostrato che negli impianti di depurazione, ma anche nei fanghi prodotti dal trattamento possono avvenire processi nei quali aumenta la resistenza antibiotica. Il meccanismo è quello del trasferimento di geni tra batteri non patogeni e batteri patogeni.

La resistenza agli antibiotici da parte dei microrganismi può diventare uno dei principali problemi di salute pubblica. Si stima un aumento di decessi legati a problemi di resistenza antibiotica che potrebbe arrivare a causare 10 milioni di decessi causati da infezioni che i normali antibiotici in commercio non sarebbero più in grado di debellare. Quanto maggiore è il numero di antibiotici utilizzati, tanto più veloce sarà la diffusione della resistenza agli stessi. Quindi ottimizzare l’utilizzo degli antibiotici in ambito agricolo e clinico è il primo passo da compiere.

Contestualmente all’estensione di sistemi di trattamento adeguati delle acque reflue nei paesi che ne sono ancora privi.

Laddove invece i depuratori siano presenti è necessario implementare il trattamento terziario di ultima generazione (sistemi MBR o filtri in nanotubi di carbonio)

Per quanto attiene al trattamento dei fanghi prodotti negli impianti di depurazione occorre implementare sistemi efficienti di trattamento, che igienizzino i fanghi, e ne riducano il potenziale patogeno.

Il trattamento di digestione anaerobica può essere già parzialmente efficace nel ridurre il fenomeno dell’antibiotico resistenza. Per migliorare ulteriormente l’efficacia sarebbe opportuno intervenire sulla gestione di processo dei digestori.

I digestori anaerobici che normalmente lavorano in un range di temperatura favorevole al metabolismo dei batteri mesofili (valori ottimali di temperatura di esercizio 30-35°C), dovrebbero passare al trattamento termofilo (valori ottimali 55-60° C) . Questo favorirebbe una maggior igienizzazione del fango.

Il processo termofilo se associato alla codigestione di matrici organiche esterne, quali frazione umida di rifiuti organici (FORSU) avrebbe anche benefici consistenti nella maggior produzione di biogas . Un circolo virtuoso che in alcuni paesi europei quali Francia e Norvegia è già stato diffusamente sviluppato.

Ma il fenomeno della resistenza antibiotica si verifica anche sui fanghi che sono stati sottoposti al trattamento di disidratazione. Un recente studio pubblicato su “Environmental Science Water & research technology” lo scorso Aprile ha confermato questa ipotesi. Ed ha proposto di estendere al trattamento di disidratazione, ed eventuale essicamento dei fanghi, quello termochimico di pirolisi.

Per verificarne l’efficacia si sono utilizzati come indicatori sia il gene rRNA16s, sia gli integroni di classe 1.

I secondi sono già normalmente utilizzati come indicatori di contaminazione e stress ambientale dovute alla diffusione dell’antibiotico resistenza nell’ambiente.

Le prove di pirolisi eseguite in laboratorio su fanghi provenienti da depuratori municipali hanno rivelato che per esempio il gene del rRNA 16S è stato significativamente ridotto operando con temperature di pirolisi tra i 300 e i 700°C.

Lo studio suggerisce quindi di utilizzare il trattamento di pirolisi come tecnica per ridurre l’antibiotico resistenza nei fanghi da destinare a smaltimento finale, o a utilizzo agricolo. I prodotti ottenuti dal trattamento pirolitico, cioè syngas e biochair, sarebbero riutilizzabili. Il primo come combustibile, il secondo come concime o ammendante per terreni. Il trattamento di pirolisi ridurrebbe nel biochair prodotto in primo luogo la contaminazione da antibiotico resistenza, ma anche la presenza di altri inquinanti indesiderati, quali il PCB e le diossine tra gli altri. Mantenendo solo gli elementi essenziali quali azoto e fosforo. Un modo per contrastare anche lo sbilanciamento dei cicli biogeochimici di questi due elementi.

Come si può vedere dalle premesse, il settore del trattamento delle acque reflue si trova davanti ad alcune sfide primarie. La prima fra tutte è quella di una profonda evoluzione delle tecniche da applicare per trattamenti spinti di depurazione delle acque reflue, che sempre più si caricano di inquinanti emergenti. Ma anche di riutilizzo e corretta gestione dei fanghi prodotti dai trattamenti tradizionali, così da renderli riutilizzabili ed ecocompatibili. La diffusione generalizzata ed ubiquitaria di nuovi inquinanti non può più essere sottovalutata. E il problema dell’antibiotico resistenza è una emergenza in qualche modo sottovalutata. Occorre pensare in termini di lungo periodo. E destinare risorse economiche ed umane a questa rivoluzione del settore. Una rivoluzione tecnica che si collegherebbe idealmente con quella del secolo scorso, che diede il via allo sviluppo e alla maturità tecnica della depurazione delle acque reflue. E a cui, almeno noi abitanti dei paesi occidentali dobbiamo anche una buona parte del nostro benessere e della nostra salute.

Link di approfondimento.

http://pubs.rsc.org/en/content/articlelanding/2018/ew/c8ew00141c#!divAbstract

https://www.laboratoriol2a.it/inquinamento-da-antibiotici/

http://verbanonews.it/index.php/categorie/primo-piano/8580-antibiotici-e-metalli-pesanti-nelle-acque-reflue-lo-studio-del-cnr-di-pallanza-pubblicato-da-una-prestigiosa-rivista-scientifica