Recensione. “Chimica al femminile” di Rinaldo Cervellati

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Margherita Venturi

Recensione. Chimica al femminile, Rinaldo Cervellati, ed. Aracne, 2019 p.308 euro 21 (il solo pdf euro 12)

Conosco Rinaldo Cervellati praticamente da sempre e, praticamente da sempre, apprezzo il suo rigore nella ricerca scientifica e la sua sensibilità nei rapporti umani. Ebbene questo è il Rinaldo autore di “Chimica al femminile”: appare evidente il suo rigore nella ricerca delle fonti, dei dati riportati e del contesto storico e traspare ovunque il suo coinvolgimento emotivo quando descrive la vita delle scienziate. Non sembra quasi un libro scritto da un uomo e questo, detto da una donna, è un gran complimento.

Il mondo della scienza, e in particolare della chimica, è un mondo popolato fondamentalmente da uomini, o meglio è così che deve apparire, vuoi per retaggi storici, vuoi per pregiudizi che stentano a morire.

Ai miei studenti universitari, maschi e femmine più o meno in numero uguale e frequentanti una laurea magistrale in chimica, da alcuni anni racconto la seguente storiella. Un bambino è in macchina con il padre; avviene un tremendo incidente e il padre muore, mentre il bambino, in condizioni disperate, viene portato all’ospedale; deve essere operato d’urgenza, ma il chirurgo di turno, dopo aver guardato il bambino, con angoscia dice: non lo posso operare, è mio figlio! Alla fine della storia domando: come è possibile? Ricevo le risposte più fantasiose, maliziose e stravaganti (il padre non è morto; l’uomo morto non è il vero padre del bambino) e ben difficilmente la risposta più banale: il chirurgo è la madre del bambino. Il motivo deriva dal fatto che lo stereotipo è quello di un chirurgo necessariamente uomo e anche le donne ne sono convinte, come dimostra l’eterogeneità del mio pubblico di studenti, fra l’altro già grandi e con una buona preparazione scientifica alle spalle.

Un altro esempio eclatante, sempre riferito alla mia esperienza personale, riguarda la Tavola Periodica parlando della quale spesso chiedo: chi ha contribuito a popolarla? Chi ha scoperto gli elementi ordinati in questo documento? Ci sono donne scienziate che hanno lavorato in quest’ambito? Oltre al nome di Marie Curie, a cui a volte si aggiunge quello di Marguerite Perey, non viene fuori null’altro. E non potrebbe essere diversamente, perché le tante donne che hanno contribuito a far crescere la Tavola Periodica non sono state riconosciute, o peggio sono state volutamente dimenticate.

Il libro di Rinaldo è un omaggio proprio alle scienziate dimenticate e a quelle che hanno subito gravi torti. Sono in totale 41 storie, una più bella e triste dell’altra, anche se in ciascuna emergono la determinazione e la forza di volontà che caratterizzano il sesso femminile (immeritatamente chiamato sesso debole, ma forse questa è un’invenzione degli uomini). Nonostante avessi già avuto modo di leggere alcune delle monografie che ritroviamo nel libro, proprio in questo blog nella serie “Scienziate che avrebbero dovuto vincere il premio Nobel”, a cura di Rinaldo, il piacere della lettura è rimasto intatto e il coinvolgimento è stato sempre molto forte.

Come dicevo, si tratta di una carrellata di “eroine” della chimica e ogni storia ha suscitato in me sentimenti diversi.

Per esempio, ammirazione e tenerezza è ciò che ho provato per Julia (Yulija) Vsevolodovna Lermontova; ammirazione per i primati che è riuscita a raggiungere (è stata la prima donna russa e la terza donna europea ad aver ottenuto il dottorato), ma anche per i suoi interessi di ricerca: siamo nella seconda metà del 1800, le donne non sono ben accette, eppure lei si dedica ad una chimica “pesante”, ancora oggi appannaggio quasi esclusivo degli uomini, come la sintesi di idrocarburi, la composizione del petrolio caucasico e le tecnologie per migliorare la fertilità del suolo. La tenerezza, invece, l’ho provata leggendo che i genitori, benché non capissero la sua scelta di dedicarsi alle scienze, non la ostacolarono e permisero a Julia di aver accesso alla letteratura specializzata e di compiere esperimenti in casa (mi ha ricordato l’atteggiamento dei miei genitori e un pezzo della mia infanzia quando facevo i primi esperimenti in casa usando il Piccolo Chimico).

E poi, ancora, ammirazione e stima sono stati i sentimenti che ho provato per Ida Noddak, che lavorando assieme a Walter Noddack (direttore dell’istituto e suo futuro marito), riempì la casella 75 della Tavola Periodica con l’elemento renio. Ammirazione per i molti ostacoli che Ida dovette superare, sia dal punto di vista accademico (sempre all’ombra del marito), che da quello economico (in Germania le donne sposate non potevano aver uno stipendio); stima per la determinazione con cui osò criticare Fermi, quando nel 1934 annunciò di aver ottenuto l’elemento 93, bombardando con neutroni l’uranio. Ida suggerì che si trattasse della rottura del nucleo dell’uranio, ma la comunità dei fisici la stroncò, giudicando questa ipotesi inaccettabile e addirittura ridicola (tanto ridicola e inaccettabile da rivelarsi cinque anni dopo assolutamente vera) e, molto probabilmente, fu proprio per questa sfrontatezza che la Noddak, nonostante fosse stata candidata la Premio Nobel quattro volte, non lo ebbe.

Ammirazione e rabbia sono, invece, le sensazioni contrastanti che ha suscitato in me la storia di Lise Meitner; l’ammirazione è dovuta, oltre ai traguardi raggiunti (è stata la seconda donna in Austria ad ottenere il dottorato in Fisica e la prima donna in Germania a ricoprire la cattedra di Fisica), alla grande fermezza con cui ha portato avanti la sua ricerca; a Berlino, appena arrivata, dovette lavorare, spesso senza stipendio, in una carpenteria adattata a laboratorio per misure di radioattività, dal momento che le donne non potevano frequentare gli istituti universitari; poi dovette esiliare in Svezia a causa delle leggi razziali, ma anche qui proseguì instancabile i suoi studi sul processo di fissione dell’uranio, stabilendone le basi teoriche e continuò, seppure da lontano, la collaborazione con Otto Hahn, cominciata ai tempi di Berlino. Lise ebbe sempre un grande affetto e stima per Hahn; la cosa, però, non fu reciproca, perché quando Hahn ebbe il premio Nobel “per la sua scoperta della fissione dei nuclei atomici pesanti” non ebbe neanche il buon gusto di citare l’importante contributo della Meitner a questa scoperta. La rabbia che provo è per i veri motivi che hanno portato all’esclusione della Meitner dal premio (emersi quando i documenti a lungo secretati dei lavori del Comitato Nobel divennero pubblici): pregiudizi disciplinari, ottusità politica, ignoranza e fretta. La Meitner, quindi, fu esclusa perché era donna e perché era ebrea; sugli ultimi due punti preferisco non esprimermi (la rabbia raggiunge le stelle).

La storia di Clara Immerwahr, moglie di Fritz Haber, e quella di Rosalind Franklin mi hanno invece lasciato in bocca un’amara tristezza, perché sono le due “eroine” di questo libro più fragili, vittime di uomini egoisti e ambiziosi.

Clara è stata sopraffatta dal marito che, interrompendo la sua carriera scientifica, l’ha relegata al ruolo di collaboratrice silenziosa; il silenzio, infatti, ha accompagnato tutta la breve vita di Clara che, non avendo il coraggio di dire al marito che la sua ricerca sui gas nervini era una “perversione degli ideali della scienza”, ha preferito suicidarsi.

Anche Rosalind ha avuto una vita breve e, come Clara, non è riuscita ad imporsi e a dichiarare pubblicamente il grande sopruso subito. I suoi dati cristallografici sono stati, infatti, usurpati da tre colleghi, Watson, Crick e Wilkins, che li hanno usati per risalire alla struttura a doppia elica del DNA. Certamente una scoperta importantissima da Premio Nobel e, infatti, i tre colleghi hanno avuto il premio e sono diventati famosi; peccato che si siano dimenticati di citare il lavoro fondamentale di Rosalind. Solo di recente questa triste storia è stata resa nota, quando Rosalind era morta: non solo non ha condiviso il Nobel, ma non ha neanche avuto il piacere di ricevere il giusto tributo dalla comunità scientifica; un grande e incolmabile debito che la scienza avrà sempre nei confronti di questa ricercatrice.

E potrei andare avanti, ma è giusto che scopriate da soli le tante storie raccontate da Rinaldo.

Concludo dicendo che questo libro dovrebbe essere letto fondamentalmente dagli “uomini” per metterli di fronte ad una realtà che può apparire scomoda, ma che bisogna conoscere: chi ignora la storia rischia sempre di ripeterla, ha detto giustamente il nostro autore.

Però, poiché mi piace essere giusta, aggiungo una considerazione; in ambito accademico le cose stanno leggermente migliorando e le donne cominciano ad avere un timido riconoscimento del loro valore (io sono una delle fortunate perché ho lavorato in “un’isola veramente felice”, dove la discriminazione di sesso non è mai esistita). Quindi ci sono anche uomini “illuminati”; ce ne sono stati in passato, ad esempio Mendeleeev si è adoperato per aprire l’istruzione alle donne, e ce ne sono oggi, ad esempio Roald Hoffman, premio Nobel per la Chimica nel 1981 ha detto: amo troppo la scienza per privarla dell’intelligenza delle donne.

Premio Nobel per la Chimica 2019.

  Claudio Della Volpe

Quest’anno il Nobel per la Chimica va a tre studiosi di elettrochimica:

John B. Goodenough , ormai ultranovantenne, M. Stanley Whittingham e Akira Yoshino che hanno dato contributi importanti allo sviluppo delle batterie ricaricabili al litio basate sul fenomeno dell’intercalazione degli ioni litio in diversi materiali.

Nell’articoletto di Nature Electronics che riporto in figura (Nature electroNics | VOL 1 | MARCH 2018 | 204 ) Goodenough (che poi vuol dire “abbastanza buono”, cognome del tutto azzeccato) sintetizza brevemente i momenti che hanno portato alla tecnologia che oggi usiamo in miliardi di persone, quella delle batterie al litio ricaricabili.

Tuttavia in una pagina sola è difficile raccontare la storia dell’intercalazione del litio; la scoperta del fenomeno dell’intercalazione del litio nella grafite da fase gassosa fu fatta da Herold nel lontano 1955 (Bull. Soc. Chim. France, 187 (1955), p. 999); l’articolo non è reperibile in modo semplice e Goodenough dice semplicemente, riferendosi agli anni 70 del secolo scorso: Non-rechargeable batteries using a lithium anode and an organic-liquid electrolyte were known at the time, so 
the next step was to use the chemistry demonstrated in Europe of reversible lithium-ion insertion into transition-metal layered sulfide cathodes in order to create a rechargeable battery.

E si sta riferendo a fasi successive della ricerca che avevano usato come strutture da inserzione i solfuri di metalli di transizione. Mi piacerebbe sapere se queste linee di ricerca sono state valutate per le attribuzioni del premio; senza queste ricerche pionieristiche dei francesi non ci sarebbero stati passi avanti; Herold fra l’altro ci ha lavorato per decenni, come prova la lunga lista dei suoi lavori.

A Goodenough si deve lo sviluppo del Nasicon un conduttore solido dalla formula: Na1+xZr2SixP3−xO12

×2 unit cel, dark green: sites shared by Si and P l of Na3Zr2(SiO4)2(PO4) (x = 2), which is the most common NASICON material;[1] red: O, purple: Na, light green: Zr

Whittingam, supportato da Exxon Mobil (ironia della storia!!!) riuscì a creare un dispositivo dotato di un catodo di solfuro di titanio che però andava incontro ad una importante crescita dendritica e dunque incapace di essere usato in modo reversibile:

si era nel 1976 e l’anodo era costituito di litio, le dendriti facevano corto circuito.

In quel medesimo periodo Goodenough che si era trasferito nella vecchia, ma sempreverde, Europa mise a punto un catodo di cobaltite.

Fu a questo punto che il terzo ricercatore, il giapponese Yoshino chiuse il cerchio componendo la prima batteria reversibile al litio unendo un anodo di grafite ed un catodo di cobaltite, che è lo schema classico che si usa ancor oggi sia pure con altri componenti , elettroliti e solventi.

Noto di passaggio che il lavoro di Herold trova compimento in queste cose, ma dubito che qualcuno lo ricorderà.

Non è per parlare male del Nobel, ma a me appare sempre più chiaro che ci sono aspetti discutibili ed attività di lobbying in molte attribuzioni. Comunque questa è grande ricerca senza dubbio, ma forse ci sarebbe voluto più lavoro di approfondimento per ricostruire le spalle su cui questi giganti hanno lavorato a loro volta e dare riconoscimenti più ampi, come è ampia la ricerca che sta dietro a queste scoperte.

Voi direte : sei il solito criticone! OK, si sono il solito criticone e visto che ci sono noto di passaggio che dopo un 2018 che ha visto ben tre donne insignite del Nobel fra cui una fisica (Donna Strickland per la scoperta e le applicazioni del laser, dopo 55 anni (sic!) dal precedente Nobel ad una fisica) ed una chimica (Frances H. Arnold per le scoperte in tema di chimica dell’evoluzione enzimatica) siamo tornati a premi Nobel di Fisica e Chimica dominati da triplette di soli uomini.

Il mio spirito “andreottiano” (vi ricordate? “ a pensar male si fa peccato ma ci si azzecca sempre”) mi suggerisce che il 2018 era stato aperto all’insegna dello scandalo per il premio Nobel per la letteratura che non è stato assegnato quell’anno; il movimento Mee-Too era riuscito a penetrare nei più sacri e maschilisti recessi della Scienza.

I due premi Nobel dopo decenni di assenza delle donne erano legati a questa situazione specifica; una sorta di offerta sacrificale; c’era stato anche lo scandalo dello scienziato del CERN che aveva sostenuto che la Fisica non è scienza da donne; ve lo ricordate?

Passata la festa gabbato lu santu; siamo tornati al predominio maschile assoluto o le donne (e gli uomini di buona volontà) sapranno scuotere questa struttura irrigidita da lobby e maschilismo?

Mi prendo tutte le accuse che volete, fate pure ma non riesco a tacere; sono indignato!

Come dice mia figlia Daniela  non è il femminismo ad essere una cosa da donne, ma il maschilismo ad essere un problema per gli uomini (e per tutta l’umanità)! pensate solo a quanto investiamo nel preparare donne che poi teniamo accuratamente lontane dalle posizioni apicali (o perfino dal lavoro! ).

Ieri a Potenza, in una manifestazione intitolata Donne e/è Scienza, la nostra collega Luisa Torsi ha fatto vedere un grafico in cui la forbice uomo donna parte con più donne che studiano e si laureano, si incrocia a 30 anni con i maschi che crescono lentamente fra dottorandi e post-doc e poi esplode a partire dalle posizioni base dell’università verso il dominio incontrastato di associati e ordinari (o se volete di assistant e full professor) maschi; e culmina (aggiungo io) ovviamente in Nobel praticamente solo maschi; non ci credo alla balla che la fisica (e la chimica ) non sono cose da donne, come ha detto qualcuno al CERN (che ha un direttore donna!!!). Il problema vero è che le donne fanno i figli e si sentono quasi obbligate a questo ruolo dominante. Chi “partorisce” può vincere anche un Nobel? Io dico di si. E voi?

PS Un amico fisico mi segnala che dei tre Nobel per la Fisica di quest’anno Peebles (il più famoso) è anche quello che ha combinato il “pasticcio” con la funzione di correlazione. In pratica ha definito la lunghezza di correlazione dall’ampiezza della funzione di correlazione invece che dal decadimento esponenziale della stessa come si fa nel resto della fisica. Questo ha creato una confusione che ancora perdura. Lobbying.

Effetto tunnel vs. soffitto di cristallo.

Nota: si ricorda che le opinioni espresse in questo blog non sono da ascrivere alla SCI o alla redazione ma al solo autore del testo.

a cura di Claudio Della Volpe

Intervista a Laura Gagliardi.

In meccanica quantistica vale una proprietà che non vale per la meccanica classica; una barriera è penetrabile anche se il suo valore di energia supera quello dell’energia che il sistema possiede; in pratica una particella può superare una barriera energetica, ha una certa probabilità di farlo, anche se la sua energia è inferiore al necessario; si chiama “effetto tunnel”.

Non so se hanno pensato a questo le tre colleghe che nei giorni scorsi hanno lanciato su Internet una petizione un pò particolare, questa:

https://www.change.org/petitions/scientific-community-stop-gender-discrimination-in-science

firmata da Prof. Emily Carter, Princeton University
Prof. Laura Gagliardi, University of Minnesota
Prof. Anna Krylov, University of Southern California.

Di che si tratta? Potete leggere parecchi dettagli sul blog dell’amica Sylvie Coyaud, Oca sapiens per il pubblico, che mi ha avvisato del problema, che da vero maschietto non conoscevo ancora. Un’articolo è stato pubblicato anche sul blog di Nature.

A Pechino il 6 giugno 2015 si aprirà il 15° ICQC, ossia International Congress of Quantum Chemistry; una occasione eccezionale, fra gli invited lecturer Roald Hoffman. Cosa è avvenuto? Come raccontano le tre suffraggette “the program features 24 invited speakers and 5 chairs and honorary chairs and does not include a single woman.”; la cosa è alquanto assurda perchè ci sono centinaia di donne che pubblicano in MQ e hanno ottenuto risultati prestigiosi quanto gli uomini. Il motivo, sostengono gli organizzatori, è che la singola donna invitata non ha accettato l’invito in tempo; scusa deboluccia visto che ci sono almeno 300 donne di alto livello elencabili fra i cultori della MQ nel mondo. In realtà si tratta del cosiddetto glass ceiling, soffitto di cristallo in italiano.

Il soffitto di cristallo è la barriera invisibile che impedisce alle donne di accedere alle posizioni di responsabilità nelle organizzazioni nelle quali lavorano. Secondo l’immagine del “soffitto di cristallo” le donne guardano in alto e non vedono ostacoli, perché l’atmosfera paritaria che sembra regnare nell’ambiente di lavoro appare ispirata a una competizione aperta. Ma non è così.

In un certo senso il soffitto di cristallo è il contrario dell’effetto tunnel; nell’effetto tunnel la barriera c’è, ma la si può attraversare anche se non se ne ha l’energia, il “diritto” potremmo dire; nel caso del soffitto di cristallo invece, la barriera non esiste, non c’è alcuna barriera visibile, gli strumenti ufficiali non la sentono, è tutto trasparente, ma poi in effetti la barriera c’è lo stesso, e, anzi, è totalmente insuperabile, anche se se ne ha l’energia, o il “diritto”.

Una delle tre protagoniste dell’episodio, Laura Gagliardi è una chimica italiana laureata a Bologna che lavora all’estero*, con un CV lungo varie pagine. Laura ha acconsentito a rispondere ad alcune domande; ecco le sue risposte.

D: Laura questo episodio è un episodio isolato o
casuale? Oppure secondo te è rappresentativo di un
modo di pensare che “consciamente” o
“inconsciamente” fa parte del mondo scientifico
internazionale?

lauragagliardi

Purtroppo non e’ un episodio isolato e casuale ma e’ un tipico esempio di un modo di pensare  che “consciamente” o “inconsciamente” fa parte del mondo scientifico internazionale. Del resto organismi direttivi, consigli di amministrazione e istituzioni come la IAMQS sono per lo piu` formati da uomini, che senza neanche volerlo, quando devono scegliere altre persone, le scelgono simili a loro. Gli uomini scelgono altri uomini. In questo caso non hanno riflettuto sulle conseguenze di un programma senza neanche una donna. Non hanno pensato che questo sarebbe stato molto frustrante per le donne in generale e specialmente per le giovani ricercatrici.

D: Tu che sei vissuta in Italia e negli Usa
ritieni che ci siano differenze significative a
riguardo della questione femminile, e in
particolare del “tetto di cristallo” (ossia la
difficoltà della donna di raggiungere posizioni
apicali) fra il nostro paese e gli USA o la
condizione internazionale della donna nel mondo
scientifico è più o meno la stessa dappertutto?

lauragagliardiIn USA c’e’ piu’ awareness del problema. Nelle universita’ vengono formate commissioni che si devono occupare appositamente di questi problemi, ossia di fare in modo che diversita’ e minoranze siano presenti. C’e’ la consapevolezza che piu’ una squadra e’ differenziata, meglio e’. Pero’ questi processi hanno bisogno di molto tempo, perche’ occorre cambiare la cultura e il modo di pensare alla base.

D:: Cosa ritieni occorra fare nel caso specifico
e cosa proponi di fare più in generale per
affrontare seriamente la questione?

lauragagliardi

Affrontare il problema a tutti i livelli. Per esempio gia’ alla scuola elementare  o media bisogna mandare un messaggio chiaro: occorre creare condizioni per cui le donne con famiglia possano anche lavorare ed essere competitive; e’ necessario promuovere azioni per raggiungere un buon equilibrio fra la vita professionale e quella famigliare; bisogna far capire che le ragazze possono essere brave anche nelle materie scientifiche e possono diventare scienziate brave quanto gli uomini. E’ un problema grande. Ci vorra’ tempo per affrontarlo. Il fatto che se ne parli e’ gia’ un successo.

Mi raccomando andate a firmare la petizione e soprattutto, date un calcio al soffitto.

per approfondire:

un precedente post su Donne e chimica su questo blog: https://ilblogdellasci.wordpress.com/2013/03/22/le-donne-in-chimica/

http://economia.unipv.it/pagp/pagine_personali/afuma/didattica/sem_capitalismo_cognitivo/Materiale%20Didattico/Femminilizzazione%20lavoro-Rosti%20saggio%201.pdf

http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/economia/2014/02/23/Istat-stima-capitale-umano-italiano-vale-342mila-euro_10130102.html

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* Laura Gagliardi
University of Minnesota
Department of Chemistry
207 Pleasant St. SE
Minneapolis, MN 55455-0431
Email: gagliard@umn.edu
Web:  http://www.chem.umn.edu/groups/gagliardi
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Una domanda per i lettori: quante donne erano presenti al compleanno di Cannizzaro nel 1896?

compleannocannizzaro

R:: Una pIù di quelle che saranno invited speaker a Pechino 2015. E sapete chi era?

(si ringrazia del suggerimento il prof. Marco Taddia)

 Dagli Atti del XII Convegno Nazionale di Storia e Fondamenti della Chimica a cura di Franco Calascibetta e Luigi Cerruti, Firenze, 19-22 Settembre 2007; in Rendiconti della Accademia     Nazionale delle Scienze detta dei XL, Memorie di Scienze Fisiche e Naturali, Serie V, Vol. XXXI, Parte II, Tomo II, Roma, 2007
(Per gentile concessione dell’Accademia Nazionale delle Scienze detta dei XL, Roma)

Pasqualina Mongillo-Maria Bakunin una signora della chimica moderna parte I

Pasqualina Mongillo-Maria Bakunin una signora della chimica moderna parte 2

Le donne in Chimica

a cura di Gianfranco Scorrano ex presidente SCI

Una riflessione presentata al Consiglio Centrale della SCI, a nome del Consiglio direttivo del Gruppo Senior della Società Chimica Italiana (Scorrano, Barni,  Campanella,Cipollini, Pignataro),  discute tra l’altro della partecipazione alla SCI dei soci donne. Allora si scopre, paragonando gli anni 1997 e 2010 che il gruppo di docenti universitari (dati MIUR per l’area 3.Chimica) ha modificato la sua composizione passando da 2996 con il 27,9% di donne nel 1997 a 2958 nel 2010 con la percentuale femminile cresciuta al 42,6%. E’ vero che se guardiamo solo tra gli ordinari la crescita è stata più modesta passando dal 10% del 1997 al 18% nel 2010,  ma comunque anche qui significativa. Se guardiamo alla SCI, gli iscritti son passati da un 30% di donne nel 1997 al 44% nel 2010. Una bella crescita.

Se ora passiamo alla composizione degli organi direttivi (Presidente, Vicepresidente, Past-Presidente, Presidenti di Sezione e Presidenti di Divisione si vede che su 29 persone (sempre nel 2010) solo 4 (il 12,2%) sono donne. E’ sicuramente una situazione sbagliata. In una società, scientifica, è indubbio un necessario riequilibro.

Ci sono concrete proposte concrete nel lavoro che apparirà su  La Chimica e l’Industria (marzo 2013) su questo e anche su altri argomenti di interesse. Se lo leggerete e avrete qualcosa da commentare, soci SCI e non soci, criticare, etc vi prego di inviare un e-mail a uno del Gruppo senior o a me direttamente: gianfranco.scorrano@gmail.com

figscorrano

Un’altra riflessione viene da un articolo, apparso in Russia sulla rivista (in russo) Scienza e Vita n.10, 2012,73, intitolato “Le donne della Scienza Chimica” di Alexander Rubiov e Michail Voronkov, Istituto di Chimica A.E. Favorskii di Irkutsk. In questo articolo i due autori descrivono brevemente le vite di 9 donne, che hanno avuto un ruolo nello sviluppo della chimica negli anni fino al periodo della seconda guerra mondiale e poco oltre. In realtà non tutte sono russe,vi è inclusa una tedesca e una statunitense, e, anche se  russa, la Bakunin, che ha però sempre lavorato in Italia. Comunque, la chimica russa è stata molto evoluta per anni e nove donne sono un risultato piuttosto magro, ma per molti anni le donne non potevano nemmeno iscriversi alle Università.

Marussia Bakunin

Marussia Bakunin

Marussia Bakunin (http://www.universitadelledonne.it/maria_bakunin.htm ) Dal lavoro citato Scienza e Vita n.10, 2012,73

variechimiche

Julia Lermontova         Vera Bogdanovskaia             Vera Balendina                  Lina Stern

Un ultimo punto: quasi nove russe in molti anni non è molto. E in Italia? Se prendiamo le commemorazioni apparse sulle nostre riviste http://www.chimica.unipd.it/gianfranco.scorrano/pubblica/la_chimica_italiana.pdf possiamo notare che su circa 650 necrologi solo 8 sono di donne (si tratta di una raccolta che va dallo fine dell’ottocento agli anni nostri). Un po’ poco, in linea con i russi. In realtà solo Marussia Bakunin, professoressa a Napoli, dove ha svolto tutta la sua carriera con successo e riconoscenza dei suoi allievi, e Lydia Monti, nota oltre per essere stata per molti anni professore a Siena  dopo aver lavorato a Roma con Parravano e Bargellini, nota anche per essere stata la più longeva essendo defunta a 102 anni, sono state professoresse universitarie. Le altre sei (Elisa Bonauguri, Emma Levi Fenaroli, Anna Mannessier Mameli, Arnalda Pina Maroni, Maria Ragno, Caterina Rossi) hanno solo parzialmente fatto ricerca, essendo interessate o all’insegnamento nelle scuole o a produrre riviste scientifiche o tecniche. Comunque attive nel far progredire la scienza chimica e perciò ricordate.