Ma ci servono le “eccellenze”?

Luigi Campanella, già Presidente SCI

Alcune personali esperienze e classiche “quattro chiacchiere” fra colleghi hanno portato alla mia attenzione un tema sul quale ho riflettuto per alcune settimane ed al quale voglio dedicare questo post.

Il tema è quello del rapporto fra eccellenze (Accademie,Distretti,Grandi Enti) e la rete dei ricercatori che non facendo parte di tali strutture è però attiva sul territorio e porta avanti con dedizione,impegno e professionalità la routine scientifica.

Tale riflessione deriva anche da una serie di incontri e conferenze che ho svolto in Europa in sedi diverse e quindi cerca di tenere conto di contesti piuttosto ampi. Perché non dare la parola in sedi prestigiose anche a ricerche apparentemente limitate, ma invece capaci di accrescere il valore integrale della conoscenza? Peraltro ci sono temi sui quali forse è proprio il lavoro dei “soldati” della ricerca rispetto a quello dei “generali” a contribuire di più al conseguimento di risultati significativi. Un caso interessante è quello dei Beni Culturali. Ho di recente scritto una lettera ad un collega accademico dei Lincei, peraltro senza ottenere alcun riscontro, proprio per indurlo a riflettere su quanto viene comunemente diffuso negli eventi promossi dalle eccellenze, come la sua Accademia, che potrebbe contribuire ad una integrazione fra impostazioni prettamente deterministiche ed investigative ed interpretazioni che tengano conto degli intrecci olistici della materia con la conseguenza dell’importanza dell’apporto di conoscenze, anche micro, provenienti da settori diversi.

Proprio dall’integrale arrivano le indicazioni più preziose che riguardano i meccanismi di degrado ed alterazione, la cui conoscenza è indispensabile all’opera di prevenzione.
Nel passato il legame stretto fra Chimica e Beni Culturali era sostanzialmente affidato al ruolo protettivo e conservativo della Chimica, anche però considerata in questa funzione causa della produzione di alterazioni negli originali. Oggi sembra quasi che i Beni Culturali vogliano ricompensare la disciplina aprendo ad essa nuovi campi di attività, di economia, di mercato anche in chiave europea. La Chimica Europea schiacciata fra i bassi costi dell’energia del Medio Oriente ed i bassi costi della mano d’opera dell’Estremo Oriente si deve affidare per il suo sviluppo alla risorsa tecnologica ed al capitale umano che, forse solo con il Nord America, possono mettere in campo con esclusività rispetto alle suddette zone geografiche favorite.

La chimica in questo ultimo trentennio ha vissuto anche una propria trasformazione derivante dalla riscoperta di alcuni valori, espressione di un moderno Rinascimento chimico, quali la salute, la sicurezza, l’ambiente, la dignità umana. Questa trasformazione ha prodotto quella che oggi viene invocata come Chimica Sostenibile (C.S.)/ Green Chemistry: i due termini vengono confusi, anche se in effetti la Green Chemistry è più finalizzata alle innovazioni che comportano maggiore protezione dell’ambiente, meno rifiuti, più circolarità economica, più valore ai prodotti naturali, piuttosto che alla esaltazione del rispetto fra le diverse generazioni e dell’equilibrio fra le diseguaglianze sociali  e civili dei Paesi .

Oggi proprio per cercare di superare le due strette di cui si è detto la C.S. può divenire strategica a patto però di trovare nuove opportunità di applicazione. I Beni Culturali lo sono certamente: l’innovazione di prodotto e di processo della C.S. risponde a tale logica. Si tratta di trasferire tecnologie nate in ambito diverso della chimica (elettrochimica, reazioni in situ, materiali compositi) ed anche da altre discipline (Medicina, Farmacologia, Ingegneria) adattandole ai Beni Culturali, nel rispetto quindi della preziosità delle matrici studiate; si tratta di estendere ai Beni Culturali le applicazioni di nuovi prodotti, solventi, detergenti, consolidanti nati per altre finalità con un occhio rivolto anche alla sicurezza degli operatori, spesso messa in pericolo dall’utilizzo di prodotti  non innocui, tanto da comportare la comparsa di vere e proprie malattie professionali nel settore.

Un altro esempio di struttura di eccellenza sono i Distretti Regionali. La creazione di un DTC Regionale impegna le strutture scientifiche,formative,culturali a dare il proprio contributo, ciascuna ovviamente correlandosi alle proprie professionalità, competenze, conoscenze, capacità tecniche, acquisite in lunghi anni e trasferite di generazione in generazione, insieme all’adeguamento che deriva dalla continua innovazione.

Ciò induce e quasi obbliga a creare le condizioni per sviluppare  la partecipazione di tanti soggetti verso una “user community”, cioè un Gruppo vasto ed articolato in grado di esprimere in modo ordinato esigenze di strumentazione, progetti, competenze e con il quale il centro direzionale possa instaurare un dialogo operativo.

Le esigenze dovrebbero essere distinte , mappate inizialmente, per dare maggiore valore ai contributi scientifici necessari al proseguimento ed alla caratterizzazione delle attività. Questo modello è in uso dal CNRS per tutta la rete francese  ed è anche descritto nelle linee guida del progetto europeo InRoad. Per valorizzare le esperienze già in corso sarebbe opportuno introdurre nella attuale community da rendere più coesa, motivata ed inclusiva, alcuni approcci chiave  come ad esempio quello sul Ciclo di vita per consentire nelle tematiche scelte un livello di osservabilità dei fenomeni scientifici e culturali su un arco temporale di 3-5-10 anni e la messa a punto di indicatori di analisi condivisi.