Il futuro non aspetta e allora la scuola lo affida a ENI!

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Margherita Venturi

e-mail: margherita.venturi@unibo.it

Sono la Presidente della Divisione di Didattica della SCI e faccio parte della redazione di questo blog; quindi, sono sensibile a tutti i temi che riguardano il rapporto della chimica con la società in senso lato (formazione insegnanti e studenti; rispetto per l’ambiente e l’umanità, sostenibilità, economia circolare, ecc.). In questo momento, presa dall’emergenza della didattica a distanza all’interno della ben più drammatica emergenza sanitaria, mi sono persa una notizia che ho visto solo qualche giorno fa e, in merito alla quale, vorrei esprimere il mio sconfortato parere condividendolo con i lettori di questo blog.

In un articolo apparso, su “La Repubblica” il 24 febbraio di quest’anno dal titolo roboante “Il futuro non aspetta”, si annuncia una serie di seminari per la formazione sulla sostenibilità e l’ambiente organizzata congiuntamente da ENI e dall’Associazione Nazionale Presidi (ANP). Ora, non sono contraria a seminari sulla sostenibilità, anzi sostengo a spada tratta che una formazione in quest’ambito, perfettamente in linea con gli obiettivi dell’Agenda 2030, sia importantissima per i nostri studenti, che saranno i cittadini del futuro, ma mi domando: perché ENI, dal momento che esistono tante persone esperte di sostenibilità e “moralmente pulite” alle quali l’ANP si sarebbe potuta rivolgere? E mi domando ancora: che concetto/idea/messaggio di sostenibilità può veicolare ENI?

Screenshot_2020-05-02 IL FUTURO NON ASPETTA LA FORMAZIONE ANP-DIRSCUOLA-ENI SOSTENIBILITÀ E AMBIENTE ALL’INTERNO DELL’EDUCA[...](1)

Mi pongo queste domande perché l’ENI, a mio parere, non ha l’onestà intellettuale (non mi esprimo sulla competenza scientifica) necessaria per tenere dei corsi di educazione ambientale per la scuola “seri e formativi”; sono sufficienti queste poche considerazioni (ce ne sarebbero altre) per capirlo.

  • L’ENI è uno dei maggiori gruppi al mondo che appoggia ancora oggi l’impiego di fonti energetiche fossili con un sempre più massiccio contributo alla produzione di gas serra e, se questo non bastasse, sta avviando anche nell’Artico la perforazione di pozzi per la ricerca di petrolio e gas.
  • In un’intervista rilasciata a “La Repubblica” (29/02/20) Descalzi spaccia come rivoluzionario il fatto di abbandonare l’estrazione del petrolio entro il 2050 e di ricorrere al gas naturale (“il metano ti dà una mano”); peccato che Descalzi dimentica di dire che l’uso del metano produce CO2; certo, un po’ meno rispetto agli altri combustibili fossili, ma non risolve sicuramente il problema del riscaldamento globale. Non lo risolve anche perché il metano è un potente gas serra e perdite nei gasdotti sono inevitabili. In poche parole, la rivoluzione energetica di ENI altro non è che la transizione dai combustibili fossili (petrolio) … ai combustibili fossili (metano).
  • L’ENI ha tentato di promuovere il suo biodiesel, ottenuto dall’olio di palma, come carburante “green” compiendo un palese falso e, infatti, è stata sanzionata dall’Antitrust con una multa da 5 milioni di Euro per “pubblicità ingannevole”.

Date queste premesse, mi sembra che da un punto di vista formativo ci sia poco da sperare da un Ente come ENI.

Screenshot_2020-05-02 Pubblicità ingannevole Il green diesel fa male a clima e ambiente Antitrust multa ENI per 5 milioni d[...]

https://valori.it/diesel-green-eni-multa-milionaria-antitrust/

Aggiungo anche che, a volte, ho l’impressione che l’educazione ambientale venga sentita come un qualcosa capitato sulla testa della scuola: non si sa perché e neanche dove inserirla nel curriculum scolastico. Allora basta fare poche e veloci azioni di facciata che impegnino il meno possibile.

https://ilblogdellasci.wordpress.com/2019/08/23/il-metano-rema-contro/

Nulla è più sbagliato, perché sui concetti di sostenibilità e di economia circolare si dovrà basare lo sviluppo futuro, se vogliamo che l’umanità abbia qualche speranza di sopravvivere. Anche la pandemia del corona virus, che stiamo faticosamente combattendo, ha messo a nudo tutti i limiti e le distorsioni del nostro attuale modo di vivere. Allora è estremamente importante fare educazione ambientale a scuola, per impartire i giusti insegnamenti scientifici, etici e sociali agli studenti nelle mani dei quali lasceremo il pianeta. Come e a chi affidare questo fondamentale compito? Secondo me e in accordo con quanto aveva previsto l’ex ministro Fioramonti, instituendo insegnamenti ad hoc, affidati all’intero corpo docente. Per affrontare un tema così complesso come quello dell’educazione ambientale, c’è infatti bisogno di competenze e conoscenze che riguardano tutti i campi del sapere e che vanno, quindi, dall’ambito scientifico e quello umanistico. Ovviamente, il corpo docente deve essere formato bene e seriamente.

https://www.facebook.com/divisionedidatticachimica/

Screenshot_2020-05-02 Home didattica Società Chimica ItalianaLa Divisione di Didattica della Chimica, con i suoi iscritti, è pronta a dare una mano: se la scuola chiama, noi rispondiamo. Ad esempio, in questo momento di emergenza didattica, per supportare i docenti che si sono dovuti attrezzare dalla sera alla mattina per fare lezioni a distanza, la Divisione di Didattica ha istituito un Tavolo Tecnico dal titolo “Insegnare durante l’emergenza Covid-19: una grande sfida per i docenti”. L’obiettivo di questo tavolo è quello di raccogliere materiale in grado di aiutare i docenti di chimica (e in genere di discipline scientifiche) che, oltre al problema di fare lezioni on-line efficaci, hanno anche quello di far entrare, ora purtroppo solo virtualmente, gli studenti in laboratorio.

Quindi la Divisione c’è e la scuola, invece di rivolgersi per le sue necessità ad enti esterni spesso inadeguati, basta che mi contatti.

ENI e dintorni

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Vincenzo Balzani, Nicola Armaroli e Claudio Della Volpe

Un amico ci ha segnalato l’articolo intitolato ENI e il boomerang delle rinnovabili per l’Italia, pubblicato il 2 gennaio scorso su ilSussidiario.net. L’articolo inizia criticando chi sostiene che il modello di business di ENI, basato su esplorazione e sviluppo di pozzi di gas e petrolio, sia ormai sorpassato. Poi aggiunge che, se ENI abbandonasse la propria storia (fossile) per dedicarsi alle energie rinnovabili, sarebbe un suicidio non solo per l’industria nazionale, ma per il sistema Paese. Noi sosteniamo esattamente il contrario: se ENI non cambia radicalmente il proprio modello di business e non si converte alle energie rinnovabili si autocondanna al fallimento, purtroppo con conseguenze molto gravi per i suoi azionisti e per l’intera economia italiana.

ilSussidiario.net ha come obiettivo “tenere costantemente legati tra loro fatti e approfondimenti: le notizie, che danno un resoconto dei fatti accaduti, sono il punto di partenza per gli approfondimenti che, viceversa, non possono essere slegati dalle cose che accadono“. Siamo perfettamente d’accordo con questa “filosofia” giornalistica. Non ci pare, però, che l’articolo e, più in generale, il modo in cui ENI comunica con gli italiani attraverso le sue numerose e costosissime campagne pubblicitarie espongano e approfondiscano i fatti correttamente.

L’articolo non è corretto perché non parte da fatti, numeri e circostanze, ma da pregiudizi e luoghi comuni privi di fondamento tecnico ed economico. Ci limitiamo a segnalarne alcuni. L’autore scrive: “Facciamo finta di non sapere che gli italiani pagano più di 10 miliardi di euro all’anno per incentivi alle rinnovabili che rimangono più costose di quelle tradizionali.” Evidentemente non ha letto il Piano Nazionale Integrato per Energia e Clima (PNIEC) pubblicato dal governo il 31 dicembre 2018, nel quale viene riportato (pagina 209) che un’indagine del Ministero dell’Ambiente ha individuato 57 sussidi vigenti nel settore energetico che hanno un impatto complessivo di 30,6 miliardi di €. Di questi, 16,9 miliardi sono costituiti da sovvenzioni ai combustibili fossili, mentre i sussidi per fonti a basso impatto ambientale ammontano a 13,7 miliardi (ibidem, p. 215). Dunque, l’uso dei combustibili fossili, responsabili del cambiamento climatico e di pesanti danni alla salute umana, è ancora oggi incentivato in Italia più delle energie rinnovabili, che possono invece salvarci da queste sciagure. Giova ricordare che ENI ha sempre esercitato una fortissima influenza nella definizione della politica energetica italiana e forse non è un caso che gran parte del PNIEC sembra scritto sotto dettatura di portatori di interesse del settore Oil & Gas. Vale anche la pena di ricordare che ENI è, dopo tutto, dal 1992 un’azienda privata, quotata in borsa sul mercato internazionale, e che il 30% delle azioni è detenuto dalla Cassa Depositi e Prestiti con una clausola denominata “golden” che dovrebbe permettere di controllare le operazioni della società.

L’articolo continua con una serie di banalità: “Gli eventi atmosferici estremi e inusuali non sono ben tollerati dalle pale eoliche perché venti troppo forti obbligano il loro spegnimento”. Avrebbe dovuto premettere che gli eventi atmosferici estremi, che (rarissimamente) costringono il blocco di pale eoliche, sono spesso causati dal cambiamento climatico derivante primariamente dall’uso dei combustibili fossili. L’autore prosegue dicendo che il tabù che bisognerebbe rompere è quello del nucleare, che produce energia pulita e facilmente scalabile. “Peccato”, aggiunge “che nessuno vuol sentire parlare di nucleare, tanto più se vicino a casa o nella propria regione”. Farebbe bene a chiedersi perché la Svizzera ha avviato la chiusura definitiva dei suoi impianti due mesi fa e ha deciso di abbandonare per sempre questa opzione. L’autore scrive inoltre che “lo stato dell’arte attuale delle rinnovabili non è neanche lontanamente compatibile con le esigenze di un sistema industriale”. Forse non sa che la fabbrica di batterie della Tesla in Nevada utilizza in gran parte energie rinnovabili e che la gigantesca sede della Apple in California usa l’energia dei pannelli fotovoltaici che ne ricoprono i tetti. L’autore scade nell’imbarazzante quando si scaglia contro il fotovoltaico affermando che “Il problema dello smaltimento di vecchi pannelli solari e vecchie batterie oggi è “risolto” con navi dirette verso l’Africa e caricate di roba che verrà sotterrata senza che il consumatore europeo venga disturbato”. Forse non sa che per questo tipo di rifiuti vale la cosiddetta “responsabilità estesa del produttore” per cui, al termine della loro lunghissima vita, dovranno essere presi in carico dai fabbricanti stessi. Giova poi rimarcare che i pannelli fotovoltaici possono essere quasi totalmente riciclati, così come le batterie agli ioni di litio. Alla fine insiste: “Le rinnovabili non sono una soluzione dell’oggi e nemmeno del domani, soprattutto senza nucleare”. Forse bisognerebbe informarlo che nel 2019 gli impianti fotovoltaici ed eolici nel mondo hanno prodotto una quantità di elettricità pari a quella di 300 centrali nucleari da 1000 MW, che Germania, Svizzera, Belgio e la stessa Francia stanno pianificando l’uscita dal nucleare e che una delle ragioni principali del fallimento del nucleare civile è proprio la difficoltà (o, meglio, l’impossibilità) di mettere in sicurezza le scorie nucleari. Ricordiamo anche che i danni economici del disastro di Fukushima ammontano attualmente ad almeno 300 miliardi di dollari, una cifra che implicherebbe il fallimento economico di quasi tutte le nazioni del mondo. Non vi è nessuno stato democratico che possa assumersi un rischio di questo tipo in caso di incidente ad un solo impianto industriale. Di fatto, il nucleare giapponese è in liquidazione.

L’autore dell’articolo parla anche della “storica e luminosa storia di ENI”. Aspettiamo che in un prossimo articolo ci racconti non la storia, ma l’attualità di ENI. In particolare, la campagna pubblicitaria di ENI che spesso è incomprensibile e a volte ingannevole e come tale condannata e multata dall’Antitrust.

Pubblicità ingannevole per Eni Diesel +, i Consumatori: no al greenwashing

Nei messaggi pubblicitari ENI ha utilizzato in maniera suggestiva la denominazione “Green Diesel”, le qualifiche “componente green” e “componente rinnovabile”, e altri slogan di tutela dell’ambiente (“aiuta a proteggere l’ambiente; “usandolo lo fai anche tu, grazie a una significativa riduzione delle emissioni”), per un gasolio per autotrazione che per sua natura è altamente inquinante e non può essere considerato “green”, verde.

La martellante pubblicità di ENI sui giornali e anche in TV continua a meravigliare, non credo solo noi. Dopo averci assicurato che il carburante in Italia si otterrà anche dalle bucce delle mele (Corriere della Sera, 13 maggio 2017), ENI ci informa che ”trasforma gli oli esausti di frittura in componente per produrre biocarburanti avanzati” (La Repubblica, 22 ottobre 2019). Aspettiamo di sapere quante mele dovremo sbucciare e quanti pesci dovremo friggere. Poi ENI (La Repubblica, 16 novembre 2019) ha puntato sull’Idrogeno, ”… il tutto fare di un futuro più sostenibile. Anche se è presente in abbondanza in natura, l’idrogeno è sempre combinato con altre sostanze (a meno di andare a prenderlo sul Sole o sulle stelle). Per utilizzarlo occorre quindi estrarlo da qualcos’altro, dall’acqua o dal metano, dai residui organici o dall’aria”. Parole testuali. In attesa di sapere da ENI come ottenere idrogeno dall’aria, dove è presente con percentuale di 0.5 ppmv, vorremmo sottolineare che ottenere idrogeno dall’acqua per elettrolisi usando energia elettrica rinnovabile (pannelli fotovoltaici, pale eoliche) non è affatto la stessa cosa che ottenerlo dal metano. Ma forse quello che interessa a ENI è proprio estrarre idrogeno dal metano, un’opzione tecnicamente obsoleta e ecologicamente insostenibile.

Dopo i consensi raccolti fra i giovani da Greta Thunberg, ENI è scesa in campo anche in questa direzione. Ed ecco pagine e pagine pubblicitarie dove compaiono belle figure di giovani: mentre ENI “trasforma gli oli esausti di frittura in componente per produrre biocarburanti avanzati”, “Chiara, usa l’auto il meno possibile (La Repubblica, 28 luglio 2019), e mentre “Silvia è sempre attenta a non sprecare acqua” (La Repubblica, 25 luglio 2019), “ENI vuole trasformare il moto ondoso in energia elettrica”. Quest’ultima iniziativa è interessante da approfondire; si tratta di un brevetto sviluppato insieme a polito denominato ISWEC, un dispositivo galleggiante che trasforma il moto alternativo ed oscillante dell’onda in una rotazione; l’efficienza è bassa ma anche la manutenzione; fin qui tutto bene; tuttavia ENI lo usa o vorrebbe usarlo per fornire energia alle zone di estrazione marina per il metano; ossia usare le rinnovabili per estrarre più fossili! Che cosa è questo se non green washing?

Un’altra lunga serie delle pubblicità ENI esalta i benefici della sua presenza in Pakistan (La Repubblica, 13 agosto 2017), Congo (La Repubblica, 10 settembre 2017), Angola (La Repubblica, 8 giugno 2019), Nigeria (La Repubblica, 22 giugno 2019), Mozambico (La Repubblica, 21 settembre 2019), e Ghana (La Repubblica, 4 gennaio 2020). In tutti questi paesi ENI continua a trivellare pozzi di petrolio e di gas e allo stesso tempo si vanta di aiutare la popolazione costruendo strade e scuole. Ma la realtà dei fatti sembra purtroppo molto diversa dalle belle parole presenti sul suo sito. l’ENI è stata più volte accusata dalla comunità nigeriana per aver contribuito all’inquinamento nel Delta del Niger, ma è riuscita a uscire quasi sempre indenne anche grazie agli accordi con il personale amministrativo del Paese. Dal verbale dell’Assemblea Ordinaria del 14 maggio 2019, risulta che dirigenti di ENI siano stati accusati da alcuni azionisti di corruzione e transazioni poco chiare, di società fittizie e compravendite di maxi giacimenti in varie parti dell’Africa, in particolare in Nigeria e in Congo-Brazzaville.

Una intera pagina di pubblicità apparsa sui giornali il 18 gennaio scorso (ad esempio, La Repubblica) intitolata “Le strade della ricostruzione” riporta questo testo: “Due cicloni di enorme potenza hanno colpito il Mozambico in meno di due mesi, seguiti da settimane di pioggia torrenziale. Un bilancio incalcolabile in vite umane, migliaia di case abbattute, infrastrutture distrutte in 7 diverse province, oltre 700.000 ettari di coltivazioni danneggiate. La strada costiera, che dall’aeroporto di Pemba porta al centro della città e al porto, era totalmente distrutta, racconta uno degli Operations manager di ENI, che a Pemba ha una base logistica. Un danno che bloccava l’economia della cittadina, rendeva difficile la vita quotidiana dei suoi abitanti e impossibile ogni attività portuale e commerciale […]”.

E, come accade in tutte le pagine pubblicitarie di ENI, il discorso è interrotto con […] e c’è l’esplicito invito ad andare sul sito eniday.com per legger la continuazione, per saperne di più. Ma che bisogno c’è di saperne di più? La descrizione che ENI ha pubblicato sui giornali e che abbiamo riportato integralmente sopra è esattamente quello che sta succedendo e che succederà sempre più a causa dell’uso e abuso di quei combustibili fossili che ENI si ostina a cercare, anche nello stesso Mozambico. Secondo gli scienziati le emissioni totali di CO2 dal 2011 al 2050 non devono superare 1100 Gt. Questo equivale a dire che devono rimanere sottoterra, inutilizzate (stranded), il 30% delle riserve di petrolio, metà di quelle di gas e l’80% di quelle di carbone.

Quindi ENI si comporta in modo difforme dagli accordi di Parigi, non facilita i deboli tentativi del governo di mettere in atto la transizione dai combustibili fossili alle energie rinnovabili, non si preoccupa dell’amara costatazione del segretario dell’ONU (il mondo è fuori rotta) e dei severi moniti degli scienziati riguardo il cambiamento climatico. È proprio vero quello che ha scritto la Stampa il 25 novembre 2019: Energia: il nuovo è già presente, ma il passato non vuole passare”.

Ma c’è anche una buona notizia che forse l’autore dell’articolo su ilsussidiario.net non conosce: BlackRock, il fund manager più grande del mondo (7 mila miliardi di dollari), avendo perso 90 miliardi negli ultimi 10 anni in investimenti sulle fonti fossili, si è unito a Climate Action 100+, il gruppo di oltre 370 investitori globali che attrae investimenti nel settore delle tecnologie energetiche rinnovabili. Non sarà che chi investe nei fossili incomincia a sentire odore di bruciato? In Italia vogliamo davvero continuare a far finta di nulla?

La pubblicità di ENI.2. Quanto è verde la chimica verde?

Claudio Della Volpe

(la prima parte di questo post è pubblicata qui)

Da quando Anastas e Warner pubblicarono nel 1998 il loro famoso libro Green Chemistry Theory and Practice* è passata parecchia acqua sotto i ponti e la definizione e l’importanza della “chimica verde” si sono estese; i 12 principi originali sono i seguenti 

Ma di fatto la complessità del problema ha reso necessario un approccio polifattoriale per definire e verificare quanto è verde la chimica che è espresso nello schema qui sotto.

Nella storia recente il verde è stato un colore abusato; si pensi alla cosiddetta rivoluzione verde, un approccio ai temi della produzione agricola che, attraverso l’impiego di varietà vegetali geneticamente selezionate, fertilizzanti, fitofarmaci, acqua e altri investimenti di capitale in forma di mezzi tecnici, ha consentito un incremento significativo delle produzioni agricole in gran parte del mondo tra il 1940 e il 1970 (il nome di riferimento è Norman Borlaug, premio Nobel per la pace nel 1970). Tuttavia tale incremento ha costituito la premessa di una serie di grandi problemi; da una parte non ha risolto il problema della fame che attanaglia ancora alcune parti del pianeta, dall’altra la sua applicazione ha sconvolto i cicli del carbonio, dell’azoto e del fosforo, attraverso l’incremento della produzione di metano, l’introduzione di nitrati sintetizzati a partire da ammoniaca e l’incremento della estrazione di fosfati; dunque la soluzione di una parte del problema della fame ha prodotto altre rilevanti tensioni fra noi e il nostro ambiente.

Sperando che questo non sia il caso della chimica verde approfondiamo un pò come la vede ENI.

La bioraffineria produce biocarburanti da oli vegetali e, a breve, da materie prime non convenzionali quali oli di frittura, grassi animali e scarti della produzione alimentare. Quello realizzato nelle nostre bioraffinerie è un biocarburante di altissima qualità la cui produzione nel 2020 raggiungerà il milione di tonnellate.”

Al momento ENI si dedica alla produzione di “biocarburanti” a partire da olio di palma recentemente demonizzato per usi alimentari, ma attenzione:

Nella Bioraffineria di Venezia utilizziamo olio di palma certificato, cioè frutto di coltivazioni esistenti da molti anni, quindi sicuramente non causa di deforestazione – ha spiegato Giacomo Rispoli, “l’inventore” di questa tecnologia, ora Supply manager di Eni – e inoltre verifichiamo con audit locali, in Malesia e Indonesia. Ma la nostra tecnologia Ecofining® è flessibile, quindi potrà trasformare in green diesel l’olio ricavato dalle microalghe che già stiamo testando a Gela, oppure gli olii waste, oppure ancora i grassi animali e gli olii microbici da biomasse»

Il consumo italiano di carburanti ha piccato nei primi anni 2000 sui 37-38 Mton ed attualmente viaggia su circa 30; dunque la prospettiva ENI è di incrementare la quota “bio” di questi carburanti, in particolare diesel, adesso usando olio di palma e in futuro arrivare ad un qualche percento del totale (1/30) usando microalghe, scarti vegetali e simili.

Ringrazio Terenzio Longobardi per questo grafico

Ma quanto sono verdi queste strategie?

Anche con la migliore tecnica agricola non si superano 1-1.5 toe/ettaro come energia netta. Dunque stiamo parlando di 1-2 milioni di ettari assoggettati per arrivare ai limitati fini di ENI, ossia fra i 10 e i 20.000 chilometri quadri; anche questo obiettivo tutto sommato di nicchia richiederebbe un decimo di tutta la superficie italiana usata per agricoltura e se vi fate un conto immediato anche se tutta la superficie agricola fosse convertita ad uso carburante non basterebbe ai nostri bisogni e nemmeno tutta la superficie dello stato basterebbe.

Insomma una tecnica del genere ci obbliga a rimanere importatori di energia e farebbe concorrenza comunque in certo grado alla produzione agricola.

Ci sono state altre esperienze perchè questa strategia (produrre la quota “bio” dei carburanti) è stata scelta da altre aziende italiane ma con scarso successo (una fra tutte Mossi& Ghisolfi, Crescentino, biocarburanti dalla canna selvatica Arundo Donax, un argomento che ho analizzato in dettaglio su C&I e che si rivela un investimento fallimentare). Crescentino è in profonda crisi e le prospettive occupazionali sono pessime. Si veda un mio articolo a riguardo https://www.soc.chim.it/system/files/private/chimind/pdf/2016_5_62_ca.pdf

Non è che non si possa fare chimicamente; si può fare, ma il ritorno energetico è ridicolmente basso e le difficoltà pratiche notevoli. Anche i biocarburanti di seconda generazione mostrano dei limiti; in due parole a parte la bassa resa superficiale e la sia pur ridotta concorrenza con l’alimentare rispetto ai biocarburanti di prima generazione, il problema è che se sottraete alla terra i residui vegetali delle piante dovete poi restituirglieli sotto forma di concimi sintetici e dunque il bilancio energetico complessivo di questa strategia complessiva in realtà non può essere granchè positivo.

Ma l’idea che sta dietro alla bioraffineria è molto più ampia e per certi aspetti sconvolgente; leggete con me un recente libro dedicato al tema delle bioraffinerie:

The present use of biomass is mainly limited to food and feed and a much smaller but still increasing part is applied for production of energy and fuels. The amount of biomass that is used for human consumption (food and non-food) represents only 13% of the annual global biomass production by photosynthesis that accounts for 155,000 million ton/year (see Section 1.2.2). This indicates a biomass potential to contribute significantly also to industrial sectors, including energy and chemicals (Marquardt et al., 2012).

(EFFICIENCY OF BIOMASS ENERGY An Exergy Approach to Biofuels, Power, and Biorefineries Krzysztof J. Ptasinski, Wiley 2016 cap. 17)

Dunque l’idea è: dato che sfruttiamo SOLO(sic!) un settimo circa del totale del flusso fotosintetico la bioraffineria sarebbe il modo di assoggettare una parte crescente o perfino tutta la biosfera alle necessità umane; la cosa ha un che di apocalittico e anche di spaventoso. Se tutta la biomassa venisse usata per scopi umani cosa ne sarebbe della biodiversità? E ancor più sarebbe questa prospettiva sostenibile? La biosfera è una rete integrata di relazioni non una macchina fatta di pezzi sostituibili; se assoggettiamo quelle relazioni solo ai nostri bisogni allora distruggeremo la macchina. Si potrebbe crescere nell’intercettazione del flusso fotosintetico senza alterare in modo ancora maggiore il funzionamento della biosfera( biodiversità, grandi cicli degli elementi, etc)? La mia risposta è: molto difficile se non impossibile.

Facciamo qualche riflessione su grande scala.

La società umana usa un quantitativo di energia primaria, ossia relativo alle sorgenti energetiche presenti in natura e quindi non derivanti dalla trasformazione di nessuna altra forma di energia, dell’ordine di 12-14 GTOE/anno, che al momento viene da energia fossile in percentuale dominante. La dimensione di questo consumo è tale che pone due limiti.

Il primo è che sebbene il flusso annuale di energia attraverso la biosfera sia di gran lunga maggiore di quello effettivamente usabile senza alterare in modo significativo i cicli naturali e la biosfera medesima i due diventano nondimeno “comparabili”; considerate per esempio che se è vero che il rapporto fra flusso di energia luminosa dal Sole e consumo totale primario è dell’ordine di 10.000:1 su tutto il globo, riducendosi (per motivi pratici e politici) all’area interna di un paese fortemente industrializzato come il nostro il rapporto scende a 200:1 e in paesi ancora più “concentrati” del nostro e dalle caratteristiche territoriali diverse, come l’Olanda può arrivare a solo 100:1; per cui l’incremento assoluto della quantità di energia comincia diventare significativo rispetto all’uso della biosfera. Siamo dunque non lontani da limiti insuperabili.

In secondo luogo se è concepibile trarlo da sorgenti interamente rinnovabili (solare, eolico, idro, maree, biomasse) le biomasse non potranno mai giocarvi un ruolo predominante; basti infatti pensare che la superficie atttualmente usata per scopi agricoli è stimabile in circa 40 milioni di kmq; dato che la produttività massima di specie usabili anche con le metodiche di seconda generazione equivale come detto al massimo a circa 1-1.5TOE/ettaro, se pure volessimo usare TUTTA la superficie agricola per scopi energetici e seppure questo, con sviluppi tecnologici oggi non concepibili, NON alterasse la resa agricola corrispondente, quindi se avessimo una ipotetica agricoltura OGM che producesse contemporaneamente cibo ed energia non supereremmo 4-5 GTOE anno, meno della metà delle nostre esigenze attuali.

Ovviamente si può immaginare una serie di scenari diversi usando le foreste attuali, il mare etc, (e questa è la prospettiva della “bioraffineria”) ma tutti questi scenari infrangono il limite della non ulteriore interferenza con la biosfera, la cui decadenza (ho detto giusto decadenza) misurata attraverso la riduzione della biodiversità è già manifesta e non tenendo conto che l’incremento prevedibile della numerosità umana nei prossimi 100 anni potrebbe essere dell’ordine di almeno 2-3 miliardi di altri individui con le corrispondenti richieste di cibo ed energia. Si tenga presente per esempio che attualmente la biomassa terrestre di vertebrati umani o asserviti all’uomo è il 98% del totale della biomassa di analogo livello (umani+asserviti+ selvatici)!!

In parole povere la biomassa non potrà giocare nemmeno nello scenario più favorevole se non un ruolo secondario nella nostra produzione energetica a meno di non rischiare un ulteriore impoverimento del sistema e perfino un suo danneggiamento irreversibile. Probabilmente nessuna sorgente primaria sarà assoluta o raggiungerà mai un ruolo dominante così esclusivo come gioca attualmente il fossile, ma se si può pensare ad una sorgente principe il pensiero non può che correre al solare nelle sue varie forme, accompagnato dall’eolico, dall’idrico e della maree/onde. Il nucleare attuale non è rinnovabile per nulla, avendo già superato il suo picco dell’uranio (non faccio menzione qui dei problemi di riciclo che pure non sono stati al momento risolti).

Diverso è il discorso se pensiamo ad usi NON energetici; qui le esigenze sono quantitativamente molto più ridotte, di ordini di grandezza e quindi si può pensare ad un ruolo chiave dei materiali di origine “naturale” e non fossile con limiti che dipendono dalle singole risorse (un esempio banale sono le fibre tessili naturali come canapa e lana, che oggi sono abbandonate o perfino considerate rifiuti).

Ma se le cose stanno così, perchè il nostro paese persegue una politica della chimica verde legata a visioni tipo biocarburanti? Perchè non sottolinea le biomasse come sorgente di materiali prima che di energia? Perchè le nostre major chimiche invece di investire nella produzione di materiali per il solare dei vari tipi (silicio, film sottile, o perfino perovskite) puntano alle biomasse; per esemplificare perchè si cerca a tutti i costi di mantenere Crescentino (Mossi e Ghisolfi) o Venezia-Marghera (ENI) ma si abbandonano di fatto Catania o Merano(SGS e MEMC)? Perchè non si supportano quei coraggiosi tentativi di startup sui temi dell’accumulo (come questo l’unico produtore italiano di celle al litio ione)?

*Anastas, Paul T., and Warner, John C. (1998). Green Chemistry Theory and Practice. New York: Oxford University Press

 

La pubblicità di ENI. Il metano ci dà una mano. O no?

Claudio Della Volpe

Con un fatturato annuo di oltre 67 miliardi di euro nel 2016, sia pure in fortissima diminuzione rispetto al passato (i dipendenti si sono ridotti a meno di 30.000 dagli oltre 100.000 degli anni 90) ENI rimane la seconda o terza azienda italiana (dopo EXOR-FCA, ossia l’ex Fiat e dopo ENEL, nel 2016), pagando la riduzione dei costi del greggio e il deconsolidamento di Saipem e Versalis; se enrambe fossero rimaste nel perimetro ENI, la società oggi avrebbe un fatturato di oltre 80 miliardi. Ma nonostante questo, la fama di “stato-nello-stato” guadagnata fin dai tempi di Mattei non viene scalfita, ed ENI continua a svolgere un ruolo chiave sia politico che materiale. Basti pensare al caso Shalabayeva e alle contestazioni contro ENI della Nigeria e di alcune ONG; a febbraio la Procura della Repubblica di Milano ha chiesto il rinvio a giudizio per l’amministratore delegato dell’Eni Claudio Descalzi e per altri 12 indagati, tra cui l’ex ad Paolo Scaroni e Luigi Bisignani, per un presunto caso di corruzione legato all’acquisizione dei diritti di sfruttamento del mega blocco petrolifero OPL245, in Nigeria: si parla di oltre un miliardo di euro.

OPL 245 è un immenso blocco estrattivo situato in Nigeria sfruttato da ENI e Shell; la Nigeria è uno degli stati da cui provengono oggi più immigrati nel nostro paese e che lamenta una maggiore ingerenza nella sua Natura e nella sua economia da parte dell’Italia; è da pensarci quando si parla di immigrazione. La comunità Ikebiri oggi, come quella Bodo ieri contro la Shell dimostrano che l’emigrazione nigeriana non nasce dal nulla. Il caso Ken Saro-Wiwa degli anni 90 (difensore del popolo Ogoni) dimostra anche che questi contrasti sono ben fondati, essendo iniziati con la scoperta stessa del petrolio nigeriano nel 1956.

Kenule Beeson Saro-Wiwa, uno dei maggiori intellettuali africani, impiccato nel 1995*

Ma questo post non vuole solo dare qualche informazione sulla politica internazionale di ENI, che per i chimici italiani rimane una azienda “di riferimento”, ma soprattutto svelare quanto ci sia di greenwashing, di falso ambientalismo in una politica energetica del nostro paese che è in grave ritardo.

Oggi ci occupiamo della parola d’ordine sul metano come alternativa fossile “verde” al petrolio e al carbone. E’ veramente così?

ENI ne è convinta perchè sulle pagine del Fatto pubblicizza la sua strategia con grande enfasi e cerca di sfatare quelli che chiama i miti sul gas; alcune cose sono vere, ma di quelle più importanti ENI non dice nulla, anzi nicchia (al mito 3 dice esplicitamente una bufala che oggi contesteremo). Andatevela a leggere anche se prima potete riflettere sul fatto che il giornale in questione ha avuto una ampia polemica con ENI a proposito della pubblicità proprio qualche mese fa in rapporto all’informazione, denunciando che a causa degli articoli sulla questione nigeriana Eni voleva tagliare la pubblicità; oggi ENI sta facendo pubblicità proprio sul Fatto e vedremo se il Fatto continuerà a fornire informazioni sulla questione nigeriana. Siamo “su con le rece” come si dice a Trento, su con le orecchie, vedremo.

Allora il metano è un gas combustibile; facciamo un confronto fra i tre principali combustibili, carbone, petrolio e gas metano e vediamo quanti gas serra producono nella loro combustione.

I dati a cui si riferisce anche ENI sono riportati qui; e sono anche facilmente calcolabili; facciamo un po’ di stechiometria, prendiamo una tabellina adeguata:

C+O2=CO2 + 32.5MJ/kg di C

CH2+1.5O2=CO2 +H2O+ 42MJ/kg di CH2

CH4+2O2=CO2 +2H2O+ 55.5MJ/kg di CH4

Carbone (antracite), composizione approssimata C, entalpia di combustione= 32.5MJ/kg, CO2 emessa per kg 44/12=3.67kg, CO2 emessa per MJ 0.114kg

Petrolio, composizione approssimata CH2, entalpia di combustione=42 MJ/kg, CO2 emessa per kg 44/14=3.14kg , CO2 emessa per MJ 0.074kg

Metano, composizione approssimata CH4, entalpia di combustione=55.5MJ/kg CO2 emessa per kg 44/16=2.75kg; CO2 emessa per MJ 0.049kg

Sorvolo sui dettagli delle composizioni, giusto per far capire i ragionamenti ai non addetti; dunque il rapporto per unità di energia prodotta ottenuto con questo semplice conto ci dice che il carbone produce più del doppio del diossido rispetto al metano e il petrolio circa il 50% in più (2:1.5:1).

I dati dell’EIA sono leggermente diversi e ovviamente più precisi, sono espressi in libbre di diossido per milione di BTU: (228.6:161.3:117 ossia 1.95:1.38:1) e perfino più sfavorevoli al metano, ma qui vale il senso generale più che il valore numerico.

Ma questo risultato è quello definitivo? La risposta è no. Perchè quando si usa un combustibile occorre indagare tutta la catena della estrazione, produzione, distribuzione. E qui le cose cambiano.

L’estrazione ha a che fare con l’EROEI del combustibile, ossia col suo costo energetico e da questo punto di vista il carbone con il suo bassissimo costo estrattivo batte sia il petrolio che il gas; d’altronde riperde poi posizioni nella parte trasporto, dove la bassa densità lo sfavorisce. Trasportare carbone è semplice ma costoso (occupa grandi volumi in rapporto all’energia offerta). Per questo il carbone è prevalentemente utilizzato in prossimità dei luoghi di produzione (in generale, in Italia abbiamo casi di carbone importato dall’altra parte dell’oceano).

Ma il dato più eclatante da considerare è che il metano è esso stesso un gas serra e anche molto più potente del diossido di carbonio. L’effetto serra del metano espresso come forzante termica nei confronti dell’atmosfera varia nel tempo poichè la sua vita media è relativamente breve, dell’ordine del decennio, dopo si trasforma essenzialmente ma non solo in diossido; ancora una volta facciamo una approssimazione ma consideriamo solo l’effetto principale.

Per stimare l’effetto serra di una sostanza si usa una scala che dipende dalla sostanza e dal tempo considerato, ossia dalla velocità con cui la sostanza una volta immessa in atmosfera viene poi riciclata; questa scala vale 1 per la CO2 qualunque sia t e viene chiamata GWPXX, dove XX indica il periodo di tempo considerato in anni; dunque se cerchiamo il GWP20 o il GWP100 per il metano troveremo due valori che sono 84-87 e 28-36 rispettivamente (per unità di massa del materiale); il che significa che a parità di concentrazione dopo 20 anni o dopo 100 anni l’assorbimento serra comporterà una forzante rispettivamente 84-87 volte o 28-36 volte superiore a quella di una eguale quantità di CO2.

Questi valori sono i più recenti valori stimati dall’IPCC; il metano è un potente gas serra che fortunatamente è presente in concentrazione molto più bassa di altri in atmosfera anche se rapidamente crescente.

Ricordo che uno degli ambiti di studio di Guido Barone, mio tutor di tesi a Napoli (e che ci ha lasciati da poco) era proprio questo, capire il ruolo potenziale del metano disciolto in acqua di mare (che è una quantità stratosferica nel permafrost e in prossimità delle coste dei mari polari). Io stesso feci una tesi sulla capacità delle soluzioni acquose di solubilizzare piccole molecole di idrocarburo nelle cavità dell’acqua “strutturata”, anche se allora 40 anni fa lo scopo era diverso, era di comprendere meglio la struttura terziaria delle proteine.

Il metano, l’etano sono parecchio solubili in acqua, specie a bassa temperatura e ad una pressione di qualche atmosfera; la formazione di idrati contenenti questi gas nei grandi impianti di pompaggio del gas naturale è uno dei problemi di funzionamento principali e il loro potenziale rilascio da parte del permafrost e dei ghiacci polari uno dei maggiori rischi ambientali e climatici. (si veda qui)

Torniamo a noi; bruciando metano produco 100 parti di diossido di carbonio e bruciando petrolio ne produco circa il 40-50% in più, 150 parti; bruciando carbone circa il doppio; ma questo vantaggio del metano può venire rapidamente soverchiato dalle perdite di metano dovute all’estrazione, al trasporto e allo stoccaggio di metano; il caso Alysso canyon lo abbiamo raccontato da poco.

Si stima che alcuni percento del totale della massa di metano usata come combustibile vengano persi nelle varie fasi; per ogni percento perso l’effetto serra del metano aumenta di una quantità stimabile dall’84-87% al 28-36%, per unità di massa del metano in più a seconda se consideriamo un lasso di tempo di 20 anni o 100 anni; dunque è facile comprendere che questo “piccolo” livello di perdita dell’1% renderebbe il metano comparabile su alcune scale temporali con il petrolio; se la perdita cresce perfino col carbone!

Dice EPA:

Methane (CH4) is estimated to have a GWP of 28–36 over 100 years. CH4 emitted today lasts about a decade on average, which is much less time than CO2. But CH4 also absorbs much more energy than CO2. The net effect of the shorter lifetime and higher energy absorption is reflected in the GWP. The CH4 GWP also accounts for some indirect effects, such as the fact that CH4 is a precursor to ozone, and ozone is itself a GHG.

(https://www.epa.gov/ghgemissions/understanding-global-warming-potentials – Learn why)

Possiamo schematizzare così:

(consideraimo che il GWP è per unità di massa e che il metano pesa 2.75 volte meno del diossido di carbonio per mole)

CO2 equivalente prodotta da …(effetto a 20 anni)

Metano sola combustione= 100

Petrolio sola combustione=150

Metano con perdite 1%= 131-133

Carbone sola combustione=200

Metano Con perdite 2%=162-166

Metano Con perdite 3%=193-199

CO2 equivalente prodotta da …(effetto a 100 anni)

Metano sola combustione= 100

Petrolio sola combustione=150

Metano con perdite 1%= 109-113

Metano Con perdite 2%=118-126

Metano Con perdite 3%=127-39

Carbone sola combustione=200

A quanto ammontano le perdite di metano?

Negli anni recenti ci sono stati parecchi ricercatori che hanno cercato di rispondere a questa domanda; e la cosa è arrivata al grande pubblico tramite i grandi giornali esteri (non sia mai che quelli italiani se ne occupino); dati definitivi non mi risulta ci siano, ma citerò qui due o tre articoli secondo me importanti per capire le cose.

Il primo è un lavoro di PNAS del 2012 nel quale si conclude:

We find that a shift to compressed natural gas vehicles from gasoline or diesel vehicles leads to greater radiative forcing of the climate for 80 or 280 yr, respectively, before beginning to produce benefits. Compressed natural gas vehicles could produce climate benefits on all time frames if the well-to-wheels CH4 leakage were capped at a level 45–70% below current estimates. By contrast, using natural gas instead of coal for electric power plants can reduce radiative forcing immediately, and reducing CH4 losses from the production and transportation of natural gas would produce even greater benefits. There is a need for the natural gas industry and science community to help obtain better emissions data and for increased efforts to reduce methane leakage in order to minimize the climate footprint of natural gas

Nel secondo lavoro su Environmental Science and Technology del febbraio di quest’anno si conclude che

Presently, there is high uncertainty in estimates of methane (CH4) emissions from natural gas-fired power plants (NGPP) and oil refineries, two major end users of natural gas. … At NGPPs, the percentage of unburned CH4 emitted from stacks (0.010.14%) was much lower than respective facility-scale losses (0.100.42%), and CH4 emissions from both NGPPs and refineries were more strongly correlated with enhanced H2O concentrations (R2avg = 0.65) than with CO2 (R2avg = 0.21), suggesting noncombustion-related equipment as potential CH4 sources. Additionally, calculated throughput-based emission factors (EF) derived from the NGPP measurements made in this study were, on average, a factor of 4.4 (stacks) and 42 (facility-scale) larger than industry-used EFs. Subsequently, throughput-based EFs for both the NGPPs and refineries were used to estimate total U.S. emissions from these facility-types. Results indicate that NGPPs and oil refineries may be large sources of CH4 emissions and could contribute significantly (1.5 ± 0.8 Tg CH4/yr, 95% CL) to U.S. emissions.

Nel terzo, un bel lavoro italiano (Environmental Pollution 164 (2012) 125e131) fatto dai colleghi dell’IBIMET-CNR di Firenze e della Fondazione Edmund Mach di S. Michele all’Adige, in Trentino a pochi chilometri da me (fra l’altro col sempreverde Franco Miglietta) si analizza la situazione di una grande città come Firenze concludendo che:

Long-term fluxes of CO2, and combined short-term fluxes of CH4 and CO2 were measured with the eddy covariance technique in the city centre of Florence. CO2 long-term weekly fluxes exhibit a high seasonality, ranging from 39 to 172% of the mean annual value in summer and winter respectively, while CH4 fluxes are relevant and dont exhibit temporal variability. Contribution of road traffic and domestic heating has been estimated through multi-regression models combined with inventorial traffic and CH4 consumption data, revealing that heating accounts for more than 80% of observed CO2 fluxes. Those two components are instead responsible for only 14% of observed CH4 fluxes, while the major residual part is likely dominated by gas network leakages. CH4 fluxes expressed as CO2 equivalent represent about 8% of CO2 emissions, ranging from 16% in summer to 4% in winter, and cannot therefore be neglected when assessing greenhouse impact of cities.

In tutti e tre i casi si riconosce un ruolo importante e ancora non completamente valutato alle emissioni dirette di metano dagli impianti di produzione, trasporto e distribuzione; questi risultati ci costringono a concludere che la sostituzione del metano agli altri due fossili carbone e petrolio non è necessariamente un vantaggio, ma anzi in alcuni casi potrebbe peggiorare la situazione specie nella sostituzione al petrolio a meno di non ridurre significativamente le perdite di metano in ogni fase della catena produttiva.

I dati americani sembrano più ampi e precisi, quelli europei sono pochi; c’è stato un congresso dedicato nel 2016, partito dalla constatazione che:

If methane leakage  accounts  for  more  than  2.7%  of  gas  produced,  advantages  of  natural  gas  versus coal are lost in the immediate2……  This  raises  the  question  of  what  the  true  carbon  footprint  of  natural gas is once regional leakage rates are taken into account, and therefore its real benefits as  a  “transition”  fuel.

E ancora:

At     a     global     scale,     self reporting   methane   emissions   from   the   O&G   sector   notify   significant   discrepancies:   in   the   Middle   East     areafor     instance,     Kuwait     report    leakage     rates     26     times     lower     than     Bahrain,   although   they   show   similar   natural   gas   production   profiles.   Amongst   the   20   largest   NG   producers, while the US,     Canada     and     Russia     report     gas     leakages     between     1%     and     3%,   other     countries   like   Qatar,     Saudi     Arabia,     China,     Norway     and     the     Netherlands     report     almost   no   emission.

E infine in un lavoro su Nature della fine 2016 dà una valutazione globale vicina al 2%:

We find that total fossil fuel methane emissions (fossil fuel industry plus natural geological seepage) are not increasing over time, but are 60 to 110 per cent greater than current estimates owing to large revisions in isotope source signatures. We show that this is consistent with the observed global latitudinal methane gradient. After accounting for natural geological methane seepage, we find that methane emissions from natural gas, oil and coal production and their usage are 20 to 60 per cent greater than inventories. Our findings imply a greater potential for the fossil fuel industry to mitigate anthropogenic climate forcing, but we also find that methane emissions from natural gas as a fraction of production have declined from approximately 8 per cent to approximately 2 per cent over the past three decades.

Quindi questa stima è che attualmente ci sia una emissione dell’ordine del 2% a livello mondiale.

Non è facile fare i conti; per esempio ENI dichiara da parte propria dei dati come questi; consideriamo solo le emissioni di metano incombusto e da emissioni fuggitive (non stiamo dunque esaurendo il totale delle emissioni di metano nelle varie fasi estrattive, di trasporto e produttive):
2014- 124.000 ton

2015- 99.000 ton

2016- 85.000 ton

Se consideriamo il potenziale GHG di questo metano in termini di CO2 eq a 20 anni troveremo che solo in questi tre anni ha emesso l’equivalente di quasi 26Mton, e ha in programma al 2025 di ridurle al 20% del 2014 , circa 24.000 ton ossia oltre 2 Mton equivalenti di CO2 eq.

Nel 2016 l’ENI ha manipolato circa 60Mton di gas naturale (83Gm3), che produrrebbero circa 165Mton di CO2, ma aggiungendoci questa sola parte del metano fuggitivo le emissioni crescerebbero di altri 7 Mton equivalenti; e il resto?

Proprio per questo motivo dare per scontato il vantaggio del metano ed investire sul metano potrebbe costituire una strategia sbagliata; nell’immediato i dati mondiali sono tali da concludere che la sostituzione è nei primi 20 anni certamente peggiorativa rispetto al petrolio e potrebbe risultare utile solo rispetto al carbone sul lungo periodo. Sul lungo periodo, nel quale le cose migliorerebbero da qua a cento anni, dovremo comunque essere passsati ad altre fonti e la conclusione è che il metano non ci da una mano, anzi è peggiorativo rispetto al passaggio diretto all’elettrico.

La strategia in corso nel mondo è il passaggio alle rinnovabili; la strategia da attuare per tener fede all’impegno di Parigi 2015 è passare alle rinnovabili; non ci sono alternativi o trucchi fossili di alcun tipo. Occorre con rapidità stimare le perdite di metano in Europa e porvi rimedio se possibile per sostituire il metano al carbone in alcune delle centrali elettriche, ma in tutti i casi in cui il confronto è metano- petrolio questo è un falso problema e la scelta di una nuova sorgente sarà per l’elettrico non per il gas naturale.

Mentre scrivo queste righe leggo della folle scelta di Trump: uscire da Parigi 2015? Avrà le sue ragioni, ma nulla di razionale; il processo di transizione energetica è inarrestabile. Ma allora direte voi perchè ti preoccupi: beh prima di tutto il diavolo è nei dettagli (ed oggi ne abbiamo visto uno) e inarrestabile non vuol dire che non può essere rallentato; e a noi manca il tempo.

Prossimamente analizzeremo altri elementi della pubblicità di ENI.

 

  • *« “…tutti noi siamo di fronte alla Storia. Io sono un uomo di pace, di idee. Provo sgomento per la vergognosa povertà del mio popolo che vive su una terra molto generosa di risorse; provo rabbia per la devastazione di questa terra; provo fretta di ottenere che il mio popolo riconquisti il suo diritto alla vita e a una vita decente. Così ho dedicato tutte le mie risorse materiali ed intellettuali a una causa nella quale credo totalmente, sulla quale non posso essere zittito. Non ho dubbi sul fatto che, alla fine, la mia causa vincerà e non importa quanti processi, quante tribolazioni io e coloro che credono con me in questa causa potremo incontrare nel corso del nostro cammino. Né la prigione né la morte potranno impedire la nostra vittoria finale…” . »
    (Ken Saro-Wiwa)

Inquinamento ed estrazione mineraria.

Claudio Della Volpe

Due notizie di questi giorni mettono al centro uno dei problemi più importanti nella gestione delle risorse minerarie ed in genere delle risorse, ossia il crescente inquinamento prodotto da un approccio che privilegia il profitto e non la gestione razionale, che danneggia dunque noi tutti come passeggeri di una nave cosmica che non ha zattere di salvataggio o sostituti.

In parte questi problemi sono dovuti al fatto che le risorse minerarie non sono infinite e che dunque certi problemi sono inevitabili: i costi crescono a causa del crescente impoverimento dei giacimenti; il problema è che chi estrae cerca di scaricarli sempre più sulla comunità con comportamenti che privilegiano l’attività privata e non il bene pubblico.

Da una parte la Regione Basilicata ha sospeso l’attività del Centro Oli di Viggiano dell’ENI, poichè l’ENI non ha rispettato le norme anti-inquinamento ed i prodotti dell’attività estrattiva si sono riversati ripetutamente nell’aria, nella terra e forse nel fiume Agri; dall’altra El Salvador il più piccolo stato centro-americano, affacciato sul Pacifico ha approvato una legge che vieta quasi completamente l’attività mineraria che ha portato finora (insieme principalmente all’agricoltura estensiva) all’inquinamento del 90% delle acque superficiali; e questo dopo una lotta legale e politica contro i giganti economici multinazionali che estraggono soprattutto oro.

Vi racconto le due storie, che mi sembrano per molti aspetti simili, brevemente.

El Salvador , 21000 kmq di foreste affacciate sul Pacifico, è stato anche teatro di una lunghissima guerra civile. Finalmente nel 1992 c’è stato un accordo fra le due fazioni politiche e nel 2009 le sinistre hanno vinto le elezioni.

Geograficamente El Salvador è caratterizzato da un territorio esposto al clima oceanico con una densità di popolazione di circa 300 ab/kmq (50% più dell’Italia); molti giacimenti minerari e agricoltura estensiva. Il fiume principale è il Lempa, navigabile per molte miglia ed intensamente sfruttato; diverse dighe lungo il suo percorso consentono l’irrigazione e la produzione di rilevanti quantità di energia idroelettrica. A sud del suo bacino, si è sviluppata la coltivazione di agave sisalana, pianta utile alla fabbricazione di corde, spago, cappelli e tappeti ed altri manufatti. Le attività industriali e agricole nel bacino del Lempa ne hanno però fortemente inquinate le acque, ormai per gran parte non potabili, a causa dell’uso massiccio di prodotti chimici. (da wikipedia)

(ovviamente per chimici wikipedia intende di sintesi).

La goccia che ha fatto traboccare il vaso, creando un vero e proprio movimento sociale, è stata la cava progettata dalla Pac Rim Cayman. La società, controllata della canadese-australiana OceanaGold, aveva ottenuto una licenza per aprire una miniera d’oro nella provincia settentrionale di Cabañas, licenza respinta nel 2005 per non aver soddisfatto tutti i requisiti di legge.

Con la crescita dell’opposizione al progetto, sono aumentati anche gli scontri intorno alla miniera, causando la morte di diversi attivisti. La questione si è risolta lo scorso anno attraverso un arbitrato commerciale internazionale. Il tribunale ha dato ragione al governo salvadoregno, respingendo tutte le richieste della società. La OceaneaGold è stata condannata a pagare un risarcimento di 8 milioni di dollari a cui si aggiunge un ulteriore, multa per (NON) aver ancora versato la somma.

http://www.rinnovabili.it/ambiente/el-salvador-bandire-miniere-di-metalli-666/

L’arbitrato è durato anni ed è costato moltissimo allo stato di El Salvador; è un esempio delle procedure previste da accordi come TTIP (che noi finora ci siamo scansati) e che prevedono che una multinazionale, a determinate condizioni, possa chiamare in giudizio uno stato che fa leggi che impediscono di realizzare profitti; nel caso specifico ripeto siamo dovuti arrivare ad un inquinamento del 90% delle acque per far bloccare ulteriori inquinamenti.

Stranamente in queste regole non è previsto il contrario, ossia che se una multinazionale inquina poi non solo paga, ma se per questo deve interrompere la sua attività, dovrebbe comunque continuare a pagare le royalties promesse al momento iniziale e su cui i bilanci pubblici si sono basati. E di questo vediamo le conseguenze in Basilicata.

http://www.internazionale.it/notizie/2017/01/31/salvador-pace-anniversario

I difensori della nuova legge dimostrano la propria soddisfazione davanti al Parlamento. (Marvin Recinos / AFP)

La situazione della Basilicata in parte la conoscete se avete seguito le vicende del referendum contro le trivellazioni; in quel periodo tutti i giornali erano anche pieni della questione Guidi – Gemelli; per quella indagine su una conversazione fra i due relativa al fatto che il Governo stava per approvare un investimento che avrebbe facilitato la vita di Gemelli, compagno della Guidi e procacciatore d’affari per Total, la Guidi si dimise e Gemelli è stato indagato insieme ad altri. Pochi giorni fa l’indagine si è chiusa con un nulla di fatto sulla questione per quanto riguarda lo stralcio di indagine riguardante Gemelli (Total, Tempa Rossa); (la conversazione c’è stata ma non si può provare la corruzione o l’interesse privato); ma la questione non si è chiusa sul fronte inquinamento (ENI, COVA).

Sono due i filoni principali delle indagini : il primo sul Centro Oli in Val d’Agri a Viggiano dell’Eni, (COVA) , l’altro sull’impianto estrattivo della Total a Tempa Rossa. La questione Guidi riguardava i permessi e la gestione di Tempa Rossa, mentre l’inquinamento riguarda il Centro Oli ed ENI (COVA). Per maggiori informazioni leggete qui:

https://oggiscienza.it/2016/04/01/petrolio-basilicata-eni-inchiesta/

https://oggiscienza.it/2016/07/27/centro-oli-viggiano-inchiesta/

Per l’inquinamento dovuto all’attività estattiva furono condannati in vario modo 6 dei 60 imputati. La questione è complessa e ingarbugliata e soprattutto l’attenzione mediatica alle vicende Guidi-Gemelli ha rischiato di far passare in secondo ordine quelle ben più serie dell’inquinamento dovuto ad errori di gestione od a vere e proprie truffe agite da alcuni e per le quali alcuni funzionari dell’Eni erano stati arrestati (cambio dei codici dei rifiuti, inquinamento dell’acqua e del suolo per scarico di ammine e di sotto prodotti gassosi del raffinamento del gas e del petrolio).

Ad agosto scorso il COVA, che era stato sequestrato, fu dissequestrato per permettere all’Eni di eseguire le modifiche impiantistiche che avrebbero dovuto risolvere l’inquinamento. Una delle conseguenze del sequestro (ma sarebbe giusto dire degli errori dell’ENI) è stata l’interruzione delle attività e la conseguente riduzione delle royalties pagate alla Regione e ai Comuni interessati, cosa che ha mandato in crisi i bilanci regionali e comunali; ma di questo non possono essere considerati responsabili gli ambientalisti e i comitati che si oppongono all’inquinamento, ma solo i responsabili dell’inquinamento e chi non ha rispettato le leggi.

Cosa sta succedendo adesso?

Nulla di nuovo; a seguito di recenti controlli dell’ARPAB, si sono trovati ferro, manganese e IPA (idrocarburi policiclici aromatici) nell’area del COVA adiacente al fiume Agri col rischio di inquinamento del fiume stesso e dell’acquedotto del Pertusillo. L’ENI ha chiuso nuovamente il COVA su ordine della Regione.

Così si esprime un giornale locale riassumendo la vicenda che dura ormai da più di un anno:

Il 19 aprile scorso, dopo la conferma del sequestro da parte del Tribunale del Riesame, cui l’Eni aveva presentato ricorso, e del blocco dell’attività, vi fu un ricorso in Cassazione e l’Eni, promise di individuare alcune soluzioni e così lo scorso agosto venne dissequestrato l’impianto, ma con diverse problematiche anche su altre zone e per diversi dipendenti, mentre ad oggi si sostiene che tale contaminazione è andata oltre e dopo la notizia diramata nei giorni scorsi dalla Giunta Regionale della Basilicata per il blocco delle estrazioni petrolifere, alle ore 14.30, di oggi, martedì 18 aprile, a Potenza, il presidente della Regione Basilicata, Marcello Pittella, subito dopo le vacanze di Pasqua, terrà una conferenza stampa per fare il punto della situazione e incontrerà i giornalisti nella Sala Verrastro, al primo piano di viale Vincenzo Verrastro 4. Mentre giunge anche un’appello dall’Ing. Alberti all’Eni e al sindaco di Viggiano, Amedeo Cicala, di realizzare urgentemente una profonda trincea lungo il fiume Agri, prima che il petrolio lo contamini e con esso anche il Pertusillo.

(per i risultati di questo incontro si veda qui).

Mi chiedo come mai non esista un equivalente della clausola che negli accordi internazionali garantisce i profitti, ma dal punto di vista del bene pubblico; se io investitore per mia manchevolezza tecnica non solo inquino ma, una volta scoperto, sono costretto a sospendere l’attività e di conseguenza non pago più royalties, come mai non sono stavolta obbligato a pagare alla collettività le royalties promesse e su cui si basano i bilanci pubblici? (oltre ad eliminare le cause dell’inquinamento)

Questa è la domanda che rivolgo ai giornali di parte padronale come il Sole 24 ore che si lamentano dei mancati profitti e ridono delle mancate royalties riproponendo il ricatto fra lavoro e inquinamento.

Caro Sole 24 ore oil&gas non è strangolato dai nimby, come mal raccontano i vostri titoli, ma dalla sete di guadagno che non si ferma nemmeno davanti alla distruzione dei beni pubblici. Si vergognino gli inquinatori, non chi difende l’ambiente.

Costituzione Italiana:

Articolo 41

L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.

Per approfondire:

http://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2017/04/18/inchiesta-sul-petrolio-in-basilicata-57-rinvii-a-giudizio_6e4db091-b8a5-4950-97d8-dd7aa3623588.html

https://www.theguardian.com/global-development/2016/oct/14/el-salvador-world-bank-tribunal-dismisses-oceanagold-mining-firm-250m-claim

http://www.lastampa.it/2017/04/15/economia/eni-inadempiente-basilicata-chiude-il-centro-oli-di-viggiano-c03t34XOEHYwjymS3zNYMN/pagina.html

https://it.wikipedia.org/wiki/El_Salvador#Il_XX_secolo_e_la_guerra_civile

ENI ci ama? Ma quanto ci ama?

a cura di Martino Di Serio

I Fatti

Nel 2008 fece scalpore la notizia dell’accordo Massachusetts Institute of Technology (MIT)-Eni per un finanziamento complessivo di 50 Milioni di dollari ( http://www.eni.com/it_IT/media/comunicati-stampa/2008/01/15-01-08-eni-MIT-annunciano-partnership-programma-ricerca-energia-solare.shtml. )

miteiRecentemente è stata annunciata un rinnovo della partnership per 10 Milioni di dollari all’anno (http://www.ilsole24ore.com/art/impresa-e-territori/2013-02-12/eni-nuova-partnership-mit-210227.shtml?uuid=Ab353pTH).

Questi i fatti, ora seguono prima una considerazione sull’entità del finanziamento e poi alcune domande che come cittadino italiano (e quindi azionista dell’Eni) mi sovvengono per la valutazione dell’investimento fatto.

La Considerazione

Tutta l’accademia italiana è alle prese con la prima fase del richiesta di finanziamento PRIN (Progetti di Ricerca di Interesse Nazionale) al MIUR (il 14 Febbraio scadono i termini). Il finanziamento complessivamente assegnato al settore ERC (European Research Council) PE (Mathematics, physical sciences, information and communication,  engineering, universe and earth sciences) è di euro 15.303.958.  Partendo dal presupposto che la cifra messa a disposizione dal ministero è sicuramente insufficiente ad assicurare la competitività delle nostre università rispetto alle università straniere, resta comunque la considerazione che l’ENI finanzia il solo MIT con circa il 50% del budget che lo stato Italiano mette a disposizione dei settori della scienza di base e della tecnologia (Matematica, Fisica, Chimica, Ingegneria e Geologia) di tutta l’Università Italiana.

Le Domande.

1) Qual è l’investimento di Eni nell’Università Italiana’?

2) Quali ritorni scientifici si sono avuti dall’investimento passato?

Sul sito MITei-solar frontier center (http://eni-solar.mit.edu/publications/) sono riportate dal 2010 al 2012, 24 pubblicazioni. Il costo medio si aggira intorno a 830000 dollari a pubblicazione calcolando 10 milioni di dollari all’anno di investimento. Non si vuole essere quantitativi ma la cifra impressiona tenendo conto delle cifre con cui i ricercatori italiani si devono confrontare.

3) Chi è proprietario dei diritti brevettuali delle domande di  brevetto depositate nell’ambito del programma Solar frontier Center?

Uno dei risultati più pubblicizzati sono le celle fotovoltaiche supportate su carta o tessuto (http://mitei.mit.edu/news/solar-cells-printed-paper) . Allo stato attuale (almeno dalle notizie che si possono ricavare da Espacenet) sembra che il proprietario dei diritti sia il solo MIT(http://worldwide.espacenet.com/publicationDetails/inpadoc?CC=US&NR=2011315204A1&KC=A1&FT=D&ND=3&date=20111229&DB=EPODOC&locale=en_EP)

4) I Dirigenti ENI hanno mai pensato alla possibilità  di “call for proposal” rivolte all’Università Italiana per verificare se anche dalla ricerca dell’Università Italiana possano emergere soluzioni/innovazioni utili all’Italiana (almeno per ora) ENI?

La Conclusione

Voglio precisare che qui non si mettono in discussione né le competenze del MIT né la professionalità e l’eccellenza dei ricercatori Eni. Molti di questi li conosco personalmente e godono della mia massima stima. Tra l’altro i loro eccellenti risultati presenti e passati (anche nel settore dei nuovi materiali per il solare) sono noti a chi si occupa di chimica industriale.

La cosa su cui vuole aprire una discussione è sull’opportunità che in questi momenti di crisi per l’Italia (http://www.repubblica.it/economia/2012/11/15/news/pil_europa_crisi-46690754/), l’Eni svolga un’azione di sponsorizzazione liberale (donazione) nei confronti di una organizzazione Statunitense. Naturalmente l’ENI è libera di farlo, ma come ricercatori in Italia saremmo curiosi di sapere quanto l’ENI investe in Italia o se invece la sua azione complessiva di sponsorizzazione liberale della ricerca (perché di questo “sembra” si tratti) è contraria a quanto i nostri governi (almeno a parole) hanno cercato di arginare (la fuga dei cervelli).

Preoccupa quanto riportato sul sito MITEei a proposito dell’accordo Eni-MIT (http://mitei.mit.edu/news/mit-and-eni-renew-energy-partnership):
“While the exact funding level was not disclosed, the agreement between Eni and MIT “significantly exceeds” the $5 million annual commitment required for founding members of MITEI, according to a press release, making Eni the energy initiative’s largest research sponsor. Eni has directly supported 100 energy researchers at MIT over the past five years, and 52 students have been supported as Eni-MIT Energy Fellows”.

Per approfondire:

http://daily.wired.it/news/economia/2013/02/13/paolo-scaroni-eni-mit-6792578.html

http://eni-solar.mit.edu/

http://www.repubblica.it/economia/finanza/2012/04/06/news/compensi_milionari_per_i_vertici_di_eni_ed_enel_a_scaroni_6_milioni_e_a_conti_4_3_milioni-32877572/