Inquinamento ed estrazione mineraria.

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Claudio Della Volpe

Due notizie di questi giorni mettono al centro uno dei problemi più importanti nella gestione delle risorse minerarie ed in genere delle risorse, ossia il crescente inquinamento prodotto da un approccio che privilegia il profitto e non la gestione razionale, che danneggia dunque noi tutti come passeggeri di una nave cosmica che non ha zattere di salvataggio o sostituti.

In parte questi problemi sono dovuti al fatto che le risorse minerarie non sono infinite e che dunque certi problemi sono inevitabili: i costi crescono a causa del crescente impoverimento dei giacimenti; il problema è che chi estrae cerca di scaricarli sempre più sulla comunità con comportamenti che privilegiano l’attività privata e non il bene pubblico.

Da una parte la Regione Basilicata ha sospeso l’attività del Centro Oli di Viggiano dell’ENI, poichè l’ENI non ha rispettato le norme anti-inquinamento ed i prodotti dell’attività estrattiva si sono riversati ripetutamente nell’aria, nella terra e forse nel fiume Agri; dall’altra El Salvador il più piccolo stato centro-americano, affacciato sul Pacifico ha approvato una legge che vieta quasi completamente l’attività mineraria che ha portato finora (insieme principalmente all’agricoltura estensiva) all’inquinamento del 90% delle acque superficiali; e questo dopo una lotta legale e politica contro i giganti economici multinazionali che estraggono soprattutto oro.

Vi racconto le due storie, che mi sembrano per molti aspetti simili, brevemente.

El Salvador , 21000 kmq di foreste affacciate sul Pacifico, è stato anche teatro di una lunghissima guerra civile. Finalmente nel 1992 c’è stato un accordo fra le due fazioni politiche e nel 2009 le sinistre hanno vinto le elezioni.

Geograficamente El Salvador è caratterizzato da un territorio esposto al clima oceanico con una densità di popolazione di circa 300 ab/kmq (50% più dell’Italia); molti giacimenti minerari e agricoltura estensiva. Il fiume principale è il Lempa, navigabile per molte miglia ed intensamente sfruttato; diverse dighe lungo il suo percorso consentono l’irrigazione e la produzione di rilevanti quantità di energia idroelettrica. A sud del suo bacino, si è sviluppata la coltivazione di agave sisalana, pianta utile alla fabbricazione di corde, spago, cappelli e tappeti ed altri manufatti. Le attività industriali e agricole nel bacino del Lempa ne hanno però fortemente inquinate le acque, ormai per gran parte non potabili, a causa dell’uso massiccio di prodotti chimici. (da wikipedia)

(ovviamente per chimici wikipedia intende di sintesi).

La goccia che ha fatto traboccare il vaso, creando un vero e proprio movimento sociale, è stata la cava progettata dalla Pac Rim Cayman. La società, controllata della canadese-australiana OceanaGold, aveva ottenuto una licenza per aprire una miniera d’oro nella provincia settentrionale di Cabañas, licenza respinta nel 2005 per non aver soddisfatto tutti i requisiti di legge.

Con la crescita dell’opposizione al progetto, sono aumentati anche gli scontri intorno alla miniera, causando la morte di diversi attivisti. La questione si è risolta lo scorso anno attraverso un arbitrato commerciale internazionale. Il tribunale ha dato ragione al governo salvadoregno, respingendo tutte le richieste della società. La OceaneaGold è stata condannata a pagare un risarcimento di 8 milioni di dollari a cui si aggiunge un ulteriore, multa per (NON) aver ancora versato la somma.

http://www.rinnovabili.it/ambiente/el-salvador-bandire-miniere-di-metalli-666/

L’arbitrato è durato anni ed è costato moltissimo allo stato di El Salvador; è un esempio delle procedure previste da accordi come TTIP (che noi finora ci siamo scansati) e che prevedono che una multinazionale, a determinate condizioni, possa chiamare in giudizio uno stato che fa leggi che impediscono di realizzare profitti; nel caso specifico ripeto siamo dovuti arrivare ad un inquinamento del 90% delle acque per far bloccare ulteriori inquinamenti.

Stranamente in queste regole non è previsto il contrario, ossia che se una multinazionale inquina poi non solo paga, ma se per questo deve interrompere la sua attività, dovrebbe comunque continuare a pagare le royalties promesse al momento iniziale e su cui i bilanci pubblici si sono basati. E di questo vediamo le conseguenze in Basilicata.

http://www.internazionale.it/notizie/2017/01/31/salvador-pace-anniversario

I difensori della nuova legge dimostrano la propria soddisfazione davanti al Parlamento. (Marvin Recinos / AFP)

La situazione della Basilicata in parte la conoscete se avete seguito le vicende del referendum contro le trivellazioni; in quel periodo tutti i giornali erano anche pieni della questione Guidi – Gemelli; per quella indagine su una conversazione fra i due relativa al fatto che il Governo stava per approvare un investimento che avrebbe facilitato la vita di Gemelli, compagno della Guidi e procacciatore d’affari per Total, la Guidi si dimise e Gemelli è stato indagato insieme ad altri. Pochi giorni fa l’indagine si è chiusa con un nulla di fatto sulla questione per quanto riguarda lo stralcio di indagine riguardante Gemelli (Total, Tempa Rossa); (la conversazione c’è stata ma non si può provare la corruzione o l’interesse privato); ma la questione non si è chiusa sul fronte inquinamento (ENI, COVA).

Sono due i filoni principali delle indagini : il primo sul Centro Oli in Val d’Agri a Viggiano dell’Eni, (COVA) , l’altro sull’impianto estrattivo della Total a Tempa Rossa. La questione Guidi riguardava i permessi e la gestione di Tempa Rossa, mentre l’inquinamento riguarda il Centro Oli ed ENI (COVA). Per maggiori informazioni leggete qui:

https://oggiscienza.it/2016/04/01/petrolio-basilicata-eni-inchiesta/

https://oggiscienza.it/2016/07/27/centro-oli-viggiano-inchiesta/

Per l’inquinamento dovuto all’attività estattiva furono condannati in vario modo 6 dei 60 imputati. La questione è complessa e ingarbugliata e soprattutto l’attenzione mediatica alle vicende Guidi-Gemelli ha rischiato di far passare in secondo ordine quelle ben più serie dell’inquinamento dovuto ad errori di gestione od a vere e proprie truffe agite da alcuni e per le quali alcuni funzionari dell’Eni erano stati arrestati (cambio dei codici dei rifiuti, inquinamento dell’acqua e del suolo per scarico di ammine e di sotto prodotti gassosi del raffinamento del gas e del petrolio).

Ad agosto scorso il COVA, che era stato sequestrato, fu dissequestrato per permettere all’Eni di eseguire le modifiche impiantistiche che avrebbero dovuto risolvere l’inquinamento. Una delle conseguenze del sequestro (ma sarebbe giusto dire degli errori dell’ENI) è stata l’interruzione delle attività e la conseguente riduzione delle royalties pagate alla Regione e ai Comuni interessati, cosa che ha mandato in crisi i bilanci regionali e comunali; ma di questo non possono essere considerati responsabili gli ambientalisti e i comitati che si oppongono all’inquinamento, ma solo i responsabili dell’inquinamento e chi non ha rispettato le leggi.

Cosa sta succedendo adesso?

Nulla di nuovo; a seguito di recenti controlli dell’ARPAB, si sono trovati ferro, manganese e IPA (idrocarburi policiclici aromatici) nell’area del COVA adiacente al fiume Agri col rischio di inquinamento del fiume stesso e dell’acquedotto del Pertusillo. L’ENI ha chiuso nuovamente il COVA su ordine della Regione.

Così si esprime un giornale locale riassumendo la vicenda che dura ormai da più di un anno:

Il 19 aprile scorso, dopo la conferma del sequestro da parte del Tribunale del Riesame, cui l’Eni aveva presentato ricorso, e del blocco dell’attività, vi fu un ricorso in Cassazione e l’Eni, promise di individuare alcune soluzioni e così lo scorso agosto venne dissequestrato l’impianto, ma con diverse problematiche anche su altre zone e per diversi dipendenti, mentre ad oggi si sostiene che tale contaminazione è andata oltre e dopo la notizia diramata nei giorni scorsi dalla Giunta Regionale della Basilicata per il blocco delle estrazioni petrolifere, alle ore 14.30, di oggi, martedì 18 aprile, a Potenza, il presidente della Regione Basilicata, Marcello Pittella, subito dopo le vacanze di Pasqua, terrà una conferenza stampa per fare il punto della situazione e incontrerà i giornalisti nella Sala Verrastro, al primo piano di viale Vincenzo Verrastro 4. Mentre giunge anche un’appello dall’Ing. Alberti all’Eni e al sindaco di Viggiano, Amedeo Cicala, di realizzare urgentemente una profonda trincea lungo il fiume Agri, prima che il petrolio lo contamini e con esso anche il Pertusillo.

(per i risultati di questo incontro si veda qui).

Mi chiedo come mai non esista un equivalente della clausola che negli accordi internazionali garantisce i profitti, ma dal punto di vista del bene pubblico; se io investitore per mia manchevolezza tecnica non solo inquino ma, una volta scoperto, sono costretto a sospendere l’attività e di conseguenza non pago più royalties, come mai non sono stavolta obbligato a pagare alla collettività le royalties promesse e su cui si basano i bilanci pubblici? (oltre ad eliminare le cause dell’inquinamento)

Questa è la domanda che rivolgo ai giornali di parte padronale come il Sole 24 ore che si lamentano dei mancati profitti e ridono delle mancate royalties riproponendo il ricatto fra lavoro e inquinamento.

Caro Sole 24 ore oil&gas non è strangolato dai nimby, come mal raccontano i vostri titoli, ma dalla sete di guadagno che non si ferma nemmeno davanti alla distruzione dei beni pubblici. Si vergognino gli inquinatori, non chi difende l’ambiente.

Costituzione Italiana:

Articolo 41

L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali.

Per approfondire:

http://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2017/04/18/inchiesta-sul-petrolio-in-basilicata-57-rinvii-a-giudizio_6e4db091-b8a5-4950-97d8-dd7aa3623588.html

https://www.theguardian.com/global-development/2016/oct/14/el-salvador-world-bank-tribunal-dismisses-oceanagold-mining-firm-250m-claim

http://www.lastampa.it/2017/04/15/economia/eni-inadempiente-basilicata-chiude-il-centro-oli-di-viggiano-c03t34XOEHYwjymS3zNYMN/pagina.html

https://it.wikipedia.org/wiki/El_Salvador#Il_XX_secolo_e_la_guerra_civile

ENI ci ama? Ma quanto ci ama?

a cura di Martino Di Serio

I Fatti

Nel 2008 fece scalpore la notizia dell’accordo Massachusetts Institute of Technology (MIT)-Eni per un finanziamento complessivo di 50 Milioni di dollari ( http://www.eni.com/it_IT/media/comunicati-stampa/2008/01/15-01-08-eni-MIT-annunciano-partnership-programma-ricerca-energia-solare.shtml. )

miteiRecentemente è stata annunciata un rinnovo della partnership per 10 Milioni di dollari all’anno (http://www.ilsole24ore.com/art/impresa-e-territori/2013-02-12/eni-nuova-partnership-mit-210227.shtml?uuid=Ab353pTH).

Questi i fatti, ora seguono prima una considerazione sull’entità del finanziamento e poi alcune domande che come cittadino italiano (e quindi azionista dell’Eni) mi sovvengono per la valutazione dell’investimento fatto.

La Considerazione

Tutta l’accademia italiana è alle prese con la prima fase del richiesta di finanziamento PRIN (Progetti di Ricerca di Interesse Nazionale) al MIUR (il 14 Febbraio scadono i termini). Il finanziamento complessivamente assegnato al settore ERC (European Research Council) PE (Mathematics, physical sciences, information and communication,  engineering, universe and earth sciences) è di euro 15.303.958.  Partendo dal presupposto che la cifra messa a disposizione dal ministero è sicuramente insufficiente ad assicurare la competitività delle nostre università rispetto alle università straniere, resta comunque la considerazione che l’ENI finanzia il solo MIT con circa il 50% del budget che lo stato Italiano mette a disposizione dei settori della scienza di base e della tecnologia (Matematica, Fisica, Chimica, Ingegneria e Geologia) di tutta l’Università Italiana.

Le Domande.

1) Qual è l’investimento di Eni nell’Università Italiana’?

2) Quali ritorni scientifici si sono avuti dall’investimento passato?

Sul sito MITei-solar frontier center (http://eni-solar.mit.edu/publications/) sono riportate dal 2010 al 2012, 24 pubblicazioni. Il costo medio si aggira intorno a 830000 dollari a pubblicazione calcolando 10 milioni di dollari all’anno di investimento. Non si vuole essere quantitativi ma la cifra impressiona tenendo conto delle cifre con cui i ricercatori italiani si devono confrontare.

3) Chi è proprietario dei diritti brevettuali delle domande di  brevetto depositate nell’ambito del programma Solar frontier Center?

Uno dei risultati più pubblicizzati sono le celle fotovoltaiche supportate su carta o tessuto (http://mitei.mit.edu/news/solar-cells-printed-paper) . Allo stato attuale (almeno dalle notizie che si possono ricavare da Espacenet) sembra che il proprietario dei diritti sia il solo MIT(http://worldwide.espacenet.com/publicationDetails/inpadoc?CC=US&NR=2011315204A1&KC=A1&FT=D&ND=3&date=20111229&DB=EPODOC&locale=en_EP)

4) I Dirigenti ENI hanno mai pensato alla possibilità  di “call for proposal” rivolte all’Università Italiana per verificare se anche dalla ricerca dell’Università Italiana possano emergere soluzioni/innovazioni utili all’Italiana (almeno per ora) ENI?

La Conclusione

Voglio precisare che qui non si mettono in discussione né le competenze del MIT né la professionalità e l’eccellenza dei ricercatori Eni. Molti di questi li conosco personalmente e godono della mia massima stima. Tra l’altro i loro eccellenti risultati presenti e passati (anche nel settore dei nuovi materiali per il solare) sono noti a chi si occupa di chimica industriale.

La cosa su cui vuole aprire una discussione è sull’opportunità che in questi momenti di crisi per l’Italia (http://www.repubblica.it/economia/2012/11/15/news/pil_europa_crisi-46690754/), l’Eni svolga un’azione di sponsorizzazione liberale (donazione) nei confronti di una organizzazione Statunitense. Naturalmente l’ENI è libera di farlo, ma come ricercatori in Italia saremmo curiosi di sapere quanto l’ENI investe in Italia o se invece la sua azione complessiva di sponsorizzazione liberale della ricerca (perché di questo “sembra” si tratti) è contraria a quanto i nostri governi (almeno a parole) hanno cercato di arginare (la fuga dei cervelli).

Preoccupa quanto riportato sul sito MITEei a proposito dell’accordo Eni-MIT (http://mitei.mit.edu/news/mit-and-eni-renew-energy-partnership):
“While the exact funding level was not disclosed, the agreement between Eni and MIT “significantly exceeds” the $5 million annual commitment required for founding members of MITEI, according to a press release, making Eni the energy initiative’s largest research sponsor. Eni has directly supported 100 energy researchers at MIT over the past five years, and 52 students have been supported as Eni-MIT Energy Fellows”.

Per approfondire:

http://daily.wired.it/news/economia/2013/02/13/paolo-scaroni-eni-mit-6792578.html

http://eni-solar.mit.edu/

http://www.repubblica.it/economia/finanza/2012/04/06/news/compensi_milionari_per_i_vertici_di_eni_ed_enel_a_scaroni_6_milioni_e_a_conti_4_3_milioni-32877572/