Le molecole della pubblicità: ma dove sta la camomilla nella Saugella?

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Claudio Della Volpe

(per gli altri articoli di questa serie si cerchi “molecole della pubblicità” nel riquadro in alto a destra)

Uno dei prodotti detergenti intimi più comuni è la Saugella, prodotto della italiana Meda (oggi Rottapharm); lo uso anche io, è un detergente a pH neutro indicato per la pelle delicata. Utile prodotto, almeno nella mia esperienza; non ve ne parlo per fare pubblicità, ma per capire una cosa: ma dove sta la camomilla, dato che il prodotto è declamato come “a base di camomilla”?

I detergenti a pH neutro o perfino acido sono giustificati dal fatto che il pH della pelle non è basico come i comuni saponi che contengono spesso residui di OH in quantità significativa; dopo tutto la saponificazione è il processo per la produzione del sapone a partire da grassi e idrossidi di metalli alcalini. In termini tecnici, la saponificazione è l’idrolisi basica (solitamente si impiega soda caustica, NaOH) di un trigliceride per produrre il corrispettivo sale sodico (carbossilato, più propriamente).

Ma la nostra pelle è prima di tutto coperta di sebo e dunque una pulizia totale è sconsigliata, eliminerebbe il grasso naturale con funzione protettiva, e d’altronde l’igiene, ossia la riduzione del carico batterico indesiderato, è utile; inoltre il pH è dell’ordine di 5.5, ossia vicino a quello dell’acqua naturalmente carbonatata dall’atmosfera.

5.5 non 7.

E’ un trucco di tutti i tecnici di laboratorio di chimica: ohi ragazzo dimmi quale è il pH dell’acqua distillata; e noi tutti a pecorella: 7! Ah, ah; ma quando mai! Dice il tecnico è 5-5.5; e perchè? Ma perchè il diossido di carbonio ci si scioglie dentro alla grande, forma acido carbonico, è il motivo per cui se lasci aperta una soluzione di idrossido di sodio calibrata te la ritrovi fuori range in poche ore; una volta ci si metteva una valvola di ingresso piena di idrossido di potassio o di sodio che si carbonata; anche nel famoso romanzo di Verne, Intorno alla Luna (seguito di Dalla terra alla Luna) si usa questa capacità degli idrossidi per purificare l’aria del proiettile lanciato verso la Luna, assorbendo l’anidride carbonica prodotta dalla respirazione degli astronauti.

Allora tornando a noi: guardiamo l’INCI della Saugella e cerchiamo la camomilla della pubblicità:Apparentemente la camomilla non c’è; ricordiamo che l’elenco INCI riporta i prodotti in ordine quantitativo (solo dopo l’1% in ordine sparso); il primo prodotto “naturale” è un estratto di timo (non camomilla), ma di essenziale c’è un sapone magnesio laurilsolfato, e varie altre molecole detergenti, molecole tutte sintetiche che fanno da regolatori dell’acidità, profumi; dato che non contiene parabeni contiene altre sostanze antibatteriche e conservanti (i parabeni servivano a questo e devono essere sostituiti in qualche modo, se no la scadenza dei prodotti si riduce notevolmente).

Ma la camomilla? Dov’è?

Beh dopo lunga osservazione e riflessione, in 11esima posizione e dunque in quantità mooolto , ma moolto piccola trovo il bisabololo.

Ecco qua, dove si nasconde la camomilla!

Eh si perchè l’α-bisabololo, anzi

l’α-(−)-bisabololo è un alcool naturale sesquiterpenico monociclico che si forma per neutralizzazione con acqua del catione bisabolile.

Costituisce il componente principale (10-25%) dell’olio essenziale di camomilla derivato dai capolini freschi o essiccati.

Possiede proprietà calmanti ben conosciute da secoli e perciò viene utilizzato in numerosi prodotti cosmetici. Ha proprietà lenitive e disarrossanti.

(da Wikipedia)

il bisabololo naturale è lo stereoisomero indicato con 118

da Handbook of Cosmetic Science and Technology A.O. Barel ed. pag 277 e seguenti; la prima molecola è α(-)-bisabololo, la seconda  α(+)-bisabololo, l’una enantiomera dell’altra.

Si tratta di una molecola con due stereocentri , e quello naturale è uno solo dei quattro possibili*. I primi due sono enantiomeri, in quanto le loro configurazioni assolute si invertono. 1S,2S nel α-(-) bisabololo e 1R,2R nel α-(+)bisabololo. Il bisabololo della Saugella non è esplicitamente dichiarato come estratto dalla camomilla, anche se sulla bottiglia è scritto  a base di camomilla e a base di estratto di camomilla, ma negli ingredienti c’è solo il bisabololo che potrebbe venire dalla camomilla.

In genere viene estratto anche dalla camomilla, Matricaria Camomilla var. recutita (e anche da un’altra pianta del tutto diversa), ma può essere anche sintetizzato.

Ora la questione che si pone è la seguente: la pubblicità dice che la Saugella è “a base di camomilla”, mentre è solo l’11esimo prodotto dell’INCI, pochino proprio; ma soprattutto, questo bisabololo da dove viene? è un estratto dall’olio di camomilla oppure è sintetico o ha ancora altre origini? Come facciamo a capire?

Vabbè direte voi, ma tanto sono identici: il bisabololo è bisabololo!

Certo, è vero (quasi al 100%) ma con qualche piccola differenza che esaminiamo qua .

Cominciamo a dire che ci sono tre possibili sorgenti di α-bisabololo;

  1. A) c’è quello della camomilla, 10-15% dell’olio di camomilla che contiene solo lo stereisomero indicato comunemente come α(-)-bisabololo , relativamente raro al giorno d’oggi sul mercato.

Occorre quasi una tonnellata di fiori di camomilla (cosiddetta tedesca, ma ne esistono altre varietà) per ricavare due chilogrammi di olio essenziale di camomilla il cui colore blu intenso è dovuto all’alta percentuale di azulene, un idrocarburo, che non è contenuto nell’olio di Candeia (altra sorgente di α-bisabololo), ma è contenuto in altre piante e funghi. L’azulene ha proprietà lenitive analoghe al bisabololo e molto potenti.

Anti-inflammatory drugs- Vane e Ferreira Springer 1979

Si veda anche: https://www.tandfonline.com/doi/abs/10.1080/0972060X.2016.1224689?journalCode=teop20

Nel libro di Heinrich e altri, Fondamenti di farmacognosia e fisioterapia si chiarisce che l’olio essenziale di camomilla si può avere in una seconda versione in cui però dominano gli ossidi di bisabololo.

  1. B) c’è una seconda sorgente naturale, una pianta brasiliana dal cui olio essenziale si estrae tramite un processo di distillazione diretta; la pianta è l’albero brasiliano Candeia (Vanillosmopsis erytropappa), per distillazione in corrente di vapore del legno delle piante si estrae l’olio dal quale si può distillare un equivalente (che però ha certamente impurità diverse rispetto a quello della camomilla) e comunque non viene dalla camomilla, ma certo è ancora propriamente α(-)-bisabololo, lo stesso stereoisomero; da una rapida indagine sul mercato questo olio costerebbe meno di quello di camomilla. La pianta appartiene alle composite o asteracee come la camomilla, ma è un albero sia pur non altissimo. Le asteracee sono originarie del sud America e si sono differenziate dopo la separazione del supercontinente Gondwana. In pratica la camomilla è una discendente della Candeia. (https://it.wikipedia.org/wiki/Asteraceae)
  1. C) ed infine c’è un bisabololo sintetico che però è una miscela dei 4 stereoisomeri la cui composizione esatta dipende dal tipo di sintesi scelta*   e dunque, supponendo che la sintesi produca solo i due indicati nella figura e che non ci siano problemi con la molecola 127 in figura , è efficace la metà e non ha a che fare con la camomilla se non in linea indiretta. Altre sintesi darebbero risultati ancora diversi*.

Nel bisabololo sintetico sul mercato, che come detto è un una miscela di enantiomeri , c’è ancora un altro problema, che circa il 10% del prodotto è farnesolo;In anni recenti sono stati lanciati prodotti sintetici a base di bisabololo di maggiore purezza (nome commerciale Dragosantolo) che contengono solo lo 0.01 o perfino lo 0.001 di farnesolo.

https://www.cosmeticsdesign.com/Article/2005/03/09/Symrise-gets-EC-compliance-for-purer-Bisabolol

Quale di questi tre è contenuto nella Saugella?

L’INCI parla di bisabololo, non di estratto di camomilla come la pubblicità. Però possiamo rifarci alla definizione che dà, se non l’INCI stessa la legislazione europea che si rifa all’INCI

http://ec.europa.eu/growth/tools-databases/cosing/index.cfm?fuseaction=search.details_v2&id=74499

dove troviamo che il termine usato sul contenitore della Saugella escluderebbe uno dei tre casi; infatto il temine “bisabololo”(Nota: non fatevi ingannare dai simboli R*,R*, ricordando che secondo il goldbook (https://goldbook.iupac.org/html/R/R05260.html) questo indica solo che i due centri hanno la stessa configurazione; infatti sono entrambi S, come descritto nella immagine del Barel)

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corrisponde al CAS 515-69-5/23089-26-1 che corrisponde al solo (α-(−)-bisabololo ), mentre l’altro stereoisomero (α-(+)-bisabololo ) corrisponde ad un diverso CAS. Dunque saremmo portati ad escludere nella Saugella la presenza del bisabololo di sintesi che sarebbe efficace la metà o meno, in quanto nella lista dei componenti NON è indicato l’altro stereoisomero.

Dunque anche se il bisabololo della Saugella è indicato solo come bisabololo il rispetto della legislazione europea ci porta a concludere che è presente solo α-(−)-bisabololo che è di origine naturale.

Diciamo che qua un piccolo dubbio mi rimane; se il bisabololo fosse di sintesi sarebbe d’obbligo indicare la presenza dell’altro o degli altri stereisomeri visto che esso NON è indicato nella lista INCI? Di fatto sarebbe solo una questione di titolo: se uno usasse il sintetico, quello giusto ci sarebbe, mentre l’altro (o gli altri) che non è presente in INCI sarebbe un di più, senza nome. Non so se è possibile.

Supponiamo col beneficio di inventario che non ci sia. Rimane comunque un problema; la denominazione INCI non decide della provenienza.

Il bisabololo della Saugella potrebbe anche venire dalla Candeia, il distillato dell’olio di Candeia sarebbe solo α-(−)-bisabololo, e la composizione sarebbe allora giusta.

Diciamo però che la pubblicità non sarebbe del tutto corretta. Intendiamoci nulla di male, il prodotto sarebbe sempre quello, ma non sarebbe “a base di camomilla”, ma di Candeia. Come stanno le cose? Non lo so. Da chimico capisco che di fatto la differenza, se fosse così, sarebbe minima, ma questa incertezza mi dà un certo fastidio.

Non sarebbe nemmeno un caso unico.

Si sa che l’acido carminico estratto dalla cocciniglia, che è un insetto, colora le fragole degli Yogurt; al massimo in quelli per bambini si usa la carota nera che vira al rosso cambiando il pH; grande chimica, ma tutto ciò ripeto mi da un certo fastidio.

Bah; sulla Saugella spero in un chiarimento del produttore al quale ho anche mandato una richiesta, poi vi dico.

Sul resto voi che ne dite?

NdB: Rottapharm-Madaus è proprietà di un gruppo italiano, Meda (oggi Meda AB) che si occupa di prodotti per la cura della persona, ha acquisito la Rottapharm-Madaus nel 2014; è a capitale italiano, ha 1800 dipendenti ed è presente in 90 paesi.

*

a proposito della sintesi del bisabololo si veda THE TOTAL SYNTHESIS OF NATURAL PRODUCTS vol. 5 di J. ApSimons, J. Wiley & Sons 1983 pag 59 dove si analizzano in dettaglio le varie strade di sintesi e le diverse quote di prodotto ottenute fra i 4 stereisomeri.

Formiche, api e….chimica.

Nota: si ricorda che le opinioni espresse in questo blog non sono da ascrivere alla SCI o alla redazione ma al solo autore del testo

di Gianfranco Scorrano, già Presidente SCI

La favola di Esopo della formica e della cicala:

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Durante l’estate la formica lavorava duramente, mettendosi da parte le provviste per l’inverno. Invece la cicala non faceva altro che cantare tutto il giorno. Poi arrivò l’inverno e la formica ebbe di cui nutrirsi, dato che durante l’estate aveva accumulato molto cibo. La cicala cominciò a sentire i morsi della fame, perciò andò dalla formica a chiederle se potesse darle qualcosa da mangiare. La formica le disse: «Io ho lavorato duramente per ottenere questo; e tu, invece, che cosa hai fatto durante l’estate?» «Ho cantato» rispose la cicala. La formica allora esclamò: «E allora adesso balla!»

Da cui si ricava la morale: chi nulla mai fa, nulla mai ottiene. La formica è una lavoratrice e la cicala no.

Ma è vero? Due entomologi Anna Dornhaus e Daniel Charbonneau della Università dell’Arizona hanno raccolto 225 esemplari di Temnothorax rugatulus, formiche del nord America, appartenenti a 5 diverse colonie e, dopo averle inserite in formicai vetrati grazie ai quali era possibile vederle, ne hanno osservato e fotografato il comportamento. Tra le 225 formiche analizzate, i ruoli sono stati distinti in 4 macro gruppi: 34 formiche nutrici, che si occupano della uova, 26 operaie che lavoravano fuori dal nido, 62 tuttofare e ben 103 nullafacenti, queste ultime non avevano alcun tipo di ruolo e trascorrevano intere giornata e nottate senza svolgere una qualsiasi attività. Tra le ‘lavoratrici’ il 71,9% risultava inattivo almeno meta’ del tempo, il 25,1% non lavorava mai e solo il 2,6% era sempre attivo durante l’osservazione.(Pubblicato su Behavioral Ecology and Sociobiology,2015, 69, 1459-1472l).

Certamente queste non sono formiche di Esopo. Le formiche appartengono, come le api e le vespe, agli imenotteri e ai cosiddetti insetti sociali che vivono in società organizzate. Prendiamo ad esempio le api (per gli altri insetti la situazione è simile) e vediamo come sono organizzate.

cicala2Le api fanno parte , grazie ai fumetti, dell’immaginario collettivo (esempio, l’ape Maya) e in realtà fanno anche parte della vita umana perché sono state da lungo tempo “addomesticate” per utilizzare i loro prodotti e le loro capacità impollinatrici.

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La cura delle api si è sviluppata in tempi antichissimi: esistono rappresentazioni ritrovate in tombe egizie del 600 a.C.. Ovviamente vi sono stati miglioramenti, come si può apprezzare esaminando una arnia moderna:

Un alveare in piena attività comprende: Una sola regina, più grande delle altre (ca.17-20 millimetri) che vive nel nido attorniata da api operaie che la nutrono e la puliscono; ha il compito di fare le uova ed è la madre di tutte le api della famiglia; vive fino a sei anni. 300 fuchi, i maschi lunghi circa 15 millimetri, non sono capaci di procurarsi il cibo perché hanno una bocca non adatta a succhiare il nettare o organi per raccogliere il polline; hanno l’unico compito di fecondare l’ape regina, dopo di che muoiono. 25000 api operaie che stanno all’interno dell’alveare per svolgere le diverse funzioni di pulitura dell’arnia, cura della regina, protezione dell’arnia, etc; l’aspettativa di vita va da trenta giorni a sei mesi; sono lunghe 12-13 millimetri. 25000 api operaie bottinatrici (del tipo operaie) che hanno il compito di raccogliere all’esterno il necessario per la vita dell’alveare: acqua, nettare, polline e propoli. 9000 larve che devono essere nutrite. 20000 larve, nella fase di pupa. 6000 uova sistemate nel fondo della cella.

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A me pare una organizzazione crudele: i maschi muoiono presto (subito dopo l’accoppiamento) le femmine in massimo sei mesi; solo la regina dura fino a sei anni, anche se si accoppia una sola volta, sia pure con molti fuchi. Ovviamente non vi è cenno di vita “familiare”. Comunque le api sono utilissime all’uomo sia per l’impollinazione delle piante che per la produzione di vari prodotti. L’impollinazione avviene perché, mentre succhiano i fiori, le api si ricoprono di polline che poi trasferiscono ai successivi fiori che attaccano: ovviamente le piante non possono muoversi, ma le api, svolazzando di fiore in fiore suppliscono con efficienza nel trasmettere il necessario polline.

Le api producono: miele, pappa reale, propoli, polline, cera, veleno. Tutti conosciamo il miele (composizione:75% zucchero (mono e polisaccaridi), 17% acqua; 8% altre sostanze) si dice monoflorale se proviene prevalentemente da un solo fiore (Acacia, Castagno, Girasole, etc) oppure millefiori se le api visitano più fiori e nessuno prevale. E’ stato stimato che per produrre un chilo di miele le api fanno 60 mila voli di andata e ritorno dall’alveare ai fiori per un totale di circa 150 mila chilometri, quasi quattro volte il giro della terra.

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La pappa reale è il cibo dell’ape regina. E’ una sostanza gelatinosa di colore bianco prodotta dalle api operaie di età compresa tra cinque e quattordici giorni. Viene utilizzata per alimentare l’ape regina durante l’arco della sua vita e tutte le larve nei primi tre giorni di vita E’ un alimento eccezionale che però per il suo alto tenore in acqua (acqua 69,8% residuo secco 30,2) si deteriora facilmente.

Il nome propoli deriva dal greco: pro (a favore) polis (della citta), una sostanza accumulata attorno all’alveare per permetterne una più facile difesa. La propoli è composta di resine e balsami (50-55% acqua, 30% residuo secco, 10-15% oli essenziali, 5% polline, 5% altre sostanze organiche e minerali) ma contiene anche cera. Viene usato dalle api per chiudere ogni spiffero dell’alveare e per imbalsamare gli animali che entrano come predatori nell’alveare Uccisi, vuotati dalle parte molli e ricoperti con propoli per impedire la putrefazione.

Le api raccolgono sui fiori il polline, lo impastano con il nettare e lo trasportano nelle cellette del favo. Viene utilizzato per l’alimentazione delle larve di api operaie e fuchi a partire dal terzo giorno di vita, mentre le api nutrici lo usano per produrre gelatina reale. La composizione è 16% acqua, 30% proteine, 22% amminoacidi, 37% zuccheri, 5% altre sostanze. E’ l’unica fonte proteica per le api e quindi importante per la loro crescita. Utile anche all’uomo.

Solo le api femmine hanno il pungiglione dal quale possono, nella puntura di altri, iniettare il veleno delle api ai vari nemici. C’è un problema però. L’uscita del pungiglione si trascina dietro parte dell’intestino dell’ape, che quindi muore. Il veleno è costituito da un miscuglio di una settantina di composti, solo 6 o 7 dei quali presente in quantità maggiore: da citare la mellitina, un peptide, presente per il 40-50%, e l’apammina presente per il 2% considerata appropriata per la cura della sclerosi multipla.

Due articoli su questo blog hanno affrontato il problema delle api e dei prodotti chimici in particolare i neonicotinoidi   (vedi: https://ilblogdellasci.wordpress.com/2013/05/08/salviamo-le-api-ma-senza-demagogia/

https://ilblogdellasci.wordpress.com/2014/06/25/api-e-pesticidi-una-conferma-autorevole/  )

considerando l’importanza, anche economica, che va sotto il nome di disturbo da collasso della colonia (CCD, colony collapse disorder). Questo si manifesta quando la maggioranza delle api operaie scompare dalla colonia e lascia indietro la regina, parecchio cibo e un piccolo numero di api operaie per curare le rimanenti api immature e la regina. Tali fenomeni sono avvenuti fin dai tempi antichi (in Irlanda vi sono stati episodi di “grandi mortalità di api” nel 950, e poi nel 992 e nel 1443 [1]. Solo nel 2006 la sindrome è stata rinominata CCD in concomitanza di un drastico aumento nel numero di sparizioni dell’ape in America.

In ambito della UE è stato deciso di bandire per un biennio (a partire da dicembre 2014) l’uso di neonicotinoidi.

Abbiamo visto la vita complessa delle api, brevemente, e non possiamo fare a meno di chiederci: “ma come fanno le api a comunicare?” La risposta è semplice: con la chimica.

Le api possono produrre una serie di feromoni, ognuno con le proprie emanazioni odorose che sono i segnali per ogni operazione. Per esempio, quando vogliono orientare il loro volo verso un obiettivo, per esempio l’arnia o comunque un luogo da usare come dimora, secernono da una ghiandola detta di Nasonov un complesso di composti odorosi che contengono geraniolo, acido nerolico, acido geranico, E-citrale, Z-citrale, E,E- farnesale, nerolo. Il loro odore guida le api verso l’arnia, verso l’acqua e anche verso i fiori.

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Fig 1. Geraniolo

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Fig 2. Acido nerolico

 

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Fig 3. Acido geranico

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Fig 4. E-citrale (geraniale)

      

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Fig 5. Z-citrale (nerale)

                                      

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Fig 7. Nerolo

 

Molte altre operazioni son governate da altri feromoni, ma questo è un altro argomento.

  • Benjamin P Oldroyd , June 12, 2007 PloSBio DOI: 10.1371/journal.pbio.0050168
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Fig 6. E,E-farnesolo