La depurazione delle acque come arte (parte 4)

Nota: si ricorda che le opinioni espresse in questo blog non sono da ascrivere alla SCI o alla redazione ma al solo autore del testo.

precedenti puntate di questo post qui, qui e qui.

a cura di Mauro Icardi (siricaro@tiscali.it)

La chiacchierata sulla depurazione come arte ha preso spunto da un romanzo pubblicato ormai vent’anni fa. Un romanzo che mi incuriosì perché era abbastanza singolare che  trattasse di un argomento poco conosciuto dai non addetti ai lavori.


Io lavoravo in questo settore da quattro anni, e mi rendevo conto che, come per ogni altro tipo di lavoro, era necessario imparare le malizie, i trucchi. Bisognava “imparare il mestiere”. Perché molte volte quello che è scritto sui libri non basta. Perché il fango che dovrebbe sedimentare perfettamente dall’acqua depurata proprio non ne vuole sapere di adagiarsi sul fondo del sedimentatore per essere raccolto, e docilmente accompagnato al suo trattamento. Ma flotta, viene a galla, diventa quasi ingestibile. E allora cominciano i dispiaceri, le arrabbiature, le classiche rogne. E mi ponevo le classiche domande.

Sarà un problema di processo? Per qualche motivo l’impianto starà trattando un liquame non bilanciato, quello che  non rispetta il famoso rapporto scritto in ogni testo che tratta di quest’arte, e che ti dice tra sostanze organiche, azoto e fosforo deve esserci una proporzione di 100: 5:1 ?

Sara stato scaricato qualche scarico tossico o inibente ?

Tutte le apparecchiature staranno funzionando regolarmente ?

Col passare degli anni ci si fa il callo. Si riesce quasi sempre ad identificare un problema se non immediatamente, con una buona approssimazione.

Ricordo una domenica, quando venni chiamato a casa mentre stavo giocando con mia figlia che aveva allora quattro anni. La voce del collega al telefono mi descriveva una situazione quasi apocalittica, nuvole di schiume da tensioattivi, la possibilità di un avvelenamento di tutto il fango biologico nella vasca di ossidazione (il nostro reattore biologico). In realtà era semplicemente il blocco di una pompa di ricircolo che non ricircolava il fango in testa al reattore per un guasto elettrico. Ma il quadro, che allora era di vecchio tipo, non segnalava l’allarme di blocco pompa per una banale lampadina bruciata.

Col tempo ci si rende conto che bisogna stabilire un legame stretto con i collaboratori dei settori della manutenzione elettrica e meccanica. Ognuno di noi può imparare qualcosa dall’altro. E anche se tu, “chimico implume”, (citazione dall’ amatissimo Primo Levi) hai passato  ore a studiare le caratteristiche delle pompe degli impianti chimici, i diagrammi portata-prevalenza, le curve di isorendimento, ti rendi conto che c’è qualcuno che forse ha letto meno libri di te, ma che al momento la sa più lunga.

Arriva poi il momento che ti viene chiesto di istruire studenti che stanno preparando una tesi, o di parlare di come si svolge il lavoro in un depuratore. A partire dal 2008 ho avuto modo di iniziare una collaborazione con l’Università dell’Insubria di Varese. Sperimentazione terminata lo scorso anno.

Abbiamo testato cosa si può aggiungere ai  fanghi in un digestore, per farlo funzionare meglio, e per produrre più biogas. Reflui dell’industria della produzione della birra, della produzione lattiero casearia, fino alla frazione umida dei rifiuti solidi, ed ai residui delle deiezioni di allevamento. Chimica umile, campionamenti di materiale che per le sue caratteristiche può anche far storcere il naso quando lo si  maneggia o lo si campiona. Un’esperienza che mi ha fatto capire quanto si potrebbe e si dovrebbe ancora fare. Realizzando ulteriori sperimentazioni a livello di impianto pilota, fino alla realizzazione operativa.  La codigestione di reflui organici per migliorare il rendimento dei digestori anaerobici municipali è  suggerita dall’agenzia europea di protezione ambientale. Il biogas prodotto dagli impianti in Norvegia ed in Francia viene riutilizzato per riscaldamento, cogenerazione. Ad Oslo il biogas compresso deumidificato e desolforato viene utilizzato come carburante per gli autobus del servizio urbano.

Questo è un ringraziamento a tutti gli studenti che ho seguito in questi anni. Mi hanno dato davvero tanto dal punto di vista umano. E ai loro docenti che hanno voluto attivare questo ciclo di collaborazione. E’ stato a volte faticoso gestire  il progetto contemporaneamente alla routine del mio lavoro quotidiano. Insegnare a studenti che non vi erano mai entrati come muoversi in un laboratorio chimico. Come usare gli strumenti, le pipette e la mitica propipetta a tre valvole.


Insegnare loro che agli acidi è pericoloso “dare da bere”. Spiegare loro sul campo cos’è un depuratore, visto che lo avevano visto solo sulle fotografie nei loro testi universitari.  Ma  l’emozione il giorno della loro laurea, è stata anche la mia. E le loro parole di riconoscenza e stima mi hanno davvero fatto piacere. Praticamente tutti hanno trovato occupazione. Alcuni hanno proseguito il loro percorso universitario fino alla laurea magistrale. Ogni tanto mi chiamano per qualche suggerimento e consiglio. Ed è molto bello che il contatto con loro non si sia mai interrotto.
Qualche considerazione ancora. La depurazione (ma in generale la gestione del ciclo idrico nel suo insieme) deve affrontare problemi nuovi. Per gestire il bene acqua occorre fare ancora tanto. Dal punto di vista tecnico bisogna adeguare gli impianti più obsoleti.  Affrontare il tema degli inquinanti emergenti. Normarli, capire quali sono i limiti che gli impianti possono tollerare. Capire come trattarli in maniera efficace ed economica. Servirà impegno. Serviranno risorse economiche. E personale adeguatamente formato e preparato.  I chimici sono pronti e adatti a questo impegno.

Rispondo adesso a due domande che mi vengono spesso fatte, ma che credo ogni collega si sia sentito rivolgere .
“Il depuratore pesca acqua dal fiume?”

Risposta.

” Il depuratore non preleva acqua dai fiumi o dai laghi per depurarla. Riceve le acque delle fognature di una città o di un paese, le sottopone ad una serie di trattamenti, e poi le restituisce all’ambiente, o meglio ad un corpo idrico ricettore (fiume , lago o mare) dopo avere trattenuto mediamente l’ottanta per cento di queste sostanze inquinanti.”

“L’acqua in uscita dal depuratore si può bere ?”
Risposta

“L’acqua in uscita dal depuratore è idonea ad essere scaricata in un corpo idrico ricettore (fiume, lago o mare). Esistono dei limiti per i principali inquinanti normati (limiti tabellari) che il depuratore deve rispettare. Se questi limiti non sono rispettati possono essere erogate sanzioni amministrative o penali. Per ora in Italia non esistono ancora impianti di recupero integrale dell’acqua, impianti cioè che dopo aver depurato l’acqua di fogna, la sottopongano ad un successivo trattamento di potabilizzazione. Ma in paesi come il Sudafrica o gli Stati Uniti ne sono stati realizzati”

Queste due domande mi sono state fatte centinaia di volte. Le prime volte mi sembravano domande assurde. Poi ho capito che rivelavano la necessità di informare cittadini, studenti e persone interessate su quello che si fa in un depuratore, o nella gestione di una rete di acquedotto.
La risposta alla seconda domanda ha lasciato molte persone perplesse. Eppure questa possibilità tecnicamente esiste. E’ una possibilità limite. Per non arrivare a questa situazione occorre gestire e preservare le fonti di acqua per uso potabile di cui disponiamo. Sembra banale. Non lo è.
La gestione del bene acqua si intreccia con altri problemi a cui stiamo assistendo. Primo fra tutti il cambiamento climatico. Si dice da anni che dobbiamo risparmiare acqua. Rinnovo l’invito. Anzi, dove è possibile, recuperiamo anche l’acqua piovana. Laviamo meno l’automobile. Usiamo i riduttori di flusso. Questi sono alcuni suggerimenti. Applichiamoli. L’acqua va difesa e non sprecata.

Concludo questa ultima chiacchierata sulla depurazione, ma che ha finito per parlare di acqua e di ciclo idrico raccontando un curioso episodio.
Quando si parla di fogne, molti ricordano la leggenda degli alligatori nelle fogne di New York. La leggenda pare avere radici storiche. Nel febbraio del 1935 un coccodrillo fu davvero avvistato nelle fogne della città americana da un gruppo di adolescenti. Anzi, le cronache d’epoca riportano che uno di essi fu morso dalla bestia, che finì poi uccisa dagli altri, armati delle pale con cui stavano buttando la neve nella fogna. Dalle ricerche effettuate, risultò che l’animale poteva essere fuggito da una nave che lo stava portando a nord dalla Florida. Raggiunto il fiume Harlem, il coccodrillo probabilmente aveva cercato rifugio nelle fogne per via della tempesta di neve.

Ebbene all’incirca verso la metà degli anni novanta, i miei colleghi di un altro impianto ebbero la sorpresa di trovare nella griglia di ingresso un esemplare di pitone reticolato. La nuova moda di tenere in casa animali esotici (che poi diventano impegnativi e di fatto ingestibili) deve aver spinto il proprietario ormai non più in grado di gestire questo tipo di animale a disfarsene.


.Purtroppo non riuscì a sopravvivere sia per la pemanenza nella fognatura, sia  perché il pettine della griglia automatica lo ferì. Gli agenti della guardia forestale che vennero chiamati lo misurarono. Era un esemplare di quattro metri.

Nell’impianto dove lavoro invece, a parte i molti stormi di gabbiani  che in primavera stazionano nella zona della sedimentazione primaria, abbiamo salvato e consegnato al centro di recupero della fauna selvatica un esemplare di svasso maggiore, ed uno di albanella minore.

E visto che ci troviamo in una zona dove è molto amato il volo ( Varese è chiamata oltre che la provincia dei sette laghi, anche la provincia con le ali ) abbiamo permesso ad una mongolfiera in difficoltà di atterrare nell’area di impianto. E sempre in tema di palloni recuperato anche un pallone sonda per misure meteorologiche proveniente dalla Svizzera come la mongolfiera. In conclusione penso di poter dire che un depuratore, nonostante il tipo di materia prima che lavora, sia un luogo apprezzato. Dove di certo non ci si annoia.

La depurazione delle acque come arte (parte 2)

Nota: si ricorda che le opinioni espresse in questo blog non sono da ascrivere alla SCI o alla redazione ma al solo autore del testo.

a cura di Mauro Icardi (siricaro@tiscali.it)

Nel primo articolo, dopo avere preso spunto per parlare della depurazione delle acque reflue da un romanzo, facevo notare come una vasca di ossidazione di un impianto di depurazione sia un reattore biologico. Il chimico che si occupa del controllo di processo deve, nel tempo, imparare a riconoscere quelli che possono essere i segnali di un possibile malfunzionamento dell’impianto oltre che dalle analisi giornaliere che esegue, anche osservando durante i sopralluoghi esterni se si notano segnali che possono far pensare ad anomalie nella fase di areazione ed ossidazione biologica. E deve anche prestare attenzione a percepire eventuali odori che gli possano far capire se nell’impianto si stia verificando uno scarico “anomalo”, cioè lo sversamento nella rete fognaria di inquinanti o scarichi che per la loro composizione possono essere nocivi o tossici per il reattore biologico stesso. Purtroppo ancora oggi persiste il malcostume di liberarsi illegalmente di qualche refluo che dovrebbe avere destinazione diversa (trattamento direttamente su depuratore aziendale o smaltimento come rifiuto). Invece la pratica di risparmio su questi costi aziendali, scaricando oneri e problemi sul depuratore centralizzato, ed in ultima analisi sulla collettività in molti casi ancora persiste. La crisi attuale temo possa invogliare a continuare in questo comportamento illegale e incivile. Gli impianti di depurazione più grandi e centralizzati possono in qualche caso avere in ingresso impianto delle stazioni automatiche di analisi per diversi parametri ( ossigeno disciolto, temperatura, ammoniaca, nitrati, conducibilità). Ed è in questo caso più agevole capire che si sta verificando una situazione critica  e porvi rimedio. Per esempio destinando il flusso anomalo alle vasche di omogeneizzazione, deviando o bypassando il flusso. Ma molti impianti di piccole dimensioni spesso non ne sono forniti. Quindi l’esperienza ed il “naso” del chimico possono fare la differenza. “Guai se un chimico non avesse naso” scrive Primo Levi nel capitolo “Arsenico” del suo “Il sistema periodico”. Il naso, la capacità di osservazione e la prontezza di riflessi del chimico sono in questo caso più che mai necessari. Alcuni scarichi sono facilissimi da identificare. Per esempio quelli di idrocarburi per l’effetto di galleggiamento di film oleosi che molte (troppe) volte abbiamo visto dopo  naufragi di petroliere, e per il caratteristico odore.

Altri scarichi come quelli di composti inorganici a base di cromo o ferro o cadmio possono essere identificati dal colore del refluo.

Altri tipi di scarichi sono molto riconoscibili, ma a volte occorre fare un po’ di attenzione. I tensioattivi si presentano con immagini tipo queste, che si riferiscono al problema delle schiume nel Fiume Olona in provincia di Varese. Lo scorso anno la risoluzione di questo problema anno ha impegnato per mesi gli enti di controllo, i gestori degli impianti, e anche le associazioni ambientaliste della zona.
 Quando situazioni come queste si presentano negli impianti occorre attivarsi per salvaguardare il reattore biologico. Ma qualche volta occorre distinguere se il problema per esempio della grande presenza di schiume sia dovuto allo scarico anomalo, o invece a problemi di altra origine. Per esempio il malfunzionamento del ricircolo della miscela areata nella vasca di ossidazione, che può far formare schiume sulla superfice della vasca di ossidazione. Sono situazioni ovviamente rare, ma mi sono capitate. E occorre sapere distinguere l’aspetto delle schiume da tensioattivi da quelle invece che indicano disfunzioni nella tipologia e nel comportamento dei microrganismi che costituiscono il fango attivo. Quando si è alle prime armi non sempre si riesce a distinguere immediatamente l’aspetto di una schiuma sottile biancastra e persistente presente sulle unità di trattamento (attribuibile ad eccesso di tensioattivi), da una schiuma marrone che spesso straborda dalle vasche di ossidazione, (bulking da filamentosi) oppure ancora schiuma spessa e grigiastra che indica invece il bulking viscoso. Ma le capacità di osservazione possono venire in aiuto, ed ovviamente l’esperienza. Oltre all’utilizzo dell’osservazione microscopica dei fiocchi di fango attivo al microscopio.
 Identificato il problema il chimico che controlla il processo torna a fare ricorso a tutte le nozioni apprese nel tempo. Per risolvere il problema può semplicemente dosare reagenti coagulanti (a base di sali  trivalenti di Alluminio o Ferro), oppure effettuare dosaggi controllati di disinfettante (ipoclorito di sodio). Intervenire con modifiche di gestione (variazione del rapporto di ricircolo della miscela areata per variare il carico del fango), fino a suggerire modifiche dell’impianto con l’adozione dei selettori. Cioè bacini di contatto rapido tra il liquame in ingresso ed il fango di riciclo, posto all’ingresso della vasca di areazione. Quest’ultima soluzione è ovviamente quella che richiederà un certo tempo di realizzazione.
Da queste altre informazioni si può capire come affermare che la depurazione sia un arte non sia del tutto fuori luogo.  Arte ormai praticata e codificata in innumerevoli testi specifici.  Forse meno antica di quella di cui ci raccontava Primo Levi quando ci parlava del mestiere del chimico che si occupa di vernici, e che faceva risalire addirittura a Noè che riceve le istruzioni da Dio per rivestire l’arca di pece. Ma anche chi si occupa di depurazione può far risalire le origini dell’arte che pratica ai bacini di sedimentazione delle acque che risalgono agli egizi.
Quindi il chimico che si occupa di depurazione si deve attivare per preservare il reattore biologico. Che se ben gestito e ben funzionante gli permetterà di avere nel sedimentatore finale una buona separazione del fango attivo dal liquame depurato. Qui le strade dei principali processi dell’impianto di depurazione si dividono: la linea acque dalla linea fanghi. Il terzo ed ultimo racconto sull’arte della depurazione tratterà proprio della linea di trattamento dei fanghi residui.

La depurazione delle acque come “arte”

Nota: si ricorda che le opinioni espresse in questo blog non sono da ascrivere alla SCI o alla redazione ma al solo autore del testo.

a cura di Mauro Icardi*

L’articolo di Giorgio Nebbia pubblicato su questo blog lo scorso 18 Agosto (L’acqua vera) mi da lo spunto per scrivere di depurazione e di ciclo idrico, visto che sono uno dei tanti

bravi nostri colleghi chimici che si occupano in silenzio di analisi delle soluzioni acquose nelle aziende di distribuzione, nelle agenzie di igiene pubblica, nelle fabbriche

Me ne occupo ormai da venticinque anni, e mi sono reso conto che spesso i non addetti ai lavori hanno delle idee piuttosto confuse su quello che facciamo. E quindi riporto un altro interessante passaggio:

mi rendo conto che può sembrare non gratificante dedicarsi all’analisi e allo studio dei liquami zootecnici o dei reflui degli impianti di depurazione urbana, anche se si tratta, solo in Italia, di alcuni miliardi di metri cubi all’anno, da cui potrebbero essere ricavate altre soluzioni forse non potabili, ma utilizzabili in agricoltura (e, con un po’ di furbizia, anche come fonti di metano). La chimica modesta è spesso molto utile per il, paese.

Ringrazio ancora Giorgio Nebbia.

E prima di iniziare a parlare di depurazione di acque reflue vorrei fare un’altra citazione. Questa è tratta da un libro di Piero Bianucci, giornalista, scrittore e divulgatore scientifico, fondatore nel 1981 dell’inserto “Tuttoscienze” del quotidiano “La stampa”. Nel 1994 scrive un romanzo pubblicato da Rusconi, che vince anche il premio Pirandello come opera prima. Si intitola “Benvenuti a bordo”. Lo scrive con l’ambizione di usare lo stile letterario di Piero Chiara. La trama è curiosa e singolare. Arcangelo Menoli, di Brindisi, vede un vecchio dragamine in disarmo della marina militare nel porto della città pugliese. Decide di acquistarlo dopo qualche peripezia burocratica, di trasportarlo a Torino e di farne un ristorante ormeggiato sul Po. Il ristorante però non riesce a decollare, ed alla fine il Menoli finisce per trasformarlo in un rifugio notturno, un alcova, per coppie clandestine e non, desiderose di una intimità che per una ragione o un’altra non riescono a trovare. E gli affari cominciano a prosperare, fino a quando una piena del Po si porta via il dragamine e i sogni del Menoli.

  icardi1

Ma visto che il romanzo parla di un dragamine ancorato sul Po, l’autore racconta la storia ,comune a tanti altri corsi d’acqua in Italia, del progressivo degrado del fiume, dell’inquinamento che a poco a poco finisce per far sparire i pesci, ed allontanare anche chi,fino agli anni del dopoguerra aveva come destinazione per gli svaghi estivi le rive dei fiumi, che si potevano raggiungere più facilmente e con meno spesa delle ancora non abbordabili spiagge del mare. E della costruzione dell’impianto di depurazione della città di Torino.

Il boom economico, il benessere hanno come rovescio della medaglia l’aumento dell’inquinamento. E già alla fine degli anni sessanta la situazione appare grave. Fiumi coperti da nuvole di schiume da detersivo,acqua che in qualche caso è multicolore.

Torino si dota di un grande impianto di depurazione che raccoglie le acque reflue del capolouogo e dei comuni della cintura. Un impianto che tratta, la ragguardevole cifra di duecento milioni di metri cubi di acque reflue all’anno.

 icardi2

Io sono un Torinese trapiantato in quel di Varese ormai da decenni. Ma torno spesso nella mia città natale. In uno di questi ritorni vidi questo libro sulle bancarelle di Via Po, che frequentavo anche quando ero studente. Mi attrasse la copertina. Credo che il vero lettore non abbia bisogno di recensioni,a volte i libri si scelgono d’istinto.

Lo aprii, e lessi questo brano, che ovviamente mi incuriosì e mi spinse immediatamente all’acquisto.

Più che una tecnica,la depurazione è un arte,forse l’unica per la quale il ventesimo secolo passerà alla storia. Non sarà dunque fuor di luogo delineare i principi fondamentali della cultura fognaria”.

Il preambolo può sembrare lungo. Era a mio parere necessario.

La storia comincia da molto lontano. Dalle testimonianze ed i ritrovamenti archeologici di Mohenjo-daro città che presentava una vasta rete di canali in mattoni che convogliavano le acque reflue provenienti dalle abitazioni. Siamo nel 2500 aC circa. Ma nell’antichità le fognature più moderne ed efficienti vengono realizzate dai romani. La loro maggior realizzazione in questo campo rimane la cloaca massima iniziata nel VI secolo aC.

São_Cucufate_roman_canalização

Rovine di una fognatura dei tempi dell’impero romano (Vidigueira, Portogallo).

Con la caduta dell’impero romano non vengono più costruite fognature, e quelle esistenti vengono abbandonate. Bisogna arrivare fino al XVII secolo, quando l’esigenza di costruirle riparte dalla forte urbanizzazione di Parigi, e poi nel XIX secolo a Londra.

E sono proprio gli ingegneri inglesi ed americani a sviluppare il processo a fanghi attivi ancora oggi usato in quasi tutti gli impianti di depurazione a schema classico. Lo sviluppo prende origine alla fine dell’ottocento , per migliorare il processo allora usato per la depurazione delle acque reflue con i filtri percolatori a biomassa adesa. L’areazione dei liquami viene utilizzata inizialmente per ridurre l’odore che si sviluppa dai reflui fognari. Ma ci si accorge che l’areazione del refluo produce un fango. Aerando un liquame contenente sostanze biodegradabili si forma una specie di fanghiglia costituita da colonie di microorganismi aerobi purificando il refluo. Al processo si fa poi seguire una sedimentazione secondaria, e dopo questa operazione il refluo viene sottoposto ad una disinfezione finale, e quindi scaricato nel corpo idrico. I fanghi attivi separati nel sedimentatore finale, sono in parte ricircolati nel bacino di areazione. Questa operazione è fondamentale per mantenere nello stesso una concentrazione ottimale di biomassa sospesa e per depurare al meglio il liquame. Quando mi capita di parlare con studenti universitari in visita all’impianto dove lavoro, cerco di far capire a loro alcune cose. Un bacino di aerazione di un impianto di depurazione o vasca di ossidazione, è sostanzialmente come un qualunque reattore chimico o biochimico. Ma con alcune importanti limitazioni. Cioè il fattore temperatura, che nel corso dell’anno tende a variare. Nel principale impianto che seguo, la temperatura nel bacino di areazione in inverno scende intorno ai 10-12°C,mentre in estate arriva al massimo a 20°C. Molti autori ritengono i processi di depurazione assimilabili ad una reazione chimica del primo ordine cinetico che risponde a questo schema: dx/dt = k(x0-x).  Quidi dx/dt è la velocità di reazione, x0 la quantità di sostanze biodegradabili (praticamente il Bod del refluo fognario da trattare), x la quantità di sostanze eliminate durante il tempo di permanenza nel bacino di areazione. La costante cinetica k varia al variare della temperatura. Kt = k20. 1,065 (t-20). Anche il tempo di permanenza è variabile,visto che la portata dei reflui in arrivo all’impianto è variabile. I bacini di aerazione sono progettati per tenere conto di queste variazioni. Ma il chimico addetto al controllo di processo deve sostanzialmente controllare un reattore nel quale non è stato lui ad avere impostato alcuni parametri fondamentali. Nel corso delle visite degli studenti non dimentico mai di farlo notare. Va detto che la tecnica degli impianti a fanghi attivi è ormai consolidata. Ma quando si inizia a lavorare su un impianto di trattamento delle acque reflue, ci si rende conto abbastanza presto che se è fondamentale avere ben presente la teoria, occorre anche sviluppare una sorta di sesto senso. Cercare di capire in anticipo che cosa può aver provocato inconvenienti, o riduzione della capacità depurativa. Sbalzi termici,ingresso di liquame con concentrazioni elevate di sostanze tossiche o inibenti. E’ una sensibilità che richiede (come per qualunque altro lavoro) la crescita di una esperienza sul campo. Altro esempio che spesso mi piace citare è questo: se io costruisco due impianti di depurazione identici, ma che trattano liquami di diversa provenienza, è quasi certo che incontrerò problemi di gestione diversi, e sarò chiamato ad eventualmente intervenire in maniera diversa. Ecco perché, concordando con Piero Bianucci si può definire la depurazione un arte più che una tecnica. Ma nel praticare quest’arte l’insight, l’abito mentale del chimico è di grande aiuto. Fondamentale per acquisirne al meglio i segreti, i piccoli trucchi.

L’argomento depurazione come “arte” non si può esaurire con questo articolo. E quindi seguendo lo schema che su questo blog ci ha fatto conoscere meglio l’energia elettrica, penso sia giusto scrivere ancora qualche cosa con articoli successivi, per rendere la lettura più agevole.

* Mauro Icardi è tecnico di laboratorio presso una azienda che si occupa della gestione integrata delle acque in provincia di Varese.