Cocaina e biodiversità

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Mauro Icardi

In questi giorni, partendo dai quotidiani, del Regno Unito, ma ovviamente a seguire anche su quelli Italiani, si può leggere questa notizia.

https://www.repubblica.it/ambiente/2019/05/02/news/regno_unito_cocaina_e_ketamina_nei_gamberi-225322595/

Se si continuano le ricerche, si trovano rimandi a notizie dello stesso tenore che ogni tanto ritornano sulle pagine dei giornali. Nel corso degli ultimi anni con una allarmante frequenza. E si parla sempre di cocaina nei fiumi, ma anche dei residui di metaboliti di farmaci. Questi fenomeni entrano a far parte del vasto problema della diffusione nell’ambiente di prodotti di difficile, se non impossibile biodegradabilità con i processi biochimici di autodepurazione svolti da batteri o protozoi.

I ricercatori di varie istituzioni scientifiche europee hanno condotto negli anni diverse campagne di monitoraggio, in collaborazione con i gestori degli impianti di depurazione. Su questo blog ne abbiamo parlato, cercando di indicare le soluzioni tecniche praticabili, da adottarsi in tempi rapidi.

Una volta che la cocaina è stata assunta e assorbita dall’organismo, avviene una prima idrolisi del gruppo metilico con produzione di benzoilecgonina (principale metabolita) e metanolo. Una seconda idrolisi trasforma la benzoilecgonina in ecgonina ed acido benzoico. Quest’ultimo viene poi trasformato in acido ippurico. Parte della sostanza stupefacente viene invece escreta tal quale nelle urine. Il metabolismo porta sostanzialmente a rendere il farmaco idrofilo ai fini dell’escrezione ed avviene principalmente nel fegato, che sviluppa enzimi per questo scopo.

Uno studio condotto dai ricercatori dell’Università Federico II di Napoli, e pubblicato sulla rivista Science of the total environment ha voluto verificare gli effetti della cocaina sulle anguille.

150 anguille europee sono state poste in vasche che contenevano una concentrazione di 20ng/lt di cocaina per un tempo di 5 giorni. Sono state scelte le anguille perché essendo pesci con una forte componente di grassi sono, più soggette ai meccanismi di bioaccumulo di sostanze nocive.

I ricercatori hanno scoperto che la cocaina si era accumulata nel cervello, nelle branchie, nella pelle e soprattutto nei muscoli di questi pesci. Problemi che si sono verificati anche dopo un periodo di riabilitazione di 10 giorni, in cui i ricercatori hanno rimosso le anguille dall’acqua contaminata dalla cocaina.Lo studio ha anche evidenziato che la cocaina ha aumentato i livelli di cortisolo, un ormone dello stress che induce il consumo di grassi. Dato particolarmente preoccupante visto che le anguille hanno bisogno di accumulare grasso prima del loro lungo viaggio verso il Mar dei Sargassi. Inoltre, i ricercatori hanno notato gravi lesioni e rotture del tessuto muscolare, suggerendo quindi che la cocaina, a concentrazioni ambientali, potrebbe compromettere seriamente il nuoto di questi pesci.

Secondo lo studio, la cocaina sarebbe solo una parte del problema. Le acque dei fiumi, infatti, contengono anche residui di altre droghe, metalli pesanti, antibiotici e pesticidi.  Anna Capaldo, coordinatrice del progetto conclude con queste parole “Non sappiamo le possibili conseguenze di tali combinazioni di sostanze, ma è chiaro che potrebbero influenzare la sopravvivenza e lo stato di salute delle anguille” E conclude dicendo che, poiché è altamente improbabile che l’abuso di droghe diminuisca in tempi rapidi, il problema potrebbe essere risolto con trattamenti delle acque reflue molto più efficienti che impediscano a queste sostanze di raggiungere gli ecosistemi marini.

Dagli anni Ottanta ad oggi la popolazione di anguilla europea si sarebbe ridotta  del 99 per cento. Le cause principali sono ormai le solite, tristemente note e sottovalutate: cambiamenti climatici, inquinamento diffuso. Ora lo studio partenopeo (e anche quello britannico relativo ai fiumi inglesi), fa squillare un nuovo campanello d’allarme.

Mentre si deplora l’assassinio di massa perpetrato sugli animali marini grazie ai sacchetti di plastica, ecco la scomparsa programmata delle anguille e la contaminazione dei gamberi di fiume, dovuta alla moda dello “sniffo” diffusa ed ubiquitaria.

La biodiversità, la qualità delle acque sempre più minacciata dal più sciocco dei comportamenti umani. Cioè quello della superficialità, del consumismo, della moda e dell’accettazione sociale. Non ho mai voluto assumere atteggiamenti moralisti, e ancora oggi cerco di esserne scevro. Ma l’atteggiamento modaiolo relativo al consumo degli stupefacenti mi ha sempre fatto provare un certo fastidio.

Nell’Ottobre del 2017 seguii la conferenza di Marco Vincenti chimico dell’Università di Torino e del centro antidoping regionale della regione Piemonte. Il titolo era illuminante. “ Nuove droghe, istruzioni per il non uso”.

Una conoscenza dei meccanismi che concorrono all’intossicazione, all’instaurarsi dei fenomeni di dipendenza, e quindi di declino intellettuale e fisico dei consumatori di sostanze stupefacenti sarebbe utile.

Doveroso direi. Sono le conoscenze che servono. Non serve una mitizzazione dell’uso di droghe, cosa che constato quando sento parlare delle mirabolanti virtù di potenza sessuale che darebbe la cocaina. Non è certamente pensabile un calo del consumo di sostanze stupefacenti in tempi rapidi. Anna Capaldo dice una triste verità. Chi si occupa di gestione del ciclo idrico sta già affrontando il problema da anni, almeno a livello di presa di coscienza. Delle ricerche fatte in collaborazione con l’Istituto Mario Negri, ed eseguite sul depuratore di Varese ho già scritto. Delle conseguenze forse sarebbe il caso ci occupassimo tutti. Noi addetti, ma soprattutto noi persone. Cittadini, genitori. Se solo per una volta si desse retta alla chimica, alla tossicologia. Non al “pensiero magico” che pretenderebbe che il consumo di stupefacenti non dia conseguenze. Primo fra tutti il mito molto diffuso che la cocaina non dia assuefazione. E le stesse considerazioni valgono per l’uso smodato ed indiscriminato di farmaci. La qualità delle acque è sotto forte stress. Qualche volta il problema non è solo di altri. Spesso è anche nostro, di noi singoli. Delle resistenze ad assumere comportamenti semplicemente di buon senso. In ossequio ad una specie di epidemia di rifiuto collettivo della realtà. Di cui lo smodato uso di droghe, ma anche di alcol è il segnale più evidente.

Riferimenti.

https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0048969718320084