Quale Strategia Energetica per l’Italia?

Nota: si ricorda che le opinioni espresse in questo blog non sono da ascrivere alla SCI o alla redazione ma al solo autore del testo.

a cura di Nicola Armaroli, Vincenzo Balzani, Enrico Bonatti, Marco Cervino, Maria Cristina Facchini, Sandro Fuzzi, Luca Gasperini, Cristina Mangia, Alina Polonia, Leonardo Setti

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In un articolo sul Messaggero del 18 maggio, il Presidente Prodi ha sollecitato lo sfruttamento di giacimenti di petrolio e gas che si trovano nel Mare Adriatico. Questo articolo, ripreso da molti giornali ed agenzie, è stato positivamente commentato dal ministro Guidi che si è detta preoccupata dai ritardi che comporta il recepimento della Direttiva europea del 2013 sulla sicurezza delle operazioni in mare nel settore degli idrocarburi: “Bisogna evitare che questa moratoria ci faccia perdere ulteriori opportunità. Dato che tutto il mondo lo fa, non capisco perché dovremmo precluderci la possibilità di utilizzare queste risorse, pur mettendo la tutela dell’ambiente e della salute al primo posto”.

Data la sua esperienza internazionale e la sua autorevolezza, ci saremmo aspettati dal Presidente Prodi un appello affinché le nazioni del mondo trovino un accordo per limitare l’uso dei combustibili fossili e anche un invito al Governo italiano, e a quello della Croazia, a non intraprendere attività estrattive che possano compromettere l’incommensurabile valore paesaggistico, culturale ed economico di un bacino chiuso, e quindi particolarmente vulnerabile, come l’Adriatico. La scienza, oggi, sa che l’estrazione e l’uso degli idrocarburi comportano rischi e danni molteplici per l’uomo e per l’ambiente, tra cui la contaminazione di acque ed ecosistemi, l’inquinamento atmosferico e il riscaldamento climatico. Da approfondire ulteriormente vi sono poi le connessioni fra processi di estrazione e induzione di terremoti, argomenti su cui si sta concentrando l’attenzione della comunità scientifica e dell’opinione pubblica.

L’idea di sfruttare l’Adriatico era già contenuta nel documento di Strategia Energetica Nazionale del marzo 2013. La stima era di estrarre 123 Mtep di riserve certe che, spalmate su 15 anni, corrispondono al 6% del consumo annuale italiano, una quota del tutto marginale. Già allora ci fu chi suggerì di rinunciare alle estrazioni, proponendo come misura alternativa di diminuire i consumi del 6%, una quota che può essere raggiunta con azioni minime di educazione al risparmio e all’efficienza energetica. E’ noto a tutti che nel 2020 l’Europa raggiungerà gli obiettivi che si era prefissati riguardo il risparmio energetico, la riduzione di immissioni di CO2 e lo sviluppo delle energie rinnovabili, che il Parlamento europeo ha già votato l’obbligo di ridurre i consumi del 40% al 2030 e che la roadmap europea prevede un taglio delle emissioni di CO2 dell’80 – 95% entro il 2050.

Nel suo articolo, Prodi afferma che “Gli esperti sono concordi nel dire che non vi è nessun rischio” nell’estrarre petrolio dall’Adriatico. A parte il fatto che molti autorevoli esperti affermano il contrario, l’esperienza dimostra che in imprese tecnicamente complesse, compiute con l’unico scopo di ricavarne profitti, errori e disastri sono sempre in agguato e non è proprio il caso di rischiare di inquinare le coste dell’Adriatico, che sono un’ingente e consolidata fonte di sicuro reddito turistico sia per l’Italia che per la Croazia. L’unica cosa certa è che la trivellazione dell’Adriatico porterebbe profitti a un ristretto gruppo di colossi dell’energia, ben lieti di lavorare in un Paese come l’Italia, che ha un regime fiscale e di royalties tra i più vantaggiosi al mondo.

Col referendum del 2011 gli italiani si opposero al ritorno del nucleare e molte persone autorevoli, fra cui Prodi, affermarono che l’Italia aveva perso un treno. In realtà oggi sappiamo con certezza di aver fatto la scelta giusta. Le prime centrali nucleari sarebbero state pronte (?) non prima del 2025, mentre alla fine del 2011 il fotovoltaico installato in Italia produceva già l’equivalente di una centrale nucleare e attualmente, con oltre 18000 MWp installati, produce l’equivalente di due centrali da 1600 MW.

Oggi la situazione si ripete: si parla della necessità di non perdere il treno dello sfruttamento dei giacimenti di idrocarburi in Adriatico, senza capire che anche in questo caso si tratta di un treno in ritardo. I tecnici sono concordi nell’affermare che ci sono molte difficoltà da superare tanto che, secondo le stime più ottimistiche, lo sfruttamento non potrebbe iniziare prima di almeno 10 anni. A parte i già ricordati aspetti negativi riguardanti l’estrazione e l’uso di idrocarburi, bisogna prendere atto che siamo nel pieno di una transizione energetica. Fra un decennio le energie rinnovabili, anche se poco amate dalla politica e da grandi gruppi economici, ci forniranno, senza lasciare alle prossime generazioni scorie radioattive e senza contribuire all’aumento della CO2 in atmosfera, tutta l’energia che ci avrebbero fornito le quattro centrali nucleari previste dal governo Berlusconi nel 2011 e i 123 Mtep di energia fossile nel sottosuolo dell’Adriatico, indicate nella Strategia Energetica Nazionale del ministro Passera del 2013.

Risparmio energetico, efficienza e sviluppo delle energie rinnovabili sono l’unica via percorribile se vogliamo raggiungere l’indipendenza energetica e custodire il pianeta Terra. L’incremento delle rinnovabili in Italia ha mostrato un trend di crescita medio di oltre 1,7 Mtep/anno, secondo soltanto a quello della Germania, che ci pone tra le Nazioni leader mondiali in questo settore industriale. Per questo motivo, oltre che per la crisi economica, le centrali termoelettriche italiane sono passate oggi da 5000 ore a 2000 ore lavorative anno, mettendo in grave difficoltà i piani industriali di decine di impianti, autorizzati in modo poco lungimirante negli ultimi 15 anni da vari governi. Purtroppo però, nonostante questo straordinario successo, in Italia le energie rinnovabili sono oggetto di un violento attacco che non ha alcun fondamento scientifico ed economico e che ha già causato la chiusura di centinaia di aziende e la perdita di migliaia di posti di lavoro.

E’ sulle energie rinnovabili, quindi, che si dovrebbe investire: energia idrica, eolica, geotermica e, soprattutto, energia solare. Ad esempio, basterebbe coprire con pannelli fotovoltaici lo 0.8% del territorio, poco più dei 2000 km2 occupati dai 700.000 capannoni industriali italiani e loro pertinenze, per ottenere tutta l’energia elettrica che ci serve.

Il futuro economico, industriale ed occupazionale del nostro Paese può essere basato solo sullo sviluppo delle energie rinnovabili, non sulla ricerca spasmodica delle ultime gocce di petrolio.

Purtroppo, una larga parte della classe dirigente italiana continua a guardare indietro, senza comprendere quale opportunità di vero sviluppo ci offre la rivoluzione economica e industriale già in atto. Invitiamo il governo a prendere decisioni lungimiranti riguardo l’energia, che è la risorsa più importante per la vita e lo sviluppo della civiltà.

NB: le foto si succedono nel medesimo ordine della lista di autori.

La lettera di R. Prodi per l’uso del fossile adriatico è comparsa su Il Messaggero del 18 maggio us: http://economia.ilmessaggero.it/economia_e_finanza/prodi-quel-mare-di-petrolio-che-giace-sotto-l-amp-rsquo-italia/697134.shtml