Eni è prima. Ma anche ultima.

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Claudio Della Volpe

Come promesso, Trump ha riaperto alle trivellazioni petrolifere i territori artici dell’Alaska. Si tratta di una tragica scelta che contribuirà alla distruzione di uno degli ambienti ancora relativamente inviolati del pianeta Terra per prolungare la vita dei colossi petroliferi di qualche anno; la cosa dovrebbe preoccuparci ed indignarci.

Ma ancor più come italiano mi fa indignare che la prima azienda che ha battuto tutte le altre sul filo dei lana nel chiedere permessi sia la nostra ENI , quella che si fa pubblicità sostenendo di essere verde e di difendere l’ambiente. Ne abbiamo parlato altrove (https://ilblogdellasci.wordpress.com/2017/06/16/la-pubblicita-di-eni-2-quanto-e-verde-la-chimica-verde/).

Allora vediamo cosa ha ottenuto e cosa reclama di poter fare il cane a 6 zampe.

La filiale americana dell’azienda (l’Eni Us Operating Co. Inc.) ha ottenuto il via libera dal Boem (Bureau of Ocean Energy Management) per la trivellazione di quattro pozzi in Alaska, nel mare di Beaufort, ma solo a scopo di esplorazione. I lavori dovrebbero iniziare a dicembre di quest’anno, per andare avanti fino al 2019, esclusivamente in inverno quando in zona ci sono meno balene e orsi polari. (La Repubblica del 17 luglio)

Bontà loro.

In effetti nel dicembre del 2016, alla fine del suo mandato Obama con un atto che aveva vigore di legge (che si rifaceva ad una legge del 1953 che consente di bloccare anche le future estrazioni, quindi più difficile da ribaltare e da sospendere) aveva bloccato le estrazioni e le esplorazioni in una parte del Mare dei Ciukci, che mette in comunicazione il mare di Bering con l’Oceano Artico, e la maggior parte del mare di Beaufort :”off limits a tempo indeterminato per future concessioni per le trivellazioni petrolifere e del gas”. “Queste azioni, e quelle parallele del Canada, vogliono proteggere un ecosistema unico e fragile“, aveva dichiarato Obama, sottolineando che anche con massimi standard di sicurezza i rischi di fuoriuscita di petrolio in un ambiente così remoto sarebbero troppo alti.

Tuttavia teniamo presente che (sempre Repubblica 21 dicembre 2016):

La mossa, comunque, non avrà effetti sulle licenze già concesse ed esclude un’area vicino alla costa del mare di Beaufort. Si ritiene che avrà un effetto minimo sull’industria petrolifera americana che ha un’attività molto limitata nella regione dove gli investimenti infrastrutturali sono molto costosi. Appena lo 0,1% della produzione offshore del greggio Usa è arrivata dalla regione lo scorso anno.

Proprio nel mare di Beaufort ENI ha dal 2007 un suo giacimento operativo: Nikaitchuq; questo non è stato toccato dall’ordine del Presidente Obama.

Il giacimento in questione posto a bassa profondità (3m) (http://www.offshore-technology.com/projects/nikaitchuqoilfieldal/) con un contenuto stimato di 220 Mboe, ha cominciato a produrre nel 2011. La spesa per farlo partire assommava già allora a oltre 1.5Geuro. Il giacimento produce circa 28000 bd e ne ha prodotti fino al 2016 22 Mboe.

Il permesso accordato ad ENI da Trump per il momento riguarda non nuovi pozzi estrattivi, ma nuovi pozzi esplorativi. Con questi nuovi pozzi ENI probabilmente pensa di estendere la portata del giacimento. Altre notizie sul giacimento e il suo futuro si trovano qui e risalgono a qualche mese fa, dove si vede che il rapporto con il nuovo governo era già attivo (http://www.petroleumnews.com/pntruncate/385547015.shtml).

Le nuove esplorazioni saranno condotte da pontoni appositamente attrezzati per questo ambiente estremo, probabilmente uno di questo tipo, Doyon rig 15.

Per capire il ruolo di questi giacimenti e valutarne la portata economica tenete presente che quando i prezzi sono scesi nel 2015 sotto i 40-45 dollari ENI ha sospeso le estrazioni volontariamente; possiamo quindi capire che quel tipo di estrazioni ha un costo più alto della media degli altri pozzi, come è logico, date le difficoltà.

ENI sostiene che ha l’esperienza per condurre in porto la ricerca dato che è sua un’altra base di estrazione posta nel mare Artico, la gigantesca Goliat; si tratta di una base estrattiva, una FPSO (Floating Production Storage and Offsloading) costruita in Corea e trasportata nel Nord della Norvegia dove è in funzione da più di un anno (sia pure con due anni di ritardo sul previsto). Il giacimento in questione in territorio norvegese non è sfruttato dalla Norvegia, ma la Norvegia lo concede ad altri controllando le modalità di estrazione attraverso un apposito ente e da questo nascono, come vedremo, parecchie polemiche.

Viene dunque naturale informarsi su cosa faccia Goliat al largo della Norvegia, nel mare di Barents 65km dalla costa; eccovi serviti.

Goliat è una nave cilindrica da 64000 ton di stazza e un diametro di oltre 100 metri, ben alta sul pelo dell’acqua; è stata trasportata dal luogo di costruzione in Sud Corea fino al mare di Barents.

Il giacimento norvegese è in produzione dal marzo 2016 ma con vari problemi, che possono darci un’idea di cosa potrebbe succedere nelle analoghe condizioni del Mare di Beaufort.

La Stampa del 6 settembre 2016 scriveva:

L’avviamento del campo Goliat nel Mare di Barents , a 65 km di distanza dalle coste settentrionali della Norvegia, è stato salutato come un grande successo tecnologico. Tuttavia, la suggestiva pagina del sito Eni che ci racconta di questo mirabile bidone in mezzo ai ghiacci omette qualche recente novità che pare interessante.

Lo scorso 1 settembre il Ministro del Lavoro e dell’Inclusione Sociale Anniken Hauglie ha infatti convocato la potentissima e indipendente Autorità norvegese per la sicurezza delle attività petrolifere, la Petroleum Safety Autority (PSA) “dopo oltre una dozzina di incidenti che hanno coinvolto quest’anno il campo Goliat”.

Eni è da tempo ai ferri corti con i sindacati norvegesi per questioni legate alla sicurezza a bordo di Goliat. Critiche che, tra l’altro, non risparmiano nemmeno SAIPEM, che opera nel campo Goliat con la piattaforma da trivellazione Scarabeo 8. L’incidente più grave di cui abbiamo notizia è accaduto lo scorso 25 giugno quando un operatore della Apply Sorco (una ditta subcontraente di Eni) è stato ferito alla testa durante la consegna di macchinari a bordo della piattaforma. Le condizioni dell’operatore sono state definite gravi, ma per fortuna non è mai stato in pericolo di vita.

Dai media norvegesi si apprende inoltre che a luglio alcuni Rappresentanti per la Sicurezza avrebbero scritto una lettera al management di Eni chiedendo di fermare l’impianto per le opportune verifiche: fino ad allora la PSA aveva già ricevuto in cinque mesi di attività dell’impianto “non meno di sei notifiche di perdite di gas o di rilevamenti di gas sulla piattaforma”. Oltre a questi: fumo in un generatore, dispersione di un fluido idraulico e altro ancora, compreso l’incidente al subcontractor di cui sopra. Le stesse fonti ci informano che sono ancora in corso indagini su emissioni di sostanze chimiche da Goliat e sulla caduta in mare di un lavoratore, lo scorso febbraio, dalla piattaforma di trivellazione Scarabeo 8.

Insomma, ai sindacati che chiedevano lo stop di una o due settimane di Goliat per le necessarie verifiche/migliorie, Eni avrebbe risposto che “Eni Norvegia ha preparato piani per aumentare l’efficienza operativa e la manutenzione senza alcun bisogno di fermare a lungo l’impianto”. Una risposta che non ha di certo soddisfatto i sindacati, che hanno lamentato la presenza di alcuni manager Eni “senza alcuna competenza della cultura e del regime lavorativo” norvegese.

Ma anche la PSA non deve aver dormito sonni tranquilli e così, dopo che lo scorso 27 agosto si è verificato un black out al sistema elettrico di Goliat, l’Autorità – il 29 agosto – ha chiesto a Eni di interrompere le operazioni fino al 5 settembre, ordinandogli nel frattempo “di identificare e applicare misure necessarie, dopo l’incidente del 27 agosto 2016, per giungere a conformità rispetto alla legislazione sulla salute, la sicurezza e l’ambiente”. Un piano che Eni è chiamata a presentare in queste ore, con le scadenze vincolanti per la sua applicazione.

Ma se il Ministro del Lavoro convoca la PSA, evidentemente ci dev’essere dell’altro. L’impressione è che ci sia una latente sfiducia (tra i sindacati e i politici) verso Eni o, per essere esatti, verso gli standard applicati nella costruzione di piattaforme petrolifere che, si sostiene per risparmiare, invece che in Norvegia sono costruite altrove. Ad esempio in Corea del Sud, dove (a Ulsan) è stata costruita Goliat.

Per avere notizie più aggiornate occorre però rivolgersi ai giornali stranieri o perfino a quelli norvegesi:

Sul The independent Barents observer del febbraio 2017 in un articolo intitolato efficacemente Goliat oil: On-off-on-off-on-off si scrive (https://thebarentsobserver.com/en/industry-and-energy/2017/02/goliat-oil):

Since production at Goliat, the world’s northernmost offshore oil platform, officially started in March last year, oil pumping has been on-off-on-off several times.

Head of Communication with ENI Norge, Andreas Wulff, says to Teknisk Ukeblad the reason is a failure in a valve. Wulff estimates production to be online again within some few days. In August last year, the Goliat platform lost all power and personnel was brought to land.

Quindi l’incidente di agosto è stato così grave da dover riportare tutto il personale a terra, cosa non menzionata da La Stampa.

After the shut-down in Christmas, Norway’s Petroleum watchdog wrote a notice of order expressing concern about the Italian oil company. «Eni has revealed a limited ability to implement existing plans,» the Petroleum Safety Authority stated.

Questa l’opinione dei norvegesi sulle capacità dell’ENI; non sappiamo se gli americani ne siano a conoscenza.

Dovremmo però noi italiani farci portavoce della situazione verso la nostra opinione pubblica; la ricerca e l’estrazione del petrolio diventano sempre più costose, ha senso spendere tanti soldi per cercare tutto sommato limitate quantità di nuovi idrocarburi in zone del pianeta così difficili da esplorare e così delicate dal punto di vista ambientale invece di investire sulle nuove energie rinnovabili? Noi non abbiamo una filiera italiana del FV, non abbiamo una filiera italiana dell’accumulo elettrochimico, l’ENI non è coinvolta seriamente in nessuno dei tentativi di costruirle come le piccole startup che si occupano di celle al litio (come la Lithops S.r.l. di Torino), di riciclo delle terre rare, di produzione di silicio per FV (ex MEMC di Merano); in compenso ammantandosi di immeritata verginità ambientale per l’uso del metano e per altre ragioni che potete trovare nella diffusa pubblicità, ENI si rifiuta di cambiare la sua politica che tanti guasti ha prodotto in Nigeria (https://ilblogdellasci.wordpress.com/2017/06/09/la-pubblicita-di-eni-il-metano-ci-da-una-mano-o-no/) e adesso nell’Artico.

ENI è prima a reclamare nuove trivellazioni nell’Artico, ma ultima sulla strada di una nuova e necessaria politica energetica. La nuova SEN in discussione adesso dovrebbe sancirlo.( https://ilblogdellasci.wordpress.com/2017/06/12/alcune-considerazioni-sulla-strategia-energetica-nazionale-2017/)

Dopo il referendum, 22 aprile la ratifica di Parigi, COP21.

Nota: si ricorda che le opinioni espresse in questo blog non sono da ascrivere alla SCI o alla redazione ma al solo autore del testo

 a cura di Claudio Della Volpe

Dato l’impegno profuso dallo scrivente in tema di referendum attraverso le pagine di questo blog appare doveroso riconoscere e commentare la sconfitta.

Chi vuole dare un occhio più da vicino ai risultati può trovarli qui oppure in forma sintetica qui.

Il referendum abrogativo del 17 aprile termina con un 32.15% di votanti che hanno votato Si all’85.85%. Le regioni più soggette a servitù legate alle estrazioni fossili come Basilicata, Puglia, Sicilia, Abruzzo hanno visto percentuali più elevate e/o risultati del Si più alti. La Basilicata è stata la regione in cui il referendum è “passato” con il 50.16% dei votanti e il 94.6 di Si. In genere il Sud ha superato il 90% di Si e la Puglia è la regione più grande in cui la partecipazione è stata al 41.6 e i Si al 95.6.

Qualcuno potrebbe dire che il referendum è stato inutile e che abbiamo buttato 350 milioni; ma, a parte che questa scelta non è dipesa da chi ha chiesto di votare, essa è comunque un momento importante di presa di coscienza per milioni di persone; non tutti hanno votato per motivi “politici”; lo prova la distribuzione del voto che vede in testa le regioni più soggette a problemi pratici legati alle estrazioni di combustibile. E tutto nonostante i ripetuti inviti ad astenersi da parte di membri delle istituzioni, che è un reato bello e buono.

Personalmente ritengo sia stato un momento di un processo più ampio e lungo di presa di coscienza che occorre cambiare metodo di conversione dell’energia primaria: dai fossili alle rinnovabili, pena un futuro climatico tragico.

In questi giorni la Norvegia è stata portata ad esempio di felice paese che con i fossili si sta preparando un futuro di rinnovabili e perchè non possiamo fare così anche noi? Ebbene anche in Norvegia si preparano giorni duri perchè da una parte il basso prezzo del petrolio sta mettendo in crisi il Fondo Sovrano basato sui proventi dell’estrazione e che ha assicurato al paese una comoda stampella economica, ma soprattutto la riduzione delle estrazioni dai giacimenti già sfruttati che hanno superato il picco da un bel pò, sta aprendo il problema di andare ad estrarre nel cuore delle riserve naturali costituite dalle Isole Lofoten e Vesteralen; c’è scontro e non è tutto oro quel che luce.

La realtà è che questa transizione non è banale per nessuno e non può essere lasciata alle “mani invisibili del mercato”, ma deve essere guidata e accelerata quanto possibile.

Ho vissuto il referendum del 17 aprile in questo senso, come un momento di presa di coscienza da parte di tante persone dei problemi climatici ed energetici, una cosa che va al di là del mero risultato numerico. Se pensiamo che siamo il paese in cui la recente trasmissione di Luca Mercalli , Scala Mercalli, era seguita da poco più di un milione di persone e che il Si è stato scelto da oltre 12 milioni questa è comunque una notizia di cambiamento.

Un modo giusto per continuare questo processo di presa di coscienza e di effettivo cambiamento dei comportamenti energetici è certo quello di continuare a stare attenti alle scadenze chiave che sono immediate, dietro l’angolo.

Venerdì prossimo 22 aprile inizia il processo di ratifica dell’accordo di Parigi; c’è un sito tenuto dal collega Valentino Piana che tiene memoria del processo e al quale potete guardare per maggiori informazioni.

L’Italia dovrebbe firmare già il 22 in occasione della Giornata della Terra, in una cerimonia che si tiene a New York, presso le Nazioni Unite, depositarie ufficiali dell’Accordo di Parigi e l’accordo sarà aperto alla firma presso le Nazioni Unite a New York dal 22 Aprile 2016 al 21 Aprile 2017.

Di fatto inizierà a funzionare quando almeno il 55% dei paesi l’avrà ratificato; Usa e Cina hanno dichiarato che firmeranno subito e Obama che depositerà lo strumento di ratifica in contemporanea;

The United States and China will sign the Paris Agreement on April 22nd and take their respective domestic steps in order to join the Agreement as early as possible this year” – cioè firma nel World Earth Day e ratificazione quanto prima.

Il primo paese in assoluto che ha già ratificato – con atto parlamentare approvato all’unanimità da governo e opposizione – sono state le isole Fiji nel Pacifico, seguite da Palau , Isole Marshall e Maldive.

”La Giornata mondiale della Terra assume un significato ancor più importante dopo lo storico accordo raggiunto alla Cop 21 di Parigi, che proprio in quei giorni firmeremo a New York”.

Così, in una nota dell’ufficio stampa dell’Earth Day 2016 (la Giornata Mondiale della Terra che si celebra il 22 aprile) si fa presente che nel corso dell’edizione di quest’anno si ratificherà quanto deciso alla Cop 21.

In effetti il ministro dell’Ambiente Galletti sarà al Palazzo di Vetro di New York per rappresentare il nostro paese alla firma dell’accordo.

La questione effettiva della ratifica dell’accordo implica una decisione legislativa vera e propria discussa e votata dal Parlamento. Non sappiamo come procederà l’Italia a riguardo non avendo un serio programma energetico nazionale. Staremo a vedere.

Nel frattempo dati molto preliminari e non ufficiali per marzo 2016* ci dicono che per il sesto mese consecutivo l’anomalia termica terra+oceano è rimasta sopra un grado, 1.28°C per la precisione con una piccola riduzione dal record di febbraio, 1.35 (il limite COP21 è fissato a 1.5°C annuo, gli ultimi 6 mesi sono stati: 1.06, 1.03, 1.10, 1.14, 1.35, 1.28, e gli ultimi 12 mesi hanno una media RMS esattamente di 1°C di anomalia a 2/3 di percorso dal limite stabilito)

referendum51

La Natura è purtroppo matrigna, come recitava tale Leopardi ne “La ginestra” , e quindi il clima non aspetta; chissà, forse qualche ragione ce l’avrà anche lui.

Spero che Renzi e Galletti l’abbiano studiato a scuola; e meglio dell’inglese.

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E’ APERTA LA RACCOLTA DI FIRME PER LA PETIZIONE ALLA IUPAC per dare il nome Levio ad uno dei 4 nuovi elementi:FIRMATE!

https://www.change.org/p/international-union-of-pure-and-applied-chemistry-giving-name-levium-to-one-of-the-4-new-chemical-elements

Dalla redazione del blog una risposta al prof. Armando Zingales.

di (in ordine alfabetico) Vincenzo Balzani, Claudio Della Volpe, Mauro Icardi, Annarosa Luzzatto, Giorgio Nebbia, Silvana Saiello, Margherita Venturi

Nell’ultimo numero delle Newsletter CNC n. 77 dell’8 dicembre il Direttore di C&I e Presidente del CNC ha criticato alcuni aspetti del blog (il testo è ripreso in calce alla presente per farlo conoscere ai lettori del blog) con il titolo “NON IN MIO NOME contro l’intolleranza nei Blog”.

Anzitutto ci duole che l’intervento sia stata spedito agli iscritti agli ordini dei Chimici tramite il loro giornale invece di essere mandato al blog stesso dove chiunque può scrivere. perché questo limita la diffusione dell’informazione che, senza l’amichevole segnalazione di alcuni, non avrebbe raggiunto gli interessati

Ne riassumiamo i punti salienti:

L’articolo sostiene che:

il moderatore del blog della Società Chimica Italiana (SCI), ed alcuni altri colleghi stanno sperimentando il gusto di sentenziare senza appello su quanto viene pubblicato su “La Chimica e l’Industria

Ci si riferisce a due articoli del blog che, seppure non esplicitamente indicati, potrebbero essere questi: 1 e 2.

Come i lettori potranno verificare si tratta di due post in uno dei nei quali si criticano alcuni articoli comparsi su C&I a firma di Salvatore Mazzullo.

I 4 articoli criticati (per un totale di 24 pagine nel solo 2015) erano dedicati allo sviluppo di un modello paleoclimatico della irradianza solare.

Nel nostro post si faceva riferimento all’analisi dettagliata condotta dal collega Reitano, fisico di UniCt in altro post. Reitano precisa che il modello di Mazzullo appare “lacunoso ” anche perchè usa dati “imprecisi” e superati (si veda qui per i valori corretti).

Nel nostro post facciamo notare che negli articoli di Mazzullo su C&I, si mettono in dubbio alcuni capisaldi della climatologia. Per esempio si parla di “controversia della CO2 a riguardo del ruolo reciproco sull’effetto serra di acqua e CO2, argomento che non è controverso in nessun libro di climatologia(Nota 1).

Solo per dovere di cronaca, non possiamo non ricordare che Salvatore Mazzullo non è un socio SCI, e non risulta da alcuna parte, se non su C&I, che sia un esperto di astronomia o paleoclimatologia.

Il secondo articolo criticava un editoriale di Ferruccio Trifirò nel quale il nostro collega sosteneva che i fertilizzanti sintetici sono un caso emblematico di Chimica sostenibile; come lo stesso Zingales riconosce non è questo il caso.

Ora non si capisce dove sia il problema; è o non è sostenibile l’uso massivo di fertilizzanti, sia pur prodotti in modo “pulito”?

Nessuno ha mai parlato nel nostro blog “ di sostenibilità bucolica solo dal punto di vista ambientale” “una posizione ascientifica e politicamente miope”.

Abbiamo parlato della necessità di sviluppare metodi efficienti di riciclo, utilizzando il caso emblematico dei concimi sintetici, facendo l’esempio di come la ricerca internazionale abbia sviluppato brevetti sul recupero della struvite dalle acque di scarico, citando anche una serie di lavori scientifici per dimostrare che le cose sono più complesse, a volte troppo complesse.

Infine ci duole, sentire che ci siamo resi responsabili di aver affermato “l’opinione “politica” che i fattori non antropici non abbiano alcuna rilevanza”, anche se non capiamo dove,

Al contrario abbiamo sempre sostenuto che le grandi forze nturali sono da approfondire e conoscere.

Su questo abbiamo pubblicato il grosso dei nostri articoli!

Piuttosto abbiamo fatto doverosamente notare più volte che l’uomo attualmente in atmosfera e nella biosfera:

  • emette di gran lunga la maggior quantità di polveri
  • immette in atmosfera fra un sesto ed un quinto della quota di carbonio rispetto a quella naturale tramite le combustioni e la deforestazione
  • contribuisce con circa la metà dell’azoto atmosferico che entra nel ciclo dell’azoto
  • immette in giro due o tre volte la quantità di fosforo dilavato dalla natura
  • usa il 10% dell’acqua superficiale delle precipitazioni e lo reimmette in gran parte inquinato

Sarebbe quindi difficile non considerarlo almeno un attore di primaria importanza.

Riteniamo sia importante presentarsi al pubblico interno ed esterno con posizioni il più possibile chiare ed unitarie ma tali posizioni devono essere oltre che chiare, anche supportate completamente dalla letteratura scientifica.

Posizioni alternative dovrebbero almeno prevedere un attento riesame di review.

Concordiamo, invece, sul fatto che chiunque possa esprimere “opinioni personali”. Le pubblicheremo sempre anche se contrastanti (come in passato lo sono state quelle del prof. Gessa, del dott. Rampichini, del dott. Sorgenti sul nostro blog, come lo sono state quelle dei prof. Carrà, Battaglia, Scafetta, Pieri su C&I).

Riteniamo altresì che in passato il mondo chimico non abbia saputo esprimere una sufficiente autonomia dal settore industriale evitando di criticarne le scelte talvolta erronee e perfino pericolose.

Non sarà soprattutto questo il motivo per cui oggi la parola “Chimica” e l’aggettivo chimico sono quasi sempre utilizzati con valenza negativa?

Ci teniamo a sottolineare che non è vero che nel blog i pareri siano espressi “senza appello”.

Sono pareri espressi da chi firma il “pezzo” e chiunque può liberamente intervenire, almeno nel dibattito, senza alcuna censura.

Sono intervenuti ripetutamente, con articoli e interventi, persone che esprimevano punti di vista opposti agli autori (si veda ad esempio, il dibattito sull’agricoltura o quello sulle api).

Dobbiamo accrescere la nostra autorevolezza dimostrando al cittadino medio, ai giovani soprattutto, capacità analitiche, e sintetiche ma soprattutto critiche sui grandi temi del nostro tempo, in particolare quelli che coinvolgono la nostra disciplina e che, in effetti, ne sono la grande maggioranza.

Posizioni discordanti (e fondate) possono essere accettate e discusse con serenità e reciproco rispetto.

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Nota 1: la CO2 è un gas non condensabile nelle condizioni in cui si trova in troposfera mentre l’acqua lo è. Questo è il motivo per cui l’acqua non è praticamente presente in stratosfera come gas serra, ma solo in troposfera. In pratica, nonostante la sua maggiore quantità rispetto alla quantità di CO2 il ruolo dell’acqua come gas serra è governato da quello della CO2 perchè sono la CO2 e il complesso dei gas serra ad essere responsabili della temperatura alla quale l’acqua “opera”. Solo se la temperatura cresce la quantità di vapor d’acqua (l’umidità) cresce e l’effetto serra da esso direttamente determinato può crescere. Controversie non ce ne sono: “water vapour is a feedback, but not a forcing” (si veda per esempio qui).

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Testo della lettera di Zingales.

NON IN MIO NOME
contro l’intolleranza nei Blog
Come alcuni di noi si saranno accorti, da qualche tempo il moderatore del blog della Società Chimica Italiana (SCI), ed alcuni altri colleghi stanno sperimentando il gusto di sentenziare senza appello su quanto viene pubblicato su “La Chimica e l’Industria”, rivista scientifica della quale la SCI è proprietaria e il Consiglio Nazionale dei Chimici (CNC) è editore.
In qualità di Direttore responsabile della rivista non posso ulteriormente astenermi – come ho fatto fin qui per amor di patria – dall’intervenire sulla sterile e continua polemica che non giova a nessuno, e tantomeno alla chimica e alla verità scientifica.
I fatti sono che su La Chimica e L’industria sono stati pubblicati degli articoli che, a detta del moderatore immoderato del suddetto Blog, sono “di stile e argomento “neghista” sul tema climatico” (e lasciamo perdere l’orrendo neologismo, ormai in voga tra gli ambientalisti.)
Ora può darsi che io firmi il “visto si stampi” di una rivista diversa da quella che il moderatore di quel blog, poi, legge, ma – certamente – accusare di “neghismo” un articolo che si è limitato a ricordare che oltre ai fattori antropici che agiscono sui cambiamenti climatici ci sono – certamente – anche fattori naturali, è veramente ridicolo, oltre che offensivo della lingua italiana.
Non esiste serio scienziato che si occupi del clima che disconosca l’esistenza di fattori non-antropici in tal materia. Affermare il contrario è antiscientifico, esattamente come è antiscientifico negare l’influenza preponderante dei fattori antropici o, in generale, selezionare accuratamente tutti e solo i dati che avvalorano la teoria che abbiamo formulato o alla quale ci siamo pedissequamente accodati.
Ma, sia chiaro – NESSUNO – ha inteso affermare su “La Chimica e l’Industria” o su “Il Chimico Italiano” che i fattori non antropici prevalgono o sono gli unici che intervengono nelle alterazioni del clima. Si è inteso soltanto dar voce – e ricordare a tutti, ma soprattutto a scienziati tanto schierati da tradire la scienza, in un senso o nell’altro – che non è mai corretto disconoscere l’esistenza di fattori “altri” o persino discordanti (e non è questo il caso) con la “nostra teoria”.
E’ vero, invece, che in una rivista scientifica la definizione di “cambiamento climatico” non può che essere quella adottata dall’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change), che comprende ogni cambiamento non ordinario del clima, dovuto sia a fattori naturali che a fattori umani. Mentre la definizione “politica” adottata altrove (ad esempio all’ONU) parla di cambiamenti climatici solo in relazione ai fattori antropici: me è appunto una visione “politica” e non “scientifica”.
E’ evidente che un blogger che esprime l’opinione “politica” che i fattori non antropici non abbiano alcuna rilevanza, è padrone di farlo. Ma ha il dovere morale e scientifico di esprimere queste idee in un contesto diverso dal Blog della SCI e – comunque – senza MAI irridere chi liberamente esprime e motiva la sua opinione scientifica. La confutazione, sempre possibile nel sano confronto scientifico, non deve mai spingersi ad accusare apoditticamente chi espone concetti non coincidenti con i nostri.
Io nella mia lunga carriera di professore universitario ho visto e commiserato diverse volte le guerre per bande che si praticavano tra cosiddette “scuole” di ricerca facenti capo a questo a o a quel “maestro (o Gran Maestro). Fino al punto in cui tutti i discepoli venivano invitati fermamente a pubblicare “lavori contro” l’avversario scientifico del momento.
Orrendo uso della ricerca e della cultura scientifica.
Altri tempi, si dirà. Ma atteggiamento simile a quello perseguito con pervicacia in alcuni Post del Blog della SCI.
In un altro post, il nostro Blogger “rimane di stucco” perché in un altro interessante articolo, viene sottolineato come la produzione di fertilizzanti sia oggi molto più “verde” di un tempo.
Il motivo è che nell’articolo non è stato messo in evidenza che la produzione di fertilizzanti chimici sfrutta troppo pesantemente risorse naturali non rinnovabili.
Anche in questo caso nessuno ha affermato il contrario, ossia che non esiste un problema relativo al consumo di risorse limitate. Si è solo voluto mettere in evidenza che è possibile migliorare, qui ed ora, i cicli di produzione, senza smettere di ricercare soluzioni “altre”.
Ma una cosa deve essere detta chiaramente da chi ha a cuore la scienza (e la chimica in particolare): parlare di sostenibilità bucolica solo dal punto di vista ambientale è una posizione ascientifica e politicamente miope.
La sostenibilità o è GLOBALE (ambientale, sociale, economica, politica, igienico- sanitaria ecc.) o è solo una mistificazione.
Noi – i chimici italiani che hanno fatto di questa scienza una scelta di vita e di professione – siamo per la scienza e contro le mistificazioni.
Per questo continueremo a pubblicare, nonostante i blogger irridenti, tutti gli articoli che introducono elementi di discussione utili alla formazione di un proprio pensiero scientifico autonomo, indipendente dall’opinione dominante o – come e più opportuno dire – dal pensiero unico che si vuole imporre.
Abbiamo l’arroganza di immaginare che anche i blogger possano imparare dalla vita che se – a volte – si può dire tutto ciò che si pensa, è sempre doveroso ricordarsi rispettare gli altri, anche se li si considera “avversari”.
Ciò detto, non interverrò ulteriormente a commentare le uscite del Blog della SCI, lasciando ai lettori – che certamente ne hanno l’autonoma capacità – il piacere di maturare la propria idea informata.
Prof. Chim. Armando Zingales Direttore responsabile de “La Chimica e l’Industria e “Il Chimico Italiano” Presidente del Consiglio Nazionale dei Chimici

Cementi vecchi e nuovi

Nota: si ricorda che le opinioni espresse in questo blog non sono da ascrivere alla SCI o alla redazione ma al solo autore del testo.

a cura di Luigi Campanella, ex presidente SCI

Un nuovo studio apparso sui Proceedings of the National Academy of Sciences fornisce nuovi elementi che spiegano l’incredibile resistenza del calcestruzzo dell’antica Roma.

La ricerca, realizzata da un team di scienziati americani, cinesi e italiani, ha analizzato infatti la composizione chimica della malta utilizzata nelle opere in muratura dell’antica Roma, scoprendo che particolari reazioni chimiche tra i suoi componenti fornivano al materiale una resistenza paragonabile a quella di molti cementi odierni.

La formula della malta in questione è una ricetta perfezionata dai costruttori romani intorno al primo secolo a.C., e rimasta in uso per oltre 500 anni. Gli ingredienti principali del composto sono la pozzolana (un miscuglio di ceneri vulcaniche e limo estratto all’epoca nei Campi Flegrei di Pozzuoli e nel Lazio) e la calce, in cui venivano inseriti frammenti di tufo, mattoni e cocci per formare il cosiddetto cementizio, uno dei primi esempi di calcestruzzo della storia. Per scoprire il segreto di questo materiale, i ricercatori hanno riprodotto l’esatta mistura utilizzata nelle costruzioni romane e l’hanno lasciata indurire per 180 giorni, osservando i cambiamenti mineralogici che avvenivano al suo interno e confrontando i risultati con i campioni prelevati dai muri dei Mercati di Traiano.

traiano1

PNAS December 30, 2014 vol. 111 no. 52

 Hanno così scoperto che quando la malta romana si indurisce i materiali presenti al suo interno reagiscono tra loro, creando dei cristalli di un minerale estremamente resistente noto come statlingite. Quando la malta è completamente secca questi cristalli formano quindi al suo interno un’impalcatura che impedisce alle crepe di propagarsi, rendendo il materiale estremamente duraturo e resistente alle sollecitazioni meccaniche e sismiche, anche per gli standard attuali.

Queste conclusioni devono essere confrontate con quanto si sa oggi sul cemento moderno durante il suo invecchiamento per comprendere i grandi vantaggi della ricetta romana antica.La ricerca di parametri capaci di funzionare da marker dell’invecchiamento del cemento moderno parte da un confronto fra cemento preparato di fresco e cemento invecchiato naturalmente od artificialmente. Al fine di evidenziare le possibili differenze si è ricorsi all’uso di tecniche diffrattometriche e di metodi termici. Si è pervenuti alla conclusione che all’aumentare del tempo di invecchiamento aumenta la quantità d’acqua rilasciata al riscaldamento (dal 2-3% all’8-10%), diminuisce il rilascio di anidride carbonica (dal 35-40% al 6-10%) alla temperatura di decomposizione del carbonato e diminuisce il peso del residuo del processo di calcinazione (dal 40-42% al 16-20%). Tali differenze sono da attribuire a una degradazione subita durante l’invecchiamento dei composti che caratterizzano la formazione del cemento. A riprova di ciò a tali variazioni corrispondono ben individuate variazioni degli spettri di polvere ai raggi X per i quali sono state evidenziati due effetti di diffrazione diagnostici corrispondenti ai valori di dhkl 4,24 e 3,34 A˚ (probabile cristallizzazione con il tempo dell’ossido di silicio).

Se riuscissimo anche noi a incorporare un volume consistente di pietre vulcaniche nella produzione di cementi potremmo ridurre sensibilmente le emissioni di “anidride carbonica”.Si tenga presente che la produzione di cemento Portland richiede il riscaldamento di una miscela di calcare e argilla a 1.450 gradi Celsius, un processo che rilascia molto carbonio – visti i 19 miliardi di tonnellate di cemento Portland utilizzati annualmente – e rappresenta circa il 7% del totale del carbonio emesso in atmosfera ogni anno.

2014: più CO2, più caldo. Più chimica.

Nota: si ricorda che le opinioni espresse in questo blog non sono da ascrivere alla SCI o alla redazione ma al solo autore del testo.

a cura di C. Della Volpe

Ormai i conti sono stati fatti praticamente da tutte le organizzazioni internazionali di clima e meteorologia e il risultato è univoco: il 2014 è stato l’anno in cui la temperatura media del pianeta Terra è stata la più alta da quando si fanno le misurazioni.

In effetti occorre precisare che non c’è accordo sulla definizione di temperatura media aria-superficie (http://data.giss.nasa.gov/gistemp/abs_temp.html oppure https://www2.ucar.edu/climate/faq/what-average-global-temperature-now) e, anzi, dato che tale grandezza risulta concettualmente utile, ma concretamente difficile da usare, si preferisce usare il concetto di anomalia media della temperatura, ossia si misura la differenza di temperatura di una certa stazione rispetto ad un momento di riferimento e poi si fa la media di tali differenze fra tutte le stazioni di un certo insieme, cercando di pesare anche ogni stazione dato che la superficie terrestre non è coperta omogeneamente.

Si seguono quindi le variazioni della temperatura più che i suoi valori assoluti. Questa anomalia, questa differenza media risulta molto ben correlata anche fra stazioni meteo molto lontane.

Di solito si usa come campo dati quelli dal 1880 ad oggi e la anomalia medesima viene riferita ad una media; in concreto rispetto al valor medio del XX secolo la temperatura del 2014 è stata più alta di 0.69±0.09°C, o ancora tale è stato il valore medio della anomalia.

2014.1

Come si vede dal grafico la temperatura delle terre emerse si è incrementata notevolmente più di quella degli oceani, che stanno funzionando da termostato planetario. La temperatura delle terre emerse si è ormai incrementata di quasi un grado rispetto alla media del XX secolo, e come vedremo poi in alcuni paesi, fra cui il nostro, l’incremento medio della temperatura rispetto al XIX secolo supera perfino i 2°C.

Gli ultimi anni sono stati densi di record di aumento delle temperature medie della Terra, come si vede da quest’altro grafico in cui si riportano i valori medi annui e le medie decennali.

2014.2

Come si vede non vi è stata alcuna “stasi” dell’incremento di temperatura su periodi di tempo di questa portata, portata decennale che è a sua volta inferiore a quella necessaria per stimare le variazioni climatiche (almeno trent’anni). Durante il 2014 per la prima volta da circa 3-4 milioni di anni il valore di concentrazione della CO2 in atmosfera è stato sopra 400ppm per oltre tre mesi (dati nel cerchio rosso), e la cosa si incrementerà certamente durante l’anno in corso.

2014.3

L’importanza della CO2 dipende dal suo essere un gas serra, ossia che assorbe l’emissione infrarossa del suolo riemettendola verso di esso e rallentando il raggiungimento dello stato stazionario di temperatura del pianeta (il che ne incrementa il valor medio). L’acqua, il metano, il protossido di azoto, sono altri gas serra; ma l’anidride carbonica, a causa della sua non condensabilità, del suo tempo di permanenza in atmosfera, del suo ruolo predominante nella stratosfera (il vapor d’acqua è sostanzialmente assente sopra la troposfera) gioca un ruolo determinante.

Purtuttavia non esiste una relazione “lineare” fra la concentrazione di CO2 e la temperatura media del pianeta, in quanto il sistema climatico è un sistema complesso e retroazionato, ossia che cerca di reagire agli stimoli mantenendo l’omeostasi, la stabilità; ma come succede al nostro corpo, che è anch’esso un sistema complesso e retroazionato, quando uno dei parametri biologici sfora i valori medi , anche piccoli disturbi possono avere effetti significativi; è il motivo per cui certe sostanze possono funzionare da “veleni”, ossia alterare il funzionamento globale, anche in piccola concentrazione.

Come diceva Paracelso:

« Tutto è veleno: nulla esiste di non velenoso. Solo la dose fa in modo che il veleno non faccia effetto. »
(Paracelso, Responsio ad quasdam accusationes & calumnias suorum aemulorum et obtrectatorum. Defensio III. Descriptionis & designationis nouorum Receptorum.)

In altre parole, la medesima preziosa CO2 che fa da scheletro alla fotosintesi e da supporto all’effetto serra benefico, diventa pericolosa per il sistema climatico sopra una certa soglia.

Per questo stesso motivo di non linearità, si verificano fenomeni apparentemente contraddittori; in passato, per esempio nel secondo dopoguerra, la concentrazione di CO2 è aumentata, ma la temperatura media è addirittura diminuita a causa del ruolo del microparticolato atmosferico emesso in grande quantità da combustibili fossili troppo ricchi di zolfo. Un ruolo importante gioca attualmente l’oceano come scudo termico che si sta molto lentamente scaldando (ed acidificando) e il ciclo delle oscillazioni climatiche come El Niño, il cui effetto può rallentare l’incremento di temperatura in modo significativo.

La relazione fra CO2 e temperatura media può essere meglio visualizzato riferendosi a tempi molto lunghi; dai dati estratti dalla composizione dei gas trattenuti nelle calotte glaciali, un ingegnere aerospaziale (quindi un non-climatologo, ma molto molto attento) Bernard Etkin, morto l’anno scorso, ha estratto il seguente grafico (che si riferisce alle temperature antartiche):

2014.4

Come si vede la relazione, pur caotica e non lineare, si è mantenuta per centinaia di migliaia di anni nella nuvola a sinistra (comprese le glaciazioni più recenti); ma durante il periodo industriale si è spostata verso destra.

Potete notare una cosa; la inclinazione relativa, ossia il rapporto fra concentrazione di CO2 e temperatura si è ridotta, spostandosi verso valori maggiori di CO2; in altre parole il sistema è effettivamente un sistema retroazionato e omeostatico, cerca “disperatamente” di mantenere la stabilità termica, ma si è comunque distaccato dall’attrattore sistemico che lo ha trattenuto per centinaia di migliaia di anni, avviandosi ad esplorare territori climatici inesplorati DA QUANDO ESISTE LA SPECIE UMANA!

E questo è il punto.

Ogni anno depositiamo in atmosfera una quantità di gas serra, e in particolare di CO2 che si incrementa a causa della combustione dei combustibili fossili che rappresentano la nostra principale sorgente di energia (alcune decine miliardi di tonnellate in più all’anno). Tali combustibili d’altronde non sono eterni, si riproducono ad una velocità migliaia di volte inferiore a quella con la quale li consumiamo e dovremo giocoforza sostituirli con altre fonti.

Dato che non esiste un pianeta di riferimento, una Terra alternativa in cui fare esperimenti , l’unico modo di fare previsioni è di costruire complessi programmi numerici basati sulle nostre conoscenze più recenti e provare a vedere cosa succederebbe alla temperatura “media” se… scegliamo un certo scenario; al momento stiamo procedendo lungo lo scenario peggiore, uno scenario in cui la nostra produzione di gas serra aumenta senza tema e con esso la temperatura media.

Tuttavia qualcosa sta cambiando, almeno nella coscienza del problema. Nel primo numero di Nature del 2015 (The geographical distribution of fossil fuels unused when limiting global warming to 2 °C, Nature 517, p. 187, 2015) Christophe McGlade e Paul Ekins dello UCL scrivono:

“…these results demonstrate that a stark transformation in our understanding of fossil fuel availability is necessary. Although there have previously been fears over the scarcity of fossil fuels, in a climate-constrained world this is no longer a relevant concern: large por- tions of the reserve base and an even greater proportion of the resource base should not be produced if the temperature rise is to remain below 2 °C.”

In sostanza essi dimostrano che dobbiamo lasciare sottoterra il grosso delle riserve fossili se vogliamo mantenere l’incremento di temperatura ormai inevitabile, sotto un limite accettabile per il nostro tipo di organizzazione produttiva e sociale.

Ma dato che noi siamo una società di “libero mercato”, una società di enormi differenze di ricchezza e di reddito, in cui una piccola percentuale di popolazione possiede il grosso del patrimonio (in Italia (dati Banchitalia) il 10% della popolazione possiede il 50% della ricchezza, nel mondo nel suo complesso è ancora peggio), e le maggiori concentrazioni di ricchezza sono proprio legate alla produzione e alla gestione dell’energia, senza la quale non si può fare letteralmente nulla, tali concentrazioni di potere e di ricchezza resistono a qualunque trasformazione.

In una recente lettera interna, il governatore della banca di Inghilterra, Mark Carney, (http://www.parliament.uk/documents/commons-committees/environmental-audit/Letter-from-Mark-Carney-on-Stranded-Assets.pdf) scrive:

2014.5

In pratica la Banca di Inghilterra, teme una “bolla del carbonio”, il fatto che diventino terra sporca le proprietà di riserve fossili mondiali con effetti travolgenti sul mercato finanziario e sull’economia mondiale.

E’ un timore fondato. Storiche famiglie di investitori del petrolio come i Rockfeller hanno abbandonato il settore. E lo stesso stanno facendo molte aziende come la tedesca E-On.

Il fatto è che in molti paesi, fra cui il nostro, le condizioni climatiche sono variate perfino più velocemente che altrove e la cosa è manifesta:

Variazione in falsi colori rispetto alla media mondiale 1951-1980.

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Decennio 1880-1889

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Decennio 2000-2009

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Come si vede l’emisfero Nord si è riscaldato molto più velocemente di quello Sud; la macchia fredda dell’emisfero Sud fra l’altro è dovuta verosimilmente alla fusione dei ghiacci antartici dell’Antartide Occidentale che procede ad un ritmo inaspettato. Secondo i dati meteo locali l’Italia ha visto un incremento dalla prima metà dell’800 di quasi 2.4°C (dati ISAC-CNR)!

2014.9

E ci sono paesi come la Finlandia dove l’incremento è arrivato a 2.8°C.

Ma nonostante questo, nonostante eventi travolgenti come le recentissime improvvise piene che hanno travolto per due volte di seguito la citta di Genova, il nostro governo insiste nella liberalizzazione delle misere risorse fossili del nostro mare e del nostro entroterra e taglia invece i contributi alle energie rinnovabili, che vanno si razionalizzati, ma non eliminati e non contrasta affatto la politica di conservazione dei profitti delle vetuste industrie energetiche basate sui fossili, che hanno fatto strame dei fondi pubblici tramite per esempio il famigerato CIP6.

Il 2015 è stato scelto dall’ONU come Anno internazionale della Luce e dalla luce del Sole viene alla Terra un contributo energetico che al momento è circa 10.000 volte superiore alle nostre necessità (200 volte sul territorio italiano); queste sorgenti sono le sorgenti del futuro e nel loro sviluppo la Chimica ha un ruolo enorme da giocare.

Noi chimici dobbiamo essere all’avanguardia in tema di lotta al surriscaldamento climatico, come in tema di lotta all’inquinamento ambientale e in tema di riciclo dei materiali; sono tre temi che si saldano tra loro.

La concezione di una Chimica che inevitabilmente porta all’inquinamento, di una tecnologia ed una scienza che non sono amiche dell’ambiente devono lasciare il posto ad una Chimica che invece di fare terra bruciata, invece di lasciare, come nel nostro paese, 10.000 kmq di territorio irreversibilmente inquinato si trasformi nella tecnologia principe del riciclo dei materiali, e diventi la scienza della trasformazione intelligente e della conservazione del pianeta.

I temi della ricerca che interessano la Chimica in questo frangente sono certamente: la riduzione dei costi di produzione dei generatori fotovoltaici tramite la messa a punto di nuovi materiali e processi, la invenzione e il perfezionamento di metodi di accumulo energetico efficaci (nuovi vettori energetici, nuovi materiali, nuovi dispositivi), sviluppo di nuovi materiali per i generatori eolici (superfici antighiaccio, materiali ultra resistenti e ultra leggeri per nuovi tipi di superfici aeronautiche), riduzione dei consumi energetici nel condizionamento degli edifici e nel trasporto di merci e persone, riciclo dei materiali industriali sia inorganici che organici, incremento di efficienza dei concimi sintetici e riciclo di N, P e K di produzione animale e dai terreni; recupero dei terreni inquinati; riduzione dei consumi di acqua e suo riciclo; recupero delle dead-zone oceaniche inquinate da P e N. Sicuramente ce ne sono molte altre.

Dobbiamo costruire l’idea che la Chimica può lasciare alle sue spalle, se applicata in modo razionale ed umano, un mondo altrettanto pulito di come lo ha trovato. Chimico non è una parolaccia.

Voi che ne dite?

Contro-movimenti di casa nostra.

a cura di C. Della Volpe

In Usa hanno una sigla, come tutto; si chiamano climate change counter-movements (CCCM).

In Usa hanno tanti di quei soldi a disposizione che gli vengono dedicati articoli scientifici di analisi (Robert J. Brulle, Institutionalizing delay: foundation funding and the creation of U.S. climate change counter-movement organizations, Climatic Change DOI 10.1007/s10584-013-1018-7)

L’amica Oca Sapiens (al secolo Sylvie Coyaud) nel suo bel blog riporta questo grafico per mostrarne la ampiezza, una spesa totale stimata fra il 2003 e il 2010 in oltre 7 miliardi di dollari da parte di tutti i think thank conservatori USA, una parte dei quali va nell’attacco al Global Warming, come in passato andava alla difesa del fumo libero o contro l’aborto e oggi vanno contro la sanità pubblica, il global warming o il darwinismo.

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Sappiamo che nei paesi anglosassoni la lotta fra sostenitori del Global Warming e delle politiche di mitigazione ed adattamento ad esso e i loro detrattori, volgarmente detti “negazionisti climatici” è a coltello e come tutte le lotte sociali porta a situazioni paradossali; ricordate che lo scontro sulla riforma sanitaria di Obama ha portato alla fermata della macchina statale americana per vari giorni? Oppure il caso delle lettere rubate al direttore del CRU dell’East Anglia?

Impensabile da noi. Comunque anche noi abbiamo i difensori del libero mercato che sono anche contro le regole che l’IPCC cerca di proporre per affrontare il GW, per esempio l’Istituto Bruno Leoni. Qui le cose avvengono diversamente, per esempio sull’ultimo numero di C&I (dic. 2013 pag 87-89), con un articoletto di Sergio Carrà dal titolo “Chi ha paura del riscaldamento cattivo?” a cui rispondo qui.

I dati riportati nel grafico sono una prima parte della risposta. Il prof. Carrà cita anche un articolo comparso su New Scientist

“Climate science: Why the word won’t listen” di  Adam Corner, uno psicologo che si propone di approfondire perché i reiterati pronunciamenti dell’IPCC, ridondanti di messaggi inquietanti sui pericoli del riscaldamento globale, lasciano nella popolazione una diffusa apatia che sfocia spesso in un atteggiamento negativo nei riguardi di tale fenomeno.”

Beh caro prof., la risposta è manifesta: c’è chi propaganda menzogne sul clima spendendo miliardi di dollari e cercando di confondere le acque. È una politica che negli USA è stata perseguita anche per combattere la battaglia ormai persa contro il divieto del fumo; le grandi corporations americane affinarono in quell’occasione le armi che stanno spendendo anche qui contro il GW o contro l’Obamacare. Miliardi di dollari che hanno come unico scopo di ritardare il crollo dei loro profitti basati su mercati non piu’ sostenibili. Se l’approccio di Kyoto è fallito come recita un articolo di Nature, la responsabilità è proprio di chi ha fatto in modo che restasse fuori dall’accordo il paese che è il maggiore produttore di gas serra del pianeta, gli USA. E le fondazioni della destra americana superconservatrice che si sono battute contro l’IPCC, come per il fumo o contro il darwinismo ne sono pienamente responsabili.

La stessa rivista divulgativa e non-peer-reviewed, partecipa a questa battaglia di retroguardia culturale; infatti è famosa per aver fatto una copertina CONTRO il darwinismo.

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Ma d’altronde noi che abbiamo avuto perfino un vicepresidente del CNR che ha organizzato un congresso contro Darwin (http://it.wikipedia.org/wiki/Roberto_de_Mattei) tempo fa, di cosa ci potremmo meravigliare?

Il prof. Carrà cita anche un articolo recentemente pubblicato su una rivista prestigiosa, (Geophysical Research Letters, Vol. 40, 3031–3035, doi:10.1002/grl.50563, 2013) che secondo lui dimostra che il bilancio dell’anidride carbonica è “elusivo”. E’ un aggettivo pesante per uno degli argomenti più studiati del mondo della climatologia e della chimica del clima. L’articolo in questione, scritto da Donohue e coll. dello CSIRO, l’equivalente australiano del CNR, conclude dicendo tre cose che qui traduco e che sono (giudicate voi) incompatibili con la elusività:

1)L’aumento nell’efficienza di uso dell’acqua da parte del processo fotosintetico al crescere della concentrazione di Ca (Nota mia: un simbolo usato per la anidride carbonica atmosferica) si è da lungo tempo anticipato che abbia come conseguenza un aumento della superficie foliare in ambiente caldi ed aridi. [Berry and Roderick, 2002; Bond and Midgley, 2000; Farquhar, 1997; Higgins and Scheiter, 2012], e sia le osservazioni da satellite che da terra a livello mondiale rivelano un cambiamento verso ambienti più densamente coperti di vegetazione e boscosi.[Buitenwerf et al., 2012; Donohue et al., 2009; Knapp and Soule, 1996; Morgan et al., 2007; Scholes and Archer, 1997]. I nostri risultati suggeriscono che Ca abbia giocato un ruolo importante in questo trend di rinverdimento e che, dove l’acqua è il limite dominante per la crescita, la copertura sia cresciuta in proporzione diretta all’aumento di Wp (l’efficienza di uso dell’acqua da partei della fotosintesi). Questo effetto di fertilizzazione della CO2  è da considerare un importante effetto della biosfera.

2)I risultati qui riportati per regioni aride a calde non si trasferiscono semplicemente ad altri ambienti dove possono dominare altri limiti alle risorse  (per esempio luce, nutrienti, temperatura) sebbene le equazioni della teoria rimangano valide (eq. 1-3) (omissis)

3)Complessivamente i nostri risultati confermano che l’impatto biochimico diretto del veloce aumento della Ca negli ultimi 30 anni sulla vegetazione terrestre è un processo importante ed osservabile.

Non solo non è elusivo affatto un processo cui sono dedicati molti lavori, che è anticipato tramite equazioni e che si è già studiato; gli autori lo hanno provato a livello mondiale solo PER GLI AMBIENTI ARIDI, dove un elemento limitante è l’acqua; quindi riproporlo per gli altri ambienti sic et simpliciter è sballato e infatti gli autori scrivono che le loro conclusioni non sono valide dappertutto.

 E’ un argomento che è molto analizzato in letteratura. Al contrario di quello che sostiene Carrà (In sostanza, a detta degli autori di questi studi, il futuro potrebbe essere molto più verde e molto più benevolo di quanto prevedono i modellisti) gli autori non concludono affatto che questo processo possa essere considerato decisivo nel futuro. I modelli dell’IPCC includono già questi processi e prevedono una estensione della copertura vegetale, ma tale estensione non può verificarsi in tutti gli ambienti a causa della complessità del sistema; dove prevalgono condizioni diverse l’aumento di CO2 non ha gli stessi benefici sulla copertura del manto vegetale spontaneo. Pensate solo ad ambienti dove gli elementi limitanti della fotosintesi sono la luce o la mancanza di altri nutrienti oltre l’acqua o l’effetto degli incendi. Le conclusioni generalizzatrici del prof. Carrà rimangono un pio desiderio basato su processi non definiti e che gli autori dell’articolo non prendono nemmeno in considerazione.

Una seconda questione che il prof. Carrà ripropone ogni volta che scrive di questo argomento è che in passato la CO2 ha raggiunto livelli molto più alti del presente. Fatto verissimo ma che non c’entra nulla con le questioni del clima odierno perchè i periodi a cui si riferisce il prof. Carrà sono di centinaia di milioni di anni fa; all’epoca non solo non c’era l’umanità ma non c’erano nemmeno le piante attuali o gli animali attuali, la forma dei continenti, le correnti erano diversi. Inoltre il Sole era significativamente meno intenso dell’attuale, un paradosso quello del giovane sole debole su cui sono basati tutti i libri di climatologia. In alcuni casi i meccanismi di retroazione, non di causa-effetto che in un sistema complesso come il clima stanno stretti a qualunque modello, erano completamente diversi; da allora la tendenza media è stata verso una riduzione sistematica della concentrazione di CO2 con una temperatura media che ha interagito con essa; non c’è un rapporto causa effetto fra CO2 e temperature, ma un rapporto di retroazione che prevede anelli positvi e negativi. Al momento l’umanità si è inserita nel meccanismo che durava da centinaia di miloni di anni ed ha occupato da subito un posto di rilievo; oggi l’uomo emette il 16% del carbonio che va verso l’atmosfera e questo ha alterato complessivamente il meccanismo di retroazione in un modo che, seppur non prevedibile in dettaglio, va verso l’aumento della temperatura media del pianeta.

C’è un bellissimo lavoro di un ingegnere aerospaziale, Bernard Etkin (Climatic Change (2010) 100:403–406 DOI 10.1007/s10584-010-9821-x A state space view of the ice ages—a new look at familiar data An editorial essay Bernard Etkin) , che ha rappresentato nel linguaggio dei grafici di fase dei sistemi complessi, una tecnica che dovrebbe essere familiare al Prof. Carrà, la situazione delle ultime centinaia di migliaia di anni. Il grafico è questo, tratto dai dati delle carote glaciali:

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Il prof. Carrà ha insegnato per anni come si costruisce un grafico di fase di un sistema complesso e quindi potrà apprezzare quanto Etkin dice: il nostro sistema caotico è stato attratto nella zona evidenziata dall’ellisse per centinaia di migliaia di anni e l’azione dell’uomo negli ultimi 250 anni l’ha portato fuori dall’attrattore; dove si avvia il nostro sistema? I calcoli ci dicono che si avvia verso una temperatura media più alta di quella attuale. Non possiamo fare “previsioni” come le chiama impropriamente Carrà; possiamo fare scenari basati sul comportamento “medio” del sistema; le previsioni del tempo cercano di ricostruire a breve periodo il comportamento istantaneo del sistema climatico, mentre i modelli IPCC cercano di cogliere gli scenari, ossia i comportamenti medi del sistema sul lungo periodo, due cose del tutto diverse.

Il testo dell’IPCC citato dal prof. Carrà, scritto dall’amico Sergio Castellari, non può che far dipendere la temperatura media dal tasso di CO2 e quindi dalle scelte che noi, la parte più importante ed attiva della biosfera, faremo nel futuro; non è essa una incertezza che dipende dai metodi di calcolo o dai meccanismi (i vari programmi sono sostanzialmente in accordo) ma dalle nostre scelte politiche ed economiche.

Un esempio di quanto queste scelte pesino già adesso risponde all’ultima domanda del prof. Carrà: Ad esempio, per parlare delle faccende di casa nostra, risulta che il contribuente italiano si trova a dover pagare ogni anno 6-7 miliardi di euro (tariffa A3) per incentivi statali almeno per vent’anni devoluti alle energie rinnovabili, in particolare al fotovoltaico. Ciò nonostante la nostra energia è la più cara d’Europa.

Il prof. Carrà si riferisce al famigerato Cip6, una decisione che ci ha portato per oltre vent’anni a pagare una quota del nostro consumo elettrico per lo sviluppo di rinnovabili ed ASSIMILATE; ma lo sa il prof. Carrà quanto abbiamo speso e come sono state ripartite le spese? E soprattutto sa cosa sono le assimilate? Sono gli oli pesanti scartati dalla produzione, l’immondizia, insomma roba che sarebbe costato smaltire e che grazie a politici compiacenti è diventata combustibile prezioso che ha contribuito allo sviluppo degli inceneritori, di centrali a combustibile in molte aziende che così guadagnavano da ciò che avrebbero dovuto smaltire a caro prezzo. Queste assimilate hanno assorbito oltre il 75% dei 50 miliardi di euro che abbiamo speso su questa voce. Lo sapeva? Spero di no, altrimenti avrebbe dovuto dirlo.

Nonostante questo vulnus inferto al loro sviluppo, le rinnovabili italiane si sono sviluppate ed oggi nel borsino elettrico sfidano l’eccesso di produzione termoelettrica (decine di gigawatt in eccesso cresciuti proprio grazie al Cip6) e l’hanno messo più volte fuori mercato nelle ore di punta facendo alzare alti lai a chi perdeva in questo modo ingiustificati profitti.

Quindi altro che i miliardi all’anno investiti e giustamente in rinnovabili vere, questi sono stati soldi sprecati in rinnovabili false che si sono aggiunti alle decine di miliardi che hanno aiutato e garantito una economia basata sui fossili. Oggi i fossili battono la fiacca perchè i loro prezzi sono altissimi e tali rimaranno a causa dell’abbassamento storico del loro EROEI, cioè della crescente  difficoltà estrattiva che porta a costi di estrazione (energetici ed economici) altissimi (si veda un nostro recente post)!  Al contrario, i costi delle rinnovabili scendono seguendo una accettabile curva di apprendimento che le sta portando SOTTO i costi dell’energia tradizionale.

In una cosa le dò ragione, prof. Carrà; non sarà facile. Lei scrive: Si dovrebbe intraprendere una trasformazione epocale che viene però solo marginalmente discussa per le sue implicazioni di carattere economico e sociale.

Ma noi chimici la vogliamo e la dobbiamo discutere, prof. Carrà. Abbiamo dei precedenti illustri, come Frederick Soddy il cui Nobel ha compiuto 100 anni pochi giorni fa e che ha anticipato i cinque premi Nobel che hanno contribuito a proporre il nome di Antropocene per la nostra epoca, perché non di sola energia si tratta ma di un modo di produrre basato sull’idea dello sviluppo infinito, sviluppo impossibile in un contesto finito come la biosfera terrestre.

Nel testo di 18 Nobel (http://globalsymposium2011.org/wp-content/uploads/2011/05/The-Stockholm-Memorandum.pdf) si enuncia una ben precisa strategia che meraviglierà sapere non è tanto tecnica ma sociale, come d’altronde le resistenze ai cambiamenti guidati da think-thank ultraconservatori rendono manifesto. Ne ricordo qui i punti essenziali:

1)    raggiungere un mondo più equanime, ossia sulla base della sostenibilità globale fare un accordo fra paesi ricchi e poveri per stabilizzare il clima, combattere la povertà e gestire l’ecosistema;

2)    gestire la sfida di clima ed energia; raggiungere un picco di produzione di CO2 entro il 2015 e tassare le emissioni di carbonio eliminando i contributi alle energie fossili;

3)    creare una rivoluzione dell’efficienza; definire degli standard di efficienza per disaccoppiare lo sviluppo dal consumo delle risorse e sviluppare nuovi modelli economici basati su efficienza energetica e dei materiali;

4)    assicurare cibo accessibile a tutti; il modo attuale di produrre cibo basato su spreco di energia e fosforo è insostenibile, occorre una nuova rivoluzione verde basata sul risparmio di territorio e acqua e sullo sviluppo tecnologico dei piccoli produttori;

5)    andare al di là di una crescita “verde”; ripensare lo sviluppo economico introducendo il “sociale” in tutti gli aspetti della produzione: introdurre nuovi modi di valutare lo sviluppo, superando il PIL e incentivando solo le innovazioni che servono alla maggior quota possibile di popolazione;

6)    ridurre la pressione umana; sia riducendo la crescita della popolazione che combattendo il consumismo; rafforzare i diritti delle donne;

7)    rafforzare un sistema di governo della Terra; rafforzare le istituzioni che si occupano di clima, biodiversità e introdurne altre che curino esplicitamente gli interessi delle future generazioni;

8)    attivare un nuovo rapporto fra scienza e società, sia lanciando una iniziativa scientifica globale sulla sostenibilità che incrementando l’educazione scientifica delle giovani generazioni.

 

 Nota: ringrazio per i loro commenti Sylvie Coyaud e Franco Miglietta di Climalteranti.

 PS I lettori che non essendo soci della SCI non possano accedere al testo dell’articolo di S. Carrà possono chiedere eccezionalmente copia a Claudio.DellaVolpe@unitn.it. Si ricorda qui che i testi de la Chimica e l’Industria sono liberamente accessibli eccetto quelli degli ultimi due anni.