Ma insomma il glifosato è o non è cancerogeno?

Claudio Della Volpe

Confesso subito ai lettori che non sono ovviamente in grado di rispondere in modo assoluto e definitivo a questa domanda che sta appassionando milioni di persone nel mondo. Quello che posso fare è cercare di chiarire i termini della questione. Cosa che ho cercato di fare prima di tutto a me stesso.

Abbiamo parlato di glifosato in alcune occasioni quando è uscita la famosa monografia 112 dello IARC (in francese CRIC) che lo qualificava potenzialmente cancerogeno(https://ilblogdellasci.wordpress.com/2015/04/13/glifosato-e-altre-storie/), quando ho avuto una polemica con una senatrice dei grillini che sembrava accusasse il glifosato di procurare l’autismo (https://ilblogdellasci.wordpress.com/2015/08/24/non-ce-due-senza-tre-ancora-glifosato/) e quando è uscita la notizia delle alterazioni che il glifosato procurava all’ambiente del suolo(https://ilblogdellasci.wordpress.com/2015/08/16/ancora-sul-glifosato/); tuttavia come redazione finora abbiamo evitato di occuparci ancora del problema. In parte è colpa mia che me ne sono interessato finora e che ho avuto qualche dubbio in merito, lo confesso; tuttavia l’argomento preme, e un recente articolo di Le Monde, ripreso in italiano da Internazionale, che considero la più bella rivista italiana, ha riportato l’argomento all’attualità (Internazionale è una raccolta di articoli tradotti dalla stampa internazionale e anche, più raramente di articoli scritti dalla redazione stessa ma sempre con il medesimo stile asciutto e rigoroso, da giornalisti indipendenti, per quanto si può essere indipendenti).

Non starò qui a ripetere la storia e gli aspetti chimici ed conomici del glifosato che ho già trattato ampiamente negli altri post; vi ricordo solo che il glifosato è il più comune erbicida del mondo prodotto in ragione di più di 800.000 ton/anno, non è più coperto da brevetto, che la sua importanza è cresciuta con l’associazione con specie vegetali utili modificate geneticamente per resistere alla sua azione in modo da poter sopravvivere senza problemi al suo uso a scapito delle specie spontanee ed infestanti. Questa invenzione è oggi di fatto appannaggio della Monsanto, una delle grandi aziende agrochimiche mondiali. Stiamo parlando dunque di un cash-cow, una mucca da mungere ossia di un prodotto che è la base del profitto, del “burro” come si dice in gergo, di chi lo produce.

Proprio per questo l’uscita del rapporto 112 da parte dello IARC, il 29 luglio del 2015, che definiva il glifosato “probable human carcinogen” produsse una reazione immediata e violenta da parte di Monsanto, che è illustrata molto bene nell’articolo di Le Monde; ma non fu l’unica reazione, in quanto nell’ottobre quell’anno EFSA rese ufficiale una valutazione, Renewal Assessment Report (RAR) per il glifosato. In esso EFSA concludeva che “glyphosate is unlikely to pose a carcinogenic hazard to humans and the evidence does not support classification with regard to its carcinogenic potential”, un giudizio sostanzialmente diverso da quello di IARC. L’ Addendum 1 (the BfR Addendum) del RAR conteneva un tentativo di spiegazione razionale delle differenza fra le due valutazioni.

Il 27 novembre 2015 un gruppo di 97 scienziati del settore, capitanati da C.J. Portier ha scritto una lettera a Mr. Vytenis Andriukaitis capo della Commissione Health & Food Safety della UE in cui si criticavano aspramente i criteri e i metodi del BfR e dell’EFSA (https://www.efsa.europa.eu/sites/default/files/Prof_Portier_letter.pdf).

A questa lettera l’EFSA ha risposto nel gennaio 2016 con un’altra lettera dettagliata (https://www.efsa.europa.eu/sites/default/files/EFSA_response_Prof_Portier.pdf).

A questo ha comunque fatto seguito una campagna molto forte diretta da Monsanto contro lo IARC (ed altri istituti scientifici indipendenti come il Ramazzini) nel tentativo di ridurne l’immagine, il ruolo e il peso scientifico, e anche i fondi, anche questo descritto molto ampiamente nell’articolo di Le Monde e su Internazionale.

Cerco di essere più preciso.

International Agency for Research on Cancer (IARC) Monographs Programme identifica le cause ambientali del cancro nell’uomo e ha valutato finora dal 1971 più di 950 diversi agenti. Le monografie sono scritte da un gruppo di lavoro (WG) ad hoc che lavora per 12 mesi che terminano con una riunione di 8 giorni. Il gruppo valuta tutta la letteratura scientifica disponibile pubblicamente su una certa sostanza e, attraverso un rigoroso e trasparente processo raggiunge una decisione sul grado al quale l’evidenza scientifica supporta la capacità di quella sostanza di produrre o meno il cancro.

Nel caso specifico, come sempre la decisione dello IARC GW si è basata su una procedura condotta da scienziati indipendenti , privi di conflitto di interesse non affiliati nè supportati in alcun modo dalle aziende produttrici. La decisione è basata su lavori sempre citati e pubblicati nella letteratura biomedica referenziata.

Nonostante la Monsanto si sia lamentata della procedura come dice l’articolo di Le Monde:

In realtà la Monsanto sa bene che questa valutazione del glifosato è stata fatta da un gruppo di esperti dopo un anno di lavoro e dopo una riunione durata diversi giorni a Lione. Le procedure del Circ prevedono inoltre che le aziende legate al prodotto esaminato abbiano il diritto di assistere alla riunione finale. Per la valutazione del glifosato, infatti, la Monsanto ha inviato un “osservatore”: l’epidemiologo Tom Sorahan, professore dell’università di Birmingham, nel Regno Unito. Il rapporto che lo scienziato stila il 14 marzo 2015 per i suoi committenti conferma che tutto si è svolto nei modi previsti. “Il presidente del gruppo di lavoro, i copresidenti e gli esperti invitati alla riunione sono stati molto cordiali e disposti a rispondere a tutte le mie richieste di chiari- mento”, scrive Sorahan in una lettera inviata a un dirigente della Monsanto. La lettera figura nei cosiddetti Monsanto papers, un insieme di documenti interni dell’azienda che la giustizia statunitense ha cominciato a rendere pubblici all’inizio del 2017 nell’ambito di un procedimento giudiziario in corso. “La riunione si è svolta rispettando le procedure del Circ”, aggiunge l’osservatore dell’azienda statunitense. “Il dottor Kurt Straif, il direttore delle monografie, ha una grande conoscenza delle regole in vigore e ha insistito perché fossero rispettate”.

Del resto Sorahan – che non ha risposto alle domande di Le Monde – sembra molto

imbarazzato all’idea che il suo nome sia associato alla risposta della Monsanto: “Non vorrei apparire in alcun documento dell’azienda”, scrive, ma allo stesso tempo offre il suo “aiuto per formulare” l’inevita- bile contrattacco che il gruppo organizzerà.

Per la Monografia 112, 17 scienziati hanno valutato il rischio carcinogenico di 4 insetticidi e del glifosato concludendo per il glifosato : probable human carcinogen.

La review dello IARC collega il glifosato all’aumento dose dipendente di tumori maligni in molti siti anatomici negli animali da esperimento e all’aumento di incidenza del linfoma non- Hodgkin negli umani esposti.

La risposta dell’EFSA è molto articolata (è lunga 18 pagine e non banale da riassumere): ne riporto alcuni punti chiave.

1)

2)

3)

4) differenza fra i due sistemi di valutazione:

differenze specifiche:

Per non annoiarvi vi riassumo che sui punti specifici si vede che le valutazioni divergono anche per aver usato metodi statistici diversi nei due casi e dunque sembra che la valutazione finale che in fondo si distingue per limitata evidenza di cancerogenicità (IARC) o molto limitata evidenza di cancerogenicità (EFSA) dipende anche dal metodo statistico usato per la valutazione.

Ma c’è anche da considerare che mentre IARC non usa lavori se non scritti da autori indipendenti EFSA li usa tutti assegnandogli un peso statistico diverso.

Infine i membri del panel IARC sono essi stessi scelti solo fra persone prive di conflitti di interesse mentre nel caso di EFSA la cosa è più complessa e discutibile.

A proposito di questo tema è da notare che anche altri enti ufficiali che sono intervenuti nella questione con la loro autorevolezza scientifica come Joint FAO/WHO meeting on pesticide residue, in effetti sono stati accusati di non avere panels effettivamente indipendenti o comunque in condizione tale da escludere il conflitto di interessi.

Dice l’articolo di Le Monde:

Tre dei suoi ricercatori, infatti, collaborano con l’International life science institute (Ilsi), una lobby scientifica finanziata dalle grandi industrie del settore agroalimentare, delle biotecnologie e della chimica: dalla Mars alla Bayern, dalla Kellogg alla Monsanto. Si trattava del tossicologo Alan Boobis, dell’Imperial College, Regno Unito, presidente del consiglio d’amministrazione dell’Ilsi e uno dei presi- denti del Jmpr; di Angelo Moretto, dell’università di Milano, relatore del Jmpr, consulente e consigliere d’amministrazione di una struttura creata dall’Ilsi; e infine di Vicki Dellarco, consulente in diversi gruppi di lavoro dell’Ilsi e componente del Jmpr.

In teoria gli esperti del Jmpr sono sottoposti alle stesse regole d’indipendenza del Circ, cioè quelle dell’Oms, tra le più severe al mondo. Di fatto un conflitto d’interessi apparente, proprio perché può alterare la credibilità dell’istituzione e delle sue decisioni, è grave quanto un conflitto d’interessi accertato. Tuttavia, interpellata da Le Monde, l’Oms ha assicurato che “nessun esperto era in una situazione di conflitto d’interessi tale da impe- dirgli di partecipare al Jmpr”.

Questa risposta lascia insoddisfatti Hilal Elver e Baskut Tuncak, rispettivamente relatrice speciale sul diritto all’alimentazione e relatore speciale sui prodotti e i rifiuti pericolosi delle Nazioni Unite. “Chiediamo rispettosamente all’Oms di spiegare come, in base alle sue regole, è arrivata alla conclusione che i rapporti degli esperti con l’industria non rappresentassero alcun conflitto d’interessi, apparente o potenzia- le”, hanno detto i due esperti a Le Monde. “Processi di verifica adeguati, chiari e tra- sparenti sui conflitti d’interessi sono fon- damentali per l’integrità del sistema”, pre- cisano prima di “incoraggiare” le organizzazioni delle Nazioni Unite a “rivederli”.

“Gravi sospetti” esistono sul “fatto che le aziende ‘comprerebbero’ degli scienziati per spingerli a confermare le loro posizioni”, hanno scritto i due esperti nel loro rapporto sul diritto all’alimentazione.

“Gli sforzi fatti dall’industria dei pesticidi”, si legge in questo testo consegnato al consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite lo scorso marzo, “hanno ostacolato le riforme e bloccato le iniziative dirette a ridurre l’uso dei pesticidi su scala mondiale”.

Ma a quali sforzi si riferiscono i due funzionari?

La risposta è nei cosiddetti “Monsanto papers“ che sono i documenti che l’azienda è stata costretta a trasmettere finora alla giustizia. Negli Stati Uniti la cosiddetta procedura di discovery (scoperta) autorizza queste operazioni.

Negli USA sono in corso 800 processi per danni da glifosato che potrebbero portare al pagamento di somme ingenti; la magistratura americana ha imoosto la pubblicazioni di decine di milioni di pagine di documeti interni Monanto che svelano secondo Le Monde una strategia di risposta della Monsanto che ha coinvolto molti scienziati apparentemnete “indipendenti” con articoli pubblicati su blog o su riviste a pagamentoo su giornali pubblicati da enti finanziati da alcune aziende agrochimiche. Per maggiori dettagli leggete l’articolo di Le Monde e se non riuscite chiedetemelo (sono abbonato a Internazionale).

Aggiungo due cose: se si guardano le cose da un punto di vista tecnico le due posizioni potrebbero non essere in contrasto; per capirci faccio riferimento ad un argomento diverso.

Voi sapete che a norma della legge sulla sicurezza del lavoro 81/08 pericolo e rischio sono due distinti concetti;

la definizione di Pericolo è compresa nell’art. 2, lettera r, D.Lgs. 81/08

Proprietà o qualità intrinseca di un determinato fattore avente il potenziale di causare danni. Il pericolo è una proprietà intrinseca (della situazione, oggetto, sostanza, ecc.) non legata a fattori esterni; è una situazione, oggetto, sostanza, etc. che per le sue proprietà o caratteristiche ha la capacità di causare un danno alle persone

Ma che una cosa sia pericolosa non vuol dire che sia rischiosa.

Il rischio è definito nell’ art. 2, lettera s, D.Lgs. 81/08

Probabilità di raggiungimento del livello potenziale di danno nelle condizioni di impiego o di esposizione ad un determinato fattore o agente oppure alla loro combinazione

In definitiva una cosa che è pericolosa potrebbe non essere rischiosa; in questo senso non vedo un contrasto insanabile fra le due posizioni: la questione potrebbe essere vista così: IARC ha ragione il glifosato è pericoloso potenzialmente, ma nelle condizioni pratiche di impiego l’esposizione del grande pubblico alla sostanza non supera mai il livello di rischio accettabile; esistono casi analoghi; per esempio il benzene è cancerogeno conclamato ma è permesso il suo uso nella benzina a certe condizioni (percentuale in volume inferiore all’1% ed uso degli aspiratori nelle centraline di distribuzione).

D’altra parte noi chimici sappiamo bene che tutto può essere tossico, anche l’acqua, in relazione alla concentrazione: è la dose che fa il veleno. Se i pesticidi fossero stati usati con ragione e raziocinio, lo stesso discorso vale per il cromo delle concerie, certo le proprietà dei composti sotto accusa non sarebbero diverse da quelle che sono, ma i danni a salute ed ambiente sarebbero stati e sarebbero minori con le conseguenze relative sulla valutazione dell’uso

E’chiaro che qua è in gioco molto di più del glifosato che comunque vale miliardi di dollari di profitto; è in gioco una agricoltura interamente meccanizzata e basata su un uso intensivo di combustibili fossili e di concimi sintetici, di erbicidi e pesticidi; ne abbiamo parlato molte volte: l’agricoltura moderna, successiva alla “rivoluzione verde” è sostenibile? Ha alterato il ciclo del fosforo e dell’azoto e certamente ha contribuito alla crescita dei gas serra (metano, NOx); ha alterato la biodiversità e messo a rischio i principali impollinatori (api, bombi); possiamo continuare ad usarla senza problemi? Non credo.

Non voglio apparire formale, ma cercare di capire; ogni commento anche critico è ben accetto; è altrettanto certo che il conflitto deve essere risolto e al più presto; ne va della nostra immagine ancora una volta.

 

Glifosato e altre storie

Nota: si ricorda che le opinioni espresse in questo blog non sono da ascrivere alla SCI o alla redazione ma al solo autore del testo.

a cura di Claudio Della Volpe

Oggi parliamo di glifosato, un erbicida molto diffuso che è stato posto dallo IARC, l’agenzia internazionale di ricerca sul cancro, nella classe 2A, probabile carcinogeno per l’uomo.

logoiarc

Con un mercato di quasi 6 miliardi di dollari all’anno (sei dollari al chilo corrispondono a circa 1 milione di tonnellate all’anno) il glifosato è il più comune e diffuso erbicida del pianeta; col nome commerciale di Roundup è probabilmente conosciuto anche da molti dei nostri lettori. Esso è anche il più importante erbicida associato ai prodotti OGM e quindi si capisce quale scontro di interessi titanico possa scatenare una dichiarazione come quella dello IARC.

754px-Starr_001026-9002_Lolium_perenne

il loglio, Lolium perenne, uno dei principali infestanti mondiali

Il 24 marzo Nature ha pubblicato su questa questione un articoletto, neutro ma interessante che potete scaricare qui.

Cominciamo dal principio. Il glifosato è un erbicida, in particolare è un erbicida ad ampio spettro che agisce sulle piante in crescita attiva; non funziona cioè sulle piante in pre-emergenza, ossia prima che spuntino; la sua molecola 200px-Glyphosate.svg

è quella di un derivato dell’amminoacido glicina, la N-(fosfonometil)glicina, C3H8NO5P, un analogo aminofosforico della glicina.

Il glifosato è un diserbante sistemico di post-emergenza non selettivo (è cioè attivo, fitotossico per tutte le piante). A differenza di altri prodotti, viene assorbito per via fogliare (prodotto sistemico), ma successivamente raggiunge ogni altra posizione della pianta. Questo gli conferisce la caratteristica di fondamentale importanza di essere in grado di devitalizzare anche gli organi delle erbe infestanti che, essendo sottoterra (ipogei) in nessun altro modo potrebbero essere devitalizzati, se non attraverso un duro lavoro manuale o meccanico.

Fu sintetizzato la prima volta nel 1950 dal chimico svizzero Henry Martin, che lavorava per la Cilag. (la storia completa la potete trovare qua (http://media.johnwiley.com.au/product_data/excerpt/10/04704103/0470410310.pdf). Fu poi riscoperto indipendentemente da Monsanto nel 1970. I chimici della Monsanto nel tentativo di sintetizzare delle sostanze per “addolcire” l’acqua, (chelanti, che riducono il calcio) ne scoprirono un paio che avevano anche attività erbicida e a John E. Franz, fu chiesto di trovare degli analoghi più potenti. Il glifosato fu il terzo ad essere sintetizzato. Franz ha ricevuto per questo la National Medal of Technology nel 1987 e la medaglia Perkin per la Chimica Applicata nel 1990.

220px-National_Medal_of_Technology_and_Innovation

Il glifosato è così potente e ad ampio spettro (uccide anche molti batteri) perché inibisce un enzima centrale nella vita delle piante, il 5-enolpiruvilshikimato-3-fosfato sintetasi (EPSPS), che catalizza la reazione fra shikimato-3-fosfato (S3P) e fosfoenolpiruvato per formare il 5-enolpiruvil-shikimato-3-fosfato (ESP).

lossy-page1-600px-EPSPreactionII.tif

Dal 1970 al 2000 è stato un brevetto della Monsanto; dopo quella data è stato prodotto anche da altri tanto che attualmente è prodotto essenzialmente in Cina e pensate che queste sole modifiche nella zona di produzione hanno portato dei problemi di mercato non banali con aumenti di prezzo per questo prodotto fino a 2-3 volte il suo valore attuale.

Figuriamoci cosa può produrre una notizia come quella che abbiamo dato all’inizio.

Attualmente poi la principale parte del glifosato viene usata in combinazione con i semi OGM, ossia con piante geneticamente modificate attraverso gli specifici metodi di laboratorio che ricadono nella definizione di Ogm come data dall’UE (Direttiva 2001/18/CE). Tale modifica genetica è legata proprio all’ampio spettro del glifosato; dato che tutte le piante o quasi sono suscettibili ad esso per potenziarne l’efficacia ma per renderne seletttivo l’uso si usano piante in cui l’enzima naturale è stato sostituito mediante i metodi sintetici sopraricordati dall’enzima di un batterio che è naturalmente resistente al glifosato, l’Agrobacterium del ceppo SP4; questa informazione genetica è stata trasferita mediante quei metodi prima nella soia e poi in altre piante; in questo modo, mentre le normali infestanti sono suscettibili all’azione del glifosato e muoiono, le piante OGM, che non lo sono, rimangono vitali.

L’uso del glifosato va incontro a un problema di resistenza significativo; il numero di infestanti che resistono o che superresistono oggi al glifosato è cresciuto velocemente (al momento l’elenco internazionale delle piante resistenti agli erbicidi elenca 239 specie resistenti al glifosato; mentre erano solo 1 nel 1996 e 211 nel 2014). Sono aumentate di 200 volte in 20 anni, ossia in media sono raddoppiate ogni due anni, anche se a ritmo decrescente. Come nel caso degli antibiotici usati troppo estensivamente e che stanno perdendo il loro potere antibatterico nell’uso comune, così anche nel caso degli erbicidi questa strategia di brutale attacco mostra quindi dei punti deboli.

Ma cosa ha detto lo IARC? Anzitutto cosa è lo IARC? Lo IARC è il braccio armato della OMS, l’organizzazione mondiale della sanità, nella lotta al cancro; non è un ente operativo, esso è solo un ente scientifico, tocca ad altri stabilire una quantificazione di accresciuto rischio cancerogeno di un prodotto o raccomandare livelli di esposizione più sicuri, ma è chiaro che i suoi studi possono avere una influenza.

In questo caso una commissione internazionale ha prodotto come risultato una valutazione, una “meta-analisi”, una sorta di review di tutti i lavori scientifici, privi di conflitto di interesse (in cui per esempio non figura la Monsanto come ente finanziatore), riguardanti non solo il glifosato ma anche altri prodotti usati in agricoltura, ed i risultati sono stati pubblicati sull’influente The Lancet (oncology) (http://dx.doi.org/10.1016/S1470-2045(15)70134-8) assegnando al glifosato la categoria 2A. In effetti la commissione ha analizzato 5 sostanze, due pesticidi— tetraclorvinfos e parathion — sono stati classificati come “possibly carcinogenic to humans”, categoria 2B. Gli altri 3 — malathion, diazinon e glifosato — sono stati valutati “probably carcinogenic to humans”, ossia categoria 2A.

Cosa vuol dire? LO IARC classifica i composti su una scala che comprende 5 livelli:

Gruppo 1 – “Cancerogeni umani”, riservata alle sostanze con sufficiente evidenza di cancerogenicità per l’uomo.

Gruppo 2 diviso in due sottogruppi, denominati A e B.

Sottogruppo 2A – “Probabili cancerogeni umani”

riservata alle sostanze con limitata evidenza di cancerogenicità per l’uomo e sufficiente evidenza per gli animali.

Sottogruppo 2B – “Sospetti cancerogeni umani” sostanze con limitata evidenza per l’uomo in assenza di sufficiente evidenza per gli animali o per quelle con sufficiente evidenza per gli animali ed inadeguata evidenza o mancanza di dati per l’uomo.

Gruppo 3 – “Sostanze non classificabili per la cancerogenicità per l’uomo”

le sostanze che non rientrano in nessun’altra categoria prevista.

Gruppo 4 – “Non cancerogeni per l’uomo” le sostanze con evidenza di non cancerogenicità sia per l’uomo che per gli animali.

Per il glifosato esistono dati che provano la cancerogenicità per gli animali e le evidenze per l’uomo sono limitate al linfoma non-Hodgkin (Int. J. Environ. Res. Public Health 2014, 11, 4449-4527; doi:10.3390/ijerph110404449); secondo gli autori dello IARC tali evidenze, assieme a quelle di tipo “meccanicistico” ossia ottenute in laboratorio sul danno prodotto alle molecole di DNA dal glifosato sono sufficienti a classificare il prodotto come 2A.

A questo punto spetta alle organizzazioni che hanno ruoli decisionali di emettere un verdetto; (in effetti alcuni paesi avevano già espresso perplessità: l’Olanda ha vietato la vendita del glifosato ai privati dal 1 gennaio 2016, la Francia nel 2013 ha riconosciuto danni per il glifosato ad un agricoltore professionista, il Brasile ha in corso una procedura di messa in mora).

Vedremo.

E’ da dire che sostanze con attività erbicida esistono anche in natura. Lo stesso glifosato è molto simile ad altri prodotti analoghi presenti già in natura come mostrato qui:

variorganofosforici

Tetrahedron 58 (2002) 1631-1646

e quindi i prodotti organofosforici come erbicidi non sono state inventati dall’uomo.

Il prodotto 5, Bialaphos, è un tripeptide estratto da uno Streptomicete e commmercializzato come Herbiace; mentre il prodotto 6 è venduto come sale di ammonio col nome di glufosinato da Bayer ma è uno dei componenti del tripeptide precedente.

Si nota che il 7, il glifosato è molto simile come struttura alle molecole precedenti, ma inibiscono enzimi diversi. 8 infine è la fosfonotrixina, anch’essa estratta da un’altro batterio, Saccarotrix.

Una serie di altre sostanze sono elencate in un bellissimo articolo di autori italiani in italiano (Ital. J. Agron. / Riv. Agron., 2007, 4:463-476 Sostanze di origine naturale ad azione erbicida di Mariano Fracchiolla e Pasquale Montemurro, ma si veda anche http://arnoldia.arboretum.harvard.edu/pdf/articles/473.pdf ma anche Tetrahedron 58 (2002) 1631-1646 da cui è tratta la figura precedente), in cui c’è un elenco di sostanze naturali ad effetto “allelopatico” ossia prodotte dalle piante ma non con effetti su se stesse ma con effetti sul proprio ambiente o su altre piante.

Fra le altre, due mi hanno colpito perchè conosco le piante che le producono, l’Ailanto, (Ailantus altissima) una specie altamente invasiva, l’albero del paradiso, cosiddetto, introdotto in Europa alla fine del 700 per farvi crescere la sfinge dell’ailanto un insetto simile al baco da seta e il comune Noce, (Jugland regia).

La prima, l’ailanto o albero del paradiso

ailanto1

produce l’ailantone

ailantone

e la seconda che tutti conosciamo, il Noce,

noce

produce lo Juglone

juglone

Juglone

Nel Noce lo Juglone è sintetizzato come naftoidrossichinone

idrochinone

naftoidrossichinone

 

che viene poi ossidato e modificato nell’ambiente

Due sostanze “allelopatiche” che rendono la vita difficile alle altre piante nelle vicinanze delle prime e che spiegano sia la capacità dell’Ailanto di crescere formando spettacolari boschetti di solo ailanto sia la difficoltà ben conosciuta dai nostri agricoltori di far crescere altre piante vicine al Noce.

Ma cosa differenzia queste abilità naturali delle piante dalla nostra capacità di fare altrettanto?

In fondo anche i batteri e le muffe usano gli antibiotici da milioni di anni così come l’Ailanto e il Noce usano gli allelopati, i loro erbicidi.

Noi con gli antibiotici abbiamo certo vinto una battaglia, per qualche decennio, ma rischiamo di perdere la guerra a causa della vorace esigenza di profitto di chi spinge ad usare gli antibiotici anche quando non servono nell’uomo e come adiuvanti nell’allevamento del bestiame; gli antibiotici in eccesso alterano perfino la composizione batterica delle acque di scarico ed hanno reso resistenti moltissimi batteri comuni; oggi la resistenza batterica rischia di diventare un problema serio in tutto il mondo come abbiamo già raccontato in questo blog (https://ilblogdellasci.wordpress.com/2012/12/18/una-pallottola-spuntata/ )(https://ilblogdellasci.wordpress.com/una-alla-volta/aspergillomarasmina-a/) (https://ilblogdellasci.wordpress.com/2015/02/02/batteri-chimica-e-altro-parte-iv/)

Allo stesso modo è la struttura “a senso unico” dell’agricoltura moderna, intensiva, monocolturale, votata non tanto all’eliminazione della fame nel mondo ma alla produzione di beni che garantiscano il massimo profitto che porta ad un uso improprio ed eccessivo delle sostanze di sintesi.

L’agricoltura moderna basata su un ristretto numero di piante, prevalentemente annuali (con un mercato dei semi sempre più strappato al controllo dei singoli produttori) è sempre più fragile e dipendente da prodotti di sintesi che garantiscono la produzione di sempre meno specie ma in sempre maggiore quantità, più interessata al profitto continuo che all’integrazione dei bisogni umani nell’ecosistema complessivo.

Gli erbicidi, o il sistema delle piante OGM resistenti ad essi, non mi sembrano tanto pericolosi per se stessi, (a parte il caso attuale ovviamente) non credo alle ipotetiche tossicità di qualche pomodoro “nero”, ma temo invece la fragilità di un sistema in cui sono state brutalmente abolite tutte quelle complesse relazioni fra specie che sono alla base della biosfera come unità vitale.

La agricoltura moderna non è un sistema permanente e stabile, una permacoltura come in parte l’agricoltura dei Romani basata più su piante permanenti che annuali, o perfino non è più la coltura a cinque livelli dell’agro aversano della mia infanzia, fecondato dalla grande eruzione ignimbritica del 37.000 a.C. e che produceva nel medesimo campo verdura, frutta (la vite), legna da ardere, cereali e consentiva la sopravvivenza degli animali da cortile; oggi quell’agro è trasformato nella terra dei fuochi!

L’agricoltura moderna invece di garantire la sopravvivenza della specie umana nella biosfera ed il ricambio delle sostanze che ci garantiscono la vita a partire dall’acqua, dall’azoto, dal fosforo, si trasforma sempre più in un improvvido e fragile metodo produttivo monocolturale che dipende dall’energia del petrolio e dai prodotti di sintesi in quantità crescenti e che dopo aver alterato il ciclo dell’acqua, dell’azoto e del fosforo e distrutto gran parte dell’ambiente naturale e delle specie in esso viventi si avvia a diventare uno dei nostri principali problemi.