La chimica ha un lato oscuro?

Nota: si ricorda che le opinioni espresse in questo blog non sono da ascrivere alla SCI o alla redazione ma al solo autore del testo

a cura di Luciano Celi*

s200_luciano.celiCi si chiede talvolta il motivo per cui certe discipline scientifiche abbiano un’immagine pubblica così negativa. Se si pensa alla Chimica, e soprattutto al suo utilizzo come aggettivo (“questo è chimico”), lo si trova in netto contrasto con ciò che è naturale e “biologico”, quando si parla di cibo e magari di conservanti. Oppure, per trasposizione – sempre in un confronto tra naturale e artificiale – negli oggetti, per indicare un oggetto di scarso valore si dice “è di plastica” (talvolta usando il dispregiativo “plasticaccia”), un materiale meno nobile di quanto lo siano altri (legno, alluminio), ma, lo sappiamo, insostituibile e praticissimo, senza la quale probabilmente l’80-90% degli oggetti che abbiamo intorno a noi semplicemente non esisterebbero.

Eppure la Chimica ci racconta meglio di tante altre discipline com’è fatto il mondo in cui viviamo e quindi è forse utile una distinzione, pur banale, tra la teoria e la pratica, per indicare cos’è che contribuisce così pesantemente alla sua immagine negativa.

Nel nostro Paese senz’altro non è difficile pensare a quel che in molte parti della penisola è accaduto, complice una scarsa – quando non nulla – legislazione a tutela delle persone e dell’ambiente, almeno fino agli anni ’70 del secolo scorso. I nomi sono noti a tutti, ma vale la pena ripercorrere una di queste storie. Storie la cui importanza è stata tale che adesso hanno, in certi fortunati casi, un riverbero culturale, a partire da quel fortunato filone teatrale inaugurato da Marco Paolini con le sue “orazioni civili” (ricordate la storia del Vajont?).

Il caso più eclatante è forse quello dell’Acna di Cengio, con una storia centennale, messa in scena con l’orazione civile curata da Alessandro Hellmann e Andrea Pierdicca (Il fiume rubato, a questo indirizzo il promo: https://www.youtube.com/watch?v=aIUuL4DSs4s), tratto da libro scritto dallo stesso Hellmann (Cent’anni di veleno, http://www.stampalternativa.it/libri/88-7226-894-x/alessandro-hellmann/cent-anni-di-veleno.html). L’inquinamento, connesso al fiume Bormida, fu di tale entità e portata che non sfuggì, seppure en passant, alla penna attenta di Beppe Fenoglio, scrittore resistenziale, ma non solo, che proprio in un bel raccoBeppe_Fenoglio_croppednto non resistenziale, ambientato sull’Alta Langa, Un giorno di fuoco, fa dire al suo protagonista in una battuta: «Hai mai visto il Bormida? Ha l’acqua color sangue raggrumato perché porta via i rifiuti delle fabbriche di Cengio e sulle sue rive non cresce più un filo d’erba. Un’acqua più porca e avvelenata che ti mette freddo». Acqua come sangue raggrumato che è metafora potente di quel sangue, purtroppo reale, che è uscito per anni assieme alle urine degli operai della fabbrica, primo segnale di una morte imminente e ineluttabile.

La presa di coscienza della popolazione, proprio a partire da quella che dentro le fabbriche chimiche ha lavorato in quegli anni, fu forte. Leggi e regolamentazioni sono venute dopo; una vera “consapevolezza del rischio” è arrivata dal basso, con la decimazione di molte sono morte di cancro, o del “male cattivo”, come si diceva una volta.

Così «a partire dal 1968, con le lotte operaie, cominciò anche a crescere […] una contestazione ecologica operaia attraverso lotte in fabbrica per il miglioramento delle condizioni di lavoro […]. Si trattava di battersi contro le nocività dell’ambiente “all’interno” delle fabbriche […]. Varie attività produttive avevano avuto – in qualche caso per decenni – effetti gravi sulla salute dei lavoratori. Si possono citare gli esempi dell’avvelenamento dei lavoratori dell’amianto della miniera di Balangero in Piemonte, o delle operaie dello stabilimento (entrato in funzione nel 1857) di filature e tessitura dell’amianto di Grugliasco, vicino a Torino; dell’intossicazione e degli incidenti alla fabbrica di piombo tetraetile SLOI di Trento, alle fabbriche di coloranti, i danni ai lavoratori del petrolchimico di Marghera e alle fabbriche di cloruro di vinile»[1].

L’elenco, come detto, potrebbe essere lungo, come lunghe spesso sono queste situazioni al limite della follia (si pensi alla sentenza sulla fabbrica di amianto a Casale Monferrato), centrate invariabilmente sul ricatto occupazionale e su lotte che in certi casi, come quello Massa-Carrara in occasione dell’ennesimo (e definitivo – nel senso che decretò la chiusura della fabbrica) scoppio della Farmoplant, sono sfociati in una specie di rivolta popolare, garantendo alla zona apuo-versiliese il più alto tasso di tumori al seno femminili della penisola e una serie di disfunzioni croniche alla tiroide, sempre nelle donne.

Una grande lacuna legislativa fino ad anni relativamente recenti e il profitto a ogni costo, soprattutto sociale, sono di fatto le cause che hanno fatto del nostro paese un luogo deputato ai disastri ambientali, come racconta, almeno in parte, l’agile libro della ricercatrice del Cnr Gabriella Corona, Breve storia dell’ambiente in Italia, appena uscita per i tipi de “Il Mulino”.

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«All’inizio del ‘900 il 20% delle industrie italiane era considerato insalubre e la percezione è sicuramente sottostimata. Lo smaltimento di fumi e fluidi tossici avveniva confidando nell’auto-depurazione dell’aria o nella diluizione dell’acqua, inoltre si riteneva che una barriera fisica come un muro, una ciminiera o un pozzo bastasse per mettere in sicurezza scarti nocivi e tossici», dice la ricercatrice del Cnr, e aggiunge: «La sottovalutazione proseguì al punto che nel 1999 si individuarono 57 siti inquinati di interesse nazionale, soprattutto ex aree industriali come Porto Marghera, Gela, Taranto o Orbetello».

Tutto questo ha contribuito senz’altro alla cattiva immagine della Chimica. Che in realtà è il lato oscuro degli uomini che l’hanno gestita a livello di produzione industriale.

Riferimenti.

[1] Giorgio Nebbia, La contestazione ecologica. Storia, cronache e narrazioni, La scuola di Pitagora editrice, pp. 95-96.

*Luciano Celi (1970) dopo la laurea in Filosofia della Scienza all’Università di Pisa, ha conseguito un primo master in Comunicazione della Scienza alla Sissa di Trieste (a.a. 2002-2004) e un secondo master in Tecnologie Internet al Dipartimento di Ingegneria Informatica all’Università di Pisa (a.a. 2012). Attualmente è in congedo dal CNR, dove lavora nell’ambito della divulgazione scientifica, per il dottorato che sta svolgendo presso il Dicam (Dipartimento di Ingegneria Civile, Ambientale e Meccanica) dell’Università di Trento, con un progetto sull’Energetica. Ha fondato la casa editrice Lu::Ce.

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E’ APERTA LA RACCOLTA DI FIRME PER LA PETIZIONE ALLA IUPAC per dare il nome Levio ad uno dei 4 nuovi elementi:FIRMATE!

https://www.change.org/p/international-union-of-pure-and-applied-chemistry-giving-name-levium-to-one-of-the-4-new-chemical-elements

Referendum 17 aprile 2016. (4.parte):lavoro, ambiente, royalties.

Nota: si ricorda che le opinioni espresse in questo blog non sono da ascrivere alla SCI o alla redazione ma al solo autore del testo

I precedenti post di questa serie sono pubblicati qui, qui e qui.

a cura di Claudio Della Volpe

Nei precedenti post di questa serie abbiamo raccontato i dati legati al prossimo referendum del 17 aprile 2016 sulla abrogazione della durata illimitata del diritto di estrazione di fossili entro il limite delle 12 miglia dalle coste italiane. Nel far questo abbiamo di fatto dimostrato che i dati grezzi supportano fortemente il voto positivo al referendum.

Infatti l’Italia, come tutta l’UE, si è impegnata a ridurre la propria impronta fossile e per mantenere l’incremento della temperatura media globale occorre che noi come gli altri riduciamo i nostri consumi di fossile del 20% entro 10-15 anni per poi azzerarli entro il 2050, fra soli 35 anni;

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secondo le stime pubblicate di recente su Nature (NATURE, VOL 517 ( JANUARY 2015) p. 187) questo corrisponde a lasciare sotto terra una percentuale molto elevata della attuali risorse fossili (più di 4/5 delle riserve di carbone, più di metà di quelle di gas e più di un terzo di quelle petrolio); e allora la scelta del referendum ha una sua logica dato che le risorse italiane non solo sono minime, ma anche qualitativamente non eccelse (il petrolio è parecchio sporco di S e più costoso da purificare, olio leggero o ad alto API) e il gas estratto dal mare è più costoso sia energeticamente che economicamente rispetto ad altre estrazioni. La sua estrazione conviene solo a chi paga delle royalties ridicole come quelle italiane che non solo ammontano al 4-7-10% dell’estratto ma con una franchigia enorme pari ai primi 25-80 milioni di metri cubi di gas o 20-50.000 ton di petrolio ALL’ANNO:

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Ora se pensate che la ventisei concessioni (ultimi dati MISE) entro le 12 miglia soggette al referendum producono in tutto 1.2 miliardi di metri cubi di gas, come documentato nel secondo post, ossia una sessantina di milioni all’anno, in pratica sono “in media” senza royalties;

Vediamo in dettaglio cosa è successo nel 2015 dalla pagina del MISE. (http://unmig.mise.gov.it/unmig/strutturemarine/piattaforme.pdf)

Nel 2015 su 48 concessioni eroganti gas in tutto il mare italiano solo 17 hanno superato la quota di franchigia, per un totale dei ¾ della produzione. 17×80 fa 1360; su un totale di 4.5 miliardi di metri cubi 1.5 non pagano perchè sotto franchigia e 1.36 sono sotto franchigia per le 17 più grandi; totale 2.86 miliardi metri cubi su 4.52 sono sotto franchigia, il 63% e non pagano NULLA. In particolare delle 26 sotto le 12 miglia solo 5 hanno superato la franchigia; dato che 5×80 fa 400 milioni e le 5 coprono quasi il 90% della produzione (1200 milioni di mc) si ha che quasi 500 milioni di metri cubi su 1200 non pagano NULLA (oltre il 40%). Petrolio in mare: nel 2015 solo 6 concessioni hanno prodotto e tutte hanno superato la franchigia di 50mila ton; dato che il totale è stato di 750.000 ton e le franchigie totali sono 6×50.000=300.000 il 40% non ha pagato royalty.

Chiaro? Una parte importante dell’estrazione di fossili dal mare italiano non paga royalty. La situazione a terra è diversa soprattutto per il petrolio perchè c’è praticamente un solo grande giacimento che da solo fa un terzo delle estrazioni totali di tutto il fossile e quasi il 70% del petrolio, quello della Val d’Agri, esempi e ragionamenti fatti sulla Val d’Agri come fa Nomisma, e ripresi dall’ineffabile Tabarelli, non hanno senso sul resto. (Oh tenete presente che dopo l’estrazione nulla impedisce a chi estrae di vendere dove vuole; quel petrolio o gas una volta estratto non è più “nostro” come implicitamente ragionano alcuni)

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il picco del gas offshore italiano; i dati prima del 1980 sono stimati, gli altri sono del MISE, curva logistica

E se aggiungete a tutto questo che la produzione totale di fossili italiani è comunque in diminuzione netta da tempi non sospetti, ha insomma da lunga pezza superato il proprio picco di produzione, avrete abbastanza argomenti razionali per dire che estrarre i nostri fossili non vale molto la pena.

Tuttavia a questi argomenti se ne possono e devono aggiungere altri che non sono da considerare secondari e che aggiungono sale e complessità alla discussione.

Fra gli altri ne esaminerò oggi due che sono problemi ambientali e problemi di lavoro.

Il primo punto da sottolineare è che la norma che è stata inserita nella legge a dicembre scorso e che il SI al referendum potrebbe abrogare, questa insomma della prolunga all’infinito o quasi dei tempi di estrazione ha un corollario ambientale importante, se non ci sono limiti di estrazione se non a giudizio di chi estrae, succede o potrebbe succedere che le strutture di estrazione e le modifiche ambientali effettuate rimangono lì per sempre; non ci sarà mai, almeno a breve, un “ripristino” ambientale; si potrà sempre spostare più in là il tempo di fine concessione; vediamo qui che i bassi potenziali di estrazione, sono comodi e correlati alle leggi, ma solo per chi vuole fare il furbo: se estraggo poco non pago royalty di alcun genere e di più prolungo la vita utile del giacimento in modo da rimandare le spese di ripristino ambientale.

In secondo luogo quali sono i dati di inquinamento ambientale? Qui occorre sottolineare che le norme relative sono lacunose, non esistono limiti per tutti gli inquinanti e in alcuni casi occorre fare da soli ossia usare come riferimento dati di zone “pulite” usate comunemente dalla letteratura di riferimento ma non indicate nella legge.

I dati resi recentemente noti da Green Peace sono interessanti per più motivi:

Anzitutto sono dati raccolti da ISPRA che è un’istituto pubblico con ampia esperienza in proposito; questi dati non sono stati resi noti spontanemente, ma su richiesta dell’associazione ambientalista, sono relativi solo ad un sottoinsieme delle zone di estrazione, sono stati raccolti dall’ISPRA ma su commessa dell’ENI che li ha pagati. Si tenga presente che uno dei ruoli dell’ISPRA è quello di fare da controllore dell’inquinamento marino. Ma come si fa a fare da controllore e contemporaneamente a farsi pagare una commessa da chi si dovrebbe controllare? Nessuna violazione formale, ma tutte queste cose congiurano a rendere ancora più significativi i risultati trovati.

Che sono i seguenti:

si tratta di piattaforme attive in Adriatico che scaricano direttamente in mare, o iniettano/re-iniettano in profondità, le acque di produzione: 34 impianti (33 nel 2012 e 2014) che estraggono gas, tutti di proprietà di ENI. I dati si riferiscono agli anni 2012, 2013 e 2014

i monitoraggi prevedono analisi chimico-fisiche su campioni di acqua, sedimenti marini e mitili (Mytilus galloproncialis, le comuni cozze) che crescono nei pressi delle piattaforme

A seconda degli anni considerati, il 76% (2012), il 73,5% (2013) e il 79% (2014) delle piattaforme presenta sedimenti con contaminazione oltre i limiti fissati dalle norme comunitarie per almeno una sostanza pericolosa. Questi parametri sono oltre i limiti per almeno due sostanze nel 67% degli impianti nei campioni analizzati nel 2012, nel 71% nel 2013 e nel 67% nel 2014. Non sempre le piattaforme che presentano dati oltre le soglie confermano i livelli di contaminazione negli anni successivi, ma la percentuale di piattaforme con problemi di contaminazione ambientale è sempre costantemente elevata.

tra i composti che superano con maggiore frequenza i valori definiti dagli Standard di Qualità Ambientale (o SQA, definiti nel DM 56/2009 e 260/2010) fanno parte alcuni metalli pesanti, principalmente cromo, nichel, piombo (e talvolta anche mercurio, cadmio e arsenico), e alcuni idrocarburi come fluorantene, benzo[b]fluorantene, benzo[k]fluorantene, benzo[a]pirene e la somma degli idrocarburi policiclici aromatici (IPA). Alcune tra queste sostanze sono cancerogene e in grado di risalire la catena alimentare raggiungendo così l’uomo e causando seri danni al nostro organismo.

per quanto riguarda i tessuti dei mitili i risultati mostrano che circa l’86% del totale dei campioni analizzati nel corso del triennio 2012-2014 superava il limite di concentrazione di mercurio identificato dagli SQA.

Per quel che riguarda gli altri metalli misurati nei tessuti dei mitili non esistono limiti specifici di legge che consentano una valutazione immediata dei livelli di contaminazione. Per verificare il possibile impatto ambientale delle attività offshore sull’accumulo di questi inquinanti è stato perciò effettuato un confronto con dati presenti nella letteratura scientifica specializzata. In particolare, si sono confrontati i livelli di concentrazione di queste sostanze nei mitili impiegati per i monitoraggi delle piattaforme con i livelli di concentrazione rilevati in altre aree dell’Adriatico, estranee alle attività di estrazione di idrocarburi. Per avere certezza di non sovrastimare i risultati di tale raffronto, sono stati utilizzati come termine di paragone i valori medi stagionali di concentrazione più alti riportati in questi studi.

I risultati mostrano che circa l’82% dei campioni di mitili raccolti nei pressi delle piattaforme presenta valori più alti di cadmio rispetto a quelli misurati nei campioni presenti in letteratura; altrettanto accade per il selenio (77% circa) e lo zinco (63% circa). Per bario, cromo e arsenico la percentuale di campioni con valori più alti era inferiore (37%, 27% e 18% rispettivamente).

Non mi sembra ci sia molto da commentare il problema c’è.

Non è l’unico problema ambientale; si sa almeno dagli anni 50 che la estrazione di acqua e di gas aggrava la subsidenza del suolo, fenomeno particolarmente delicato in certi contesti; il caso Ravenna è emblematico; almeno una parte dell’effetto di subsidenza di Ravenna dipende dall’estrazione antropica di gas metano da terra e da mare; i dati a riguardo quantificano il fenomeno abbastanza bene e il fenomeno in questione ha un costo economico non indifferente; (http://www.legambiente-ra.it/pdf/preti_ruggeri.pdf). L’effetto di subsidenza per la parte dovuta all’estrazioe di gas è tanto maggiore quanto maggiore è la vicinanza della zona di costa al sito di estrazione. Chi lo paga?

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Questione lavoro. Si sono levate molte voci che lamentano con alte strida che il referendum può dare la botta finale al settore, facendo saltare decine di migliaia o perfino centinaia di migliaia di posti di lavoro.

Ora a parte che il ricatto lavorativo è stato sempre usato in questi casi ma non ha impedito nè chiusure nè inquinamento nè problemi, in questo caso caso si tratta di una “palla”, una bufala.

Per fare un esempio di peso, negli USA il totale della manodopera impegata nel settore Oil e gas era alla fine del 2015 di 183.000 persone (di converso quella impiegata nel settore solare era di 210.000).

https://it.wikipedia.org/wiki/Ricerca_e_produzione_di_idrocarburi_in_Italia#Royalties

In val d’Agri dove si estrae il grosso del fossile italiano (attorno a 2/3) lavorano 4500 persone (3000 circa con ENI); Assomineraria parla di 13mila occupati nel settore estrattivo in tutta Italia (tra attività a terra e a mare, dentro e fuori le dodici miglia) e 5mila posti di lavoro a rischio con il referendum. Il ministro Galletti fa riferimento alla cifra di 10mila posti di lavoro in meno e  la Filctem Cgil sostiene che i lavoratori che rimarrebbero a casa sono 10 mila solo a Ravenna e in Sicilia. Le stime ufficiali riguardanti l’intero settore di estrazione di petrolio e gas in Italia (fonte Isfol -Ente pubblico di ricerca sui temi della formazione, delle politiche sociali e del lavoro) parlano invece di 9mila impiegati in tutta Italia e di un settore già in crisi da tempo, come abbiamo documentato nei precedenti post.

Dato che stiamo parlando di un sesto delle estrazioni italiane parliamo di un sesto dei 9-10.000 lavoratori totali, ossia di una riduzione attorno a 1500-2000 posti in dieci anni (150-200 in meno all’anno).

Posti specializzati è vero ma che si potrebbero tranquillamente recuperare semplicemente sviluppando il settore energetico “alternativo”; l’Italia non ha una catena produttiva degna di questo nome nè per eolico nè per fotovoltaico. Il governo non solo non ha una piano energetico adeguato a COP21, ma non ha nemmeno un progetto per sviluppare il settore delle rinnovabili degno di questo nome, ma le capacità tecnico imprenditoriali non mancano; abbiamo un produttore internazionale di silicio per esempio per FV, MEMC di Merano, abbiamo le competenze del FV a Catania; l’ENEA ha fatto esperimenti sul FV e possiede campi FV di studio da oltre trent’anni. Abbiamo almeno un paio di gruppi di ricerca attivi nel settore dell’eolico troposferico. Perchè queste competenze non vengono spinte?

Mi piacerebbe avere risposte, diverse da quelle che fa intravedere l’affaire Tempa Rossa. Mi piacerebbe capire perchè quando il governo ha cambiato d’improvviso le regole relative all’installazione del FV e alla remunerazione dell’energia prodotta, con un danno enorme per un settore che copriva a quel momento 100.000 persone nessuno dei soloni attuali ha profferito verbo.

L’anno scorso il totale delle partite economiche (tasse + royalties) relative ai fossili italiani è stato di circa 1 miliardo (a stare a sentire gli aedi del fossile come Prodi e i suoi boys: Clò, Tabarelli, etc.) di cui 350 milioni di royalties. Un sesto di questo corrisponde a 70 milioni di royalties e a 140 scarsi di tasse che si ridurrebbero (lo ripeto) in dieci anni (7+14 milioni in meno all’anno). Di converso se si cercano di stimare le cifre a favore dei fossili si trovano cose così:

246 milioni di euro in investimenti e finanziamenti da enti pubblici (The fossil fuel bailout: G20 subsidies for oil, gas and coal exploration di ODI): si tratta di aiuti erogati sotto forma di investimenti e finanziamenti da enti pubblici come Cassa Depositi e Prestiti (CDP) e Servizi Assicurativi del Commercio Estero (SACE). L’Italia,-secondo questo documento– ha contribuito con una media di 44 milioni di euro ai progetti esplorativi di combustibile fossile fra il 2010 e il 2013 attraverso i meccanismi la Banca Mondiale. A questi aiuti indiretti vanno aggiunti quelli più diretti legati alla riduzione dell’accisa sul gas naturale impiegato negli usi di cantiere, nei motori fissi e nelle operazioni di campo per la coltivazione di idrocarburi, pari a 300 mila euro nel 2015 e previsti in egual misura fino al 2018. 

Secondo queste stime il governo contribuisce annualmente alla sola ricerca di idrocarburi sul piano complessivo con 400 milioni di euro, più di quanto riceva in termini di royalties.

La questione è certamente complessa e questa eventuale piccola vittoria, se ci sarà, non cambierà i fatti grossi:

  • I fossili coprono il grosso delle nostre esigenze energetiche
  • Dobbiamo ridurne fortemente l’uso per motivi climatici (e anche ambientali) come spiegato nei primi post di questa serie
  • Non possiamo farlo in tempi brevissimi, ma dobbiamo cominciare e avere un piano serio che non abbiamo; il referendum del 17 aprile è un avviso e potrebbe costituire un piccolo passo su questa strada; si sarebbe potuto fare di meglio, ma al momento le cose stanno così. Si tenga presente (se si guarda all’origine del referendum) che esso non viene da un piano organico ma di fatto proviene dal conflitto di attribuzioni fra Regioni e Governo centrale.
  • Non sarà facile passare ad una società basata su una diversa conversione dell’energia primaria e necessiterà non solo di grandi investimenti economici, ma probabilmente di grandi cambiamenti sociali; la crescita quantitativa non potrà più essere l’obiettivo principe e la distribuzione ineguale della ricchezza non potrà più esserne il supporto chiave.

Ha scritto di recente Vincenzo Balzani rispondendo su Scienza in rete:

Il mancato apporto, quantitativamente marginale, delle nostre riserve di combustibili fossili non dovrebbe essere compensato da un aumento delle importazioni, bensì da una riduzione dei consumi. Ad esempio, mediante una più diffusa riqualificazione energetica degli edifici, la riduzione del limite di velocità sulle autostrade, incoraggiando i cittadini ad acquistare auto che consumino e inquinino meno, incentivando l’uso delle biciclette e dei mezzi pubblici, trasferendo gradualmente parte del trasporto merci dalla strada alla rotaia o a collegamenti marittimi e, soprattutto, mettendo in atto una campagna di informazione e formazione culturale, a partire dalle scuole, per mettere in luce i vantaggi della riduzione dei consumi individuali e collettivi e dello sviluppo delle fonti rinnovabili rispetto al consumo di combustibili fossili e ad una estesa trivellazione del territorio.

Sempre Vincenzo Balzani e Nicola Armaroli concludono il loro libro (Energy for a sustanaible world Wiley 2011):

“Per vivere nel terzo millenio abbiamo bisogno di paradigmi sociali ed economici innovativi e di nuovi modi di guardare ai problemi del mondo. Scienza, ma anche coscienza, responsabilità, compassione ed attenzione, devono essere alla base di una nuova società basata sulla conoscenza, la cui energia sia basata sulle energie rinnovabili, e che siamo chiamati a costruire nei prossimi trent’anni. L’alternativa, forse è solo la barbarie.”

 Utimo minuto

Su alcuni giornali e blog si legge che se il referendum passa e vince il SI non c’è problema perchè tornerebbe in vigore l’art.9 della legge 9 gennaio 1991 n. 9; chi sostiene questa cosa non ha capito che quella legge non è mai stata abolita o in discussione; invece la presente eventuale abrogazione della frase del comma 17 art. 6 della 152/2006 è molto specifica e limitata; il resto del comma 17 art 6 NON VIENE TOCCATO dall’abrogazione e NON consente la prosecuzione dell’estrazione DOPO la scadenza della concessione; la legge 9/1991 non fa differenza fra sotto e sopra le 12 miglia, è un testo generale e non si incrocia nè si nega con l’art. 6 comma 17; mi spiace per Tabarelli; per lui come per tutti i fossilari il futuro è nero come il carbone.

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E’ APERTA LA RACCOLTA DI FIRME PER LA PETIZIONE ALLA IUPAC per dare il nome Levio ad uno dei 4 nuovi elementi:FIRMATE!

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Accumulo di cancerogeni in organi bersaglio (1)

Nota: si ricorda che le opinioni espresse in questo blog non sono da ascrivere alla SCI o alla redazione ma al solo autore del testo

a cura di Luigi Campanella – Università La Sapienza – Roma -ex Presidente SCI

Correlazione tra ambiente e salute: determinazione e accumulo di inquinanti ambientali in organi umani bersaglio

L’impressionante aumento delle neoplasie urologiche, soprattutto renali e vescicali, negli ultimi venti anni ha fatto ipotizzare un nesso di casualità tra processo neoplastico ed inquinamento ambientale.

E’ ormai accertato il potere oncogeno di numerosi gruppi di sostanze : nitrosamine, fenoli, composti organo-clorurati, metalli pesanti che, sia pure a concentrazioni molto basse, sono componenti di pesticidi, diserbanti, concimi, conservanti, etc., e che fatalmente vengono introdotti nell’organismo umano.

Poiché a tutt’oggi si ignora se il metabolismo corporeo sia in grado di eliminare completamente tali sostanze ed i loro derivati impenendone l’accumulo nei tessuti, alcuni anni fa è stata impostata una ricerca da patrte del Dip.to diUrologia della Sapienza allo scopo di verificare l’eventuale presenza di alcune di esse e la loro concentrazione nel tessuto adiposo, muscolare e nell’organo malato sia nel contesto della neoplasia che nella parte sana.

La determinazione degli elementi nei tessuti e negli organi di sistemi biologici anche umani può rivelare anche cronologicamente sia stati patologici sia eventuali esposizioni ad ambienti contaminati Fra questi alcuni organi e tessuti fungono meglio di altri, in quanto il bio-materiale ha caratteristiche di elevata stabilità nel tempo e può essere facilmente prelevato e conservato, per cui è stato usato sia per studi epidemiologici o biomedici sia per studi ambientali (bioindicatori) rivolti al monitoraggio di contaminanti nocivi. Con questo tipo di analisi si possono avere due tipi di informazioni :

– apporto totale di certi elementi nell’organismo e quindi possibilità di utilizzare questo tipo di esame in sostituzione delle più comuni (sangue ed urine) analisi;

– accumulo di componenti inorganici in un esteso periodo di tempo con guadagni anche di un ordine di grandezza di concentrazione rispetto ai valori riscontrabili nei fluidi biologici.

L’apporto di elementi può avvenire attraverso molteplici sorgenti, sia endogene sia esogene. Infatti tali elementi possono essere trasportati di vasi sanguigni e possono accumularsi negli organismi continuamente, facendo registrare lungo l’asse degli stessi le variazioni lungo l’asse degli stessi le variazioni degli elementi circolanti nell’organismo : data la recettività a questi agenti tale apporto può arrivare allo stesso tempo da acqua o aria. bonifiche-300x270

In questo lavoro sono state esaminate le problematiche relative alla determinazione di inquinanti ambientali negli organi umani in cui si accumulano. Queste tematiche stanno imponendosi sempre più all’interesse del mondo scientifico, dal momento che si sta sempre maggiormente diffondendo la consapevolezza che la tutela dell’ambiente è in stretto rapporto con la tutela della salute delle popolazioni. Di qui la necessità di determinare con accuratezza sempre maggiore i livelli di inquinanti ambientali presenti negli organi bersaglio.

Il maggiore problema presentato da queste determinazioni risiede nel fatto che si tratta di analisi in tracce effettuate su matrici estremamente complesse, per cui la difficoltà maggiore delle analisi risiede spesso nella preparazione dei campioni.

E’ anche opportuno differenziare nettamente le determinazioni dei metalli (in particolare piombo, mercurio, cadmio, zinco e rame) da quelle delle sostanze organiche (pesticidi e policlorobifenili), sia perché la procedura di preparazione dei campioni è molto diversa nei due casi, sia perché le tecniche di analisi vere e proprie sono basate su principi totalmente diversi. Nel caso della determinazione dei metalli si ricorre in preferenza all’assorbimento atomico e alla spetttrometria di massa, ed i campioni vengono preparati mineralizzando le matrici con miscele di acidi forti che hanno lo scopo di eliminare le tracce organiche. In taluni casi questa procedura non è sufficiente ed è necessario introdurre degli stadi di estrazione o concentrazione per aumentare la quantità di analita da determinare. E’ il caso del piombo che può essere estratto mediante complessazione con alcuni carbammati, oppure con il O,O-dietilestere dell’acido tiofosforico.

La mineralizzazione della matrice è efficace nel caso della determinazione dei metalli nei tessuti molli, meno efficace nel caso in cui la determinazione debba essere effettuata nell’osso. Infatti in questo caso la base di fosfato di calcio che costituisce l’osso stesso non viene distrutta e può interferire nella determinazione successiva.

Nella determinazione tramite assorbimento atomico ciascun metallo viene determinato ad una specifica lunghezza d’onda ed il limite di rivelabilità, che varia leggermente da metallo a metallo è dell’ordine di 10-2 mg/ml.

Un limite di rivelabilità inferiore può essere raggiunto tramite la spettrometria di massa (intorno ai 10-6 mg/ml. Che però presenta problemi di altro tipo, primo tra tutti l’elevato costo degli strumenti che non sono reperibili presso tutti i laboratori di analisi, in secondo luogo la necessità di inviare quantità estremamente piccole di campione nello strumento, il che rende difficoltoso l’interfacciamento con le linee automatiche che sempre più vengono impiegate per la preparazione dei campioni e che hanno lo scopo di ridurre al minimo il contatto con lo sperimentatore e quindi il rischio di contaminazione.

Per quanto riguarda la determinazione delle sostante organiche, il lavoro è stato concentrato sui pesticidi, per la loro ormai ubiquitaria presenza sotto forma di insettiidi, erbicidi, fungicidi, e sui policlorobifenili (PCB). La determinazione di queste sostanze è basata sul principio della distribuzione tra fasi, e le tecniche universalmente impiegate sono l’IIPLC e soprattutto, la gas-cromatografia.

La gas-cromatografia viene condotta impiegando colonne capillari, anche se nel caso dei pesticidi i tempi di ritenzione dei vari componenti delle miscele sono in genere sufficientemente diversi da permettere anche l’impiego di colonne impaccate. Tra l’altro le diverse classi di pesticidi si differenziano notevolmente per la polarità, per cui una soddisfacente separazione in classi può essere realizzata semplicemente mediante l’impiego di colonne a polarità diversa.

La scelta della colonna capillare è invece obbligata quando si vogliono analizzare le miscele di PCB, che possono contenere fino a 209 congeneri con tempi di ritenzione molto simili.

In questo caso è possibile ricorrere anche alla gas-cromatografia multidimensionale, che prevede l’impiego di due o più colonne, contenenti fase fisse diverse disposte in serie o in parallelo tra loro.

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Nel primo caso è possibile migliorare la risoluzione di tutto il cromatogramma, nel secondo caso, tramite l’impiego di un’opportuna valvola è possibile deviare nella seconda colonna solo una parte della miscela da analizzare. Infine, un importante traguardo nella separazione dei PCB riguarda la separazione degli enantiomeri, che alcuni autori stanno mettendo a punto tramite l’impiego di fasi fisse chirali costituite da ciclodestrine modificate mescolate a polisilossani. La cromatografia liquida è invece meno utilizzata rispetto alla gas-cromatografia ed ha trovato impiego soprattutto nella determinazione di quei pesticidi che assorbono nell’ultravioletto o possiedono proprietà di fluorescenza e sono quindi facilmente rilevabili dai più comuni rivelatori per HPLC. Per migliorare la risoluzione raggiungibili con questa tecnica sono state messe a punto colonne del diametro interno molo piccolo, e cioè microcolonne (diametro interno pari a circa 200 μm) e nanocolonne (diametro interno pari a circa 50 μm), che sono impiegate in microsistemi di grande interesse. Si badi però che l’impiego di tali colonne è relativamente limitato al mondo della ricerca. (continua)